martedì 20 dicembre 2016

La dinamica di Baccaiano (3)

Segue dalla seconda parte

Dopo aver mostrato i punti deboli dei precedenti tentativi e aver cercato di far chiarezza su alcuni importanti elementi al contorno, siamo arrivati al momento di concretizzare il tutto nella proposta di una dinamica nuova. Al solito, l’obiettivo rimane quello di eliminare ogni fantasia che possa nuocere a una ricostruzione storica di tutta la vicenda del Mostro di Firenze, anche se non si pretende di aver ripreso gli eventi con una cinepresa del tempo.

L’individuazione. Il giorno dopo il delitto il giornalista Ennio Macconi fece un giro nei dintorni, raccontando poi la sua esperienza in un interessante articolo uscito su “La Città” del 22 giugno. “Il posto, dicono gli abitanti della zona, era conosciuto dalle coppiette che spesso si fermano nella zona”. Dunque quella era una zona di coppiette, alle quali venivano comodi gli spazi che qua e là si potevano incontrare lungo le buie vie di collegamento tra i vari paesi: Baccaiano, Montespertoli, Poppiano, Fornacette. L’origine del piccolo slargo del delitto era da ricercarsi in una corsa ciclistica il cui traguardo, come attestava la striscia bianca ancora presente sull’asfalto, era stato ricavato proprio alla sua altezza, potendo così contare su un lungo rettilineo per la volata (gli 800 metri a nord) seguito da uno più piccolo per la decelerazione (i 150 metri a sud). Per sistemare il tavolo dei giudici e quant’altro erano stati tagliati un po’ dei cespugli che contornavano il lato destro. Poi le coppiette della zona ne avevano approfittato assicurando, tramite la propria frequentazione, il mantenimento dello spazio libero.


Per la sua facile accessibilità e visibilità agli automobilisti in transito, il posto non pareva fatto per la frequentazione abituale di una particolare coppietta, ma si prestava piuttosto a essere occupato dalla prima che ne avesse avuto bisogno e lo avesse trovato libero. Un altro elemento da tener presente è la difficoltà di osservazione da lontano, di quello e degli altri nella zona. L’una e l’altra caratteristica non lo rendevano adatto per un appostamento, e quindi per un assassino che stava nascosto in attesa della propria preda, come poteva essere accaduto al Mostro nelle precedenti occasioni. Poteva semmai essere oggetto di perlustrazione saltuaria, una volta accettato l’inconveniente di perdere la fase preparatoria del rapporto intimo (e quindi il vantaggio della luce interna accesa).
Vista l’ora tarda, si potrebbe immaginare che in quell’occasione il Mostro si fosse trovato al termine del proprio giro, e per questo neppure troppo lontano da casa propria. È il caso di notare la vicinanza di San Casciano, nei pressi del quale avrebbe portato a termine ben due dei successivi e ultimi delitti (Giogoli e Scopeti). In ogni caso, una volta adocchiata la coda dell’auto passando, cercò un posto dove parcheggiare e da dove raggiungere la piazzola a piedi, attraverso i campi. Dato il rischio d’esser visto si può escludere che avesse camminato lungo lo stretto rettilineo. In effetti nessuno lo vide. L’ipotesi più logica è che avesse lasciato la propria auto attorno alla Volterrana Nord, una parallela alla via Virginio Nuova separata da questa da circa 300 metri di terreno agricolo, con in mezzo un piccolo torrente che in estate portava pochissima acqua ed era facilmente attraversabile sfruttando i ciottoli affioranti. Ecco l’interessante esperienza di Macconi:

C’è un’ipotesi che sembra più logica di altre. L’assassino è arrivato a piedi passando per i campi, saltellando fra i ciottoli del torrente Virginio ed appostandosi ai bordi della piazzola dove era inizialmente la “127” potendosi riparare dietro alcuni rovi e cespugli.
La pista potrebbe essere questa. Rifacciamo il cammino a piedi. Entriamo nella piazzola e cominciamo ad avviarci verso il torrente, distante circa duecento metri. Sul campo, per terra, sembra quasi di intravedere una specie di viottolo. L’erba, fresca, appare quasi piegata. Controllando il passaggio ci si accorge che può essere credibile l’ipotesi che qualcuno solo poche ore prima, possa essere passato di là.

Prima di procedere è il caso di riportare dalla prima parte le rappresentazioni schematiche dello scenario con i bossoli e dei corpi con le ferite, corredate però di una numerazione temporale progressiva unica dei relativi spari, associando così ogni bossolo a ogni eventuale ferita.

 

L’attacco. Indipendentemente dal percorso effettuato, il Mostro arrivò sulla piazzola quando i ragazzi si erano appena rivestiti, lei sul sedile posteriore, lui sul sedile anteriore. Il sedile anteriore destro era basculato in avanti (sulla Clio in foto questo non è possibile, quindi si è inclinato al massimo la spalliera). La luce interna era accesa.
 

Antonella si accorse dell’imminente pericolo, e d’istinto si avvinghiò alle spalle e alla testa di Paolo, mettendosi inconsapevolmente sulla sua medesima linea di tiro. La prima pallottola mandò il vetro in frantumi, prese di striscio Antonella alla fronte e spedì verso entrambi una pioggia di frammenti, di vetro e di piombo, uno dei quali colpì lei al naso e un altro prese il cinturino del suo orologio, facendo saltare una delle due maglie di giunzione che finì, arcuata e deformata dall'impatto, tra i capelli crespi di Paolo. Non deve sorprendere se, al momento esatto dello sparo, la ragazza presentava il profilo sinistro allo sparatore, bisogna infatti pensare a una persona agitata e quindi in frenetico movimento.


Per reazione al colpo Antonella serrò le mani sulla testa di Paolo, ragionevolmente attaccandosi ai suoi capelli lunghi, tirandola indietro più di quanto non sia accaduto all'attore in foto. I due proiettili successivi, sparati in rapida sequenza subito a ridosso del primo, colpirono lei alla fronte e Paolo all'angolo sinistro della mandibola. In terra caddero i tre bossoli ritrovati poi tutti vicini in piazzola a 11 metri dalla ruota anteriore destra della 147.
Il proiettile che colpì Antonella attraversò le ossa del cranio e penetrò nell’encefalo, uccidendola all’istante e facendo accasciare il suo corpo all’indietro sul sedile. Invece quello che colpì Paolo non provocò una ferita troppo grave, poiché la sua traiettoria rimase confinata nella parte sinistra della faccia, fino all’uscita nei pressi dello zigomo. Ecco qualche frase pronunciata al riguardo al processo Pacciani (vedi) dall’anatomopatologo Riccardo Cagliesi Cingolani, presente all’autopsia:

- un colpo trasfosso, vale a dire attraversante la faccia dalla mandibola alla guancia
- […]imbastendo la cute dell'emifaccia sinistra e poi riuscendo
- entrò subito dietro l'angolo sinistro della mandibola, e con direzione in alto verso destra e un po' in avanti, uscì alla guancia appena a lato del naso

Si trattava però di una ferita molto sanguinante. Se ne sarebbero accorti i soccorritori, i quali, inutilmente, avrebbero cercato di fermare la ancora imponente emorragia premendo la vena giugulare (Gargalini: “L'unica cosa che ho fatto io, siccome vedevo questa fuoriuscita dalla testa, cercavo di premergli la vena giugulare qua, per cercar di fargliene uscire meno possibile”).


