martedì 20 dicembre 2016

La dinamica di Baccaiano (3)

Segue dalla seconda parte

Dopo aver mostrato i punti deboli dei precedenti tentativi e aver cercato di far chiarezza su alcuni importanti elementi al contorno, siamo arrivati al momento di concretizzare il tutto nella proposta di una dinamica nuova. Al solito, l’obiettivo rimane quello di eliminare ogni fantasia che possa nuocere a una ricostruzione storica di tutta la vicenda del Mostro di Firenze, anche se non si pretende di aver ripreso gli eventi con una cinepresa del tempo.

L’individuazione. Il giorno dopo il delitto il giornalista Ennio Macconi fece un giro nei dintorni, raccontando poi la sua esperienza in un interessante articolo uscito su “La Città” del 22 giugno. “Il posto, dicono gli abitanti della zona, era conosciuto dalle coppiette che spesso si fermano nella zona”. Dunque quella era una zona di coppiette, alle quali venivano comodi gli spazi che qua e là si potevano incontrare lungo le buie vie di collegamento tra i vari paesi: Baccaiano, Montespertoli, Poppiano, Fornacette. L’origine del piccolo slargo del delitto era da ricercarsi in una corsa ciclistica il cui traguardo, come attestava la striscia bianca ancora presente sull’asfalto, era stato ricavato proprio alla sua altezza, potendo così contare su un lungo rettilineo per la volata (gli 800 metri a nord) seguito da uno più piccolo per la decelerazione (i 150 metri a sud). Per sistemare il tavolo dei giudici e quant’altro erano stati tagliati un po’ dei cespugli che contornavano il lato destro. Poi le coppiette della zona ne avevano approfittato assicurando, tramite la loro frequentazione, il mantenimento dello spazio libero.


Per la sua facile accessibilità e visibilità agli automobilisti in transito, il posto non pareva fatto per la frequentazione abituale di una particolare coppietta, ma si prestava piuttosto a essere occupato dalla prima che ne avesse avuto bisogno e lo avesse trovato libero. Un altro elemento da tener presente è la difficoltà di osservazione da lontano, di quello e degli altri nella zona. L’una e l’altra caratteristica non lo rendevano adatto per un appostamento, e quindi per un assassino che stava nascosto in attesa della propria preda, come poteva essere accaduto al Mostro nelle precedenti occasioni. Poteva semmai essere oggetto di perlustrazione saltuaria, una volta accettato l’inconveniente di perdere la fase preparatoria del rapporto intimo (e quindi il vantaggio della luce interna accesa).
Vista l’ora tarda, si potrebbe immaginare che in quell’occasione il Mostro si fosse trovato al termine del proprio giro, e per questo neppure troppo lontano da casa propria. È il caso di notare la vicinanza di San Casciano, nei pressi del quale avrebbe portato a termine ben due dei successivi e ultimi delitti (Giogoli e Scopeti). In ogni caso, una volta adocchiata la coda dell’auto passando, cercò un posto dove parcheggiare e da dove raggiungere la piazzola a piedi, attraverso i campi. Dato il rischio d’esser visto si può escludere che avesse camminato lungo lo stretto rettilineo. In effetti nessuno lo vide. L’ipotesi più logica è che avesse lasciato la propria auto attorno alla Volterrana Nord, una parallela alla via Virginio Nuova separata da questa da circa 300 metri di terreno agricolo, con in mezzo un piccolo torrente che in estate portava pochissima acqua ed era facilmente attraversabile sfruttando i ciottoli affioranti. Ecco l’interessante esperienza di Macconi:

C’è un’ipotesi che sembra più logica di altre. L’assassino è arrivato a piedi passando per i campi, saltellando fra i ciottoli del torrente Virginio ed appostandosi ai bordi della piazzola dove era inizialmente la “127” potendosi riparare dietro alcuni rovi e cespugli.
La pista potrebbe essere questa. Rifacciamo il cammino a piedi. Entriamo nella piazzola e cominciamo ad avviarci verso il torrente, distante circa duecento metri. Sul campo, per terra, sembra quasi di intravedere una specie di viottolo. L’erba, fresca, appare quasi piegata. Controllando il passaggio ci si accorge che può essere credibile l’ipotesi che qualcuno solo poche ore prima, possa essere passato di là.

Prima di procedere è il caso di riportare dalla prima parte le rappresentazioni schematiche dello scenario con i bossoli e dei corpi con le ferite, corredate però di una numerazione temporale progressiva unica dei relativi spari, associando così ogni bossolo a ogni eventuale ferita.

 

L’attacco. Indipendentemente dal percorso effettuato, il Mostro arrivò sulla piazzola quando i ragazzi si erano appena rivestiti, lei sul sedile posteriore, lui sul sedile anteriore. Il sedile anteriore destro era basculato in avanti (sulla Clio in foto questo non è possibile, quindi si è inclinato al massimo la spalliera). La luce interna era accesa.
 

Antonella si accorse dell’imminente pericolo, e d’istinto si avvinghiò alle spalle e alla testa di Paolo, mettendosi inconsapevolmente sulla sua medesima linea di tiro. La prima pallottola mandò il vetro in frantumi, prese di striscio Antonella alla fronte e spedì verso entrambi una pioggia di frammenti, di vetro e di piombo, uno dei quali colpì lei al naso e un altro prese il cinturino del suo orologio, facendo saltare una delle due maglie di giunzione che finì, arcuata e deformata, tra i capelli crespi di Paolo. Non deve sorprendere se, al momento esatto dello sparo, la ragazza presentava il profilo sinistro allo sparatore come se stesse guardando da un'altra parte, bisogna infatti pensare a una persona agitata e quindi in frenetico movimento.


Per reazione al colpo Antonella serrò le mani sulla testa di Paolo, ragionevolmente attaccandosi ai suoi capelli lunghi, tirandola indietro più di quanto non sia accaduto all'attore in foto. I due proiettili successivi, sparati in rapida sequenza subito a ridosso del primo, colpirono lei alla fronte e Paolo all'angolo sinistro della mandibola. In terra caddero i tre bossoli ritrovati poi tutti vicini in piazzola a 11 metri dalla ruota anteriore destra della 147.
Il proiettile che colpì Antonella attraversò le ossa del cranio e penetrò nell’encefalo, uccidendola all’istante e facendo accasciare il suo corpo all’indietro sul sedile. Invece quello che colpì Paolo non provocò una ferita troppo grave, poiché la sua traiettoria rimase confinata nella parte sinistra della faccia, fino all’uscita nei pressi dello zigomo. Ecco qualche frase pronunciata al riguardo al processo Pacciani (vedi) dall’anatomopatologo Riccardo Cagliesi Cingolani, presente all’autopsia:

- un colpo trasfosso, vale a dire attraversante la faccia dalla mandibola alla guancia
- […]imbastendo la cute dell'emifaccia sinistra e poi riuscendo
- entrò subito dietro l'angolo sinistro della mandibola, e con direzione in alto verso destra e un po' in avanti, uscì alla guancia appena a lato del naso

Si trattava però di una ferita molto sanguinante. Se ne sarebbero accorti i soccorritori, i quali, inutilmente, avrebbero cercato di fermare la ancora imponente emorragia premendo la vena giugulare (Gargalini: “L'unica cosa che ho fatto io, siccome vedevo questa fuoriuscita dalla testa, cercavo di premergli la vena giugulare qua, per cercar di fargliene uscire meno possibile”).


In ogni caso il colpo provocò in Paolo una almeno temporanea perdita di coscienza che lo fece accasciare con la testa fin quasi sulla sommità dello sportello. Mentre il ragazzo era in quella posizione il sangue sgorgava copioso, parte scorrendo sul pannello interno della portiera, parte entrando nell’intercapedine del vetro rotto, con il risultato di produrre la strisciata vista da Ulivelli e le ben note “colature di De Gothia” (vedi parte 2).

La fuga. Quanto tempo dovette passare affinché il sangue arrivasse fino in fondo allo sportello e iniziasse a sporcare il longherone? Forse uno, forse due minuti. Nel frattempo il Mostro, convinto di aver neutralizzato entrambe le vittime, controllava il passaggio delle auto sulla strada antistante. Di sicuro tra di esse ci fu quella di Francesco Carletti, il quale, il lettore certamente lo ricorderà, vide la 147 ancora in piazzola con la luce interna accesa.
Per ipotizzare lo stato d’animo dell’assassino e quindi il suo probabile comportamento in quei frangenti va tenuto conto del fatto che i fari delle auto in arrivo da nord comparivano in cima al lungo rettilineo circa un minuto prima del successivo transito davanti alla piazzola (a 50 km/h). È chiaro che nel frattempo l'individuo non poteva sentirsi tranquillo. Immaginiamolo dunque dopo aver sparato i primi tre colpi, con entrambe le vittime accasciate sui propri sedili, affacciarsi sulla strada e scorgere in lontananza i fari di Carletti che si avvicinavano a modesta velocità. Immaginiamolo attendere nascosto tra i cespugli che l’auto passasse e poi sparisse oltre la curva sud. Immaginiamolo infine sentire il rumore del motorino di avviamento della 147.
Forse Paolo Mainardi non aveva mai realmente perso conoscenza dopo il colpo al volto, e aveva avuto invece il sangue freddo di rimanere immobile nei pochi secondi nei quali il Mostro lo stava controllando. Forse l’aveva persa, ma poco dopo si era ripreso. In ogni caso il ragazzo ebbe la forza di accendere il motore, ingranare la retromarcia, tirare giù il freno a mano – ma nella concitazione vi riuscì soltanto in parte – e tentare la fuga.


Il Mostro però era vigile, e mentre l’auto gli passava davanti sparò d'istinto colpendo Paolo alla spalla sinistra mentre era voltato all'indietro per controllare la strada. Si tenga presente che la luce interna doveva essere accesa. Il bossolo, espulso all'indietro, cadde ancora in piazzola ma discosto dagli altri tre.
In genere il colpo alla spalla viene considerato il meno invalidante dei quattro che colpirono Paolo, e quindi, per rendere verosimile la sua fuga, si preferisce porlo al primo posto nella sequenza temporale. Lo fa Valerio Scrivo, ad esempio, il quale risolve il problema della forma regolare della ferita – indice di un proiettile che non aveva incontrato precedenti ostacoli – facendo infrangere il vetro a un colpo a vuoto. Ma il punto di entrata sul lato posteriore rende l’ipotesi poco ragionevole, poiché costringe a vedere Paolo in una posizione innaturale (girato tutto all’indietro verso Antonella?). In più la dislocazione della ferita non riesce a giustificare la strisciata di sangue all’interno della portiera.


Lo spirito di conservazione e l'adrenalina aiutarono Paolo a non risentire troppo del colpo ricevuto e a continuare la fuga. Purtroppo l'auto doveva procedere lentamente e a singhiozzo, sia per la difficile situazione del guidatore sia per l'effetto del freno a mano parzialmente tirato. Il Mostro ebbe quindi buon gioco nell'inseguirla da vicino ponendosi proprio a ridosso del cofano. Sparò quindi un nuovo colpo attraverso il parabrezza con il quale prese Paolo, ancora voltato all'indietro, all'orecchio sinistro. Il bossolo finì sulla strada dalla parte della piazzola.

NB. In foto l'altezza del colpo sul parabrezza è superiore a quella effettiva, con un Mainardi che evidentemente era più infossato. La speranza è che il lettore non si formalizzi troppo su questa e altre piccole differenze spiegabili con la difficoltà per un semplice appassionato di ottenere le medesime condizioni dell'evento reale (in particolare l'auto).

Colpito per la terza volta il povero Mainardi perse il controllo dell’auto, che sappiamo bene finì con le ruote posteriori nella fossa. Ma il proiettile non lo aveva messo del tutto fuori combattimento. Il vetro laminato (due strati di materiale vetroso inframezzati da una pellicola plastica) con cui vengono realizzati i parabrezza è molto più resistente del vetro temperato dei finestrini laterali. È probabile che se il Mostro vi avesse sparato contro da lontano la sua resistenza e la sua inclinazione avrebbero fatto scivolare via il piccolo proiettile. Con la pistola posizionata a poche decine di centimetri e con la canna quasi ortogonale rispetto alla superficie del vetro il proiettile sparato verso la testa di Paolo forò invece il parabrezza, che comunque lo dovette rallentare notevolmente dopo averlo deformato e frammentato, tanto da impedirgli di superare le ossa del cranio. In sede di autopsia fu infatti ritrovato a ridosso dell’arcata dentaria superiore sinistra, dove era rimbalzato dopo aver colpito il tavolato osseo nella zona soprastante. Il rimbalzo ci dice che a ostacolare la penetrazione contribuì anche la traiettoria dall’alto in basso, con un angolo d’impatto ben distante dagli ideali 90 gradi. In ogni caso una ferita non ancora mortale, sulla quale dovremo tornare tra breve.

