domenica 11 dicembre 2016

La dinamica di Baccaiano (2)

Segue dalla prima parte

Proseguiamo nello studio della dinamica del delitto di Baccaiano andando a puntualizzare alcuni elementi d’importanza vitale per una ricostruzione corretta.

Perché Antonella era dietro? Un profilattico usato e annodato e un fazzoletto di carta sporco di sperma trovati sul pavimento dell’auto dimostrano senza dubbio alcuno che i ragazzi, al momento dell’attacco, avevano già fatto l’amore e, ormai del tutto rivestiti – ad Antonella rimaneva soltanto da allacciarsi la cintura – stavano accingendosi ad andarsene. Abbiamo già visto che è fuori luogo immaginare un rapporto intimo avvenuto sul divanetto posteriore, almeno del tipo canonico lasciato intendere dall’uso del profilattico. Eppure Antonella fu trovata seduta dietro: perché? La spiegazione più semplice e ragionevole è che vi fosse andata a rivestirsi, potendo così godere di un maggior spazio rispetto a quello offerto dal sedile anteriore. Le foto sottostanti mostrano come avrebbe potuto farlo senza abbandonare l’abitacolo (giova ripetere che nell’orario in cui il demolitore ha tirato giù una vecchia Fiat 127 accatastata su altre auto non era disponibile un’attrice, per cui ci si è dovuti arrangiare).


Paolo si era già rivestito e aveva alzato la spalliera del proprio sedile, mentre Antonella era supina con qualche capo ancora da indossare.


Antonella scivolò sulla propria spalliera reclinata e si posizionò sul divano posteriore dietro Paolo.


Poi, con l'aiuto di Paolo che dovette agire sull'apposito maniglione di sblocco posto sotto la seduta, tirò su la spalliera del sedile del passeggero.


Infine, dopo essersi posizionata sul lato destro, Antonella basculò in avanti il sedile anteriore opportunamente sbloccato tramite la leva posta sul fianco esterno della spalliera, e poté così disporre di un ampio spazio per infilarsi la gonna e quant’altro. Una volta rivestita forse sarebbe tornata al proprio posto subito, uscendo dall’abitacolo e rientrando, ma più probabilmente avrebbe lasciato partire l'auto per raggiungere un luogo meno buio e pericoloso.
Se il sedile del passeggero era basculato in avanti al momento dell’attacco, è chiaro che alla ripartenza a marcia indietro, o comunque quando l’auto finì nella fossa, dovette ricadere pesantemente al suo posto colpendo Antonella sulle gambe stese. In effetti su una di esse fu rilevato un ematoma, e al processo Pacciani il dirigente di polizia Sergio Spinelli avanzò proprio questa ipotesi (vedi):

PM: Senta, lei vedo che fa, se l'ha fatta lei, un cerchio rosso in un certo punto: come mai la colpì?
Spinelli: Mah, era un ematoma. Sembrava provocato dall'abbassamento del sedile, dal ferro, cioè la parte sottostante il sedile. O buttato all'improvviso, o dopo quando hanno soccorso il ragazzo, ora non... 
PM: Come se il sedile... 
Spinelli: Sì, si fosse buttato all'improvviso. 
PM: Gli fosse caduto sul piede, sulla gamba. 
Spinelli: Sì, sul piede e gli ha provocato... sulla gamba. 
PM: Sul piede, sulla caviglia. 
Spinelli: E provocato quell'ematoma, sì.

In tempi recenti è emersa tramite un video di Youtube questa foto del cadavere di Antonella ancora in auto dopo l'estrazione di quello di Paolo.


Come si vede, la caviglia della gamba destra risulta piegata, proprio come se il sedile anteriore le fosse piombato sopra.

Le colature di De Gothia. Si è poco sopra accennato a una importante “scoperta” effettuata da De Gothia su una foto dell’auto di Mainardi. L’immagine era tratta da un articolo di Ennio Macconi pubblicato su “La Città” del 22 giugno 1982, dove lo stesso giornalista faceva notare, sul longherone sottostante la portiera di guida, delle macchie verticali prodotte dal sangue di Paolo colato dall’interno dell’auto.


Secondo De Gothia, e secondo altri che seguirono, quelle colature avrebbero potuto prodursi soltanto in seguito all’apertura dello sportello, il quale, finché chiuso, lo avrebbe invece impedito. E poiché dette colature erano più o meno verticali, per forza di cose lo sportello sarebbe stato aperto con l’auto in piano, quindi in piazzola.
La recente uscita su “Insufficienza di prove” (qui) della deposizione di Giuliano Ulivelli, cognato di Mainardi, ha consentito di confermare ciò che lo scrivente ha sempre pensato e dichiarato: quelle macchie di sangue si produssero in piazzola e a sportello ben chiuso.

