venerdì 24 novembre 2017

La dinamica di Vicchio

Domenica 29 luglio 1984 Pia Rontini, 18 anni, poco dopo le 21 era uscita dalla sua casa di Vicchio nel Mugello per raggiungere a piedi quella del fidanzato, Claudio Stefanacci, di tre anni più grande. Quasi immediatamente i due giovani avevano preso la Fiat Panda 30 di Claudio e se n’erano andati per i fatti loro. Come di consueto i genitori ne attendevano il ritorno entro le 22.30, e quando non li videro non passò molto tempo prima che si preoccupassero e avvertissero alcuni amici, i quali, già verso l’una, erano in giro per tutta Vicchio a cercarli. Poi uno di loro si ricordò di aver visto uscire in una precedente occasione la Panda di Claudio da un tratturo in un bosco, poco fuori dal paese. E lì i poveretti furono ritrovati, uccisi dal Mostro di Firenze.
Dopo due delitti nei quali si era lasciato andare a una certa improvvisazione, nell’estate del 1984 il Mostro scelse bene le proprie vittime, o, meglio, scelse bene la piazzola della quale esse erano abituali, anche se non uniche, frequentatrici. Innanzitutto tornò nella zona del Mugello, dove aveva colpito dieci anni prima e dove forse l’allarme nei giovani era minore. Poi scelse un tratturo che si addentrava nel bosco, lontano dalle abitazioni, con l’auto dei malcapitati che non era visibile dalla vicina provinciale. E questa volta i risultati furono ottimali, come era stato nel 1981.
Prima di proseguire con la dinamica e la puntualizzazione di alcuni aspetti controversi del delitto, è bene ricordare l’esistenza di un ottimo studio del forumista Rover che affronta l’intera materia in modo approfondito. Il relativo documento è scaricabile qui.

Scena del crimine. La piccola auto a due porte era parcheggiata in retromarcia contro il fondo di una stretta strada sterrata, a una sessantina di metri circa dall’imbocco sulla provinciale, dalla quale risultava non visibile per la presenza di una curva. La coda e il lato sinistro erano addossati a una collinetta erbosa; sul lato destro siepi e cespugli di rovo, interrotti da un abbozzo di sentiero che dopo pochi metri sfociava in un campo d’erba medica.



La portiera sinistra era chiusa dall’interno, con il vetro del finestrino intatto abbassato di pochi centimetri, quella destra chiusa ma non bloccata, il vetro infranto, la maggior parte dei frammenti all’interno. I sedili anteriori erano basculati in avanti, a dare spazio alla parte posteriore dove il divanetto era stato tolto scoprendo la piattaforma sottostante sulla quale giaceva il corpo del ragazzo, poggiato sul fianco sinistro, in posizione quasi fetale. Indossava maglietta, slip e calzini; sotto il sedile anteriore le sue scarpe, sulla piattaforma i suoi pantaloni bucati da un proiettile assieme al portafoglio riposto in una tasca. 
La ragazza giaceva in mezzo alla vegetazione del campo adiacente, in posizione supina, a circa sette metri dall’auto. Era completamente nuda, con il reggiseno e la camicetta, il cui polsino doveva essere ancora abbottonato, impigliati nella mano destra, lo slip, tagliato dall’assassino, sotto il corpo, mentre i jeans e le scarpe vennero ritrovate in auto sotto il sedile anteriore destro, assieme alla borsetta. Come indicavano i numerosi graffi presenti sulla schiena, l’assassino l’aveva trascinata per i piedi attraverso il varco tra i cespugli, in cerca di una posizione idonea a mutilarne il cadavere, questa volta oltre che del pube anche del seno sinistro.


Bossoli e ferite. Furono recuperati cinque bossoli: uno sul terreno a ridosso dello sportello destro (contrassegno 2 della foto sottostante), gli altri quattro all’interno dell’abitacolo.


Non molto si sa dei proiettili, non essendo per il momento reperibile la perizia balistica. In una pagina del rapporto della Scientifica entrata in possesso di chi scrive si legge che ne furono recuperati quattro più un frammento (con un paio di affermazioni probabilmente inesatte, lo vedremo). In ogni caso esiste la ragionevole certezza che, a fronte di tre ferite d’arma da fuoco sul ragazzo, una e forse una seconda di striscio sulla ragazza e un colpo a vuoto sui pantaloni del ragazzo i colpi sparati fossero comunque stati tanti quanti i bossoli raccolti, e cioè cinque.


Claudio fu colpito da: un proiettile all'emítorace sinistro (1), penetrato di pochi millimetri e ritenuto nella cute sottostante, da ritenersi pertanto quello che frantumò il vetro con conseguente grossa perdita di energia; un proiettile all’ipocondrio sinistro (3, il 2 fu probabilmente quello sui pantaloni), con traiettoria dal basso in alto e attraversamento del diaframma, dello stomaco e del polmone sinistro, per una ferita molto grave ma non subito mortale; un proiettile dietro il padiglione auricolare sinistro (4), con sfondamento della scatola cranica ed esito mortale quasi immediato.
Secondo la perizia De Fazio, il proiettile (3) si arrestò in regione dorsale dove venne estratto, mentre al processo Pacciani l’anatomopatologo che eseguì l’autopsia, Mauro Maurri, affermò che invece era uscito. Chi scrive dà credito a De Fazio, considerati i tentennamenti di Maurri, che ricordava spesso male e mentre deponeva era costretto a consultare la sua stessa perizia che non aveva letto preventivamente. Infine va registrata la presenza di una piccola lesione vicina alla ferita all’emitorace (1), causata forse da un piccolo frammento dello stesso proiettile staccatosi dal corpo principale oppure da una scheggia di vetro.
Sul ragazzo si contarono dieci ferite di coltello, tutte vibrate a decesso già avvenuto, che la perizia De Fazio così posiziona: “all'emitorace sinistro, al fianco sinistro, all'ipocondrio, alla fossa iliaca destra, all'avambraccio destro, alla coscia sinistra ed in regione lombare destra”.


Pia fu colpita da un proiettile alla regione zigomatico-mascellare destra (5), penetrato nella scatola cranica e quasi immediatamente mortale. Le fu anche riscontrata una ferita di striscio all’avambraccio sinistro, a giudizio di chi scrive dovuta a un frammento di vetro o di proiettile del colpo che ruppe il finestrino.
Sulla ragazza si contarono due ferite di coltello, entrambe sul lato destro del collo, e sette piccole ferite superficiali accanto alla zona del seno escisso, evidentemente degli assaggi.

Il “letto” della Fiat Panda. Anche sé non è strettamente necessario per la ricostruzione del delitto, è comunque il caso di spendere qualche parola sullo smontaggio del divanetto posteriore della Fiat Panda degli anni ’80. Chi c’era ricorderà senz’altro il grande successo che la piccola utilitaria ebbe tra i giovani, al quale fu probabilmente non del tutto estranea una sua peculiare caratteristica: la possibilità di disporre i sedili anteriori e posteriori in modo da ottenere qualcosa di molto simile a un vero e proprio letto, come mostra la maliziosa immagine sottostante. 


Si trattava di smontare il divanetto posteriore, collocarlo aperto e fissato agli opportuni fermi sul ripiano in lamiera, tirare in avanti al massimo i sedili anteriori privati dei poggiatesta e poi abbassarne del tutto lo schienale, per un’operazione di pochi minuti, una volta presa la mano. Dalle due figure sottostanti si comprende bene tutto.


Una volta smontato, il divanetto poteva anche essere chiuso a libro e inserito tra il ripiano posteriore e i sedili anteriori. In questo modo l’auto veniva a dotarsi di un ampio spazio per il trasporto di cose.
La Panda di Claudio fu trovata con il divanetto, chiuso a libro, appoggiato sul ripiano posteriore contro la parete sinistra e i sedili anteriori basculati in avanti con il poggiatesta inserito. In ogni descrizione del delitto viene sempre sottinteso che fosse questa la configurazione finale voluta dai ragazzi (ad esempio Autorino al processo Pacciani: “Sia il sedile che la spalliera posteriore sono stati tolti dalla loro naturale sede, chiusi a libretto e appoggiati lungo la paratia sinistra, in modo da far sì che il pianale sia più grande.”). Ebbene, a parere di chi scrive lo si può invece escludere senza dubbio alcuno. Non avrebbe avuto senso né scegliere la durezza della lamiera – pur se un po’ mitigata dalla copertura in moquette – al posto dell’imbottitura del divanetto né rinunciare all’ampliamento del piano di appoggio facilmente ottenibile abbassando le spalliere dei sedili anteriori, dopo averne sfilato i poggiatesta. Al massimo, se i ragazzi avessero voluto guadagnare tempo, avrebbero semplicemente reclinato i sedili anteriori evitando di smontare il divano.
In realtà l’attacco del Mostro avvenne durante la fase preparatoria, mentre la coppia si stava attrezzando per disporre i sedili nella configurazione finale a letto, sul quale si sarebbero distesi mettendosi poi addosso la coperta che si erano portati dietro. Il fatto che avessero iniziato a spogliarsi già prima si spiega con la loro intenzione di riporre i vestiti al di sotto della struttura, dietro i sedili anteriori, dove in effetti furono trovati i jeans e la borsa di Pia e le scarpe di entrambi, mentre i pantaloni di Claudio erano ancora temporaneamente appoggiati sul ripiano posteriore accanto al divano chiuso.
Si potrebbe anche discutere su quale sarebbe stata una sequenza più logica per arrivare al “letto” montato e ai vestiti riposti al di sotto. In particolare si può osservare che sarebbe stato meglio, prima di iniziare a spogliarsi, fissare già il divano alla piattaforma. Ma è comprensibile che la frenesia di fare l’amore e il poco tempo a disposizione avessero potuto determinare nei due giovani dei comportamenti non del tutto razionali.