I fari. (6/5/2018: la recente disponibilità di alcuni verbali d'ispezione dell'autovettura, scaricabili qui, mi ha indotto a rivedere in parte questo capitolo e il successivo). Prima di procedere con il seguito dell'azione, è necessario esaminare un elemento controverso: la presenza di un foro sulla gemma del fanalino di posizione destro, ben visibile nella foto sottostante.


Si legge nella sentenza di primo grado contro Pacciani: A macchina ferma l'omicida aveva sparato due colpi contro i fari anteriori; aveva poi danneggiato con un oggetto metallico e a punta i fanalini di posizione anteriori”. Secondo i giudici del primo processo Pacciani, dunque, il foro in questione sarebbe stato provocato dal Mostro usando un oggetto metallico a punta, che però non poteva essere un coltello, vista la forma perfettamente rotonda del risultato, ma qualcosa di simile a un punteruolo. Sembra però improbabile che l'individuo si fosse portato dietro un oggetto del genere. Viene invece da pensare che il foro fosse stato provocato da un proiettile, respinto dalla plastica particolarmente dura della gemma. A quanto risulta dai verbali d'ispezione anche la gemma dell'altro fanalino era lesionata, ma di meno, presentando solo una piccola fessura  
Affrontiamo adesso un'altra questione, quella dei tempi. Tra il passaggio dell’auto di Carletti da nord, quando la 147 era ancora in piazzola, e quello dell’auto di Poggiarelli e Calamandrei da sud, quando la 147 era già in fossetta con i fari spenti, abbiamo visto che dovettero trascorrere forse un paio di minuti, probabilmente anche meno. È chiaro che lo sfortunato tentativo di fuga di Paolo Mainardi si trova tutto racchiuso in questo intervallo, compreso l’abbuiamento dei fari. Possiamo pertanto ipotizzare con notevole verosimiglianza che, una volta colpito il ragazzo attraverso il parabrezza, quasi immediatamente il Mostro si accosciò e puntò la propria pistola contro i fari, sparando anche a quelli. In verità avrebbe potuto girare la chiave d'accensione, portandola uno scatto indietro e disattivando tutto l'impianto elettrico, come ben spiegato dall’immagine sottostante tratta dal documento di Accent.


È invece da immaginare che l’individuo, sotto tensione per il possibile passaggio di altre auto, non avesse esitato nel percorrere la via che al momento gli era parsa più breve e drastica
: appena la 147 si fermò nella fossa, si accosciò e sparò ai fari.


Che gli spari ai fari fossero stati a immediato ridosso dei due precedenti si accorda bene anche con la testimonianza di Bartalesi e Marini, i quali sentirono degli scoppi ravvicinati in una soluzione unica (tre o quattro, disse Marini, quindi non troppo lontani dai reali cinque). La sequenza potrebbe essere stata questa: un primo colpo al faro destro, abbuiato, un secondo al sottostante fanalino di posizione, forse abbuiato (la lampadina fu trovata integra, ma il colpo poteva aver fatto saltare il filamento), un terzo al faro sinistro, abbuiato, con i tre bossoli finiti sulla destra del muso dell'auto. Le traiettorie compiute da questi ultimi – intorno ai quattro metri, più lunghe del solito in ragione dei rimbalzi sull’asfalto – confermano la ricostruzione appena fatta, poiché le loro distanze dalla ruota anteriore sinistra furono di 2 metri e 60, 2 metri e 90 e 4 metri e 45, con valori simili per i primi due e un valore maggiore per il terzo partito più a destra.
Nella pistola rimaneva un colpo anche per il fanalino di posizione sinistro, l'ultimo, ma il Mostro decise di non sprecarlo, forse perché già sospettava che Mainardi non fosse ancora morto. E quindi cercò di spegnerlo colpendolo con il coltello o il calcio della pistola, probabilmente senza riuscirci. Poi, recuperata la calma necessaria, fece quello che avrebbe dovuto fare fin dall'inizio: girò la chiave di accensione nella posizione GAR spegnendo tutte le luci, anche quella interna, il cui interruttore fu trovato in posizione di acceso.

Le chiavi. Gli spari all’auto in movimento e a Mainardi attraverso il parabrezza potrebbero anche esser visti come una reazione automatica alla sorpresa della fuga. Ma quelli ai fari appaiono più ragionati, anche se contestuali, poiché non dovevano bloccare nulla ma evitare la fermata di qualche automobilista, quindi dimostrano un’istintiva volontà di andare avanti nonostante tutto. Questa fu l’impressione espressa da De Fazio sul comportamento del Mostro nelle difficili circostanze:

L’agilità, l’abilità e la freddezza con cui è stata portata a termine l’azione fa ritenere che l’omicida, anziché essere sconcertato e scoraggiato dall’imprevisto […] ne sia stato per così dire stimolato, tanto da farlo reagire con un maggior sforzo di prontezza e precisione.

Probabilmente l'individuo aveva messo mano alle chiavi nel quadro per spegnere tutte le luci, dopo gli spari che non avevano e neppure avrebbero potuto raggiungere un esito soddisfacente. Non c'era bisogno però di sfilarle, bastava lo scatto indietro, e tantomeno di gettarle via nel campo adiacente. Abbiamo visto nella seconda parte l’improbabile motivazione ipotizzata da De Fazio, secondo il quale si sarebbe trattato di “un gesto sprezzante di vittoria e di trionfo”, “privo di significato e di finalità materiali”. Pur senza poterlo dimostrare, chi scrive ritiene invece che l’individuo avesse in mente di aprire la portiera del passeggero per mettere le mani sul cadavere di Antonella, in una logica prosecuzione del precedente abbuiamento dei fari.
Appare del tutto fuori luogo immaginare l’intento di escindere il pube, un’operazione assai complessa che avrebbe avuto bisogno di ben altre circostanze rispetto a quelle che si erano venute a creare. Impadronirsi di un seno sarebbe stato molto più semplice: una volta aperto lo sportello, diventava possibile tagliare gli indumenti superiori della poveretta e poi la carne, anche senza entrare nell’abitacolo. Abbiamo visto che l’anno prima a Calenzano il Mostro l’idea quasi certamente l’aveva già avuta, anche se poi aveva lasciato perdere. Se il suo obiettivo principale era quello di creare spavento e far parlare di sé i giornali, come molti elementi lasciano pensare, anche tagliando un seno lo avrebbe raggiunto, anzi, lo sconcerto sarebbe stato addirittura maggiore, data la clamorosa notizia del cambio della parte prelevata.
Una volta prese le chiavi però, disturbato dalle auto in transito, il Mostro non ebbe il tempo di usarle, poiché la portiera fu trovata chiusa e con il nottolino della sicura abbassato. Fino a quando, all’arrivo dei quattro ragazzi, non decise di rinunciare lasciandole cadere a terra nel punto dove era stato costretto a nascondersi. Che purtroppo non ci è stato tramandato nella documentazione dei rilievi, almeno in quella emersa fino a oggi.

Le tre ferite di Paolo. Sappiamo che all’arrivo dei quattro ragazzi Antonella giaceva morta sul sedile posteriore, mentre Paolo respirava ancora sul sedile anteriore, appoggiato allo schienale che risultava inclinato all’indietro per le ruote in fossetta. Il ragazzo aveva tre ferite, gravi ma non mortali. Si può senz’altro affermare che se fosse stato soccorso in tempi brevi, prima che l’emorragia da sotto la mandibola lo dissanguasse, sarebbe sopravvissuto. Ma quanto erano davvero gravi le tre ferite di Paolo? Gravi tanto da impedirne ogni movimento coordinato? A parere di chi scrive no, ma se qualche lettore medico è in grado di dimostrare il contrario si faccia pure avanti. Nell’attesa proviamo a decriptare il parere di chi lo aveva sottoposto ad autopsia, Renato Cagliesi Cingolani, attraverso la sua deposizione al processo Pacciani.

Cagliesi: Il colpo mortale fu certamente quello trapassante il cranio. È entrato da dietro l'orecchio, che poi, il cui proiettile si fermò dalla parte opposta della scatola cranica. 
PM: Nessun intervento medico poteva avere alcun tipo di speranza, insomma. 
Cagliesi: Mah, a quel punto no. 
PM: No. Ha lei, per caso, da aggiungere qualcosa? 
Cagliesi: Semmai la possibilità dei singoli colpi di permettere ancora degli atti coordinati o meno. 
PM: Ecco, vediamo. 
Cagliesi: Vale a dire... 
PM: Dal momento che noi sappiamo che almeno l'auto si è spostata. 
Cagliesi: Abbiamo parlato di quattro colpi. Quello alla spalla certamente è causativo di una intensa sintomatologia dolorosa alla spalla, ma ancora del tutto compatibile con il compimento di qualsiasi atto. 
PM: Una manovra di guida. 
Cagliesi: Come anche una manovra come quella per scappare. 
PM: Quindi mi scusi, questo primo colpo potrebbe essere stato sparato nella piazzola. 
Cagliesi: Potrebbe essere il primo dei quattro colpi che attinsero il ragazzo. Anche se non necessariamente. Circa gli altri tre, uno certamente incompatibile con la conservazione in vita, quello trapassante l'encefalo; ma direi tutti e tre, per l'importanza delle sedi attinte, tali da comportare un'alterazione, se non addirittura un'abolizione - anche gli altri due, oltre quello trapassante il cervello - dello stato di coscienza. Quindi, direi incompatibili con la possibilità di compiere degli atti coordinati come una manovra di retromarcia con la macchina. 
PM: Quindi, una semplice deduzione sua... 
Cagliesi: Sì. 
PM: Con le premesse che ci ha fatto finora, la dinamica relativa al ragazzo può essere ipotizzata in questo modo: un colpo alla spalla sinistra in un primo momento, quindi assolutamente non mortale, doloroso quanto vogliamo, un'azione del ragazzo sull'auto, uno spostamento altrove, e i colpi mortali successivi.

Per il momento possiamo dimenticarci del proiettile che mandò in coma Paolo Mainardi, poiché, nella dinamica fin qui descritta, non risulta ancora sparato. Pensiamo soltanto agli altri tre. Il colpo alla spalla, pur doloroso, non aveva interessato alcun organo vitale, tantoché Cagliesi affermò con decisione che era “del tutto compatibile con il compimento di qualsiasi atto”, e ipotizzò che fosse stato il primo, quello che non aveva impedito al ragazzo di tentare la fuga. Sul colpo sotto il mento e su quello all’orecchio il suo parere fu invece opposto: “tali da comportare un'alterazione, se non addirittura un'abolizione dello stato di coscienza, incompatibili con la possibilità di compiere degli atti coordinati come una manovra di retromarcia con la macchina”.
Ma di sicuro non era stato il colpo alla spalla a provocare la vistosa strisciata di sangue – verticale, quindi prodottasi in piazzola – dentro lo sportello di guida, tracimata poi sul longherone. Sono due i principali elementi che lo fanno escludere. Il primo è la posizione, in virtù della quale il sangue non poteva entrare nell’intercapedine del vetro, essendo, se non troppo bassa, certamente troppo dietro. Il secondo è la presenza di un indumento, camicia o maglietta che fosse, il cui tessuto dovette trattenere il sangue inzuppandosi.
È evidente che la ferita maggiormente idonea a creare un’emorragia al di sopra dello sportello di guida era quella sotto il lato sinistro del mento, quindi era stata quella la ferita che non aveva impedito a Mainardi di guidare l’auto. Di conseguenza la possiamo considerare del tutto compatibile con la possibilità di compiere degli atti coordinati, poiché quegli atti furono compiuti davvero. Il che ci porta alla ovvia conclusione che il parere negativo di Cagliesi, pur provenendo da una persona competente in materia, valeva quel che valeva, cioè poco. Ed è anche logico, poiché non era supportato da alcuna prova reale di avvenuto invalidamento.
Rimane a questo punto la ferita all’orecchio. Sappiamo che il proiettile era rimasto fuori dalle ossa del cranio, sia per l’angolazione eccessiva che lo aveva fatto rimbalzare più in basso, sia e soprattutto per la robustezza del parabrezza che lo aveva rallentato limitandone la capacità di penetrazione. Poteva comunque il colpo, anche soltanto per il forte dolore e lo shock, aver neutralizzato del tutto la capacità di movimento del ragazzo? Forse sì, ma di sicuro nessuno potrebbe affermarlo con certezza, neppure Cagliesi, che abbiamo visto prendere un abbaglio per il colpo al mento. Anche perché si sono verificati casi di colpi alla testa, soprattutto con proiettili di piccolo calibro, che hanno lasciato la persona ben cosciente e in grado di muoversi. Eccone ad esempio uno, clamoroso e buffo, riportato da “La Stampa” del 2 gennaio 2011 (vedi). Con Google se ne possono trovare altri – digitando, ad esempio, “sopravvive con un proiettile in testa” – tra cui quello di un contadino cinese che credeva di essere stato colpito da una fionda.
Oltre alle considerazioni precedenti, a far ritenere che Paolo Mainardi non avesse perso del tutto la capacità di muoversi è una frase pronunciata da Adriano Poggiarelli al processo Vanni: “la sensazione fu quella di vedere qualcosa all'interno della macchina che si muoveva”. La fibra del ragazzo era indubbiamente robusta, visto che lo avrebbe fatto sopravvivere per ore a ferite tanto gravi, e il suo istinto di conservazione altrettanto, lo aveva dimostrato guidando l’auto con la faccia devastata senza lasciarsi fermare dal dolore.

