domenica 27 dicembre 2015

Oggetti dalla Germania

La perquisizione del 2 giugno 1992 nelle proprietà di Pacciani, oltre allo straccio dalle fibre combacianti, aveva procurato molti altri oggetti, alcuni dei quali si sarebbero rivelati di estrema importanza per irrobustire il quadro probatorio. Viene da chiedersi però come potessero essere sfuggiti alla maxiperquisione di appena un mese prima. Se era stata la lettera anonima con l’asta guidamolla ad aver giustificato il prelievo di stracci in precedenza ignorati, non pare fossero sopravvenuti ulteriori elementi, ad esempio testimonianze, a motivare il sequestro di nuovi oggetti. Secondo quanto riporta il suo libro, Perugini avrebbe maturato una tardiva presa di coscienza su quello che ancora rimaneva da fare: 

Il fatto era che non avevo pensato ciò che ero tenuto a pensare, e la cosa mi faceva male. Non sapevo, forse, che certi personaggi collezionano strani “souvenir” delle loro imprese? Che ne hanno bisogno per ricordarsi il modo in cui se li sono procurati, per rivivere le loro “vittorie”? Che godono della sfida e del minimo rischio che li induce a tenerseli addosso, o in casa, o vicini? Magari in bella evidenza, sapendo che essi non possono dire proprio niente agli altri.
E noi avevano cercato come pazzi la pistola, i proiettili, i feticci… Come avevamo potuto non rammentare che il mostro non s’era portato via soltanto i “feticci” dai luoghi dei delitti? Perché, sennò, avrebbe frugato negli indumenti, nelle borsette, nelle auto delle vittime? Era più che probabile che avesse sottratto qualcos’altro. Ma noi non sapevamo esattamente cosa. 