Elementi controversi. Se il delitto non pone particolari problemi per una sua ricostruzione di massima, diventa molto difficile precisarne i dettagli nella sequenza di spari combinata con le singole ferite sui corpi. Questo perché non sappiamo bene quale fosse la posizione delle vittime al momento dell’attacco, sia reciproca sia rispetto allo sparatore. Le macchie di sangue ci dicono che si trovavano dietro, su questo non ci sono dubbi, ma erano entrambe sedute?
Lasciando perdere quello di striscio all’avambraccio, del quale non è nota la traiettoria, si deve innanzitutto osservare che mentre l’unico altro colpo alla ragazza ha avuto ingresso dal lato destro del corpo, tutti e tre i colpi sul ragazzo hanno avuto ingresso dal lato sinistro. Sappiamo che l’attacco è avvenuto attraverso il finestrino anteriore destro, quindi si deve per forza ritenere che la ragazza fosse a faccia avanti e quindi esponesse il suo lato destro allo sparatore, e il ragazzo fosse a faccia indietro, e quindi esponesse il suo lato sinistro.
Un altro elemento che può aiutare a capire la posizione di partenza delle vittime è quella finale del ragazzo, trovato sulla piattaforma posteriore riverso sul fianco sinistro, proprio quello che aveva ricevuto i colpi di pistola. D’altra parte le dieci coltellate erano distribuite sia sul fianco sinistro sia sul destro. Tutto questo ci dice che il Mostro ne aveva spostato il corpo facendogli compiere una rotazione. Perché? Il motivo non può essere che uno: al momento in cui doveva essere estratto, il corpo di Pia era in qualche modo bloccato da quello di Claudio. Quindi è presumibile che al momento dell’attacco i due poveretti fossero uno di fronte all’altro, e che Claudio, colpito a morte, si fosse accasciato almeno in parte addosso a Pia.
A parere di chi scrive, mentre la ragazza si stava svestendo seduta sulla parte destra della piattaforma – di fronte al sedile del passeggero basculato verso il cruscotto – il ragazzo le si era accosciato davanti per “aiutarla” a fare in fretta, in un gioco amoroso privo di vantaggi pratici ma che è facile comprendere, considerando quanto dovevano essere “su di giri” i due sventurati giovani. Del resto anche la camicetta che Pia si era tolta con ancora il polsino destro abbottonato conferma il loro stato di eccitamento.
L’immagine sottostante cerca di dare un’idea della situazione. Purtroppo la mancanza di una Panda dell’epoca ha costretto chi scrive a utilizzare un letto, per questa e per le prossime fotografie ricostruttive.


Infine qualche parola sui pantaloni di Claudio. Abbiamo visto che furono trovati sulla piattaforma posteriore, accanto al divanetto chiuso a libro, che forse almeno in parte li sormontava. Una pallottola ne aveva attraversato la tasca posteriore destra, forando da parte a parte il portafoglio ivi riposto e rimanendone poi intrappolata. Infine sul gluteo destro di Claudio fu riscontrato un ematoma. Il che ha fatto prendere in esame l’ipotesi che al momento degli spari il ragazzo avesse i pantaloni addosso, e che fosse stato il Mostro a toglierglieli dopo. A conferma Rover ha anche osservato che i suoi calzini sembrano in parte sfilati a decesso già avvenuto, con le macchie di sangue che non corrispondono alla pianta dei piedi (presumendo quindi che gli stessi avessero poggiato a terra prima dello spostamento del corpo).


A giudizio di chi scrive l’operazione è però da escludere. Non se ne comprende il motivo, e non si vede come il Mostro avrebbe potuto compierla nelle ristrettezze dello spazio a disposizione, per di più su un corpo non collaborativo. L’ematoma sul gluteo, se non preesistente, dovette essersi formato per un urto contro la lamiera della piattaforma durante la sparatoria, mentre riguardo le macchie di sangue sui calzini è opportuno osservare la foto seguente, presa da altra angolazione.


L’immagine purtroppo è in bianco e nero, ma consente comunque di osservare che i calzini di Claudio furono inzuppati dal sangue proveniente dalla piattaforma, quando il ragazzo era già deceduto.

La dinamica. Prima di descrivere una plausibile dinamica, è bene ribadire il fatto che i risultati saranno per forza affetti da una certa approssimazione, più che nei casi precedenti. In ogni modo chi scrive preferisce proporre comunque una ben precisa sequenza di sparo, che quantomeno potrà costituire un punto di partenza per eventuali riflessioni del lettore.
Conosciamo con precisione l’ora dell’attacco, le 21.45, poiché due testimoni riferirono separatamente di aver udito a quell’ora dei colpi d’arma da fuoco provenire dalla zona; il che si accorda in ogni caso sia con gli orari di uscita e di presunto rientro dei ragazzi sia con la fase preparatoria in cui i due si trovavano. Al loro arrivo quasi certamente il Mostro stazionava già nei pressi, sulla collinetta adiacente, da cui poteva disporre di un’ottima visuale della zona. Ancora con grande probabilità l’individuo aveva parcheggiato la propria auto sulla sterrata che portava al fiume Sieve, dall’altra parte della provinciale.
Nel tempo in cui il Mostro si era portato sul campo di erba medica accanto al lato destro della Panda, i ragazzi avevano effettuato le loro convulse manovre di parziale preparazione del “letto” e parziale svestizione, con Pia che ancora teneva la camicetta e il reggiseno infilati al braccio destro. La luce era accesa.
L’attacco avvenne dal lato passeggero, visto che da quello guidatore non c’era spazio, e, come al solito, il primo bersaglio fu il ragazzo.


Favoriti dal silenzio del bosco e dalla piccola apertura del finestrino lato guida, i rumori prodotti dai movimenti dell’assassino in mezzo ai cespugli erano arrivati alle orecchie di Claudio, che aveva guardato verso il finestrino girando parzialmente il busto. Un primo colpo infranse il vetro e lo colse al torace, ma non penetrò oltre il derma, poiché, per l’angolo d’impatto non ortogonale alla superficie vetrosa, il proiettile aveva incontrato una notevole resistenza, e quindi si era frammentato e molto rallentato. I due poveretti furono anche investiti da schegge di vetro e di metallo, alle quali si devono sia una piccola lesione  al torace di Claudio, sia forse la ferita di striscio all’avambraccio di Pia.


Con una reazione istintiva Claudio fece perno sulle gambe e saltò sopra la piattaforma finendo un po’ sul fianco sinistro e almeno in parte addosso alla fidanzata, con l’istintivo proposito di proteggere lei e insieme allontanarsi dalla minaccia. È probabilmente questa l’occasione in cui il gluteo destro del ragazzo impattò su una superficie dura, da cui il successivo ematoma. Intanto l’aggressore infilò rapidamente una mano dentro il finestrino facendo cadere molti frammenti del vetro nell’abitacolo, e sparò altri due colpi in successione, di cui uno finì fuori bersaglio colpendo i pantaloni riposti sulla piattaforma, l’altro colpì Claudio all’addome. Lo stomaco del ragazzo fu attraversato dal proiettile, e iniziò a espellere cibo e sangue che andarono a ostruire le vie respiratorie per diventare forse (documento di Rover) causa effettiva di morte.


Con Claudio gravemente ferito e Pia immobilizzata dal suo corpo e in ogni caso intrappolata nel dietro dell’auto, l’assassino dovette prendersi un momento di pausa per valutare la situazione, prima di riprendere a sparare, come del resto si arguisce dalla testimonianza di chi aveva udito i colpi: “Alberto C. e Piero C. […]  udirono […] tre o quattro colpi […] in rapida successione, seguiti a breve distanza da altri due colpi” (Al di là di ogni ragionevole dubbio). Non è possibile stabilire quale fu il primo e quale il secondo, in ogni caso i due proiettili successivi colpirono Claudio dietro l’orecchio sinistro e Pia allo zigomo destro, entrando entrambi nella scatola cranica e mandando in coma i due poveretti.
Riposta la pistola e messo mano al coltello, il Mostro tirò su la sicura e aprì la portiera, lasciando sulla cornice superiore due serie di impronte risultate purtroppo non utili, ma che in ogni caso ci dicono che non portava i guanti. Suo scopo era quello di tirare fuori il corpo di Pia, il quale però era bloccato da quello di Claudio. Il ragazzo doveva dare ancora dei segni di vita, considerate le ben dieci coltellate che ricevette. Le prime gli furono vibrate subito, sulla parte sinistra. Poi il Mostro lo spinse via, facendogli compiere una rotazione di 180 gradi, e lo accoltellò ancora sulla parte destra.
Una volta liberato il suo corpo, il Mostro prese per i piedi Pia e la trascinò fuori. Quando le vibrò le due coltellate sulla parte destra del collo, mentre era ancora in auto o dopo? La domanda non è inutile, poiché, per il presunto pentito Giancarlo Lotti, Mario Vanni lo avrebbe fatto fuori dall’auto. In effetti in auto il Mostro avrebbe dovuto scegliere il lato sinistro del collo, non il destro, quindi si deve pensare che l’avesse accoltellata fuori.