Ulivelli: Allora ci siamo messi a guardare io e il mi' cognato questa macchina e quello che c'ha dato parecchio da vedere, s'è constatato che c'era una bella striscia di sangue che dalla... c'era il vetro rotto sulla parte della guida. Sicché, nel canale dove scorre il vetro, c'era tanto sangue, con una bella macchia abbastanza larga, gl'era colato fino in fondo e gl'era andato giù fino... All'intercapedine fra il pa... Siccome il pannello l'era stato levato, l'era lì appoggiato alla portiera, però l'era stato levato. Noi s'è visto bene che l'era dietro, però... perché e un c'era pannello. E allora questo sangue gl'era colato, questa striscia, fino in fondo, fino alla moquette, insomma, al pavimento della macchina. L'aveva fatto il bordino dove chiude lo sportello, era risceso fino un pochino in terra lì della...
[...]
PM: Scusi, ma questa quantità di sangue che dice lei era veramente enorme, si vedeva bene?
Ulivelli: Porca miseria se si vedeva! La striscia era... una striscia diciamo sui cinque centimetri di larghezza penso. Lunga tutto lo sportello. Aveva colato giù, ha visto dove chiude lo sportello poi c'è il bordo della scocca della macchina. L'aveva colato sulla moquette, fino al pavimento. Al pavimento sì fermava. Nell'interno dell'auto. La colatura andava giù dritta, fino giù al pavimento praticamente.
PM: E, mi scusi, rispetto allo sportello, la colatura era nel mezzo, più sul davanti, più sul dietro, nel centro?
Ulivelli: Con precisione le dirò che l'era una striscia, era piuttosto... diciamo, se si calcola metà dello sportello, forse era leggermente più all'indietro. Diciamo più vicino al pippolino che s'è detto... della sicura, ecco.

Ulivelli era andato a dare un’occhiata alla 147 custodita nella caserma di Signa, nello stesso posto dove era stata fotografata da Macconi. I carabinieri avevano tolto il pannello di protezione della portiera di guida, all’interno della quale il testimone aveva potuto notare una strisciata verticale di sangue che arrivava fino al pavimento dell’auto.


Quel sangue era calato dall’alto della portiera, in parte scivolando lungo il pannello tolto dai carabinieri e colando sul pavimento, in parte entrando nella fessura del vetro rotto e scorrendo lungo la lamiera interna. Era questa seconda la strisciata di sangue che aveva impressionato Ulivelli, e proprio a questa si devono le “colature di De Gothia”. La posizione torna, poiché il testimone collocò la strisciata verso la parte posteriore dello sportello, proprio da dove spuntavano le colature. Le foto sottostanti svelano il modo in cui il sangue fuoriuscì sul longherone.



La portiera è quella di una 127, sul fondo della quale si possono notare tre fori che servono a scaricare eventuali infiltrazioni d’acqua entrate dalla fessura dove scorre il vetro. Tali fori sono addossati al bordo esterno, da dove l’acqua ha modo poi di defluire scivolando sul longherone.


Come si vede, non c’è alcuna guarnizione che possa frenare il cammino dell’acqua verso l’esterno – l’unica presente è applicata alla cornice interna del vano portiera – anzi, la lamiera è leggermente inclinata proprio per favorirne il deflusso.


Nella foto sovrastante si può notare l’effetto del sangue scivolato sulla parte superiore del longherone (attenzione! il lettore si ricordi che lo schienale fu abbassato da Gargalini). Se il fotografo fosse sceso un po’ di più, o se la foto fosse stata tagliata di meno, si sarebbe vista anche la parte laterale e quindi le tanto discusse colature.
Una volta chiarito che non è necessario supporre alcuna apertura di portiera per giustificare le “colature di De Gothia”, la loro stessa esistenza e la loro verticalità ci dice che l’auto rimase per vari minuti ferma in piazzola mentre Paolo sanguinava abbondantemente sulla sommità del finestrino anteriore rotto. Il che esclude una volta di più ogni ricostruzione che prevede il ragazzo posizionato sul sedile posteriore al momento dell’attacco, come quella di Nino Filastò, ma boccia senza appello anche la partenza a razzo al primo colpo di pistola immaginata da Valerio Scrivo.
(Qui un addendum all'argomento).

Questione di minuti. Nel recente libro Al di là di ogni ragionevole dubbio Francesco Cappelletti esamina le testimonianze di chi transitò davanti alla piazzola attorno all’ora del delitto, giungendo alla conclusione che la finestra temporale, tra un passaggio e l'altro, entro cui avvenne la fuga di Mainardi fu ridottissima, dell’ordine addirittura del minuto e mezzo. Scopo dell’autore è quello di dimostrare che Lotti mentì, poiché nessuno dei testimoni aveva visto né la sua auto né quella di Pacciani, a suo dire parcheggiate lungo la strada nei pressi della piazzola. Con l’obiettivo di ottenere elementi utili alla ricostruzione della dinamica, in questa sede riprenderemo e allargheremo il suo ragionamento.
Il luogo del delitto si trovava lungo un rettilineo di circa 950 metri, dei quali 800 a nord e 150 a sud.


