sabato 5 dicembre 2015

La leggenda di Spalletti (2)

Segue dalla prima parte

Trascorso un mese tra le mura di una cella con l’accusa di falsa testimonianza, a metà luglio 1981 Spalletti fu raggiunto da un mandato di cattura per il duplice omicidio di Scandicci, e pochi giorni dopo da una comunicazione giudiziaria per quello di Borgo San Lorenzo, per il quale ormai si era consolidata la certezza del medesimo autore. Gli inquirenti però non avevano in mano nulla, il loro intento era soltanto quello d’impaurire l’individuo per costringerlo a rivelare quanto ritenevano avesse visto da testimone. Per di più il collegamento tra gli omicidi di Borgo e quelli di Scandicci rendeva ancora meno credibile la sua colpevolezza, poiché mai aveva avuto a che fare con la zona del Mugello. E in effetti le carte mostrate da Adolfo Izzo quando poco dopo dovette formulare la richiesta d’istruttoria formale erano terribilmente misere. Tra l’altro quella fu anche l’occasione per togliere di mezzo una volta per tutte il maggior motivo di perplessità sul comportamento di Spalletti: l’aver parlato del delitto prima della sua scoperta. Non era vero, come risulta da questo articolo della Nazione del 23 luglio dove si commentava il contenuto del fascicolo preparato da Izzo:

Fin da mezzogiorno di domenica 7 giugno l’autista di Montelupo era informato di alcuni particolari del delitto, “come le cause e i mezzi della morte dei due fidanzati”. Addirittura di questi particolari avrebbe parlato a lungo con la moglie e con alcune persone delle quali il magistrato non ha voluto fornire le generalità.

Dunque, per ammissione dello stesso magistrato, Spalletti avrebbe saputo del delittofin da mezzogiorno. Ma il brigadiere Sifone, che aveva scoperto i cadaveri poco dopo le 9, aveva messo subito al corrente del fatto il proprietario del bar cui aveva lasciato in custodia il figlioletto prima di tornare sulla scena del crimine: le quasi tre ore d’intervallo per arrivare a mezzogiorno potevano essere state più che sufficienti affinché una notizia così clamorosa si spargesse nella zona. D’altra parte la stessa moglie di Spalletti, alla quale furono e vengono ancor oggi attribuite dichiarazioni compromettenti riguardo l’orario nel quale il marito le avrebbe raccontato del delitto, così aveva parlato subito dopo l'arresto (“Paese Sera”, 17 giugno 1981):

Come ha saputo del delitto di Scandicci?
Enzo mi ha raccontato il fatto domenica mattina, dopo che era stato in paese, dicendomi che due fidanzati erano stati trovati morti nei pressi di Scandicci, lui ucciso da una pistola, lei accoltellata.
Che ore erano quando Enzo le ha raccontato il fatto?
Di preciso non lo so. È uscito dalle undici alle dodici e trenta. Lui però sostiene che ha saputo la notizia il lunedì mattina dai giornali.

La donna aveva parlato sì di domenica mattina, ma dopo le 12.30, quando il marito era tornato da un giro in paese. A complicare le cose, semmai, era stato lui stesso con la storia del giornale.
Senza una reale giustificazione Enzo Spalletti continuava a rimanere in carcere, mentre i giornalisti, scettici riguardo la sua colpevolezza, cercavano di trovare spiegazioni a un comportamento in apparenza incomprensibile: se sapeva qualcosa – e questo veniva dato per sicuro – perché non parlava? Secondo la moglie, fin troppo ciarliera con i cronisti affamati di notizie, Enzo temeva per l’incolumità della propria famiglia, ma pare poco credibile che il denunciare un assassino e farlo finire in galera avrebbe costituito un rischio al quale preferire il carcere. Le ipotesi comunque si accavallavano, e in un articolo uscito sulla Nazione del 4 agosto a firma Mario Spezi ne venne riportata una, sorprendente, secondo la quale Enzo Spalletti avrebbe fatto della sua attività di guardone una remunerativa fonte di guadagno, ricattando i compagni di vizio con la minaccia di rivelare le loro abitudini; e l’aver assistito all’omicidio di Giovanni e Carmela gli avrebbe fornito l’occasione per un guadagno milionario, potendo ricattare addirittura un assassino. Gli inquirenti sarebbero anche stati in procinto di condurre indagini sui suoi conti correnti. Da qualsiasi fonte Spezi avesse appreso la bizzarra notizia, peraltro subito dimenticata, avrebbe certamente fatto meglio a non pubblicarla. Bisogna proprio dire che l'altrimenti ottimo giornalista in questa vicenda dette il peggio di sé.
Intanto i mesi passavano, con Spalletti che dal carcere non raccontava niente di nuovo. Fino a quando, il 21 ottobre, il Mostro tornò a colpire. Il tragico avvenimento costrinse gli inquirenti a fare il punto sugli indizi che gravavano sul malcapitato autista d'ambulanze, prima di deciderne l’inevitabile scarcerazione. Fu effettuato anche un ultimo drammatico confronto con Fosco Fabbri, le cui conseguenze furono così illustrate dalla Città del 25 ottobre:

