venerdì 9 dicembre 2016

La dinamica di Baccaiano (1)

Era quasi la mezzanotte di sabato 19 giugno 1982 quando Adriano Poggiarelli e Stefano Calamandrei, due giovani che stavano transitando lungo la buia via Virginio Nuova per raggiungere Baccaiano – una frazione del comune di Montespertoli – notarono sulla loro destra un’auto finita fuori strada, le ruote anteriori sulla banchina e le posteriori dentro il canaletto laterale di scolo, quindi inclinata con la coda in basso (come mostra la foto seguente, si tenga presente però che la portiera destra era chiusa).


Pareva la scena di un incidente stradale, ma in un primo momento, visti i fari spenti e l’assenza di persone all’intorno, i due non si fermarono. Arrivati in paese e trovato deserto il bar dove erano diretti, presi da uno scrupolo decisero di tornare indietro, raggiungendo il luogo del presunto incidente dopo appena qualche minuto dal precedente passaggio. Il tempo di scendere a terra e furono raggiunti, con provenienza dalla direzione opposta, da una coppia di fidanzati, Concetta Bartalesi e Graziano Marini, anch’essi insospettiti dall’auto fuoristrada e anch’essi tornati indietro a controllare.
Quasi immediatamente i quattro giovani si resero conto che quella non era la scena di un incidente stradale. Dietro il vetro in frantumi del finestrino anteriore sinistro un ragazzo respirava a fatica, seduto alla guida con il busto appoggiato alla spalliera inclinata, mentre sul divanetto posteriore sedeva una ragazza priva di conoscenza. Ma soprattutto c’era un buco sul parabrezza, al quale Bartalesi e Marini associarono gli schiocchi che avevano udito provenire dal posto poco prima del loro primo transito. Intuendo che c’era stata una sparatoria, presi dal panico i quattro corsero a telefonare ai Carabinieri e al Pronto Soccorso, lasciando la scena del crimine incustodita. Dopo quindici, venti minuti iniziò ad arrivare gente, e poi l’ambulanza.
Entrati nell’abitacolo attraverso la portiera del passeggero forzata con il piede di porco in dotazione, i paramedici constatarono il decesso della ragazza, mentre estrassero il ragazzo incosciente ma vivo. Purtroppo però non c’era più nulla da fare neppure per lui: giunto in ospedale in coma irreversibile, otto ore più tardi morì.
Antonella Migliorini e Paolo Mainardi, 20 e 22 anni, fidanzati da tempo, avevano trascorso la serata a cena da un amico di famiglia, l’ultimo ad averli visti vivi, per poi uscire, attorno alle 22.30, a bordo della loro Fiat 147, una 127 economica a due porte costruita in Brasile. Si erano appartati quasi subito in un piccolo spiazzo erboso a fianco di un lungo rettilineo su una provinciale di medio scorrimento, via Virginio Nuova, a un chilometro circa da Baccaiano. A parte il lato d’ingresso il posto era circondato da fitti cespugli, quindi assicurava una ragionevole protezione da sguardi indiscreti, ma non era troppo isolato, rimanendo l’auto comunque ben visibile dalla strada. A detta degli amici intervistati nei giorni successivi, Antonella aveva terrore del Mostro, e sembra logico ritenere che la scelta di un luogo con simili caratteristiche fosse dovuta proprio a quello.
Purtroppo la loro accortezza non risultò sufficiente.

Un complicatissimo scenario. La ricostruzione della dinamica del delitto ha presentato da sempre notevoli problemi, sia per la sua intrinseca complessità dovuta allo spostamento dell’auto durante l’azione, sia per l’intervento dei paramedici che soccorsero Paolo, i quali fecero quel che andava fatto ma alterarono in modo irrimediabile la scena del crimine. La presenza al suo interno di bossoli e frammenti di vetro attestano senza dubbio alcuno che l’attacco era iniziato sulla piazzola antistante, dove la 147 sostava con il muso rivolto verso i campi e la coda verso la strada. Così l’aveva vista Francesco Carletti, che vi era passato davanti attorno alle 23.40. Pochi minuti dopo, quando erano transitate le auto dei due amici e dei fidanzati, la 147 si trovava dalla parte opposta con le ruote posteriori nel fosso, dove evidentemente era finita a marcia indietro. La figura sottostante schematizza lo scenario e l’azione.


