mercoledì 16 dicembre 2015

Pacciani era un guardone?

Con questo post inauguriamo l’etichetta nuova "Pacciani", il cui scopo sarà quello di discutere del personaggio prima dell'avvento dei "Compagni di merende", quando veniva visto come serial killer solitario, al massimo favorito dalla connivenza di qualche amichetto. Il lettore ricorderà che in quella veste era stato condannato in primo grado e assolto in secondo. Nel guazzabuglio di sedicenti prove e indizi che avrebbero dovuto dimostrare la sua colpevolezza, l'accusa e i giudici avevano dato grande importanza a una sua presunta attività di guardone, nell'intento di aumentarne la compatibilità con l’assassino delle coppiette. Ma si era trattato di un'operazione grossolana, nella quale si cercava di attribuire al soggetto una generica tendenza a qualsiasi perversione, tra cui incesto con le figlie e violenze sulla Sperduto (queste però soltanto presunte), dimenticando che le perversioni lasciate intravedere dal comportamento del Mostro erano tutt'altra cosa. Aveva scritto dieci anni prima l'equipe De Fazio: 

Vi sono alcuni aspetti delle modalità dell'esecuzione dei delitti che contraddicono l'ipotesi che l'omicida sia essenzialmente un voyeur nel senso usualmente inteso nell'ambito della nosografia delle perversioni, vale dire in termini di struttura psicologica legata alle modalità ed abitudini per il conseguimento dell'eccitazione e della gratificazione sessuale.
Già di per sé il compimento di un duplice atto omicidiario, vale a dire l'estrinsecazione di un atto in cui vengono convogliate ed agite elevate cariche sadistico-aggressive, mal si concilia con la struttura psicologica del voyeur, che è connotata essenzialmente da passività, ed assimilabile perciò in un certo senso alla personalità masochistica, e che nella ricerca di gratificazione sessuale si colloca in una posizione passiva in cui le cariche aggressive (e, se si vuole, sadistiche), sono investite e convertite nell'azione del guardare senza essere visti, nella quale generalmente si appagano e si esauriscono. Inoltre, va considerato che, nei casi in esame, di fatto (casualmente o per scelta dell'autore dei delitti) l'atto sessuale viene generalmente impedito e ciò contrasta con quanto ci si aspetterebbe da un voyeur, vale a dire da una persona che trae la massima eccitazione e la più intensa gratificazione sessuale dall'atto di spiare un rapporto sessuale; in quanto un individuo siffatto indulgerebbe all'attesa del compimento dell'atto sessuale, o del suo pervenire ad una fase avanzata allo scopo di aumentare l'eccitazione sessuale.,
Se ne deve quindi concludere che difficilmente, quantomeno all'epoca dei delitti commessi dall'81 in poi l'omicida ha manifestato abitudini di voyeur.