Gli aloni. Sul fascione paracolpi in materiale plastico che ricopriva la parte inferiore della portiera destra della Panda furono osservate due impronte da asportazione di polvere, di forma più o meno circolare (10x6cm, secondo Autorino al processo Pacciani). Si trattava senza dubbio dell’effetto dovuto all’appoggio di ginocchia. Supponendo che fosse stato il Mostro a lasciarle, De Fazio e colleghi cercarono di trarne indicazioni utili a calcolare la sua altezza.

Sul fascione della portiera destra della Panda dello Stefanacci sono state rilevate due impronte, dovute all'asportazione della polvere della portiera, e sul gocciolatoio della stessa fiancata delle impronte digitali. Sembra possibile ipotizzare che qualcuno, forse l'omicida, abbia appoggiato una mano sul tetto dell'auto e, chinandosi per compiere una qualche operazione attraverso il finestrino, abbia toccatocon le ginocchia la portiera, lasciando le predette impronte.  Il margine superiore di esse dista dal suolo circa cm.60, mentre il punto medio dista circa cm.56 e quello inferiore cm.53 circa. Assumendo come riferimento il punto medio, probabilmente corrispondente alla regione medio-rotulea, si può attendibilmente presumere che la distanza di esso da terra corrisponda alla lunghezza della gamba, piede e scarpa comprese; ciò potrebbe valere a fornire qualche ulteriore indicazione in ordine alla statura del soggetto. Un primo elemento può essere tratto dall'utilizzazione delle tavole antropometriche del Rollet che ad una lunghezza dell'osso tibiale di cm.43 riferiscono, per l'uomo, una statura di cm.183. L'eccedenza di cm.13 del valore di cui si dispone (cm.56) può compensare ampiamente la differenza dovuta al piede, alla scarpa ed alla parte del ginocchio sovrastante la tibia, posto che la "misura" è riferita alla gamba e non alla sola tibia. Il dato, anche se molto approssimato, sembra deporre, o quanto meno non sembra in contrasto con l'ipotesi di una statura superiore a cm.180.

Cominciamo con l’avallare decisamente l’ipotesi che fosse stato il Mostro a lasciare quelle impronte. Chi prima di lui avrebbe potuto accostarsi con le ginocchia alla portiera della Panda? Nessuno appoggia le proprie ginocchia alla portiera di un’auto, non se ne vede il motivo. Non lo fa un estraneo, ma neppure il proprietario. In ogni caso non sembra che Claudio Stefanacci fosse molto alto – chi scrive però non ha il valore preciso della sua statura, forse qualche lettore potrebbe saperne di più – quindi le ginocchia non erano le sue.
Ma torniamo al calcolo della presunta statura dell’assassino. Gli esperti di Modena si limitano a valutarla “superiore a cm.180”, ma i loro calcoli confusi non lasciano molto tranquilli. Proviamo a ripeterli, prendendo come riferimento la stessa immagine utilizzata nel precedente articolo sul delitto di Giogoli.


Come si vede, l’altezza del punto inferiore del ginocchio è circa un quarto della statura dell’individuo. Se consideriamo il caso in esame, tale valore è di 53cm, da diminuirsi a circa 50 per la presenza di una scarpa con il suo tacco. Il che porta a calcolare una statura per il Mostro di circa 2 metri, la quale, data la sua altissima improbabilità (quanti in Italia sono alti intorno ai 2 metri, uno su mille?), appare decisamente troppo elevata.
In realtà quando il Mostro aveva appoggiato le ginocchia alla portiera della Panda, doveva essere stato in punta di piedi. In quel momento aveva sentito l’esigenza di stabilizzare la propria posizione spingendo con le ginocchia e tirando con una mano abbrancata da qualche parte, forse al profilo a rilievo sul tettuccio. Era molto vicino alla portiera, e il gesto istintivo per arrivare a toccarla fu quello di fare perno sull’articolazione del piede. L’immagine sottostante cerca di dare un’idea dell’azione.


Il guadagno sull’altezza del ginocchio è al massimo di una decina di centimetri. Se si vuole arrivare a una statura del Mostro di un metro e ottanta, si deve ipotizzare che esso fosse stato di otto centimetri, con il che l’altezza della base del ginocchio sarebbe stata dei 45 necessari.

Il mistero del proiettile ramato. Il lettore sa bene che, a partire dal delitto di Scandicci fino all’ultimo di Scopeti, il Mostro usò sempre proiettili in piombo nudo, probabilmente tutti appartenenti alla medesima scatola da 50. Con l’unica eccezione di Giogoli, dove ne sparò anche uno ramato, come quelli utilizzati nel 1974 a Borgo, quindi una probabile rimanenza della scatola di allora. A leggere invece una pagina del rapporto della Scientifica compilato per il PM un proiettile ramato sarebbe anche tra quelli recuperati a Vicchio. 


Dai cadaveri sono stati estratti, e qui consegnati, nr.3 proiettili di piombo nudo, di cui uno ovalizzato, un proiettile di piombo ramato ovalizzato, ed un frammento, reperti che vengono qui custoditi a disposizione della S.V.

Cominciamo col rilevare la presenza di una inesattezza che riguarda i proiettili estratti dai corpi: non furono quattro ma tre – se quello all’addome di Claudio non era uscito dalla schiena, altrimenti due – più il frammento rinvenuto sotto la pelle del torace di Claudio. Come abbiamo visto, un altro proiettile, andato fuori bersaglio, rimase nella tasca dei pantaloni del ragazzo.
Ma chi compilò il rapporto commise un altro e più grave errore, elencando tra i proiettili recuperati uno del tipo ramato. Di quel proiettile non si è mai saputo nulla, quindi la successiva perizia balistica, purtroppo non disponibile a chi scrive, senz’altro non lo rilevò. Chi vede il Mostro di Firenze come un imprendibile genio del male farebbe bene a riflettere su particolari come questo.

martedì 31 ottobre 2017

Il biglietto del maresciallo Fiori

L’argomento della misteriosa segnalazione anonima che avrebbe consentito agli inquirenti di collegare il delitto di Signa a quelli successivi è stato affrontato numerosissime volte, nei libri e sulla rete. È il caso di segnalare gli ottimi articoli usciti sul blog “Storia del Mostro di Firenze” di Omar Quatar – qui, qui e qui – che illustrano la materia in modo chiaro ed esauriente, senza sbilanciarsi troppo di fronte alle numerose incertezze, come del resto è consuetudine per l’autore, che preferisce più illustrare e commentare la documentazione piuttosto che azzardare interpretazioni personali. Per propria inclinazione naturale, chi scrive è invece più portato a superare le incertezze attraverso un ragionamento di probabilità, contando sul fatto che quando un’ipotesi è molto più probabile delle altre è quasi sempre anche quella vera, soprattutto se si armonizza con uno scenario generale di altre ipotesi anch’esse molto probabili. 
In questo articolo la materia verrà trattata con il taglio appena illustrato, scontando purtroppo inevitabili ripetizioni nella citazione dei documenti rispetto agli articoli dell'amico Omar. Vedremo che la segnalazione anonima ci fu, la recente scoperta di un documento inedito da parte del sempre benemerito lavoro dell’avvocato Vieri Adriani lo comprova senza dubbio alcuno, ridimensionando il valore di alcune interviste dove si affermava il contrario e che pretendevano di aver messo la parola fine sull'importante argomento. Il che porta a conseguenze assai significative per l’intera vicenda.

L’inizio della pista sarda. È ormai noto a tutti che gli inquirenti si accorsero soltanto dopo il delitto di Baccaiano, il quarto fino ad allora, che nel 1968 a Signa aveva sparato la medesima pistola usata dal Mostro. Ecco come il giudice istruttore Mario Rotella, subentrato nell'aprile 1983 a Vincenzo Tricomi, racconta nella sua celebre sentenza (1989) l’inizio di quella che sarà presto denominata “pista sarda”:

Venuta meno la pista ‘Spalletti’ […] le indagini non avevano un filo conduttore. Questo filo sarebbe stato offerto dal ricordo del m.llo Fiori, in servizio presso il Comando Gruppo Carabinieri di Firenze, e nel 1968 alle dipendenze della Compagnia di Signa. Egli rammentava al comandante del Reparto Operativo, T.Col. Dell’Amico, che in quell’anno dirigeva il Nucleo Investigativo dello stesso Gruppo, che nel 1968, appunto, era stata uccisa una coppia in Castelletti di Signa a colpi di pistola. L’arma non era mai stata rinvenuta. Un colpevole era stato trovato in persona del marito della donna uccisa, per quanto se ne sapeva condannato dalla Corte d’Assise di Firenze nel 1970.
Effettuati opportuni riscontri, si accertava che il condannato, Stefano Mele, aveva subito tutti i gradi di giudizio ed uno di rinvio a Perugia. Il G.I. dell’epoca, avvertito, disponeva il recupero del fascicolo processuale. Intorno al 20 di luglio del 1982 esso si trovava sul suo tavolo. Allegati al fascicolo erano, per fortuita e inspiegabile combinazione, i bossoli e i proiettili rinvenuti dopo il duplice omicidio. Disposta comparazione, già a livello informale si accertava l’identità dell’arma adoperata nel 1968 e 1982.
Il giudice avvertiva il p.m.. La notizia veniva tenuta segreta per necessità imprescindibili delle indagini. 