Quel che lo incastrò furono le dichiarazioni di sua moglie Carla e dell’amico guardone Fosco Fabbri.
La moglie disse che Enzo le aveva parlato dell’assassinio di due fidanzati la domenica mattina del 7 giugno “verso il tocco” [le 13], ossia circa tre ore dopo il ritrovamento dei corpi dei fidanzati, quando ancora, a quanto pare, nessun organo d’informazione aveva diffuso la notizia. Fosco Fabbri disse che la sera del sabato aveva visto Enzo Spalletti alla Taverna del Diavolo […] e che si erano lasciati verso le 11 e mezza. Spalletti ammise questa circostanza ma disse di essere stato più a lungo con l’amico e di aver spiato coppiette con lui fin verso mezzanotte e mezzo. Queste dichiarazioni contrastanti convinsero gli inquirenti che Spalletti nascondeva qualcosa.
L’altra sera, però, durante il confronto, sembra che Fosco Fabbri abbia modificato le sue dichiarazioni iniziali ed abbia detto di aver lasciato l’amico più tardi. Sembra anche che Fabbri abbia confermato un episodio raccontato da Spalletti, e cioè che insieme avevano tentato di spiare ciò che avveniva in una Ford Taunus, che erano stati scoperti e che l’autista arrabbiatissimo gli aveva puntato contro i fari ed aveva azionato una strana sirena.
Queste precisazioni devono essere sembrate importanti agli inquirenti. Soprattutto perché per la prima volta si è avuto la conferma che Spalletti, su certe circostanze, non aveva mentito.

Dunque anche Fosco Fabbri aveva tentato di nascondere il suo vizio, o quantomeno di sminuirlo, assieme alla propria attività nella serata del delitto, senza preoccuparsi delle spiacevoli conseguenze per l’amico; con il quale forse tanta amicizia non c’era, almeno non più di quanta fosse stata la paura di andare a fargli compagnia dietro le sbarre. Rassicurato dalla nuova impresa del Mostro che scagionava tutti, alla fine Fabbri modificò la propria reticente testimonianza: all’ora stabilita dal medico legale per gli omicidi lui e Spalletti erano assieme, impegnati nelle loro inconfessabili attività, e questo escludeva non soltanto la colpevolezza del sospettato, ma anche la sua presenza nei pressi della scena del crimine mentre i due poveretti venivano uccisi. La mattina successiva Spalletti aveva sentito parlare del fatto mentre si trovava in un bar attorno alle 12, quasi tre ore dopo la scoperta dei cadaveri, quando nella zona tutti già ne discutevano, e lo aveva riferito alla moglie al suo rientro per l’ora di pranzo. Dunque l’autista di ambulanze non custodiva nessun segreto, le reticenze iniziali erano state conseguenza della vergogna per la messa in luce del suo vizio, poi l’imperizia degli inquirenti e la superficialità dei cronisti avevano montato la vicenda oltre ogni limite.
A ben guardare, però, anche prima che Fosco Fabbri spostasse dalle 23.30 alle 00.30 l’ora in cui aveva lasciato Spalletti gli inquirenti avrebbero dovuto ragionevolmente escludere che questi potesse aver assistito all’omicidio, poiché l’aggressione era avvenuta ben prima, almeno entro le 23, e non a mezzanotte. Anzi, probabilmente i risultati dell’autopsia, per loro natura imprecisi, si erano un po’ conformati proprio alla necessità di tirar dentro Spalletti. Carmela e Giovanni erano usciti alle 22 da casa di lei con l'accordo di rientrare al massimo per le 23.30, quindi certamente si erano appartati subito, trascorsi i circa 15 minuti necessari per arrivare sul posto, e prima ancora di svestirsi erano stati uccisi. All’uscita dalla Questura così aveva dichiarato il padre della ragazza (“La Nazione”, 8 giugno 1981):

