martedì 26 gennaio 2016

L'ombra nera (1)

Se Michele Giuttari in “Confesso che ho indagato” definisce erroneamente “dubitativa“ l’assoluzione di Francesco Calamandrei, Giuliano Mignini, nella propria requisitoria per il caso Narducci, più prudentemente usa il termine “attenuata”. In ogni caso è chiaro l’interesse d'entrambi a sminuire in qualche modo la portata della decisione del giudice De Luca. E più che sull’uso del comma 2 art. 530, in entrambi i casi il tentativo si appoggia a un passaggio della sentenza dove si parla di “un’ombra nera” che sarebbe rimasta a macchiare il proscioglimento di Calamandrei. Scrive Mignini (dalla sentenza Micheli):

A pag. 201 il GUP osserva che le molteplici e reiterate conferme della presenza del NARDUCCI a San Casciano e della sua frequentazione della farmacia CALAMANDREI, comportano “un’ombra nera… nei suoi confronti”, perché il CALAMANDREI ha inspiegabilmente e pervicacemente negato questa conoscenza. A p. 207 della sentenza il GUP aggiunge: “Le modalità della morte del NARDUCCI, e ciò che ne è seguito, alla luce di quanto risulta realmente emerso sulla persona e sui suoi contatti a San Casciano, e non di mere congetture, portano effettivamente un’ombra di sospetto sul CALAMANDREI, il quale, avendo sempre serbato nel presente procedimento un atteggiamento di assoluto riserbo… solo in tale ambito ha negato decisamente qualsiasi sua conoscenza con detto personaggio” e più avanti, a p. 209: “L’unica, vera ombra è rappresentata… dalla vicenda ‘NARDUCCI’, del quale comunque sono stati affermati la frequentazione di San Casciano e il rapporto col CALAMANDREI” (..).

A pagina 361 del proprio libro Giuttari riprende quasi alla lettera il passo precedente, il che, per inciso, dimostra la tutt'ora perfetta intesa tra magistrato ed ex superpoliziotto:

A p. 201, il gup osserva che le molteplici e reiterate conferme della presenza di Narducci a San Casciano e della sua frequentazione della farmacia Calamandrei comportano “un’ombra nera… nei suoi confronti”, perché Calamandrei ha inspiegabilmente e pervicacemente negato questa conoscenza.
E oltre, a p. 207, aggiunge: “Le modalità della morte del Narducci, e ciò che ne è seguito, alla luce di quanto risulta realmente emerso sulla persona e sui suoi contatti a San Casciano, e non di mere congetture, portano effettivamente un'ombra di sospetto sul Calamandrei, il quale, avendo sempre serbato nel presente procedimento un atteggiamento di assoluto riserbo… solo in tale ambito ha negato decisamente qualsiasi sua conoscenza con detto personaggio”.
E ancora oltre, a p. 209: “L’unica vera ombra è rappresentata… dalla vicenda Narducci, del quale comunque sono stati affermati la frequentazione di San Casciano e il rapporto col Calamandrei”.

In effetti in sentenza De Luca sembra rimanere dubbioso di fronte all’ostinazione con cui Calamandrei aveva sempre negato la conoscenza di Narducci, quando invece vari testimoni avevano sostenuto il contrario. Va però precisato che la locuzione “ombra nera”, che sembra evocare chissà quali contesti esoterici, risulta più un’arguzia del giudice che altro, poiché fa parte della frase “se ciò comporta un sospetto, anzi un'ombra nera (tanto per rimanere in tema di magia, esoterismo e cose affini...)”, quando “magia, esoterismo e cose affini” erano stati del tutto esclusi dall’insieme degli elementi rilevanti. Ma soprattutto sia Mignini sia Giuttari omettono di citare altri passi significativi che la sentenza dedica all’argomento, come il seguente:

D'altra parte sul conto del medico di Perugia, che pur risulta essere stato investigato in tutti i modi e in due diverse indagini, poi riunite, non è emerso quantomeno allo stato un suo coinvolgimento con i fatti per cui è causa, al più risultando coinvolto in qualche rapporto sessuale con prostitute della zona di S. Casciano e Firenze ed essendo stato avvistato (sia pur con non pochi dubbi e non da tutte le pp.ii.ff. sentite nella lunga indagine) nella zona.
Anche qui appare un sillogismo secondo cui  […] poiché il prevenuto ha dichiarato di non aver mai conosciuto Narducci ed essendo invece quest'ultimo “legato” a San Casciano, non poteva costui non avere responsabilità gravissime negli omicidi. Tuttavia, non essendo emerso alcun serio riscontro che leghi il Narducci al gruppo degli “intellettuali”, anche tale ipotesi appare quale sospetto o indizio ma non si spinge oltre detta soglia e non può di certo costituire, quindi, conferma dell'assunto accusatorio.

