venerdì 4 dicembre 2015

La leggenda di Spalletti (1)

In una vicenda che dura ormai da quasi cinquant’anni sarebbe da meravigliarsi se non fossero nate delle leggende. E infatti ce ne sono, da grandi a piccole fino a una miriade di semplici luoghi comuni. Per la ricerca di una verità storica è necessario tentarne un ridimensionamento, anche se ci sarà sempre il vecchio appassionato, non per forza sommario, che irrazionalmente rimarrà loro fedele, ma soprattutto il nuovo pronto a lasciarsene affascinare. Cominciamo dalla leggenda di Spalletti.
Dopo il delitto di Scandicci (6 giugno 1981), gli inquirenti esclusero presto le deboli piste di spasimanti rifiutati o altri personaggi in cerca di vendette, e come già era accaduto sette anni prima a Borgo San Lorenzo, si misero a setacciare il mondo dei guardoni, dove speravano si potesse nascondere, se non il maniaco, almeno qualche testimone che non si faceva avanti per vergogna. Forse una telefonata anonima segnalò la presenza di una Ford Taunus rossa nelle vicinanze della scena del crimine in orario ritenuto compatibile. L’auto apparteneva a Enzo Spalletti, autista di ambulanze quarantenne residente in una frazione di Montelupo Fiorentino, a pochi chilometri dal luogo del delitto. In apparenza si trattava di persona a posto, moglie e tre figli, cattolico osservante, nessun guaio con la giustizia, con l’unico vizio di spiare le coppie appartate. Una breve indagine convinse gli inquirenti che forse Spalletti aveva visto qualcosa, poiché avrebbe dimostrato, parlandone al bar, di conoscere alcuni particolari del delitto prima ancora della sua scoperta. Accompagnati da un carabiniere di Montelupo, il 12 giugno tre agenti in borghese lo andarono a prelevare sul posto di lavoro.
Spalletti fu portato in Questura assieme alla moglie, e interrogato a lungo sui suoi spostamenti nella serata del delitto. Messo di fronte alle testimonianze che parevano comprometterlo, prima tentò di negare, poi raccontò di essersi appartato in zona con una prostituta senza ammettere la sua attività di guardone; infine la ammise, ma continuò a ripetere di non aver visto nulla. Per parte sua la moglie contribuì a inguaiarlo, poiché riferì che quella sera era rientrato molto tardi, quando lei già dormiva, e che il giorno dopo le aveva raccontato del delitto.
In nottata Enzo Spalletti fu fermato con l’accusa di reticenza e trasferito nel carcere delle Murate. Senza specificare i motivi del suo avventato ottimismo, il giorno successivo il PM incaricato delle indagini, Adolfo Izzo, dichiarò all’ANSA: “Contiamo di risolvere il caso addirittura prima della fine della perizia sui bossoli dell’arma usata per uccidere i due fidanzati”. Eppure contro Spalletti non c’era nulla. Di lì in avanti l’imperizia del magistrato nel gestire i rapporti con la stampa sarebbe stata la causa principale della pubblicazione di notizie inesatte, se non false, che avrebbero contribuito a trasformare la vicenda Spalletti nella suggestiva leggenda di oggi.
Già nel giorno dei primi articoli sul delitto, l’8 giugno, su “La Nazione” era comparso un trafiletto di protesta, non firmato e quindi espressione del pensiero della direzione, dal titolo “La pretesa del giovane magistrato”:

Ieri mattina alcuni nostri colleghi impegnati nel servizio dell’atroce delitto del Vingone hanno dovuto faticare non poco per raccogliere scarse notizie che servissero a dare all’opinione pubblica un’informazione quantomeno corretta. Tutto questo perché un giovane magistrato, Adolfo Izzo, dimenticando che esiste anche il diritto di cronaca, ha dato notizie col contagocce e in un primo momento addirittura voleva impedire ai fotografi di fare il loro lavoro.
Non contestiamo al magistrato un comprensibile riserbo né abbiamo avuto il proposito di intralciare con la nostra presenza il lavoro di tutti gli inquirenti,
Ma detto questo non ci sentiamo assolutamente di condividere una espressione dello stesso magistrato che rivolto ai giornalisti ha affermato: “Decido io quello che devono pubblicare i giornali”. Vogliamo solo affermare che fino ad oggi, e speriamo anche domani, nessuno ha il potere e il diritto di imporre la pubblicazione di quello che gli pare.