Carmela e Giovanni uscivano di pomeriggio e talvolta anche di sera, ma non facevano mai tardi. Non volevo che rincasassero di notte. Alle 22-22.30 dovevano rientrare. Una volta sola, un sabato sera, sono tornati alle 23.30. Anche sabato mi ero raccomandato. Era la terza volta che Giovanni veniva a cena da noi. Verso le 22 sono usciti dicendo che sarebbero andati a prendere un gelato.

Nonostante l’evidente estraneità alla vicenda, di fronte all’opinione pubblica Enzo Spalletti non sarebbe mai più riuscito a scrollarsi di dosso il dubbio di non aver detto tutta la verità. Per di più, per colmo di sventura, Francesco Vinci abitava proprio a Montelupo Fiorentino, quando fu arrestato nell’estate 1982, la qual cosa costrinse Spalletti a difendersi anche dal sospetto di possibili legami con lui. 
A complicare la vita dello sfortunato personaggio e della sua famiglia non mancarono gli inutili e ottusi controlli delle forze dell'ordine a ogni nuovo delitto del Mostro, con perquisizioni e richieste di alibi. Il 12 settembre 1985, qualche giorno dopo la morte dei due francesi a Scopeti, così raccontava Spalletti al Corriere:
 
L’altra sera sono tornati i carabinieri, sono arrivati con un blindato, e ne sono scesi in una decina, con tute da combattimento. Volevano una maglietta, o un calzino. Chiedo: perché? Dicono: dobbiamo farli annusare ai cani. Capito? Sono passati quattro anni, mi hanno scarcerato dopo quattro mesi di inferno, lo sanno che il “mostro” non sono io, ma ogni volta che c’è un delitto tornano qui. […]
Un marchio così pesa su tutti. Mia moglie e i bambini non ne possono più. […] Hanno paura, sono intimiditi. Mentre io sono al lavoro ogni tanto arriva a casa qualcuno in divisa e li intimidisce: “Dov’è il babbo? Che ha detto ieri sera babbo?” […]
Ai bambini non gli puoi nascondere niente. Ho detto loro come sono finito nei pasticci, ho spiegato loro che io non c’entro con tutto quel sangue, che se babbo è in libertà è perché lo sanno anche loro, quelli che poi vengono a chiedermi la maglietta da far annusare al cane. […] prima hanno fatto di tutto per incastrarmi, poi non hanno avuto il coraggio di ammettere fino in fondo di essersi sbagliati.

L’intervista fu di stimolo a un’interrogazione parlamentare presentata il 27 settembre successivo dall'onorevole Rizzi, il quale si chiedeva se il comportamento della Polizia non avesse violato i diritti costituzionali di Spalletti (vedi). In ogni modo l’istruttoria accesa su quest'ultimo andò avanti ancora per qualche anno, fino al momento in cui Mario Rotella lo prosciolse, nel marzo 1989. E per sua fortuna entrambi i giudici dei processi Pacciani e Vanni ne ritennero inutile la convocazione, respingendo la richiesta delle due difese. 
Gli appassionati dell’ultima ora farebbero bene a riflettere a lungo prima di gettarsi con superficialità addosso al poveraccio, non certo tra le maggiori ma, a pieno diritto, anche lui una vittima nella vicenda del Mostro di Firenze. Guardando magari all'esempio non di Filastò e Giuttari, ma di Spezi, il quale finì per prendere le distanze dai sospetti dei quali erano intrisi i suoi brutti articoli di una volta, giustificando in questo modo i dubbi ingenerati dal comportamento di Spalletti (“Dolci colline di sangue”):

Forse, la realtà era molto, molto più banale. Qualcuno, anche tra i colleghi del giovane magistrato Izzo, ebbe fin dai primi giorni non pochi dubbi su quegli interrogatori. Non che pensasse che fossero stati falsati, ma qualche investigatore sembrò convinto che l’inesperto inquirente avesse pasticciato e non poco. Insomma, avrebbe capito male certe frasi e ne avrebbe, pur in buona fede, forzato l’interpretazione.

