domenica 17 febbraio 2019

Omicidio o suicidio? (2)

Segue dalla prima parte

Quasi sei anni fa – i file sono datati 25 agosto 2013 – iniziò a circolare in rete la trascrizione PDF quasi completa dei due rapporti investigativi del colonnello Nunziato Torrisi, summa delle indagini condotte su Salvatore Vinci negli anni 1984-86. Da quel momento schiere di appassionati si lasciarono rapire dalla vena iper colpevolista dell’autore, con il conseguente ampliamento della platea di chi identificava il Mostro nell’intrigante fantasista del sesso a 360 gradi che il militare aveva descritto. Si ricordano dei “Quaderni di approfondimento”, circolati sul mai troppo rimpianto forum di Ale, tanto pieni di entusiasmo quanto ostici da leggere. Sia in questi, sia nelle discussioni in rete, la clamorosa assoluzione di Vinci per la morte della moglie veniva considerata nient’altro che un piccolo neo del quadro generale da respingere senza troppi rimorsi.
L’improbabile ipotesi di Torrisi sul presunto omicidio di Barbarina Steri come origine della futura attività di serial killer di Salvatore Vinci è oggi più viva che mai. In chi scrive la tentazione di confutare questa ennesima “leggenda” è sempre stata forte, ma il rischio di trovarsi invischiato in infinite e sterili polemiche dovute a interpretazioni critiche – e quindi soggette a contestazione – degli schieratissimi rapporti Torrisi, ancora più forte. Sul processo del 1988, che nella loro parte riguardante l’omicidio della Steri quei rapporti aveva respinto, c’erano soltanto le cronache giornalistiche, dalle quali appariva evidente la pessima figura rimediata dal colonnello dei carabinieri in aula, ma che comunque costituivano materiale insufficiente. Serviva nuova documentazione.
Una visita dello scorso anno nell’archivio dell’avvocato Vieri Adriani ha procurato diversi verbali delle testimonianze raccolte nel 1960, e soprattutto il prezioso rapporto giudiziario dei carabinieri. In più, nella medesima occasione, sono stati rinvenuti il mandato di cattura del 1986 e il successivo rinvio a giudizio. Mancava però la sentenza, unico documento dal quale si sarebbe potuto capire quali erano stati i ragionamenti dei giudici nell’escludere l’omicidio, che quindi si è deciso di richiedere al tribunale di Cagliari. Le sentenze sono atti pubblici, e in linea teorica è sempre possibile ottenerne copia dagli appositi uffici, ai quali bisogna inoltrare una richiesta motivata, che però non è detto venga soddisfatta, sia per ragioni pratiche, tipo documenti che non si trovano o insufficienza di risorse umane del tribunale, sia per insindacabili ragioni di opportunità (non a caso è il presidente che deve dare l’autorizzazione finale). Lo scrivente, dopo alcune telefonate esplorative, il 19 novembre dello scorso anno tale richiesta l’ha inoltrata via email. E finalmente il 23 gennaio il PDF della sentenza è arrivato. Un grazie doveroso quindi alla gentilezza della dirigente preposta all’archivio, la dottoressa Luisa Porra, e soprattutto al lavoro della sua collaboratrice, la signora Efisietta Orrù. Il prezioso documento è scaricabile qui.
In questa seconda parte di articolo utilizzeremo sia le informazioni sia i ragionamenti contenuti in sentenza per dimostrare che la decisione dei giudici di assolvere Salvatore Vinci per il presunto omicidio della moglie fu ben motivata, con la conseguenza che lo storico deve considerare l’individuo innocente per quel delitto – che poi delitto non fu –, indipendentemente dagli eventi successivi.

Le risultanze medico-legali. Attraverso quali elementi la morte di Barbarina Steri poteva essere attribuita a un omicidio e non a un suicidio? Abbiamo già visto che i carabinieri intervenuti nelle ore successive al decesso non avevano rilevato macroscopici segni di violenza sul corpo, potendo così ipotizzare nel loro rapporto giudiziario che la donna si fosse tolta la vita lasciandosi soffocare dal gas. Lasciarono però la porta aperta alla possibilità di una differente valutazione sulla base del parere di chi aveva effettuato l’autopsia. Tale parere fu rilasciato in apposita perizia dal prof. Raffaele Camba (deceduto alla riapertura del caso), che la sentenza così riassume:

Dava atto il medico legale nella descrizione esterna del cadavere che lo stesso presentava rigidità in tutti i distretti di elezione, con macchie ipostatiche piuttosto abbondanti, di colore rosso bluastro, alle regioni declivi del dorso.
All’attenta disamina dei distretti corporei il perito rilevava piccole escoriazioni, a tipo di unghiatura, con concavità rivolta verso il labbro superiore, situate sullo zigomo destro. Nella regione mastoidea destra una piccola soffusione da pressione, foggiata a virgola. Null’altro di rilevante osservava il perito.
Nella relazione peritale si affermava che la morte era stata determinata da “sincope respiratoria” conseguente ad inalazione di gas liquido per azione suicidaria.
A tale conclusione il perito giungeva sulla base del dato anatomo-istologico che evidenziava elementi caratteristici della morte asfittica anossiemica senza alterazioni tossiche particolari e di dati storici desunti dagli atti e da un riferito accertamento di P.G. circa l’acquisto della bombola di gas effettuato da pochi giorni, con la conseguenza appunto che la bombola stessa dovesse ritenersi al momento del fatto praticamente colma.
In particolare il perito, rammentato che la miscela di gas propano e butano, utilizzata per le bombole di gas liquido in commercio, non è tossica ma produce in ambiente chiuso una progressiva sostituzione di ossigeno presente nell’aria con il gas stesso e che ciò comporta dapprima effetti narcotici e poi anossemia, riteneva di potere spiegare i graffi al volto della Steri, la lesività riscontrata in regione mastoidea destra e la presenza di frammenti di epidermide rilevati sotto la cavità ungueale di due dita della mano sinistra della donna con l’irrequietezza motoria di costei, allorché s’era manifestato il primo effetto della marcata presenza nell’ambiente del gas, ed agli stessi fenomeni motori disordinati riportava anche il presunto tentativo della donna di raggiungere, chiavi in mano, la porta della stanza. Tentativo non riuscito per l’instaurarsi di fenomeni di atassia, o, comunque, per perdita di coscienza o per caduta al suolo.

Gli inquirenti fiorentini fecero esaminare la perizia Camba e tutti gli atti a essa connessi da un loro perito di fiducia, Maurizio Fallani, il cui parere non si discostò poi molto da quello del suo collega di allora. Anche per Fallani, infatti, la causa della morte doveva identificarsi nell’asfissia dovuta a inalazione di gas, ma non respirato attraverso l’ambiente – data la bassa concentrazione che esso avrebbe potuto raggiungere, calcolati i volumi e le quantità in gioco – ma inalato direttamente tramite la canna della bombola introdotta in bocca. Per Fallani, una simile meccanica risultava compatibile sia con un suicidio sia con un omicidio, ritenendo quest’ultimo maggiormente probabile. Il motivo stava nella presenza delle “unghiature” riscontrate sul volto, certamente prodottesi durante il soffocamento – poiché chi aveva vista la donna in precedenza non le aveva notate, sia i genitori nel pomeriggio, sia il vicino Raimondo Steri dove era andata a scaldare il latte per il bambino e a consumare un piatto di minestra quella stessa sera – e attribuite all’azione violenta di chi aveva tenuto in mano la canna.
Cominciamo col notare un fatto importante: in base ai dati rilevati dalla documentazione autoptica e come già aveva fatto all’epoca il suo collega Camba, anche Maurizio Fallani escluse modalità della morte differenti da quella dell’inalazione di gas, liberando in questo modo il campo dalle illazioni di Torrisi su una possibile asfissia meccanica causata dall’azione violenta del marito (“[…] è d'obbligo ipotizzare che le escoriazioni al volto siano state prodotte dalla stessa donna nel vano tentativo di liberarsi da una mano che le tappa la bocca ed il naso, mentre l'ematoma al collo può verosimilmente essere stato prodotto dallo stesso aggressore durante l'azione di pressione al volto e di immobilizzazione della vittima”).
Dalla sentenza:

Ciò significa l’esclusione di un meccanismo asfittico differente da quello del soffocamento o dello strozzamento (ipotesi formulate dal P.M. di Firenze – vol. 11 – nelle sue richieste allorché parla di “compromissione violenta delle prime vie respiratorie in modo da impedire la respirazione”) e non già sulla scorta dei dati storici (il rinvenimento della bombola di gas) tenuti presenti dal primo perito, ma sulla base dell’osservazione medico-legale e delle risultanze autoptiche. Infatti l’asfissia da strozzamento lascia dei segni caratteristici nelle regioni interessate dall’azione facilmente riscontrabili in sede autoptica (quali emorragie dei fasci muscolari del collo, nella tiroide, nelle ghiandole sottomascellari, nel laringe e talvolta fratture della cartilagine tiroide) ed allo stesso esame esterno del cadavere, segni che non possono in alcun modo essere identificati nella “piccola” soffusione da pressione, foggiata a virgola, rilevata in regione mastoidea destra sul corpo della Steri. Se così fosse stato il perito avrebbe preso in considerazione una tale ipotesi (uno dei quesiti postigli era quello di accertare se la morte fosse dovuta ad omicidio) ed anche il prof. Fallani, che ha svolto un esame critico della prima perizia, non avrebbe mancato di sottolineare una tale eventualità che invece non è stata adombrata. Né pare ragionevole, alla stregua sempre di dati medico-legali, ipotizzare una asfissia da soffocamento (c.d. soffocazione esterna) giacché tale azione omicida, secondo i più diffusi insegnamenti medico-legali nei confronti di vittima adulta e valida non dà quasi possibilità pratica di attuazione a meno che la vittima stessa non sia prima stata stordita o legata, in altri termini salvo il caso in cui non vi sia stata possibilità di difesa. Ed allorché tale possibilità vi sia stata, non mancano mai vistosi segni di colluttazione sulla vittima e sull’autore dell’azione criminale, come si vedrà del tutto assenti in misura significativa nel fatto in esame.

Nell’ambito di una obbligata causa di morte per inalazione di gas, Fallani cercò di soddisfare come poteva le esigenze dei propri committenti, escludendo la possibilità che la Steri fosse deceduta per aver respirato l’ambiente saturo e ipotizzando invece che le fosse stata infilata a forza la canna della bombola in bocca. È evidente, infatti, che soltanto se la poveretta fosse stata prima stordita oppure colta in un sonno profondo sarebbe stato possibile ucciderla con la semplice diffusione di gas nella stanza. Ma entrambe le eventualità erano da escludersi, poiché tangibili segni di violenza sul corpo non ce n’erano, e i tempi ristretti disponibili al marito per l’azione – dalle 21:30 alle 22:30 – rendevano impossibile immaginare la donna che si era già addormentata in modo talmente profondo da non svegliarsi durante le necessarie attività di preparazione dell’omicidio.

Ciò su cui pare incentrata la perizia in questione è l’esclusione della possibilità che la morte sia conseguita a saturazione col gas liquido dell’ambiente ove si trovava la Steri, sulla scorta di calcoli che la Corte ritiene validi. Per il resto, da un canto, il perito afferma di convenire con il prof. Camba sulla causa della morte identificata in una sindrome anossica a rapida evoluzione, dall’altro sostiene che “è possibile che la morte sia stata dovuta alla inalazione del GPL direttamente dal tubo erogatore e che in tal caso un simile meccanismo avrebbe potuto essere realizzato sia dalla donna stessa sia da terzi restando tale ultima ipotesi più plausibile per la presenza di segni di unghiatura”. Quanto a questi ultimi, sottolineandosi come l’ipotesi di autoproduzione da parte della Steri non potesse ritenersi confermata dalla riscontrata presenza di lembetti di pelle sotto il letto ungueale della mano sinistra della donna giacché non erano state eseguite le ricerche per dimostrare la provenienza umana dei lembi cutanei ed il gruppo di appartenenza.