In ogni caso il colpo provocò in Paolo una almeno temporanea perdita di coscienza che lo fece accasciare con la testa fin quasi sulla sommità dello sportello. Mentre il ragazzo era in quella posizione il sangue sgorgava copioso, parte scorrendo sul pannello interno della portiera, parte entrando nell’intercapedine del vetro rotto, con il risultato di produrre la strisciata vista da Ulivelli e le ben note “colature di De Gothia” (vedi parte 2).

La fuga. Quanto tempo dovette passare affinché il sangue arrivasse fino in fondo allo sportello e iniziasse a sporcare il longherone? Forse uno, forse due minuti. Nel frattempo il Mostro, convinto di aver neutralizzato entrambe le vittime, controllava il passaggio delle auto sulla strada antistante. Di sicuro tra di esse ci fu quella di Francesco Carletti, il quale, il lettore certamente lo ricorderà, vide la 147 ancora in piazzola con la luce interna accesa.
Per ipotizzare lo stato d’animo dell’assassino e quindi il suo probabile comportamento in quei frangenti va tenuto conto del fatto che i fari delle auto in arrivo da nord comparivano in cima al lungo rettilineo circa un minuto prima del successivo transito davanti alla piazzola (a 50 km/h). È chiaro che nel frattempo il Mostro non poteva sentirsi tranquillo. Immaginiamolo dunque dopo aver sparato i primi tre colpi, con entrambe le vittime accasciate sui propri sedili, affacciarsi sulla strada e scorgere in lontananza i fari di Carletti che si avvicinavano a modesta velocità. Immaginiamolo attendere nascosto tra i cespugli che l’auto passasse e poi sparisse oltre la curva sud. Immaginiamolo infine sentire il rumore del motorino di avviamento della 147.
Forse Paolo Mainardi non aveva mai realmente perso conoscenza dopo il colpo al volto, e aveva avuto invece il sangue freddo di rimanere immobile nei pochi secondi che il Mostro lo stava controllando. Forse l’aveva persa, ma poco dopo si era ripreso. In ogni caso il ragazzo ebbe la forza di accendere il motore, ingranare la retromarcia, tirare giù il freno a mano – ma nella concitazione vi riuscì soltanto in parte – e tentare la fuga.


Il Mostro però era vigile, e mentre l’auto gli passava davanti sparò d'istinto colpendo Paolo alla spalla sinistra mentre era voltato all'indietro per controllare la strada. Si tenga presente che la luce interna doveva essere ancora accesa. Il bossolo, espulso all'indietro, cadde ancora in piazzola ma discosto dagli altri tre.
In genere il colpo alla spalla viene considerato il meno invalidante dei quattro che colpirono Paolo, e quindi, per rendere verosimile la sua fuga, si preferisce porlo al primo posto nella sequenza temporale. Lo fa Valerio Scrivo, ad esempio, il quale risolve il problema della forma regolare della ferita – indice di un proiettile che non aveva incontrato precedenti ostacoli – facendo infrangere il vetro a un colpo a vuoto. Ma il punto di entrata sul lato posteriore rende l’ipotesi poco ragionevole, poiché costringe a vedere Paolo in una posizione innaturale (girato tutto all’indietro verso Antonella?). In più la dislocazione della ferita non riesce a giustificare la strisciata di sangue all’interno della portiera.


Lo spirito di conservazione e l'adrenalina aiutarono Paolo a non risentire troppo del colpo ricevuto e a continuare la fuga. Purtroppo l'auto doveva procedere lentamente e a singhiozzo, sia per la difficile situazione del guidatore sia per l'effetto del freno a mano parzialmente tirato. Il Mostro ebbe quindi buon gioco nell'inseguirla da vicino ponendosi proprio a ridosso del cofano. Sparò quindi un nuovo colpo attraverso il parabrezza con il quale prese Paolo, ancora voltato all'indietro, all'orecchio sinistro. Il bossolo finì sulla strada dalla parte della piazzola.

NB. In foto l'altezza del colpo sul parabrezza è superiore a quella effettiva, con un Mainardi che evidentemente era più infossato. La speranza è che il lettore non si formalizzi troppo su questa e altre piccole differenze spiegabili con la difficoltà per un semplice appassionato di ottenere le medesime condizioni dell'evento reale (in particolare l'auto).

Colpito per la terza volta il povero Mainardi perse il controllo dell’auto, che sappiamo bene finì con le ruote posteriori nella fossa. Ma il proiettile non lo aveva messo del tutto fuori combattimento. Il vetro laminato (due strati di materiale vetroso inframezzati da una pellicola plastica) con cui vengono realizzati i parabrezza è molto più resistente del vetro temperato dei finestrini laterali. È probabile che se il Mostro vi avesse sparato contro da lontano la sua resistenza e la sua inclinazione avrebbero fatto scivolare via il piccolo proiettile. Con la pistola posizionata a poche decine di centimetri e con la canna quasi ortogonale rispetto alla superficie del vetro il proiettile sparato verso la testa di Paolo forò invece il parabrezza, che comunque lo dovette rallentare notevolmente dopo averlo deformato e frammentato, tanto da impedirgli di superare le ossa del cranio. In sede di autopsia fu infatti ritrovato a ridosso dell’arcata dentaria superiore sinistra, dove era rimbalzato dopo aver colpito il tavolato osseo nella zona soprastante. Il rimbalzo ci dice che a ostacolare la penetrazione contribuì anche la traiettoria dall’alto in basso, con un angolo d’impatto ben distante dagli ideali 90 gradi. In ogni caso una ferita non ancora mortale, sulla quale dovremo tornare tra breve.

I fari. Prima di procedere con il seguito dell'azione, è necessario esaminare un elemento controverso: la presenza di un foro sulla gemma del fanalino di posizione destro, ben visibile nella foto sottostante.