Molti giornalisti sapevano, ma per tre mesi e mezzo rispettarono la consegna del silenzio, e le forze dell’ordine ebbero modo di effettuare con tranquillità le loro indagini. Soltanto ai primi di novembre iniziò a comparire qualche velato accenno a una nuova pista, favorito da alcune frasi allusive pronunciate in una conferenza stampa da Tricomi (“La Città”, 5 novembre 1982): “Prima eravamo completamente al buio, davanti a noi c’era un muro di milioni di persone ciascuna delle quali poteva essere l’assassino. Adesso invece abbiamo delle facce. Ora abbiamo motivo di essere un pochino più ottimisti”. Il successivo mandato di cattura spiccato per il delitto di Signa contro Francesco Vinci, in carcere con un pretesto già da tre mesi, fu come un libero tutti, del quale i primi ad approfittarne furono Giorgio Sgherri e il suo giornale, “L’Unità”, che il 7 pubblicò la notizia in prima pagina.


E probabilmente proprio questa partenza nascosta fu la causa principale dei misteri iniziali della vicenda, che vedono nella semileggendaria figura del maresciallo Francesco Fiori, spesso erroneamente indicato come Fiore, il loro cardine. Senza giungere all’esagerazione di Nino Filastò, il quale addirittura arrivò a sospettare che tale personaggio neppure fosse mai esistito, non comparendo il suo nome in alcun atto ufficiale delle indagini del 1968, non sembra per nulla sicuro che la scoperta del clamoroso collegamento possa essere attribuita ai suoi soli ricordi.

Il ritaglio. Voci sull’esistenza di un messaggio anonimo circolarono assai presto. Già nell’articolo di Sgherri si parlava di “alcune lettere anonime” che “facevano riferimento a 5 e non a 4 duplici omicidi”, per merito delle quali gli inquirenti erano andati “a rispolverare il fascicolo sulla tragica fine di Barbara Locci e Antonio Lo Bianco”. Due giorni dopo anche Franca Selvatici, su “La Città”, scrisse che “un autore anonimo ricordò agli inquirenti di un duplice omicidio avvenuto sei anni prima di quello di Borgo San Lorenzo”, ripetendosi sulla stessa testata in almeno due altre occasioni (1983 e 1984).
Negli anni successivi le voci, ben lontane dallo spegnersi, trovarono il loro propalatore e interprete nel compianto Mario Spezi. Nel libro del 1983 Il Mostro di Firenze il giornalista aveva sposato la tesi dei ricordi autonomi del maresciallo Fiori, ma poi nel 1988 così ne scrisse in Delitti in Toscana:

Per molto tempo, e ancora oggi, è stata accreditata la tesi che un maresciallo dei carabinieri, il maresciallo Francesco Fiore, che era di stanza a Signa nel '68, si sarebbe ricordato del vecchio delitto e che anche allora l'assassino aveva usato una pistola Beretta calibro 22 mai ritrovata. […] Ora, secondo una voce che non ha mai trovato conferma ufficiale e che fu per la prima volta riportata da chi scrive queste pagine, arrivò nel giugno 1982 un biglietto anonimo alla caserma dei carabinieri di Borgo Ognissanti a Firenze. L'autore del messaggio invitava gli inquirenti ad andare a rivedere le carte del vecchio processo d'appello per i fatti del '68, celebrato, per complesse ragioni procedurali, a Perugia anziché a Firenze. […]
La storia del biglietto anonimo, come si è detto, non è stata mai confermata ufficialmente. E tuttavia, per la prima volta, chi scrive può dire quale fonte gliela rivelò: il giudice istruttore Vincenzo Tricomi, il magistrato che all'epoca si occupava dell'indagine sul mostro. Il giudice Tricomi mi aggiunse un particolare grave: quando chiese di vedere il biglietto, gli fu risposto che era irreperibile. Quel biglietto, insomma, non esiste più. Imperdonabile distrazione di un carabiniere o ipotesi molto più preoccupante?

Quale poteva essere l’ipotesi molto più preoccupante? Forse quella di un carabiniere che aveva scritto il biglietto e poi lo aveva fatto sparire per paura di essere scoperto? In questo caso Spezi avrebbe preceduto di molti anni Filastò nel sospettare di un Mostro appartenente alle forze dell’ordine.
L’anno dopo Mario Rotella si sentì in dovere di smentire le voci, scrivendo nella sua sentenza:

Nel 1983 tutti coloro che, tra i carabinieri del gruppo di Firenze, avevano contribuito alla scoperta del precedente sono stati escussi e taluni, nuovamente, negli anni successivi. Da ultimo, in questo 1989, si è ritornati incidentalmente sull'argomento, in rapporto ad atti rinvenuti nel fascicolo del Nucleo Operativo della Compagnia di Prato (cfr: fascicolo 'Parretti' in vol. 7K), ed alla possibilità, smentita in maniera assoluta dagli accertamenti, che la notizia del precedente del 1968 fosse stata ottenuta diversamente, per esempio attraverso una confidenza.
Analogamente non ha nessun fondamento che sia pervenuto al G.I. dell’epoca un [biglietto] anonimo, nel quale fosse menzionato in relazione agli omicidi delle coppie, il precedente di Signa.

A giudicare dallo scritto, di gran peso vista la sua collocazione entro un atto ufficiale, sembra proprio che la notizia della segnalazione anonima fosse fasulla. In ogni caso Mario Spezi, che conosceva bene la sentenza Rotella avendone tratto ampi suggerimenti per i propri articoli e libri, continuò a sostenere la propria versione, arricchendola sempre un po’ di più. Ad esempio, in un articolo de “La Nazione” del 2 novembre 1994 – senza firma, ma di sicuro da lui scritto o almeno ispirato – in cui si affrontava l’argomento delle lettere anonime nell’ambito del processo Pacciani:

L'anonimo più importante è quello del giugno 1982, di cui non resta traccia. Ed è proprio la sua scomparsa, assieme al suo inquietante contenuto, ciò che lo rende più interessante. Giunse allora ai carabinieri un biglietto sul quale era scritto: “perchè non andate a vedere il processo d'appello a Stefano Mele celebrato a Perugia?”. [...]
Si potrà facilmente obiettare che di questo biglietto non c'è traccia nel processo. Benissimo: eppure ne parlò in maniera estremamente chiara il giudice istruttore Vincenzo Tricomi. Tricomi disse di aver letto quel biglietto e aggiunse che quando lo richiese ai carabinieri di Borgo Ognissanti gli fu risposto: “il biglietto è andato smarrito”. Perché Tricomi non è mai stato ascoltato nel corso del processo? Così si depistarono le indagini deviandole sulla cosiddetta pista sarda per ben quattro anni.

Incidentalmente vale la pena notare come Spezi non avesse ancora maturato la successiva ferrea convinzione che proprio all’interno della pista sarda fosse da ricercarsi il Mostro, anzi, vedeva nel biglietto anonimo un riuscito tentativo di depistaggio.
Nel libro Toscana Nera  del 1998 il giornalista ribadì la propria versione aggiungendovi un particolare importante: la frase di invito a indagare sarebbe stata vergata su un ritaglio di giornale in cui si parlava del delitto del 1968.

Siamo in grado di rivelare che gli investigatori furono informati da un biglietto anonimo, probabilmente inviato dal mostro stesso. In quel biglietto – anzi un ritaglio di giornale in cui si parlava dell’uccisione di Barbara Locci e Antonio Lo Bianco era scritto: “Perché non andate a rivedere il processo d’appello per i fatti del ’68 che si svolse a Perugia?”
Incredibilmente il messaggio, custodito nella caserma dei carabinieri di Borgo Ognissanti, si perse. La procura della Repubblica di Firenze negò che fosse mai esistito.
Ma il giudice Vincenzo Tricomi, tuttora in servizio, lo ebbe in mano e ci ha autorizzato a confermarne l’esistenza.

Finalmente nel 2006 Spezi scrisse la sua versione definitiva, riempiendone varie pagine del libro Dolci colline di sangue, dove è anche riportata la scena nella quale Tricomi gli avrebbe raccontato del ritaglio.

Me lo raccontò lo stesso giudice Vincenzo Tricomi, il magistrato che aveva visto quel ritaglio. Era il giorno di una solenne cerimonia, l'inaugurazione dell'anno giudiziario. Nell'aula più grande di cui la magistratura fiorentina dispone erano riuniti, avvolti nelle loro severe toghe nere e scarlatte bordate di ermellino, quasi tutti i magistrati della zona. Durante una pausa, il giudice istruttore Vincenzo Tricomi uscì in un corridoio per fumare una sigaretta e lì incontrò un altro incallito fumatore come me. Chiacchierammo per un po' del più e del meno, e poi io, credendo di poter approfittare della circostanza che il magistrato fino a pochi mesi prima si era occupato del Mostro, portai lentamente il discorso sul caso. Parlammo del delitto di Montespertoli, l'ultimo, e a un tratto chiesi al giudice, senza una vera ragione: “Ma davvero fu solo per la memoria del maresciallo Fiori che vi accorgeste che le pallottole del 1968 erano le stesse degli altri delitti?” […]
“Macché! Può anche essere che quel maresciallo si sia ricordato del delitto del '68, ma la verità è che ricevemmo un'informazione precisa”.
“Un'informazione? E da chi? Che tipo d'informazione?” lo incalzai, annusando una notizia clamorosa.
“Arrivò un biglietto”, riprese Tricomi per nulla agitato “un biglietto anonimo, scritto in stampatello. Anzi, la scritta era su un vecchio ritaglio di giornale che parlava dell'omicidio del '68. Si leggeva: Perché non andate a rivedere il processo di Perugia contro Stefano Mele?” […]
“E dov'è ora quel biglietto?” balbettai, troppo eccitato per la notizia appena ricevuta.
“Non c'è. Non c'è più. Scomparso.[…] Lo richiesi tempo fa ai carabinieri che lo avevano ricevuto, ma dopo un po' mi risposero che, nonostante le ricerche fatte, il biglietto non si trovava più.”[…]
Di quel messaggio, nessuno tra gli inquirenti aveva fatto cenno. Come se non ci fosse mai stato. La notizia che pubblicai su La Nazione a qualcuno sembrò inventata. Tanto che ai giornalisti che domandarono al giudice Piero Luigi Vigna se fosse davvero esistito, la risposta parve una smentita.
“Agli atti”, replicò il procuratore, “non esiste alcun biglietto del genere.”
Io, invece, mi ero fatto rilasciare una dichiarazione scritta da Tricomi, che ho sempre, con la quale mi confermava la storia.

