martedì 8 dicembre 2015

Mitomane o burlone?

Dopo la leggenda di Spalletti, ne prendiamo adesso in esame una seconda, quella di Lorenzo Allegranti, anch’egli autista di ambulanze seppure soltanto volontario. Nella notte di sabato 19 giugno 1982 era alla guida del mezzo che intervenne per soccorrere Antonella Migliorini e Paolo Mainardi a Baccaiano. Su istanza di Nino Filastò, difensore di Mario Vanni, il 16 dicembre 1997 (vedi) rese testimonianza in aula. Due erano gli elementi che avevano indotto l'avvocato a richiederne la deposizione. Il primo, comune agli allora giovanissimi colleghi che lo accompagnavano (Allegranti però era già un padre di famiglia), riguardava la posizione di Mainardi al momento dei soccorsi, incompatibile, secondo Filastò, con il racconto di Lotti. Il secondo riguardava delle strane telefonate ricevute dopo il delitto, origine della leggenda della quale qui si sta trattando. Lasciamo la parola allo stesso Filastò (“Storia delle merende infami”):

Allegranti si presenta nella stazione dei carabinieri di Montespertoli qualche giorno dopo il duplice delitto, e dice di aver ricevuto una telefonata. Qualcuno che parlava un italiano corretto, senza inflessioni dialettali, e che quindi non era sicuramente né Pacciani, né Vanni, gli ha telefonato a casa. Ha detto che telefonava per conto della Procura di Firenze, addirittura diceva di parlare dal telefono della Procura, egli si trovava là, voleva sapere che cosa avesse detto il giovane Mainardi durante il percorso in autoambulanza, prima di spirare all'ospedale. Allegranti, che non è nato ieri, risponde che se la Procura vuol sapere qualche cosa da lui, non ha che da convocarlo, lui sarà ben lieto di andare in ufficio e di riferire tutto quello che sa. L'interlocutore, allora, molto irritato dall'atteggiamento del testimone, ha provato ad insistere, poi ha interrotto bruscamente la comunicazione.
I carabinieri verbalizzano. [...]
Il fatto […] si ripete, non una, ma più volte. Lo sconosciuto ritelefona a casa dell'Allegranti, una volta lo raggiunge al suo posto di lavoro. La domanda è sempre quella: "Che ha detto il Mainardi?". Ma nelle occasioni successive l'interlocutore ha un tono più urgente, addirittura minaccioso. "Sono il mostro" dice "rispondi alla mia domanda, altrimenti farò un'altra strage a Baccaiano". Allegranti, benché terrorizzato, lo manda a quel paese. Da bravo e onesto cittadino, qual'è, torna dai carabinieri, riferisce e fa verbalizzare quello che gli è capitato.
Fine luglio 1984. C'è stato da poco il duplice delitto di Vicchio: vittime Pia Rontini e Claudio Stefanacci. Lorenzo Allegranti si trova con la famiglia in vacanza a Rimini, in una pensioncina economica da 'tutto compreso'. Sta cenando tranquillamente […]. "La vogliono al telefono", gli dice il cameriere. […] "Sta' attento" dice la voce, fredda, ma col tono di chi non è abituato a parlare a vuoto, "tu sei un uomo finito". Brusca interruzione della comunicazione.

Nessun dubbio per Filastò che a chiamare fosse stato il Mostro. E se al tempo del processo Vanni l’elemento per lui più importante era la voce del telefonista, differente da quelle sia dello stesso Vanni sia di Pacciani, al tempo della scrittura del libro (2005) ciò che più lo interessava erano i presunti indizi in favore di un mostro poliziotto che le telefonate parevano offrirgli. Questa sua ipotesi, divenuta ormai anch’essa una leggenda, sarà l’argomento di un prossimo post; per il momento limitiamoci a osservare che Filastò non offre alcuna prova che a chiamare Allegranti fosse stato il Mostro, ma esprime soltanto un proprio convincimento personale. In più, come in molte altre occasioni, trucca un po’ le carte, lasciandosi forse trascinare dalla propria formazione di avvocato, per la quale non conta tanto la verità vera quanto quella che si riesce a dimostrare. Anche se, almeno in questo caso, non la dimostra affatto.
Per quale motivo, secondo Filastò, il Mostro avrebbe chiamato Allegranti? Forse il lettore ricorderà che i giornali, dopo aver comunicato, il 21 giugno, la notizia che Mainardi era morto in ospedale senza poter parlare, di concerto con la Procura il giorno dopo avevano fatto marcia indietro, asserendo invece che forse era riuscito a descrivere il proprio assassino. Era un tentativo così e così d’indurre il Mostro a compiere un passo falso (a parere di chi scrive l’astuzia si ritorse contro gli investigatori, ma questa storia la vedremo in un altro post).
Lasciamo ancora la parola al libro di Filastò:

C'è un motivo speciale, riguardante l'assassino, per cui lo sconosciuto interlocutore telefonico importuna più volte il povero Allegranti, al punto di terrorizzarlo? Si capisce che c'è. Riguarda appunto quella specie di trappola messa in piedi dalla dottoressa Della Monica. Lui sa bene che quanto meno una parte di verità c'è in quello che hanno pubblicato i giornali. Il Mainardi vivente non è un'invenzione dei cronisti, l'ha visto che si muoveva, mentre stava abbandonando a precipizio il luogo dove aveva compiuto il duplice omicidio. Per questo ha sparato quell'ultimo colpo. Ma è possibile che l'abbia mancato, stavolta gli è mancato il tempo di accertarsi, come nelle altre occasioni, della morte di entrambe le vittime. È più che possibile che Mainardi abbia parlato, durante il percorso per raggiungere l'ospedale. E cosa può aver detto? Qualcosa per lui di molto compromettente, che può portare su di lui l'attenzione degli inquirenti.