Si legge nella sentenza di primo grado contro Pacciani: A macchina ferma l'omicida aveva sparato due colpi contro i fari anteriori; aveva poi danneggiato con un oggetto metallico e a punta i fanalini di posizione anteriori”. Dell'argomento non si era però parlato in aula, e a quanto risulta a chi scrive questo è l'unico documento, tra quelli noti, in cui si accenna al foro, peraltro in maniera indiretta. Va anche precisato che non sembra presente un foro analogo sul fanalino sinistro, almeno a giudicare dalle foto emerse.
Secondo i giudici del primo processo Pacciani, dunque, il foro in questione sarebbe stato provocato dal Mostro usando un oggetto metallico a punta, che però non poteva essere un coltello, vista la forma perfettamente rotonda del risultato, ma qualcosa di simile a un punteruolo. Sembra però improbabile che l'individuo si fosse portato dietro un oggetto del genere. Viene invece da pensare che il foro fosse stato provocato da un proiettile, e che gli estensori della fonte dei giudici – probabilmente i carabinieri di Signa nella cui caserma l'auto fu esaminata non se ne fossero accorti, magari perchè avevano ritenuto inutile rimuovere la gemma. Ci sarebbe da stupirsene, considerando l'enormità degli errori commessi dalle nostre forze dell'ordine in questa vicenda?
Affrontiamo adesso un'altra questione, quella dei tempi. Tra il passaggio dell’auto di Carletti da nord, quando la 147 era ancora in piazzola, e quello dell’auto di Poggiarelli e Calamandrei da sud, quando la 147 era già in fossetta con i fari spenti, abbiamo visto che dovettero trascorrere forse un paio di minuti, probabilmente anche meno. È chiaro che lo sfortunato tentativo di fuga di Paolo Mainardi si trova tutto racchiuso in questo intervallo, compreso l’abbuiamento dei fari. Possiamo pertanto ipotizzare con notevole verosimiglianza che, una volta colpito il ragazzo attraverso il parabrezza, quasi immediatamente il Mostro si accosciò e puntò la propria pistola contro i fari, sparando anche a quelli.
Immaginare un precedente tentativo di spegnere i fari estraendo la chiave attraverso il finestrino infranto è poco logico, sia per la ristrettezza dei tempi, sia per l’inutile estrazione della chiave (bastava girarla), infine e soprattutto perché non si vede la ragione per la quale detto tentativo non avrebbe dovuto aver successo. Prima di poterla estrarre, il Mostro doveva portare la chiave uno o due scatti indietro, come ben spiegato dall’immagine sottostante tratta dal documento di Accent.


Al primo scatto i fari si sarebbero spenti, e al secondo, molto più lontano, si sarebbero riaccesi. È invece da immaginare che l’individuo, sotto tensione per il possibile passaggio di altre auto, non avesse esitato nel percorrere la via che al momento gli era parsa più breve e drastica: appena la 147 si fermò nella fossa, si accosciò e sparò ai fari.


Che gli spari ai fari fossero stati a immediato ridosso dei due precedenti si accorda bene anche con la testimonianza di Bartalesi e Marini, i quali sentirono degli scoppi ravvicinati in una soluzione unica (tre o quattro, disse Marini, quindi non troppo lontani dai reali cinque). La sequenza dovette essera stata questa: un primo colpo al faro destro, abbuiato, un secondo al sottostante fanalino di posizione, abbuiato, un terzo al faro sinistro, abbuiato, con i tre bossoli finiti davanti al muso dell'auto. Nella pistola rimaneva un colpo anche per il fanalino di posizione sinistro, l'ultimo; se non fu esploso, e comunque anche questo fanalino risultò spento al passaggio di Poggiarelli e Calamandrei, è spiegabile in un modo soltanto: il colpo al faro sinistro aveva fatto saltare l'impianto elettrico, spegnendo quindi tutte le luci, compresa quella interna e quelle dei fanalini di posizione posteriori.

Le chiavi. Gli spari all’auto in movimento e a Mainardi attraverso il parabrezza potrebbero anche esser visti come una reazione automatica alla sorpresa della fuga. Ma quelli ai fari appaiono più ragionati, anche se contestuali, poiché non dovevano bloccare nulla ma impedire la fermata di qualche automobilista, quindi dimostrano un’istintiva volontà di andare avanti nonostante tutto. Questa fu l’impressione espressa da De Fazio sul comportamento del Mostro nelle difficili circostanze:

L’agilità, l’abilità e la freddezza con cui è stata portata a termine l’azione fa ritenere che l’omicida, anziché essere sconcertato e scoraggiato dall’imprevisto […] ne sia stato per così dire stimolato, tanto da farlo reagire con un maggior sforzo di prontezza e precisione.

Ma non più di una ventina di secondi dopo, forse anche meno, dalla curva sud spuntarono gli abbaglianti dell’auto di Poggiarelli e Calamandrei, e il Mostro fu costretto a nascondersi. Trenta secondi e i due erano già lontani, ma nel frattempo, in cima al rettilineo nord, erano spuntati altri fari, quelli di Bartalesi e Marini. C’era tempo prima che i due arrivassero a distanza sufficiente per vederlo, però è ragionevole immaginare che in ogni caso l’individuo non si sentisse tranquillo – avrebbero potuto fermarsi – e quindi continuasse a rimanere nascosto in attesa del loro passaggio. Una volta sparita dietro la curva sud l’auto di Bartalesi e Marini, passarono appena trenta secondi e in cima al rettifilo nord spuntarono gli abbaglianti di Poggiarelli e Calamandrei. Dopo una quarantina di secondi i due si fermarono accanto alla 147 fuoristrada.
Fu in uno qualsiasi degli intervalli tra un passaggio d’auto e un altro che il Mostro sfilò le chiavi dal quadro. Abbiamo visto nella seconda parte l’improbabile motivazione ipotizzata da De Fazio, secondo il quale si sarebbe trattato di “un gesto sprezzante di vittoria e di trionfo”, “privo di significato e di finalità materiali”. Pur senza poterlo dimostrare, chi scrive ritiene invece che l’individuo avesse in mente di aprire la portiera del passeggero per mettere le mani sul cadavere di Antonella, in una logica prosecuzione del precedente abbuiamento dei fari.
Appare del tutto fuori luogo immaginare l’intento di escindere il pube, un’operazione assai complessa che avrebbe avuto bisogno di ben altre circostanze rispetto a quelle che si erano venute a creare. Impadronirsi di un seno sarebbe stato molto più semplice: una volta aperto lo sportello, diventava possibile tagliare gli indumenti superiori della poveretta e poi la carne, anche senza entrare nell’abitacolo. Abbiamo visto che l’anno prima a Calenzano il Mostro l’idea quasi certamente l’aveva già avuta, anche se poi aveva lasciato perdere. Se il suo obiettivo principale era quello di creare spavento e far parlare di sé i giornali, come molti elementi lasciano pensare, anche tagliando un seno lo avrebbe raggiunto, anzi, lo sconcerto sarebbe stato addirittura maggiore, data la clamorosa notizia del cambio della parte prelevata.
Una volta prese le chiavi però, disturbato dalle auto in transito, il Mostro non ebbe il tempo di usarle, poiché la portiera fu trovata chiusa e con il nottolino della sicura abbassato. Fino a quando, all’arrivo dei quattro ragazzi, non decise di rinunciare lasciandole cadere a terra nel punto dove era stato costretto a nascondersi. Che purtroppo non ci è stato tramandato nella documentazione dei rilievi, almeno in quella emersa fino a oggi.