La dichiarazione scritta di Tricomi. In virtù di alcuni elementi in esso contenuti – Montespertoli ultimo delitto, cerimonia di inaugurazione anno giudiziario sempre svoltasi a gennaio – l’episodio va collocato nel gennaio 1983. Purtroppo al momento non è disponibile in rete e a chi scrive la pagina de “La Nazione” dove Spezi avrebbe pubblicato la notizia, si presume in quello stesso mese. Forse nell’articolo potrebbe trovarsi la riprova dell’autenticità del racconto. Che ne Il Mostro di Firenze del 1983 Spezi avesse riportato la versione ufficiale dei ricordi del maresciallo Fiori potrebbe anche spiegarsi con l’esigenza di evitare inopportuni contrasti con la versione ufficiale.
D’altra parte il giornalista sosteneva di essersi fatto rilasciare una dichiarazione scritta da Tricomi, ostentando quindi massima sicurezza che ben difficilmente si sarebbe potuto ritenere fasulla. In effetti il documento fu rintracciato a casa sua, il 7 aprile 2006, durante una perquisizione domiciliare effettuata nell’ambito delle note vicende giudiziarie che lo riguardarono. La notizia emerse nel 2010, nella sentenza Micheli, dove si leggono queste frasi riportate dalla richiesta di rinvio a giudizio di Mignini:

Vi è da dire che, alla luce di una dichiarazione del Dr. TRICOMI del 15.01.02, rinvenuta nel corso della perquisizione domiciliare all’imputato MARIO SPEZI, probabilmente nell’inverno 1982 il Maresciallo FIORI si presentò da lui con un ritaglio di giornale che riferiva della condanna definitiva del MELE a Perugia e gli chiese se fosse possibile acquisire il procedimento.

In tempi recenti è venuta alla luce una scannerizzazione del documento stesso, visibile qui sotto.


15.01.02 In ordine all'episodio di cui mi si chiede, premesso il notevole lasso di tempo sbiadito ed incerto ogni ricordo, posso dire di ricordare che presumibilmente nell'inverno 1982, venne il Maresciallo Fiore con un ritaglio di giornale di cui ignoro di come e con quale modalità erano venuti in possesso i carabinieri che riferiva della conferma della condanna in sede definitiva avvenuta a Perugia. Mi chiese se era possibile acquisire il processo e io lo ritenni del tutto possibile.
Vincenzo Tricomi.

Come si vede c’è qualcosa che non torna rispetto a quanto si poteva intendere leggendo Dolci colline di sangue. La dichiarazione non è del 1983, ma successiva di ben diciannove anni (in compenso però è del 15 gennaio, tre giorni dopo la cerimonia di inaugurazione di quell’anno giudiziario nell’aula bunker di Firenze). Si potrebbe pensare che Spezi, all’atto della progettazione del suo futuro bestseller, avesse pensato bene di consolidare quanto il giudice gli aveva svelato oralmente anni prima, a scanso di equivoci e smentite, senza avvertirne il lettore. Un peccato veniale, insomma. Di sicuro più grave è il fatto che nel documento non c’è alcun cenno a una lettera anonima, o comunque a un’imbeccata venuta dall’esterno, mentre si menziona il ritaglio di giornale, che avrebbe riguardato non la notizia del delitto, ma quella della condanna definitiva di Stefano Mele pronunciata a Perugia.
Per venire incontro alle affermazioni contenute nel libro di Spezi, che rimangono comunque poco rispettose del proprio lettore, si può notare che il giudice collocava la consegna del ritaglio da parte di Fiori, del quale peraltro sbagliò il cognome,  nell’inverno 1982, circostanza di sicuro errata, visto che il collegamento con Signa era del luglio. Quindi forse, a distanza di tanto tempo, i suoi ricordi erano davvero sbiaditi, come del resto lui stesso aveva premesso.

Il cittadino amico. Aggiungiamo un ulteriore tassello alla vicenda. Sulla sentenza Rotella si legge che il fascicolo di Signa sarebbe giunto sul tavolo di Tricomi “intorno al 20 di luglio del 1982”. Guarda caso, proprio quel giorno venne pubblicato su “La Nazione” questo trafiletto dal titolo “Un appello dei carabinieri per il mostro”:

Un appello è rivolto dal comando del nucleo investigativo dei carabinieri di Borgo Ognissanti a una persona che ha dato più volte il suo contributo anonimo all’indagine sui delitti del maniaco perché si rimetta in contatto con loro. L’uomo, che nella sua ultima lettera si è firmato “un cittadino amico” e che ha scritto tre volte affermando di non rivelare la sua identità per non essere preso per mitomane, dovrebbe fornire di nuovo la sua collaborazione, magari anche solo telefonando al nucleo investigativo.

A segnalare la grande importanza del trafiletto fu il mitico forumista De Gothia, che lo mise al centro di uno scritto, il noto “La notte del cittadino amico”, scaricabile qui, nel quale si lanciava in un’azzardata interpretazione di depistaggio.
Il lettore converrà che la coincidenza di date non può essere casuale. Un pubblico appello dei carabinieri a un mittente anonimo non è certo cosa di tutti i giorni, quindi che esso fosse stato disposto proprio nel momento in cui si era appena scoperto il clamoroso collegamento con Signa non può voler dire altro che le tre lettere in questione proprio di quello avevano trattato. Ci si potrebbe chiedere però come potesse essere stata possibile una reazione così rapida alla scoperta che l’anonimo aveva ragione, poiché il testo dell’appello doveva essere stato trasmesso al giornale almeno il giorno precedente a quello di pubblicazione, il 19 quindi, mentre il fascicolo di Signa sarebbe pervenuto nelle mani di Tricomi “intorno al 20”.
Di recente è emerso il documento con il quale il giudice aveva chiesto il fascicolo al tribunale di Perugia, e la cui lettura consente di trovare la spiegazione.

17 luglio 1982
Oggetto: Omicidi di varie coppie avvenuti nel circondario di Firenze negli anni 1974/81/82
Per motivi di giustizia attinenti alle indagini in corso sugli omicidi in oggetto indicati, prego trasmettermi con massima urgenza e possibilmente tramite sottufficiale del Reparto Operativo CC di Firenze latore della presente, il fascicolo relativo al duplice omicidio di Barbara Locci nei Mele e Antonio Lo Bianco avvenuto il 22.8.1968 in agro di Signa (FI) e per il quale è stato precessato Mele Stefano. Tale giudizio in sede d'appello è stato celebrato presso codesta Corte d'Assise d'Appello a seguito di remissione della Corte di Cassazione che aveva annullato la sentenza emessa nello stesso grado dalla Corte d'Assise di Firenze. Tale giudizio di remissione è stato celebrato presumibilmente nel 1972-73 in quanto la Cassazione ha annullato la sentenza di condanna della Corte d'Assise d'Appello di Firenze, nella prima decade del febbraio 1972. In uno al procedimento mi si vorrà trasmettere anche il Corpo di Reato onde effettuare le comparazioni balistiche tra i bossoli repertati in occasione dell'omicidio Locci/Lo Bianco con quelli repertati nei duplici omicidi commessi in Firenze e in oggetto indicati.

Se non quello stesso 17, almeno il 18 una gazzella dei carabinieri doveva essere partita alla volta di Perugia, con una richiesta di massima urgenza da soddisfare attraverso lo stesso latore. Quindi al massimo il 19 luglio 1982 i bossoli di Signa dovevano essere entrati nella disponibilità dell’ufficio istruzione di Firenze. Ci si può immaginare con quale fretta fosse poi stato chiesto un parere balistico, con cui, scrisse Rotella, “già a livello informale si accertava l’identità dell’arma adoperata nel 1968 e 1982”. A quel punto una telefonata a “La Nazione” e il trafiletto era pronto per essere pubblicato il giorno dopo, e cioè il 20.
Va notato che l’appello dei carabinieri al “cittadino amico” parla di tre lettere, e di “alcune lettere anonime” aveva scritto Giorgio Sgherri il 7 novembre 1982, come Franca Selvatici nel 1983. Quindi ci dovette essere stato qualcosa di più, o almeno di diverso, rispetto al chiacchieratissimo ritaglio di giornale di Spezi. Qualcosa però che sembra sia stato cancellato, sia dagli atti sia dalla memoria dei protagonisti.

Le interviste del 2012. Sul portale “CN-Cronaca-Nera.it” è stata pubblicata un’intervista a Tricomi, risalente al 2012, nella quale il giudice, ormai in pensione, ribadisce quanto dichiarato nello scritto in possesso di Spezi (vedi).

Devo precisare che dopo quel delitto fui io personalmente a disporre l’invio di fonogrammi ai vari Comandi dei CC e polizia di ricerca per eventuali casi di duplice omicidio con modalità simili. Un giorno venne il Maresciallo Fiori con un vecchio articolo di giornale inerente il caso del delitto del 1968 chiedendomi se sarebbe stato opportuno approfondire la questione. Ovviamente disposi il “recupero” del fascicolo che stava a Perugia ed il Maresciallo se ne occupò assieme al Colonnello Olinto Dell’Amico.

