sabato 28 novembre 2015

Differenze di abbigliamento

Chi scrive ritiene la sentenza Micheli sempre molto convincente ogni qualvolta cerca di fornire una ragionevole spiegazione a ogni preteso mistero della vicenda Narducci; con qualche eccezione, però. Tra queste c’è senz’altro il contrasto tra il vestiario indossato dal medico umbro nel momento in cui era uscito di casa, descritto dalla moglie, e quello del cadavere ripescato dal lago, descritto dal verbale di ricognizione e dai testimoni sul molo. Secondo le ipotesi di Giuliano Mignini, il cadavere del vero Narducci sarebbe stato ritrovato nel giorno successivo a quello della scomparsa, e al suo posto, qualche giorno dopo, sarebbe stato fatto recuperare quello di uno sconosciuto. Le differenze di abbigliamento costituirebbero quindi una prova dell’avvenuto scambio. Proviamo ad approfondire l’argomento.
Iniziamo dal cadavere del lago che, secondo il verbale di ricognizione, indossava giubbotto marrone, jeans, camicia e scarpe marroni. Le informazioni sono scarne ma decisive, e vanno prese come base, integrandole con quelle dei testimoni presenti sul molo, tra di loro in parte contrastanti – a distanza di oltre sedici anni dai fatti ciò è del resto comprensibile – e delle foto. Il giubbotto era di renna, tutti i testimoni si trovarono d’accordo, mentre la camicia fu definita “chiara” da un paio di loro (Bricca e Gonnellini) e le scarpe mocassini marroni tipo Timberland da altri due (Morelli e Farroni). Dalle foto sembra di poter intravedere una cintura bianca o comunque chiara. Infine sappiamo già che il cadavere portava una cravatta, poi tagliata. Morelli la definì “di pelle di quelle che si usavano all’epoca”, Tomassoni “una specie di cravatta di cuoio”, Gonnellini semplicemente “una cravatta scura”.
Veniamo adesso all’abbigliamento visto indosso al marito da Francesca Spagnoli nel momento in cui si salutarono sulla porta di casa. Il giubbotto e sostanzialmente anche i  jeans coincidono (quelli del cadavere visti in foto le sembrarono più scuri, ma poteva anche trattarsi dell’effetto bagnato). Sulle scarpe invece sembrerebbe esserci una differenza. Così dichiarò la Spagnoli il 13 ottobre 2006: “mio marito il giorno della scomparsa indossava dei mocassini tipo College di colore nero senza ovviamente lacci e morsetti”. Però tre anni prima, l’8 marzo 2003, riguardo le scarpe aveva detto: “potrebbero corrispondere, perché sembrano le Timberland con il fiocchetto, che lui aveva”. Anche sulla camicia non c’è certezza: “istintivamente direi che Francesco indossava una maglietta Lacoste blu ma non escludo che portasse una camicia celeste” (13 ottobre 2006). Sulla cintura invece la Spagnoli è un po' più perentoria: “la cintura bianca o comunque chiara che vedo indossata dal cadavere… non l’avevo mai vista indosso a Francesco, anzi credo proprio che Francesco non avesse cinture di colore chiaro. Francesco aveva cinture, per lo più, di colore scuro di pelle o in stoffa” (8 marzo 2003); “mio marito non aveva cinture chiare tantomeno il giorno della scomparsa. Aveva soltanto una cintura di cuoio marrone chiara” (13 ottobre 2006).
Ma dove tra le dichiarazioni di Francesca Spagnoli e quelle dei testimoni del molo c’è un contrasto insanabile è sulla cravatta: “escludo nella maniera più assoluta che Francesco avesse una cravatta di cuoio e tantomeno che la indossasse il giorno della scomparsa. […] Ero io che acquistavo sempre gli indumenti per Francesco e ricordo che gli prendevo sempre cravatte tipo Regimental” (13 ottobre 2006). Le cravatte tipo Regimental sono di stoffa e con vistose righe oblique, impossibili da confondere con modelli in pelle o in cuoio.
Alla fine si può convenire che le differenze sostanziali riguardano la cintura e più ancora la cravatta. Sulla prima Micheli glissa, mentre prende atto della difficoltà di far quadrare i conti sulla seconda, proponendo qualche debole spiegazione.

