giovedì 31 dicembre 2015

Skizzen Brunnen (2)


Abbiamo dunque visto quanto bassa fosse la probabilità che il 2 giugno 1992, in casa del presunto mostro Pietro Pacciani, potesse venir sequestrato un qualsiasi blocco da disegno appartenuto a Horst Meyer. È molto, molto più facile che Pacciani avesse trovato il noto “Skizzen Brunnen” da qualche parte, magari proprio nella discarica di S.Anna dove disse lui. A poco valgono, infatti, le considerazioni del primo giudice sull’incompatibilità del manufatto, vecchio ma ancora in buono stato, con una lunga esposizione all’aperto, se non a dimostrare ancora una volta la sua ottusa vena colpevolista. È ragionevole immaginare frequenti visite di Pacciani a quella discarica, quindi non è improbabile un adocchiamento precoce del blocco, che per di più avrebbe potuto essere protetto da altri oggetti che lo sovrastavano o contenuto all’interno di una busta.
Anche il fatto che il blocco non venisse commercializzato in Italia vuol dire poco: la Toscana è piena di stranieri appassionati d’arte, non è difficile che qualcuno di loro si fosse portato dietro quel pregiato tipo di blocchi da casa propria. Guarda caso nella stanza del noto personaggio che alloggiava in una villa a lungo perquisita, il pittore svizzero Claude Falbriand, sarebbe stato trovato un blocco analogo.  
Ma se lo “Skizzen Brunnen” di Pacciani proveniva proprio dal negozio Prelle-Shop di Osnabruck, avremmo quantomeno una coincidenza altamente sospetta. Per il giudice di primo grado le perizie calligrafiche avevano dimostrato in modo inequivocabile che i due numeri a matita trovati in quarta di copertina erano stati scritti da due impiegate del Prelle-Shop, il “424” dalla signora Lohman e il “4,60” dalla signora Stellmacher. Il secondo giudice fu meno benevolo verso i risultati della perizia, però mostrò di credere alla Stellmacher, che aveva riconosciuto la propria grafia senza apprezzabili esitazioni. E quindi, per sminuire l’indizio, dette questa spiegazione:

Dunque, il primo quesito può risolversi nel senso che il blocco fu acquistato probabilmente nel negozio Prelle-Shop di Osnabruck, ed in data antecedente a quella dell'omicidio del Meyer e del suo amico Rusch: conclusione la cui possibile valenza indiziaria va comunque commisurata al fatto che Osnabruck è una città di circa 163.000 abitanti, sede di istituti universitari e del più volte citato Istituto Superiore di Progettazione e Disegno, ed al fatto che il negozio Prelle-Shop è un grande negozio su tre piani con grande smercio quotidiano.

Ma di quell’articolo il Prelle-Shop vendeva pochi esemplari, secondo la Stellmacher da tre a cinque a settimana, e a giudicare dalle fatture di cui stiamo per dire anche meno, quindi la spiegazione di Ferri è molto poco convincente. Piuttosto c’è da chiedersi quale affidabilità possa venire riconosciuta a perizie condotte su scritte così brevi, e quale credito possa essere concesso a un’impiegata fin troppo felice di rendersi utile, come era la Stellmacher. 
Ma per ora continuiamo a parlare di probabilità, spostandoci più indietro nel tempo rispetto al post precedente, al momento in cui Horst Meyer avrebbe acquistato il blocco al Prelle-Shop. Ragioniamo sul prezzo di vendita, 4 marchi e 60: a quando risaliva quel valore? Il titolare del negozio, signor Vesterholt, era riuscito a rintracciare alcune fatture d’acquisto degli anni 1982-1984 nelle quali compariva anche il medesimo blocco sequestrato a Pacciani (misura 17x24 cm). Il prezzo del 1982 era di 5,90 marchi, e la valutazione fornita dal signor Vesterholt fu che il prezzo di 4,60 veniva praticato nel 1980-1981. Ma un esame delle fatture porta a conclusioni differenti.
Come si può vedere qui, accanto a ogni riga di articolo, direttamente sulle fatture del fornitore, veniva sempre riportato il prezzo di vendita al pubblico, ottenuto applicando a quello d’acquisto un fattore moltiplicativo attorno a 2,4, quindi con una percentuale di ricarico del 140%. Il prezzo di vendita segnato sulla fattura del maggio 1982, 5,90 marchi, era salito a 6,20 in quella dell’agosto 1983 e a 6,40 nella successiva dell’ottobre, rimanendo invariato fino all’ultima dell’ottobre 1984. Si può notare un andamento più o meno proporzionale a quello dell’inflazione, negli anni ‘80 piuttosto alta anche in Germania (vedi). Nel 1982 si era avuto un valore del 5,3%, con un aumento teorico del prezzo del blocco da 5,90 a 6,21 nel 1983 (reale 6,20). Nel 1983 l’inflazione era stata del 3,3%, e il prezzo teorico nel 1984 avrebbe dovuto essere 6,41 (reale 6,40). Questa regola empirica è importante perché ci consente di ipotizzare l’anno nel quale il prezzo del blocco avrebbe potuto collocarsi attorno ai 4,60 marchi, andando a ritroso con partenza dal valore noto 5,90 riportato nella fattura del maggio 1982. Si suppone naturalmente che la percentuale di ricarico sia sempre rimasta di circa 140%.