Ecco dunque l’idea che avrebbe illuminato la mente dell’investigatore: cercare nelle proprietà di Pacciani qualche oggetto appartenuto alle vittime. Mai come in questo caso, però, il libro appare tendenzioso e insincero, poiché riesce davvero difficile credere che Perugini, durante le perquisizioni precedenti, già non si fosse guardato attorno in cerca della medesima tipologia di prove. Piuttosto sembra lecito sospettare che la nuova strategia fosse stata decisa a tavolino, e non soltanto da lui, quando ormai ogni speranza di trovare la pistola era svanita. Su quel fronte quanto si poteva fare era stato fatto, ma nelle loro mani gli inquirenti stringevano soltanto una misera cartuccia e un’equivoca asta guidamolla, davvero poco per chiedere un rinvio a giudizio. C’era da trovare qualcos’altro, e tra l’enorme massa di cianfrusaglie che Pacciani aveva accumulato in tanti anni di raccatti, qualche oggetto che potesse venire attribuito a qualche vittima poteva ben esserci.
A dire il vero, mai era stato dimostrato che l’assassino avesse preso qualcosa dalle scene dei crimini. A Borgo San Lorenzo aveva sparpagliato in giro i vestiti dei due poveretti portandosi via la borsetta della ragazza, che però aveva gettato a lato della strada, ancora chiusa, dopo trecento metri. È vero che la madre di Stefania si sarebbe lamentata, al processo Pacciani, di non aver mai avuto indietro alcuni valori della figlia, come l’orologio, il portafoglio, una catenina, però è anche vero che nell’immediatezza del fatto i familiari non avevano notato mancanze nell’elenco mostrato loro, quindi si potrebbe anche ritenere verosimile lo smarrimento di qualche oggetto nel transito tra uffici e magazzini delle forze dell’ordine. A Scandicci il Mostro aveva rovesciato a terra il contenuto della borsetta di Carmela, ma non pare si fosse portato via qualcosa. Al collo la poveretta portava una collanina, finita sulle sue labbra durante le manovre di trascinamento: quale miglior “souvenir” avrebbe potuto desiderare l’assassino, se davvero gli fosse interessato prenderne uno? Nei delitti successivi le borsette furono apparentemente ignorate.
Le maggiori possibilità di successo nella ricerca di oggetti da attribuire a sottrazioni dalle scene dei crimini erano indubbiamente legate ai delitti di Giogoli e Scopeti, dove le vittime, turisti stranieri, avevano portato con loro il necessario per una vacanza, e i familiari non potevano saper bene che cosa. Nell’incertezza, qualsiasi oggetto di produzione tedesca o francese trovato nelle disponibilità di Pacciani poteva essere sufficiente a ingenerare dubbi sulla sua provenienza, se il contadino non fosse stato in grado di giustificarla in altro modo. E ben più della piccola tenda dei francesi, dove i due poveretti dormivano soltanto – l’auto non fu aperta – poté il furgone dei tedeschi, nel quale era stipata una grande quantità di roba. A dire il vero è probabile che l’assassino neppure lo avesse frugato, scappandosene via dopo essersi accorto di aver aggredito due maschi. La confusione trovata dentro il mezzo potrebbe ragionevolmente spiegarsi sia con il fatto che gli occupanti erano due ragazzi giovani, di sicuro non troppo interessati all’ordine, sia con la dinamica del delitto, durante il quale Uwe aveva cercato di sottrarsi ai proiettili fuggendo da una parte all’altra e quindi sparpagliando coperte e quant’altro ingombrava l’interno. Un oggetto comunque l’assassino forse lo aveva preso, una rivista pornografica, probabilmente però incuriosito da un materiale che anche lui doveva consumare, e non per procurarsi un souvenir. Infatti, sempre nell'ipotesi che l'avesse presa lui,  l’aveva poi tagliuzzata e gettata a terra a pochi metri, quando si era accorto che riportava scene omosessuali evidentemente sgradite.
Nel verbale di sequestro della perquisizione del 2 giugno sono elencati molti monili, orecchini, anelli, spille, collanine, nessuno dei quali però sarebbe stato riconosciuto dai parenti delle vittime, neppure dubbiosamente. Come c’era da aspettarsi, si ebbe maggior fortuna con qualcosa che sarebbe potuto appartenere ai ragazzi di Giogoli. Il pezzo forte, infatti, fu il famoso “Skizzen Brunnen”, un caratteristico blocco da disegno dalla copertina rossa, dimensioni 17x24 cm, con spirale, di apparente produzione tedesca. Sui primi fogli Pacciani aveva riportato degli appunti relativi a spese effettuate nel 1980 e nel 1981. Assieme a esso un dizionario tascabile italiano-tedesco, dodici cartoline illustrate con paesaggi della Germania e un portasapone, bianco anonimo secondo il verbale, ma che in seguito si sarebbe rivelato rosa pallido con una misteriosa scritta “DEIS”.
I primi accertamenti sul blocco portarono alla conferma della produzione tedesca, e soprattutto alla scoperta che non veniva commercializzato in Italia. La pista sembrava particolarmente buona, anche perché è molto probabile che gli inquirenti fossero già a conoscenza degli studi di grafica effettuati da Horst Meyer, avendo ricevuto informazioni dalla polizia del suo paese fin dalle prime indagini conseguenti all’omicidio. E quindi, con grandi speranze, fu subito chiesto al consolato tedesco di verificare presso i loro familiari se i ragazzi avessero avuto a che fare con blocchi del genere.
In attesa delle risposte, il blocco venne attentamente esaminato dalla polizia scientifica, che scoprì sul primo foglio impronte di appunti scritti su uno soprastante poi staccato. Questo bastò per giustificare la richiesta di una successiva perquisizione, eseguita il 13 giugno, durante la quale fu trovato il foglio mancante. Nell’occasione si procedette anche al sequestro di altri oggetti di apparente produzione tedesca, varie matite, due rasoi elettrici, due giacche da uomo, una taglierina, più dieci fotografie a colori della città di Amsterdam e qualche altra cianfrusaglia.
Il 14 e il 15 gli inquirenti ricevettero due telefonate molto importanti dalla polizia tedesca, davanti alla quale la sorella di Horst, Heidemarie Meyer, si era dichiarata possibilista sul fatto che il congiunto potesse aver acquistato blocchi “Brunnen” in due negozi specializzati di Osnabruck, città dove aveva studiato disegno all’Istituto Superiore di Progettazione, diplomandosi lo stesso anno in cui fu ucciso. La pista si stava dunque dimostrando foriera di clamorosi sviluppi e Ruggero Perugini non perse tempo: messi in valigia blocco, portasapone, matite e quant’altro avrebbe potuto essere oggetto di riconoscimento da parte dei familiari di Horst e Uwe, il 21 volò in Germania; con lui Pietro Frillici, il maggiore dei carabinieri Alfredo Salvi e un’interprete. Il contesto nel quale si svolse la trasferta dei nostri investigatori era quello di una rogatoria internazionale, i cui atti avrebbero rivestito estrema importanza nel futuro processo, venendo a far parte del fascicolo fornito ai giudici. Ma i difensori dell’indagato non c‘erano, e quindi quali garanzie poteva avere Pacciani sulla genuinità delle prove che si sarebbero raccolte a suo carico?