Non sono noti i calcoli di Fallani sulla valutazione della percentuale di gas che poteva aver impregnato l’aria della stanza – secondo lui non sufficiente a uccidere la poveretta –, in ogni caso è chiaro dove loro tramite il perito voleva arrivare: al collegamento tra l’ipotesi di introduzione forzata della canna in bocca e i segni di unghiatura sul volto della vittima, ipotizzando quindi un tentativo della stessa di resistere all’azione violenta del marito. Secondo Camba era stata invece la stessa donna a graffiarsi, per un fenomeno di irrequietezza motoria conseguente ai primi sintomi della mancanza d’aria. E francamente tale spiegazione è di gran lunga la più logica delle due.
Le unghiature erano sullo zigomo destro, con concavità rivolta verso il labbro superiore, quindi perfettamente compatibili con l’azione della mano sinistra della donna che si era graffiato facendola scorrere dall’alto verso il basso; non a caso, sotto le unghie dell’indice e del medio proprio della mano destra erano stati trovati frammenti di epidermide. Vero è che all’epoca non erano stati fatti esami per controllare, per quanto possibile attraverso il gruppo sanguigno, l’appartenenza di quei frammenti alla pelle della vittima, ma sembra davvero difficile che così non fosse stato. Leggiamo la sentenza:

Sicuramente, appare ben strano, se si parte dalla ipotesi accusatoria che il Vinci sia il solo autore del fatto, che, se la donna si fosse difesa sino al punto di graffiarlo, asportandogli frammenti di epidermide, su costui, poi, non siano state riscontrate lesività conseguenti a una tale azione. Si era d’inverno, di notte, in una casa fredda, il Vinci ragionevolmente doveva avere scoperte solo le mani ed il volto ed i Carabinieri, che il sospetto di reato avevano formulato, tanto da richiedergli un alibi e da verificarlo, se avessero riscontrato segni di unghiatura sul viso o sulle mani del Vinci ne avrebbero sicuramente dato atto.

Pensiamo poi a che cosa avrebbe comportato per l’aggressore tenere la donna ferma con la canna in bocca fino al momento in cui avrebbe perso le forze, con una mano impegnata a tenere la canna e l’altra a bloccare la testa. Anche nell’ipotesi di una posizione a cavalcioni sul corpo la lotta sarebbe stata comunque strenua, e i segni sul corpo di entrambi consistenti. Questo ritennero anche i giudici.

Altrettanto strana appare poi un’ipotesi omicida in cui l’azione venga realizzata utilizzando una bombola di gas ed introducendo violentemente il tubo erogatore nella bocca della vittima. Ciò per le difficoltà che un’azione del genere avrebbe comportato, per le reazioni della vittima che avrebbero dovuto determinare consistenti segni di una lotta nell’ambiente e lesioni da difesa (non certo solo due piccoli frammenti di epidermide sotto l’unghia del dito indice e del medio della mano sinistra e le piccole lesività riscontrate).

Infine, anche se la sentenza non ne fa cenno, bisogna considerare la presenza dei vicini di casa. Nell’appartamento attiguo viveva Raimondo Steri. A dividere le sue stanze dalla camera in cui morì la povera Barbarina c’era una porta di legno, non certo a tenuta acustica, come si desume dalla relativa descrizione riportata nel verbale di sopralluogo:

Nella parete di destra, per chi accede alla camera da letto, si nota un'apertura di porta larga m.0,65 x 2; la stessa si affonda nel muro ed a circa 60 cm. si trova una porta in legno fissata al telaio con chiodo ed un chiavistello in ferro dalla parte di altro vano di proprietà di Steri Raimondo. Detto spazio è adibito ad armadio che attraverso due sostegni in legno conservano valigie, scarpe cassette ed oggetti vari. Per non essere posto in vista tale materiale, vi è stata applicata una tenda in nylon; la porta predetta presenta ampie fessure da cui potrebbero facilmente disperdersi eventuali gas.

L’uomo dichiarò che la sua camera da letto era dall’altro lato dello stabile, separata dall’appartamento di Vinci da quattro vani, quindi forse fuori portata acustica, però il presunto delitto sarebbe avvenuto tra le 21:30 e le 22:30, appena dopo che la Steri aveva consumato in casa sua un piatto di minestra, quindi mentre di sicuro era ancora sveglio. L’altro vicino di cui si ha notizia, Francesco Usula, alle 20 aveva notato Salvatore Vinci uscire di casa, quindi abitava anche lui nei pressi (tra l’altro l’indirizzo suo e di Raimondo Steri, e anche di Vinci, era il medesimo: via Iglesias 91). Ora, pare davvero improbabile che, nel silenzio della sera, né l’uno né l’altro avessero udito i rumori della lotta ipotizzata dall’accusa.
Leggiamo ancora la sentenza:

A tal punto, escluso che dalla perizia Fallani sia lecito inferire con un ragionevole grado di certezza l’esistenza di un fatto omicida, ed escluso, dunque, che la c.d. prova della “generica” sia desumibile dai dati medico-legali (chiaramente i primi da esaminarsi in un omicidio), occorrerà procedere all’esame degli altri elementi di fatto sulla scorta dei quali è stata formulata la contestazione.

I giudici quindi, dopo aver escluso che la perizia Fallani avesse fatto emergere la sussistenza di prove medico-legali di un omicidio, passarono a valutare tutti gli altri elementi che l’accusa aveva addotto a sostegno della propria tesi, nella quale, accanto al supposto ma non dimostrato omicidio, si collocavano indizi di una messa in scena che voleva simulare un suicidio.

Comportamento di Vinci. Abbiamo visto che Torrisi considerò non plausibile la reazione dell’imputato di fronte alla porta chiusa della camera da letto, dalla quale filtrava la luce, e al silenzio della moglie al suo bussare e al suo richiamo. Secondo il racconto da lui stesso reso ai carabinieri, Vinci sarebbe corso a chiamare cognato e suocero, lasciando che fosse quest’ultimo ad aprire la porta con uno spintone, adducendo come motivo il sospetto della presenza all’interno dell’amante Antonio Pili e del timore di essere da lui aggredito.
La sentenza non si addentra né in una valutazione critica della spiegazione di Vinci, né nella ricerca di eventuali altre motivazioni da lui taciute. Dopo aver fatto notare che anche il padre della donna, di fronte alla porta chiusa, aveva preferito chiamare qualcuno – il vicino di casa Francesco Usula –, e aver respinto ogni sospetto di possibile complicità dell’uomo nel presunto delitto, i giudici scrissero:

Se ne deve concludere che la massima di esperienza sulla scorta della quale si vorrebbe risalire al fatto ignoto dal comportamento dell’imputato è talmente poco codificata, almeno sul piano della valutazione probatoria, da costituire più un’intuizione che un veicolo di interpretazione rigoroso del dato noto e di dimostrazione di quello ignoto.

Proviamo in questa sede a cercare quella spiegazione alla quale i giudici rinunciarono. Abbiamo visto che poco più di un mese prima Barbarina Steri era stata sorpresa in compagnia di Antonio Pili. Il ragazzo si era scontrato più volte con Vinci, tantoché, a suo dire per difendersi, si era procurato illegalmente una pistola, motivo per il quale era stato poi arrestato e condannato a sei mesi di carcere. Si aggiunga che la dimora di Vinci era composta di due sole stanze, con l’unica fonte di calore costituita dal caminetto in cucina, quindi in inverno la porta della camera doveva essere di norma sempre aperta. Vinci la trovò chiusa con la luce che filtrava e la moglie che non rispondeva ai suoi richiami, per una situazione ragionevolmente sospetta, considerando il recente episodio di infedeltà. Appare anche plausibile l’asserita paura per uno scontro con il rivale, vista la disponibilità che questi aveva di una pistola.
Ma probabilmente il vero motivo per cui Vinci era andato a chiamare il fratello e soprattutto il padre della moglie era un altro. Si legge nel verbale d’interrogatorio di quest’ultimo (19 gennaio 1960, vedi):

Sono padre di Steri Barbarina, già moglie di Vinci Salvatore. Ricordo che recentemente sono intervenuto per sedare i discrezi sorti fra mia figlia e mio genero poiché, la condotta che questi due mantenevano lasciava alquanto a desiderare in considerazione, che gli stessi, non andavano d'accordo. Infatti recentemente mio genero Vinci mi informava di essere ricorso verso la locale caserma per denunciare mia figlia siccome era stata trovata col presunto amante certo Pili e pertanto, ho cercato di far luce sul fatto in modo da riunirli e pacificarli, questa volta, definitivamente.
Ho appreso dalla povera mia figlia che costei soffriva la fame ed era poco benvoluta da parte del marito, però per dire la verità che io non andavo d'accordo con quest'ultimo e pertanto non ero troppo a conoscenza di quello che giornalmente accadeva nella loro abitazione.

Una volta tolto di mezzo l’assurdo sospetto di Torrisi che Francesco Steri avesse partecipato al presunto delitto della figlia – con quali motivazioni? per intransigenza e condanna del tradimento? siamo davvero alla faziosità più gretta – si deve pensare che l’uomo invece ne avesse preso le parti negli scontri con il marito. Quindi dietro l’immediata corsa di Vinci che era andato a chiamarlo – per un percorso di circa 600 metri, con l’uomo che giunse trafelato – è ragionevole intravederne la volontà di dimostrare al suocero le proprie ragioni, facendogli cogliere la figlia mentre ancora una volta s’intratteneva con l’amante, dopo quanto era già accaduto in precedenza. Lo Steri affermò nella propria testimonianza di essere stato chiamato “babbo”, termine evidentemente non usuale, se meritevole di tale precisazione, la qual cosa è indicativa di quale fosse in quel momento l’obiettivo di Salvatore Vinci: portare il suocero dalla propria parte.
Infine l’odore di gas, che avrebbe dovuto filtrare attraverso la porta non a chiusura ermetica, e che Vinci avrebbe dovuto avvertire. In effetti lo avvertì Francesco Steri, però era probabilmente trascorsa un’altra mezz’ora, e in ogni caso è possibile che Vinci fosse stato talmente agitato dalla situazione da non farci caso. In fin dei conti, con le cucine a bombole di una volta, piccole fughe di gas e relativi odori in cucina non erano affatto inusuali.

La scena del presunto crimine. Si legge nel rapporto Torrisi:

La donna, secondo la versione concorde dei tre, stringe in mano la chiave della porta della stanza, come a farle indicare che essa, prima di mettere in atto l'insano gesto, ha avuto cura di chiudere la serratura della porta stessa.
Tale operazione avrebbe potuto essere considerata credibile qualora la porta fosse stata chiusa dall'interno, senza possibilità di entrare se non forzando la serratura o abbattendo la porta medesima. Invece, come già evidenziato, i due battenti della porta che avrebbero dovuto assicurarla al pavimento ed al telaio sono disinseriti ed il chiavistello, con due mandate, è avanzato nella serratura. Alla luce di queste considerazioni, qualsiasi persona, evidentemente interessata, avrebbe potuto dare due mandate alla serratura, facendo avanzare a vuoto il chiavistello, lasciare la chiave nella mano della donna, richiudersi la porta dietro, priva dei saliscendi, accostando le due ante in modo da far entrare il chiavistello nell'apposito alloggiamento, e poi con una leggera trazione riportare la porta nella posizione di chiusura.

Per Torrisi, quindi, il mancato inserimento dei fermi che assicuravano uno dei due battenti della porta al pavimento sarebbe indicativo di una messa in scena, poiché la Steri, per impedire l’accesso ad altri, vi avrebbe invece provveduto. Ma, se è senz’altro vero che la manovra di chiusura dall’esterno descritta dal militare sarebbe stata possibile soltanto senza il battente bloccato, è anche vero che il bloccarlo non pare dovesse essere per forza nelle preoccupazioni della Steri. Questo il parere del tutto condivisibile dei giudici:

La chiusura della porta da parte della Steri intenzionata al suicidio non ha infatti necessariamente il significato di impedire ad altri l’ingresso nella stanza, ma può assai più ragionevolmente, essere stata dettata unicamente dall’intento di rendere assai ridotta l’emissione di gas nella adiacente camera ove aveva riposto il figlioletto. Tale scopo, infatti, non richiedeva, anche, l’inserimento dei passanti negli appositi alloggiamenti.