Anno
Prezzo
Inflazione

Prezzo anno
successivo
1983
6,20
3,3%
6,40
1982
5,90
5,3%
6,20
1981
5,55
6,3%
5,90
1980
5,26
5,4%
5,55
1979
5,05
4,1%
5,26
1978
4,91
2,7%
5,05
1977
4,73
3,7%
4,91
1976
4,53
4,3%
4,73

Come si vede, per ottenere un prezzo attorno ai 4,60 marchi è necessario scendere agli anni 1976-1977, e questo fatto abbassa enormemente la probabilità che il blocco fosse stato acquistato da Horst Meyer. Per quale motivo, infatti, il ragazzo avrebbe dovuto tenerlo da parte per sei-sette anni fino a decidere di usarlo proprio a ridosso del suo ultimo sfortunato viaggio? Alla catena di eventi improbabili che abbiamo esaminato nel post precedente, va aggiunto anche questo, con ulteriore e drastico abbattimento della probabilità finale. Per di più Horst aveva frequentato la scuola di grafica di Osnabruck soltanto a partire dal 1980, come riporta la sentenza di secondo grado (“questi dal 1980-1981 al 1983 aveva frequentato una scuola di disegno e grafica”; si noti che la valutazione dell’anno di vendita fornita dal compiacente signor Vesterholt era stata, non certo a caso, proprio 1980-1981). Si dovrebbe quindi ipotizzare che la passione del ragazzo per il disegno fosse precedente, il che è ragionevole, ma soprattutto che si fosse recato apposta a Osnabruck, distante poco più di 30 km da Lemforde, il suo paese, per acquistare album da disegno nel negozio Prelle-Shop: ancora un fatto improbabile da concatenare ai precedenti.
Ma ad assestare un colpo ancora più pesante alla credibilità dello “Skizzen Brunnen” come prova contro Pacciani è un'altra delle conseguenze dovute alla retrodatazione del suo acquisto: la signora Lohman aveva lavorato nel reparto articoli da disegno del Prelle-Shop soltanto a partire dal 1980; lo riporta la sentenza di primo grado (“Lohmann KJenner Marina, infine, affermava che, avendo lavorato presso la Prelle Shop nel settore articoli da disegno nel periodo dal 1980 al 1987…”) . Quindi non poteva essere stata lei a scrivere il numero “424” sulla quarta di copertina, come invece avevano stabilito le perizie calligrafiche. In questo modo cade una delle due colonne portanti che avevano consentito di associare il blocco al negozio Prelle-Shop.

Nel quadro che si è andato delineando, bisogna purtroppo prendere atto della mancanza di affidabilità della testimone Heidemarie Meyer, arrivando alla medesima conclusione cui giunse il giudice di secondo grado. Come si legge nella relativa sentenza, nei primi contatti telefonici con l’autorità giudiziaria del suo paese (14 e 15 giugno 1992), riguardo il fatto che il fratello usasse blocchi Brunnen per i suoi disegni, Heidemarie non aveva fornito certezze, dichiarando: "potrebbe aver comprato analoghi blocchi da disegno di marca BRUNNEN ad Osnabruck, nei seguenti negozi: Heintzmann, Prelle-Shop". Ma una settimana dopo, davanti a Perugini che era corso a interrogarla, il condizionale era sparito; anzi, suo fratello li usava spessissimo quei blocchi, e li aveva consigliati anche a lei, che pure si dilettava di disegno, per la loro ottima qualità. Scrisse Francesco Ferri:

È quindi evidente che, nel breve intervallo temporale fra i primi due contatti semplicemente telefonici e l'esame a verbale, qualcuno o qualcosa sollecitò energicamente la memoria della Meyer Heidemarie, sì che ricordi incerti e generici divennero certi e precisi, ed al punto che la giovane esibì e mise a disposizione degli Ufficiali di Polizia italiani un altro blocco "SKIZZEN BRUNNEN" più grande, asserendo che fosse stato acquistato dal fratello: laddove è certo, per le ragioni che si specificheranno in seguito, che esso fosse stato acquistato dopo la morte di Horst.