Da par suo Pacciani respinse sdegnato l’accusa, pronunciando sempre giudizi molto negativi nei confronti di chi aveva quelle abitudini, con una fermezza che avrebbe anche potuto apparire convincente se la sua perenne tendenza a negare sempre tutto non l’avesse già da tempo squalificata. In ogni modo i testimoni portati in aula dall’accusa non parvero troppo affidabili. Se davvero Pacciani si fosse dedicato all'attività di guardone, c'è da scommettere che sarebbero stati trovati testimoni ad abundantiam pronti a dichiarare di averlo notato in atteggiamento sospetto, e non una volta sola. Tutti i guardoni fanno presto a diventare noti per il loro vizietto. Invece per Pacciani furono rintracciate persone che forse l'avevano sorpreso, in un'occasione soltanto, molti anni prima, tantoché alla fin fine che davvero avesse fatto il guardone non apparve per niente dimostrato.
Sull’argomento furono sentite le figlie, che per metter loro le mani addosso il padre portava anche nei boschi. Il PM cercò in ogni modo di scoprire se nell’occasione l'individuo guardava anche delle coppiette, riuscendo a far dire a Rosanna (vedi): “Guardava qualche volta, si, quando c’era questi ragazzini che si baciavano, insomma…”. Un po’ poco per qualificarlo come guardone.
Anche a Giuliano Pucci, un muratore che aveva lavorato in casa Pacciani, Canessa cercò di tirar fuori qualcosa, ma l’uomo, guardone dichiarato, accennò soltanto a racconti di donne spiate mentre facevano il bagno nude in un laghetto, il che non era proprio un comportamento da guardone (vedi).
Maria Antonietta Sperduto, dichiaratasi amante saltuaria dell’uomo per anni (ma non solo di lui, a quanto sembra esercitava una forma casereccia di prostituzione), raccontò di essere stata spiata nella piazzola degli Scopeti mentre era in compagnia di altri uomini (vedi). Ma i monosillabi che il PM le tirò fuori a forza rammentandole precedenti dichiarazioni rilasciate alla polizia non furono per niente convincenti, tanto da far scrivere alla testimone oculare Liliana Elisei, nel suo interessante libroSignori, la Corte: “Più pilotata di così questa teste si muore”.
Un po' più convincente poteva sembrare la deposizione di Romano Pierini (vedi), che una sera del '78-'79, mentre era appartato in auto sulla piazzola di Scopeti con la fidanzata, divenuta poi moglie, sarebbe stato spiato da Pacciani. La difesa contestò la certezza del riconoscimento, in una scena durata pochi istanti e con la torcia del guardone puntata in faccia. In effetti pare difficile che nel buio chi si trova abbagliato riesca a riconoscere chi lo sta abbagliando. La moglie non aveva avuto modo di vedere bene, però avallò la testimonianza di Pierini, poiché lo avrebbe sentito affermare già la sera stessa che l’uomo era Pacciani (vedi). Ma, a giudicare dalle loro deposizioni un po' esitanti, non si può eliminare il sospetto che i due testimoni fossero da porre tra coloro che si erano lasciati andare a una chiacchiera di troppo, nel momento in cui la figura di Pacciani era divenuta famosa. Giunta la voce alle forze dell'ordine, erano stati convocati, e non avevano avuto il coraggio di negare: non per niente la signora affermò di essere stata interrogata da ben quattro o cinque persone, si può immaginare in quale difficile condizione psicologica.
Un’altra teste, Paola Lapini (vedi), raccontò di aver visto gli occhi dell’imputato dietro il lunotto posteriore dell’auto dove si trovava in intimità con un ragazzo non rintracciato, su una piazzola vicina a quella di Scopeti. La donna conosceva Pacciani, ma il riconoscimento, effettuato soltanto attraverso gli occhi, fu ritenuto non del tutto rassicurante dal giudice Ferri, considerati per di più il buio e la brevissima durata della scena. Anche in questo caso pare ragionevole ritenere che la donna fosse stata segnalata alle forze dell’ordine da qualcuno cui doveva aver riferito delle confidenze forse con troppo azzardo.
Bisogna infine raccontare di Benito Acomanni, “il più grande venditore di automobili di Firenze", come lui stesso si definì (vedi). A suo dire, l'uomo era stato protagonista di uno strano episodio, avvenuto prima del febbraio 1981, mentre era appartato di giorno con una ragazza sul suo furgoncino. Un individuo dal fare di guardone, guanti neri, un cappellino con visiera e un paio d’occhiali privi di lenti (“assenza di riflessi sulla superficie vetrosa”, così l’estroso teste spiegò come l’aveva capito) era comparso tra i cespugli, inducendo la coppia ad allontanarsi di vari chilometri. Ma, inforcato un motorino rosso, il presunto guardone li aveva seguiti, e una volta fermi li aveva affrontati con fare minaccioso muovendosi verso di loro “con il ventre proteso verso il terreno”. Per niente impaurito, Acomanni aveva reagito lanciandogli dei sassi, fino a farlo scappare.
Lo strano comportamento dello strano individuo rendeva l’episodio già poco credibile, ma il racconto proseguì con inverosimiglianza ancora maggiore. Nel 1982, infatti, Acomanni si era trovato per caso a tu per tu con Pacciani, che non conosceva, in casa di comuni amici. L’incontro doveva essere stato piuttosto lungo e ravvicinato, se è vero che il contadino lo aveva portato a visitare la propria casa in Piazza del Popolo. Era trascorso appena un anno dall’incontro con lo strano guardone, e Acomanni, soprannominato dai compagni di scuola “Pico della Mirandola” per la sua memoria prodigiosa, non aveva fatto alcun collegamento. Ma dieci anni dopo aveva visto Pacciani in un servizio televisivo, in testa un cappellino con visiera molto simile a quello dell’antico disturbatore, ed era stato proprio quel particolare ad accendergli in testa una lampadina: i due erano la medesima persona!
Scrisse il giudice di secondo grado:

Totalmente inattendibile, invece, è apparsa a questa Corte la deposizione di Acomanni Benito, emblematica dei possibili effetti nocivi che all'imputato possono derivare dalle suggestioni dei mezzi di informazione. […]
Siffatta deposizione si commenta da sola. Il racconto dell'episodio del guardone presenta aspetti di totale inverosimiglianza, quali il persistere di quell'individuo nel voler spiare proprio quella coppia fino ad inseguirla (laddove è noto che l'atteggiamento del guardone è essenzialmente passivo, e privilegia la situazione di luogo e non la coppia, e che il c.d. "mostro" a sua volta non si interessa alla specifica coppia, ma alla situazione di luogo ed il procedere dell'individuo ventre a terra, come nei più smaccati stereotipi dei film gialli). Ma ciò che va più rimarcato è la totale inattendibilità di un riconoscimento asseritamente operato dal teste non già a distanza di circa un anno dall'episodio, quando aveva rivisto l'individuo e si era intrattenuto a lungo con lui, ma a distanza di circa undici anni, quando televisione e giornali avevano ormai messo in moto il meccanismo dello "sbatti il mostro in prima pagina" ed il Pacciani era divenuto il possibile oggetto di tutte le suggestioni popolari.

In ogni modo la prova ritenuta più schiacciante su Pacciani guardone fu l’assegno pubblicitario che gli era stato trovato nel portafoglio con sopra scritto, di suo pugno, "coppia FI F73759"; persino il sempre scettico giudice di secondo grado si sentì in dovere di ammettere in sentenza che “l'attività di guardone del Pacciani sembra essere comunque provata, documentalmente, dall'appunto”. Perché infatti segnarsi il numero di targa dell’auto di una coppia? Ma riflettendo un po’ sorgono consistenti dubbi su questa interpretazione, tanto da portare a escludere che il contesto nel quale il contadino aveva preso l’appunto fosse quello di una perlustrazione per boschi alla ricerca di coppiette da spiare.
Fu appurato che quel numero di targa corrispondeva a una Fiat 131 appartenuta, negli anni dal 1985 al 1988, a Claudio Pitocchi, un ragazzo al quale capitava sovente di appartarvisi in dolce compagnia nei boschi attorno a Mercatale e San Casciano. Da quanto fu detto in aula il 30 maggio 1994 (vedi) sembra di capire che l’auto, acquistata usata, avesse avuto in origine una targa differente, di altra provincia (Forlì). Risultava assicurata a nome Pitocchi a partire dal 21 novembre 1985, ma il cambio di targa era stato effettuato soltanto il 17 giugno 1987. Il 30 luglio successivo Pacciani entrava in carcere per la questione delle figlie, quindi poteva aver preso l’appunto soltanto nel mese e mezzo scarso tra le due date. In quel periodo Pitocchi aveva una ragazza fissa, Scilla Lapini, la quale confermò in aula un rapporto di due anni a partire dal 1987, senza poter precisare il mese d’inizio che non ricordava (vedi).
A varie riprese, Pacciani aveva dato giustificazioni contraddittorie e anche inverosimili per quel suo appunto, come quella di voler risalire agli occupanti per avvertirli del pericolo Mostro. Tra tutte una però poteva sembrare plausibile, visto anche il carattere del personaggio: Pacciani affermò di essere stato infastidito dalle coppie che spesso sostavano in auto davanti casa sua, a suo dire per lo spettacolo amorale cui le figlie dovevano assistere, in realtà probabilmente preoccupato che ne potessero ricevere stimoli per sfuggire alle sue grinfie. Ecco come raccontò lui stesso l’episodio durante il quale avrebbe annotato il numero di targa (dichiarazioni in aula del 18 ottobre 1994 riportate dalla sentenza di primo grado):

E allora io presi un catino d'acqua, dalla rabbia gliene tirai sopra il tetto di questa macchina. Questo che gli era dentro, un tangano, un ragazzaccio, venne fora, me ne disse di tutti i colori. Allora io gli dissi le mie ragioni e poi gli presi il numero di targa. Ora, dico, con questo numero di targa, se ci ritorna, lo fo cercare, perché con la targa e si fa presto a vedere chi è e chi non è e compagnia bella. Ecco e allora presi un biglietto, un foglio di un giornale, un mi ricordo, lì, che gli era sulla tavola e scrissi: coppia, matricola tot di questa macchina; e gli presi il numero di macchina.