Le tre ferite di Paolo. Sappiamo che all’arrivo dei quattro ragazzi Antonella giaceva morta sul sedile posteriore, mentre Paolo respirava ancora sul sedile anteriore, appoggiato allo schienale che risultava inclinato all’indietro per le ruote in fossetta. Il ragazzo aveva tre ferite, gravi ma non mortali. Si può senz’altro affermare che se fosse stato soccorso in tempi brevi, prima che l’emorragia da sotto la mandibola lo dissanguasse, sarebbe sopravvissuto. Ma quanto erano davvero gravi le tre ferite di Paolo? Gravi tanto da impedirne ogni movimento coordinato? A parere di chi scrive no, ma se qualche lettore medico è in grado di dimostrare il contrario si faccia pure avanti. Nell’attesa proviamo a decriptare il parere di chi lo aveva sottoposto ad autopsia, Renato Cagliesi Cingolani, attraverso la sua deposizione al processo Pacciani.

Cagliesi: Il colpo mortale fu certamente quello trapassante il cranio. È entrato da dietro l'orecchio, che poi, il cui proiettile si fermò dalla parte opposta della scatola cranica. 
PM: Nessun intervento medico poteva avere alcun tipo di speranza, insomma. 
Cagliesi: Mah, a quel punto no. 
PM: No. Ha lei, per caso, da aggiungere qualcosa? 
Cagliesi: Semmai la possibilità dei singoli colpi di permettere ancora degli atti coordinati o meno. 
PM: Ecco, vediamo. 
Cagliesi: Vale a dire... 
PM: Dal momento che noi sappiamo che almeno l'auto si è spostata. 
Cagliesi: Abbiamo parlato di quattro colpi. Quello alla spalla certamente è causativo di una intensa sintomatologia dolorosa alla spalla, ma ancora del tutto compatibile con il compimento di qualsiasi atto. 
PM: Una manovra di guida. 
Cagliesi: Come anche una manovra come quella per scappare. 
PM: Quindi mi scusi, questo primo colpo potrebbe essere stato sparato nella piazzola. 
Cagliesi: Potrebbe essere il primo dei quattro colpi che attinsero il ragazzo. Anche se non necessariamente. Circa gli altri tre, uno certamente incompatibile con la conservazione in vita, quello trapassante l'encefalo; ma direi tutti e tre, per l'importanza delle sedi attinte, tali da comportare un'alterazione, se non addirittura un'abolizione - anche gli altri due, oltre quello trapassante il cervello - dello stato di coscienza. Quindi, direi incompatibili con la possibilità di compiere degli atti coordinati come una manovra di retromarcia con la macchina. 
PM: Quindi, una semplice deduzione sua... 
Cagliesi: Sì. 
PM: Con le premesse che ci ha fatto finora, la dinamica relativa al ragazzo può essere ipotizzata in questo modo: un colpo alla spalla sinistra in un primo momento, quindi assolutamente non mortale, doloroso quanto vogliamo, un'azione del ragazzo sull'auto, uno spostamento altrove, e i colpi mortali successivi.

Per il momento possiamo dimenticarci del proiettile che mandò in coma Paolo Mainardi, poiché, nella dinamica fin qui descritta, non risulta ancora sparato. Pensiamo soltanto agli altri tre. Il colpo alla spalla, pur doloroso, non aveva interessato alcun organo vitale, tantoché Cagliesi affermò con decisione che era “del tutto compatibile con il compimento di qualsiasi atto”, e ipotizzò che fosse stato il primo, quello che non aveva impedito al ragazzo di tentare la fuga. Sul colpo sotto il mento e su quello all’orecchio il suo parere fu invece opposto: “tali da comportare un'alterazione, se non addirittura un'abolizione dello stato di coscienza, incompatibili con la possibilità di compiere degli atti coordinati come una manovra di retromarcia con la macchina”.
Ma di sicuro non era stato il colpo alla spalla a provocare la vistosa strisciata di sangue – verticale, quindi prodottasi in piazzola – dentro lo sportello di guida, tracimata poi sul longherone. Sono due i principali elementi che lo fanno escludere. Il primo è la posizione, in virtù della quale il sangue non poteva entrare nell’intercapedine del vetro, essendo, se non troppo bassa, certamente troppo dietro. Il secondo è la presenza di un indumento, camicia o maglietta che fosse, il cui tessuto dovette trattenere il sangue inzuppandosi.
È evidente che la ferita maggiormente idonea a creare un’emorragia al di sopra dello sportello di guida era quella sotto il lato sinistro del mento, quindi era stata quella la ferita che non aveva impedito a Mainardi di guidare l’auto. Di conseguenza la possiamo considerare del tutto compatibile con la possibilità di compiere degli atti coordinati, poiché quegli atti furono compiuti davvero. Il che ci porta alla ovvia conclusione che il parere negativo di Cagliesi, pur provenendo da una persona competente in materia, valeva quel che valeva, cioè poco. Ed è anche logico, poiché non era supportato da alcuna prova reale di avvenuto invalidamento.
Rimane a questo punto la ferita all’orecchio. Sappiamo che il proiettile era rimasto fuori dalle ossa del cranio, sia per l’angolazione eccessiva che lo aveva fatto rimbalzare più in basso, sia e soprattutto per la robustezza del parabrezza che lo aveva rallentato limitandone la capacità di penetrazione. Poteva comunque il colpo, anche soltanto per il forte dolore e lo shock, aver neutralizzato del tutto la capacità di movimento del ragazzo? Forse sì, ma di sicuro nessuno potrebbe affermarlo con certezza, neppure Cagliesi, che abbiamo visto prendere un abbaglio per il colpo al mento. Anche perché si sono verificati casi di colpi alla testa, soprattutto con proiettili di piccolo calibro, che hanno lasciato la persona ben cosciente e in grado di muoversi. Eccone ad esempio uno, clamoroso e buffo, riportato da “La Stampa” del 2 gennaio 2011 (vedi). Con Google se ne possono trovare altri – digitando, ad esempio, “sopravvive con un proiettile in testa” – tra cui quello di un contadino cinese che credeva di essere stato colpito da una fionda.
Oltre alle considerazioni precedenti, a far ritenere che Paolo Mainardi non avesse perso del tutto la capacità di muoversi è una frase pronunciata da Adriano Poggiarelli al processo Vanni: “la sensazione fu quella di vedere qualcosa all'interno della macchina che si muoveva”. La fibra del ragazzo era indubbiamente robusta, visto che lo avrebbe fatto sopravvivere per ore a ferite tanto gravi, e il suo istinto di conservazione altrettanto, lo aveva dimostrato guidando l’auto con la faccia devastata senza lasciarsi fermare dal dolore.