In definitiva, l’unico particolare che apparentemente rimane senza spiegazione è quello della cravatta: nessuno gliela vide, l’8 ottobre (salvo forse la Belardoni […]), e non si sa perché il Narducci avrebbe dovuto metterla, con un abbigliamento che per il resto era sicuramente sportivo. Si potrebbe immaginare che ne avvertì la necessità per non lasciare la camicia sbottonata viaggiando in moto in un tragitto extraurbano: non più di una mera illazione, che peraltro – ove si ritenga che quel giorno il gastroenterologo umbro volesse suicidarsi – si spiegherebbe solo come gesto meccanico e di abitudine, visto che chi è determinato a togliersi la vita non sta certo a preoccuparsi del mal di gola.
Al di là delle indicazioni della Spagnoli sul tipo di cravatte preferite dal marito, non è comunque da dare per scontato che non ne avesse di diverse, e che poté indossarne una prima di uscire di casa: significativamente, è lo stesso Procuratore della Repubblica ad ipotizzare che il giovane professore si cambiò qualcosa dopo aver pranzato (i pantaloni neri che gli aveva visto la Lilli al mattino, per mettere i jeans).

Anche se pare difficile che lei ne fosse rimasta all’oscuro, certamente Narducci avrebbe potuto possedere cravatte differenti dalle Regimental che gli comprava la moglie. Rimane invece del tutto inverosimile che si fosse messo la cravatta di cuoio prima di salutarla sulla porta di casa senza che lei se ne fosse resa conto, soprattutto se è vera, e non si vede perché non dovrebbe esserlo, la scena che la donna stessa raccontò a Cugia (Un amore all’inferno).

Quel pomeriggio, mentre lo accompagnavo alla porta, Francesco mi aveva detto: “Torno presto come ieri sera”, ma invece del consueto, fuggevole bacetto sulle guance, mi aveva baciato sulla bocca, appassionatamente, a lungo, come la sera del nostro primo appuntamento al lago, fra le antiche rovine dell’isola Polvese. Non l’avrei rivisto mai più.

Insomma, di fronte alla testimonianza di Francesca Spagnoli non ci sono dubbi sul fatto che il marito, nel momento in cui l'aveva salutata sulla porta di casa, non portasse la cravatta che poi sarebbe stata trovata addosso al cadavere del lago. D’altra parte osserva correttamente la sentenza Micheli:

A fronte di quel solo dato rimasto privo di riscontri, nell’ipotesi che il cadavere rinvenuto il 13 ottobre fosse proprio quello di Francesco Narducci, ve ne è un altro assolutamente illogico nell’opposta ricostruzione.
Si è già detto che, ove il presunto sodalizio criminoso si fosse davvero trovato nella necessità di ricorrere alla sostituzione del corpo del gastroenterologo, ciò sarebbe dipeso dalle condizioni di quel corpo, tali da non permetterne l’esibizione: il che significa che i componenti del sodalizio lo dovettero vedere. Ergo, videro anche i vestiti che indossava: un giubbetto di renna, dei jeans, un paio di Timberland, una camicia forse celeste.
A quel punto, nelle ignote circostanze in cui riuscirono a procurarsi un secondo cadavere, furono talmente accorti da far indossare anche a quello dei vestiti identici (non certo quelli del medico, se davvero avevano a disposizione la salma di un uomo tarchiato e più basso di venti centimetri): dunque si trovarono financo costretti a procurarsene. Ma allora, se il piano fu realizzato con tale perfezione, perché mettere sul collo di quello sconosciuto anche una cravatta, che gli associati per delinquere sapevano non essere stata usata quel giorno dal Narducci, senza neppure sceglierla tra le Regimental che il Narducci normalmente portava?