I pallini rossi indicano i nove bossoli raccolti, contrassegnati da lettere dell’alfabeto che non vogliono indicare alcuna sequenza temporale. Le lettere “F”, “G”, “H”, “I” replicano quelle utilizzate dalla Scientifica così come si evince dalle foto sottostanti. La seconda immagine è costituita dall’accostamento di due fotogrammi televisivi di un filmato non noto a chi scrive, pubblicata su Calibro 22, dove si vedono tutti e quattro i bossoli ritrovati sull’asfalto, di cui “F” dalla parte della piazzola. Riguardo invece quelli ritrovati in piazzola, dei quali non sono emerse foto, da Storia delle merende infami si apprende che “A”, “B” e “C” erano tutti vicini, a 11 metri dalla ruota anteriore destra della 147 presa come punto di riferimento nella relazione della Scientifica, mentre “D” era a 10 metri.
Il bossolo “X” fu raccolto all’interno dell’auto, sul tappetino posteriore destro.

 
 

Sui proiettili repertati si sa poco – nella perizia Arcese-Iadevito si parla di sei frammenti e di una “parte” – mentre sono esaurienti le descrizioni delle ferite.


Antonella fu colpita due volte alla fronte: il proiettile “A”, non mortale, attraversò la cute e fuoriuscì, mentre il proiettile “B” la prese frontalmente penetrando nella cavità cranica e uccidendola. Varie escoriazioni e piccole ferite, delle quali la più importante lacero-contusa al naso con fratture delle ossa (“C”), furono dovute ai frammenti di vetro del finestrino infranto (perizia De Fazio: “Sul cadavere sono state anche riscontrate piccole escoriazioni multiple e piccole ferite da taglio sparse riferibili all'azione dei frammenti del cristallo frantumato”).
Va segnalata infine un’ecchimosi a una gamba – quasi certamente la destra – nelle vicinanze del piede.


Paolo fu colpito da quattro proiettili: “A” alla spalla sinistra con ingresso da dietro, “B” alla tempia sinistra con ingresso sopra e dietro l'orecchio e attraversamento dell’encefalo (l’unico mortale), “C” all’orecchio sinistro, non penetrato e rimbalzato in basso verso la mandibola, “D” alla punta della mandibola, sulla sinistra e dal basso in alto, con fuoriuscita dallo zigomo sinistro. Anche in questo caso la perizia De Fazio parla di piccole ferite da frammenti di vetro, in particolare nella zona della tempia e dell’orecchio sinistri. In più furono osservati lividi e abrasioni sul tronco e agli arti superiori.
Nè Antonella nè Paolo avevano addosso ferite d’arma bianca.


Ai sei proiettili che raggiunsero le vittime ne vanno aggiunti due che colpirono i fari anteriori della 147, sparati ad auto già fuoristrada poiché i relativi frammenti di vetro furono ritrovati lì sotto, mentre al foro sul parabrezza probabilmente corrisponde una delle ferite già descritte. Per pareggiare i conti con i nove bossoli ne manca uno, quindi: più avanti vedremo dove andò a finire.
Ulteriori elementi da tenere in considerazione riguardano l’auto. Il cambio era in retromarcia e il freno a mano inserito solo in parte. Le ruote anteriori erano sterzate verso destra, in una posizione ben compatibile con lo spostamento ad arco di cerchio della vettura. Lo sportello lato passeggero era bloccato dall’interno, quello di guida no, quantomeno così l’aveva trovato la Scientifica. Ma vedremo che con tutta probabilità era bloccato anche quello, e la relativa sicura si era sollevata nel momento in cui un soccorritore aveva tirato la maniglia dall’interno. All’intervento del medesimo soccorritore si deve anche il sedile di guida semireclinato, in origine in piedi come quello del passeggero. Infine le chiavi, che, furono trovate nel campo dietro l’auto in una posizione purtroppo non ben precisata.
Sul sedile posteriore della 147 venne recuperato l’orologio di Antonella con il cinturino privo di una delle due maglie di giunzione, rinvenuta in ospedale tra i capelli di Paolo, “arcuata e deformata(De Fazio). Dal pavimento fu invece raccolto un profilattico annodato contenente sperma, e di sperma era sporco un fazzoletto di carta anch’esso trovato in macchina.

La ricostruzione ufficiale. Nella sentenza di primo grado contro Pacciani è riassunta la ricostruzione ufficiale:

[…] il ragazzo, forse già ferito, ma non mortalmente, dai colpi di arma da fuoco, era riuscito a mettere in moto l'auto e ad inserire la retromarcia, abbandonando la piazzola sterrata, cercando di immettersi sulla strada provinciale. Non vi era purtroppo riuscito perché l'omicida lo aveva inseguito esplodendo contro lui e la ragazza una serie di colpi che avevano ucciso quest'ultima, trovata seduta nella parte posteriore dell'auto, e ferito mortalmente lui. A macchina ferma l'omicida aveva sparato due colpi contro i fari anteriori; aveva poi danneggiato con un oggetto metallico e a punta i fanalini di posizione anteriori, sfilando anche le chiavi dal cruscotto.