Lo spostamento e il colpo di grazia. La paura fece scappare i quattro ragazzi a gambe levate. Certamente non si può imputar loro alcuna colpa, probabilmente il 90% delle persone avrebbe reagito al medesimo modo. Si può immaginare il terrore che li prese quando si accorsero del foro sul parabrezza, con intorno il buio completo e uno o più assassini che vi si potevano nascondere. In effetti il Mostro era poco lontano. Con quasi certezza per raggiungere la propria auto avrebbe dovuto attraversare la strada tornando in piazzola e rifacendo il percorso al contrario, quindi preferì attendere gli eventi.
Forse con inizio già da quando i ragazzi discutevano sul da farsi senza più far troppo caso alla 147, avvenne quel che avrebbe fatto nascere un enigma in apparenza irresolubile: favorito dall’inclinazione dell’auto, nonostante le gravi ferite Paolo Mainardi riuscì a trascinarsi sul sedile posteriore accanto alla fidanzata.


È molto probabile che fu proprio il penoso strisciamento tra le asperità dei sedili a provocare le abrasioni e i lividi riscontrati sulla parte anteriore del tronco del malcapitato, così descritti nella perizia De Fazio: “due escoriazioni con alone ecchimotico sulla parete anteriore del torace e dell'addome ed agli arti superiori”. Non sembra possibile, come pure sui forum si è ipotizzato, che causa di tali lividi e abrasioni potessero essere state le manovre di estrazione del corpo dall’abitacolo, per quanto difficili e maldestre, altrimenti a soffrirne di più sarebbe stata la schiena.
Quando i quattro ragazzi se ne furono andati, il Mostro uscì dal proprio nascondiglio. Nel silenzio della notte non gli erano di sicuro sfuggiti i loro discorsi, dai quali aveva appreso che Paolo era ancora vivo, e logicamente serpeggiò in lui il timore di essere stato visto in faccia.


Gli rimaneva un ultimo colpo da esplodere, il nono. Alla luce di una torcia, vide Paolo seduto dietro con la testa girata verso Antonella. Mise allora una mano dentro il finestrino rotto e gli sparò alla tempia sinistra, questa volta senza lasciargli scampo. Il bossolo rimbalzò contro le strutture dell’abitacolo finendo sul tappetino posteriore destro. 
A quel punto non gli rimaneva che fuggire via indisturbato.

Conclusioni. La ricostruzione appena proposta risolve alla radice il mistero della dinamica di Baccaiano. Bossoli, ferite, tracce di sangue e soprattutto testimonianze trovano la loro naturale collocazione senza forzature. Paolo Mainardi era alla guida quando il Mostro attaccò, e fu lui a portare l'auto nella fossa. Non serve inventarsi rapporti intimi da tortura e impossibili fiotti di sangue. Non avevano avuto le traveggole i quattro ragazzi che lo avevano visto sul sedile anteriore mentre respirava faticosamente, e non si erano inventati nulla i soccorritori affermando di averlo trovato sul divanetto posteriore. Non c'è bisogno quindi di surreali ricostruzioni per far quadrare i conti. C'è semplicemente un ragazzo che per salvarsi lottò come un leone, fin quasi a farcela. E ce l'avrebbe fatta se a fermarsi accanto alla sua 147 fossero stati non quattro giovani tremanti di paura ma dei carabinieri, oppure anche degli adulti meno facili allo spavento.
Pur colpito da tre proiettili, Paolo Mainardi si trascinò da solo accanto alla propria fidanzata, e che fino a oggi nessuno abbia preso in esame questa eventualità appare davvero incredibile. Di sicuro sarà su tale "audacissima" ipotesi che si concentreranno le critiche “a prescindere” dei molti commentatori e semplici appassionati che preferiscono vie più contorte, come quelle del Mostro alla guida oppure dei soccorritori che avrebbero preso un clamoroso abbaglio, e che temono di perdere la possibilità di continuare a dibattere e polemizzare. Spero soltanto che tra i miei lettori ci sia anche qualche medico in grado di fornire un parere più motivato.

36 commenti:

  1. “A prescindere”, sei un grande!
    Domanda: le tracce di sangue nell'interno della macchina sono compatibili con gli ipotizzati spostamenti di Paolo?

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    1. Purtroppo l'intervento dei soccorritori dovette alterare in modo irrimediabile l'interno dell'abitacolo. Se ricordo bene Allegranti, la cui deposizione poco affidabile ho volutamente ignorato, disse di essersi pulito le mani su un sedile. L'unica traccia potrebbe essere una strisciata sulla sponda interna della spalliera del sedile di guida, della quale parla Master in Calibro 22 (non so da dove avesse tratto l'informazione, o forse non lo ricordo) ma non l'ho presa in considerazione per il motivo già detto. Potrebbe insomma essere dovuta ai soccorritori.
      Credo invece che le ecchimosi su tronco e braccia di Paolo siano le vere tracce del suo spostamento.

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  2. Non mi sembra risolto l'enigma delle tracce di sangue sul longherone sotto la portiera, che hanno una inclinazione inversa alla macchina nella fossetta. Non tornano i tempi, posto che il sangue umano si coagula in almeno 5/6 minuti.

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    1. Visto che non intendi spiegarti meglio, affronto lo stesso l'unica delle due osservazioni che ho capito, quella dell'inclinazione inversa delle colature sul longherone. In effetti dalla nota foto pare sia così, e personalmente non credo affatto ad un'illusione ottica, come fa invece qualcun altro. Secondo me la spiegazione è molto semplice, però. Almeno parte del sangiue che aveva raggiunto il fondo dello sportello mentre l'auto era ferma in piazzola si era raccolta nell'angolo posteriore, per una possibile leggera inclinazione del mezzo. Al momento della ripartenza in retro quella piccola pozzetta di sangue raggiunse il foro di uscita e colò fuori, inclinandosi per l'accelerazione e la velocità.
      Sull’altro problema non so che dire, non l'ho capito.