Dall’immagine precedente, tratta da Google Maps, è possibile farsi un’idea del lato nord visto più o meno dal punto dove l’auto di Mainardi andò fuoristrada.


Questo invece è il rettilineo sud, interrotto, come si vede, da una leggera curva a destra. Presupponendo un fascio luminoso utile di 100 metri, dopo appena tre o quattro secondi gli abbaglianti di un’auto che fosse spuntata da quella curva avrebbero illuminato la zona del delitto, consentendo la percezione di particolari macroscopici come ad esempio la sagoma di un uomo in mezzo alla strada. La persona situata nei pressi della piazzola avrebbe invece avuto 50 secondi di tempo, per velocità di 50 km/h, prima di esser vista una volta spuntati dei fari accesi in cima al rettilineo nord.


Nella piantina sovrastante sono segnati i punti di maggior interesse atti a ricostruire i movimenti di chi passò davanti al luogo del delitto proprio nei minuti in cui questo avvenne o era appena avvenuto. Venendo da nord, davanti alla 147 ferma ancora in piazzola era transitata l’auto di Francesco Carletti che stava dando lezioni di guida a due ragazze. Poco dopo era stata la volta dei due amici Adriano Poggiarelli e Stefano Calamandrei, con provenienza da sud, e dei fidanzati Concetta Bartalesi e Graziano Marini, con provenienza da nord. Ecco la testimonianza di Carletti riportata da Al di là di ogni ragionevole dubbio:

Siamo partiti, e ad altezza del luogo del delitto, come poi ho appurato, ho visto la macchina celeste chiara 127, posteggiata sulla destra rispetto alla mia direzione, in senso perpendicolare rispetto all’asse stradale, appena fuori dalla carreggiata.
La parte posteriore era quella prossima alla strada, la parte anteriore era invece rivolta verso la campagna. Ho notato distintamente la luce interna accesa, dietro i vetri alquanto appannati. Non ho visto delle figure umane né all’interno né all’esterno, non ho visto altri veicoli. Si procedeva in seconda o terza, alla velocità di circa 40 km/h e comunque non oltre i 50. Non abbiamo incrociato veicoli prima del bivio per Poppiano, difatti, poco dopo tale bivio, circa un centinaio di metri se ben ricordo, abbiamo incrociato una vettura che tutti abbiamo riconosciuto per quella dello Stefano Calamandrei, una vettura Fiat 128 di colore rosso bordeaux.

Dallo stesso libro, ecco invece le dichiarazioni di Adriano Poggiarelli:

Noi venivamo da Fornacette e sulla destra abbiamo notato un’auto 127 un po’ obliqua sulla provinciale con le ruote posteriori nel fosso circostante la zona... mentre andavamo verso Baccaiano e cioè prima di esserci fermati a prestare soccorso e anzi ancor prima di intravedere la 127, abbiamo incrociato un’autovettura che aveva i fari alti, che ha abbassato nel momento in cui ci siamo incrociati.

Prosegue idealmente Stefano Calamandrei:

Ritengo che l’autovettura da noi incrociata fosse di Francesco Carletti che stava facendo fare esercitazione di guida a due ragazze e precisamente Monica DM. che è la mia fidanzata e Rossana C. Ciò dico perché ho avuto occasione di parlare con Francesco Carletti e le ragazze che mi hanno confermato il particolare della posizione delle luci abbaglianti al momento dell’incrocio. Anzi, la mia fidanzata mi ha detto che aveva anche riconosciuto la mia autovettura. […] credo che il punto dove noi ci eravamo incrociati disti circa un 1 km da dove si trovava la 127.