Come prima tappa del loro viaggio i nostri investigatori scelsero Osnabruck, dove furono accolti dalla estrema e persino eccessiva disponibilità dei colleghi tedeschi della Kriminalpolizei. “Nessuno osi mai più parlarmi male dei tedeschi. L’assistenza che avevamo ricevuto dal consolato di Germania era stata straordinaria; quella che ci diedero i colleghi di Osnabruck fu, se possibile, ancora superiore”, questo avrebbe scritto Perugini, appena prima d’introdurre la figura dell’ispettore Klose, un personaggio che dovette rivestire un ruolo fondamentale nella messa a punto delle nuove prove contro Pacciani. Suo infatti fu il compito d’interfacciare il personale del Prelle-Shop, un grande negozio esteso su tre piani, l’unico dei due indicati da Heidemarie dove si vendevano blocchi “Skizzen Brunnen”. Tra tutto il materiale portato dall’Italia, infatti, era il blocco dalla copertina rossa l’oggetto di gran lunga più importante, quello su cui si riponevano le maggiori speranze di poterne dimostrare l’appartenenza a una delle vittime, Horst Meyer. È vero che sopra non c’erano scarabocchi da poter attribuire al ragazzo, e la semplice asserzione della sorella che egli usasse blocchi di quel tipo certamente non bastava. C’era però un elemento individualizzante sul quale si poteva lavorare, una scritta a matita sulla quarta di copertina, “424/4,60”, quasi certamente un codice seguito da un prezzo apposti nel negozio di vendita.
Nei giorni precedenti l’arrivo dei colleghi italiani, il solerte ispettore Klose si era già attivato presso il Prelle-Shop, senza però rintracciare nessuno che ricordasse di aver visto Horst. Restava da stabilire chi avesse scritto i numeri sul blocco, e a quello scopo la mattina stessa del 21 Klose aveva convocato la signora Stellmacher, commessa dal 1976 al 1987 nel reparto cancelleria e articoli da ufficio, avendola prima “informata del peso della sua testimonianza”, come avrebbe scritto Perugini senza rendersi conto dell’ambiguità di una frase dalla quale emergeva il probabile condizionamento della teste. Preso tra le mani il blocco, la donna affermò di ricordare che di quel tipo ne venivano venduti da 3 a 5 pezzi alla settimana, e si disse sicura al 95% di essere stata lei a scrivere il prezzo a matita, 4 marchi e 60. L’altro numero, il “424”, non le diceva niente e la grafia non era la sua, però le pareva di riconoscervi quella di una sua collega, la signora Lohman. Anche il titolare del negozio, signor Vesterholt, rimase interdetto di fronte al numero “424”, poiché i codici con i quali venivano contrassegnati gli articoli in vendita erano composti da due caratteri, una cifra e una lettera dell’alfabeto, per di più apposti non a mano ma tramite un’etichettatrice.
Il 22 Perugini e i suoi andarono a Lemforde, dai genitori di Horst Meyer, dove li raggiunse la sorella Heidemarie, che abitava in una città molto lontana. Di fronte agli inquirenti italiani e agli agenti del commissariato di Dopholz, la donna rilasciò dichiarazioni molto più precise e perentorie di quelle fornite per telefono una settimana prima: era certa che suo fratello avesse usato blocchi “Skizzen Brunnen”, comprandoli in uno dei due negozi di Osnabruck già indicati, e a riprova aveva portato con sé un blocco di tipo identico a quello sequestrato a Pacciani, anche se più grande (24x33), con sopra dei disegni suoi, asserendo che era stato comperato da Horst. Pur con evidenti incertezze, sia Heidemarie sia il padre George si mostrarono possibilisti sull’appartenenza del portasapone “DEIS” al loro congiunto, come anche un amico, Manfred Lemke, che disse di aver notato un portasapone di quel tipo sopra un davanzale nella stanza del ragazzo. Tutti gli altri oggetti non furono riconosciuti.
Dopo l’inutile visita del giorno successivo alla madre di Uwe Rusch a Cuxhaven (la donna non ricordava bene, e non fu di alcun aiuto), il 24 Perugini e i suoi tornarono a Osnabruck, dove rimaneva l’incertezza sul significato del numero “424”. La partenza per l’Italia, programmata per quel giorno, fu rimandata al successivo, in attesa di comunicazioni da parte del signor Vesterholt, che si era preso l’impegno di chiedere meglio in negozio. Secondo quanto ne avrebbe scritto Perugini, ma che non pare accordarsi con il contenuto dei verbali, lo vedremo, la mattina del 25 l’ispettore Klose chiamò al telefono Vesterholt, e nel lungo colloquio fu chiarito finalmente il mistero di quel “424”: si sarebbe trattato di un esperimento temporaneo di codifica nell’ambito dell’informatizzazione del negozio, dove la prima e la seconda cifra avrebbero indicato mese e anno di carico a magazzino (aprile 1982), e la terza il tipo di articolo. Se ci sono informatici tra i lettori portino pazienza, più avanti scriverò anche di questo obbrobrio.
Il 25 giugno 1992 Perugini, Frillici, Salvi e l’interprete ripartirono per l’Italia, con la convinzione e la soddisfazione di aver raccolto elementi importantissimi per incastrare Pacciani. In realtà non avevano in mano nulla, tanto fumo e poco arrosto, ma quel nulla si sarebbe riusciti a farlo contare tantissimo, anche perché era inserito nel contesto di una rogatoria internazionale i cui atti avrebbero rivestito valore di prova nel futuro processo.