La ragionevole anche se grossolana dinamica presuppone dunque che fosse stato Paolo Mainardi, sorpreso alla guida e forse ferito, a tentare la fuga, finendo per incagliarsi nella fossa sul lato opposto della strada dove il Mostro avrebbe terminato la sua azione di morte. Ma chi all’epoca fu incaricato di ipotizzare una ricostruzione (forse Arcese e Iadevito con l’aiuto di Maurri) dovette far fronte a non pochi dubbi, come appare evidente da quanto ne scrisse De Fazio un paio d’anni dopo.

Delle tre ricostruzioni proposte dai Periti medico-legali, nella perizia eseguita nell'83, la terza appare per alcuni versi la più convincente, in quanto esplicativa del fatto che il Mainardi, quando fu attinto dai colpi di arma da fuoco, si trovasse sul sedile anteriore, al posto di guida: tale ricostruzione implica infatti che il primo colpo sia stato sparato contro il parabrezza e possa essere quindi uscito dal finestrino dello sportello di sx., il cui vetro sarebbe quindi stato frantumato dall'interno, e che poi vi siano stati da un canto gli spostamenti e le manovre del Mainardi per mettere in moto l'auto, dall'altro lo spostamento dell'omicida nel fianco sx. dell'auto, per sparare all'interno di questa, in rapida successione, i colpi che hanno attinto le due vittime, mentre l'auto si muoveva in retromarcia lentamente in quanto verosimilmente era innestato il freno a mano, e l'omicida si teneva a contatto dell'auto, forse appoggiato a questa correndole a fianco e sparando i colpi in rapida successione.

Si capisce subito che i periti dovettero aver combinato un gran pasticcio, nelle loro tre versioni, se De Fazio ne privilegiò una che già partiva male, con un improbabile primo colpo verso il parabrezza il cui bossolo avrebbe dovuto trovarsi isolato in mezzo ai cespugli davanti all’auto. E non era lì. 


Vedremo che l’errore sarebbe stato ripetuto da altre ricostruzioni, alternative a quella ufficiale. Pur senza menzionare il problema del bossolo, De Fazio respinse l’ipotesi, confermando però la posizione di Paolo alla guida.

Tale interpretazione contrasta tuttavia col reperto di minute e numerose escoriazioni in zona temporo-auricolare sx. evidentemente prodotte da frammenti di vetro, proiettatisi quindi all'interno dell'auto, verosimilmente in un momento in cui il Mainardi si trovava al posto di guida, ovvero sul sedile posteriore con la testa protesa in avanti, forse nell'atto di protendere il braccio verso la parte anteriore dell'auto. Vi è un particolare che non è stato tenuto in considerazione nella ricostruzione dinamica dei fatti: l'orologio della Miglìorini è stato trovato sul sedile posteriore dell'auto, col cinturino libero ad una estremità, in quanto mancante della barretta che la tiene fissa al corpo dell'orologio; tale barretta è stata rinvenuta, arcuata e deformata, tra i capelli del Mainardi, da uno dei medici dell'ospedale in cui fu ricoverato.
Appare quindi verosimile che il polso sinistro della Migliorini si trovasse, nel momento in cui fu infranto il vetro dello sportello sx., a contatto con i capelli del Mainardi, e come appoggiato sul suo capo, in modo da essere investito da parte delle scheggie di vetro, una delle quali verosimilmente ha deformato e liberato la barretta che poi è stata trovata tra i capelli dell'uomo. Tale circostanza diviene possibile ove si ipotizzi non già la vicinanza della coppia per effusioni (non si capisce infatti in quale posizione reciproca potessero trovarsi le due vittime secondo tale ipotesi), ma una situazione diversa, forse di all'erta, in cui l'uomo si trovava seduto al posto di guida e la donna, forse per l'istintiva ricerca di un contatto rassicurante, si protendeva dal sedile posteriore cingendo con la mano sinistra il capo del compagno.

Le osservazioni di De Fazio sui frammenti di vetro e sull’orologio di Antonella sono molto acute, e senz’altro condivisibili. Ma anche lui non affrontò il vero problema di ogni ricostruzione che avesse collocato Paolo Mainardi al posto di guida: i soccorritori intervenuti dopo mezz’ora lo avevano trovato a sedere sul divanetto posteriore.