A successiva specifica domanda Tricomi afferma di non ricordare il modo in cui il ritaglio era pervenuto nelle mani di Fiori, come nulla ricorda dell’appello dei carabinieri al “cittadino amico”. Anzi, con l’accenno all’invio di fonogrammi per la ricerca di altri casi di duplici omicidi l’ex giudice sembra voler suggerire che la “scoperta” di Fiori fosse legata proprio alla sua iniziativa.
In un altro articolo del medesimo portale (vedi) è stata pubblicata una testimonianza dello stesso Fiori, che nel 2012 era da tempo deceduto, rilasciata di fronte a Rotella, Vigna e Canessa in data 28 novembre 1986.

Dal 1960 al 1969 prestavo servizio a Signa, presso la tenenza dei CC, nel settembre/ottobre del ‘69 sono passato alla compagnia di Firenze fino al 1974, successivamente tornai a Signa fino al 1979 e poi di nuovo a Firenze sino al congedo avvenuto il 27.5.1986. Avevo seguito il caso sul delitto di Signa, accompagnando il Maresciallo Ferreri all’Istituto dove era ospitato il bambino Natalino Mele. Nei giorni dell’omicidio non ero presente a Signa perché in ferie. Dopo il delitto del 1982, parlando con l’appuntato Piattelli Ugo, che era in servizio a Signa nel 1968, venne fuori il ricordo del duplice delitto del 1968. Più precisamente, ricordammo che in quella località fu compiuto un duplice omicidio ai danni di una coppia di amanti in atteggiamenti amorosi in auto con un’arma da fuoco.

A seguire viene poi riportata una dichiarazione di Ugo Piattelli, interpellato sull’argomento.

Confermo l’episodio descritto dal Maresciallo Fiori e ricordo che avemmo una discussione circa l’anno dell’omicidio, lui ricordava il 1964, mentre io sostenevo che si trattava del 1968. Assieme ci recammo dal Colonnello Dell’Amico che seguiva le indagini, il quale rinvenne un fascicolo personale, non so a quale persona implicata nella vicenda appartenesse. Dell’Amico informò subito il G.I. Dr. Tricomi, che dapprima contattò il perito balistico dell’epoca e poi fece richiesta alla Cancelleria della Corte d’Appello di Perugia e successivamente a quella di Firenze per l’acquisizione degli atti processuali.

Piattelli aggiunge però altra confusione, poiché non parla del ritaglio di giornale, anzi, sembra ignorarne l’esistenza quando racconta la discussione sull’anno del delitto, che non avrebbe avuto senso di fronte al ritaglio.
Per “CN-Cronaca-Nera.it” le dichiarazioni di Tricomi e Piattelli, più il documento del 1986 sottoscritto da Fiori, sarebbero la dimostrazione definitiva che non ci sarebbe stata alcuna imbeccata dall’esterno nella scoperta del collegamento tra Signa e i duplici omicidi successivi. Una conclusione un po’ troppo precipitosa, che sorvola sull’appello al “cittadino amico”, e che viene contraddetta da un documento molto sui generis, ma non per questo privo di valore.

Il Brigadiere Ricci. Nel noto forum “Il Mostro di Firenze”, durante una discussione sui misteri dell’inizio della pista sarda, il 2 ottobre 2011 un utente iscritto da tre giorni con il nick “Ricci”, fece questo primo clamoroso intervento:

Mi è stata segnalata questa discussione da D., un ragazzo che qui dentro credo abbia scritto qualcosa. Mi presento per dirvi ciò che so sulla segnalazione anonima che ricollegò il delitto di Signa a quelli del mostro nel 1982. In quel periodo, fino al 1987, ero appuntato a Borgo Ognissanti e nonostante non mi occupavo in prima linea del mostro ho avuto la possibilità di seguire da vicino quell’indagine. Non so se sono il primo carabiniere a dirlo ma il ritaglio di giornale con spillato un biglietto che diceva di revisionare il processo Mele arrivò veramente all’inizio di luglio del 1982, credo preceduto da altri due biglietti (questi però io non li ho visti) arrivati in caserma alcuni giorni prima che accennavano più genericamente al delitto del 1968. Fu Fiore il primo ad avere fra le mani il pezzo di giornale mandato da un anonimo perché era lui che smistava le segnalazioni che arrivavano sul mostro. Fiore lo mostrò anche a me oltre che a tutti quelli della caserma che non erano in vacanza estiva. L’articolo era del 1968 e parlava del delitto della Locci ma non era (come dicono tanti) del processo del 1974 a Mele tenutosi a Perugia. Era solo il biglietto allegato scritto a macchina che parlava del processo Mele (dicendo di andare a rivederlo), ma l’articolo di giornale era del 1968 e questo me lo ricordo senza margine di errore.
Oltre alla mia memoria escludo inoltre che la condanna definitiva al Mele sia mai finita su un qualsiasi giornale. Una notizia del genere per un delitto d’apparenza così poco importante non finiva su un giornale 6 anni dopo l’omicidio per la sola notizia della condanna dell’autore e questo lo dico per l’esperienza professionale che mi ha portato ad avere sotto mano tanti giornali anche degli anni 60 e 70.
Quello del ritaglio di giornale con il biglietto anonimo ricordo che diventò il segreto di pulcinella del periodo a cavallo fra il 1982 e il 1983, se ne parlava fra le righe ma mai ufficialmente perché la versione da tenere era quella del ricordo di Signa del Maresciallo Fiore (grande uomo d’Arma e molto spiritoso). Ho letto che qualcuno crede che invece non ci fu nessun anonimo ma (come dicono tanti vecchi inquirenti) il collegamento con Signa fu al cento per cento opera dei Carabinieri, ma non è vero perché le cose andarono come scrivo di seguito. Quando arrivò il giornale col biglietto si credette probabilmente di avere chiuso il caso perché l’assassino non poteva altro che essere uno degli amici o parenti del Mele e la roba dell’anonimo fu buttata via dopo pochi giorni perché si pensò non serviva più. Dell’Amico e altri decisero (questo probabilmente me lo disse Fiore stesso) di non rivelare la notizia del collegamento fatto grazie all’anonimo perché altrimenti i giornali avrebbero scritto di tutto e di più e, soprattutto, le segnalazioni anonime che facevano perdere tempo (per esempio quelle dei mitomani) sarebbero aumentate esponenzialmente una volta rivelato che una dritta anonima si era rivelata utile.
Credo che chi mandò quel messaggio anonimo era qualcuno che voleva dare un aiuto sincero alle indagini e non il mostro in persona. Saluti dal Brigadiere Ricci.

È difficile nutrire dubbi sull’autenticità della testimonianza, tanto il linguaggio  appare spontaneo e la narrazione del tutto plausibile, mentre ha poco senso vedere un individuo qualsiasi che prepara un intervento così ben congegnato soltanto per prendere in giro i partecipanti a un forum. Non sfugga poi al lettore l’accenno ad “altri due biglietti arrivati in caserma alcuni giorni prima che accennavano più genericamente al delitto del 1968”, in completo accordo con quanto scritto nell’appello al “cittadino amico”, del quale il sedicente Ricci sembra essere all'oscuro.
Un altro elemento interessante è l’affermazione che il ritaglio di giornale avrebbe riguardato un articolo del 1968, in contrasto con lo scritto di Tricomi del 2002, dove si legge invece che l’argomento sarebbe stato quello della “conferma della condanna in sede definitiva avvenuta a Perugia” di Stefano Mele. Ma il giudice ricordava senz'altro male, poiché nella sua richiesta del fascicolo Mele inviata al tribunale di Perugia si legge: “Tale giudizio di remissione è stato celebrato presumibilmente nel 1972-73, in quanto la Cassazione ha annullato la sentenza di condanna della Corte d’Assise d’Appello di Firenze nella prima decade del febbraio 1972”. Quindi Tricomi non conosceva la data esatta della condanna di Stefano Mele, dal che si deduce che il ritaglio di giornale che gli aveva consegnato Fiori non riguardava quel processo.
Il sedicente brigadiere Ricci fu subito aggredito da chi voleva saperne di più, ma le sue repliche furono soltanto due, dopodiché non scrisse più nulla. Purtroppo la maggior parte dei forumisti non capì l’importanza dell’intervento, e alcuni non furono neppure troppo diplomatici nel manifestare il loro scetticismo. Dato il possibile alto valore della testimonianza vale la pena riportare integralmente anche le successive domande e risposte, nelle quali Ricci dimostrò un’ottima conoscenza di alcuni particolari affatto banali della vicenda.