Lo spostamento e il colpo di grazia. La paura fece scappare i quattro ragazzi a gambe levate. Certamente non si può imputar loro alcuna colpa, probabilmente il 90% delle persone avrebbe reagito al medesimo modo. Si può immaginare il terrore che li prese quando si accorsero del foro sul parabrezza, con intorno il buio completo e uno o più assassini che vi si potevano nascondere. In effetti il Mostro era poco lontano. Con quasi certezza per raggiungere la propria auto avrebbe dovuto attraversare la strada tornando in piazzola e rifacendo il percorso al contrario, quindi preferì attendere gli eventi.
Forse con inizio già da quando i ragazzi discutevano sul da farsi senza più far troppo caso alla 147, avvenne quel che avrebbe fatto nascere un enigma in apparenza irresolubile: favorito dall’inclinazione dell’auto, nonostante le gravi ferite l'indomabile Mainardi riuscì a trascinarsi sul sedile posteriore accanto alla fidanzata.


È molto probabile che fu proprio il penoso strisciamento tra le asperità dei sedili a provocare le abrasioni e i lividi riscontrati sulla parte anteriore del tronco del malcapitato, così descritti nella perizia De Fazio: “due escoriazioni con alone ecchimotico sulla parete anteriore del torace e dell'addome ed agli arti superiori”. Non sembra possibile, come pure sui forum si è ipotizzato, che causa di tali lividi e abrasioni potessero essere state le manovre di estrazione del corpo dall’abitacolo, per quanto difficili e maldestre, altrimenti a soffrirne di più sarebbe stata la schiena.
Quando i quattro ragazzi se ne furono andati, il Mostro uscì dal proprio nascondiglio. Nel silenzio della notte non gli erano di sicuro sfuggiti i loro discorsi, dai quali, se già non se n'era accorto prima, aveva appreso che Paolo era ancora vivo, e logicamente serpeggiò in lui il timore di essere stato visto in faccia, o comunque di poter essere descritto.


Gli rimaneva un ultimo colpo da esplodere, il nono. Alla luce di una torcia, vide Paolo seduto dietro con la testa girata verso Antonella. Mise allora una mano dentro il finestrino rotto e gli sparò alla tempia sinistra, questa volta senza lasciargli scampo. Il bossolo rimbalzò contro le strutture dell’abitacolo finendo sul tappetino posteriore destro. 
A quel punto non gli rimaneva che fuggire via indisturbato.

Conclusioni. La ricostruzione appena proposta risolve alla radice il mistero della dinamica di Baccaiano. Bossoli, ferite, tracce di sangue e soprattutto testimonianze trovano la loro naturale collocazione senza forzature. Paolo Mainardi era alla guida quando il Mostro attaccò, e fu lui a portare l'auto nella fossa. Non serve inventarsi rapporti intimi da tortura e impossibili fiotti di sangue. Non avevano avuto le traveggole i quattro ragazzi che lo avevano visto sul sedile anteriore mentre respirava faticosamente, e non si erano inventati nulla i soccorritori affermando di averlo trovato sul divanetto posteriore. Non c'è bisogno quindi di surreali ricostruzioni per far quadrare i conti. C'è semplicemente un ragazzo che per salvarsi lottò come un leone, fin quasi a farcela. E ce l'avrebbe fatta se a fermarsi accanto alla sua 147 fossero stati non quattro giovani tremanti di paura ma dei carabinieri, oppure anche degli adulti meno facili allo spavento.
Pur colpito da tre proiettili, Paolo Mainardi si trascinò da solo accanto alla propria fidanzata, e che fino a oggi nessuno abbia preso in esame questa eventualità appare davvero incredibile. Di sicuro sarà su tale "audacissima" ipotesi che si concentreranno le critiche “a prescindere” dei molti commentatori e semplici appassionati che preferiscono vie più contorte, come quelle del Mostro alla guida oppure dei soccorritori che avrebbero preso un clamoroso abbaglio, e che temono di perdere la possibilità di continuare a dibattere e polemizzare. Spero soltanto che tra i miei lettori ci sia anche qualche medico in grado di fornire un parere più motivato.

85 commenti:

  1. “A prescindere”, sei un grande!
    Domanda: le tracce di sangue nell'interno della macchina sono compatibili con gli ipotizzati spostamenti di Paolo?

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Purtroppo l'intervento dei soccorritori dovette alterare in modo irrimediabile l'interno dell'abitacolo. Se ricordo bene Allegranti, la cui deposizione poco affidabile ho volutamente ignorato, disse di essersi pulito le mani su un sedile. L'unica traccia potrebbe essere una strisciata sulla sponda interna della spalliera del sedile di guida, della quale parla Master in Calibro 22 (non so da dove avesse tratto l'informazione, o forse non lo ricordo) ma non l'ho presa in considerazione per il motivo già detto. Potrebbe insomma essere dovuta ai soccorritori.
      Credo invece che le ecchimosi su tronco e braccia di Paolo siano le vere tracce del suo spostamento.

      Elimina
  2. Non mi sembra risolto l'enigma delle tracce di sangue sul longherone sotto la portiera, che hanno una inclinazione inversa alla macchina nella fossetta. Non tornano i tempi, posto che il sangue umano si coagula in almeno 5/6 minuti.

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Visto che non intendi spiegarti meglio, affronto lo stesso l'unica delle due osservazioni che ho capito, quella dell'inclinazione inversa delle colature sul longherone. In effetti dalla nota foto pare sia così, e personalmente non credo affatto ad un'illusione ottica, come fa invece qualcun altro. Secondo me la spiegazione è molto semplice, però. Almeno parte del sangiue che aveva raggiunto il fondo dello sportello mentre l'auto era ferma in piazzola si era raccolta nell'angolo posteriore, per una possibile leggera inclinazione del mezzo. Al momento della ripartenza in retro quella piccola pozzetta di sangue raggiunse il foro di uscita e colò fuori, inclinandosi per l'accelerazione e la velocità.
      Sull’altro problema non so che dire, non l'ho capito.

      Elimina
    2. Chiedo scusa del ritardo nella risposta per il malfunzionamento dell'alimentatore del mio computer.
      Secondo me, De Gothia aveva visto lungo considerando i tempi di coagulazione del sangue umano. Quindi tra gli spari che fanno sanguinare il Mainardi e la ripartenza dell'auto a retromarcia devono per forza passare diversi minuti altrimenti non si spiega l'inclinazione del sangue COAGULATO sul longherone. La spiegazione dell'inclinazione data dallo spostamento dell'auto secondo me non regge.
      A questo punto tornerebbe valida l'ipotesi Filastò, col mostro alla guida, che però contrasta con la distribuzione dei bossoli sul terreno.
      Come si gira c'è sempre qualcosa che non torna alla logica.
      La butto li, pensare ad un MdF più "aiutante mostro" potrebbe consentire di sistemare alcuni tasselli?

      Elimina
    3. A questo punto scriverò un addendum su queste colature, per togliere ogni mistero, anche se so giù che non sarà sufficiente a chiudere con le infinite discussioni.

      Elimina
  3. Ricostruzione ottima! Che il Mainardi si fosse spostato da solo era abbastanza logico visto le testimonianze che lo collocano in posti diversi a distanza di 20min dalla scoperta della scena del crimine alla arrivo dei soccorritori. Spero quanto prima di leggere la ricostruzione del 68 e verificare se chi scrive su questo blog e della mia stessa idea e cioè

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Mi fa piacere che tu veda lo spostamento di Mainardi come una spiegazione logica al mistero che da sempre grava su questo delitto. Ma evidentemente la logica è merce rara, se pensi che da decenni tutti si arrovellano alla ricerca delle spiegazioni più assurde, dall'appassionato superficiale che scrive sciocchezze su FB al criminologo fiducioso di poter individuare il Mostro con squadra e compasso. Per di più truccando le carte, in particolare escludendo una delle due testimonianze.

      Elimina
  4. Ottimo articolo come sempre , vorrei sentirti alla trasmissione radiofonica di Angelo Marotta in un cofronto con Valerio Scrivo e Cannella ... cmq se ho ben capito i 4 ragazzi che x primi hanno visto la macchina nel fosso non hanno tentato un contatto con il Mainardi hanno visto qualcosa muoversi e poi son scappati , mi sembra strano che il Mainardi ha avuto la forza di strisciare sul sedile posteriore ma non ha tentato di far qualcosa x cercare soccorsi dai 4 ragazzi

    RispondiElimina
  5. Per me il MdF non era delle zone di san casciano ma delle zona del Mugello per due motivi 1 il primo delitto(che per me è il 74) è stato compiuto in una località molto vicina al mostro 2 quello del 1984.. li ha preferito colpire come si suol dure in casa dopo i fallimenti Dell 82-83

    RispondiElimina
    Risposte
    1. E se fosse il contrario proprio per confondere i già tanto confusi inquirenti? Ti ricordo che la velocità con cui furono adocchiati e uccisi i ragazzi francesi ci porta a pensare ad un assassino residente in zona

      Elimina
    2. Non solo i francesi sono stati adocchiati e uccisi velocemente ma anche i tedeschi , evidente che il mostro era della Val di Pesa... E guarda caso uno della Val di pesa frequentava anche la piazzola di Vicchio

      Elimina
    3. La piazzola di Vicchio dista solo 6 Km del campo del Sagginale del 1974, anche se è conosciuto come il delitto di Borgo San Lorenzo. Premesso questo, riuscire ad accomunare i due delitti, 74 e 84, con autore quello della Val di Pesa richiede un notevole salto logico, considerando che prese la patente nel 1978. Quindi se non c'è nel 74 non c'è nemmeno nel 84.

      Elimina
    4. E secondo te il fatto che Lotti nel '74 andasse in giro in motorino lo esclude dalla rosa dei sospettabili? Direi proprio di no.
      Primo: non sappiamo se avesse mai avuto una base in zona, in quegli anni, magari per lavoro.
      Secondo: un viaggio di 60 km ad andare e uno di 60 km a tornare sono ampiamente fattibili con un motorino a marce degli anni '70. Con serbatoi da sette o otto litri avevano un'autonomia più che sufficiente, e con velocità di 70 all'ora neppure erano troppo lenti.
      Terzo: la borsa di Stefania Pettini fu lanciata sul lato destro a cinque metri dal bordo della strada lungo la via di fuga, il che poteva avvenire soltanto a bordo di un mezzo a due ruote, come viene ben spiegato nell'articolo sulla dinamica di Borgo. A meno di non immaginare improbabili lanci a piedi senza neppure averla aperta.
      Quarto: Stefania Pettini si era lamentata di esser stata seguita da un tizio che le aveva fatto paura, guarda caso di circa 35 anni di età, la stessa di Lotti (34).
      Tutto questo non sarà certo sufficiente a individuare in Lotti l'assassino di Borgo, messo insieme però da una parte a quello che accadde con la manipolazione del cadavere, che indica persona priva di esperienze sessuali, come quasi certamente era Lotti a quell'epoca, e dall'altra alla conoscenza della piazzola di Vicchio da parte di Lotti almeno fin dal 1981, fa pensare alquanto. Di sicuro rende Lotti un soggetto molto più interessante da sospettare dei vari Pacciani, Narducci o fratelli Vinci, per i quali tutti quegli elementi assieme non ci sono.
      Poi qualche anno dopo accadde quel che accadde, macchina rossa, Ghiribelli, Pucci e via andare. Nessuno ha mai dato una spiegazione ragionevole, al di là della sciocchezza di preferire il carcere alla libertà.

      Elimina
    5. Non rispondono proprio , ho posto delle domande ( a un criminologo e un giornalista reporter che hanno scritto libri, hanno partecipato ed organizzato conferenze , interpelato medici legali e entemologi forensi) sul loro profilo FaceBook riguardo al Lotti ( profilo psicologico,piazzola Vicchio + testimonianza Vanni riguardo i 2 ragazzi che facevano l'amore sulla panda , testimonianza De Faveri - Chiarappa ) ma nessuna risposta ...