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    2. Chiedo scusa del ritardo nella risposta per il malfunzionamento dell'alimentatore del mio computer.
      Secondo me, De Gothia aveva visto lungo considerando i tempi di coagulazione del sangue umano. Quindi tra gli spari che fanno sanguinare il Mainardi e la ripartenza dell'auto a retromarcia devono per forza passare diversi minuti altrimenti non si spiega l'inclinazione del sangue COAGULATO sul longherone. La spiegazione dell'inclinazione data dallo spostamento dell'auto secondo me non regge.
      A questo punto tornerebbe valida l'ipotesi Filastò, col mostro alla guida, che però contrasta con la distribuzione dei bossoli sul terreno.
      Come si gira c'è sempre qualcosa che non torna alla logica.
      La butto li, pensare ad un MdF più "aiutante mostro" potrebbe consentire di sistemare alcuni tasselli?

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    3. A questo punto scriverò un addendum su queste colature, per togliere ogni mistero, anche se so giù che non sarà sufficiente a chiudere con le infinite discussioni.

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  3. Ricostruzione ottima! Che il Mainardi si fosse spostato da solo era abbastanza logico visto le testimonianze che lo collocano in posti diversi a distanza di 20min dalla scoperta della scena del crimine alla arrivo dei soccorritori. Spero quanto prima di leggere la ricostruzione del 68 e verificare se chi scrive su questo blog e della mia stessa idea e cioè

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    1. Mi fa piacere che tu veda lo spostamento di Mainardi come una spiegazione logica al mistero che da sempre grava su questo delitto. Ma evidentemente la logica è merce rara, se pensi che da decenni tutti si arrovellano alla ricerca delle spiegazioni più assurde, dall'appassionato superficiale che scrive sciocchezze su FB al criminologo fiducioso di poter individuare il Mostro con squadra e compasso. Per di più truccando le carte, in particolare escludendo una delle due testimonianze.

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  4. Ottimo articolo come sempre , vorrei sentirti alla trasmissione radiofonica di Angelo Marotta in un cofronto con Valerio Scrivo e Cannella ... cmq se ho ben capito i 4 ragazzi che x primi hanno visto la macchina nel fosso non hanno tentato un contatto con il Mainardi hanno visto qualcosa muoversi e poi son scappati , mi sembra strano che il Mainardi ha avuto la forza di strisciare sul sedile posteriore ma non ha tentato di far qualcosa x cercare soccorsi dai 4 ragazzi

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  5. Per me il MdF non era delle zone di san casciano ma delle zona del Mugello per due motivi 1 il primo delitto(che per me è il 74) è stato compiuto in una località molto vicina al mostro 2 quello del 1984.. li ha preferito colpire come si suol dure in casa dopo i fallimenti Dell 82-83

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    1. E se fosse il contrario proprio per confondere i già tanto confusi inquirenti? Ti ricordo che la velocità con cui furono adocchiati e uccisi i ragazzi francesi ci porta a pensare ad un assassino residente in zona

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    2. Non solo i francesi sono stati adocchiati e uccisi velocemente ma anche i tedeschi , evidente che il mostro era della Val di Pesa... E guarda caso uno della Val di pesa frequentava anche la piazzola di Vicchio

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    3. La piazzola di Vicchio dista solo 6 Km del campo del Sagginale del 1974, anche se è conosciuto come il delitto di Borgo San Lorenzo. Premesso questo, riuscire ad accomunare i due delitti, 74 e 84, con autore quello della Val di Pesa richiede un notevole salto logico, considerando che prese la patente nel 1978. Quindi se non c'è nel 74 non c'è nemmeno nel 84.

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    4. E secondo te il fatto che Lotti nel '74 andasse in giro in motorino lo esclude dalla rosa dei sospettabili? Direi proprio di no.
      Primo: non sappiamo se avesse mai avuto una base in zona, in quegli anni, magari per lavoro.
      Secondo: un viaggio di 60 km ad andare e uno di 60 km a tornare sono ampiamente fattibili con un motorino a marce degli anni '70. Con serbatoi da sette o otto litri avevano un'autonomia più che sufficiente, e con velocità di 70 all'ora neppure erano troppo lenti.
      Terzo: la borsa di Stefania Pettini fu lanciata sul lato destro a cinque metri dal bordo della strada lungo la via di fuga, il che poteva avvenire soltanto a bordo di un mezzo a due ruote, come viene ben spiegato nell'articolo sulla dinamica di Borgo. A meno di non immaginare improbabili lanci a piedi senza neppure averla aperta.
      Quarto: Stefania Pettini si era lamentata di esser stata seguita da un tizio che le aveva fatto paura, guarda caso di circa 35 anni di età, la stessa di Lotti (34).
      Tutto questo non sarà certo sufficiente a individuare in Lotti l'assassino di Borgo, messo insieme però da una parte a quello che accadde con la manipolazione del cadavere, che indica persona priva di esperienze sessuali, come quasi certamente era Lotti a quell'epoca, e dall'altra alla conoscenza della piazzola di Vicchio da parte di Lotti almeno fin dal 1981, fa pensare alquanto. Di sicuro rende Lotti un soggetto molto più interessante da sospettare dei vari Pacciani, Narducci o fratelli Vinci, per i quali tutti quegli elementi assieme non ci sono.
      Poi qualche anno dopo accadde quel che accadde, macchina rossa, Ghiribelli, Pucci e via andare. Nessuno ha mai dato una spiegazione ragionevole, al di là della sciocchezza di preferire il carcere alla libertà.

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    5. Non rispondono proprio , ho posto delle domande ( a un criminologo e un giornalista reporter che hanno scritto libri, hanno partecipato ed organizzato conferenze , interpelato medici legali e entemologi forensi) sul loro profilo FaceBook riguardo al Lotti ( profilo psicologico,piazzola Vicchio + testimonianza Vanni riguardo i 2 ragazzi che facevano l'amore sulla panda , testimonianza De Faveri - Chiarappa ) ma nessuna risposta ...

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    6. Tendenzialmente sarei portato a pensarla come Domenico Lovecchio. Se il criterio per individuare la base dell'assassino è quello della velocità di individuazione delle vittime, come propone Mik 84, allora perché non porre la sua base direttamente in Mugello? Questo considerando che il delitto dell'84 probabilmente si è verificato nelle primissime ore della notte più vicine al crepuscolo. Proveniendo da Mercatale, il percorso richiede, passando dalla A1, al minimo un'ora e mezza (all'epoca non esisteva la circonvallazione di Bilancino) di cui solo venti minuti al sicuro sull'autostrada e la restante 1h10m sulla viabilità ordinaria. Per non parlare della strada per Pontassieve, se la scelta per il viaggio fosse stata quella. L'andata si sarebbe dunque svolta in pieno giorno in un'area colpita da ben 3 delitti e quindi molto a rischio per il killer che vi si sarebbe trovato armato di tutto punto al più tardi intorno alle ore 20. Stesso problema al ritorno con il rischio di trovarsi ancora per la strada se il delitto fosse stato scoperto entro un'ora e mezza da quando era stato commesso. Si consideri che nell'84 in un fine settimana estivo senza luna l'allerta era ai livelli più alti possibili. In ogni caso la destinazione sembrerebbe essere scelta a colpo sicuro.