Forumista: Hai mai sentito parlare di un appello fatto tramite il quotidiano La Nazione ad un certo "Cittadino Amico" che un forumista che si chiama De Gothia pensa si riferisse proprio al segnalatore anonimo di Signa? In tal caso, non pensi invece che questo appello potesse riferirsi a qualcos'altro, tipo a colui il quale mandò dei messaggi anonimi con la storia della B di Babbo nell'autunno inverno '81-'82? Eppure anche quelle erano lettere arrivate alla caserma di Borgo Ognissanti, ne parla anche Spezi nel suo libro dell'83...
Ricci: Ho letto il documento di De Gothia che sicuramente coglie nel segno riguardo alla prova dell’esistenza del messaggio anonimo anche se non condivido molte sue considerazioni personali riferite al possibile tranello che l’anonimo che portava a Signa aveva in mente. L’appello del 20/07/1982 sulla nazione si riferiva senza dubbio all’ignoto anonimo di Signa, quello non ci piove perché come già detto Fiore aveva parlato del giornale e il biglietto a tutta la caserma e forse a tutti i suoi amici e le voci girano in fretta. A quei tempi non c’era un coordinamento unico delle indagini, o meglio c’era ma - non so se mi spiego - ogni carabiniere o poliziotto era abbastanza libero di indagare per gli affari suoi perché il caso colpiva tutti molto. Fu sicuramente uno fra le varie decine di forze dell’ordine che sapevano dell’anonimo ad avere l’idea di individuare il mittente di Signa provando a lanciare quella specie di appello sulla nazione. Non so dire chi fu (magari non era neanche uno di Borgo Ognissanti) ma non ci voleva una potenza e un abilità speciale per contattare un giornalista proponendogli la cosa. Credo anche che questo appello passò abbastanza inosservato io infatti nel 1982 neanche lo notai. Quello che ricordo bene fu che da fine luglio 1982 tutti cercarono il più possibile di tenere riservato il modo con cui si era arrivati a Signa. I motivi li ho già scritti nel mio intervento precedente e inoltre c’era una nuova fase d’indagine che stava per partire, cioè la pista sarda che fu indagata e seguita il più possibile in silenzio almeno fino alla notizia dell’arresto del Francesco Vinci.
Le lettere della b sono una cosa diversa di qualche mese prima. Erano delle lettere di circa sei mesi prima il collegamento con Signa dove si diceva che il mostro sceglieva i posti dove uccidere seguendo la parola babbo, ma quello che mandò quelle lettere era un mitomane perché già allora la cosa non tornava e non venne presa sul serio dal segnalarla come appello sul giornale. Se le b di Borgo e Baccaiano potevano starci non ci stava la a di Arrigo, perché il posto era Mosciano e Arrigo era solo la via, Via dell’Arrigo appunto. L’arma non è quella che si racconta in certe barzellette e già allora si capì che mescolando le località, le vie e i comuni si potevano formare infinite parole. Era un periodo quello dove arrivavano decine di lettere anonime al giorno credo che un fine settimana ne arrivarono addirittura 57. Molte di quelle lettere erano sicuramente più interessanti di quelle del babbo, se queste sono rimaste nella memoria è solo per il libro dello Spezi. Inoltre se l’appello del 20/07/1982 si riferiva all’autore della b di babbo quell’appello doveva contenere almeno un riferimento temporale di sei mesi prima, altrimenti quello della b di babbo non poteva capire che si voleva entrare in contatto con lui. Sicuramente dunque l’appello sul giornale fu un primo tentativo senza seguito di individuare l’anonimo che segnalò Signa.

In questo primo scambio viene affrontato l'argomento del “cittadino amico”, in certe discussioni in rete intrecciato a quello di un mitomane di qualche mese prima. Come si vede Ricci dimostrò di avere le idee ben chiare sulla questione.

Forumista: Perché sia Dell'Amico, sia Tricomi, ma anche la Della Monica e Vigna non ammetterebbero questo episodio della segnalazione anonima dopo più di vent'anni se così fosse?
Ricci: Dopo tanti anni si tende a dire la versione che si è ripetuto di più ma che non necessariamente è quella vera soprattutto perché si parla di stimati professionisti che quando non dicono esattamente come andò la vicenda lo fanno a fin di bene. Comunque Dell’Amico, Tricomi, Vigna e la Della Monica sono quattro persone che hanno avuto un ruolo diverso in questa storia e credo sia utile dire le differenze di ruolo di queste persone. Dell’Amico per il suo ruolo primario nell’Arma che indagava decise in accordo con il giudice Tricomi di dare un ufficialità al collegamento con Signa. Una volta distrutta ogni traccia del collegamento anonimo (forse fu un errore ma con il senno del poi è troppo facile a dirsi) questo è come se non fosse mai esistito dunque sarebbe poco saggio ad anni di distanza dire che ci fu l’anonimo quando niente può più provarlo. I giornali che hanno pubblicato per anni la notizia del messaggio anonimo fin dal 1982 non sono mai stati smentiti dagli inquirenti come anche i resoconti di Spezi nei suoi libri. Proprio nel primo libro dello Spezi, quello del 1983, gli fu detto di puntare su un altra segnalazione anonima meno rilevante come quella di babbo perché rivelare dell’anonimo di Signa con la pista sarda in pieno corso poteva essere un azzardo. Insomma a volte il silenzio è un segno di assenzo e chi vuole capire capisca. Vigna e la Della Monica hanno conoscenza dell’anonimo di Signa solo per ciò che gli ha riferito l’Arma ed è quindi inevitabile che la loro versione dei fatti sia quella della scoperta interna all’Arma ad opera di Fiore. Un pm serio come le persone in questione giudica ciò che sta agli atti e non deve interessarsi ad altro.

Si può notare che nella risposta Ricci dà spiegazione plausibili anche sul perché Mario Spezi, nel libro del 1983, sposò la versione ufficiale.

Forumista: Chi sarebbe allora questo segnalatore anonimo?
Ricci: Penso qualcuno dell’Arma o della Polizia che non si occupava del mostro ma seguiva lo stesso la vicenda per passione o per dare un aiuto e poiché aveva scoperto che quello di Signa ricordava i delitti del mostro voleva aiutare le indagini. Qualcuno che magari prestava servizio in un altra provincia toscana non di competenza e voleva dare un aiuto senza mettersi in mostra.
Forumista: Qual'è la tua idea in generale sul mostro?
Ricci: Il delitto del 1968 è stato commesso da più persone almeno 4 o 5 senza volontà maniacali. Fra queste persone c’è anche il futuro mostro ma preferisco non aggiungere altro.

Qui arriviamo alle convinzioni personali, e a parere di chi scrive risulta molto poco convincente quella di un carabiniere che scrive una lettera anonima ad altri carabinieri! Riguardo il possibile Mostro, è chiaro che Ricci pensava a Salvatore Vinci, come in genere tutti i suoi colleghi d’arma.

Forumista: Le sembrerebbe una prassi normale, come brigadiere dell'Arma, "buttare" una segnalazione anonima che si è rivelata corretta e veritiera?
Ricci: Non credo si può parlare di prassi perché trovare una lettera anonima utile su dei delitti in serie è una situazione che non era mai capitata prima in italia e forse non è più capitata neanche dopo. Essendo un eccezione i più influenti decisero che una volta scoperto di Signa il giornale e il messaggio non servivano più a prescindere dalle future verifiche. So che oggi sembrerà un grave errore ma bisogna entrare nella mentalità di quel periodo. Bisogna poi tenere presente che il Francesco Vinci viene incarcerato verso metà agosto 1982 e senza l'accusa formale di essere il mostro. Quello che voglio dire è che si capì subito che quella lettera poteva essere decisiva ma non si comprese bene quale poteva essere il suo valore materiale una volta che l'indagine si concentrò interamente sui sardi delle famiglie Mele e Vinci o una volta finita l'indagine sulla pista sarda.
Forumista: Come sarebbe arrivato il biglietto in caserma? Era in una busta affrancata? Spedita da dove e indirizzata a chi?
Ricci: Il giornale del 1968 con il biglietto spillato e scritto a macchina da scrivere era dentro una busta francobollata senza mittente ma con destinatario il nucleo dell'Arma di Borgo Ognissanti. Non penso si è mai verificato da dove proveniva, credo che una verifica del genere si fece solo per il pezzo di seno inviato alla Della Monica.

La scoperta di Vieri Adriani. Arriviamo finalmente a quella che al momento è l’ultima puntata della intricata vicenda. Ce ne riferisce Omar Quatar nel terzo dei suoi tre articoli (vedi). In un recente convegno (Pistoia, 8 settembre 2017) l’avvocato Vieri Adriani ha riferito dell’esistenza di un documento, datato 20 agosto 1982, con il quale Silvia Della Monica, all’epoca PM titolare delle indagini assieme al collega Adolfo Izzo, rivolgeva la seguente richiesta al Nucleo Operativo Carabinieri di Firenze:

Il giudice istruttore del tribunale di Firenze dottor Vincenzo Tricomi segnalava a questo ufficio l’importanza di una lettera anonima. Questa lettera indirizzata alla scrivente e trasmessa per indagini a codesto reparto, la quale evidenziava come i duplici omicidi commessi dal Mostro fossero cinque, non quattro, richiamando l’attenzione su un episodio analogo avvenuto in passato in altra località della provincia.
Questo ufficio ritiene indispensabile al fine delle ulteriori indagini concernenti l’identificazione dell’autore dell’anonimo rientrare in possesso dello scritto potendosi presupporre che esso sia attribuibile a persone a conoscenza dell’identità del vero assassino. Facendo seguito pertanto a passate sollecitazioni verbali, si prega di voler procedere a pronta trasmissione.