      Elimina
    6. Tendenzialmente sarei portato a pensarla come Domenico Lovecchio. Se il criterio per individuare la base dell'assassino è quello della velocità di individuazione delle vittime, come propone Mik 84, allora perché non porre la sua base direttamente in Mugello? Questo considerando che il delitto dell'84 probabilmente si è verificato nelle primissime ore della notte più vicine al crepuscolo. Proveniendo da Mercatale, il percorso richiede, passando dalla A1, al minimo un'ora e mezza (all'epoca non esisteva la circonvallazione di Bilancino) di cui solo venti minuti al sicuro sull'autostrada e la restante 1h10m sulla viabilità ordinaria. Per non parlare della strada per Pontassieve, se la scelta per il viaggio fosse stata quella. L'andata si sarebbe dunque svolta in pieno giorno in un'area colpita da ben 3 delitti e quindi molto a rischio per il killer che vi si sarebbe trovato armato di tutto punto al più tardi intorno alle ore 20. Stesso problema al ritorno con il rischio di trovarsi ancora per la strada se il delitto fosse stato scoperto entro un'ora e mezza da quando era stato commesso. Si consideri che nell'84 in un fine settimana estivo senza luna l'allerta era ai livelli più alti possibili. In ogni caso la destinazione sembrerebbe essere scelta a colpo sicuro.

      Ponendo, invece, la base a Borgo San Lorenzo, a mero titolo di esempio, l'unico omicidio ad alto rischio è quello di Montespertoli, per il resto la tempistica per raggiungere ad esempio la scena del crimine di Scopeti contempla un viaggio 50 minuti di cui i soliti 20 in autostrada. Dal casello di Firenze Certosa alla piazzola di Scopeti ci sono 6 minuti, Da Borgo S.Lorenzo al casello di Barberino ci sono circa 25 minuti.

      Se poi la base la spostiamo a Barberino meglio ancora (per Scopeti): viaggio totale 40 minuti di cui 20 di autostrada, 10-15 minuti al casello di Barberino, 6 minuti alla piazzola degli Scopeti.

      Elimina
  6. Mi sa dire come mai un proiettile di piccolo calibro ha formato un buco sul parabrezza cosi grande?

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Pur non sapendo nulla di balistica e di armi in genere posso immaginarmi il motivo di tale fenomeno, del resto presente sempre nel caso di un proiettile che attraversa un parabrezza (vedere queste immagini http://it.depositphotos.com/16513625/stock-photo-the-bullet-holes-in-the.html).
      Il parabrezza è fatto di vetro laminato, che per la presenza di una sostanza plastica al suo interno ha una certa elasticità. Quindi, via via che il proiettile avanza dopo aver colpito la struttura, nel punto di contatto si forma un cono di materiale che ha una base di superficie maggiore rispetto al diametro del proiettile stesso. Quando il cono è arrivato all'altezza massima che l'elasticità della struttura può sopportare, avviene lo sbriciolamento del materiale, che lascia un foro equivalente alla base del cono stesso, come detto più grande del diametro del proiettile.
      In una struttura rigida come il vetro temperato dei finestrini laterali questo non avviene, poichè non si forma nessun cono ma il vetro si sbriciola immediatamente senza incurvarsi.
      Spero di non aver scritto castronate.

      Elimina
  7. Un lavoro davvero impressionante. Non credo di aver mai letto una ricostruzione così accurata e documentata dei fatti di Baccaiano. L'ipotesi di un omicidio 'in due tempi' è sicuramente audace ma non inverosimile, e ha il merito di prendere sul serio tutte le testimonianze a noi pervenute circa la posizione del corpo del Mainardi.

    Complimenti.

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Per me, l'omicidio di Baccaiano è avvenuto in tre tempi.
      1- I primi spari avvengono nella piazzola, fra un passaggio e l'altro delle macchine sulla via. Poi deve essere passato un lasso di tempo sufficiente al Mainardi per sanguinare, col capo poggiato al vetro rotto, all'interno della portiera col sangue che fuoriesce sul longherone orizzontale.
      2- Dopo questo lasso di tempo il Mainardi, pur ferito si riprende, mette in moto a retromarcia inseguito dagli spari del MdF che frantuma anche i fari e la macchina si ferma nella cunetta. E' ora che si fermano i testimoni, mentre il MdF è nascosto nella vegetazione col Mainardi che è al posto di guida.
      3- I testimoni si allontanano a cercare aiuto, il Mainardi ferito si sposta da solo sul divanetto posteriore strisciando fra i due sedili anteriori aiutato anche dall'inclinazione della vettura.
      3 Il MdF torna verso il finestrino infranto ed esplode il colpo di grazia al ragazzo, toglie le chiavi, le getta e fugge.
      Solo così i tasselli mi tornano a posto.

      Elimina
    2. Parlando di ‘due tempi’ intendevo appunto riferirmi all’interruzione dell’azione omicidiaria dopo l’infossamento dell’automobile, compatibile con il sopraggiungere della vettura di Poggiarelli e Calamandrei. Solo la parte finale di questa ricostruzione mi lascia qualche perplessità. I quattro ragazzi si allontanano per chiamare i soccorsi, lasciando libero il luogo. Subito dopo il Mainardi, che a quanto pare non ha trovato la forza per chiedere aiuto, la trova per spostarsi nel sedile posteriore accanto alla fidanzata. Soltanto a questo punto, presumibilmente qualche minuto dopo la partenza dei testimoni, l’assassino esce dal nascondiglio e spara il colpo mortale.
      I tasselli tornano a posto, ma non mi è chiaro per quale ragione l’assassino avrebbe dovuto attendere lo spostamento della vittima, che possiamo supporre non rapidissimo date le condizioni del Mainardi, per completare l’opera. Preciso, a scanso di equivoci, che tra tutte le ricostruzioni che ho letto questa di Segnini mi sembra la più logica e onesta.

      Elimina
    3. Secondo me il povero Mainardi aveva già iniziato a spostarsi mentre i quattro ragazzi discutevano sul da farsi e, pieni di paura, non guardavano più dentro l'auto. Lo si deduce dal fatto che Poggiarelli aveva avuto la sensazione di qualcosa che si muoveva quando aveva dato la prima occhiata. Quindi non dovette passare poi così tanto tempo dalla loro partenza allo spostamento finale di Paolo Mainardi, con il Mostro che attese per aver certezza di nessun altro arrivo. Non possiamo neppure escludere il transito di qualche altra auto.

      Elimina
  8. Sono riuscito a recuperare dal libro di Cochi una testimonianza che colpì da subito la mia attenzione per la sua peculiarità. Non avendone trovato traccia nel tuo ottimo articolo, la trascrivo qui sotto, sperando di fare cosa gradita.
    Il teste è Mario D.L., giunto sul posto per fornire aiuto (la fonte non precisa in che momento), che colloca il Mainardi in posizione distesa, «con le gambe sul sedile anteriore e il corpo a bocconi nell’intercapedine tra i due sedili, con la testa adagiata sul sedile posteriore, nella parte centrale». Una descrizione piuttosto minuziosa, che sembra quasi un ‘compromesso’ tra la versione dei quattro giovani e quella dei soccorritori.

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Grazie per la segnalazione, ma a dire il vero conoscevo bene questa testimonianza. La persona è Mario Di Lorenzo, titolare del bar dove Poggiarelli e Calamandrei dovevano andare e da dove Bartalesi e Marini telefonarono. Fu anche chiamato a deporre al processo Vanni:

      http://insufficienzadiprove.blogspot.it/search?q=mario+di+lorenzo

      Proprio leggendo questa deposizione mi sono convinto che anche Di Lorenzo avesse visto Mainardi seduto dietro, e soltanto per le pressioni degli inquirenti si fosse poi conformato a una posizione intermedia, con la quale probabilmente si voleva in qualche modo giustificare quella descritta dai soccorritori. Per non immettere altri elementi di confusione nel mio articolo ho quindi preferito evitare di parlarne.
      In effetti pensare a Mainardi bocconi con le gambe sul sedile anteriore (e lo schienale?) e la testa su quello posteriore è un po' difficile, e comunque la posizione non riesce a giustificare la testimonianza dei soccorritori. D'altra parte in quel momento (quando lo vide Di Lorenzo) il proiettile che lo aveva mandato in coma era già stato sparato, quindi non è possibile che si fosse mosso ancora (mentre Di Lorenzo non guardava) per raggiungere il sedile posteriore.

      Elimina
  9. Grazie a te per la risposta e per le ulteriori delucidazioni. Non avevo dubbi sul fatto che già conoscessi la testimonianza Di Lorenzo, ma ho pensato che meritasse comunque una citazione a margine della discussione.

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Hai ragione, se non altro per sgomberare il campo da un elemento (che reputavo) di confusione avrei dovuto parlarne. Magari più avanti, appena mi decido a rimettere mano al blog, inserirò un piccolo addendum.

      Elimina
  10. Molto molto plausibile..... ne ho lette davvero tante ma questa versione mi sembra davvero la più vicina alla realtà......

    RispondiElimina
  11. come al solito la tua precisione e la tua meticolosità nel reperire i documenti è straordinaria. Ti chiedo : quanto tempo può averci messo il Mainardi a spostarsi dietro? Appena i quattro se ne vanno a cercare i soccorsi il Mainardi risulta sempre sul sedile anteriore e dopo che i quattro scompaiono dalla scena del delitto dalla tua ricostruzione si evince che il mostro riappare immediatamente per sparare il colpo di grazia. Ti chiedo, non avrebbe avuto bisogno di più tempo, il Mainardi per spostarsi dietro?

    RispondiElimina
  12. Leggendo i commenti ho avuto la risposta al mio quesito.

    RispondiElimina
  13. volevo chiederti se a tuo parere il mostro stava seguendo Paolo e Antonella oppure li ha trovati per caso. Io credo che essendo il Lotti un uomo organizzato in modo semplice, ma organizzato e quindi per lo meno nei primi omicidi penso seguisse le vittime non lasciando niente al caso. Mi pare strano che a Baccaiano sia passato per caso e vedendo la seat abbia subito progettato il delitto.

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Al di là di chi fosse, nell'estate 1982 il Mostro era al massimo dell'esaltazione, dopo i due delitti dell'anno prima che lo avevano lanciato nell'empireo dei serial killer. Secondo me aveva anche fatto un pensierino a ripetere il doppio omicidio. In ogni caso aveva voglia di uccidere ancora e si lasciò tentare da un'opportunità che gli si presentò alla fine di una serata di perlustrazioni, mentre stava rientrando. La sua ingordigia di azione e successo mediatico gli fece dimenticare ogni prudenza.

      Elimina
  14. A me l'azione di Antonella sembra indicare un preciso e determinato tentativo di Antonella di togliere la testa di Paolo dalla linea di tiro. Probabilmente è stato questo a consentire a Paolo di sopravvivere e di tentare la fuga e addirittura di restare in vita fino alle otto della mattina successiva. Non ritengo plausibile che il perno del cinturino sia saltato per l'impatto con un pezzo di vetro che pur disponendo di una certa energia cinetica, non doveva essere in grado di svellerlo e piegarlo. Ancora meno plausibile che fosse stato un proiettile il quale avrebbe avuto ben altre conseguenze anche sulla cassa dell'orologio. E poi non mi sembra che ci sia un proiettile mancante all'appello. Piuttosto io credo che dalla sua posizione sul divanetto, Antonella avesse una buona visuale sulla zona anteriore del veicolo e sulle sue immediate vicinanze. Inoltre sappiamo che la ragazza temeva un attacco del mostro, per cui sono portato a pensare che mentre si rivestiva stesse in allerta su ciò che si muoveva nelle immediate vicinanze dell'auto. Non escludo che anzi fosse proprio questa posizione di 'sentinella' il motivo per il quale aveva deciso di rivestirsi dietro. Questo stato di allerta non le ha consentito di salvarsi, ma è probabile che abbia visto l'ombra dell'assassino muoversi appena al di là del vetro. In contemporanea deve essere successo questo: mentre l'omicida alzava l'arma, la puntava e si preparava ad esplodere il colpo, Antonella si è gettata su Paolo e ha cercato disperatamente di spostargli la testa con violenza, perché sapeva esattamente cosa sarebbe successo una frazione di secondo dopo. Al momento dello sparo, dunque Antonella sta strattonando la testa di Paolo e il perno dell'orologio incastrato fra i capelli si piega ed esce dalla sede liberando il cinturino e la cassa dell'orologio che, a causa del repentino movimento del braccio all'indietro e ormai liberato, cade all'indietro sul divanetto. L'assassino spara due colpi ma la testa di Paolo è ormai in diagonale e le ferite non penetrano ortogonalmente al cranio. Dopo il secondo sparo è probabile che il mostro abbia in piena vista davanti a se il viso di Antonella e spara l'unico colpo per lei mortale a breve distanza e con estrema facilità. A quel punto Antonella lascia la presa e ricade indietro, mentre Paolo privo di sensi ricade sulla sinistra con la testa appoggiata al finestrino. Io credo che Antonella abbia voluto salvare Paolo anche a costo della vita. E così è stato.