Il ragionamento non fa una piega. Poteva darsi che il cadavere del presunto sconosciuto fosse stato rivestito con un indumento in meno, ma non certo con un indumento in più, un accessorio peraltro vistoso e superfluo come una cravatta. Ma allora, quella cravatta, da dove era saltata fuori?
C’è una e una sola spiegazione. Prima di raggiungere la darsena e avventurarsi sul lago per il suo ultimo viaggio, Francesco Narducci si era fermato alla villa che i genitori frequentavano nei giorni di vacanza, in quel momento vuota. Se era sua intenzione uccidersi, è plausibile che vi si fosse recato per scrivere una lettera ai propri familiari, forse quella stessa lettera vista dalla domestica Emma Magara e poi sparita. Ma poteva aver fatto anche altro, in una grande casa frequentata già prima del matrimonio, della quale possedeva le chiavi e nella quale è ragionevole ritenere che avesse mantenuto un proprio spazio cui la moglie non aveva accesso. Probabilmente vi teneva la sua scorta personale di meperidina, da cui aveva preso la dose necessaria a stordirsi. E forse anche qualche capo di vestiario sportivo, non comprato dalla moglie e a lei non noto, che magari indossava in occasione delle avventure galanti di cui si era vociferato.
Riguardo la cravatta, secondo Micheli esiste un tenue indizio sul fatto che Narducci la portasse sotto il giubbotto quando era salito sulla barca. Si tratta della testimonianza di Agata Belardoni, moglie del custode della darsena, che così disse l’8 ottobre 2006: “Mi sembra che sotto il giubbotto avesse qualcosa di scuro, in particolare di verde o marrone. Non ricordo se il giubbotto fosse o meno allacciato”. Con il giubbotto allacciato, quel qualcosa di scuro (la camicia era chiara) poteva anche essere proprio la fantomatica cravatta di pelle o di cuoio. Un indizio davvero tenue, però, del quale comunque va preso atto.

In conclusione tutto lascia pensare che Narducci si fosse almeno in parte cambiato durante la permanenza nella casa sul lago. Perché lo avrebbe fatto? Non è facile immaginarlo; se davvero stava per andare a uccidersi doveva trovarsi in preda a una enorme tempesta emotiva, con azioni che potevano non rispondere più a un comportamento del tutto razionale. Quindi qualsiasi ipotetica spiegazione rimarrebbe azzardata, e sarebbe meglio non tentarne nessuna. Nondimeno chi scrive ci prova.
Francesco Narducci era un uomo di classe, sempre attento al proprio vestiario, e, si può immaginare, non sempre soddisfatto degli acquisti che la moglie faceva in sua vece, come tanti altri mariti, del resto. Quindi, nel suo ultimo giorno di vita, aveva preferito mettersi addosso dei vestiti che piacevano a lui. Peraltro è confutabile l'affermazione di Micheli secondo la quale una cravatta non si sarebbe intonata con un abbigliamento sportivo: una Regimental certo no, ma una sottile cravatta di pelle o di cuoio indossata sotto il giubbotto di renna e sopra il colletto della camicia era un ottimo accessorio per una raffinata eleganza sportiva.

7 commenti:

  1. Micheli sbaglia a ipotizzare che i complottardi avrebbero potuto vestire il corpo del lago come meglio preferivano. La dottoressa che effettuò la sommaria ispezione cadaverica specifico bene che i vestiti erano incollati al corpo ed aveva avuto gravi difficoltà a scoprire anche solo piccole parti del corpo. Si aggiunga il fatto che i corpi non identificati custoditi in obitorio vengono tenuti così come sono stati trovati, con vestiti e accessori indosso. E qualora, come nell'ipotesi presa in oggetto da Micheli, avessero prelevato un corpo per poi rimetterlo al suo posto, non avrebbero avuto comunque la libertà di vestirlo e svestirlo, pena farsi scoprire.

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    1. Non torna nulla nelle poche righe che hai scritto. Innanzitutto non credo proprio che un cadavere sia tenuto in cella frigorifera con tutti i suoi vestiti addosso, compresa la cravatta al collo. Se poi parliamo di persona deceduta per cause violente, come il famoso messicano di cui si è favoleggiato e ancora si favoleggia sul forum che tu frequenti, come minimo viene effettuato un esame esterno del corpo, se non un'autopsia, quindi i vestiti vengono tolti e messi da parte. In ogni caso almeno un accessorio come la cravatta lo potevano togliere.
      Ancora, per quale benevola coincidenza i vestiti indossati dal cadavere sarebbero stati più o meno uguali a quelli di Narducci, escluso quella cravatta che non si pensò di togliere?
      Infine che i vestiti fossero appiccicati addosso al cadavere recuperato dal lago è vero, ma quei vestiti sarebbero stati appiccicati anche prima dell'immersione? E se davvero si fosse temuto che qualcuno si sarebbe accorto dai vestiti del prevelamento e successivo ricollocamento, come la mettiamo con l'azione su di essi delle acque del lago e soprattutto delle forbici dei vigili del fuoco?