Come si è già detto, l’unica fonte di calore del piccolo appartamento era il camino posto in cucina, quindi in inverno la porta di accesso alla camera doveva essere sempre spalancata, compreso il battente in questione. Quando la povera donna aveva chiuso la porta, a tutto stava pensando fuorché a mettere in opera i fermi del battente.
Per l’accusa, tornavano poco anche la posizione del tubo erogatore del gas, trovato sul cuscino, la Steri bocconi sul pavimento con la testa rivolta verso l’uscita e infine la chiave o stretta in una mano o raccolta da terra nelle vicinanze, tutti elementi ritenuti parte di una studiata messa in scena. Osservarono però i giudici:

Altrettanto poco dimostrativo è il fatto che sia stato trovato il tubo erogatore del gas poggiato sul cuscino. Non si vede per quale ragione un simile dato debba essere incompatibile o solo poco ragionevolmente compatibile con l’ipotesi del suicidio. Nessuna massima d’esperienza può dirci che quel tubo poteva essere poggiato in quel modo solo da chi avesse realizzato una messa in scena del suicidio. Neanche se si accetti la prospettazione accusatoria del prof. Camba di una fase di agitazione motoria nella asfissia prodotta da inalazione di GPL, può dirsi significativamente certo che quella agitazione dovesse comportare la caduta dal cuscino del tubo erogatore. A ciò si aggiunga come non sia oggi possibile accertarsi della esatta lunghezza di tale tubo (che il Pretore descrisse genericamente come corto), della consistenza del materiale con cui era realizzato e come tutto ciò renda le inferenze argomentative che si vorrebbero trarre sfornite anche di un minimo possibile riscontro.

Possiamo aggiungere alle argomentazioni dei giudici un elemento da loro non preso in esame: la presenza in cima al tubo di gomma del regolatore di pressione metallico, che con la propria massa rendeva la posizione del tubo stesso molto meno sensibile a possibili urti.
Continua la sentenza:

Non pare ugualmente che possa attribuirsi un significato indiziante al fatto che il cadavere della Steri sia stato rinvenuto bocconi sul pavimento, col capo rivolto verso la porta e con accanto alla mano la chiave della stanza. […] appare quantomeno arbitrario pretendere di sapere quali possano essere, in una persona che ponga in atto il suo intento suicida, le reazioni allorché sta per raggiungerlo: se tenti di alzarsi dal letto, se voglia raggiungere la porta, se abbia perdita di coscienza in condizioni che la portino a sollevarsi e poi a cadere a terra. E quanto alla chiave che il Pretore nel verbale di sopralluogo attestò trovarsi accanto al cadavere, deve ritenersi vicino alla mano, come affermato dal padre di costei che ebbe a toccarle il polso per vedere se fosse morta allorché entrò nella stanza, e che Vinci Salvatore disse invece essere in quella circostanza scivolata dalla mano della moglie e Steri Salvatore essersi trovata sotto la mano della sorella, ancora una volta il dato, di per sé incerto e dunque di scarsa utilizzabilità nella prova indiziaria, è privo di capacità dimostrativa del fatto ignoto e non può in via univoca dare prova della messa in scena del suicidio. La donna può benissimo aver avuto con sé la chiave poggiata, magari, sul comodino ed averla presa con l’intento di salvarsi; può essere la chiave caduta dalla toppa della porta allorché Steri Francesco con uno spintone l’aprì andando a finire accanto alla mano della figlia riversa al suolo. Non necessariamente può dirsi in altri termini che colà l’abbia riposta il Vinci dopo avere ucciso la moglie, prima di tirare dietro di sé le ante della porta avendo cura che il passante della serratura cui aveva fatto fare due mandate si inserisse nel suo alloggiamento.

Secondo chi scrive, il colpo di grazia all’ipotesi della messa in scena di un suicidio viene da questa ovvia considerazione dei giudici:

Certo è che appare su un piano di verosimiglianza scarsamente plausibile che un omicida che insceni un suicidio per asfissia da gas faccia ritrovare il cadavere non accanto al tubo erogatore, riverso sul letto, ma per terra rivolto verso l’uscita.

La bombola. Grande importanza venne assegnata dall’accusa agli indizi che avrebbero fatto ritenere vuota la bombola di gas presente la sera del fatto in casa Vinci. Dal rapporto Torrisi:

Quanto alla bombola posta nella cucina dell'abitazione, come si rileva dalle dichiarazioni del marito, essa è esaurita, tanto che lo stesso, non appena rientrato in casa, verso le ore 17:00 del giorno prima, consuma una merenda di ravanelli, cardi e pane che scalda accendendo il fuoco a legna, mentre la moglie si reca nell'abitazione del padrone e vicino di casa STERI Raimondo, a scaldare il latte per il bambino.[…]
È necessario, quindi, chiedersi da dove possa provenire la bombola "Liquigas" rinvenuta nella camera da letto, circostanza che non risulta sia stata verificata all'epoca presso i distributori del paese. Quindi, non si ritiene possibile che dopo le 21:30, questa è pressappoco l'ora di rientro in casa della donna proveniente dall'abitazione dello STERI Raimondo, questa abbia potuto procurarsi un'altra bombola piena, dal momento che in quell'orario tutti gli esercizi pubblici erano chiusi. […]
Alla stregua delle risultanze acquisite e delle considerazioni su espresse si può affermare senza pericolo di essere smentiti, che la bombola rinvenuta nella camera da letto non può essere che quella asportata dalla cucina e la presenza del tubo di gomma e del regolatore non sono dovuti a mera casualità, ma fanno parte di un ben preciso piano criminoso che prevede la collocazione del tubo con il regolatore proprio sul guanciale del letto, per rafforzare la credibilità del suicidio della donna.

La logica del militare è ancora una volta difficile da comprendere, se non alla luce della sua infinita convinzione della colpevolezza di Salvatore Vinci. Si può innanzitutto osservare che sarebbe stato davvero stupido da parte dell’individuo affermare di fronte ai carabinieri che, per quanto ne sapeva lui, quando era uscito di casa la bombola di gas doveva essere vuota, se proprio suo tramite aveva organizzato l’omicidio. Poi, se davvero la bombola fosse stata vuota, in che modo Vinci avrebbe potuto procurarsene una piena?
Nell’appartamento venne rinvenuta una sola bombola, quella in camera da letto, evidentemente la medesima che prima stava in cucina; e vuota non era, visto che aveva saturato la stanza di gas e ancora ne stava erogando al momento dell’apertura della porta. Se poche ore prima quella bombola fosse stata vuota, quando Vinci, attorno alle 20 (testimonianza Usula), era uscito di casa sarebbe dovuto andare a procurarsene una piena portandosi dietro quella vuota, che però né Usula né altri avevano visto. In effetti Barbarina Steri, secondo le testimonianze rilasciate dal fratello Salvatore nel 1985, aveva chiesto al marito di passare a ordinare una bombola di gas; però il negozio era chiuso, come pare logico vista l’ora.
In realtà quella bombola non era affatto vuota. Anche se – come Torrisi scrive nel proprio rapporto – la relativa documentazione era assente, le indagini del tempo avevano stabilito che l’ultima fornitura era avvenuta pochi giorni prima, la qual cosa era stata tenuta presente e anche citata da Raffaele Camba a conferma della ipotizzata causa di morte da inalazione di gas attraverso l’aria satura della stanza. Si può a ragion veduta immaginare che Barbarina Steri, covando già propositi suicidi, l’avesse smontata e spostata dalla sua collocazione naturale fin dalla mattina, non trovando subito l’occasione o il coraggio di usarla, e quindi nascondendola da qualche parte, probabilmente sotto il letto. Forse non a caso a pranzo aveva mangiato con il marito a casa dei propri genitori, dove di bombola vuota si era parlato, come da testimonianza delle sorelle. Quando poi Salvatore Steri il pomeriggio era entrato in casa Vinci aveva notato la mancanza della bombola in cucina, attribuita dalla sorella al fatto che il fornitore era passato a prendere quella vuota senza portarne una piena, il che appare poco comprensibile. L’aver chiesto al marito, a orario ormai troppo tardo, di recarsi da detto fornitore a richiederla può spiegarsi con la volontà di non destare sospetti riguardo ai propri propositi.

Stefano Mele. È quasi inutile specificare che i giudici non dettero alcun valore alle accuse di Stefano Mele, la cui deposizione le rese ancor più nebulose di quanto già non fossero state nel 1968 e dopo. La sentenza così le riassume e le liquida:

Mele Stefano, autore del duplice omicidio della moglie Locci e di Lo Bianco Antonino, allorché venne tratto in arresto per tale delitto, oltre ad accusare il Vinci Salvatore di averlo istigato a commetterlo, consegnandogli anche l’arma usata in quella circostanza, affermò altresì d’aver ricevuto da costui la confidenza d’avere ucciso la moglie, lasciando di proposito la bombola del gas aperta, riuscendo a salvare il figlio. Il Mele stesso modificò il contenuto di tale confidenza quando venne sentito dal P.M., il giorno successivo, affermando che il Vinci si era limitato a dirgli che aveva lasciato in quella circostanza la bombola del gas aperta, senza precisargli altro, “cosicché potrebbe anche essersi trattato di una disgrazia”.[…]
Il Mele poi, udito il 16 gennaio 1984 dal G.I. di Firenze riaffermò che la moglie del Vinci era morta in Sardegna “con il gas”, ma che con ciò non voleva dire niente contro il Vinci stesso e che in tale sua affermazione non vi era alcuna “allusione”. Venne infine sentito il Mele in modo informale dal Ten. Col. Torrisi il 12.9.1986 e il relativo colloquio venne registrato. Dalla relativa trascrizione risulta che il Mele spontaneamente rinnovò le accuse di correità nel duplice omicidio Locci-Lo Bianco al Vinci Salvatore, affermando poi, per quanto interessa in questa sede, che egli all’epoca di tale duplice omicidio “aveva già scoperto che lui in Sardegna aveva ammazzato la sua signora… con il gas e però salvato il bambino” e “allora lui era già abituato a fare questo, questi omicidi” […]
Al dibattimento il Mele ha dapprima riferito che la moglie del Vinci era morta per una disgrazia, con il gas, ed a specifica contestazione ha precisato  che nella sostanza è una disgrazia anche una morte cagionata da terzi con il gas e che così aveva detto Vinci.
La corte ritiene che le dichiarazioni del Mele posseggano un ben scarso valore in primo luogo per la mancanza di linearità che evidenziano per le ripetute modifiche ed imprecisioni, in secondo luogo perché non rispondenti alle risultanze sulla morte asfittica desumibili dalla perizia Fallani, infine perché provenienti da un soggetto di ben scarsa affidabilità intrinseca.

L’alibi caduto. Abbiamo visto che, dopo il ricevimento di una comunicazione giudiziaria relativa alle indagini per la morte della sorella, Salvatore Steri aveva preso le distanze dal vecchio amico di una volta, dicendosi non più tanto sicuro di averlo sempre tenuto sott’occhio prima di entrare nel bar Cadoni, alle 22:30. Il fatto lasciava aperta una finestra di un’ora per una possibile azione omicidaria di Vinci. In più Steri aveva raccontato di una strana insistenza dell’amico di essere accompagnato a casa in fine di serata, dando in questo modo corpo al sospetto che questi volesse utilizzarlo come testimone della messa in scena del suicidio. Gli inquirenti di Cagliari lo avevano per questo premiato, concedendogli un ruolo di complice inconsapevole, ingannato dalla scaltrezza di Vinci, e quindi prosciogliendolo in istruttoria. Vediamo quello che ne scrissero i giudici:

Non può del pari annettersi un serio valore indiziario alle dichiarazioni rese da Steri Salvatore, coimputato prosciolto in istruttoria, a notevole distanza di tempo dal fatto ed in palese contrasto con quanto asserito pochi giorni dopo lo stesso, in aggiunta interessato a fornirle di un certo contenuto per svalutare quelli che gli inquirenti ritenevano gli elementi a suo carico.
È stato posto in evidenza dal G.I. (pag. 2 mandato di cattura) come lo Steri abbia fatto venire meno l’alibi del Vinci riguardo l’ora della morte della moglie e come, inoltre, abbia reso conto adeguato del perché avesse reso iniziali diverse dichiarazioni col rammentare come fosse stato lo stesso Vinci a raccomandargli di dire di essere stato tutta la sera insieme con lui mentre si recavano dai Carabinieri per essere sentiti in merito alla morte di Barbarina.
Parlare di fallimento di alibi presuppone che si conosca con adeguato grado di certezza l’ora della morte della Steri, ciò che al contrario non è provato.
Valga solo por mente al fatto che il dott. Vacca la fece risalire a circa due ore e mezza prima della sua constatazione del decesso avvenuta alle ore 01,20 del 15 gennaio e dunque intorno alle ore 22,40 del giorno prima. Ora per la quale, sia detto per inciso, il Vinci non gode solo dell’alibi dello Steri ma anche di quello, preciso ed ancorato a specifici ricordi, del teste Cadoni.
Il prof. Camba, a sua volta, afferma che la morte della Steri, sulla scorta delle osservazioni fatte in sede autoptica, doveva risalire all’incirca alle ore 24 del 14 gennaio.
Il prof. Fallani, infine, premesse delle considerazioni critiche sulle valutazioni fatte dal dott. Vacca e dal prof. Camba per non avere costoro tenuto presente alcuni dati quali la temperatura ambientale e dello stesso cadavere, riporta l’ora della morte tra le 24 del 14 gennaio ed il momento del rinvenimento del cadavere. […]
A ciò si aggiunga come lo Steri si sia limitato ad affermare di non aver notato se durante la sosta alla sala biliardi il Vinci si fosse anch’egli trattenuto nel locale e non l’abbia quindi escluso e come, dunque, non già di venir meno dell’alibi si tratti, ma di una mera mancanza di esso per un certo lasso di tempo.