È comunque sorprendente che ancora dopo trent’anni non paia davvero strano che un povero diavolo, privo di qualsiasi precedente coinvolgimento in vicende giudiziarie, titolare di un posto di lavoro rispettabile e con tre figli piccoli e una moglie che lo aspettavano a casa, si fosse fatto quattro mesi e mezzo di galera per non aver voluto ammettere di aver visto il Mostro di Firenze all’opera. Sembra invece opportuna una riflessione per le probabili ripercussioni della vicenda sulle indagini per i delitti successivi: con il trattamento riservato all'innocente Spalletti gli inquirenti si giocarono del tutto la preziosa collaborazione del mondo dei guardoni.

15 commenti:

  1. purtroppo si sa ben poco della nascita della vicenda spalletti, ho cercato di scavare un p' ma senza risultato. certo chi segnalò la sua presenza era anche lui lì, quindi sarebbe stato a sua volta sospetto; e così l'amico F.F. Perché gli inquirenti puntarono così decisamente su di lui?
    forse sarebbe successo lo stesso al G.G. nel 1974 se non avesse avuto un alibi incontrovertibile.

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    1. A quanto sembra fu lo stesso Spalletti a mettersi nei guai, per la vergogna di ammettere il proprio vizietto. Gli inquirenti puntarono su di lui perchè non avevano niente di meglio da proprorre all'opinione pubblica. L'importante, per la ricostruzione storica cui ognuno di noi cerca di offrire il proprio piccolo contributo, è toglierlo del tutto dalla leggenda.
      Probabilmente gli atti che lo riguardano non ci sono più, non essendo egli mai entrato in un processo, ma il sunto del fascicolo di Izzo uscito sui giornali sembra eliminare l'elemento che più lo rendeva sospetto: la conoscenza del delitto prima della sua scoperta. Tolto questo, che cosa rimane? Rimane soltanto l’assoluta irragionevolezza di credere che avesse preferito farsi la galera piuttosto che raccontare di aver visto qualcosa.

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  2. L'articolo è meritoriamente chiarificatore, e mette in luce anche l'aspetto umano della vicenda, che troppo spesso si tende a trascurare. Una domanda: non prendi in considerazione la possibilità che Spalletti possa davvero aver visto i due cadaveri, a cose fatte, durante la sua escursione notturna? Mi sembra un'ipotesi lineare e plausibile, anche se forse inutile ai fini delle indagini.

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    1. Non lo prendo in considerazione perchè non vedo il motivo del suo silenzio a fronte di una permanenza in carcere interrotta soltanto da un nuovo delitto del Mostro. Quattro mesi e mezzo in una cella sono lunghi per tutti, lunghissimi per chi non vi è abituato e non ha colpe. Per farsene un'idea consiglio di vedere le puntate di "Sono innocente", trasmesse ogni sabato da Rai 3. Spalletti avrebbe tutto il diritto di comparirvi, anche se era un guardone, una colpa poi non così grave.

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  3. Eppure a me sembra l'ipotesi più semplice: Spalletti passa in via dell'Arrigo (con o senza Fabbri), vede due morti ammazzati e il giorno dopo riferisce il fatto a moglie e amici. Naturalmente non si può escludere che la notizia si sia diffusa a macchia d'olio, tra i bar della zona, dopo il ritrovamento dei cadaveri; però lo scenario precedente mi sembra altrettanto verosimile. La leggenda comincia nel momento in cui si ipotizza arbitrariamente che Spalletti possa aver visto in faccia l'assassino.
    Perché non ha parlato di fronte ai giudici? Non lo so. Ma non sono così convinto che ammettere di aver visto la scena del delitto avrebbe alleggerito la sua posizione.

