domenica 29 novembre 2015

In fuga da Vicchio (1)

Tra le operazioni necessarie per comprendere meglio la vicenda del Mostro di Firenze una delle più importanti è senz’altro quella di approfondire l’esame del personaggio Giancarlo Lotti, attorno al quale ruota la traballante verità giudiziaria. Su di lui e sul modo in cui venne gestito dalle forze dell’ordine i pareri sono discordanti, senza tema di smentita si può dire però che era un grande bugiardo, lesto ad accodarsi agli abbocchi che gli fornivano i suoi interlocutori. Si deve anche convenire sul fatto che i giudici di primo e secondo grado che condannarono lui e Vanni fecero di tutto per non accorgersene. Un esempio eclatante lo possiamo trovare nella sua ricostruzione della fuga dopo il delitto di Vicchio, dove avrebbe seguito l’auto di Pacciani (con a bordo Vanni) in un assurdo percorso di campagna.
La notte di domenica 29 luglio 1984 i coniugi Tiziana Martelli e Andrea Caini, assieme ai genitori di lei, stavano tornando a casa in auto, dopo aver trascorso una serata in un casolare vicino alla località Bricciana, frazione di Vicchio. Poco prima della mezzanotte si erano fermati a una fonte ad attingere acqua, lungo una stretta strada sterrata che arrivava fino alla provinciale Sagginalese, da dove bastava poi svoltare a sinistra e percorrere tre chilometri circa per raggiungere la piazzola del delitto. A un certo punto i coniugi avevano visto transitare a forte velocità due auto in direzione della provinciale. Oltre che dalla velocità – eccessiva, sia per il buio sia per la strettezza della carreggiata – erano stati colpiti dal comportamento del secondo conducente, il quale guidava con accese le sole luci di posizione e vicinissimo all'auto davanti.
Sospettando che l’avvistamento avesse avuto a che fare con il delitto (avvenuto proprio quella notte), dopo circa un mese di esitazioni i coniugi si sarebbero presentati in Questura; ma all’epoca si cercava un assassino solitario, quindi il loro racconto non aveva destato alcun interesse e neppure era stato verbalizzato. Dieci anni dopo, l’8 giugno 1994, la seconda deposizione di Lorenzo Nesi al processo Pacciani aveva fatto uscire sui giornali la clamorosa ipotesi dell’esistenza di possibili complici dell’imputato. Probabilmente incoraggiati dalla notizia, il 21 luglio successivo i coniugi erano tornati in Questura, dove finalmente gli uomini della SAM avevano verbalizzato il loro racconto. Questa la descrizione delle due auto e dei loro guidatori nel documento sottoscritto da Andrea Caini:

La prima auto aveva i fari anteriori rettangolari, poteva essere una due volumi oppure anche una tre volumi, comunque con cofano della bauliera corto, tipo la Ford Escort della prima serie, di colore scuro. La seconda auto poteva essere rossa, più chiara della precedente. Entrambe erano vetture di media cilindrata; la seconda auto mi colpì perché commentammo così la scena: ma guarda questo qui che sta attaccato alla macchina che precede con le sole luci di posizione accese! Ambedue i conducenti avevano una sagoma robusta e non erano giovani.