      Ponendo, invece, la base a Borgo San Lorenzo, a mero titolo di esempio, l'unico omicidio ad alto rischio è quello di Montespertoli, per il resto la tempistica per raggiungere ad esempio la scena del crimine di Scopeti contempla un viaggio 50 minuti di cui i soliti 20 in autostrada. Dal casello di Firenze Certosa alla piazzola di Scopeti ci sono 6 minuti, Da Borgo S.Lorenzo al casello di Barberino ci sono circa 25 minuti.

      Se poi la base la spostiamo a Barberino meglio ancora (per Scopeti): viaggio totale 40 minuti di cui 20 di autostrada, 10-15 minuti al casello di Barberino, 6 minuti alla piazzola degli Scopeti.

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  6. Mi sa dire come mai un proiettile di piccolo calibro ha formato un buco sul parabrezza cosi grande?

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    1. Pur non sapendo nulla di balistica e di armi in genere posso immaginarmi il motivo di tale fenomeno, del resto presente sempre nel caso di un proiettile che attraversa un parabrezza (vedere queste immagini http://it.depositphotos.com/16513625/stock-photo-the-bullet-holes-in-the.html).
      Il parabrezza è fatto di vetro laminato, che per la presenza di una sostanza plastica al suo interno ha una certa elasticità. Quindi, via via che il proiettile avanza dopo aver colpito la struttura, nel punto di contatto si forma un cono di materiale che ha una base di superficie maggiore rispetto al diametro del proiettile stesso. Quando il cono è arrivato all'altezza massima che l'elasticità della struttura può sopportare, avviene lo sbriciolamento del materiale, che lascia un foro equivalente alla base del cono stesso, come detto più grande del diametro del proiettile.
      In una struttura rigida come il vetro temperato dei finestrini laterali questo non avviene, poichè non si forma nessun cono ma il vetro si sbriciola immediatamente senza incurvarsi.
      Spero di non aver scritto castronate.

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  7. Un lavoro davvero impressionante. Non credo di aver mai letto una ricostruzione così accurata e documentata dei fatti di Baccaiano. L'ipotesi di un omicidio 'in due tempi' è sicuramente audace ma non inverosimile, e ha il merito di prendere sul serio tutte le testimonianze a noi pervenute circa la posizione del corpo del Mainardi.

    Complimenti.

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    1. Per me, l'omicidio di Baccaiano è avvenuto in tre tempi.
      1- I primi spari avvengono nella piazzola, fra un passaggio e l'altro delle macchine sulla via. Poi deve essere passato un lasso di tempo sufficiente al Mainardi per sanguinare, col capo poggiato al vetro rotto, all'interno della portiera col sangue che fuoriesce sul longherone orizzontale.
      2- Dopo questo lasso di tempo il Mainardi, pur ferito si riprende, mette in moto a retromarcia inseguito dagli spari del MdF che frantuma anche i fari e la macchina si ferma nella cunetta. E' ora che si fermano i testimoni, mentre il MdF è nascosto nella vegetazione col Mainardi che è al posto di guida.
      3- I testimoni si allontanano a cercare aiuto, il Mainardi ferito si sposta da solo sul divanetto posteriore strisciando fra i due sedili anteriori aiutato anche dall'inclinazione della vettura.
      3 Il MdF torna verso il finestrino infranto ed esplode il colpo di grazia al ragazzo, toglie le chiavi, le getta e fugge.
      Solo così i tasselli mi tornano a posto.

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    2. Parlando di ‘due tempi’ intendevo appunto riferirmi all’interruzione dell’azione omicidiaria dopo l’infossamento dell’automobile, compatibile con il sopraggiungere della vettura di Poggiarelli e Calamandrei. Solo la parte finale di questa ricostruzione mi lascia qualche perplessità. I quattro ragazzi si allontanano per chiamare i soccorsi, lasciando libero il luogo. Subito dopo il Mainardi, che a quanto pare non ha trovato la forza per chiedere aiuto, la trova per spostarsi nel sedile posteriore accanto alla fidanzata. Soltanto a questo punto, presumibilmente qualche minuto dopo la partenza dei testimoni, l’assassino esce dal nascondiglio e spara il colpo mortale.
      I tasselli tornano a posto, ma non mi è chiaro per quale ragione l’assassino avrebbe dovuto attendere lo spostamento della vittima, che possiamo supporre non rapidissimo date le condizioni del Mainardi, per completare l’opera. Preciso, a scanso di equivoci, che tra tutte le ricostruzioni che ho letto questa di Segnini mi sembra la più logica e onesta.

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    3. Secondo me il povero Mainardi aveva già iniziato a spostarsi mentre i quattro ragazzi discutevano sul da farsi e, pieni di paura, non guardavano più dentro l'auto. Lo si deduce dal fatto che Poggiarelli aveva avuto la sensazione di qualcosa che si muoveva quando aveva dato la prima occhiata. Quindi non dovette passare poi così tanto tempo dalla loro partenza allo spostamento finale di Paolo Mainardi, con il Mostro che attese per aver certezza di nessun altro arrivo. Non possiamo neppure escludere il transito di qualche altra auto.

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  8. Sono riuscito a recuperare dal libro di Cochi una testimonianza che colpì da subito la mia attenzione per la sua peculiarità. Non avendone trovato traccia nel tuo ottimo articolo, la trascrivo qui sotto, sperando di fare cosa gradita.
    Il teste è Mario D.L., giunto sul posto per fornire aiuto (la fonte non precisa in che momento), che colloca il Mainardi in posizione distesa, «con le gambe sul sedile anteriore e il corpo a bocconi nell’intercapedine tra i due sedili, con la testa adagiata sul sedile posteriore, nella parte centrale». Una descrizione piuttosto minuziosa, che sembra quasi un ‘compromesso’ tra la versione dei quattro giovani e quella dei soccorritori.