In piantina il punto in cui le due auto dovrebbero essersi incrociate è contrassegnato dalla lettera “C”, scelto in base alla valutazione di Carletti – 100 metri dopo il bivio per Poppiano – per una distanza dal luogo del delitto di circa 630 metri. Per Calamandrei questa distanza sarebbe stata di un chilometro circa, ma è certamente da preferire la valutazione di Carletti, il cui margine di errore su base 100 metri è logicamente più piccolo.
Se Carletti aveva viaggiato a una media di 40 km/h, velocità ragionevole per una lezione di guida, dal momento in cui aveva visto la 147 ancora ferma in piazzola a quello in cui aveva incrociato l’auto dei due amici erano trascorsi 57 secondi. Supponendo che Poggiarelli e Calamandrei avessero tenuto un’andatura più celere, ad esempio 50 km/h, il tempo per arrivare davanti al luogo del delitto dopo l’incontro con l’auto di Carletti – percorrendo quindi 630 metri in senso contrario – sarebbe stato di 46 secondi. Ma, percorsa la leggera curva a sinistra, già 100 metri e 8 secondi prima (punto “V”) i loro abbaglianti avrebbero illuminato la scena, quindi si sarebbero accorti di eventuali attività in strada, come la parte finale dello spostamento della 147 oppure gli spari ai fari.
In conclusione possiamo affermare che gli eventi tra l'inizio della sfortunata fuga di Paolo Mainardi e gli spari dell'assassino ai fari non durarono più del minuto e mezzo (57+46-8=95) tra il passaggio di Carletti e l'arrivo a distanza utile di abbaglianti di Poggiarelli e Calamandrei. Anche a largheggiare arrivando a due minuti, possiamo altresì ritenere certo che quando Carletti e le due ragazze avevano visto la 147 ferma in piazzola con la luce interna accesa e i vetri appannati Paolo Mainardi era già stato ferito e aveva già sanguinato abbondantemente sopra la portiera di guida. Causa il brevissimo intervallo temporale, possiamo anche escludere che durante il percorso dell’auto dalla piazzola alla fossa ci fosse stata qualche interruzione, il che boccia del tutto fantasiose ricostruzioni di assassini che salgono a bordo, ma anche ipotesi più ragionate – come quella di Scrivo su Mainardi che sotto minaccia avrebbe cambiato posto – risultano in realtà poco proponibili.
Da integrare nello scenario rimane ancora la preziosissima testimonianza di Bartalesi e Marini, utile per indagare sui minuti successivi all’abbuiamento dei fari, di cui la coppia udì con quasi certezza il rumore delle pistolettate. Dalla deposizione di Bartalesi al processo Vanni (vedi):

Filastò: Avevate sentito qualcosa prima?
Bartalesi: Dei rumori, dei...
Filastò: Come degli spari, signora?
Bartalesi: No, più che altro...
Filastò: Dei colpi.
Bartalesi: Ecco, dei colpi.
Filastò: Dei botti.
Bartalesi: Si, si, sì. Perché era estate e avevamo i finestrini aperti, ecco.
Filastò: ... ma siete in movimento, quando sentite i botti, o siete fermi?
Bartalesi: Sì, eravamo in movimento. Subito dopo il bivio che da Baccaiano va verso Poppiano o Fornacette.

Poco dopo Graziano Marini confermò che quei rumori provenivano dalla zona del delitto (vedi):

PM: Ma i rumori che sentivate, li addebitavate come provenienza alla zona dov'era la macchina?
Marini: Sì. Diciamo in avanti, dalla parte nostra. Sì, in effetti, verso... quella. Come degli scoppi.

Probabilmente la coppia era ferma e intenta nelle proprie faccende quando udì gli spari, e la Bartalesi non lo ammise in aula per una questione di pudore. Lo si deduce dal verbale dell’allora fidanzato, letto da Canessa: “Si ripartì verso le 23.50 procedendo ad andatura limitata e notai sulla sinistra una Fiat 127 di colore celeste”. Anche in un articolo de “La Città” del 22 giugno si dice questo (parla Marini): “Ci eravamo fermati lungo la strada circa un chilometro prima. Alcune macchine ci hanno sorpassato. Ad un certo punto abbiamo sentito dei colpi, tre o quattro”.
Il punto in cui Bartalesi e Marini udirono gli scoppi dovrebbe ragionevolmente situarsi in “S”, poiché poco prima c’è proprio un bivio che porta a Poppiano e Fornacette, su una strada però più disagevole rispetto a quella che avevano in mente di percorrere loro proseguendo verso sud e imboccando il bivio in “T” (la Bartalesi abitava a Poppiano). La distanza rispetto alla piazzola del delitto è di circa un chilometro, come correttamente valutato da Marini.
Si potrebbe ritenere che fossero stati proprio quegli strani rumori ad aver indotto la coppia a ripartire. Cominciamo in ogni caso a metter giù qualche numero. Se per l’espressione di Marini “andatura limitata” intendiamo 40 km/h, la coppia impiegò circa un minuto e mezzo prima di raggiungere la piazzola, che potrebbero diventare due a partire dal momento degli spari se ipotizzassimo una trentina di secondi per la partenza (decisione, messa in moto e quant’altro). Ma già dopo circa 200 metri (quindi 30+18=48 secondi) i fari abbaglianti della loro auto si stagliavano in cima al rettifilo, mentre dopo 111, a distanza di 100 metri dalla 147, si sarebbero accorti della eventuale presenza di un uomo in mezzo alla strada.
Una volta superata l’auto nella fossa, Bartalesi e Marini percorsero circa 530 metri prima dell'inversione in “T”. Quando arrivarono al punto “V”, da dove avevano la visione del luogo del delitto, non dovettero trascorrere più di altri due minuti. Ma nel frattempo erano tornati indietro, dalla direzione opposta, anche Poggiarelli e Calamandrei, che li precedettero leggermente nel fermarsi accanto all’auto fuoristrada. Non sappiamo quanto tempo i due amici persero nei pressi del punto “B” (il bar trovato deserto) prima di decidersi a tornare indietro, ma se collochiamo la loro fermata accanto alla 147 dieci secondi prima di quella dei fidanzati, e supponiamo una velocita di 70 km/h (un po’ più sostenuta di quella dell’andata, considerando la sopravvenuta curiosità) possiamo calcolare che i loro abbaglianti comparvero all’inizio degli 800 metri di rettifilo circa 164 secondi dopo gli spari, e dopo 200 illuminarono la scena.
Riassumiamo tutti i ragionamenti nella tabellina seguente, approssimativa ma non troppo, che ci tornerà utile al momento di ipotizzare le azioni del Mostro successive agli spari ai fari (i 30 secondi del transito di Poggiarelli e Calamandrei sono una fetta ipotetica dei 90-120 calcolati dal momento del passaggio di Carletti, che non si sa di quanto precedette gli spari uditi dai fidanzati).