In effetti Heidemarie consegnò a Perugini un blocco più grande dello stesso tipo, a suo dire acquistato da Horst e da lei utilizzato e conservato per ricordo. Ma su di esso era segnato un prezzo di 10,20 marchi, mentre, a quanto risulta dalle medesime fatture esaminate in precedenza, nell’ottobre 1983 uno "Skizzen Brunnen" di quella dimensione veniva venduto a un prezzo minore, 10 marchi. Dunque il blocco non poteva essere stato acquistato da Horst, almeno non al Prelle-Shop, e molto probabilmente la sorella aveva mentito. Il che getta ombre inquietanti anche su tutte le altre sue affermazioni, tantoché viene da dubitare che il fratello avesse mai usato blocchi Brunnen. È infatti inevitabile chiedersi il perché la donna non avesse mai esibito un disegno realizzato da Horst su carta di quel tipo, potendo così ottenere un effetto gigantesco sulla valenza della prova: possibile che non fosse riuscita a rintracciarne neppure uno, considerato che, a suo dire, il ragazzo riempiva tantissimi di quei fogli?
D’altra parte è difficile immaginare quale possa essere l’angoscia dei familiari delle vittime di omicidi quando il responsabile non viene arrestato. Non che il dolore possa attenuarsi, ma certo, il disporre di una figura sulla quale riversare il proprio legittimo risentimento aiuta a farsene una ragione. Ben si comprende quindi come sia facile che essi pendano dalle labbra dell’autorità giudiziaria, attaccandosi in modo per forza acritico a chi da questa viene presentato come colpevole, e che non si tirino indietro se viene chiesto loro di dare una mano. Nel caso di Heidemarie e del padre, lasciati soli per anni nel doloroso ricordo di un congiunto ucciso senza motivo in un paese straniero, la comparsa improvvisa di poliziotti italiani che finalmente e con sicurezza indicavano loro un colpevole, e non si comprende per quale motivo avrebbero dovuto dubitarne, fa capire il perché si fossero messi fin troppo a disposizione. Qualsiasi persona interessata alla giustizia vera non può che guardare con raccapriccio a questo episodio, raccontato più volte da Perugini (qui in un’intervista a Repubblica del 17 gennaio 1993):

Di una scena non mi scorderò mai. A giugno andammo in Germania per mostrare ai parenti di due delle vittime del maniaco alcuni oggetti trovati a casa di Pacciani. Il vecchio Meyer, padre di Horst ucciso con l'amico in un bosco, capì che potevamo farcela. Mi abbracciò, ancora sento le sue braccia intorno al collo.

In casi come questo è evidente che il bisogno dell’uno di trovare giustizia e dell’altro di darla possono facilmente portare all’accanimento sulla persona sbagliata. E allora la vittima diventa, suo malgrado e per responsabilità non certo sua ma di chi glielo permette, un aguzzino, finendo anche per dimenticare che per un innocente in carcere c’è quasi sempre un colpevole fuori.

1 commento:

  1. E qui assistiamo all'ennesimo risultato del peccato originale del modo di procedere degli inquirenti italiani, almeno a quei tempi: l'assenza dei rappresentanti della controparte durante l'assunzione delle prove testimoniali. A partire dagli interrogatori di Stefano Mele per i quali non mi risulta (correggetemi se sbaglio) che fosse presente un avvocato seppure di ufficio. Alla fine tutta l'indagine si avviò sul binario più facile che fu quello di ritenere inequivocabilmente colpevole il marito della vittima nonostante i ragionevoli dubbi e di chiudere le indagini dopo pochi giorni con i bei risultati che conosciamo. Forse se fosse stato presente un avvocato quell'indagine avrebbe preso in considerazione molti altri aspetti e svelato altri coinvolgimenti rimasti irrimediabilmente nell'ombra, dato che Stefano Mele sembrava ragionevolmente essere stato presente sul luogo del delitto, ma non appare essere stato l'esecutore materiale. Non voglio essere retorico, ma forse gli inquirenti avrebbero avuto ben altri elementi su cui meditare nel corso delle indagini successive.

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