Ostacolati nel giungere a un quadro verosimile e sufficientemente completo riguardo la posizione di Spalletti, più che altro i giornali batterono sul tasto della precoce conoscenza di elementi che riguardavano il delitto. Nel giorno in cui uscirono le prime notizie sulla vicenda, il 17 giugno (per un po’ la Procura aveva mantenuto il segreto), in un articolo scritto da Mario Spezi per la Nazione abbondavano i condizionali, però c’erano anche nome, cognome e addirittura una foto del sospettato.

Il voyeur o “indiano” di Montelupo, come da queste parti chiamano i “guardoni”, sarebbe stato segnalato la notte di sabato 6 giugno, giorno del crimine, non lontano dal campo di via dell’Arrigo dove furono massacrati i fidanzati. […]
Ma c’è un’altra circostanza singolare che avrebbe determinato l’emissione dell’ordine di cattura per Spalletti, che, nei suoi interrogatori, l’avrebbe ostinatamente negata, cadendo però in numerose contraddizioni. La circostanza sarebbe stata riferita alla polizia da un altro “indiano”, amico di Spalletti, che è stato interrogato come molti del suo genere dal giorno del delitto.
L’uomo avrebbe detto che la mattina di domenica 7 giugno, molto prima delle 10, in un bar di Scandicci avrebbe appreso da Spalletti che poco lontano era stato commesso il duplice omicidio. Ora i corpi massacrati dei fidanzati furono scoperti quella mattina solo dopo le 10 da un poliziotto non in servizio che faceva una passeggiata nei campi. Come faceva Spalletti a sapere del delitto?

Il cattivo giornalismo, impietoso nei confronti di un padre di famiglia e soprattutto di tre bambini dai due agli otto anni, peggiorò nei giorni successivi, quando tutti i condizionali scomparvero. Ancora Mario Spezi sulla Nazione del 19 giugno:

Che Spalletti sa è certo. Ci sono almeno due testimoni, mai caduti in contraddizione, che hanno sottoscritto di avere ascoltato da lui notizie sul massacro di Carmela De Nuccio e Giovanni Foggi in un’ora di domenica 7 giugno in cui solo l’assassino e un eventuale testimone del crimine potevano conoscerle.[…]
Egli fornì ai suoi interlocutori particolari sul delitto che poi a ore di distanza trovarono conferma tra gli inquirenti. Spalletti disse che i fidanzati erano stati uccisi in auto a colpi di pistola e che poi l’assassino aveva infierito sui loro corpi con un coltello. E aggiunse il particolare più sconcertante: che l’omicida cioè aveva asportato con pochi colpi parte del pube della ragazza. Questa raccapricciante notizia fu nota agli inquirenti stessi solo dopo molte ore, quando fu completata la perizia necroscopica sul cadavere. La stampa poi la pubblicò due giorni dopo che il delitto era stato scoperto.
Ma Spalletti fece i suoi racconti la mattina di domenica 7 giugno, addirittura prima che il massacro del campo di via dell’Arrigo venisse scoperto.[…]
La tragedia fu scoperta più o meno alle 10.15 della domenica. Ebbene, più di un’ora prima Spalletti aveva fatto i suoi racconti.