Paolo Mainardi seduto dietro. Nelle ore immediatamente successive al delitto, la notte stessa, furono interrogati i quattro ragazzi che per primi si erano fermati accanto alla 147. Tutti dichiararono di aver visto Paolo Mainardi sul sedile di guida. D’altra parte anche le macchie di sangue indicavano la stessa cosa. In un documento redatto dal Pubblico Ministero alle 2 di notte si poteva leggere: “Gli ufficiali di P.G. presenti riferiscono che, sul sedile anteriore di guida, in base a dichiarazioni assunte in loco, era adagiato il corpo di un giovane identificato in Mainardi Paolo”. Si può immaginare lo sconcerto degli inquirenti quando, uno o due giorni dopo, interrogarono i quattro soccorritori, i quali dichiararono all’unisono di aver trovato Mainardi seduto dietro. Si trattava di un adulto, Lorenzo Allegranti, che guidava l’ambulanza, e tre ragazzi neppure maggiorenni (Silvano Gargalini, Marco Martini e Paolo Ciampi), tutti volontari della Croce d’Oro di Montespertoli. Nell’articolo La sentenza CdM e Baccaiano (paragrafo: “Secondo e terzo riscontro”) sono già state evidenziate le enormi pressioni di chi li aveva interrogati affinchè cambiassero versione, tanto da ottenere che Martini, dopo tre ore e mezza di eroica resistenza, firmasse quel che volevano: “Non sono in grado, invece, di precisare l'esatta posizione del corpo del Mainardi in origine in quanto, al momento del mio intervento, il corpo stesso era già stato spostato dal mio collega”. Ma in precedenza a “Paese Sera” (21 giugno) il ragazzo aveva dichiarato: “Ricordo benissimo che, per togliere il corpo di Paolo dalla macchina, abbiamo dovuto spostare in avanti i sedili anteriori. Lui stava seduto accanto ad Antonella su quelli posteriori”.
Il problema fu presto dimenticato, anzi, probabilmente già De Fazio non ne fu messo al corrente, considerando che nella sua perizia non se ne fa menzione. Anche al processo Pacciani non si sentì parlare dei quattro soccorritori. Fu Nino Filastò, nell’intento di confutare le dichiarazioni di Giancarlo Lotti, a chiamarli a deporre al processo Vanni (vedi qui: Allegranti, Gargalini, Martini, Ciampi). Ebbene, tutti, compreso chi suo malgrado aveva firmato verbali compiacenti (Martini e Ciampi) furono concordi nel dichiarare che Paolo Mainardi era seduto dietro. Chi ha letto l’articolo poco sopra citato sa già come andò a finire: i giudici non si impressionarono affatto e si voltarono dall’altra parte.
Eppure le parole soprattutto di Martini e Gargalini furono efficacissime nel dimostrare il primo le pressioni subite all’epoca e nel raccontare il secondo le manovre di soccorso. A entrare in auto erano stati lui avanti e Martini dietro, ed entrambi avevano sollevato il ferito passandolo a Ciampi e Allegranti che erano fuori. Per una serena valutazione del loro operato si tenga presente che si trattava di volontari giovanissimi – a parte l’autista – addirittura al loro primo intervento, quindi è comprensibile che il servizio svolto non fosse stato perfetto, per l’inesperienza e soprattutto per l’emozione.
Va segnalato, ad esempio, l’inutile scardinamento della portiera destra. Mentre Gargalini verificava che la portiera del passeggero era bloccata Martini tentava di aprire quella di guida, trovando bloccata anch’essa, quasi sicuramente per la levetta della sicura abbassata, tanto è vero che lo stesso Gargalini poi l’aprì facilmente dall’interno usando la maniglia (“gli sportelli forzavano e non si aprivano, oppure era chiusa. Io, questo, in particolare, non lo so. Io so che, dalla parte di là, l'ho forzata; dalla parte di là ho tirato la maniglia dall'interno e si è aperto lo sportello”). Non è ben chiaro in quale momento Gargalini avrebbe aperto la portiera di guida, che fu trovata effettivamente senza sicura, ma chiusa. Forse fu lui stesso a richiuderla, o forse qualcuno dall’esterno, anche semplicemente appoggiandovisi sopra.
Proviamo in ogni caso a sintetizzare il racconto di Gargalini con l’aiuto di qualche foto ricostruttiva, ripresa a bordo di una vera Fiat 127. Purtroppo nell’orario in cui il demolitore ha concesso l’uso dell’auto non era disponibile una figura femminile, quindi il lettore dovrà metterci un po’ d’immaginazione.