È chiaro che i giudici erano interessati a valutare i possibili indizi di un omicidio, quindi la finestra temporale resasi disponibile dopo le nuove dichiarazioni di Salvatore Steri non li interessò troppo, essendo incerta l’ora della morte, anzi, collocandosi semmai al di fuori nei pareri dei tre professionisti che l’avevano ipotizzata. Chi invece ritiene Vinci con grande probabilità colpevole trova grande giovamento dal cambio di versione di Steri. Però dovrebbe tener conto di queste ulteriori considerazioni dei giudici.

Tali argomenti dovrebbero di per sé già rendere inconferenti le dichiarazioni dello Steri, ma a esse se ne aggiungono altri che le rendono, comunque, prive di credibilità.
In via del tutto generale può già sottolinearsi come essendo stata l’imputazione a carico dello Steri di concorso nell’omicidio formulata proprio riguardo all’affermazione da costui fatta di essere stato tutta la sera col Vinci, non potesse che avere lo Steri un consistente interesse a rendere una dichiarazione che lo “distaccasse” dal Vinci per un certo periodo di tempo. Ciò che sul piano della valutazione probatoria – anche a non voler considerare quanto da dottrina e più recente giurisprudenza sottolineato riguardo alla ridotta efficacia probatoria delle dichiarazioni del coimputato (che infatti non può testimoniare) – non può che avere il significato di scarsa affidabilità delle sue dichiarazioni sul punto. Dato questo ancor più convalidato dal fatto che allorché lo Steri venne sentito come testimone non fece cenno a questa possibile separazione dal Vinci nel corso della sera del 14 gennaio e come una tale affermazione giunga solo allorché nei suoi confronti viene elevata una imputazione. E di tale atteggiamento interessato danno adeguato conto anche le intercettazioni telefoniche. In data 19.11.1985 lo Steri parlando con la sorella Emilia dice “a me mi vogliono arrestare, io cerco di salvarmi… a me non importa nulla”.

Il biglietto d’addio. Abbiamo già visto che Francesco Steri aveva trovato un biglietto autografo della figlia su un comodino, consegnato poi al pretore. La sentenza ne riporta una trascrizione leggermente differente da quella del rapporto giudiziario dell’epoca, riportata nella prima parte dell’articolo:

Avevo un grande cuore ma nell’ansia tutto me svanito ed ecco che non resisto più, tutto mi è insopportabile nel vivere sotto degli occhi oscuri. Ansiosamente penso e ripenso di essere amata ed che invidiata epure nello spasimo pregho al bambino. E buona fortuna.

Anche se contiene delle espressioni non del tutto chiare, lo scritto poteva ben sembrare, e all’epoca sembrò, un addio compatibile con la volontà di uccidersi (“tutto mi è insopportabile nel vivere”), ma l’accusa non la pensava affatto così; nel rinvio a giudizio si sottolinea infatti

l’estrema equivocità del biglietto fatto trovare quale “prova” di suicidio, il cui contenuto (verosimilmente redatto dalla donna per altro motivo e tanto abilmente quanto cinicamente utilizzato e sfruttato dal marito per quanto sopra) non si addice a quello che dovrebbe essere l’ultimo messaggio lasciato da una persona che ha deciso di togliersi la vita.

Per l’accusa, quindi, il biglietto era stato scritto sì dalla donna, ma in altra occasione, e sfruttato poi dal marito per la messa in scena del suicidio. Si tratta però di uno scenario poco plausibile, per giunta contraddetto da alcuni elementi desumibili dalla documentazione rimasta. Sul medesimo comodino dove era stato rinvenuto il foglio c’erano un quaderno e una penna, tanto che i carabinieri avevano scritto nel loro rapporto: “Detto biglietto è stato ricavato da un foglio di quaderno avente la copertina color nero trovato sul piano dello stesso comodino scritto con penna “biro” rinvenuta accanto al quaderno”. Tale quaderno conteneva altri scritti della donna, come si legge nel verbale di sopralluogo: “Un quaderno con fogli scritti contenente diarii e racconti vari avente la copertina di color nero”. Per completare il quadro si aggiunga quanto scritto in sentenza:

È un foglio a righe doppio, scritto su una sola facciata con penna biro ed appare staccato dal centro di un quaderno, non può sapersi se quello rinvenuto sul comodino della camera da letto e se scritto con la penna che ivi si trovava perché tali oggetti furono restituiti dopo l’originaria archiviazione del G.I.

Non si può che essere d’accordo con i giudici sull’impossibilità di poter stabilire con certezza se il foglio fosse stato staccato dal quaderno e scritto con la penna ritrovati sul comodino, quindi poco prima della messa in atto del gesto suicida, ma la logica dice di sì. Del resto questo avevano stabilito i carabinieri, che il foglio, il quaderno e la penna avevano potuto esaminare. Anche il fatto che detto foglio fosse composto delle due pagine centrali di un quaderno contenente altri scritti depone per la sua redazione al momento.
Del resto, che in quel periodo lo stato d’animo di Barbarina Steri potesse essere gravemente depresso appare comprensibile, data l’infelicità del rapporto con il marito e il brutto episodio di poco tempo prima che le era costato, oltre alla vergogna di fronte a tutto il paese, una denuncia per atti osceni. Questa era stata l’impressione ricevuta da Amerigo Cadoni, come risulta dalla sua testimonianza del giorno successivo al tragico fatto: “Ricordo infine che verso le ore 12 dello stesso giorno 14 vidi la Steri Barbarina mentre si recava dalla sua casa a quella dei genitori ed aveva il bambino in braccio. Infatti la donna nella circostanza mi è sembrata molto triste e depressa”.

La lettera dal brefotrofio. L’accusa riteneva di avere in mano una grossa arma con la quale poter dimostrare che Barbarina Steri non aveva alcuna intenzione di uccidersi: una lettera che le offriva l’opportunità di trasferirsi a Cagliari con il proprio bambino. Di tale lettera, allegata agli atti ma non disponibile a chi scrive, così si legge nel rapporto giudiziario del 19 gennaio 1960:

Dai suddetti militari è stata rinvenuta una lettera proveniente da Suor Maria Gabriella – Borfatrofio Cagliari –, datata 24.12.1959, con la quale la Steri Barbarina veniva invitata a recarsi presso detto istituto in qualità di donna di fatica per la somma di L. 120.000 annue ed era attesa colà entro il 15 gennaio 1960.

Dal rapporto Torrisi:

[…] dal comportamento della donna antecedente alla sua morte non si rileva alcuna volontà o proposito suicida, anzi tutto il contrario, in quanto essa manifesta la volontà di separarsi dal marito ed allontanarsi da casa per essere assunta come donna di fatica – portandosi anche il bambino – presso un befatrofio di Cagliari, come si rileva da una lettera rinvenuta in casa, a lei indirizzata, in cui le si comunica che proprio il 15 gennaio, cioè il giorno dopo, essa può presentarsi presso il predetto Istituto, per iniziare il suo rapporto di lavoro.

La lettera viene descritta anche dalla sentenza, con un’importante precisazione: si trattava di una risposta a una richiesta della stessa Steri.

Veniva altresì allegata una lettera datata 24.12.1959 indirizzata alla Steri da tale suor Maria Gabriella del Brefotrofio di Cagliari nella quale in risposta a richiesta precedente della donna si precisavano le condizioni di una retribuita ospitalità per lei e per il bambino e che si concludeva con la frase “quindi l’attendiamo il 15 di gennaio con ansia”.

Ma quella lettera era autentica? Nemmeno un po'. Dalla sentenza:

Che la Steri non avesse motivo per essere depressa e potere giungere ad un gravissimo passo quale quello di porre fine ai suoi giorni è circostanza che non pare così certa come si vorrebbe. Il G.I. richiama a sostegno di tale convincimento il fatto che la donna l’indomani avrebbe dovuto iniziare, in sostanza, una nuova vita, trasferendosi col bambino nel brefotrofio di Cagliari ove avrebbe ricevuto ospitalità retribuita dietro la prestazione di servizi collaborativi. Tale, infatti, è il tenore di una lettera dattiloscritta indirizzata alla Steri trovata sul comodino della sua camera da letto. Ma tale lettera, sulla cui autenticità non vennero né all’epoca del fatto né in istruttoria compiuti accertamenti, riporta – secondo quanto dalla P.G. accertato su incarico della Corte e su richiesta del P.M. – un indirizzo ed un numero telefonico del mittente inesistente, non è firmata ed il dattiloscritto nome del mittente (suor Maria Gabriella, Brefotrofio di Cagliari) non corrisponde a quello di persona che prestasse servizio all’epoca del fatto al Brefotrofio di Cagliari.

Non c’era alcuna suor Maria Gabriella che lavorava nel Brefotrofio di Cagliari all’epoca dei fatti, questo scoprirono gli agenti di polizia incaricati dai giudici. Nella loro tronfia convinzione della colpevolezza di Vinci, gli inquirenti non si erano preoccupati di condurre alcuna verifica; eppure ne avrebbero avuto tutti i motivi. Prosegue la sentenza:

La lettera, inoltre, evidenzia errori di ortografia e grammaticali così macroscopici da fare, comunque, ragionevolmente sospettare che non possa provenire da una suora che non sia neanche in grado di conoscere l’esatta ortografia del termine brefotrofio (berfettroffio è la grafia del testo), di quell’ente cioè da cui dipendeva.
Cercare oggi di scoprire quale origine abbia questa lettera appare pressoché impossibile e per certo può dirsi che chi la fece avere alla Steri (escluso che costei se la sia scritta) dovette avere l’intenzione di farle del male o forse di illuderla, forse di prendersi gioco di lei.

Di sicuro quella lettera apocrifa non era stata scritta da Salvatore Vinci, nota giustamente la sentenza, il quale non avrebbe avuto alcun interesse a squalificare la propria messa in scena di un suicidio dando alla moglie la speranza di una vita nuova.

La lettera ad Antonio Pili. Chi aveva scritto quella lettera che aveva dato false speranze alla poveretta? Probabilmente lei lo sapeva, o lo aveva sospettato, come si desume da un suo scritto del 10 dicembre 1959, esattamente una settimana dopo essere stata sorpresa e fotografata in intima compagnia di Antonio Pili. Si legge in sentenza.

E che taluno, il Pili, fosse sospettato di non avere serie intenzioni nei suoi riguardi, di profittare di lei, che pure l’amava, lo si ricava dal tenore dell’altra lettera di costei allegata agli atti e non di molto precedente il fatto.
La donna scrive di scherzi da lei subiti, del sospetto che il sordomuto (tale Aresti, utilizzato come tramite per i contatti epistolari e gli appuntamenti con l’amante, e che afferma di aver avuto con la Steri un rapporto sessuale a pagamento) fosse d’accordo col Pili, dell’intenzione di sapere la verità.
Una lettera anche questa angosciata che lascia ragionevolmente supporre l’accadimento di fatti offensivi per la donna, dell’intento di taluno di prendersi gioco di lei.
Una possibile origine della lettera apocrifa trovata sul comodino della camera da letto può essere dunque questa.
Ed il tenore di quella scritta da Barbarina e trovata dal padre sul comodino della camera da letto, può ben adattarsi alla vicenda che traspare da quella indirizzata al Pili ed a quanto era accaduto allorché la donna venne col Pili sorpresa durante un rapporto sessuale dal sordomuto e da tale Pilleri armato di una macchina fotografica e che viene descritto in una nota del 20.11.1984 del Col. Torrisi come un individuo che all’epoca del fatto “amava scattare delle fotografie compromettenti e servendosi di queste ricattare le donne per indurle a prostituirsi”.