Cinque mesi prima, in dibattimento, né Claudio Pitocchi né Scilla Lapini avevano accennato al fatto. C'è da dire però che le loro deposizioni erano apparse molto imbarazzate: non vedevano l’ora di alzarsi e andarsene. Anche la difesa non ne aveva parlato, ma può darsi benissimo che Pacciani avesse rammentato l’episodio in un secondo tempo, eventualità plausibile per l'età e per i sette anni trascorsi. In ogni caso, ragionando su alcuni elementi, si potrebbe anche ritenere veritiero il suo racconto.
Innanzitutto non si comprende quale sarebbe stato lo scopo, per un Pacciani guardone, di segnarsi quel numero di targa. Si potrebbe ritenere per ricordarsi una macchina "buona". Dovremmo quindi pensare che l'individuo, foglietto alla mano, una volta adocchiata una Fiat 131 tra i cespugli si sarebbe avvicinato per verificare la targa ancor prima di gettare un'occhiata all'interno: un'operazione che non ha molto senso già di per sé, e lo ha ancora meno per un numero solo. Semmai si potrebbe immaginare che dietro vi fosse l'opera  di un guardone ben organizzato, il quale, una volta rientrato a casa, avrebbe inserito quel numero in un elenco di "auto buone", corredandolo di altre indispensabili informazioni, come luogo, data e orario dell'avvistamento, modello e colore dell'auto, caratteristiche dei soggetti e così via. Il numero di targa sarebbe stato un di più, però ci poteva anche stare per un soggetto "precisino". Ma niente di tutto questo fu mai trovato tra le cose di Pacciani. E poi, perché scrivere accanto al numero la parola "coppia"? In questo scenario sarebbe stata una precisazione inutile.
Un altro elemento che stona è il supporto cartaceo: per un appunto preso durante una perlustrazione nei boschi torna poco che si fosse trattato di un foglietto pubblicitario. Pacciani si sarebbe dunque portato dietro una matita ma non un block notes, però avrebbe avuto con sé quel foglietto, chissà per quale motivo. La sua asserzione di averlo trovato sul tavolo di casa appare ben più plausibile: sarà stato uno dei tanti che ancor oggi riempiono le cassette delle lettere. Poi, perché conservarlo per più di quattro anni? Il foglietto gli fu sequestrato all’uscita dal carcere, il 3 dicembre 1991, da una delle tasche del portafoglio, e quindi pare logico considerarlo un appunto messo lì un giorno e poi dimenticato.
L’ipotesi che Pacciani, dopo una litigata, si fosse segnato quel numero di targa per eventuali azioni future, riponendo il foglietto nel portafoglio per non perderlo e magari chiedere informazioni a un amico carabiniere che pure aveva, nella sostanza appare plausibile, viste le caratteristiche del personaggio. Ma l’elemento più favorevole alla sua versione è il fatto che Scilla Lapini abitasse proprio vicino casa sua, e che in dibattimento la donna avesse ammesso che sì, lei e Pitocchi si fermavano un po’ in auto quando lui la riaccompagnava. Quindi l’episodio della baruffa ci poteva anche stare.
In ogni caso, se si volesse percorrere comunque la strada dell'appunto preso durante un appostamento nei boschi, si dovrebbe accettare una singolare coincidenza, cui nessuno fino a oggi pare aver fatto caso, neppure l’attentissimo giudice di secondo grado: tra tutte le auto di cui l’imputato avrebbe potuto annotarsi il numero di targa, gli sarebbe capitata proprio quella di un ragazzo che amoreggiava con la fidanzata sotto casa sua.

5 commenti:

  1. Lei ha perfettamente ragione sul fatto che il numero di targa annotato da Pacciani non fosse riconducibile alla sua attività (pur probabile per alcune testimonianze) di guardone. Ma paradossalmente è proprio la spiegazione data da Pacciani a gettare una luce inquietante sul suo rapporto con le "coppie". Quello che disse nell'interrogatorio del 6 luglio 1990, ad esempio: "Io non sono stato mai a guardare coppiette che facevano all'amore perché sono cose che mi fanno schifo ed urlavo quando vedevo delle coppiette che facevano all'amore nei giardini di Mercatale proprio davanti a casa mia..... non potevo sopportare che in un luogo pubblico dove tutti passano le coppie si facessero delle effusioni, per di più davanti alla porta di casa mia". In questa ottica si possono interpretare l'articolo "Le inquietudini dei fidanzati" trovato nell'auto di Pacciani dopo più di vent'anni dalla pubblicazione (che risaliva al 1968) e l'episodio del numero di targa: a tal punto era irritato dal vedere due giovani che si scambiavano effusioni davanti alla sua casa da annotare perfino la targa. Siamo evidentemente nel campo delle suggestioni, ma mi sembrano dei particolari trascurati perfino dall'accusa, che insistette su alcune scemenze, come il quadro o le residenze della Bugli, per non parlare poi della deposizione ridicola della Sperduto, cui si cercò di tirar fuori di tutto, perfino una forzatissima fissazione di Pacciani per il seno sinistro della donna. Credo che inquadrare le due personalità più inquietanti nella vicenda del mostro, Lotti e Pacciani, e a partire proprio dalle loro dichiarazioni, potrebbe essere utile per sbrogliare questa incredibile matassa.