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  4. "Di preciso non lo so. È uscito dalle undici alle dodici e trenta. Lui però sostiene che ha saputo la notizia il lunedì mattina dai giornali."
    Se Spalletti avesse saputo del delitto da qualcuno al bar in quel lasso di tempo, perché non dirlo subito sia alla moglie che alla Polizia, invece di allarmare la prima (aggiungendo che "temeva per l'incolumità della propria famiglia") e inguaiarsi con gli altri.
    "Sembra che Fosco Fabbri abbia modificato le sue dichiarazioni iniziali e (...) che abbia confermato un episodio raccontato da Spalletti". Ma questo lo scrive un giornale (la Città)!
    A incastrare Spalletti furono anzitutto le sue dichiarazioni, prima che la moglie "ciarliera" le divulgasse.
    Credo che Giuttari avesse informazioni molto più precise di quelle ricostruite (più intelligentemente del solito) da Mario Spezi e il silenzio di Spalletti si spiega molto facilmente ipotizzando che fosse in qualche modo coinvolto, come altri guardoni in questa storia.
    "Con il trattamento riservato all'innocente Spalletti gli inquirenti si giocarono del tutto la preziosa collaborazione del mondo dei guardoni", scrivi, ma quando Lotti parla, descrivendo la dinamica dell'ultimo delitto meglio di quanto avesse immaginato De Fazio, tu non ci credi, magari perché era talmente scemo che nemmeno avrebbe saputo ripetere a memoria la lezioncina...

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    1. E vai, mettiamoci anche Spalletti nel minestrone, assieme a Narducci, Calamandrei, Zucconi, Francesco Vinci, Vargiu, Milva Malatesta, Reineke e compagnia bella. Chissà che non sia proprio l'autista di ambulanze l'ingrediente che potrebbe rendere il tutto commestibile...

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    2. Tu ritieni che i guardoni non hanno mai parlato per il trattamento subito da Spalletti.
      Io che alla base di questa omertà ci fossero pudore, paura di esporsi e forse il coinvolgimento di alcuni di loro. Anche perché questo alla fine è emerso, pure secondo il "libero convincimento" di tre gradi di giudizio, da tardive quanto credibili testimonianze come quelle di Pucci e del reo confesso Lotti (che ha assistito solo agli ultimi delitti).
      Mi piacerebbe replicare al modo in cui ritieni di aver smontato alcune testimonianze che collegano Narducci a San Casciano, ma visto che non hai pubblicato la mia risposta a Francesca Calamandrei, come lealmente preavvisato, aspetto il semaforo verde.
      Spero che intanto si possa parlare d'altro (senza che cada il governo). Hai scritto qualcosa sulla teoria del "mostro solitario": "lust murderer" o altro maniaco che fosse?

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  5. P.S.
    Il delitto di Calenzano fu l'unico commesso a pochi mesi di distanza dal precedente (nonché il primo attribuito da Lotti ai "compagni di merende" e quello per cui un presunto "mandante" aveva l'alibi) e Lotti ricorda che a Giogoli, due anni dopo, colpirono per scagionare l'arrestato di turno.
    Si trattava di Francesco Vinci che (lo apprendo da te), "per colmo di sventura, abitava proprio a Montelupo Fiorentino".
    Solo coincidenze, ma prova a confrontare le "imprese", anche maldestre (82 e 83), del "Mostro di Firenze" con quelle di "Jack lo squartatore" e dimmi se non noti una curiosa "asimmetria" sul piano della tempistica...

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  6. Se capisco bene, tu stai alludendo tra le righe alla possibilità che qualcuno abbia organizzato l’omicidio di Baldi e della Cambi al solo scopo di scagionare Spalletti. Da un certo punto di vista, l’ipotesi del guardone che collabora con l’assassino mi sembra più sostenibile rispetto a quella, molto cinematografica, del guardone appostato che vede per puro caso l’assassino all’opera senza essere visto a sua volta. Però se io fossi coinvolto in un delitto così mostruoso, anche solo in qualità di spalla, non credo che andrei a raccontarne i dettagli a mezzo mondo la mattina seguente. Inoltre, pur riconoscendo il fascino intrigante di certe ‘asimmetrie’, proprio non mi riesce di capire su quali elementi concreti si fonderebbe questa ipotesi di coinvolgimento.
    Qualche giorno fa mi è capitato di leggere su Insufficienza di Prove il contenuto di un’intervista rilasciata da Spalletti al quotidiano La Città nell’ottobre 1981, nella quale l’autista della Misericordia fornisce una versione dei fatti molto simile a quella ricostruita da Antonio qui sopra: «Qui a Turbone ci sono due ristoranti. La domenica c’è gente che viene da tutte le parti. Anche quella mattina era un fitto incredibile. E mentre leggevo il giornale sentii qualcuno che diceva che a Roveta avevano trovato uccisi due fidanzati. Ma come lo sapevamo noi qui lo sapeva tutta Montelupo». Nessuno di noi può affermare con certezza che le cose siano andate effettivamente così, ma lo scenario che emerge dall’intervista non mi sembra affatto inverosimile. Ed io continuo a pensare che quella sera Spalletti possa al massimo aver visto in anteprima quello che il brigadiere Sifone avrebbe visto il giorno successivo.