    RispondiElimina
  15. Per me questa è la ricostruzione più razionale e semplice tra quelle che ho letto ma non mi so spiegare la posizione del cadavere della donna. Come ha fatto a rimanere seduta in quel modo dritta senza cadere a peso morto verso sinistra? O al momento della ferita mortale, visto che era inclinata in avanti a sinistra sul Mainardi o durante la manovra di retromarcia. Se qualcuno l'ha spostata, dalla sua ricostruzione non può che essere stato il Mainardi nell'atto di spostarsi dietro. Poi lei scrive che i bossoli della piazzetta sono a 11 metri dalla ruota anteriore destra. Non sono troppi?

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Probabilmente, quando l'auto è finita nella fossa, anche se la velocità non era eccessiva il corpo della poveretta deve avere subito un sobbalzo, che dalla posizione originaria (magari rannicchiata, chi lo sa?) l'ha portato in quella finale, dove è rimasto data l'inclinazione all'indietro della spalliera.
      Riguardo la distanza, credo sia corretta, ho provato a misurarla con Maps, e più o meno è quella. La sola carreggiata è sui 7 metri, mettici un pezzo di piazzola e l'inclinazione tra i due punti e ci siamo.

      Elimina
  16. Egregio sig.Antonio, la sua ricostruzione dei fatti e' davvero encomiabile considerando l'impegno e la passione che la spinge alla ricerca della verita',manchevoli del tutto in chi dovrebbe amministrare la giustizia. Pur non trovandomi in linea con la sua teoria, vorrei gentilmente chiederle quale motivazione puo', secondo lei naturalmente, aver spinto il giovane ormai ferito gravemente a decidere di passare sul sedile posteriore ? Grazie per la sua risposta.
    Alfredo

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Mettersi nei panni di una persona in quelle condizioni non è cosa facile. Secondo me voleva sapere come stava la fidanzata.

      Elimina
  17. Ricostruzione ottima e di certo più vicina alla verità delle altre fatte fin qua. Con un po' di ritardo le voglio chiedere delucidazioni sull'unico punto su cui nutro dubbi. Prima dell'ultimo sparo del Mostro, è possibile sapere dove si fossero recati i testimoni impauriti per organizzarsi nei soccorsi? La coppia di ragazzi intervenuta aveva sentito tre-quattro spari a qualche centinaia di metri, possibile che nessuno abbia sentito l'ultimo sparo?
    Saluti

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Dalle loro deposizioni in aula al processo, leggibili su insufficienza di prove, si sa che i due fidanzati andarono a telefonare all'ambulanza al bar di Baccaiano dove poco prima erano andati i due amici e poi erano tornati indietro. Si trattava di circa un chilometro e mezzo, di sicuro percorso di passo veloce, quindi in poco più di un minuto. Arrivati lì telefonarono da una cabina. C'era gente, e nessuno aveva sentito i colpi precedenti, quindi è plausibile che da lì non sentirono neppure l'ultimo.
      I due amici andarono invece a Montespertoli, anche loro immagino di passo svelto. Dopo circa 600 metri percorsi in meno di un minuto presero il bivio a destra (via Poppiano). A quel punto credo che fecero molto presto ad arrivare dove, causa la vegetazione e le collinette, non si poteva sentire più il rumore di uno sparo di calibro 22 dal luogo del delitto.
      Quanto tempo, dopo la partenza dei quattro, ci mise il Mostro a muoversi dal suo nascondiglio, controllare l'auto, accorgersi che Mainardi si era spostato e sparargli? Qualche minuto di sicuro, almeno quelli che erano serviti al poveretto per compiere il suo penoso viaggio.

      Elimina
    2. Grazie della risposta, direi che la ricostruzione mette così tutti i punti al loro posto e resta la più verosimile.

      Elimina
  18. Una domanda ad Antonio: nella tua ricostruzione riesci ad attribuire l' infrattamente del mostro, in termini porbabilistici, alla volonta di restare sul posto per dare il colpo di grazia alla vittima maschile o più ad altri motivi? (la geografia non permetteva di darsela a gambe in quella direzione e/o ipotizzi un posto per dove il mdf puo aver lasciato il suo mezzzo di trasporto che avrebbe richiesto di passare davanti alle personespraggiunte sul psto o altro). Grazie
    Mario

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Secondo me il Mostro si era nascosto nella speranza che le auto che si fermarono sarebbero invece passate via, dopodiché avrebbe cercato di tagliare almeno un seno alla ragazza. In ogni caso credo che la sua auto fosse parcheggiata sulla via Volterrana, quindi doveva attraversare la strada, e con la presenza delle auto ferme, anche volendo, non potè farlo. Se almeno una delle due fosse rimasta è probabile che si sarebbe spostato per attraversare più lontano.

      Elimina
    2. Questo depotenzierebbe molto il ragionamento che mi frulla in testa da quando ho letto la tua ricostruzine rispetto ad un "è rimasto sul posto, con tutti i rischi connessi, solo per dare il colpo di grazia" Ma te lo propongo cmq. In fondo anche il solo entrare nell auto per sparare l ultimo colpo comporta l assunzione di un extra di rischio.
      Perchè?
      1) Voleva uccidere il ragazzo Questa non è una banalita.Il pensiero predominante che ho letto è che uccisione dell uomo fosse meramente strumentale al poter accedere alla donna per poter compiere i suoi sciagurati rituali. Possibilita che ormai era tramontata (ed infatti non li ha compiuti). Non ho idea se questa cosa possa essere utile a profiler, criminolgi e psicologi forensi non facendo parte delle suddette categorie.
      2) aveva paura di essere riconosciuto. Una paura tanto piu grande quanto piu grande è l extra rischio che si assume. (massimo nel caso resto sul posto deliberatamente pur potendo allntanarmi, minimo in resto li solo perchè dietro di me c'è un muro, ma in ogni caso mai 0)
      Cosa ci direbbe questa cosa?
      1) che almeno questa volta era a capo scoperto, altra infrmazione che frse potrebbe essere utile a profiler e C
      2) Che riteneva di essere facilmente ricnoscibile persino da una persona che l aveva visto per pchi secondi in una situazine di panico, al buio, ferita.
      Chi poteva avere questo timore?
      a) Una persona facilmente riconoscibile per caratteristiche fisiche, statura anomala, colore della pelle, deformita... bhoo
      b) Una persona che conosceva persnalmente la vittima, anche solo per aver vissuto nel suo stesso paese , frequentato gli stessi posti per lavoro od altro.

      In sintesi, qualcuno ha indagato sul fatto o meno che qualcuno dei "soliti sospetti" rispondesse ai requisiti di cui ad a) o b) ?

      Ho sempre ritenuto le telefonate all allegranti opera di un mitomane o di un giornalista dalla dubbia etica professinale, ma se non lo fossero rafforzerebbe fortemente il mio probabilmente sbagliatissimo ragionamento.

      Chiudo con una obbiezione che mi faccio da solo. E' ragionevole che il mdf per puro caso si imbatta in una vittima che conosce? (ritengo improbabili tutte le teorie in cui il mdf sceglie le vittime, anche se non ho modo di escluderle) Bhe, non è necessaria una scelta, se il mdf stava tornando a casa dopo aver perlustrato alla ricerca di vittime e fosse ormai quasi arrivato la probabilita di imbattersi in qualcuno che non abitasse lontano da lui aumenta.

      Mario Cremascoli (scusate l uncknown ma non mi ci prendo con blogger)

      Elimina
    3. Credo che un personaggio che fosse residente in zona, come probabilmente era il Mostro chiunque fosse stato, avrebbe avuto paura di essere riconosciuto anche se non avesse mai visto prima la vittima. In fin dei conti, una volta resosi conto dai discorsi dei ragazzi che Mainardi era ancora vivo, se già prima non lo aveva sospettato, un colpo in canna ce l'aveva ancora, qualche decina di secondi per spararlo se li poteva permettere, a rettilineo deserto.

      Elimina
    4. É notte fonda, caro Antonio, sono stanco ma non ho potuto fare a meno di leggere la tua ricostruzione della dinamica di questo delitto. Mi farebbe piacere se avessimo la possibilità di vederci a Baccaiano e discutere insieme. Apprezzo moltissimo l'impegno che hai profuso per l'impostazione.
      Quando io ho fatto la mia ricostruzione non avevo molte informazioni. Per esempio non era ancora uscito il libro di Cochi. Mi rendo ben conto che la mia dinamica presenta più di un difetto e devo rivederla. Però anche la tua presenta delle lacune. Ecco perché sarebbe interessante andare insieme sul posto. Se posso prendermi un piccolo merito, credo di essere stato il primo a utilizzare mappe, schemi, disegni, tabelle per illustrare gli eventi. Nel mio libro avevo comunque ipotizzato anche io un probabile passaggio volontario di Paolo dal posto di guida al divanetto posteriore. Credo che un tale gesto sia conciliabile con un Paolo che non fugge ma rimane per soccorrere la propria
      fidanzata. La dinamica di Baccaiano è di difficile ricostruzione perché o
      manca qualche dato oppure qualche dato è del tutto inesatto. O entrambe le cose. Comunque sia, per me tu sei un autore altruista che cerca la verità e non la gloria personale poiché condividi le informazioni che hai. Per questo hai tutta la mia stima. A mente più lucida studierò con maggiore attenzione il tuo studio che considero interessante e affascinante. Valerio Scrivo.

      Elimina
    5. Grazie Valerio, ricambio davvero la stima, penso che la nostra sarebbe una grande battaglia di serietà, non so chi ne riuscirebbe vincitore...
      Spero di riuscire quest'estate a mettere le mani su altro materiale inedito e stai sicuro che, appena ne avrò il tempo (dovrò scannerizzarlo), lo metterò a disposizione di tutti. Penso che il caso meriti di essere tolto dal mito in cui sta inesorabilmente cadendo, e lo studio dei documenti è l'unica via per farlo.
      Riguardo Baccaiano, non mi illudo di esser riuscito a imbroccare una ricostruzione perfetta, anche per la non completezza della documentazione; non so se l'hai notato, ma la lettura del verbale d'ispezione (o di un verbale d'ispezione) mi ha costretto a rivedere la questione degli spari ai fari.
      Purtroppo a Baccaiano per me non è semplice venire, sono un maremmano che abita in Brianza, e che si muove poco e malvolentieri.

      Elimina
  19. Vorrei aggiungere un pensiero sul perché prendersi la briga di star lì per dare il colpo di grazia.
    Non credo ci fosse solo un motivo pratico (volto scoperto), ma psicologico: quel ragazzo aveva osato tentare di scappare.
    Non poteva passarla liscia, non si poteva passare sopra all'affronto. Ci vuole una personalità dall'ego smisurato per una rappresaglia che mi pare quasi di stampo "militare". Bellissima l'immagine di Paolo che con l'ultimo sforzo raggiunge la compagna, forse anche questo ha stimolato l'assassino a sparargli alla testa come in una esecuzione. Grazie ancora.

    RispondiElimina
  20. Anche io voglio fare i complimenti ad Antonio per il suo lavoro. Devo però ammettere che, dopo averlo esaminato minuziosamente, articolo dopo articolo, correndando il tutto con i tanti documenti che ci ha messo a disposizione, il quadro generale della vicenda non mi appare affatto più chiaro. Anzi. Adesso è tutto più ingarbugliato. Per anni ho denigrato Lotti. Consoderandolo un personaggio ridicolo. Un prestanome. Un utile idiota al servizio degli interessi privati di qualcun'altro. Ma il lavoro di Antonio mi ha portato a cmabiare idea. Lotti è un personaggio particolarissimo. Da analizzare molto attentamente. È certamente il più sospetto dei compagni di merende e del loro sottobosco, vero o presunto. Per tanto tempo ho avuto un solo nome in mente, come possibile, se non probabile, Mostro di Firenze. Quel nome c'è ancora. Ma non è più solo. Avrei tante altre cose da dire e proverò ad essere sintetico. Il lavoro svolto da Antonio, e anche da qualcun'altro, come Powerful, volente o nolente, si chiama Revisionismo. Senza alcun dubbio. Chi come me si è formato sui testi di De Felice, Chabod e Gentile, sa che il Revisionismo non è una tesi. Ma un metodo. Spesso l'unico possibile. Nel ricostruire la storia del mdf, e, soprattutto, la storia delle indagini sul mdf, è senz'altro l'unico possibile. De Felice aveva ragione quando diceva che lo storico deve per forza essere revisionista. Tralasciando il fatto che la verità giudiziaria non sempre, per usare un eufemismo, è uguale alla verità storica, senza il revisionismo noi oggi staremmo ancora a credere all'omicidio degli scopeti avvenuto di donenica. Crederemmo ancora ai sassi di monte morello. Crederemmo ancora al maresciallo Fiori. Fortunatamente chi pretendeva di scrivere la verità, o meglio, la storia ufficiale, è stato clamorosamente smentito. È questo il grande merito del lavoro di Antonio e di altri. Anche per quanto riguarda il profilo del killer. Rotella predicava nel deserto. Ma aveva ragione. Non ci si trovava di fronte ad un classico maniaco sessuale. Ma a qualcosa di diverso. So bene che l'Italia è il paese della memoria divisa. Il caso del mdf è vero che sta scivolando verso il mito. Ed è altrettanto vero che, come la nostra storiografia contemporanea ci insegna, ad una memoria condivisa non si arriverà probabilmente mai. Ma ciò non diminuisce nemmeno un po il valore del lavoro di Antonio,e di tutti quelli che hanno cercato di dare una dignità storica a questa vicenda.