Appare ragionevole immaginare a questo punto che l’equivoco personaggio Gesuino Pilleri si fosse sì trovato non a caso dove la Steri e Pili stavano intrattenendosi, ma non per un accordo con Vinci, bensì per uno con lo stesso Pili, che teneva in pugno la donna innamorata pretendendo da lei non si sa bene che cosa, forse di accontentare anche altri, e forse a pagamento. Cade così in modo clamoroso la figura di Antonio Pili innamorato adolescente accreditata da alcuni libri, in primis Dolci colline di sangue di Spezi. Eppure già nelle cronache giornalistiche del processo erano comparsi giudizi piuttosto severi sul personaggio, definito ad esempio da “L’Unità” del 20 aprile 1988 “amante cinico e spregiudicato”.
Anche se non lo scrissero in modo diretto in sentenza, certamente i giudici ritennero che l’origine della decisione di Barbarina Steri di togliersi la vita fosse da ricercarsi nella delusione seguita alla scoperta della vera natura dell’interesse di Antonio Pili verso di lei. E probabilmente la goccia che aveva fatto traboccare il vaso era stata nella falsa lettera del brefotrofio, scritta cinicamente da qualcuno a conoscenza della precedente richiesta della Steri, quindi a lei vicino. Dalla sentenza:

L’essere apocrifa la lettera potrebbe anche essere stato scoperto dalla donna (il numero di telefono posto in calce alla stessa potrebbe infatti averla spinta in prossimità della data indicata in cui avrebbe dovuto prendere servizio a telefonare, scoprendo l’inganno) e ciò non potrebbe che essere stata un’ulteriore gravissima delusione per lei.

Conseguenze. Il presente articolo si proponeva di approfondire e se possibile chiarire la vicenda dell’assoluzione di Salvatore Vinci per la morte della moglie. Lo scrivente ritiene di aver dimostrato che quell’assoluzione era stata giusta, anche nella sua forma di non sussistenza del fatto. Barbarina Steri si era uccisa, e neppure a causa dell’infelice rapporto con il marito, o almeno non principalmente per quello. Ci si potrebbe fermare qui, però la tentazione di dare una brevissima occhiata alle vicende future, alla luce di questa certezza, è troppo forte.
È indubbio che l’estraneità di Vinci alla morte della moglie toglie un tassello importantissimo alla bizzarra ipotesi di Torrisi sulle motivazioni che avrebbero indotto lo stesso prima a uccidere la Locci con l’amante, poi altre sette coppie appartate. Per il militare alla base ci sarebbero state infatti la gelosia e il desiderio di vendetta, che però nelle vicende di contorno alla morte di Barbarina Steri paiono stati d’animo del tutto assenti nell’individuo. Dopo il clamoroso tradimento della moglie con addirittura la sua denuncia per atti osceni, Vinci rimase con lei a condurre la propria vita di giovane sfaticato, andandosene in giro per bar senza provare alcuna vergogna, almeno questo si deduce dalle testimonianze dell’epoca. E quando poi aveva creduto di averla sorpresa di nuovo in atteggiamento intimo, non si era affatto lasciato prendere da propositi aggressivi, ma aveva cercato di sfruttare la situazione per portare dalla sua parte il suocero, che non a caso nell’occasione aveva chiamato “babbo”.
In realtà, come dimostreranno anche le vicende successive, Salvatore Vinci era un erotomane a forte componente omosessuale; andava anche con le donne ma più che altro le sfruttava per raggiungere altri uomini da coinvolgere in entusiasmanti rapporti multipli. Personaggi di tal genere sono immuni da sentimenti quali la gelosia, e quando covano desideri di vendetta non è certamente come conseguenza di un tradimento sessuale, che, anzi, quasi sempre costituisce esso stesso motivo di eccitazione.
E allora, caduta la già irragionevole ipotesi della vendetta contro le donne ipotizzata da Torrisi, per quale motivo l’individuo si sarebbe reso protagonista prima dell’uccisione di Barbara Locci e Antonio Lo Bianco, poi addirittura dei feroci delitti attribuiti al Mostro di Firenze?

domenica 10 febbraio 2019

Omicidio o suicidio? (1)

Come è ormai ben noto, dopo la scoperta, nel 1982, che la pistola usata a Borgo San Lorenzo, Scandicci, Calenzano e Baccaiano era la medesima che aveva sparato a Signa nel 1968, gli inquirenti si convinsero che il Mostro di Firenze era da ricercarsi tra gli indagati di quel lontano delitto. Chi aveva aiutato Stefano Mele a uccidere la moglie e il suo amante doveva aver tenuto l’arma per usarla anni dopo contro altre coppie appartate. Per questo andarono a interrogare l’ometto, da qualche anno tornato in libertà, che li accontentò fornendo dei nomi. Ma dopo l’uccisione dei ragazzi tedeschi nel 1983 a Giogoli furono costretti a escludere il primo, Francesco Vinci, in carcere da mesi, e poi il secondo, Giovanni Mele, anch’egli in carcere al momento di un nuovo delitto, a Vicchio. Per il responsabile dell’inchiesta, il giudice istruttore Mario Rotella, lo smacco fu enorme, ma non sufficiente ad abbandonare la cosiddetta “pista sarda”, nonostante le critiche e il “fuoco amico” della procura. Sicuro della colpevolezza di Mele e sorretto dalla convinzione quasi incrollabile che la pistola non fosse uscita dalla cerchia di chi lo aveva aiutato, mise gli occhi addosso all’unico tra i possibili assassini del 1968 rimasto ancora fuori dalle nuove indagini: Salvatore Vinci.
Stefano Mele aveva indicato Vinci come complice-istigatore nella sua prima confessione, il 23 agosto 1968. Aveva anche detto di aver ricevuto da lui una confidenza riguardante la morte della prima moglie, la diciannovenne Barbarina Steri, avvenuta a Villacidro in Sardegna il 14 gennaio 1960, all’epoca archiviata come suicidio. Si legge nella sentenza Rotella: “Per avvalorare la credibilità delle sue accuse, aggiunge che il Vinci gli aveva anche raccontato di aver ucciso in Sardegna la sua stessa moglie, lasciando aperta una bombola del gas, e salvando suo figlio”.
Gli inquirenti del 1968 non avevano preso sul serio le parole di Mele sulla morte della donna, anche perché le sue accuse contro Salvatore Vinci erano presto rientrate per indirizzarsi verso il fratello Francesco. Dal verbale però quel fugace accenno risultava, e già alla ripartenza delle indagini, il 29 novembre 1982, il giudice istruttore Vincenzo Tricomi aveva chiesto ai carabinieri l’acquisizione del rapporto giudiziario sulla vicenda, datato 19 gennaio 1960, anche se poi non ne aveva fatto nulla, poiché, seguendo le indicazioni di Mele, la sua attenzione si era subito concentrata su Francesco Vinci. Quando Rotella si ritrovò con in mano l’ultima carta da giocare, quella di Salvatore Vinci, la questione del possibile omicidio di Barbarina Steri divenne di grande rilevanza, andando a costituire uno dei filoni d’indagine del suo principale investigatore sul campo, il colonnello dei carabinieri Nunziato Torrisi. In ipotesi quel lontano fatto di sangue non sarebbe stato nient’altro che il prodromo della successiva catena di delitti compiuta dallo stesso Vinci a danno sia di Barbara Locci e Antonio Lo Bianco, sia delle sette coppie degli anni ’80.
Il presente articolo si occuperà di questo caso, con la speranza di poter fornire delle risposte soddisfacenti a tutti coloro che cercano la verità e non intendono limitarsi a sterili posizioni preconcette. Per fortuna la documentazione, seppur qua e là mancante di alcune pagine, risulta comunque abbondante, sia quella nota da tempo – il rapporto giudiziario Torrisi (vedi) e la sentenza Rotella (vedi) – sia quella inedita, che in questa sede verrà messa a disposizione di tutti gli appassionati.

Un’archiviazione frettolosa. Rotella e Torrisi procedettero per prima cosa a una rilettura critica della documentazione dell’epoca, trovando molti motivi di perplessità. Vediamo come Torrisi riassunse la vicenda della scoperta del cadavere, sulla base del verbale di sopralluogo (vedi) e del rapporto giudiziario dei carabinieri di Villacidro (vedi):

La donna viene rinvenuta bocconi sul pavimento della camera da letto; la chiave della porta posta sotto la mano; la porta a due ante priva dei due passanti in ferro che avrebbero dovuto assicurarla al telaio ed al pavimento; il bambino della STERI, di 11 mesi, a nome Antonio, adagiato nella culla posta nella stanza attigua adibita a cucina; la porta di ingresso dell'abitazione, in legno ad un battente, munita sul quadrante superiore sinistro di un largo sportello con serratura non inserita e di un piccolo chiavistello in legno che serve per chiudere la porta dall'interno; una bombola vuota di gas liquido da kg. 10, marca "Liquigas", munita di regolatore di pressione, con relativo tubo di gomma, appoggiata al guanciale destro del letto; un biglietto scritto, dal contenuto non molto chiaro, che i familiari della donna attribuiscono concordemente a lei.

Il biglietto venne trovato su un comodino dal padre della ragazza, che se lo mise in tasca e più tardi lo consegnò al pretore. Si trattava di un foglio manoscritto, il cui contenuto venne riportato tutto in maiuscolo nel rapporto giudiziario dei carabinieri, firmato dal brigadiere Delio Pisano:

AVEVO UN GRANDE CUORE MA NELL’ANSIA TUTTO ME SVANITO ED ECCO CHE NON RESISTO PIU’; TUTTO IL RESTO MI E’ INSOPPORTABILE SOTO DEGLI OSCURI. ANSIOSAMENTE PENSO E RIPENSO D’ESSERE AMATA DO CHI INVIDIATA EPURE NELLO SPASIMO PREGO AL BAMBINO. E BUONA FORTUNA

Come si vede, il testo risulta pieno di errori d’ortografia e forse mancante di qualche parola. Purtroppo la copia originale non è nella disponibilità di chi scrive; più avanti prenderemo in esame la diversa versione riportata in sentenza. In ogni caso, pur con delle frasi un po’ “criptiche”, il biglietto contribuì a delineare un quadro generale in cui l’ipotesi del suicidio parve senz’altro la più plausibile. Scrisse Pisano quasi a conclusione del rapporto: “A parere dello scrivente il cadavere non presentava segni di violenza visibili esteriormente per cui si ritiene non vi siano malefizi da parte di terze persone salvo che contrariamente non si pronunci colui che ha proceduto ad effettuare l’autopsia”. Anche i rilievi successivi non riscontrarono particolari segni di violenza, almeno non tali da consigliare ulteriori approfondimenti, quindi il caso venne archiviato come suicidio.
Ma per Rotella e Torrisi c’erano molti elementi che non quadravano.

L’agguato. Nell’autunno del 1984 Torrisi, accompagnato dal maresciallo Salvatore Congiu, si recò a Villacidro, dove acquisì ulteriori informazioni su quel lontano tragico episodio, cercando prima di tutto di chiarirne un altro, accaduto poco più di un mese prima, quando Barbarina Steri era stata sorpresa e fotografata in atteggiamento intimo con un ragazzo poco più grande di lei, Antonio Pili. Secondo Torrisi sarebbe stato Vinci, a conoscenza della relazione come del resto tutto il paese, a organizzatore l’agguato avvalendosi dell’aiuto di due complici, il sordomuto Mario Aresti e il fotografo dilettante Gesuino Pilleri, con lo scopo di “suscitare, da un lato la considerazione e la benevola comprensione della gente nei suoi confronti, e dall'altro la dura condanna ed il disprezzo morale verso la donna”.

Infatti, il 3 dicembre 1959, la donna, con la solita scusa di recarsi a lavare i panni nella contrada anzidetta, previo appuntamento verbale della sera precedente, si dà convegno nella predetta località. I due si soffermano seduti sotto un albero di ulivo e mentre si apprestano a preparare un giaciglio ove sdraiarsi, vengono sorpresi e redarguiti da due contadini proprietari di due appezzamenti di terreno limitrofi, SPADA Francesco e SPADA Ignazio, che li costringono ad allontanarsi. La STERI ed il PILI vanno a sistemarsi dietro una vasca irrigua, sita nel terreno di quest'ultimo, ove fanno l'amore. A questo punto è il PILLERI Gesuino, con la macchina fotografica in mano, che balza dal suo nascondiglio – verosimilmente ha scattato delle foto – per rimproverare la STERI perché, pur essendo sposata, si concede ad altri, e questa, dopo una crisi di pianto, si allontana.