Progr
Interv
Evento
1
0

Spari ai fari uditi dai fidanzati
2
20
20
Gli abbaglianti di Poggiarelli e C. spuntano dal rettifilo sud
3
24
4
Da 100 m gli abbaglianti di Poggiarelli e C. illuminano la scena
4
30
6
Transitano Poggiarelli e Calamandrei
5
48
18
Gli abbaglianti di Bartalesi e Marini compaiono in cima al rettifilo nord
6
111
63
Da 100 m gli abbaglianti di Bartalesi e Marini illuminano la scena
7
120
9
Transitano Bartalesi e Marini
8
164
44
Gli abbaglianti di Poggiarelli e C. compaiono in cima al rettifilo nord
9
200
36
Da 100 m gli abbaglianti di Poggiarelli e C. illuminano la scena
10
202
2
Gli abbaglianti di Bartalesi e Marini spuntano dal rettifilo sud
11
205
3
Poggiarelli e Calamandrei si fermano
12
206
1
Da 100 m gli abbaglianti di Bartalesi e Marini illuminano la scena
13
215
9
Bartalesi e Marini si fermano

Per scrupolo va aggiunto che altre due auto transitarono davanti alla 147 fuoristrada, almeno secondo Concetta Bartalesi, che così dichiarò nell’immediato: “Mentre noi stavamo rallentando per vedere se la macchina avesse un guasto, ci superarono due autovetture”. In ogni caso il loro passaggio, essendo di pochissimo antecedente a quello di Bartalesi e Marini, non riveste significativa importanza.
Possiamo notare nella terza colonna quanto brevi furono gli intervalli durante i quali il Mostro, a partire da quando sparò ai fari, poté svolgere qualche attività sulla scena del crimine senza temere di esser visto. Anche volendo considerare buoni per lui i momenti in cui dal rettilineo nord stava scendendo un’auto ancora troppo lontana per vederlo, abbiamo soltanto due intervalli significativi: i circa 81 secondi intercorsi tra il passaggio di Poggiarelli e Calamandrei e l’illuminazione degli abbaglianti di Bartalesi e Marini (5+6) e i circa 80 secondi intercorsi tra il passaggio di Bartalesi e Marini e l’illuminazione degli abbaglianti di Poggiarelli e Calamandrei prima di fermarsi (8+9).

Dov’era Paolo all’arrivo dei ragazzi? Abbiamo visto che i soccorritori non potevano essersi sbagliati nell’affermare che avevano trovato Paolo Mainardi seduto dietro. Ma dov’era il poveretto una mezz’ora prima, quando i quattro ragazzi si erano fermati accanto alla sua auto fuoristrada? Le loro dichiarazioni, rilasciate nell’immediato, lo collocarono inequivocabilmente al posto di guida. Ecco qualche spezzone dei relativi verbali letti in aula al processo Vanni:

Poggiarelli: “Avvicinandosi al lato del passeggero, abbiamo notato la ragazza sul sedile posteriore. E, solo successivamente, ci siamo resi conto che sul sedile di guida era disteso, si trovava Paolo Mainardi, anche lui disteso in posizione supina. Rilevando che respirava ancora, ci siamo divisi i compiti”; Calamandrei: “Si vide la ragazza sul sedile di dietro. E il giovane era sul sedile di guida, appoggiato, riverso all'indietro”; Bartalesi: “Abbiamo quindi notato, disteso sul sedile di guida che si trovava in posizione obliqua, il giovane Mainardi Paolo”; Marini: “Abbiamo quindi notato, disteso sul sedile di guida...”.