    RispondiElimina
  21. La dinamica è perfettamente credibile e dettagliata. Solo un appunto su quanto scritto: lei afferma che il mostro non poteva aver camminato lungo il rettilineo "infatti nessuno lo vide". C'è però una testimonianza (Manetti-Falteri), che lei non riporta, che parla di un uomo di statura 160-165 cm coi capelli corti neri e una maglietta a righe che cammina lungo la strada a 100 metri dal luogo del delitto in prossimità della curva in fondo al rettilineo e che all'arrivo dell 'automezzo dei due testimoni in questione si nasconde dietro a una cunetta lungo la strada. Questo alle 22,45 circa, orario in cui la coppia probabilmente era già arrivata alla piazzola.

    RispondiElimina
    Risposte
    1. L'ora dell'avvistamento, almeno una prima del delitto, mi ha fatto pensare che non ci fosse collegamento. A parte il caso di Borgo, che va sempre visto come un episodio a sè stante, in tutti gli altri delitti il Mostro non è mai stato a guardare, se non fino al momento in cui la coppia ha acceso la luce e ha iniziato a spogliarsi. In più a Baccaiano avrebbe addirittura atteso proprio fino all'ultimo, fino alla rivestizione completa e dunque quasi alla ripartenza.
      L'assassino arrivò sulla piazzola qualche decina di secondi prima di mettersi a sparare, quindi il tizio con la maglietta a righe con quasi certezza non era lui.
      Certo, ci sarebbe da chiedersi che cosa ci faceva un uomo in quel punto alle 22:30-22:45. Era un guardone che voleva osservare la coppia che poi sarebbe stata uccisa e che magari era già sulla piazzola? Oppure voleva andare sulla piazzola in attesa di un arrivo qualsiasi? E magari, dopo essere scivolato e essersi ferito se ne tornò via? Chi lo sa?

      Elimina
    2. Certo poteva essere uno che non c'entrava nulla, però la vicinanza sia spaziale che temporale al delitto non è da strascurare a mio avviso, anche perchè un avvistamento simile venne fatto l' anno successivo a giogoli. Comunque non si può escludere a priori che il mostro sia lui: il fatto che sia stato visto dai due testimoni mentre si dirigeva alla piazzola, che la strada sia stata trafficata e che la coppia fosse "guardinga" sono tutti elementi che potrebbero aver ritardato l 'azione in attesa del momento giusto per colpire.
      La testimonianza rientrò in una relazione su vinci salvatore in quanto l'avvistamento sia di baccaiano che di giogoli fu ritenuto fisicamente compatibile e se non sbaglio l'ada pierini, sua ex compagna (per molte cose rivelatasi a dire il vero inattendibile, in particolare sulla pistola) descrisse un vestiario simile.

      Elimina
    3. Tutto, o quasi, è possibile, bisogna vedere quanto probabile. Che l'assassino avesse atteso il momento della quasi ripartenza per attaccare lo darei 1 a 100. Mettiamo pure che quella volta avesse avuto voglia di guardare, ma che senso avrebbe avuto lasciare ai due il tempo di rivestirsi in modo completo fino a rischiare che ripartissero?
      Su Salvatore Vinci si cerca in ogni modo di far quadrare i conti, ma c'è sempre qualcosa di forzato, non c'è nulla da fare.
      Per quanto riguarda Giogoli, a mio modesto parere basta il foro del primo sparo, a 150 cm da terra, a toglierlo dai possibili sospettati. Ognuno può fare una semplice prova: nelle condizioni di Giogoli MAI la pistola potrebbe essere stata posizionata ad altezza SUPERIORE alla spalla, quindi la spalla dell'assassino era alta come minimo 150 cm, il che esclude sia Pacciani sia Salvatore Vinci.
      Andiamo poi a Vicchio. Le impronte di ginocchia indicano ancora una persona alta sui 180 cm. Chi proprio non vuole rinunciare a Vinci dice che quelle impronte potrebbe averle lasciate chiunque. Ma chi si mette con le ginocchia a contatto di una portiera di auto? Quante impronte di ginocchia è possibile vedere sulle auto impolverate di un grande parcheggio? Semplicemente nessuna, perché nessuno si mette in una posizione di quel tipo, se non uno sparatore che cerca di stabilizzare la propria posizione.
      Sono in attesa di un importante documento inedito, spero proprio che me lo mandino, se sì scriverò presto qualcosa su Vinci, dove credo si capirà che non c'entrava nulla, né con la morte della moglie, né con quella di Barbara Locci (qui a dire il vero qualcosa sì, ma non era presente) e tantomeno con quelle delle coppie successive. A mio modesto e personale parere Salvatore Vinci sostanzialmente era un omosessuale che si avvaleva delle donne per trovare gli uomini, niente lo accomunava al Mostro. Infatti la spiegazione dei tradimenti di Torrisi è patetica, allo stesso livello del seno sinistro di Pacciani.

      Elimina
    4. Secondo me non è che avesse voglia di guardare, semplicemente esitava rendendosi conto del grande rischio che correva. In strada continuavano a passare macchine, è proprio quando stavano per andarsene che deve aver pensato o adesso o mai più e non ha resistito a sferrare l'attacco nonostante il rischio, tant'è che come lei ha perfettamente descritto, ha dovuto poi addirittura interrompere l'azione omicida almeno una volta per l'arrivo dell'auto dei ragazzi.
      Certo salvatore vinci aveva numerose relazioni omosessuali, ma non potendomi addentrare in questioni psicologiche di cui non mi intendo devo però ricordare che nel periodo dei delitti del mostro in zona ci furono anche alcuni delitti irrisolti nell'ambiente omosessuale (oltre che di prostitute), per i quali la Della Monica stessa non escluse relazioni con quelli del mostro.
      Certo non tutto quadra anche su salvatore vinci altrimenti non saremmo qui a parlarne, ma a mio modesto parere non può essere escluso solo per l'altezza degli spari di giogoli e un impronta non identificata di ginocchia. Grazie della risposta e resto in attesa del documento inedito!

      Elimina
    5. Lungi da me farle cambiare idea, provi però a pensarci bene: l'unico motivo per il quale Salvatore Vinci risulta sospettato per i delitti del Mostro è la convinzione fideistica che la pistola non possa essere uscita dal gruppo di persone che uccisero Barbara Locci. Ora, poiché tutti gli altri indagati per quell'episodio furono scagionati da un nuovo delitto del Mostro, l'unico possibile Mostro diventa lui. Ecco che di conseguenza si cerca di farlo aderire a una figura che non gli appartiene neppure un po', mentre si vogliono vedere degli indizi di colpevolezza in elementi che, anche alla lontana, potrebbero farlo pensare, ma che di sostanza ne hanno davvero poca. Come la storia del tizio in maglietta a strisce di Baccaiano.
      E se invece la pistola fosse uscita dal giro dei sospettati di allora? Davanti alle parole di Natalino che raccontò di averla vista gettare sulla scena del crimine dallo zio Piero si fa finta di nulla, e invece bisognerebbe rifletterci attentamente. Si tira fuori la solita litania che una pistola non si lascia sul posto, cosa per nulla vera se quella pistola non è in grado di incastrare l'assassino, ma magari qualcun altro.

      Elimina
    6. Intanto i doverosi complimenti per la poderosa attività di documentazione, però non posso esimermi da una critica o, quantomeno, dal voler esprimere le ragioni che mi fanno dissentire completamente su quest'ultimo commento. Dissento soprattutto sul fatto che la figura di SV dipenda dall'unico motivo "fideistico" al quale accenna. Innanzitutto la pista sarda, per come la intendo io, deriva dall'ipotesi tutt'altro che peregrina che Stefano Mele fosse presente al momento del delitto. Il nome di SV è una delle conseguenze di questa ipotesi; forse la più diretta, ma non certo l'unica, e questo la dice lunga sul fideismo defli assunti. Leggo su Internet, per semplificare, "Il fideismo è l'atteggiamento o la dottrina di chi, constatando discordanza tra fede e ragione, è incline a seguire la prima senza tenere conto della ragione.". Ora, mi dica lei se sia davvero frutto di ragionee tacciare di "fideismo" chi, come il sottoscritto, ritiene inverosimile che 1) l'arma del delitto fu gettata dall'assassino ben sapendo che sarebbe stata recuperata dalla polizia che ne avrebbe avuto un ovvio aiuto nelle indagini 2) Che casualmente un guardone non visto da nessuno dei presenti abbia atteso che tutti se ne andassero per recuperare quell'arma senza sapere, al momento, di che farsene, ma ben sapendo a cosa essa era servita 3) Che questo gesto privo di qualsiasi senso logico o razionale si sia alla fine coronato nel ripetere quel delitto nelle medesime condizioni in cui l'arma era stata vista usare 4) Che tuttavia questo impulso si sia infine realizzato a distanza di ben sei anni dal delitto "padre"(farebbe il paio con il "seno sinistro" di Pacciani che se ne ricorderebbe solo dopo trentatré anni dall'episodio della Tassinaia)lasciando un vuoto logico sul perché tale arma sarebbe stata raccolta, in totale disprezzo del rischio più che evidente. 5) Se proprio vogliamo obiettare al punto 4 che potrebbe esserci voluto del tempo per sviluppare questa fantasia, allora che dire, a fantasia conclamata, degli ulteriori sette anni fra il delitto di Rabatta e quello di Mosciano? - La verità è che le versioni su quell'arma sono due, sono in antitesi e sono enunciate da Stefano Mele. Una che dice che l'arma fu gettata, l'altra che fu riconsegnata al proprietario. Ora io credo che di fronte a due racconti contrastanti la scelta "fideistica" sia piuttosto quella di assumere per vero il racconto fra i due che è il meno logico, meno razionale e meno sostenuto nella casistica dei crimini mondiali. Da notare che Natalino riferisce di aver visto gettare la pistola, in coincidenza con quello che riferisce inizialmente il padre e questo non lascia dubbi sulla fonte di questo suo ricordo. Quindi di fronte alle dichiarazioni del Mele che, ripeto, sono due, non si capisce proprio perché la più verosimile e logica sia tacciata di essere quella fideistica. Poi ognuno ha pienamente diritto alle proprie convinzioni.

      Elimina
    7. Non mi pare ci sia grande spazio per una discussione produttiva, i suoi punti di vista credo che nessuno glieli possa contestare.
      Tanto per dirne una, che la fonte della testimonianza di Natalino sulla pistola gettata via sia il padre è una sua opinione, a mio parere del tutto illogica. Per quale motivo, se non era stato davvero così, il padre avrebbe dovuto istruire Natalino su un fatto del genere? E perchè gli avrebbe detto che era stato lo zio Piero e non Salvatore Vinci? In realtà quella testimonianza è un macigno, ma mi pare inutile discuterne con chi ritiene impossibile che qualcuno abbia raccolto quella pistola.

      Elimina
  22. Se fosse stata stabilita con certezza l'altezza dell'assassino, né Vinci né Pacciani sarebbero stati inquisiti. Solo il primo foro era (probabilmente, dato che il vetro si era frantumato) a 150 cm. da terra, tutti gli altri erano ad altezza inferiore. Non si può escludere che nel punto in cui poggiava i pedi l'assassino quando esplose quel colpo, il terreno avesse un avvallamento o una sporgenza che ponesse lo sparatore in posizione leggermente rialzata rispetto agli altri spari.
    Sulle impronte di Vicchio, è vero che non si riesce a immaginare in quale altra situazione possano essere state lasciate, ma a me pare strano anche che l'assassino dovesse appoggiare le ginocchia per posizionarsi, anche perché negli altri delitti mai furono rilevate impronte di spolveratura sulle fiancate delle auto. Tra l'altro le impronte erano molto ravvicinate. Potrebbe averle lasciate l'assassino, ma anche un complice.