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    1. Se Spalletti avesse dichiarato quello che riporta l'articolo, e tutta Montelupo fino a Turbone poteva confermarlo, non credo avrebbe avuto tanti problemi. Clamorosa incomprensione alimentata dall'ansia di assicurare un colpevole alla psicosi del "mostro", nata solo col delitto successivo (quello precedente risaliva a 7 anni prima e al più si parlava di "Cicci: mostro di Scandicci"), e sostenuta da Della Monica (mica c'era solo Izzo!) al giudice Rotella fino al 1989? Non sono un fans degli inquirenti in generale e di alcuni in particolare, ma una simile persecuzione sarebbe più che inverosimile addirittura criminale. Potrebbe aver visto in anteprima i cadaveri e non aver parlato, prima per non destare sospetti (che ci faceva lì a quell'ora?) e poi per timore di non essere più creduto. Questo sì! Ma perché "secondo la moglie, Enzo temeva per l’incolumità della propria famiglia"? Qui si liquidano certi timori come infondati perché si dà per scontato che l'assassino fosse solo un maniaco. La condanna dei "compagni di merende" dimostra che la cosa era un po' più complicata. Persino del delitto dell'83 Della Monica sospettò (https://www.youtube.com/watch?v=P91mO9cBkIk&t=135s, min 21:00-21:39) che potesse essere servito a "risolvere la posizione di Vinci" (durante la deposizione al processo contro i "compagni di merende", Calamosca disse: "Vinci in più occasioni mi raccontò che il duplice delitto del '68 lo avevano commesso lui e Stefano Mele". Francesco Vinci, proseguì Calamosca, fu il proprietario della Beretta calibro 22 fino al 1968 quando la cedette ad altri che avrebbero commesso i sette duplici omicidi del Mostro, gli stessi, che nel 1993, lo uccisero poiché ricattati). Ebbene Lotti confermò i sospetti della dottoressa molti anni dopo, ma date tutti per scontato, contro ogni evidenza, che abbia mentito.
      Jack lo squartatore colpì almeno 5 volte in poco più di due mesi e a distanza ravvicinata (la stessa notte) quando non aveva potuto infierire sul corpo della prima vittima. Il "Mostro di Firenze" al massimo 8 volte (mettiamoci pure quello del 68) in 17 anni e si sbriga a colpire solo quando, guarda caso, serve a scagionare qualcuno. Questo secondo voi è un "lust murderer" mosso da maniacali pulsioni libidinose?

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    2. In questa storia io non do per scontato proprio nulla, mi piace anzi confrontarmi e scambiare opinioni con chi è più informato di me sui fatti. Semplicemente non riesco a credere che Spalletti possa essere implicato nel delitto di Scandicci. La signora Agnolotti riferisce al giornalista del Paese Sera: «Forse Enzo ha paura che qualcuno faccia del male a me o ai nostri figli»; ma subito dopo lascia intendere di non credere all’avvistamento dell’automobile del marito sul luogo del delitto, attribuendo piuttosto la segnalazione ai propositi punitivi di un vicino di casa. Non mi sembra una testimonianza in grado di aprire scenari inquietanti.
      L’istruttoria su Spalletti ebbe in effetti una durata abnorme: si chiuse nel febbraio 1989, pochi mesi prima della famosa sentenza-ordinanza che stabilì il proscioglimento del gruppo dei sardi. La Della Monica aveva lasciato l’inchiesta già da qualche anno. Può darsi, come tu sembri suggerire, che gli inquirenti fossero a conoscenza di qualche informazione non emersa che giustificasse un periodo di indagini così lungo. Io sono più portato a credere che Rotella, a torto o a ragione, abbia voluto tenere aperte tutte le strade per non lasciare nulla di intentato, in attesa che gli investigatori trovassero nuovi elementi di prova. Cercava un sardo, e invece arrivò Pacciani.