Sorvoliamo per il momento sul seguito del ragionamento, poiché ci troveremmo di fronte all’ipotesi del mostro in divisa. Possiamo però osservare che, nel viaggio verso l’ospedale, Allegranti guidava nel chiuso della propria cabina, mentre accanto al povero ragazzo morente c’erano i suoi colleghi. L’informatissimo Mostro poliziotto, in grado persino di scoprire in quale pensione di Rimini avrebbe alloggiato Allegranti nel 1984, non lo sapeva? A dire il vero, però, che lo scopo delle telefonate fosse quello di conoscere le ultime parole di Paolo Mainardi era soltanto un’illazione, come risulta da questo scambio in aula (domanda Filastò, risponde Allegranti): “Senta, ma cosa voleva sapere da lei, questo signore, in particolare?”, “Io penso volesse, penso – non che me l'ha chiesto – che volesse sapere se lui mi aveva detto alcune cose”. Insomma, Allegranti lo sospettava, ma in effetti una domanda in tal senso non gli era mai stata posta, e il racconto di Filastò riportato in “Storia delle merende infami” è dunque censurabile, se non altro perché dà per scontato quello che scontato non è affatto.
Anche sul numero delle telefonate Filastò bara, almeno a giudicare da quanto si venne a sapere durante la deposizione di Allegranti: prima di quella di Rimini non furono molte, ma soltanto due. Lo si deduce dal verbale compilato dai carabinieri di Rimini quando lo stesso Allegranti, il 18 agosto 1984, si recò presso di loro per denunciare la telefonata appena ricevuta in albergo. Lo lesse in aula il PM:

Dopo circa 8-10 giorni dal mio intervento, mentre mi trovavo nella sede della Croce d'Oro, [telefonò] uno sconosciuto [dalla] voce alterata. Il quale, presentandosi come 'il mostro di Firenze', mi avvertiva con la voce: 'Stai attento, che la cosa non finisce qui'. Poi, chiudeva la comunicazione.
Altra telefonata veniva ricevuta dopo 20-25 giorni dalla prima. Questa volta in abitazione, più o meno alla stessa ora della precedente, circa alle 3 di notte. Ed anche con questa, dopo essersi assicurato che stava parlando col signor Allegranti di Montespertoli, mi comunicava: 'Sono il mostro di Firenze, è ora di farla finita'. A seguito della seconda telefonata, mi recai al locale Comando Carabinieri, sporgendo regolare denuncia. Da allora non ho più ricevuto altre telefonate.

È il caso di osservare che, poco prima della lettura del verbale, Allegranti aveva parlato di 10-12 telefonate, e che l’unica sua denuncia ai carabinieri di Montespertoli, cui fa cenno il verbale di Rimini, non era stata rintracciata. In definitiva il testimone non parve troppo affidabile, e Filastò avrebbe fatto meglio a fare la tara ai suoi racconti prima d'interrogarlo e correre il rischio di squalificarne anche la testimonianza sulla posizione di Mainardi.
Per completezza è il caso di riportare queste ulteriori dichiarazioni, tratte da un’intervista pubblicata su “Visto” (vedi) in data imprecisata (comunque dopo il processo), dove Allegranti dimostra di aver letto il libro di Filastò, almeno per la parte che lo riguardava (o forse era stato Filastò ad aver letto l'intervista prima di scrivere il libro):

Al lunedì sono stato ai funerali dei due ragazzi: li conoscevo bene. Alle due del mattino dopo sono stato svegliato da una telefonata. Ho risposto e ho sentito quella voce: «Allegranti, se parla lei è un uomo morto. Farò una strage. Si ricordi: il Mostro colpirà ancora». E ha riattacato. Una sera dopo cena, mi ha telefonato e mi ha detto: «Sono della magistratura. Siccome lei ha messo a verbale cose diverse da quelle riferite dagli altri testimoni, voglio che mi racconti esattamente tutto quello che sa». E io ho risposto: se vuole questo mi convochi in Procura o dai carabinieri. Al telefono non le racconto un bel niente.


A questo punto proviamo a tirare le conclusioni, magari dopo aver ridato un'occhiata ad alcune delle frasi che il sedicente Mostro avrebbe pronunciato:

Stai attento, che la cosa non finisce qui. 
Sono il Mostro di Firenze, è ora di farla finita. 
 Allegranti, se parla lei è un uomo morto. Farò una strage. Si ricordi: il Mostro colpirà ancora. 
Sono il Mostro, rispondi alla mia domanda, altrimenti farò un'altra strage a Baccaiano. 
Stai attento, tu sei un uomo finito.

Il lettore converrà che riesce molto difficile vedere il misterioso assassino mentre pronuncia le frasi precedenti. A parere di chi scrive rimane quindi da risolvere un unico, atroce dubbio: a telefonare era un mitomane oppure un burlone?

3 commenti:

  1. Peccato che la stessa voce sentita dall'allegranti, ovvero voce con accento in perfetto italiano, fu sentita molte altre volte per gli altri delitti.

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    1. devi essertela sognata, quella voce.
      MOLTE ALTRE VOLTE per GLI ALTRI DELITTI?
      Hai le registrazioni? Le hai comparate?
      IO VI MULTEREI PER QUESTI ATROCI COMMENTI.

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    2. Non dimentichiamo la ragione per cui ancora si dibatte su questa "voce senza inflessioni". Gli inquirenti non hanno messo sotto controllo le utenze telefoniche di Allegranti. La Della Monica lo definì un proprio errore. Del resto lei aveva ordito la trappola e poi, non intercettando, l'aveva resa inefficace. Purtroppo il dubbio rimane e forse non è il caso di scaldarsi troppo.

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