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    2. A mio parere il cadavere del "messicano" è stato ben poco nelle acque del lago, come del resto la patente di Narducci che aveva in tasca e che non fece neppure in tempo a bagnarsi del tutto. Me lo fa pensare inoltre il fatto che non potevano rischiare che fossero altri a ritrovare il corpo o rischiare di perderlo di vista a causa di vento e/o correnti. Non potevano neppure lasciarlo troppo a macerare e restituirlo in uno stato incompatibile con il precedente stato di conservazione e soprattutto troppo diverso dalle condizioni di 5 giorni dalla morte. Stato di conservazione molto simile a quello riscontrato nella foto del ritrovamento del corpo del messicano nel 1982. Confrontando la foto del molo con quella del messicano si nota inoltre come avessero lo stesso esatto abbigliamento, cintura bianca compresa. Poi piaccia o no, è la vedova Narducci la fonte imprenscindibile da cui partire per stabilire se l'abbigliamento di Narducci potesse corrispondere a quello del corpo ripescato al lago e la signora Spagnoli, in più occasioni, ribadì di essere lei deputata ad acquistare i vestiti del marito. E trovò svariate incongruenze; il corpo del lago, come quello del messicano aveva una cintura bianca dozzinale e pantaloni arrotolati alle caviglie. Ci sarebbe poi il giubbino in renna che si riscontra sia sul cadavere (ma solo nelle testimonianze) sia sulla barca. Qualcuno presente sul molo sostenne pure indossasse una lacoste. Una breve permanenza in acqua non avrebbe ragionevolmente causato da sola l'incollamento dei vestiti alla pelle: poteva benissimo essere condizione preesitente questo incollamento. Del resto il "messicano" fu trovato in un canalone di scolo, esposto all'acqua. Credo tu abbia visto la foto ma non le sorprendenti coincidenze di forma, colore, abbigliamento.
      In quegli anni di vuoto legislativo, durato fino oltre il 1995, i corpi non identificati restavano dopo una sommaria ispezione cadaverica, a tempo indeterminato in attesa della pronuncia del magistrato che non pativa scadenze. Qualora un corpo avesse i vestiti incollati, piuttosto che distruggere eventuali prove e possibilità di riconoscimento, poteva tenerli addosso fino all'autopsia o al riconoscimento appunto. L'introduzione della raccolta del dna è del 2007 e del 2010 l'applicazione pratica con il database condiviso da tutte le questure, procure e istituti di medicina legale. Nell'85, non ti sarà difficile trovare riscontri, poteva restare per anni un cadavere vestito in cella frigo come essere tumulato in pochi mesi.
      Da ciò che sappiamo il corpo del "messicano" "svanì" senza lasciare traccia o sentenza di magistrato. Ragionevolmente fu restituito ma forse, altrettanto ragionevolmente, fu fatto sparire poco dopo.

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    3. Se lo stesso Mignini lasciò perdere la pista del messicano vuol dire che non portava da nessuna parte. Ma tu sei più realista del re, e allora leggiti questo frammento dal "Corriere dell'Umbria" del 20 aprile 2006:

      Un uomo pestato a sangue e ucciso, con ogni probabilità, a colpi di pietra e bastonate. Sotto gli abiti indossava una sorta di giacchetto con grandi tasche o comunque contenitori. I caratteri somatici lo indicavano come un sud-americano. Si ipotizzò che fosse un “corriere" della droga che, per un qualche motivo, era stato ammazzato e derubato del suo carico. Lo sconosciuto rimase un morto senza nome e senza tomba per lunghi anni. Poi la targhetta dei pantaloni che indossava portò gli investigatori ad un grande magazzino di Città del Messico e da lì, non senza altre fatiche investigative, alla identificazione certa della vittima: un messicano, legato al traffico della droga.

      Da "Il Giornale dell'Umbria" dello stesso giorno:

      La morte per omicidio risultò però subito evidente. Sulla riva del torrente vennero infatti trovati dei bastoni e dei sassi insanguinati. Il corpo presentava inoltre delle lesioni alla fronte e a un braccio.
      L'uomo, dall'apparente età di 30—40 anni, indossava jeans blu di velluto, maglietta celeste a maniche corte mentre il suo giubbotto era nascosto in un cespuglio vicino. Nemmeno le impronte digitali permisero la sua identificazione in quanto non risultarono presenti nel casellario centrale di Roma. Si giunse quindi alla conclusione che si trattasse di un incensurato o di uno straniero.
      L'autopsia accertò infine l’esistenza sul corpo di ferite alla testa e all'addome con emorragia interna ed alcune costole rotte. Particolare inquietante: il cadavere aveva in bocca un pezzo di legno, forse segnale di un'esecuzione di tipo mafioso.