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  7. Non suggerisco che gli inquirenti sapessero più di quanto emerso dalla "leggenda". Sostengo che non si tratta d'una leggenda: Spalletti disse effettivamente di aver letto sul giornale la notizia riferita a moglie e un paio di avventori (probabilmente ascoltati dagli inquirenti) del locale che soleva frequentare, non di aver solo orecchiato il racconto di ignoti sfuggiti al suo sguardo immerso nella lettura (e tutti gli inquirenti capirono fischio per fiasco, o s'ostinarono a farlo!). Quella fornita alla stampa, dopo il delitto "assolutorio" di Calenzano e la conseguente scarcerazione, è probabilmente solo l'ultima e meno disperata versione sostenuta fino ad allora tra mille contraddizioni pure dalla moglie.
    Anche la macchina di Lotti e Giancarlo stesso furono visti in prossimità del luogo del delitto, ma all'epoca la Ghiribelli non parlò perché il protettore (Norberto Galli) che era con lei non voleva esporsi (come poi confermò). Lotti addirittura commise l'imprudenza di portarsi dietro l'amico Pucci scatenando l'aggressione di Pacciani e Vanni, nonché di raccontare la sventura, senza fare nomi, in un bar di San Casciano dove anni dopo la polizia trovò ancora qualcuno che se ne ricordava.
    Certo Lotti non era una volpe, ma anche a un pasticcione come Spalletti può perdonarsi la "gaffe"...

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    1. È certamente possibile che la versione riferita alla Città sia mendace, al pari di quelle precedenti, ma questo cosa proverebbe? Soltanto che Spalletti sia incappato nei cadaveri durante le sue attività notturne e non abbia resistito alla tentazione di rivelare a qualcuno una notizia tanto macabra quanto clamorosa, che poi non è stato in grado di gestire di fronte agli inquirenti. Questa, a mio avviso, sarebbe una ‘gaffe’ molto più verosimile, perché compiuta ingenuamente da chi sa di non avere (quasi) nulla da nascondere.
      Teoricamente tutto quello che affermi potrebbe essere vero, ma si tratta appunto di una teoria, che a mio modesto parere si fonda su basi molto fragili. Occorre qualcosa di più per tenere una persona otto anni sotto indagine e, se posso essere sincero, anche solo per ipotizzarne il coinvolgimento in faccende così gravi dopo che quella stessa indagine non ha portato a nulla di concreto.

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  8. Spalletti, secondo me (è facile dirlo col senno di poi), nemmeno andava arrestato, ma sorvegliato e intercettato con la massima discrezione anche per evitare di sputtanare un innocente fino a prova contraria. Comunque innocente va considerato adesso, malgrado i dubbi che non solo a mio avviso ormai rimangono.
    La gaffe che ipotizzi sarebbe di gran lunga la più verosimile se Spalletti non avesse taciuto, ma soprattutto se oggi non conoscessimo il ruolo svolto nei delitti successivi da un altro guardone (Lotti), né sapessimo (da un reo confesso giudicato credibile fino all'ultimo grado) che il duplice omicidio di Giogoli fu commesso per scagionare un altro detenuto (Francesco Vinci).
    Secondo i giudici Lotti non mentì (perché avrebbe dovuto?) pure sulla faccenda del "dottore" committente (anche perché l'indagine patrimoniale su Pacciani forniva un evidente riscontro). Ma questa è un'altra storia andata come è andata forse anche per quello che Francesco Bruno (tra i difensori di Pacciani!) dichiarò in una intervista a "La Repubblica" del 31 ottobre 2001: "Sono convinto che il vero Mostro sia uno dell'ambiente medico. Uno che ha goduto e gode di protezioni altissime. O nell' ambiente nobiliare fiorentino. O nella massoneria. Perché non si è indagato davvero sulla strana morte del conte Roberto Corsini?".
    Pacciani l'associava proprio a quella d'un medico di buona famiglia (appartenete alla massoneria) a suo dire ucciso (e l'autopsia gli avrebbe dato ragione) un mese dopo l'ultimo delitto del "Mostro" (e solo qualche giorno dopo l'ultimo proiettile spedito a Vigna). Sarà per questo che lo stesso Bruno li confonde (impapocchiando le date), come si può apprezzare qui: https://www.youtube.com/watch?v=23DnP8xKvkY (min 02.07-02.45)...

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