Il dibattimento però si era già chiuso da qualche giorno, e dopo la pausa estiva nessun testimone era stato chiamato a deporre, quindi ancora una volta il desiderio dei coniugi di rendersi utili era rimasto inappagato.
Un anno e mezzo dopo Giuttari si era imbattuto nella loro testimonianza, anche grazie alla quale lui e Canessa avevano indotto Lotti ad ammettere un suo coinvolgimento nel delitto di Vicchio (11 marzo 1996). L’ammissione non era stata immediata, poiché dapprima (6 marzo) Lotti aveva cercato di passare per un testimone casuale, come a Scopeti, raccontando una storia non credibile della cui assurdità si era poi reso conto più o meno da solo. In sostanza avrebbe seguito l'auto di Pacciani per pura curiosità, assistendo non visto all'omicidio. In ogni modo l’argomento merita di essere approfondito, per adesso basti considerare la versione definitiva del racconto, il cui verbale è disponibile qui.
Nella sentenza di primo grado che condannò Mario Vanni all’ergastolo (scaricabile qui) i giudici dettero grande importanza all’avvistamento dei coniugi Martelli-Caini, considerandolo un decisivo “riscontro esterno” alla confessione di Lotti. Come in molte altre occasioni il documento risolve tutte le incertezze della testimonianza in favore della tesi colpevolista, favorito anche dalla buona volontà dei coniugi, i quali, è bene rimarcarlo, non avevano mostrato alcuna diffidenza verso le telecamere.
Tanto per fare un esempio, vediamo il tema dei colori delle due auto. In dibattimento (vedi) aveva dichiarato di primo acchito Andrea Caini (4 luglio 1997): “C'era la prima che aveva i fari rettangolari ed era, diciamo, un colore sul rosso insomma, come... o rosso, non mi ricordo quello che dissi, se era rosso scuro...”. Il testimone, dunque, non ricordava quello che aveva detto tre anni prima alla SAM e un anno e mezzo prima a Giuttari, quindi c’è da domandarsi come potesse ricordare quello che aveva visto dodici anni prima! In ogni caso si noti che l’auto che stava davanti aveva preso il colore rosso di quella che nel verbale del 1994 stava dietro, rimanendo però scura, mentre quella era più chiara. A illuminare la memoria del teste era subito intervenuto il PM con la lettura del verbale, in cui in ogni caso la prima vettura risultava scura, e non bianca come la Ford Fiesta di Pacciani. Ma nel prosieguo della deposizione Caini aveva pian piano aggiustato il tiro, non soltanto rispetto all’infelice esordio di pochi minuti prima, ma anche al verbale del 1994:

Anche perché lì per lì al colore uno non è che... io guardai più che altro le persone per capire come mai...[…]
Io dissi che era una macchina, una scura e una chiara, poi, diciamo… […]
Mi fecero vedere delle foto di macchine, sinceramente, vidi c'era... una poteva essere il 128 quello SL rosso e una una Fiesta bianca. […]
Una rossa e una bianca, insomma. […]
Sì, ora, mi ricordo che c'era una macchina che tendeva a essere più scura e una macchina più chiara, quindi poteva essere magari avana, ma insomma, ho detto bianca.

Alla fine l’auto scura davanti e l’auto rossa più chiara dietro erano diventate la più scura rossa e la più chiara bianca, come quelle di Lotti e Pacciani, tanto per intendersi, non si sa bene però in quale ordine disposte. Sui modelli il percorso era stato analogo. Il lettore non pensi che i giudici fossero rimasti perplessi davanti a un testimone preoccupato soltanto di accontentare i suoi interlocutori, poiché in sentenza avrebbero ignorato ogni sua incertezza e ogni suo aggiustamento, scrivendo che di sicuro “la prima auto era una Ford Fiesta bianca a due sportelli laterali”, e la seconda “rossa, di tipo sportivo e con coda tronca, come era appunto la Fiat 128 coupè del Lotti”. Per quest’ultima precisazione si erano avvalsi anche della testimonianza del padre deceduto della Martelli, riportata in aula dalla figlia, la quale sui colori aveva fatto un percorso un po’ meno tormentato rispetto al precedente del marito. Alla prima domanda specifica su tipo e colore delle auto aveva risposto: “la scena fu talmente impressionante che io credo non si è nemmeno fatto a tempo a distinguere più di tanto anche i passeggeri. […] Però, ecco, io mi ricordo che era una macchina tipo a tre volumi la prima; e della seconda io avevo un ricordo un po' vago”. Dunque nessun ricordo di colori. Ma poco dopo, quando il Presidente, per tirare le conclusioni, le aveva domandato: “E il colore, come li vide lei?”, risolvendo la precedente incertezza la Martelli aveva risposto un secco e definitivo: “La prima chiara e la seconda rossa”. Tutto questo mentre si stava decidendo se mandare o no un uomo all’ergastolo.
E la non rilevata presenza di un passeggero sulla prima auto? Così la sentenza:

È certo, quindi, che le due auto, come sopra osservate dai due testi, fossero quelle del Pacciani e del Lotti nella fase di allontanamento dalla zona del delitto.
Né può ritenersi il contrario per il fatto che i due testi non sono riusciti in quel frangente a cogliere anche la presenza di un’altra persona sull’auto del Pacciani (e quindi a cogliere anche la presenza del Vanni), perché in quell’attimo i due testi non potevano vedere “tutto”, tenuto anche conto che la loro attenzione si era concentrata sulle persone dei conducenti, per la meraviglia che destava quella velocità, del tutto insolita per l’ora e per il tipo di strada percorsa.
Non c’è da escludere, poi, che il Vanni, nella fase di attraversamento di quella zona illuminata dai fari dell’auto del Caini che facevano luce sulla fonticina, si sia semplicemente abbassato per non farsi vedere, cosa del tutto naturale e possibile, dato che lui non era impegnato nella guida.