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    1. Grazie per la segnalazione, ma a dire il vero conoscevo bene questa testimonianza. La persona è Mario Di Lorenzo, titolare del bar dove Poggiarelli e Calamandrei dovevano andare e da dove Bartalesi e Marini telefonarono. Fu anche chiamato a deporre al processo Vanni:

      http://insufficienzadiprove.blogspot.it/search?q=mario+di+lorenzo

      Proprio leggendo questa deposizione mi sono convinto che anche Di Lorenzo avesse visto Mainardi seduto dietro, e soltanto per le pressioni degli inquirenti si fosse poi conformato a una posizione intermedia, con la quale probabilmente si voleva in qualche modo giustificare quella descritta dai soccorritori. Per non immettere altri elementi di confusione nel mio articolo ho quindi preferito evitare di parlarne.
      In effetti pensare a Mainardi bocconi con le gambe sul sedile anteriore (e lo schienale?) e la testa su quello posteriore è un po' difficile, e comunque la posizione non riesce a giustificare la testimonianza dei soccorritori. D'altra parte in quel momento (quando lo vide Di Lorenzo) il proiettile che lo aveva mandato in coma era già stato sparato, quindi non è possibile che si fosse mosso ancora (mentre Di Lorenzo non guardava) per raggiungere il sedile posteriore.

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  9. Grazie a te per la risposta e per le ulteriori delucidazioni. Non avevo dubbi sul fatto che già conoscessi la testimonianza Di Lorenzo, ma ho pensato che meritasse comunque una citazione a margine della discussione.

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    1. Hai ragione, se non altro per sgomberare il campo da un elemento (che reputavo) di confusione avrei dovuto parlarne. Magari più avanti, appena mi decido a rimettere mano al blog, inserirò un piccolo addendum.

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  10. Molto molto plausibile..... ne ho lette davvero tante ma questa versione mi sembra davvero la più vicina alla realtà......

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  11. come al solito la tua precisione e la tua meticolosità nel reperire i documenti è straordinaria. Ti chiedo : quanto tempo può averci messo il Mainardi a spostarsi dietro? Appena i quattro se ne vanno a cercare i soccorsi il Mainardi risulta sempre sul sedile anteriore e dopo che i quattro scompaiono dalla scena del delitto dalla tua ricostruzione si evince che il mostro riappare immediatamente per sparare il colpo di grazia. Ti chiedo, non avrebbe avuto bisogno di più tempo, il Mainardi per spostarsi dietro?

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  12. Leggendo i commenti ho avuto la risposta al mio quesito.

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  13. volevo chiederti se a tuo parere il mostro stava seguendo Paolo e Antonella oppure li ha trovati per caso. Io credo che essendo il Lotti un uomo organizzato in modo semplice, ma organizzato e quindi per lo meno nei primi omicidi penso seguisse le vittime non lasciando niente al caso. Mi pare strano che a Baccaiano sia passato per caso e vedendo la seat abbia subito progettato il delitto.

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    1. Al di là di chi fosse, nell'estate 1982 il Mostro era al massimo dell'esaltazione, dopo i due delitti dell'anno prima che lo avevano lanciato nell'empireo dei serial killer. Secondo me aveva anche fatto un pensierino a ripetere il doppio omicidio. In ogni caso aveva voglia di uccidere ancora e si lasciò tentare da un'opportunità che gli si presentò alla fine di una serata di perlustrazioni, mentre stava rientrando. La sua ingordigia di azione e successo mediatico gli fece dimenticare ogni prudenza.

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  14. A me l'azione di Antonella sembra indicare un preciso e determinato tentativo di Antonella di togliere la testa di Paolo dalla linea di tiro. Probabilmente è stato questo a consentire a Paolo di sopravvivere e di tentare la fuga e addirittura di restare in vita fino alle otto della mattina successiva. Non ritengo plausibile che il perno del cinturino sia saltato per l'impatto con un pezzo di vetro che pur disponendo di una certa energia cinetica, non doveva essere in grado di svellerlo e piegarlo. Ancora meno plausibile che fosse stato un proiettile il quale avrebbe avuto ben altre conseguenze anche sulla cassa dell'orologio. E poi non mi sembra che ci sia un proiettile mancante all'appello. Piuttosto io credo che dalla sua posizione sul divanetto, Antonella avesse una buona visuale sulla zona anteriore del veicolo e sulle sue immediate vicinanze. Inoltre sappiamo che la ragazza temeva un attacco del mostro, per cui sono portato a pensare che mentre si rivestiva stesse in allerta su ciò che si muoveva nelle immediate vicinanze dell'auto. Non escludo che anzi fosse proprio questa posizione di 'sentinella' il motivo per il quale aveva deciso di rivestirsi dietro. Questo stato di allerta non le ha consentito di salvarsi, ma è probabile che abbia visto l'ombra dell'assassino muoversi appena al di là del vetro. In contemporanea deve essere successo questo: mentre l'omicida alzava l'arma, la puntava e si preparava ad esplodere il colpo, Antonella si è gettata su Paolo e ha cercato disperatamente di spostargli la testa con violenza, perché sapeva esattamente cosa sarebbe successo una frazione di secondo dopo. Al momento dello sparo, dunque Antonella sta strattonando la testa di Paolo e il perno dell'orologio incastrato fra i capelli si piega ed esce dalla sede liberando il cinturino e la cassa dell'orologio che, a causa del repentino movimento del braccio all'indietro e ormai liberato, cade all'indietro sul divanetto. L'assassino spara due colpi ma la testa di Paolo è ormai in diagonale e le ferite non penetrano ortogonalmente al cranio. Dopo il secondo sparo è probabile che il mostro abbia in piena vista davanti a se il viso di Antonella e spara l'unico colpo per lei mortale a breve distanza e con estrema facilità. A quel punto Antonella lascia la presa e ricade indietro, mentre Paolo privo di sensi ricade sulla sinistra con la testa appoggiata al finestrino. Io credo che Antonella abbia voluto salvare Paolo anche a costo della vita. E così è stato.

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  15. Per me questa è la ricostruzione più razionale e semplice tra quelle che ho letto ma non mi so spiegare la posizione del cadavere della donna. Come ha fatto a rimanere seduta in quel modo dritta senza cadere a peso morto verso sinistra? O al momento della ferita mortale, visto che era inclinata in avanti a sinistra sul Mainardi o durante la manovra di retromarcia. Se qualcuno l'ha spostata, dalla sua ricostruzione non può che essere stato il Mainardi nell'atto di spostarsi dietro. Poi lei scrive che i bossoli della piazzetta sono a 11 metri dalla ruota anteriore destra. Non sono troppi?

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    1. Probabilmente, quando l'auto è finita nella fossa, anche se la velocità non era eccessiva il corpo della poveretta deve avere subito un sobbalzo, che dalla posizione originaria (magari rannicchiata, chi lo sa?) l'ha portato in quella finale, dove è rimasto data l'inclinazione all'indietro della spalliera.
      Riguardo la distanza, credo sia corretta, ho provato a misurarla con Maps, e più o meno è quella. La sola carreggiata è sui 7 metri, mettici un pezzo di piazzola e l'inclinazione tra i due punti e ci siamo.

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