Una volta scardinata la portiera destra, Gargalini si sporse verso Antonella e ne verificò la morte (“la donna dietro lì, al lato destro, tasto il polso, tasto la carotide: non c'era segni di vita”). Poi cercò di tirare su il sedile del passeggero per accedere al vano posteriore e compiere la medesima verifica su Paolo, ma non trovò la leva di sblocco (“quei sedili, di solito, ci vuole una leva per tirarla. Io non la trovavo, con la furia”). A dire il vero la leva era in una posizione di facile accesso, sul lato esterno della spalliera, ma evidentemente il ragazzo la cercò in basso, dove invece si trovava quella per regolare l'inclinazione dello schienale.


Visto che non riusciva ad alzare il sedile del passeggero, il ragazzo entrò posizionandosi sull’altro (“io sono salito sul sedile, allora,  a questo punto, a sinistra”), senza però riuscire ad arrivare a Paolo (“non arrivando a fare quello che dovevo fare”). Si tenga presente che il sedile in foto era tutto indietro e non scorreva, quindi in realtà lo spazio tra soccorritore e ferito poteva essere maggiore.
 

Gargalini decise quindi di reclinare la spalliera con la leva in basso (“Ho reclinato il sedile di dietro, per poter arrivare meglio alla persona”).


Verificato che Paolo era ancora vivo, Gargalini uscì e cercò ancora una volta di trovare la leva di sblocco dei sedili, finalmente riuscendovi. Quindi i due sedili furono basculati in avanti e lui entrò nel vano posteriore iniziando le manovre di estrazione. A seguire entrò anche Martini, mentre Ciampi e Allegranti erano fuori sul lato destro dell’auto in attesa di prendere il ferito.
I sedili furono poi rimessi al loro posto, non si sa bene da chi e quando, probabilmente dalla Scientifica. Nella foto sottostante si vede bene quello del passeggero abbassato mentre quello di guida sembrerebbe ancora basculato in avanti. In altra foto risulta invece abbassato.


A questo punto appare evidente che i quattro soccorritori non potevano essersi sbagliati asserendo di aver trovato Paolo seduto dietro. Per quale motivo, infatti, si sarebbero inventati una manovra così articolata e del tutto plausibile? È altrettanto evidente l’ottusità degli inquirenti dell’epoca e dei giudici del processo Vanni nel non voler credere alle loro parole.

La ricostruzione di Filastò. Persa la battaglia in tribunale, nel libro Storia delle merende infami l'indomabile Nino Filastò propose in seguito la propria personalissima ricostruzione, secondo la quale Paolo Mainardi non sarebbe stato sorpreso al posto di guida, ma sul divanetto posteriore, dove la coppia aveva fatto l’amore e forse ancora stava per farlo. Il Mostro, dopo aver sparato i primi colpi in piazzola credendo di aver ucciso entrambi i ragazzi, si sarebbe messo al volante alla ricerca di un posto più riparato dove portare a termine l’ambita mutilazione. Durante il percorso a marcia indietro però Antonella, ancora viva, si sarebbe agitata costringendolo a sparare e facendogli perdere il controllo dell’auto finita in fossetta, con il tentativo di ripartenza impedito dalle ruote anteriori motrici prive di aderenza.
I punti deboli di questa artificiosa ricostruzione sono innumerevoli, qui conviene limitarsi solo ai principali. Che la coppia avesse scelto i sedili dietro per fare l’amore è assurdo. Già riesce difficile credere che i ragazzi si sarebbero chiusi in trappola sul sedile posteriore, per di più di un’auto a due porte, per di più con Antonella che aveva paura del Mostro. Sarebbe successo due anni dopo a Vicchio, ma Pia Rontini e Claudio Stefanacci probabilmente contavano sul fatto che il Mostro fosse in galera, e inoltre furono sorpresi in una fase preparatoria, quando ancora non avevano finito di preparare l'ampio giaciglio che, tramite smontaggio dello schienale posteriore, la loro Panda metteva a disposizione.
Ma a rendere del tutto impossibile l’ipotesi di Filastò sono le dimensioni del divanetto posteriore: 128 cm di larghezza e 45 di profondità. Le due foto sottostanti, con protagonista una persona di altezza media (1.75), lo dimostrano con chiarezza (purtroppo la prima è stata rovinata dai riflessi del sole sul parabrezza molto sporco).