A completare il quadro si aggiunge la seguente dichiarazione di Poggiarelli pubblicata da “Paese Sera” del 21 giugno:

Ho visto l’auto nel fosso e lì per lì ho creduto a un incidente avvenuto molto tempo prima. Ma arrivati a Baccaiano mi è venuto uno scrupolo e con il mio amico siamo tornati indietro. Ho cercato di aprire lo sportello dalla parte della ragazza. Lei stava di dietro immobile. Lui, invece, sembrava che respirasse, al posto di guida, con il sedile tutto disteso a faccia in su.

I quattro però si trovarono fin da subito a dover fronteggiare le dichiarazioni dei soccorritori, per i quali Mainardi era seduto dietro. Già nel pomeriggio del 21 “Paese Sera” evidenziava la contraddizione, riportata con maggior enfasi da “La Città” del giorno successivo, dove Graziano Marini aveva preferito non insistere: “Ho intravisto la ragazza sul sedile posteriore. [...] Non mi ricordo se il ragazzo fosse seduto davanti o di dietro”. È chiara la volontà del testimone di non lasciarsi trascinare in un antipatico confronto, evidenziata dall’improbabile “non mi ricordo” riferito a un fatto di appena due giorni prima.
Al processo Vanni i quattro ragazzi di allora furono piuttosto titubanti nel confermare le loro originarie dichiarazioni, costringendo il Pubblico Ministero e il Presidente a risvegliarne i ricordi a suon di verbali. Nel suo Storia delle merende infami Nino Filastò prende la palla al balzo, e approfitta delle incertezze di Marini per perorare la propria causa.

Graziano Marini dice che il Mainardi stava sul sedile anteriore "accanto alla ragazza morta". Ed ecco spiegato l'errore dei ragazzi accorsi subito sul luogo. Marini conferma implicitamente Allegranti, Gargalini, Ciampi, Martini: il ragazzo ferito si trovava "accanto" alla ragazza.
Ma i giovani accorsi nell'immediatezza, frastornati da quel foro di proiettile sul parabrezza che indicava con estrema probabilità un'altra impresa del mostro, alla luce falsa dei mezzi fari delle auto, e innanzi tutto essendo chiuse le portiere dell'auto, sbilenca e caduta in parte nel canale; ed essendo l'auto una piccola 127 Fiat Seat, con uno spazio brevissimo fra i sedili anteriori e il divanetto posteriore, ritennero che le due vittime fossero fianco a fianco in posizione normale di marcia - la posizione dell'auto con le ruote posteriori nella cunetta, e il foro del proiettile sul parabrezza, facevano pensare che il bersaglio fosse stato colpito mentre era in marcia - per questo sbagliarono.
Nessuno pensò che alla guida dell'auto ci fosse andata una persona diversa dal Mainardi. Senza del resto, diranno la Bartalesi, il Poggiarelli, Di Lorenzo e Calamandrei, soffermarsi molto ad osservare l'interno dell'auto, perché tutti erano stati presi dall'angoscia dinanzi al delitto, e dall'urgenza di far giungere al più presto il soccorso alle vittime.

Da buon avvocato Filastò cerca di cavarsela al meglio con ciò di cui dispone, in questo caso il grave imbarazzo di Marini nel rispondere alle domande. Prima di essere controinterrogato da lui, il testimone aveva avuto uno scambio con il Presidente, dicendo tra l’altro:

Presidente: Ecco, e il giovane dov'era?
Marini: Il giovane dalla parte della guida naturalmente.
Presidente: Era al posto di guida?
Marini: Sì, tutte e due sdraiati all'interno, sì. C'era la sicura, mi ricordo, dalla parte della...
Presidente: E la ragazza dov'era?
Marini: Sulla parte destra, sdraiata anche lei.
Presidente: Cioè, accanto al guidatore?
Marini: Accanto al guidatore, sì, senz'altro.

Come si vede, le risposte erano state concilianti ma poco precise, tantoché alla fine il Presidente aveva preteso una risposta definitiva, senza però ottenere soddisfazione completa:

Presidente: Si ricorda... faccia mente locale. Si ricorda esattamente dov'era lui? Era al posto di guida, o no?
Marini: Sì, sì, quello... al posto di guida, sdraiato all'indietro, senz'altro. Comunque dalla parte della guida, col sedile giù, all'indietro. Quello senz'altro.