Sembra un po’ difficile che un uomo di altezza più che media come Vanni fosse riuscito a sparire dentro un’auto piccola come la Ford Fiesta, ma tant'è, per la vena colpevolista della sentenza tutto pare possibile. In ogni modo, per quanti sforzi avessero fatto i giudici per valorizzare la testimonianza dei coniugi Martelli-Caini, troppi elementi non tornano, e il viaggio di Pacciani con dietro Lotti su quella sterrata appare assurdo e in definitiva falso.
Non si può ignorare ad esempio che la testimonianza fu comunicata al futuro pentito prima di ogni sua ammissione, quindi la possibilità che vi si fosse adeguato è molto forte. Un indizio in questo senso è l’ora da lui indicata per il delitto, che per forza di cose non poteva essere troppo distante da quella dell’avvistamento Martelli-Caini. Lotti aveva raccontato di essere partito da San Casciano con Vanni e Pacciani attorno alle 22 e alle 23 di essere arrivato sulla piazzola, dove i ragazzi sarebbero stati uccisi poco dopo; il che quadrerebbe con l’orario del successivo avvistamento dei coniugi. Ma tutto porta a ritenere che il delitto risalisse a un’ora e mezza prima. La perizia autoptica aveva stabilito un orario oscillante tra le 22 e le 22.30, che però sarebbe ancora da anticipare. Pia e Claudio, infatti, erano usciti di casa attorno alle 21.15, e la madre di Pia aspettava la figlia entro le 22.30, come aveva dichiarato agli inquirenti una settimana dopo la tragedia (vedi): “Verso le 22,30 ho cominciato a preoccuparmi nel vedere che la Pia non era ancora tornata, in quanto il suo orario di rientro era sempre dopo un'ora da quando erano usciti”. Quindi si può essere ragionevolmente certi che i ragazzi si fossero diretti subito alla piazzola, dove erano stati aggrediti entro 10-15 minuti, il tempo di sistemare il divanetto posteriore e togliersi quasi del tutto i vestiti. In più due persone erano state concordi nel testimoniare – separatamente – d’aver udito cinque colpi di pistola provenire dalla zona attorno alle 21.45.
Un altro elemento che gioca a sfavore dello strano viaggio per disagevoli strade di campagna è la debolezza (se non addirittura l’assoluta mancanza) della motivazione. Perché Pacciani avrebbe deciso di percorrere quel lungo giro, rischiando di dare nell’occhio come in effetti sarebbe accaduto, invece di continuare sulla provinciale? Perché, aveva affermato Lotti nell’interrogatorio dell’11 marzo, temeva di trovare abbassate le sbarre del vicino passaggio a livello sulla provinciale e che invece la deviazione avrebbe consentito di aggirare. In effetti quel passaggio a livello s’incontrava davvero, dopo circa ottocento metri, girando a destra in uscita dalla piazzola, secondo il percorso in senso orario attorno a Firenze che Lotti diceva di aver fatto, ma per temerne la chiusura a quell’ora della notte la linea ferroviaria sarebbe dovuta essere ben trafficata. Invece si trattava di una linea locale, non elettrificata e a binario unico, sulla quale i treni erano scarsi e dopo le 22 non ne transitavano più (l’ultimo di adesso in quella direzione parte da Vicchio alle 21.57). Pacciani non lo sapeva? Impossibile, poiché quella era la sua zona, vi era nato e vi aveva vissuto fino a pochi anni prima. Ma anche nel caso in cui il passaggio a livello fosse stato trovato chiuso, non si comprende il vantaggio del dare nell’occhio percorrendo una buia e stretta strada sterrata a velocità anomala rispetto all’attendere qualche minuto davanti a delle sbarre abbassate, senza per questo attirare l’attenzione di nessuno.
Alla questione del passaggio a livello le sentenze non accennano neppure. In dibattimento se n’era discusso il 24 ottobre 1997, durante la deposizione di Angelo Rondellini, ingegnere delle ferrovie, il quale sembra avesse parlato della possibilità che le sbarre fossero chiuse anche alle 23. Purtroppo la relativa trascrizione non è ancora disponibile, ma vedremo che il contenuto non potrebbe in ogni caso cambiare nulla riguardo l’assurdità di quel percorso.

(segue)

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