 

Chi scrive non ha trovato una fonte diretta, è comunque diffusa la convinzione che i due ragazzi fossero piuttosto robusti. Ad esempio di Paolo “ragazzone robusto” si legge in Il Mostro di Firenze di Cecioni e Monastra, mentre per Wikipedia addirittura sarebbe stato alto quasi due metri. Di Antonella che sarebbe pesata 90 kg si legge invece nel documento di De Gothia che a breve andremo a trattare. I quasi due metri e i novanta chili saranno senz’altro delle esagerazioni, in ogni caso si può ragionevolmente escludere una costituzione particolarmente minuta.
Come abbiamo già visto, l’auto era dotata di molto più comodi sedili reclinabili, del resto previsti proprio per situazioni del genere, ai quali non si comprende davvero il perché Antonella e Paolo avrebbero dovuto preferire il divanetto posteriore. Rimane da spiegare la posizione di Antonella: perché era dietro? Vedremo nella seconda parte dell’articolo una logica spiegazione.
Ma se anche la coppia avesse adottato strane posizioni da kamasutra sul divanetto posteriore, a dimostrare che al momento dell’attacco Paolo era seduto davanti intervengono due fattori decisivi: il vetro anteriore andato in frantumi – i cui frammenti ferirono la faccia di entrambi – e le copiose macchie di sangue rinvenute sul sedile di guida, attribuite con troppa disinvoltura da Filastò alla fase di soccorso. In quel frangente il sedile era basculato in avanti, quindi al massimo un pur imponente fiotto di sangue lo avrebbe macchiato sul retro. In ogni caso la presenza di una strisciata lungo la portiera, lo vedremo a tempo debito, dimostra che il ragazzo aveva sanguinato a lungo mentre si trovava sul sedile anteriore.
Risulta inoltre poco ragionevole che il Mostro avesse deciso di spostarsi dalla piazzola, dove la vegetazione all’intorno risultava più che sufficiente ai suoi scopi: bastava trascinare il corpo di Antonella per appena un paio di metri e nessuno lo avrebbe visto mentre la mutilava. D’altra parte andare in giro con un’auto dal vetro anteriore sinistro infranto, il parabrezza forato da una pallottola e due cadaveri a bordo certamente non sarebbe stato un buon sistema per diminuire i rischi di essere colto sul fatto.
Va infine segnalata un’ultima gravissima incongruenza che riguarda i due bossoli raccolti tra la piazzola e la strada (“D” e “F”), poiché la loro posizione, nell'ambito della dinamica proposta da Filastò, presupporrebbe che lo sparatore fosse uscito dall’auto incastrata nel fosso e avesse attraversato nuovamente l’asfalto per sparare da lontano: a quale scopo e verso quale bersaglio?