La registrazione video del convegno su menzionato è disponibile qui, con l'inizio dell'intervento sulla lettera anonima a 1:10:17. Vieri Adriani ha poi aggiunto che, a quanto a lui risultava, la lettera sarebbe effettivamente rientrata nella disponibilità di Procura e Ufficio Istruzione, ma soltanto qualche mese dopo.
Il documento conferma in modo inequivocabile che, dopo il delitto di Baccaiano, era arrivata nelle mani degli inquirenti almeno una lettera anonima nella quale si richiamava l’attenzione sul delitto di Signa. Tale lettera era stata indirizzata alla stessa Silvia Della Monica, la quale, evidentemente senza darle soverchia importanza, l’aveva affidata ai carabinieri affinché procedessero con le opportune verifiche, salvo richiederla indietro non appena gli eventi erano precipitati (si tenga presente che Francesco Vinci era stato arrestato cinque giorni prima della sua richiesta). Non sfugga al lettore il fatto che Giorgio Sgherri, nel suo futuro articolo, avrebbe scritto di “riferimento a 5 e non a 4 duplici omicidi”, esattamente come risulta dal documento in questione.
È chiaro che la rivelazione di Adriani conferma indirettamente anche quanto risultava dall’appello dei carabinieri al “cittadino amico”, e cioè il fatto che le lettere anonime erano state tre. Con un pizzico di fantasia si potrebbe immaginare che l’anonimo mittente ne avesse inviate prima due, indirizzandone una ai carabinieri di Borgo Ossignanti e l’altra alla Della Monica, e poi una terza con dentro il ritaglio di giornale ancora ai carabinieri. Merito del maresciallo Fiori dovrebbe quindi essere soltanto quello, ma non è poco, di aver intuito l'importanza della segnalazione.

Suggestioni e interpretazioni. Che dietro l’anonimo mittente ci fosse stato il Mostro è ben più di una fondata ipotesi, è una logica certezza. Chi altri avrebbe potuto essere? Certamente non si trattava di un cittadino qualsiasi illuminato da una felice intuizione, il quale avrebbe sì potuto desiderare di rimanere anonimo, ma non si comprende il perché avrebbe scritto ben tre lettere al posto di una sola ben argomentata. Poi è poco credibile che un cittadino qualsiasi fosse arrivato a intuire quanto non avevano intuito né investigatori né giornalisti. In realtà doveva trattarsi di un individuo a conoscenza del destino della pistola, e per questo in qualche modo coinvolto nelle vicende del 1968. Ma al quale non interessava contribuire alla cattura del Mostro, poiché in questo caso non si sarebbe limitato a un sibillino suggerimento, per di più dopo aver lasciato che venissero uccise otto persone prima di farsi vivo.
In realtà l’anonimo mittente non poteva essere che qualcuno interessato a far partire la pista sarda, e che da quella partenza aveva tutto da guadagnare e niente da perdere; quindi proprio il Mostro: anni di inutili indagini durante i quali l'individuo sarebbe rimasto libero di uccidere stanno lì a dimostrarlo. Data per valida questa ipotesi, si aprono vari scenari, alcuni dei quali è bene escludere a priori.
Va escluso innanzitutto qualsiasi scenario che non preveda l’uccisione di Barbara Locci e Antonio Lo Bianco da parte di Stefano Mele e complici e addebiti al Mostro anche quel delitto. Nonostante i disperati tentativi di chi ha inteso risolvere in questo modo l’eterno enigma del passaggio della pistola, rimangono del tutto insuperabili gli indizi che coinvolgono Mele nel duplice omicidio, e assieme a lui qualcun altro. D’altra parte in uno scenario del genere tornerebbe poco anche la storia delle lettere anonime, che dovrebbero essere interpretate come una specie di rivendicazione da parte del Mostro. Come a dire, se otto vi sembrano pochi sappiate che ne ho fatti fuori dieci. Ma allora perché non mandare il messaggio già l'anno prima e direttamente alla stampa?
Va poi escluso qualsiasi scenario che preveda la sostituzione dei bossoli nel fascicolo di Signa. Con questa ipotesi si lascerebbe il delitto del 1968 a Mele e compagni, svincolandolo dai successivi opera invece del Mostro. In sostanza si sarebbe trattato di un depistaggio effettuato dal Mostro stesso, che avrebbe messo dei bossoli suoi al posto di quelli originali per poi avvertire gli inquirenti con le lettere anonime e metterli quindi su una falsa pista. A parte la difficoltà di introdursi in un ambiente di tribunale e quella di sostituire in modo plausibile anche i proiettili deformati, torna poco la fortuna del Mostro di aver avuto sottomano un delitto da taroccare molto simile ai propri, così poco usuali, non troppo lontano né nel tempo né nello spazio.
A proposito di depistaggi, è bene spendere qualche parola sulla mancata distruzione dei bossoli e dei proiettili del 1968, prevista dalla legge a giudizio consolidato, nella quale in molti hanno voluto vedere chissà quali retroscena. Ecco quel che ne pensava Micheli:

Il fatto che quei reperti si trovassero ancora dopo otto anni non può seriamente sorprendere, ove la realtà delle cose si valuti non solo con “la mente critica dell’operatore del diritto”, ma soprattutto con il buon senso di chi ha un minimo di pratica di uffici giudiziari: siamo veramente convinti che ad ogni provvedimento di confisca di un bene sequestrato faccia seguito una esecuzione immediata? O non siamo piuttosto abituati a vedere locali dove i corpi di reato rimangono giacenti e dimenticati, come pure fascicoli dove un reperto resta tranquillamente spillato con i punti di una pinzatrice senza che nessuno si faccia carico di regolarizzarne l’iscrizione?

Per logica va anche escluso qualsiasi scenario che veda il Mostro far parte dei sospettati del 1968. Già l’aver continuato a uccidere con la medesima arma di allora appare un comportamento di un’imprudenza unica, per di più sarebbe stato lui stesso ad avvertire gli inquirenti che non se ne erano accorti da soli. Assurdo.
Alla fine lo scenario di gran lunga più plausibile è quello di un individuo che era entrato in possesso della pistola del 1968 senza aver avuto nulla a che fare con quel delitto e senza che i personaggi allora indagati o comunque coinvolti nulla ne avessero saputo. E lui nulla avrebbe avuto da temere da una riapertura delle indagini, anzi, avrebbe avuto tutto da guadagnare, come in effetti fu. Ma allora, perché attendere i primi di luglio del 1982 per mettere gli inquirenti su quella falsa pista? Considerata la coincidenza di date, la spiegazione di gran lunga più plausibile è una sola: paura.
Il lettore sa bene che Paolo Mainardi fu portato in ospedale ancora vivo. Purtroppo il ragazzo era in coma irreversibile, e la mattina morì senza aver mai ripreso conoscenza. Tutti i giornali lo scrissero, ma subito dopo Silvia Della Monica ebbe l’idea di tentare un trucco, in accordo con alcuni giornalisti. Ecco quindi che il 22 giugno 1982 uscì la notizia di un’indiscrezione secondo la quale Mainardi, prima di morire, avrebbe fornito una traccia per catturare l'assassino.


La speranza era quella di indurre il Mostro, se non a costituirsi, a commettere qualche passo falso. Si trattò di un trucco tardivo e un po’ maldestro, ma nel quale l’assassino sorprendentemente cadde, decidendo di giocare in quel momento la carta di Signa. Tra l’altro su “La Nazione” del 23 comparve un articolo di Spezi proprio su Silvia Della Monica, destinataria di una delle tre lettere; quella stessa Silvia Della Monica che tre anni dopo, ormai fuori dal caso, avrebbe ricevuto la nota lettera con il frammento di seno. 


Entrambi gli articoli sono tratti dall'emeroteca di “Insufficienza di prove”.
Infine, a beneficio di chi non è troppo inquadrato nei propri pregiudizi, si riporta un passaggio dell’interrogatorio di Giancarlo Lotti del 26 aprile 1996:

Ho assistito anche all'omicidio di Baccaiano; ho visto la macchina dei ragazzi uccisi; c’è una strada che si sale ed a metà c’era questa macchina. Io fui costretto ad andare lì come per gli omicidi successivi. Anche quella volta io ero con la macchina mia e Vanni e Pacciani erano con quella del Pacciani. Il Pucci non c’era. Gliene ho parlato dopo io. Furono uccisi una coppia di fidanzati: io ero rimasto un po' più in giù. Sentii che sparavano dentro la macchina. Era Pietro che sparava. Non li aveva presi tanto bene e volevano uscire di macchina. Per me i due avevano riconosciuto le persone. 

Addendum. L’avvocato Vieri Adriani mi ha gentilmente messo a disposizione il documento da lui letto al convegno di Pistoia dell’8 settembre 2017. In sostanza non ci sono differenze nel contenuto rispetto alle sue parole, in ogni caso metto qui la relativa scannerizzazione a beneficio di chi, giustamente, preferisce disporre della documentazione originale.
Adriani mi ha anche reso partecipe di una sua ulteriore scoperta. Si tratta di una richiesta del giudice Vincenzo Tricomi al tribunale di Palermo, datata 29 ottobre 1982, affinché venissero interrogati Giuseppe Barranca e il fratello, cognati di Antonio Lo Bianco, sul noto episodio della scommessa tra lo stesso Lo Bianco e Francesco Vinci riguardo la conquista di Barbara Locci. Ebbene, nel documento – scaricabile qui – dopo l’elencazione dei quattro duplici omicidi del Mostro, da quello di Borgo a quello di Baccaiano,  si legge:

A seguito di segnalazione anonima che esisteva un quinto duplice omicidio commesso dal cosiddetto “mostro” si risaliva all’omicidio di Lo Bianco Antonio e Locci Barbara commesso nel 1968 in relazione al quale era stato condannato il marito della Locci.

A questo punto qualsiasi dubbio sull’esistenza della segnalazione anonima è del tutto ingiustificato. Ne rimane invece qualcuno sul perché poi dall’autorità giudiziaria non è mai arrivata una conferma ufficiale. L’impressione di chi scrive è quella di un pasticcio interno alle forze dell’ordine, con il biglietto che una parte distrusse o smarrì cercando di nascondere il peccato alle altre. Si spiega forse così anche la smentita di Rotella, che magari era tra quelli che non sapeva. O forse sapeva, ma non se l’era sentita di affrontare le conseguenze dirompenti di quella segnalazione anonima.