5 commenti:

  1. ciao Antonio,
    ti faccio notare che:
    A) non esiste alcun elemento che deponga a favore del fatto che il MdF abbia abbandonato la rivista gay tagliuzzata nei pressi del pulmino

    B) non esiste elemento sicuro nemmeno che i due tedeschi fossero gay (anche se la cosa è almeno ipotizzabile visti i tratti efebeci come da foto e l'intmità di un pulmino)

    C) non risulta che sulla rivista sian state rinvenute impronte digitali dei deu tedesci (e nemmeno di uno solo dei due... per il mdf ok, diciamo per default che usava guanti quindi quello non stupirebbe)

    Forse dovresti mettere almeno almeno in forma dubitativa possibilista la tua frase in cui dai per assodato (ma su nessun elemento) che il mdf la prese dal pulmino, la tagliuzzò e la abbandonò in loco.

    ---
    per il resto, spero l'articolo abbia un seguito perchè anche solo sulla etichettatura di cose in piu da dire ce ne sarebbero; come minimo in merito alla perizia calligrafica che da 5-6 numeri riuscì ad a dar parvenza di certificazione di chi quei numeretti scrisse (roba da prima volta nella storia!)

    HzT

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  2. Sul blocco ho ancora molto da dire, vediamo in fondo.
    Riguardo la rivista. Che i due ragazzi fossero gay è più di un sospetto. Così scrive Rotella:

    Gli uccisi sono due uomini e, pur sussistendo un sospetto di relazione omosessuale tra loro (poi avallato da riscontri della polizia tedesca), non risulta minimamente che fossero in atteggiamento intimo al momento del fatto.

    Che la rivista fosse capitata lì per altre vie è difficile. La storia di un guardone che se la sarebbe portata dietro ipotizzata mi sembra da Autorino non regge.
    Secondo me la tagliuzzò il Mostro, però riconosco che è soltanto una mia opinione. Adesso metto il dubitativo.

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  3. non vedo l'ora di leggere il resto sul blocco.

    PS: sulla rivista, ancora qualche nota:
    - non è affatto diffcile che un guardone si possa portare appresso un pornazzo per ingannar l'attesa aspettando qualcuno da spiare
    - in "camporella", non ci andavano solo quei due tedeschi e nemmeno solo i guardoni e nemmeno solo gli etero
    - per come certe riviste (e fumetti) venivano venduti abbinati ed incelophanati con altre, è assai arduo datare realmente l'uscita della rivista (e quindi risalirne ad una data)
    - sovente le aree di "camporella" non sono il massimo di pulizia... non foss'altro che i profilattici soente abbandonati in loco. una rivista non stonerebbe piu di tanto
    - per quanto a volte le indagini siano state fatte alla carlona (verbali da piangere e isolamento dei luoghi dei delitti ancor peggio), è sinceramente poco credibile che nn abbiano provatoa rilevar impronte dalla rivista (pure patinata almeno in copertina) e se su ci avessero rivelato impronte di almeno uno dei due, la cosa sarebbe venuta fuori (come minimo per "aggravare" l'ipotesi della presunta omosessualità dei due ragazzi)

    PPSS:
    ovviamente, data la completa aleatorietà per assenza dati in merito, nulla esclude che la tua versione non possa essere quella corretta. Personalmente non mi sbilancio nè in un senso nè inun altro, anche se, per i punti accennati, io imho tenderei invece ad escludere l'opzione "mostro"

    PPPSSS: ho mancato gli auguri di Natale, ecco quindi quelli Buon anno nuovo.

    hzt

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  4. ciao Anto,
    una domanda ancora:

    - ma se lo skizzen brunner, si sostenne che il PP lo aveva preso come "souvenir" perchè gli piaceva disegnare...

    - ma allora il porta sapone (senza e poi con "DIES"), se lo prese perchè era un amante dell'igiene e del lavaggio mani ?

    Cosa possano poi simili oggetti innescare di ricordo-feticcio ad un maniaco: per me, boh, resta un mistero.
    e se non devono innescare nessun ricordo-feticci maniacale, allora doppio "boh" sulperchè non portarsi via soldi e/o oggetti di valore invece.

    the Pacciani-anyway-guilty mistery, continua.

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    1. Naturalmente concordo con te. Quando gli storici veri cercheranno di ricostruire la vicenda, stenteranno a credere tante cose...

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