Altre ricostruzioni. Quella di Filastò non è certo l’unica ricostruzione alternativa che riconosce valide le testimonianze dei soccorritori. Anche il compianto Mario Spezi in Dolci colline di sangue ne abbozzò una, ad esempio. Paolo sarebbe stato sì sorpreso alla guida, ma, una volta rimasto bloccato nel fosso, sarebbe stato spostato sul divanetto posteriore dal sopraggiunto Mostro che poi avrebbe preso il volante per portarsi in un luogo riparato ove effettuare l’escissione. Le ruote però avrebbero girato a vuoto, costringendolo a rinunciare. Come la classica coperta troppo corta, la dinamica proposta da Spezi elimina qualche problema rispetto a quella di Filastò ma ne introduce altri, il primo dei quali è l’estrema difficoltà – se non addirittura l’impossibilità – dello spostamento di un corpo inanimato dal vano anteriore a quello posteriore nell’angusto abitacolo dell’utilitaria. E poi, perché tanta fatica quando sarebbe bastato lasciar scivolare il poveretto a terra nel fosso?
Nelle lunghe discussioni in rete sono stati abbozzati altri tentativi di ricostruzione, e in due casi sono nati dei documenti che adesso circolano tra gli appassionati. Il primo a provarci fu il mitico De Gothia con La notte dei salami, uno scritto arguto e piacevole dove però si sommano vari errori e inverosimiglianze che il lettore può scoprire da sé. Va comunque riconosciuto al compianto padre dell’ipotesi Maniac di aver notato ed evidenziato un particolare importante scoperto su una foto della 147 scattata dopo il trasporto in una caserma dei carabinieri di Signa: delle macchie di sangue sul longherone esterno sinistro, ormai note sui forum come “colature di De Gothia”. Tra poco ne tratteremo, giungendo però a conclusioni del tutto differenti da quelle del loro scopritore.
Partendo dalle citate colature integrate con una misteriosa macchia di sangue sull’asfalto vista in un filmato dell’epoca, un forumista noto come Accent ha proposto un’incredibile ricostruzione dal titolo Il Mostro e la legge di Murphy (ne esistono due versioni, con la seconda che cerca di eliminare qualche grave difetto della prima). Il tentativo è interessante per alcuni dati raccolti – anche inediti, come quelli sulle caratteristiche dell’auto – e da ammirare è la grande fantasia con cui l’autore ha cercato di far quadrare i conti, ma il tutto è terribilmente artificioso, e il risultato finale è pessimo. Ecco un breve campionario delle ingegnose invenzioni contenute nel documento e di qualche loro punto debole.
Secondo Accent a far muovere l’auto in retromarcia sarebbe stato il motorino di avviamento azionato da Antonella. Dopo un primo tentativo di Paolo seduto accanto a lei sul divanetto posteriore, neutralizzato dai primi spari del Mostro, la ragazza si sarebbe gettata sulla chiave di accensione girandola per tentare la fuga. Si può già osservare che l'azione, al di là della sua inverosimiglianza – a chi sarebbe venuta in mente, soprattutto in quel contesto di massima sorpresa e spavento, per di più ricordando che era innestata la retromarcia? – risulta con tutta probabilità anche impossibile. Se davvero i due ragazzi avevano scelto il divanetto per fare l'amore, per farsi un minimo di spazio avrebbero almeno basculato in avanti i sedili anteriori, con il che la chiave di accensione sarebbe risultata inaccessibile.
Ma andiamo avanti. Secondo Accent il Mostro  avrebbe inseguito l'auto che singhiozzava a marcia indietro riuscendo a colpire Antonella di striscio alla fronte attraverso il parabrezza. Ad auto ferma avrebbe quindi ingaggiato una strenua lotta con la disgraziata fino a colpirla con un pugno al naso provocandole la ferita di cui si è già detto (che però era lacero-contusa, quindi poco compatibile con un pugno). Dopo aver finito Antonella con un proiettile, sarebbe poi entrato per togliere l'auto dalla strada – è a questo punto, con l'apertura della portiera, che viene collocata la formazione delle colature e della macchia sull'asfalto – ma la poca conoscenza del mezzo e l'eccitazione lo avrebbero fatto finire in fossetta. A questo punto si immagina un infruttuoso tentativo di ripartenza – però assai improbabile, vista la posizione del cambio ritrovato in retromarcia, del freno a mano in parte tirato e delle ruote girate a destra – e gli spari ai fari. Ma tutte queste azioni condotte sulla strada non avrebbero potuto avvenire nei tempi ristrettissimi, dell'ordine del minuto o due, che il Mostro aveva avuto a disposizione tra un passaggio di auto e un altro, lo vedremo più avanti.
Qualche parola infine sulla ricostruzione più ambiziosa e recente, pubblicata da Valerio Scrivo nel libro Il Mostro di Firenze esiste ancora. Il tentativo di conciliare la posizione di Paolo sul sedile anteriore a inizio attacco con  quella sul sedile posteriore rilevata dai soccorritori è lodevole, ma purtroppo anche macchinoso e pieno di punti deboli, dei quali qui si evidenziano soltanto i principali.
La sparatoria viene divisa in tre fasi. Inizialmente vengono esplosi i tre colpi corrispondenti ai bossoli raccolti in piazzola (“A”, “B” e “C”): il primo infrange il vetro senza colpire nessuno, il secondo colpisce la spalla di Paolo che comunque riesce a partire, il terzo, ad auto in movimento, attraversa il parabrezza e provoca la ferita di striscio alla fronte di Antonella. Come è facile intuire, passando dal primo colpo al terzo, la canna della pistola avrebbe dovuto cambiare direzione, da laterale a frontale in rapporto all’auto (gli angoli della traiettoria sulla superficie dei due vetri non avrebbero potuto essere troppo lontani dai 90 gradi, altrimenti il proiettile sarebbe scivolato via, soprattutto sul duro e già inclinato parabrezza). Però i tre bossoli erano vicini tra loro, indice di una canna rimasta più o meno ferma. Infine puzza la coincidenza di un proiettile sparato contro il parabrezza dell’auto in movimento che colpisce proprio la fronte della ragazza seduta dietro, per di più dall’altra parte rispetto al foro sul vetro. In ogni ricostruzione bisogna sempre diffidare dei colpi fortuiti, anche se in qualche caso possono certo esserci stati. In realtà vedremo che questo fu sparato molto da vicino, mirando alla testa di Paolo che fu colpita.
Nella seconda fase immaginata da Scrivo vengono sparati i due colpi contro i fari, corrispondenti ai bossoli raccolti tra piazzola e asfalto (“D” e “F”). Qui torna poco sia la mira dello sparatore, che a distanza di vari metri e non da fermo (i due bossoli erano lontani tra loro, indice di movimento) colpisce con precisione i fari che per di più lo stavano abbagliando, sia la motivazione: con le vittime ancora vive, perché sprecare due delle sei cartucce residue per abbuiare i fari? In realtà anche questi due colpi furono sparati a contatto, e i bossoli corrispondenti non sono certo i due immaginati da Scrivo.
La ricostruzione che si concretizza nella terza fase è la più macchinosa di tutte, e non potrebbe essere altrimenti, visto che si propone di spiegare lo spostamento di Paolo, l’enigma massimo. Ad auto incastrata nella fossa, il Mostro impone al ragazzo di uscire e passare sui sedili posteriori, ma, ancora prima che si sieda, gli spara tre colpi alla testa facendolo accasciare dove sarebbe stato soccorso (bossoli “I”, “G”, “H”). Infine con l’ultima cartuccia, mettendo la mano dentro l’abitacolo, dà il colpo di grazia ad Antonella ancora viva (bossolo “X”). Tutto questo perchè vuole mettersi alla guida e spostare l’auto da lì, forse riportandola nella stessa piazzola, per ritardare la scoperta del delitto e quindi raggiungere a piedi con maggior tranquillità la propria auto parcheggiata lontano. Ma davvero il Mostro si sarebbe preoccupato per una improbabilissima caccia all’uomo organizzata in quattro e quattr’otto? In effetti, se mai ci fu, sappiamo bene che l’ipotizzato tentativo di ripartenza non andò a buon fine, ma non si assistette a nessuna caccia all’uomo, tantomeno immediata.
Si può poi ripetere la considerazione già fatta per la finestra temporale minima: mentre il Mostro avrebbe minacciato Mainardi per costringerlo a uscire stavano avvicinandosi le auto dei due amici e dei fidanzati. Vedremo nella seconda parte quanto stretti furono i tempi dall’uscita di strada della 147 alla fermata di Poggiarelli e Calamandrei, tantochè risulta fuori luogo immaginare qualsiasi azione complessa da parte del Mostro in quei frangenti. In ogni modo ad affossare del tutto l’ingegnosa ipotesi sono i bossoli, gli impietosi censori di ogni ricostruzione artificiosa: “I”, “G” e “H”, con lo sparatore nella posizione immaginata da Scrivo, avrebbero dovuto finire in mezzo ai campi, come mostra la figura sottostante, e invece furono ritrovati sulla strada, davanti al muso dell’auto.