In un primo momento la donna aveva parlato di un tentativo di stupro, sia con il marito, sia con i carabinieri, ma poi aveva dovuto ammettere la verità, rimediando una denuncia per simulazione di reato e atti osceni, questa condivisa con Pili. Lui era stato denunciato anche per porto abusivo d’arma, una pistola.
Il 26 novembre 1984 Antonio Pili fu sentito da Torrisi e Congiu, ai quali raccontò la propria versione dei fatti, molto probabilmente assai adattata, come vedremo più avanti:

Il predetto, quasi come a liberarsi di un grave peso morale che lo affligge da anni per non aver trovato il modo, il tempo, la persona giusta a cui poter raccontare la verità circa determinati avvenimenti che hanno segnato la sua vita ed i suoi ricordi, descrive minuziosamente i suoi travagliati rapporti con la STERI Barbarina, a causa dei familiari di lei e di un secondo pretendente, VINCI Salvatore.
I due, secondo il racconto del PILI, hanno modo di conoscersi in Villacidro, sin dall'età di 15 anni lui, e 13 lei, e da quel momento i loro incontri sono sempre più frequenti, però vengono subito avversati dai familiari di lei. In una circostanza in cui il PILI osa manifestare le sue serie intenzioni al padre della giovane, non solo riceve un categorico rifiuto ed un ammonimento a smetterla, ma anche un colpo di frusta.
Le liti subentrano anche con il fratello a nome Salvatore, e lui ed il padre fanno di tutto, ricorrendo anche alle maniere forti, per allontanargli la figlia. Le ragioni di questa ostilità diventano palesi allorché la Barbarina gli confida che i genitori vogliono darla in fidanzamento ad un intimo amico del fratello Salvatore, VINCI Salvatore, assiduo frequentatore della loro abitazione. Anche tra il PILI ed il VINCI si verificano delle liti con reciproco scambio di insulti e pugni, sempre per le medesime ragioni, sino a quando il giovane e la sua famiglia si trasferiscono altrove ed i due interrompono i rapporti. Dopo due anni circa, rientrato con la famiglia a Villacidro, egli riprende i rapporti con la Barbarina e viene da lei a conoscenza di essere sposata con il VINCI Salvatore, di aver avuto un figlio al quale, nel suo ricordo, ha dato il nome di Antonio. I loro incontri, che diventano sempre più frequenti, avvengono nei pressi di un casello ferroviario ed in altri luoghi, di volta in volta fissati.
La STERI racconta al PILI di essere stata obbligata e costretta a sposare il VINCI Salvatore per una serie di motivi, tra cui quello di essere rimasta incinta, di subire maltrattamenti continui anche con pugni al viso, da parte del suo marito, che è sua intenzione lasciare. Nonostante la relazione sia ormai di dominio pubblico, e gli inviti del PILI ad allentare gli incontri, la STERI, senza darsi per vinta, perché innamorata del giovane, continua a coltivarla senza preoccuparsi delle botte e minacce ricevute.

La descrizione fatta da Pili del comportamento sia del padre sia del fratello della Steri contribuirono a convincere Torrisi che entrambi avevano, se non aiutato, certamente “coperto” Salvatore Vinci, che avrebbe avuto nel desiderio di vendicarsi – lavando così l’onta dell’umiliazione subita di fronte a tutto il paese – la motivazione del delitto.

Rilettura degli atti. A una rilettura della documentazione dell’epoca, a Torrisi molti elementi parvero non quadrare affatto nello scenario di un suicidio, a partire dal racconto del marito riguardo il suo rientro in casa, di ritorno da una serata trascorsa in compagnia del fratello di lei, Salvatore Steri.

Notai che il finestrino della porta era semi-aperto ed assicurato internamente con un semplice chiavistello in legno girevole, per cui con una leggera spinta lo aprii e varcai l'ingresso. Accesi la luce e notai, insolitamente, la culla contenente il mio bambino vicino al caminetto privo di fuoco, mentre intravedevo dalla fessura della porta, che accede alla camera da letto, sulla parte inferiore la luce della lampadina. Rimasi completamente sconvolto precipitandomi alla porta della camera da letto per chiamare mia moglie. Bussai una sola volta e chiamai Barbarina, ma non ebbi nessuna risposta; pensai immediatamente che mia moglie fosse in compagnia dell'amante e così mi precipitai all'esterno della casa, temendo di essere aggredito. Nel raggiungere il cortile mi sembra di aver sentito una voce sconosciuta e, maggiormente convinto che mia moglie fosse con la compagnia anzidetta allungai il passo fuggendo per raggiungere quanto prima la casa di mio cognato.

Dunque, a suo dire, Vinci non si sarebbe accorto subito che la camera in cui si trovava la moglie era satura di gas – eppure la porta non era a tenuta ermetica, notò Torrisi, e l’odore sarebbe dovuto filtrare –, ma, immaginando la presenza anche dell’amante, per paura di un’aggressione sarebbe corso a chiamare il cognato (vedi), tornando poi indietro con lui e il suocero (vedi). Ma ancora i tre, pur avvertendo odore di gas e immaginando il peggio, non erano entrati subito nella camera, preferendo il padre della ragazza cercare prima l’assistenza di un vicino di casa, Francesco Usula (vedi).
Il comportamento di Vinci che va a chiedere aiuto impaurito dalla possibile presenza dell’amante della moglie parve a Torrisi poco plausibile:

Ora, secondo tale versione pare possibile un comportamento del genere, che vede un tipo particolarmente aggressivo come il VINCI, addirittura darsela a gambe per paura che l'amante, oltre che a "trombare" la propria moglie quasi sotto i suoi occhi, possa pure aggredirlo, proprio come secondo il noto proverbio "cornuto e bastonato", senza almeno verificare personalmente, guardando attraverso la fessura della porta, dato che la luce è accesa?

Ma anche il successivo svolgimento dei fatti raccontato dai tre congiunti della vittima non tornava molto, per il militare.

Il comportamento tenuto nella circostanza da VINCI Salvatore, STERI Salvatore e STERI Francesco, rispettivamente marito, fratello e padre della vittima, secondo le dichiarazioni a suo tempo da loro rese è atipico, impacciato, intempestivo, denota nel modo di muoversi incostanza, insicurezza, incertezza, già ancor prima che venga scoperta la morte della congiunta.
Essi, infatti, più che adoperarsi con slancio istintivo a soccorrere la Barbarina, si preoccupano solamente di farsi assistere nelle varie operazioni dal vicino di casa USULA Francesco, perché sia buon testimone della loro viva sorpresa, allontanando così i sospetti nei loro confronti.

Bisogna dire che la tesi di Torrisi che vede addirittura la complicità del padre appare fin troppo forzata, come del resto tutta la sua impostazione iper colpevolista, ma non è questo il momento di discuterne. In ogni caso elementi di sospetto il militare né trovò molti altri, che qui non possiamo esaminare tutti; vediamo i principali, a cominciare da un indizio che tenderebbe a far escludere una volontà suicida della donna.

[…] dal comportamento della donna antecedente alla sua morte non si rileva alcuna volontà o proposito suicida, anzi tutto il contrario, in quanto essa manifesta la volontà di separarsi dal marito ed allontanarsi da casa per essere assunta come donna di fatica – portandosi anche il bambino – presso un brefotrofio di Cagliari, come si rileva da una lettera rinvenuta in casa, a lei indirizzata, in cui le si comunica che proprio il 15 gennaio, cioè il giorno dopo, essa può presentarsi presso il predetto Istituto, per iniziare il suo rapporto di lavoro.

E poi il bambino, collocato sì nella stanza attigua dentro la propria culla, ma comunque a rischio di fare la stessa fine della madre.

I rischi che avrebbe potuto correre il bambino per la propagazione del gas, sono così evidenti che, appunto per le precauzioni con il trasferimento nella stanza attigua, acquistano il significato della preordinazione ad opera di terze persone e non istinto materno di protezione di chi prima di togliersi la vita si assicura che la sua creatura non corra pericoli di sorta, come il gesto vuol far credere.
Non vi è dubbio che, qualora il gas fosse effettivamente fuoruscito dalla bombola, posta nella camera da letto, oltre a rendere saturo l'ambiente stesso, si sarebbe certamente propagato, attraverso le ampie fessure della porta – come si rileva nella descrizione di detta porta nel verbale di sopralluogo – nella stanza ove trovavasi la culla con il bambino.

Ulteriori perplessità derivavano dalla questione della bombola di gas, che pareva essere stata vuota quando la Steri era rimasta sola, dopo l’uscita del marito (qui il verbale del vicino di casa Raimondo Steri, dal quale la donna si era recata due volte a scaldare il latte per il figlioletto).

Quanto alla bombola posta nella cucina dell'abitazione, come si rileva delle dichiarazioni del marito, essa è esaurita, tanto che lo stesso, non appena rientrato in casa, verso le ore 17,00 del giorno prima, consuma una merenda di ravanelli, cardi e pane che scalda accendendo il fuoco a legna, mentre la moglie si reca nell'abitazione del padrone e vicino di casa STERI Raimondo, a scaldare il latte per il bambino.
In effetti, come riferisce lo stesso STERI Raimondo, che è al corrente dei continui litigi tra i due coniugi, la donna è venuta ben due volte nella sua abitazione a riscaldare il latte per il bambino la sera precedente, la prima volta verso le ore 18,00 e la seconda volta verso le ore 21,00. In questa seconda circostanza la donna ha avuto un po' di fave ed un piatto di minestrone di pasta e fagioli che ha consumato sul posto, ivi intrattenendosi per circa mezz'ora. […]
È necessario, quindi, chiedersi da dove possa provenire la bombola "Liquigas" rinvenuta nella camera da letto, circostanza che non risulta sia stata verificata all'epoca presso i distributori del paese. Quindi, non si ritiene possibile che dopo le 21,30, questa è pressappoco l'ora di rientro in casa della donna proveniente dall'abitazione dello STERI Raimondo, questa abbia potuto procurarsi un'altra bombola piena, dal momento che in quell'orario tutti gli esercizi pubblici erano chiusi.

Insomma, Rotella e Torrisi sospettavano che Vinci avesse ucciso la moglie, o infilandole la canna del gas in gola, oppure soffocandola con un cuscino o anche stringendola al collo – nella descrizione del cadavere rilasciata dal medico legale in effetti comparivano dei leggeri segni sul collo – per inscenare poi un finto suicidio. Le porte, in apparenza chiuse dall’interno, con qualche accortezza potevano essere state chiuse anche dall’esterno: quella della camera da letto accostando i due battenti dopo aver fatto uscire la serratura, quella della casa armeggiando attraverso lo spioncino.

L’alibi.  Secondo Torrisi, se Vinci aveva ucciso la moglie, il fratello di lei era stato come minimo connivente fornendogli un alibi. Dal verbale di Salvatore Steri del 19 gennaio 1960 (vedi):

Alle ore 11,30 del 14 andante mi portai a casa di mia sorella Steri Barbarina assieme a mio cognato Vinci Salvatore ed un parente di Pabillonis. Giunti a casa mio cognato ordinò alla moglie di preparare il pranzo però costei rispose che doveva recarsi a casa dei genitori e così fece. Alle ore 14 circa raggiungemmo la mia abitazione dove trovammo mia sorella e consumammo un po’ di cibo. Mio cognato uscì di casa mentre io mi misi a letto fino alle ore 17 circa allorquando si ripresentò il Vinci. Ci trattenemmo così circa un'ora andando assieme a casa di mio cognato dove ci raggiunse subito mia sorella.
Mia sorella si portò subito in casa di Steri Raimondo per scaldare il latte al bambino ed allo stesso tempo tutti e tre consumammo una merenda basata su pane, cardi e ravanelli. Verso le ore 20 io e mio e cognata uscimmo di casa quando mia sorella pronunciò la seguente frase: "DELINQUENTE. CHE GIUDIZIO DI UOMO DA SPOSATO AI A RITORNARTENE FUORI DOPO AVER TRASCORSO L'INTERA SERATA A DIPORTO", e così dicendo noi ci allontanammo. Rimanemmo a diporto in paese fino alle ore 22,30 circa andando a finire nel bar di Cadoni Amerigo dove ci trattenemmo fino alle ore 23,45 circa consumando un bicchierino e giocando a dama.
Nelle vicinanze di detto bar salutai mio cognato ed ognuno se ne andò a casa. Quand'ero già a letto, e dopo 15 minuti circa, sono stato chiamato da mio cognato il quale mi riferiva che sua moglie non lo faceva entrare a casa sollecitando così il mio intervento e quello di mio padre.