Poco dopo anche Filastò aveva dovuto scontrarsi con la tendenza di Marini ad apparire conciliante senza prendere una posizione troppo definita:

Filastò: Signor Marini, mi pare che lei qui abbia detto che i due ragazzi erano fianco a fianco?
Marini: Sì, diciamo, fianco a fia... ora nei particolari... fianco a fianco in che senso intende lei?
Filastò: Uno affianco all'altro, la stessa altezza.
Marini: Sì, ma non attacca... insomma, ora...
Filastò: Stessa altezza. Lei ha visto le teste, in particolare, dei due ragazzi?
Marini: Sì, le teste si vedevano abbastanza bene, normali, così.
Filastò: Ed erano alla stessa altezza?
Marini: Ora, il particolare se erano alla stessa altezza, questo non glielo… non lo so, non me ne ricordo neppure.
Filastò: Insomma, lei ha avuto l'impressione che fossero tutti e due seduti sui sedili anteriori, è così?
Marini: Anteriori senz'altro. All'indietro, ora di quanto non me ne ricordo. Comunque sempre davanti.
Filastò: Tutti e due nei sedili anteriori.
Marini: Sì.
Filastò: È sicuro di questo?
Marini: Sì, io penso di sì.
Filastò: Sì, va be', ha avuto questa impressione, certo.
Marini: Senz'altro.
Filastò: Molto bene.
Marini: Ora, se fossero spostati lato accanto, un po' più indietro... però, la posizione, diciamo, era...
Filastò: La posizione era quella.
Marini: Perdinci! Più o meno.

È chiaro che non erano stati né la paura del momento né il lungo tempo trascorso a rendere incerte le deposizione di Marini, Bartalesi, Poggiarelli e Calamandrei, ma la volontà di non scontrarsi con la sicurezza dei soccorritori, con la quale chissà quante volte in quindici anni avevano dovuto fare i conti. In realtà non potevano essersi confusi sulla posizione di Mainardi, poiché, per averlo sentito respirare, dovevano essergli andati assai vicino.
A ogni modo, al di là delle deposizioni dei quattro testimoni, i tempi strettissimi intercorrenti tra lo spostamento della 147 e il loro arrivo sulla scena del crimine non lasciano dubbi: se, come le macchie di sangue attestano, a guidare a marcia indietro era stato Mainardi, era per forza lui che si trovava sul sedile di guida. È totalmente da escludere la possibilità che l’urto contro il fianco della fossa lo avesse catapultato sul sedile posteriore, come pure qualcuno ha provato a immaginare. L’ipotesi confida sull’inclinazione dell’auto e sulla spalliera del sedile di guida in parte abbassata. Ma innanzitutto ad abbassare la spalliera furono i soccorritori, poi in ogni caso non si vede come un urto a bassissima velocità (10 km/h? 20?) avrebbe potuto produrre un effetto tanto imponente, per di più depositando il poveretto perfettamente a sedere.
L’ipotesi di Spezi che fosse stato il Mostro a spostare il corpo esanime di Mainardi viene definitivamente bocciata dal pochissimo tempo trascorso prima dell’arrivo dei ragazzi: l’operazione, forse in teoria possibile a prezzo di varie manovre e tanta fatica, diventa impossibile avendo a disposizione soltanto tre o quattro minuti. Altri scenari, come quello di un Mostro che già in piazzola avrebbe spostato Paolo per mettersi alla guida, fanno parte della fantasia di chi più ne ha più ne metta.

Ultime considerazioni. Al momento dei rilievi della Scientifica la portiera di guida era priva di sicura. Ma abbiamo già visto nella prima parte che quella sicura era stata sbloccata da Gargalini tirando la maniglia dall’interno. In precedenza il tentativo di Martini di aprire la portiera da fuori non aveva avuto successo, si è sostenuto (ad esempio in Calibro 22) a causa della deformazione della scocca, deformazione che però non è evidenziata da nessuna foto, e che comunque non avrebbe impedito di aprirla poco dopo, come mostra l'immagine del sedile insanguinato già vista poc’anzi. È invece molto più facile che Martini, tradito dalla fretta e dall’emozione, semplicemente non avesse pensato a tirare su l’apposito nottolino, come invece sarebbe stato possibile attraverso il finestrino privo di vetro.
Che entrambe le portiere fossero bloccate dalla sicura fa ritenere con ragionevole certezza che il Mostro non ne avesse aperta neppure una, e tantomeno fosse entrato in auto, poichè non avrebbe avuto alcun senso richiudersi la portiera alle spalle pigiando ancora il nottolino. Filastò mette assieme la portiera di guida bloccata e le chiavi ritrovate nel campo e immagina che il Mostro, impedendo l’accesso all’abitacolo, avesse voluto “ritardare la scoperta dei cadaveri”. Ma i cadaveri erano ben visibili senza bisogno alcuno di entrare in macchina, quindi quale ritardo avrebbe mai potuto provocare quel gesto, peraltro inutile visto il vetro rotto? E in effetti non provocò alcun ritardo.
Già che le abbiamo nominate, affrontiamo infine il problema delle chiavi. Si è affermato che l’assassino le avrebbe tolte dal quadro nel tentativo di spegnere le luci (non serviva entrare, bastava sporgersi dal finestrino rotto lato guida). Ma in nessuna auto le luci si spengono togliendo la chiave, semmai quello che conta è la sua posizione. In ogni caso l’esame dei tempi intercorsi tra i vari passaggi dei testimoni e gli scoppi uditi da Bartalesi e Marini porta a ritenere per certo che gli spari ai fari furono immediati, appena l’auto si fermò fuoristrada. I due udirono gli scoppi in una volta sola, tre o quattro disse Marini (in realtà vedremo che erano cinque). Forse appena trenta secondi dopo transitarono Poggiarelli e Calamandrei, e l’auto era già fuoristrada con i fari spenti. Quindi l’azione di togliere le chiavi dal quadro fu successiva, in uno degli intervalli tra il passaggio delle auto, e certamente il suo scopo non poteva essere quello di spegnere i fari. Ecco che cosa ne pensava l'equipe De Fazio:

Il gesto di togliere le chiavi dell'auto dal cruscotto e di gettarle nel campo è evidentemente privo di significato e di finalità materiali, ed ha un valore puramente psicologico, quasi fosse un gesto sprezzante di vittoria e di trionfo.

Con tutta evidenza si tratta di un’interpretazione messa lì in mancanza di meglio, e chi scrive non è affatto d’accordo. Finalità materiali ce n'erano, anche se l'arrivo dei quattro ragazzi ne avrebbe impedito la realizzazione.


7 commenti:

  1. Sicuramente una delle ricostruzioni più credibili dell'enigma per eccellenza degli appassionati del caso MdF...Anche qui chiaramente non tutto torna all 100%, ma rispetto ad altre fantascientifiche ricostruzioni lette negli anni almeno si procede per logica. Bravo Antonio.

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    1. Per ora sono soltanto punti sparsi, vediamo che cosa ne penserai della prossima puntata, dove metterò giù una ricostruzione completa.

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  2. La questione della colatura di sangue nel fascione sotto lo sportello è nodale. Intorno a questa si decide se lo sportello è stato aperto oppure no. Vorrei approfondirla ulteriormente. A mio parere, ci sono due tracce, una presente quando non dovrebbe esserci e l'altra assente quando invece dovrebbe essere presente.
    Inizio dalla traccia assente. Se il sangue è colato dentro lo sportello dalla fessura del finestrino, mi chiedo come non abbia sporcato, almeno in parte, il bordo esterno in corrispondenza. Possibile che sia fuoriuscito con tanta precisione considerando l'abbondanza e in numero di ferite alla testa?
    Invece la traccia stranamente presente è quella visibile nella foto: il punto di contatto della guarnizione nel lato alto del longherone è abbondantemente macchiato di sangue. Eppure gli sgocciolatoi versano diversi cm all'esterno e su una superficie in pendenza quindi il sangue non avrebbe dovuto raggiungere quel punto, essendo posizionato più in alto e chiuso ermeticamente dalla guarnizione.
    Chiaro che non chiedo la risposta a tutte le domande. E' solo l'occasione di trattare un punto che è stato poco dibattuto.
    Come ho già detto in altre occasioni, ritengo fondamentale e prezioso il tuo lavoro di ricostruzione ragionata di ogni delitto, offre sempre spunti di riflessione anche quando si seguono ipotesi diverse.

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  3. Il sangue era sceso scorrendo lungo il collo, appoggiato al finestrino, non a zampillo, quindi non credo che avesse tracimato chissà quanto oltre il bordo.
    Riguardo l'altro problema, non sono un esperto di meccanica dei fluidi, da reminescenze scolastiche so però che la tensione sulle pareti di contenitori molto stretti, come poteva essere lo spazio sul fondo dello sportello, tende a farli salire. E' un fenomeno ben noto, dimostrabile attraverso vasi comunicanti di diametri variabili.
    Va poi considerato il sangue colato lungo il pannello interno, quello che andò a imbrattare i tappetini. Non ci sarebbe da meravigliarsi se in parte fosse penetrato anche sotto la guarnizione.

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  4. Se avessero voluto o potuto svolgere all'epoca un lavoro accurato di analisi sull'auto, tanti dubbi forse sarebbero già risolti. Oltre alle questioni riguardanti la capillarità e la tensione dei fluidi sarebbe stato necessario verificare la ribattitura delle lamiere che assemblano lo sportello. Intendo che oltre agli sgocciolatoi previsti potevano esserci altri punti di fuoriuscita del sangue che ora non è più possibile valutare neanche su un auto gemella. Buon lavoro Antonio, vado al leggere la terza parte.

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