Comunque tutte le ricostruzioni elaborate, compresa quella ufficiale, soffrono di un grosso inconveniente: non riescono a conciliare la testimonianza dei ragazzi intervenuti per primi, secondo la quale Paolo Mainardi era al posto di guida, con quella dei paramedici arrivati poco dopo che invece lo trovarono seduto dietro, e dunque costringono gli ideatori a rifiutare una delle due. Vedremo che l’apparentemente impossibile conciliazione è invece possibile, ma prima è necessario mettere i cosiddetti puntini sulle i riguardo alcune importanti questioni.

Segue

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  1. Il mostro che cerca di spostare la macchina per recarsi in un altra piazzola non sta in piedi, oltre al richio nel girare con 2 cadaveri e un finestrino distrutto é da chiedersi in quale piazzola sarebbe andato , e se nella piazzola scelta c'erano un altra macchina? Girava finché non ne trovava una libera?... l' unica possibilità é che il mostro avesse un complice con il compito di tenere libera la piazzola scelta per il mutilamento della donna ma entriamo in teorie che fanno impallidire quella della terra piatta ...Un volta entrato in auto non c'era la possibilità di spostare la macchina in retro cercato posti sicuri nella vegetazione sottostante? Forse lo stava x fare ma ha visto i fari di una macchina in arrivo ed é scappato... Cosa ne pensi

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    1. Il Mostro non è mai entrato in macchina. Quando arrivarono i quattro ragazzi al posto di guida c'era Mainardi. I soccorritori poi trovarono la portiera con la sicura innestata.

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  2. La chiave come ha fatto a finire nel prato dietro la macchina?

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    1. Siamo soltanto alla prima puntata, un po' di pazienza...

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    2. non è necessario entrare in una macchina per prendere la chiave di avviamento

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