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Certo, è possibile che sul terreno ci fosse una sporgenza. Io penso invece che il foro ad altezza 150 fosse corrispondente al primo colpo, che l'assassino aveva sparato prendendo con relativa calma la mira, quindi con la faccia più vicina possibile al vetro. Gli altri colpi furono invece sparati in movimento, quindi con la faccia più lontana. Una semplice prova dimostra che nel primo caso la canna si posizione poco sotto gli occhi, ad altezza spalla, negli altri si abbassa un po', essendo il bersaglio posto più in basso. In ogni caso ho già spiegato tutto nella mia ricostruzione.
      Riguardo Vicchio, si deve tener presente che le vittime erano posizionate posteriormente, e infatti l'assassino, dopo il primo colpo esploso all'esterno contro il vetro, i restanti quattro li sparò tutti con la mano dentro, quindi avvicinandosi molto più che negli altri casi alla carrozzeria.
      Vorrei anche ricordare le impronte sia a Calenzano sis a Scopeti di uno scarponcino misura 44, compatibile con una persona piuttosto alta. D'accordo, anche qui non ci sono certezze, ma guarda caso si tratta comunque di elementi che portano alla persona alta, non alla persona bassa. Una congiura del destino?

      Elimina
    2. per quale motivo il complice si sarebbe dovuto appoggiare all'auto, l'asciando l'impronta del ginocchio, dopo che l'assassino aveva già sparato? e non si comprende nemmeno perchè avrebbe dovuto farlo prima, col rischio di allarmare le vittime, o di prendersi qualche pallottola.

      Elimina
    3. Non vorrei sembrare attaccato alla verità giudiziaria. Non me ne frega nulla di difendere i giudici, potrebbero anche aver sbagliato. Però vi faccio notare che la differenza di altezza tra Pacciani e Lotti, una decina di centimetri, potrebbe essere compatibile con la diversa altezza dei fori sul pullmino. E sulle impronte di Calenzano e Scopeti, ammesso che le avesse lasciate l'assassino, ricordo a tutti che a Vanni furono sequestrate due paia di scarponi proprio di quella misura, 44. Cosa che nessuno ricorda, chissà perchè.

      Elimina
    4. Può essere tutto, ma è bene ribadire che il racconto di Lotti dei due o tre colpi sparati dalla fiancata destra senza mirare non sta in piedi. I colpi furono due, su due finestrini differenti, entrambi ben indirizzati.

      Elimina
  23. Io non ho visionato le foto, ovviamente, ma sono i giudici a parlare di impronte estremamente ravvicinate, quasi appaiate. Anche per me non ha senso immaginare che siano state lasciate prima della sparatoria. Non capisco però quando le avrebbe lasciate l'assassino. Quando introdusse la mano all'interno dell'abitacolo, dopo che il primo colpo aveva mandato in frantumi il vetro? Ma avrebbe dovuto senz'altro curvarsi col busto, a maggior ragione poi se era di elevata statura. E come poteva tenere le gambe strette? Semmai avrebbe dovuto divaricarle nell'abbassarsi.
    La sentenza Ferri liquida la questione in questo modo: "le due tracce di spolveratura rilevate su uno sportello dell'auto, a bordo della quale si trovavano le due vittime all'atto dell'uccisione, sono di significato equivoco, e quindi non ricollegabile a movimenti dell'omicida".
    Segnini ha dato dimostrazioni di grande acume nel ricostruire le dinamiche dei delitti, forse può trovare una spiegazione.

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Secondo me le impronte sono state lasciate durante gli spari che cercarono la testa dei due ragazzi, in sostanza gli ultimi, quelli che nella mia dinamica sono contrassegnati dai numeri 4 e 5. Soprattutto la testa del ragazzo era lontana, quindi il Mostro cercò di avvicinare il più possibile la mano, e per non perdere la linea di vista dovette abbassare la testa. Quindi la posizione divenne un po' rattrappita, e le ginocchia puntate sulla carrozzeria insieme alle punte dei piedi rialzate e alla mano libera che si teneva al tettuccio gli servirono per stabilizzarsi. Dalle due foto che ho inserito nella mia dinamica si capisce abbastanza bene. o.

      Elimina
    2. Però non furono rilevate impronte sul tetto dell'auto, ma solo sulla cornice superiore dello sportello. Nell'articolo dedicato alla dinamica di Vicchio lei ha scritto: "Riposta la pistola e messo mano al coltello, il Mostro tirò su la sicura e aprì la portiera, lasciando sulla cornice superiore due serie di impronte risultate purtroppo non utili, ma che in ogni caso ci dicono che non portava i guanti". Quindi avrebbe appoggiato la mano dopo aver concluso la sparatoria, prima di estrarre il corpo della ragazza.
      Nella sentenza del '94, si legge: "i frammenti di impronte sono stati repertati sulla cornice superiore dello sportello dell’auto, ma non sul tetto della stessa ed essi non si trovano poi spostati sulla sinistra rispetto alla verticale dei due aloni di cui si sta parlando, ma esattamente al di sopra ed in parte anche spostate sulla destra rispetto ad essi".
      Nella foto che ha inserito nell'articolo in cui viene riprodotta l'azione dell'assassino quando introduce la pistola all'interno dell'abitacolo, l'arma viene impugnata con la mano destra.
      Se le impronte erano spostate sulla destra, questo però potrebbe confermare la sua ipotesi sul mancinismo dello sparatore, che avrebbe appoggiato alla cornice dello sportello appunto la mano destra, mentre con l'altra impugnava la pistola.

      Elimina
    3. Ho evitato foto con la pistola nella mano sinistra attendendo l'articolo su Scopeti prima di proporre l'ipotesi. Se però l'assassino poteva impugnare il coltello sia con una che con l'altra mano, forse poteva farlo anche con la pistola. A Vicchio gli sarebbe stato di sicuro più comodo sparare con la destra, e magari tenersi al montante sinistro del finestrino con il vetro rotto quando dovette sporgersi molto verso l'interno.
      In ogni caso le due impronte di ginocchia c'erano, ha poco senso ritenerle preesistenti ma anche la spiegazione che dà la sentenza con l'intervento di un complice torna poco, poiché non c'era alcun bisogno che l'eventuale complice si addossasse alla portiera per tenerla aperta. Il gesto di tenere aperta una portiera che tende a richiudersi non è di sicuro quello.
      A me pare che l'esigenza di sporgersi molto all'interno per non sbagliare i colpi alla testa sia un buon motivo per addossarsi alla portiera chiusa, anche con le ginocchia vicine e in punta di piedi. Dove l'assassino avesse appoggiato la mano libera non lo so, bisognerebbe fare una prova nelle condizioni reali per ipotizzarlo.

      Elimina
  24. La pistola ha un intestatario, si può sapere chi è, se c'è una denuncia di furto o se l'ha prestata a qualcuno e nel caso a chi. Ad esempio di tutte le beretta calibro 22 della zona di villacidro solo una risultava non reperibile, guarda caso di un parente del vinci, guarda caso sparita proprio quando i fratelli vinci si spostano in toscana. Direi che al 90 % la pistola viene da li. Ora i vinci, nella sua ipotesi mi par di capire, avrebbero dovuto darla a mucciarini per compiere il delitto. Mucciarini non è un criminale, non è della famiglia Mele essendo un parente acquisito, non è neppure sardo, non ha alcuna relazione amorosa con la vittima e non ha un movente per compiere un omicidio. Salvatore vinci è un criminale, è un amante geloso della vittima verso la quale ha già avuti comportamenti violenti e minacciosi, è già sospettato di aver ucciso la moglie, ed ha un movente economico in quanto debitore di una somma, grossa, ai Mele di cui, dopo l'omicidio non gli viene più chiesto di rendere conto a quanto è dato sapere. E si sa che il delitto di Signa ha un movente economico oltre che di onore familiare. Ora tutto porta nella direzione del vinci salvatore tranne che le parole di un bambino di sei anni che con ogni probabilità non vide nemmeno chi sparò e neppure che fine fece la pistola, ma sicuramente fu istruito bene su cosa dire.
    Non ho le idee chiare sulla vicenda in realtà, ma onestamente ad oggi se dovessi scommettere una cospicua somma su chi fosse il mostro la punterei su vinci salvatore.

    RispondiElimina
    Risposte
    1. E chi avrebbe istruito Natalino su raccontare che lo zio Piero gettò via la pistola?

      Elimina
    2. Il padre, che era presente la sera del delitto. E che infatti rilasciò poi la stessa versione di natalino (la prima), salvo poi ritrattare subito e cambiare versione quando l'arma non venne trovata, capendo che non era una versione credibile disse di averla restituita a salvatore.

      Elimina
    3. Il padre dichiarò che era stato portato sul posto da Salvatore Vinci che gli aveva dato la pistola e che lui poi aveva buttato a terra, Natalino disse di aver visto lo zio Piero gettarla via, non mi pare proprio che i due elementi collimino. Volerli vedere come frutto di istruzioni date da Mele a Natalino è una vera forzatura.
      Sappiamo invece che nell'unica occasione che Mele ebbe, dopo l'accompagnamento, di dare nuove istruzioni a Natalino, gli disse di dire di aver visto Francesco Vinci. Era la notte in cui per l'ultima volta i due stettero assieme. La cosa è dimostrata sia da quanto raccontò Natalino a Spremolla, sia dal fatto che Mele chiese ai carabinieri di verificare la propria versione presso di lui. Guarda caso in quel momento la versione di Mele era quella di Francesco Vinci che avrebbe ucciso i due e poi accompagnato il bambino minacciandolo affiché stesse zitto. Quindi siamo da tutt'altra parte rispetto allo zio Piero che getta via la pistola.

      Elimina
    4. Collimano sul punto cruciale dell'abbandono dell'arma sul luogo del delitto, che mi pare fosse quello di cui si stava discutendo. Gli inquirenti sanno peraltro che le prime dichiarazioni a caldo sono le meno attendibili.
      Dopo di che fare una filologia delle dichiarazioni (e relativi incroci) di un bambino di sei anni che probabilmente non vide nemmeno chi sparò e di un povero mentecatto in stato confusionale che da almeno sei versioni diverse e che viene menato tutta la sera dai carabinieri mi pare poco utile ad appurare la verità.

      Elimina
    5. E' certo più semplice poter fare le proprie ricostruzioni senza tenerne conto. Mi pare proprio che siamo su due sponde opposte, quindi davvero io mi fermo qui.

      Elimina
    6. Bisogna tenerne ovviamente conto ma senza pretendere che dicano il vero, in mancanza di riscontri oggettivi. Attendo con impazienza il documento inedito di cui parlava su sv. Buon lavoro

      Elimina
  25. Su Salvatore Vinci assassino a Signa, si può ragionare. Ma ai delitti seriali, seguendo la logica, dovrebbe dirsi estraneo. Indico cinque argomenti.
    Il primo: lei ha ragione che la pistola origina dal clan Vinci, su questo i dubbi sono pochi. Ora, lei certamente coglie l'assurdità per una persona scaltra di impiegare una pistola che ha già ucciso, per inaugurare una serie delittuosa. Una autentica follia che poi avrebbe condotto dritto in bocca al clan dei Sardi pure per il delitto stesso di Signa, nonostante la colpa già addossata al Mele (come infatti accadde).
    Secondo: non si spiega nè la dichiarazione del bambino sulla pistola gettata, nè quella del Mele padre.
    Terzo: perchè SV avrebbe continuato ad uccidere anche quando Rotella e co. attingevano ai Sardi quasi a caso, imprigionandone uno a delitto.
    Quarto: il cittadino amico e la soffiata del 1982 diventano incomprensibili in punto di logica.
    Quinto: Salvatore Vinci è figura che non si sposa in nessun modo con tutto quello che è accaduto dopo; quindi se ne dovrebbe dedurre che tanto la pista Pacciani che tutte le dichiarazioni di Lotti sono inventate di sana pianta. E così non rimarrebbe che pensare a degli inquirenti manipolatori di una verità di comodo e grappoli di giudici che credono a prove del tutto fabbricate.
    Torno a dire che la pistola, unica traccia che tutti ritengono determinante, va seguita con due risorse di metodo: ripercorrendo la logica formale di chi la usava (chiunque fosse) ed impiegando al massimo gli indizi di cui disponiamo che io non riesco a capire perchè sottovalutano tutti e di continuo.
    Riconosco delle osservazioni molto lucide da parte di Luca M, ma (polemica sul fideismo a parte), non mi pare che superino le cinque obiezioni precedenti. Vi chiedo di spiegarmi perchè l'assassino di Signa avrebbe dovuto restituire l'arma al proprietario creando un problema enorme. Ragionevolmente, la sorte dell'arma dovevano averla premeditata tutti insieme prima di compiere il delitto, spiegando al Mele che cosa dire e sostenere e cosa fare. Se gli avessero imposto di dire che la restituiva al proprietario, era come invitarlo ad una chiamata in correità. Infine, ammesso anche che gli avessero detto di sostenere che l'aveva buttata, per poi invece tenersela in concreto, c'è da chiedersi a che scopo accollarsi un rischio tanto alto. Io avrei fatto certamente quello che dicono i Mele: l'avrei gettata o in modo da perderla, oppure da farla ritrovare neutralizzandone gli effetti indiziari.