      Sono articoli riportati nel libro di Gabriella Carlizzi "Il Mostro a Firenze", volume "Cronache 2005/2008" pagine 1304-1308. Come vedi, vi sono contenute notizie un po' più dettagliate di quelle tratte dall'articolo de "La Nazione", dove evidentemente si preferì non riportarle per non togliere suggestione alla clamorosa ipotesi.
      Riguardo il vestiario si parla di un giacchetto indossato a pelle fatto per nascondere droga, di una targhetta sui pantaloni che consentì di individuarne la provenienza messicana, di jeans di velluto, di un giubbotto ritrovato in un cespuglio. Se poi si va a guardare la foto pubblicata da "La Nazione" non si vede nessuna cravatta.
      Mi sembra evidente che la tua ipotesi di un corpo rimasto con tutti i suoi vestiti addosso per tre anni in una cella frigorifera e immerso con quelli nelle acque del lago e con quelli recuperato non sta in piedi.
      Passiamo invece al corpo vero e proprio. Si parla di autopsia, di ferite alla testa e all'addome con emorragia interna e alcune costole rotte. Come potevi pensare che l'autopsia non fosse stata fatta sul cadavere di una persona uccisa a bastonate e colpi di pietra? Del resto lo stesso Mignini, che nel minestrone Narducci mise dentro di tutto e di più, questa storia del messicano la tenne fuori.
      Vediamo adesso cosa t'inventerai per non accettare l'evidenza dei fatti.

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    4. L'evidenza dei fatti -non scherziamo- non ha nulla a che vedere con questi due articoli. In uno leggo che "l'autopsia accertò infine...", infine quando? Ciò che poi questa "autopsia" avrebbe accertato, guarda caso, è una risultanza da "ispezione cadaverica" e non la causa della morte.
      Leggo poi di maglietta celeste a maniche corte: evidente nella foto che si tratta di camicia a maniche lunghe. Dicono pure fu identificato ma non c'è il nome: fu identificato come corriere della droga.
      Osserva e confronta, senza pregiudizio, le due foto dei corpi: sono identici. Il corpo del messicano era l'unico non identificato in "giacenza" a Perugia.
      Riguardo la differenza tra il corpo del molo e quello riesumato: Narducci aveva i capelli lunghi sei centimetri. Il corpo del molo, si nota dalla foto, ha capelli molto più corti oltre ad una stempiatura più pronunciata.

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    5. A questo punto direi che la maggiore evidenza dei fatti è la conferma di una persona che, in modo pur garbato, non intende recedere dalla propria fantasiosa ricostruzione neppure di fronte a elementi inconfutabili come questi. Si tratta di notizie giornalistiche, è vero, ma non vedo perchè dovrebbero essere state inventate.
      Quando dovrebbe essere stata fatta l'autopsia, dopo l'utilizzo del corpo per la sostituzione, cioè a tre anni dalla morte? L'autopsia fu fatta subito, come prassi per una persona assassinata, e nessun segno ne fu riscontrato sul corpo del molo, che quindi non poteva essere quello del messicano.
      I jeans erano di velluto, del tutto differenti da quelli indossati da Narducci il giorno della scomparsa, e avevano una targhetta che ne attestava la provenienza dal Messico, quindi nulla avevano a che fare con quelli di Narducci. Tutto il tuo già inverosimile scenario di un cadavere che sarebbe stato tenuto in cella frigorifera per tre anni con i vestiti addosso e con quelli fatto ritrovare nel lago va a farsi friggere, questa è l'evidenza dei fatti.
      Direi che considero la discussione chiusa.

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    6. Forse l'evidenza maggiore è che siamo due testardi, ognuno con le sue buone ragioni. Prima, fra tutte ragioni del nostro disaccordo, è una scarsità documentale oggettiva che lascia spazio a diverse visioni. D'accordo sul chiudere la discussione fino all'emersione di puntuali riscontri.

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