Come vedremo, si trattava di notizie false, nate soprattutto da un’interpretazione forzata delle dichiarazioni della moglie del malcapitato, Carla, che gli inquirenti però non ritennero di dover smentire, se non per un unico elemento: “Non c’è nessuna testimonianza che consenta di affermare che Spalletti abbia parlato in anticipo della mutilazione cui è stata sottoposta Carmela De Nuccio” (“Paese Sera”, 21 giugno).
Quando Spalletti si rese conto che la situazione si stava facendo grave, lasciò perdere tutti i tentativi di nascondere il proprio vizio e abbandonò ogni reticenza, ma oramai gli investigatori erano fermamente convinti che avesse visto qualcosa e non volesse raccontarlo. Disperato, l’autista di ambulanze chiamò in aiuto un amico guardone, Fosco Fabbri, con il quale disse di essere stato assieme fin verso la mezzanotte e mezza in cerca di coppiette, ma ottenne l’effetto di peggiorare la situazione. Probabilmente era proprio Fabbri il guardone che lo aveva messo nei guai dichiarando di averlo sentito raccontare del delitto prima della sua scoperta. Per la sera non confermò del tutto le sue parole, affermando di essersene venuto via verso le 23 e lasciandolo così senza un alibi proprio per l’orario nel quale l’autopsia di Mauro Maurri aveva collocato l’ora degli omicidi, attorno alle 24.
Si può senz’altro dire che a questo punto la leggenda era ormai nata, e a questo punto si sarebbe anche fermata: Spalletti aveva visto qualcosa che non aveva e non avrebbe mai voluto raccontare. Sull’argomento anche due acerrimi nemici come Giuttari e Filastò si trovano d’accordo, come testimoniano i loro libri.
Si legge ne “Il Mostro”:

Prima che i cadaveri fossero ufficialmente trovati [Spalletti] aveva raccontato alla moglie l’atroce fine dei due fidanzati. Non solo: le aveva anche detto che l’assassino aveva asportato anche il pube alla giovane […]
In un primo momento raccontò di aver letto i particolari del delitto sul quotidiano di domenica, impossibile perché la notizia era stata pubblicata solo il lunedì successivo. Poi di averne sentito parlare al bar, sempre la domenica, ma fu smentito dalla titolare del locale e dai suoi dipendenti.
L’uomo aveva quantomeno visto qualcosa […]

La storia del giornale sembra però del tutto inverosimile, anche per un personaggio maldestro e angosciato come Spalletti alle prese con gli assilli degli investigatori. In un’intervista alla Città del 29 ottobre 1981 così avrebbe dichiarato, descrivendo il momento in cui aveva sentito parlare del fatto mentre era in un bar: “E mentre leggevo il giornale sentii qualcuno che diceva che a Roveta avevano trovato uccisi due fidanzati”. Probabilmente da parole simili pronunciate in precedenti contesti era nato quel pezzettino di leggenda.
In quanto a imprudenza nel prendere per buone notizie così e così anche “Storia delle merende infami” non è da meno:

Mattino della domenica 7 giugno. Spalletti s’alza alle sette. Dice alla moglie di “aver visto due morti ammazzati”. Un’ora dopo, al solito bar dov’è andato a prendere il caffè, dice la stessa cosa ad un paio di avventori esterrefatti: che lì vicino ci sono i cadaveri di due morti ammazzati, e che di questo ne parleranno tutti i giornali. Sono le nove circa quando il brigadiere Vittorio Scifone, che sta facendo una passeggiata, scopre i cadaveri di Carmela Di Nuccio e di Gianni Foggi, e dà l’allarme.
Enzo Spalletti, invece, tranne che alla moglie e agli avventori del bar, il suo avvistamento se l’è tenuto per sé. Non ha avvertito né polizia, né carabinieri.

Ma per l’avvocato di Vanni questo è soltanto il preludio a una sorprendente ricostruzione secondo la quale, mentre Spalletti era ancora in carcere, un personaggio ignoto che Filastò identifica nello stesso Mostro, avrebbe telefonato alla moglie e al fratello per farlo avvertire di stare zitto, poiché presto sarebbe stato scagionato (con il successivo delitto, s’intende). Ma qui conviene fermarsi, poiché si entra in un ginepraio di affermazioni e ragionamenti con i quali Filastò, alla ricerca di elementi favorevoli alla propria tesi di un “mostro poliziotto” – un’altra fortunatissima leggenda della quale si tratterà più avanti – non esita ad abusare di spregiudicatezza e fantasia. Tanto per dirne una, da quel poco che è emerso al processo Pacciani (vedi) si viene a sapere che l'ignoto individuo al telefono non era certo il Mostro, ma soltanto il preoccupato Fosco Fabbri, e che le sue parole erano state tutt'altre.

(segue)

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