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Primo: se come dice lei salvatore vinci era scaltro, e in effetti dimostrò di esserlo, non presta una pistola per compiere un delitto sapendo che poi verrà gettata nei dintorni e quindi ritrovata portando direttamente a lui (e ripeto salvatore vinci destava molti piu sospetti del marito stesso oltre che del cognato).
      Il delitto di Signa era già attribuito al clan dei sardi, quindi semmai è il contrario , signa avrebbe potuto portare l attenzione sui sardi per i delitti successivi. Ma sappiamo che se non fosse intervenuta una segnalazione nessuno lo avrebbe mai collegato.
      Secondo: le prime dichiarazioni di natalino e del padre paiono evidentemente concordate. Poi entrambi cambiano versione innumerevoli volte, ci sono ad esempio dichiarazioni di natalino in età adulta in cui riferisce che il padre gli avrebbe detto "questa gente sta andando avanti ad uccidere" riferito ai vinci. Quindi perché prendere per buone solo le prime dichiarazioni (che per gli inquirenti sono sempre le meno affidabili) e non le successive?
      Terzo: salvatore vinci, se è lui il mostro, avrebbe continuato a uccidere anche quando entrò fra i sospettati perchè è un serial killer e i serial killer di solito si fermano quando vengono beccati. A maggior ragione se l'avesse passata liscia almeno due volte (con la moglie e a signa, nel caso si ipotizzi la sua colpevolezza) sarebbe anche intervenuto un delirio di onnipotenza dovuto all'impunità che spesso causa un aumento dell'attività criminale in questi soggetti.
      Quarto: a parte che la soffiata avrebbe potuto essere stata fatta anche da un onesto cittadino della zona appassionato di cronaca nera che poteva aver collegato i fatti, ma ammettendo che sia poco probabile, per risultare incomprensibile bisognerebbe pensare che delle anime buone e candide come i vinci non avessero dei nemici a conoscenza dei fatti di signa e con dei fondati sospetti sui delitti successivi (in particolare in sardegna dove i vinci erano ben conosciuti..)
      Quinto: da scopeti in poi interviene il servizio segreto civile (sisde) che (già nell'85 !) ufficialmente lavora sulla pista esoterica, e non aggiungo altro perché a questo punto, se i servizi segreti ritengono di dover intervenire su un caso come quello del mostro, tutto diventa possibile. La mia impressione, ascoltando (e non solo leggendo) le testimonianze del lotti è che non sia mai stato presente sui luoghi dei delitti mentre venivano compiuti.

      Elimina
    2. Guardi che la teoria di Segnini è molto più sottile: Salvatore Vinci avrebbe dato l'arma a Stefano Mele non pensando che avrebbe avuto il coraggio di usarla né soprattutto che coinvolgesse i suoi parenti: questi ultimi avrebbero avuto l'idea di gettare l'arma sul posto, non certo Stefano Mele.
      Si dà sempre per scontato che Salvatore Vinci fosse un criminale, ma non c'è alcuna prova che abbia ucciso la prima moglie (fu assolto con formula ampia e l'accusa non appellò neppure la sentenza, quindi ben poco aveva in mano).
      Lei dice che le dichiarazioni a caldo di un sospettato o di un testimone emotivamente coinvolto (come Natalino) sono le meno attendibili, ma non è sempre così. Mi viene in mente un caso di cronaca molto più recente, il delitto di Garlasco, in cui saggiamente i giudici dell'appello bis decisero di non riascoltare due fondamentali testi perché gli anni trascorsi, l'influenza dei media e le pressioni di inquirenti e parti in causa potevano inficiare i loro ricordi.
      Dato che spesso si invoca la logica, mi permetto di fare un'osservazione semplice e forse banale: quando una donna pervicacemente infedele viene uccisa, è naturale sospettare di un amante (che in fondo ha avuto quello che voleva) o del marito e dei suoi familiari?

      Elimina
    3. Completerei le sue osservazioni dando un perché al gesto di Salvatore Vinci. A lui interessavani i soldi dell'assicurazione di Mele, quei soldi che Mele gli dette e la cui sparizione attribuì, con i propri familiari, alla moglie. Questa fu la goccia che fece traboccare il vaso e li fece agire.
      Tutto nell'individuazione di Salvatore Vinci come colpevole risulta forzatissimo. Si parte dal presunto omicidio della prima moglie, che fu chiaramente un suicidio dovuto alla delusione per il comportamento di Antonio Pili, che assieme a dei conoscenti le tese una trappola con la storia delle foto. Lo aveva creduto innamorato, era invece soltanto un ragazzino che si vantava di una relazione con una donna sposata, e la voleva condividere con altri. Basta leggere la lettera di addio della poveretta per convincersene.
      Riguardo la Locci, un tipo come lui che motivo avrebbe avuto per ucciderla? Non era e non sarebbe mai stato geloso di nessuna donna, praticamente le donne le usava per andare a caccia di uomini.
      Riguardo i delitti del Mostro risulta tutto assurdo, dall'aver continuato a usare la stessa pistola del 1968 ad aver sfidato gli inquirenti uccidendo a Scopeti e addirittura mandando la lettera. E mille altre assurdità simili.

      Elimina
    4. Beh certo se un avvistamento di di una persona sospetta compatibile col vinci nel fisico e nel vestiario a un'ora e a cento metri dal delitto viene considerato ininfluente al punto da non venir neanche riportato e invece un avvistamento di due giorni dopo o di 15 ore prima del delitto di una macchina compatibile con quella del lotti (che qui diventa automaticamente quella del lotti) diventa uno degli elementi cardine dell'impianto, se è questa la logica, allora è chiaro come salvatore vinci sia una forzatura e un'assurdità. Però mi permetta, è un peccato che un'eccellente lavoro di ricostruzione dei dettagli per tutti noi appassionati si comprometta con una valutazione degli elementi non imparziale a sostegno della propria tesi. E se dobbiamo parlare di forzature allora io sento il rumore delle unghie sui vetri quando si sostiene che il lotti per il delitto del 1974 e successivi avrebbe comprato delle pallottole del 1966 compatibili con quelle di signa e che poi però avrebbe smesso di uccidere perché aveva finito la scatola (come se non potesse comprarne ancora). Certo poi tutto è possibile e magari ha ragione lei, ma se dobbiamo considerare le cose con buon senso e in modo imparziale è senz'altro più una forzatura l'ipotesi lotti che l'ipotesi vinci. Non bisogna dimenticare primo che al lotti si arriva solo secondariamente per incastrare pacciani, secondo che il lotti in carcere a monza fa probabilmente una vita non peggiore se non migliore di quella che avrebbe fatto fuori, date le sue condizioni economiche che non sarebbero certo migliorate invecchiando, e comunque rispetto al rischio dell'ergastolo era certamente incoraggiato a "collaborare"... quindi guardiamo questo aspetto anche da questo punto di vista.

      Elimina
    5. Mi pare del tutto evidente che le nostre sono logiche differenti. Intanto la prego di scegliersi un nome per i suoi interventi, poichè "anonimo" non consente di capire chi sta scrivendo.

      Elimina
  26. L'intervento di Luca M. nei riguardi del destino della pistola è la quintessenza degli argomenti addotti a ritenere impossibile un passaggio a un individuo estraneo la notte stessa del delitto, annullando gli indizi che certificano il fatto non cercando di dimostrare errati loro stessi, ma cercando di dimostrare errate le loro conseguenze. Quindi il fatto non sarebbe avvenuto poiché sarebbe impossibile la storia del guardone che, guarda caso, passa proprio di lì e, guarda caso, si mette a compiere delitti simili.
    A mio parere bisogna invece prendere atto di quello che accadde indipendentemente dalle sue conseguenze, sulle quali si può ragionare poi.
    Abbiamo innanzitutto un Mele che, quando confessa il delitto compiuto assieme a un complice, introduce nello scenario la pistola lasciata sul posto. Perché, per un semplice sfizio, comoprensivo di reazione del proprietario con il noto "Pazienza"? Menzogna per menzogna, sarebbe stato molto più semplice e logico dire di aver restituito la pistola, anche perché sul posto avrebbe dovuto esserci, se Mele voleva esser creduto.
    Non deve sfuggire la presenza quella mattina assieme a Mele del cognato Mucciarini, che era andato a prenderlo a casa e aveva trascorso la prima parte della mattina assieme a lui. Quello stesso cognato che, probabilmente quello stesso giorno, avrebbe detto a Natalino di dire di aver visto "Salvatore tra le canne". Quello stesso cognato che, mesi dopo, sarebbe stato oggetto della testimonianza di Natalino sulla pistola lasciata sul posto.
    Perché la pistola venne lasciata sul posto? Ce lo dice il comportamento di Mele quando accusa Salvatore Vinci di avergliela data: gliel'aveva data davvero, e il suo ritrovamento avrebbe confermato la sua versione se le forze dell'ordine avessero avuto modo di risalire al proprietario.
    Ma quella pistola non c'era. Adesso partono le conseguenze, sulle quali si deve ragionare con serenità e senza pregiudizi. Io comincerei con l'escludere che fosse passata l'Enterprise con il suo raggio traente.

    RispondiElimina
  27. Antonio, forsse ne avevamo già parlato ma ora non ricordo la tua risposta.
    Ammettiamo che la pistola sia gettata e ritrovata dai CC. Dopo di che si risale a Salvatore (il che già è tutto da vedere). Salvatore dice: sì la pistola l'avevo io ma qualche giorno prima del delitto l'ho venduta a Giovanni Mele e Mucciarini.
    A questo punto che succede? Salvatore ha un alibi, i Mele no.
    Forse sono ingenuo, ma a me non sembra un'idea geniale.

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Riflettendoci parecchie volte, c'è anche da dire che Salvatore, nel caso la pistola fosse stata ritrovata e avesse portato a lui, avrebbe potuto benissimo dire: " per quale motivo avrei dovuto lasciare sul posto una pistola che portava dritto verso di me?". Forse anche i carabinieri non avrebbero trovato credibile che un assassino lascia sul posto un'arma che proviene dal suo paese natale. Purtroppo è uno dei tanto dubbi irrisolti.

      Elimina
    2. A quanto avrebbe raccontato Stefano Mele anni dopo, Salvatore la pistola non l'aveva data a Mucciarini e Giovanni Mele, ma a lui stesso, dietro il compenso di 400 mila lire. Quelle 400 mila lire la cui sparizione Mele aveva addebitato alla moglie, e che erano state la goccia che aveva fatto traboccare il vaso in famiglia, facendo maturare la tragica decisione.
      Quindi il racconto di Mele, che avrebbe incontrato Salvatore per caso quella sera stessa e che avrebbe da lui ricevuto la pistola con anche l'assistenza per il delitto non era altro che un adattamento di fatti reali.
      Salvatore andava benissimo come complice, la pistola era la sua, il mezzo per raggiungere il posto ce l'aveva. Certo, avrebbe potuto essere in possesso di un alibi, ma a quel punto sarebbe rimasto soltanto il dubbio di come Stefano avrebbe potuto raggiungere il posto, che non era neppure troppo lontano per un giro a piedi. Insomma, alla fin fine Salvatore era un di più.
      Poi le cose andarono in altro modo. Innanzitutto Stefano in galera non ci voleva andare, quindi agì in parte di testa sua, creandosi l'alibi della malattia e istruendo il figlio. Ma soprattutto la pistola se l'era presa qualcuno.

      Elimina
    3. X Lorenzo Franciotti.
      Il piano dei Mele non era certo un capolavoro di strategia, dovettero arrangiarsi con quello che avevano. Il perno di tutto era comunque Stefano Mele che doveva andare in carcere proteggendoli, cosa che in effetti, pur con tutti i suoi tormenti, alla fine fece.
      Cosa sarebbe successo se la pistola lasciata sul posto fosse stata trovata è difficile prevederlo. Di una sola cosa si può essere certi: non saremmo qui a discutere del Mostro di Firenze.

      Elimina