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    1. Mi sembra di capire che la sua ipotesi sia orientata verso il coinvolgimento di entrambi i personaggi. La mia è differente. Credo che Pacciani sia stato soltanto il tramite attraverso il quale il vero Mostro, che era Lotti, è entrato nelle indagini. I critici meno superficiali della mia ipotesi vedono nella singolare coincidenza di un Mostro vero che frequentava un Mostro falso un ostacolo pressochè insormontabile alla plausibilità dell'ipotesi stessa. Ma sbagliano, poiché ogni tanto le coincidenze ci sono davvero, e in una vicenda tanto complessa e articolata non possiamo escludere che qualcuna ci sia stata.
      In questo caso, peraltro, la coincidenza non sta tanto nel fatto che Lotti e Pacciani si conoscessero, quanto in quello che Pacciani andò, verso la fine degli anni '70, ad abitare abbastanza vicino a Lotti. Il resto venne da sè, poichè i due erano entrambi assassini, e non mi pare fuori luogo vedere un Lotti curioso che, approfittando del postino Vanni che conosceva tutti, volle conoscere un assassino come era lui.

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    2. La sua teoria è sostenuta con robusto ingegno, e sbaglia chi la rifiuta a priori. Mi pare di capire che si basi su un'analisi approfondita delle scene dei delitti (che la orienta verso il mostro unico) e delle dichiarazioni di Lotti, palesemente contraddittorie proprio quando il presunto pentito doveva assegnare un ruolo ai componenti della fantomatica banda.
      A mio avviso, chiunque fosse, il mostro aveva senz'altro tre caratteristiche: conoscenza a menadito dei luoghi (boschi, campagne, stradine sterrate) frequentati dalle coppie in cerca di intimità; confidenza con le armi, sia da sparo che da taglio; fissazione maniacale per le coppiette. Nessuno possedeva questi requisiti più di Pacciani. C'è poi una singolare coincidenza: la prima segnalazione anonima su Pacciani fu inviata dopo il delitto dei francesi, e proprio nei pressi degli Scopeti molti testimoni (non tutti attendibili, ma neanche tutti bugiardi) sostennero in dibattimento di aver riconosciuto Pacciani. Questo mi fa pensare che in quei giorni i comportamenti strani di Pacciani abbiano insospettito alcune persone, di cui l'anonimo si fece portavoce.
      Lotti merita un discorso a parte. Anche io lo ritengo molto scaltro: non diceva mai più del necessario e sapeva schivare le domande più "pericolose" di Canessa e Filastò. Ma alcuni fatti non mi tornano: soprattutto dopo la morte di Pacciani, avrebbe potuto accusarlo anche dei tre delitti precedenti, assegnandosi un ruolo marginale o riferendo "de relato" alcuni particolari sulle dinamiche degli omicidi. E avrebbe potuto raccontare qualcosa anche sulla pistola, attribuendo a Pacciani la paternità dell'impossessamento dell'arma. In questo modo avrebbe reso molto più solido il suo status di pentito, venendo totalmente incontro agli inquirenti, che avrebbero praticamente risolto il caso. Nell'ipotesi che fosse stato lui l'autore di tutti i delitti (escluso Signa, ovviamente), non correva certo il rischio che venisse fuori il vero assassino. Chi avrebbe potuto confutare le sue confessioni?

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    3. In che modo il mostro avrebbe dimostrato confidenza con le armi? Ha dato prova di possedere una determinazione implacabile, ma non mi pare che le sue azioni denotino particolare precisione o abilità con armi da taglio e da fuoco.

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    4. Sicuramente non era necessaria una grande organizzazione logistica per uccidere delle persone inermi, appartate in luoghi isolati e nell'oscurità della notte; e neppure ci voleva molto a sfuggire alle forze dell'ordine. Ma io non vedo dilettantismo nelle azioni del mostro: ha mai lasciato a metà qualche impresa? Certamente avrà desistito molte volte quando le condizioni favorevoli non si erano verificate: quando la luce dell'abitacolo non era accesa, per esempio, come sostiene giustamente Segnini. Con confidenza intendo anche l'abilità nel disfarsi delle armi, dato che non sono stati trovati né i coltelli né soprattutto la famigerata beretta. Sempre che non si voglia credere che il mostro non sia mai stato scalfito dalle indagini, come purtroppo molti appassionati del caso continuano ostinatamente a fare.

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