C’è da dire che l’alibi di Vinci dalle 22:30 in poi era stato confermato con grande sicurezza dal proprietario del bar, Amerigo Cadoni. Dal relativo verbale del 15 gennaio 1960 (vedi):

Effettivamente alle ore 22,30 circa del giorno 14 andante si presentavano nel mio esercizio di bevande alcoliche, posto in questa via S. Antonio n. 45, i nominati Vinci Salvatore e suo cognato STERI Salvatore, i quali si misero a giocare a dama fino alle ore 23,30-23,45 circa. Dopo di che i due consumavano due bicchierini di anice e uscivano dal mio esercizio. Ricordo perfettamente l’ora di cui sopra, se anche approssimativa, poiché mi riporto alle trasmissioni televisive; infatti i due entravano nell'esercizio subito dopo che ha avuto termine "Campanile Sera" ed uscivano al termine del "Telegiornale della notte" che proprio quella sera terminò verso le 23,30.

Anche considerando padre e fratello della donna suoi complici, quindi mendaci su termini e orari del loro intervento, sarebbe stato materialmente impossibile per Vinci compiere un delitto così articolato dopo l’uscita dal bar, poiché il vicino di casa Francesco Usula era intervenuto troppo presto, a mezzanotte e 20. Rimaneva quindi la sola possibilità che l’individuo avesse potuto uccidere la moglie tra le 21:30, momento in cui lei era uscita dalla casa del vicino, e le 22:30, quando lui era entrato nel bar Cadoni. Si trattava di una finestra temporale ristrettissima, alla quale però Torrisi e Rotella si attaccarono cercando di far cadere l’alibi che per essa Vinci aveva ricevuto dal cognato.
Il 10 ottobre 1985 Salvatore Steri venne interrogato a Villacidro dal pubblico ministero Adolfo Izzo con l’assistenza di Torrisi e Congiu. L’individuo fornì un particolare inedito sulla prima parte della serata trascorsa con Vinci, affermando che questi si era separato da lui per una decina di minuti recandosi a ordinare una bombola di gas, come gli aveva raccomandato la moglie. Dopo aver ricevuto, come anche Vinci, una comunicazione giudiziaria, il 9 novembre fu Steri stesso a farsi interrogare – questa volta da Rotella – in presenza del proprio avvocato, introducendo una novità ulteriore: prima di entrare nel bar Cadoni, i due si erano fermati nella sala biliardi di Pasqualino Collu, dove comunque non si sarebbero persi di vista se non per pochi minuti. Infine il 22 novembre Steri cambiò versione, affermando
  • di non essere in grado di precisare se il VINCI era entrato con lui nella sala dei biliardi ed in ogni caso di non essere in grado assolutamente di dire che cosa abbia fatto il VINCI durante tutto il periodo in cui si è intrattenuto nella sala, perché concentrato a seguire il giuoco;
  • di non poter escludere che per tale periodo, o per una parte di esso, il VINCI si sia allontanato dal locale o addirittura non ci sia neanche entrato;
  • di non ricordarsi se dalla sala biliardo siano usciti insieme, né quando, né come si siano incontrati.

Lo stralcio. Il sospetto cambio di versione dell’impaurito Salvatore Steri fu probabilmente il maggior risultato conseguito dagli inquirenti fiorentini nelle loro indagini volte a dimostrare l’omicidio di Barbarina Steri. In effetti poco altro uscì fuori, come ci si poteva attendere per fatti avvenuti a distanza ormai di un quarto di secolo. L’interrogatorio di Francesco Usula fornì, oltre a inediti particolari sulla scena del crimine – in alcuni casi però palesemente inverosimili –, la conferma che in paese si mormorava di un omicidio compiuto dal marito, al quale non sarebbe stato estraneo il fratello, e di rapporti omosessuali tra i due. Le sorelle affermarono che anche in famiglia si sospettava di Vinci, marito violento e manesco, mentre Barbarina non aveva mai manifestato l’intenzione di uccidersi, ma piuttosto quella di separarsi. Le intercettazioni telefoniche disposte sulle utenze di due sorelle e della madre evidenziarono la paura di quest’ultima per i guai che avrebbe potuto passare il figlio Salvatore, della cui innocenza non pareva poi così sicura.
Nell’intento di capire qualcosa in più sulle circostanze del decesso, il 7 gennaio 1986 fu commissionata una perizia a un esperto di Bologna, Maurizio Fallani, che però non riesumò il cadavere, operazione inutile dopo tanto tempo, limitandosi a esaminare gli atti. Naturalmente non ci si potevano attendere grandi risultati, in ogni modo “la perizia dimostrava quanto pareva evidente, e cioè l'incongruità degli accertamenti medico-legali”. In altre parole: non si riuscì a dimostrare l’omicidio, come del resto ci si poteva aspettare, ma soltanto a mettere in evidenza l’inaffidabilità degli accertamenti che all’epoca avevano portato alla sua esclusione.
Intanto su Salvatore Vinci andavano avanti anche le altre indagini, quelle che lo vedevano sospettato per il delitto del 1968 e per i successivi attribuiti al Mostro di Firenze, ma senza risultati, se non una ennesima versione di Stefano Mele che, stimolato da un nuovo soggiorno in galera, lo aveva aggregato al piccolo commando composto da sé stesso, il fratello e i due cognati.
Alla fine dei conti di tutto il materiale raccolto da Rotella e Torrisi il più valido parve senz’altro quello sulla sospetta morte di Barbarina Steri, l’unico con il quale si poteva sperare di condurre Vinci in giudizio. Venne deciso quindi uno stralcio dei relativi atti, che, con sentenza di Rotella del 4 giugno 1986, vennero trasmessi ai magistrati di Cagliari, competenti per territorio.
A prendere in mano il caso furono il giudice istruttore Luigi Lombardini e il pubblico ministero Enrico Altieri, che dimostrarono totale sintonia con i colleghi di Firenze, e anche una soprendente celerità nel prendere una decisione importantissima: infatti, con un documento (vedi) nel quale veniva accolto in pieno il punto di vista di Rotella e Torrisi, il 10 giugno Lombardini spiccò mandato di cattura contro Salvatore Vinci, che il giorno dopo venne condotto nel carcere di Tempio Pausania (appena in tempo, secondo alcuni, per scongiurare un nuovo duplice omicidio del Mostro, che in effetti quell’estate non colpì).
Alla chiusura dell’inchiesta formale, procrastinata fino al massimo dei due anni consentiti, il 24 novembre 1987 la procura chiese all’ufficio istruzione il rinvio a giudizio di Salvatore Vinci e il non luogo a procedere per Salvatore Steri (vedi) – al quale evidentemente la presa di distanza dal destino del vecchio amico aveva portato assai bene – entrambi accolti dalla sentenza di Lombardini del successivo 10 dicembre (vedi). Per gli inquirenti fiorentini si trattò di una grande vittoria, un passo necessario nella dimostrazione del teorema in base al quale l’origine di tutto andava ricercata in quel lontano fatto di sangue; un risultato negativo avrebbe compromesso il teorema stesso, mentre invece una condanna li avrebbe senz’altro favoriti nel portare avanti le accuse sui delitti delle coppie.
Ma da un rinvio a giudizio a una condanna la strada era tutt’altro che semplice da percorrere.

Il processo. In un aula del tribunale di Cagliari, il 12 aprile 1988 prese il via l’atteso processo: Carlo Piana presidente, Mario Biddau giudice a latere, quattro donne e due uomini giudici non togati, Enrico Altieri pubblico ministero, Giuseppe Madia (foro di Roma) e Aldo Marongiu (foro di Cagliari) avvocati difensori. I due principali quotidiani di Firenze, “La Nazione” e “La Città” dedicarono molti servizi all’evento, dai quali è agevole ricostruirne la cronistoria (le due raccolte sono scaricabili in formato pdf qui e qui; è il caso di dare un'occhiata anche ai servizi della “Stampa”, qui, e dell' “Unità”, qui).
Fin dalla vigilia il clima si preannunciò bollente. Aldo Marongiu aveva il dente avvelenato contro “un certo modo di fare giustizia” e in particolare proprio contro Altieri, che alla fine del 1981 lo aveva fatto arrestare e tenuto in carcere per quasi due anni con gravissime accuse – associazione per delinquere, spaccio di stupefacenti e omicidio di un collega – nell’ambito di un’indagine clamorosa e sgangherata, un vero e proprio precedente del “caso Tortora”. In un’intervista uscita su “La Città” dello stesso 12 aprile 1988 così Marongiu si scaldava i muscoli:

Quello su Salvatore Vinci è un processo indegno, basato su congetture e illazioni. Non è degno neppure di essere chiamato un processo indiziario. […] siamo di fronte ad una clamorosa montatura, ad uno scempio giudiziario che grida vendetta.
Inserire il rapporto firmato dal colonnello dei carabinieri Nunziato Torrisi nel fascicolo sulla morte di Barbarina Steri è un espediente processuale scorretto. Si tratta di un rapporto basato su suggestioni e non su prove. E come tale mira a suggestionare i giudici popolari, indicando Salvatore Vinci come un pericolosissimo criminale: il mostro di Firenze che nel Sessanta gettò proprio a Villacidro i germi della sua futura follia.
[…] non esistono prove contro Salvatore Vinci. Leggendo gli atti del processo sulla morte di Barbarina Steri e il rapporto dei carabinieri sui duplici delitti attribuiti al mostro di Firenze si intravede l’esigenza di trovare un colpevole qualsiasi esso sia, per acquietare la coscienza di molti.

Marongiu sapeva bene come il punto debole dell’intero impianto accusatorio fosse proprio il collegamento con la vicenda del Mostro, per un’imputazione nascosta verso la quale conveniva dirigere il tiro attaccandola frontalmente. Nel medesimo giorno su “La Nazione”:

È vero, è un processo su cui gravano davvero delle ombre, ma non con i significati che i mezzi d’informazione hanno voluto dargli. Io non lo so, e per ora non mi interessa saperlo, se Vinci ha qualcosa a che fare con i delitti di Firenze. Io sono solo convinto che non è un omicida ma che è stato arrestato e accusato di aver ucciso la moglie per ottenere il risultato di un’altra indagine.
Ritengo che lo abbiano messo in carcere con la segreta speranza di scoprire un qualche suo coinvolgimento nella orribile catena dei delitti del mostro. Insomma, si è cercato di dare corpo alle ombre e allora è stato preconfezionato questo processo… Vedremo però con quali risultati.

Con le manette ai polsi per una condanna in corso, comparve in aula anche Antonio Vinci, il figlio di Salvatore e Barbarina, l’allora bambino di undici mesi piangente nella culla mentre la madre moriva nella stanza accanto. Pare che fosse stato su sua richiesta, anche se poi, avendone facoltà come congiunto, evitò di deporre.
Durante le cinque udienze del breve processo sia Salvatore Vinci sia i suoi difensori non sbagliarono nulla. Alla prima Marongiu e Madia misero subito le mani avanti, dichiarando con piglio severo che non avrebbero accettato alcuna intrusione delle vicende fiorentine nel procedimento in atto. Dal punto di vista formale una precisazione inutile, visto che nei capi d’imputazione non si parlava affatto di quelle vicende, nei fatti un modo per stigmatizzare “le ombre” che gravavano sul processo. Nel frattempo l’imputato faceva la propria parte accettando di rispondere ai giornalisti che attorniavano la sua gabbia, piacevolmente sorpresi di come il presunto Mostro non si fosse tirato indietro di fronte a nessuna domanda, arrivando a chiedere addirittura la loro collaborazione. Poi rispose con arguzia e sicurezza alle contestazioni del pubblico ministero, affermando di non aver avuto motivi per uccidere Barbarina, moglie fedele e madre affettuosa, ed esprimendo la convinzione che Antonio Pili avesse cercato di ricattarla con la vicenda delle foto scabrose. L’imputato uscì di gran lunga vincitore dai confronti sia con il presidente sia con il pubblico ministero, dimostrando un carisma che piacque ai cronisti in aula. Nulla poterono contro di lui i successivi racconti delle tre cognate sui maltrattamenti subiti dalla sorella e sui sospetti di omicidio sussurrati in famiglia.
Nella seconda udienza, il 13 aprile, il testimone più significativo fu Antonio Pili, il grande amore giovanile e poi amante, la cui deposizione suscitò molti dubbi. Dalle pur stringate cronache giornalistiche si desume che la relazione non era stata per nulla idilliaca come aveva voluto fra credere Pili a Torrisi (dalla “Nazione” del 14 aprile: “Poi vengono ricordati squallidi contorni di questa misera relazione, rimproveri che Barbarina muove all'amante il quale pare le chieda rapporti tali da suscitare non solo delusione ma anche sdegno nella giovane innamorata”).
Si venne anche a sapere dell’esistenza di un biglietto di rimprovero scritto dalla poveretta all’amante; dalla “Città”:

Si è parlato di una lettera scritta dalla Barbarina e persa in un campo proprio quella sera di novembre. Una missiva in cui Barbara lo accusava di aver tenuto un atteggiamento scorretto «appartenente alla sfera sessuale».
«Non ricordo quella lettera» ha detto subito Pili; poi ha quasi ammesso, quando si è accorto che il foglio a quadretti era allegato agli atti del processo. Come non ricordare la lettera di una innamorata morta suicida? Ancora ombre, reticenze, omissioni gravano sul processo.

La notizia intaccò non poco l’immagine di ragazzino innamorato che risultava dal rapporto Torrisi; Pili parve piuttosto un piccolo playboy di paese, che per di più se ne andava in giro con una pistola in tasca. E non era una pistola qualsiasi, ma una Beretta analoga a quella del Mostro; senz’altro una semplice coincidenza, però il fatto impressionò non poco. Riguardo le voci di un rapporto particolare tra Salvatore Vinci e il cognato Salvatore Steri, Pili smentì decisamente di averle riferite in sede d’interrogatorio, attribuendone la presenza nei verbali alle suggestioni ricevute dall’autorità giudiziaria.
E infine non lasciò una buona impressione neppure Gesuino Pilleri, il fotografo dilettante che aveva sorpreso Barbarina con Antonio Pili; dalla “Nazione”:

È la volta poi di un altro personaggio da prendere con le molle. Gesuino Pilleri, l‘appassionato di fotografia che nel dicembre ’59, non si sa su mandato di chi, avrebbe fotografato i due amanti, Barbarina e Antonello, colti in flagrante atteggiamento intimo nella campagna di Villacidro.
«Ma di questa fotografia io non ricordo assolutamente niente», inizia il testimone.
È troppo facile dire di non ricordare, lo ammonisce il presidente. Quella fotografia ha un'importanza determinante perché è ad essa, la prova dello scandalo, che si deve collegare la morte violenta di Barbarina Steri, sia che si sia suicidata per la vergogna, sia che sia stata uccisa dal marito per vendicare l’onore.
«Sì, signor presidente – dice allora Pilleri – sono d'accordo con quello che dice, ma io di questo non ricordo più niente. Mi sono fatto il lavaggio del cervello».

In chiusura di udienza si cercò di ottenere la testimonianza di Salvatore Steri. Essendo stato prosciolto in istruttoria nell’ambito del medesimo procedimento giudiziario, a rigore l’uomo non avrebbe potuto deporre, ma con un espediente tecnico fu fatto accomodare lo stesso sul banco dei testimoni; inutilmente, però, poiché rifiutò di rispondere, com’era suo diritto. E dunque anche la seconda udienza si concluse nettamente a favore dell’imputato, che, sicuro di sé come non mai, fin dalla mattina aveva platealmente sollecitato il confronto con Stefano Mele, rilanciando sulla precedente richiesta del pubblico ministero e trovando favorevole il presidente.

Un disastro per l’accusa. Il terzo giorno, 14 aprile, tutti aspettavano Mele, ma al suo posto arrivò un telegramma nel quale l’ometto annunciava l’impossibilità a comparire per problemi di salute. Non mancarono comunque le emozioni, con l’ombra del Mostro entrata prepotentemente in aula assieme al segugio che più l’aveva inseguita – o si era illuso d’inseguirla – braccando l’imputato: il colonnello dei carabinieri Nunziato Torrisi. Ecco come presentò l’inizio della sua deposizione “La Città” del 15 aprile:

Baldanzoso, impettito, riposato, ben vestito, il colonnello Nunziato Torrisi è entrato in aula alle 10 precise. L’udienza è iniziata dunque con un forte ritardo. Dov’era l’ufficiale? “Si è intrattenuto con il giudice istruttore Lombardini, forse per esigenze istruttorie”, ha suggerito furbescamente Marongiu in aula, per stigmatizzare un comportamento che, a suo dire, non era un esempio di limpidezza.
Con voce stentorea, il colonnello ha iniziato a recitare un brano di deposizione che con cura aveva preparato precedentemente. “Ci parli della personalità di Salvatore Vinci – ha chiesto il presidente – che cosa avete accertato?”. “Dai nostri accertamenti posso dire che la personalità di Vinci è molto complessa”. “Si limiti ai dati, colonnello, non dia giudizi” è stato l’ammonimento.

Incalzato sul contenuto del suo rapporto giudiziario, non soltanto dalla difesa, ma anche dal presidente, Torrisi tentennò più volte, e alla fine non convinse nessuno. L’elenco delle perversioni sessuali dell’imputato e il racconto di episodi scabrosi osservati durante i controlli non parvero attinenti al processo, come è logico; tantomeno il sequestro di vibratori e ortaggi custoditi sopra l’armadio della camera da letto, per i quali Vinci commentò arguto con i giornalisti: “Se a uno gli piace fare l’amore sull’armadio, questo significa che è il mostro? Ci sono infinite sfumature nell’amore, mille persone fanno l’amore in mille modi diversi”.
Per Torrisi non andò bene neppure con gli argomenti più legati alla vicenda in corso di giudizio. Come quando Marongiu gli chiese se era stata controllata l’autenticità della lettera con la quale un brefotrofio di Cagliari confermava ospitalità e lavoro a Barbarina Steri. No, non era stata controllata, e quell’istituto non si trovava più, quindi quella lettera piena d’errori di grammatica poteva essere stata scritta da qualcuno che voleva incastrare l’imputato. Altro clamoroso inciampo su una presunta telefonata di Salvatore Steri del 14 agosto 1985, attraverso la quale si voleva dimostrare come i presunti complici si tenessero ancora in contatto dopo tanti anni. Era sicuro il colonnello si fosse trattato proprio di Salvatore Steri? No, non era sicuro, la parola “cognato” intesa tra le altre glielo aveva fatto credere, e Vinci prese la palla al balzo, dichiarando di avere un altro cognato, Antonio Steri, che lo chiamava spesso e lo andava anche a trovare.
Con la disastrosa deposizione di Torrisi il pubblico ministero assisté attonito al naufragio completo della parte più importante del proprio impianto accusatorio, e nulla trovò di meglio che cercare la sospensione del processo richiedendo una perizia psichiatrica, allo scopo di chiarire le presunte devianze sessuali dell’imputato. Il presidente si riservò di decidere.
Dopo Torrisi fu la volta di Maria Luigia Tibet, la madre della Steri, che si era costituita parte civile ma non aveva voluto presenziare al processo, lasciandosi infine convincere per almeno una breve deposizione. Tutti si commossero al disperato balbettare della fragile vecchina, mentre inframezzava parole in italiano ad altre in dialetto stretto, dicendo che sì, in casa avevano sempre avuto dei sospetti riguardo la morte della figlia, lui la maltrattava, e Barbarina soffriva molto.
Intanto il presidente aveva richiesto un controllo sulle condizioni di salute di Stefano Mele, risultate idonee. Ne fu quindi disposto l’accompagnamento coatto per il lunedì successivo, 18 aprile, giorno al quale fu rimandata la ripresa del processo.
Già duramente provato dalle precedenti, in un crescendo di clamorose sorprese nella quarta udienza l’impianto accusatorio ricevette il colpo di grazia. All’inizio la scena fu tutta di Stefano Mele, dal quale si attendevano chiarimenti sulle famose confidenze ricevute da Vinci, a ben vedere il vero punto d’origine di tutto il procedimento giudiziario. “Quando ha sentito dell’omicidio di Barbarina Steri?”, chiese il presidente. Senza raccogliere, rispose Mele: “Me l’ha raccontato lui. Abitava da sei mesi con me. Mi disse che era successa la disgrazia della moglie. Era morta con il gas”. E ancora: “Lei disse di aver scoperto che Salvatore aveva ucciso sua moglie”, “Me lo disse lui che era morta con il gas”. Insomma, che facesse il finto tonto, o che lo fosse davvero, Stefano Mele non confermò per nulla le velate accuse di un tempo, nonostante il presidente avesse cercato di stimolarlo in tutti i modi. D’altra parte le voci che Vinci avesse ucciso la moglie avevano sempre girato a Villacidro, e ci sarebbe da stupirsi molto se non avessero varcato il mar Tirreno assieme a lui. Alla fine, sotto lo sguardo perplesso degli astanti, Stefano Mele se ne andò portandosi dietro vent’anni di misteri.
Uscito Mele, Altieri formalizzò la sua richiesta di perizia psichiatrica, ma dopo un’ora di camera di consiglio la corte gli rispose picche: non c’era nessun elemento per sottoporre Vinci a perizia. A quel punto si assistette alla seconda sconcertante sorpresa: l’unico avvocato di parte civile, Vittorio Figari, chiese la parola e annunciò il proprio ritiro dal processo: “Dopo amara riflessione con la mia cliente, Maria Luigia Tibet, non presento le mie conclusioni, rinuncio alla parte civile”. Come in una valanga dalle proporzioni sempre più catastrofiche, subito dopo arrivò il terzo colpo di scena, con anche il pubblico ministero Altieri che rinunciò alle proprie conclusioni: “Se dovessi svolgere la requisitoria, se dovessi concludere ribadirei la mia convinzione sulla colpevolezza dell’imputato per l’omicidio della moglie, ma non concludo e insisto per la tesi subordinata della perizia psichiatrica”. Probabilmente mai era accaduto che un rappresentante dell’accusa non pronunciasse la propria requisitoria, evitando così di esercitare un’azione penale cui invece sarebbe stato obbligato. “I nostri nemici fuggono. Queste sono le conseguenze di un processo montato su un’impalcatura pretestuosa e miope, anche da parte degli inquirenti fiorentini, che hanno tentato di capovolgere le indagini di 28 anni fa”, tuonò Giuseppe Madia durante la propria arringa, con la quale si chiuse quell’incredibile quarta udienza.
Il giorno dopo, 19 aprile, fu il momento di Aldo Marongiu. Nel suo breve discorso, meno di un’ora, fu particolarmente severo con il rapporto Torrisi, definito “un capolavoro d’insipienza”, e con l’autore, un uomo “compiaciuto dei particolari scabrosi”. Con intelligenza utilizzò i risultati della perizia Fallani volgendoli a favore dell’imputato, poiché il professore non aveva affatto escluso la possibilità di un suicidio, posto in via ipotetica sullo stesso piano di un omicidio: infilandosi la canna del gas in bocca Barbarina Steri sarebbe potuta riuscire a darsi la morte da sola. In più quella stessa perizia aveva collocato l’ora della morte a dopo le 24, in un orario in cui il marito non avrebbe fatto in tempo a portare a termine la complessa operazione. Ma il piccolo grande avvocato sapeva bene che per l’omicidio della moglie ormai nessuno avrebbe più condannato Salvatore Vinci, mentre il vero pericolo erano i sospetti per la vicenda del Mostro, e contro quelli diresse i suoi strali:

Voi giudici e noi avvocati della difesa abbiamo fatto il possibile per evitare che questo processo a Salvatore Vinci diventasse un processo al mostro di Firenze. Ma altri con trucchetti e inghippi vari hanno introdotto in questo dibattimento circostanze estranee alla morte di Barbarina e di fatto si è avuta la sensazione che si volesse addirittura anticipare un processo sommario contro Vinci visto nella prospettiva del maniaco omicida delle coppiette. Ma il grimaldello processuale non ha funzionato anche dando corpo alle ombre non si è riusciti a raggiungere l’obiettivo recondito dell’accusa: dimostrare che Salvatore Vinci ha una capacità a delinquere, è un assassino. Il che avrebbe fatto da trampolino da cui spiccare il salto per arrivare ad altre conclusioni.

Al termine dell’arringa la corte entrò in camera di consiglio, dove, in due ore e mezza, prese la decisione che tutti si aspettavano: “Assolto perché il fatto non sussiste”. Quindi non soltanto niente condanna, che sarebbe stato davvero difficile pretendere vista l'assoluta mancanza di qualsiasi prova in tal senso, ma neppure assoluzione per insufficienza di prove, che avrebbe almeno lasciato la porta aperta a ulteriori possibili sviluppi; per i giudici di Cagliari la povera Barbarina Steri si era uccisa.
Con incredibile prontezza, quello stesso giorno Enrico Altieri presentò richiesta d’appello, che il 16 dicembre successivo la Corte d’Assise respinse in modo irrevocabile, rendendo definitiva l’assoluzione di Salvatore Vinci per la morte della moglie.

Segue