Se è vero che De Luca prese atto dell’esistenza di testimoni che avevano dichiarato d’aver visto assieme Narducci e Calamandrei, “sia pur con non pochi dubbi”, e del fatto che quest’ultimo non aveva voluto confermare la frequentazione, giudicò però sbagliato ritenere ciò una prova a favore dell’accusa, poiché non era stato dimostrato il coinvolgimento di Narducci nelle vicende fiorentine. Il ragionamento sarebbe stato ripetuto dalla sentenza Micheli, ma in modo speculare. Mignini, infatti, nell’ombra nera concessa da De Luca aveva cercato sostegno alla propria tesi di un coinvolgimento di Narducci nei delitti del Mostro. Così Micheli rintuzzò il tentativo (Tizio = Calamandrei, Caio = Narducci):

Il ragionamento è: a carico di Tizio ho nulla o quasi, per dire che sia (o abbia avuto a che fare con) il “mostro di Firenze”; Tizio ha negato di aver mai conosciuto Caio, ma qualcuno sostiene che invece erano amici per la pelle; se avessi la certezza che Caio era rimasto coinvolto in quei delitti, potrei ricavarne un indizio significativo anche su Tizio. L’ultimo step non è tuttavia percorribile, perciò si ritorna da dove si era partiti, vale a dire al nulla o quasi.
A questo punto, non è corretto affermare, come fa invece il P.M. perugino, che l’inciso della motivazione su quell’ombra di sospetto valga a dimostrare ulteriormente la serietà dell’impianto accusatorio che contempla il Narducci nella posizione di Caio; perché anche a carico del Caio menzionato nell’esempio, secondo l’estensore della sentenza, c’è un nulla o quasi, a sua volta impossibile da riempire con quanto acquisito nei confronti di Tizio.

Quindi, per entrambi i giudici, poiché sia su Narducci sia su Calamandrei non erano stati trovati indizi significativi di un loro qualsivoglia coinvolgimento nei delitti del Mostro, neppure la loro eventuale reciproca conoscenza poteva qualificarsi come indizio significativo. Nondimeno appare comunque bizzarro che un personaggio aristocratico come Narducci si fosse preso la briga di frequentare Calamandrei e in generale l’ambiente di San Casciano (addirittura Vanni, Lotti, Ghiribelli e compagnia bella) senza un valido motivo. Piuttosto ci sarebbe da ragionare sull’affidabilità dei testimoni che avevano raccontato di quelle frequentazioni. Quanto credito si poteva dar loro? Davvero poco, anzi, nessuno. La maggior parte aveva riconosciuto Narducci in qualche vecchia foto, dichiarando d’averlo visto vent’anni prima, una volta o poco più, senza aver saputo chi fosse. Ma il metodo con il quale erano avvenuti tali riconoscimenti non dava alcuna garanzia. Anche dando per scontata la buona fede dei testimoni (ma per qualcuno di loro il dubbio s’impone), è ragionevole ritenere che nell’associare l’immagine di Narducci a un ricordo così lontano nel tempo doveva aver pesato più che altro il desiderio di non scontentare gli investigatori. È anche vero che con un paio di loro il personaggio si sarebbe qualificato con il proprio nome, ma vedremo quanto poco credibili furono i loro racconti.
Per il momento concentriamoci sulla testimonianza di Marzia Pellecchia, la prima (4 febbraio 2003) e di gran lunga più loquace di tre prostitute interrogate da Giuttari. Le altre due erano Angiolina Giovagnoli, frequentata in modo assiduo da Calamandrei, e Loredana Miniati. La Pellecchia dichiarò d’aver partecipato per tre volte, all’incirca nel 1982, a festini a base di sesso in una casa malmessa nelle campagne di San Casciano, presenti Vanni, Pacciani, Lotti, Gian Eugenio Jacchia, Calamandrei e Narducci, tutti riconosciuti tra le foto di un album che gli inquirenti le avevano mostrato. A introdurla nella lussuriosa combriccola sarebbe stata la Giovagnoli, presente a due degli incontri, mentre all’altro avrebbe partecipato la Miniati. Interrogata il 7 febbraio dopo aver subito una perquisizione domiciliare, la Giovagnoli ammise che Calamandrei era stato suo cliente abituale, ma affermò con decisione che i loro incontri erano sempre avvenuti a Firenze, e che lei non si era mai recata a San Casciano e non aveva mai partecipato ad alcun festino, smentendo quindi quanto affermato dalla Pellecchia.
Il giorno dopo le due donne furono messe a confronto, ma continuarono a portare avanti ognuna la propria versione, fino a quando la Giovagnoli concesse alla Pellecchia un formale beneficio del dubbio:

E quindi rimangono tutte e due sulle loro posizioni e la Giovagnoli concede alla Pellecchia solo quella frase “se lo dice lei sarà vero”, negando, però, la sua frequentazione nella casa di San Casciano insieme alla Pellecchia, tanto che concludeva: “Confermo le dichiarazioni fatte a verbale, ma le feste non me le ricordo.”

Fu sentita anche Loredana Miniati, che si mostrò risoluta nel negare ogni coinvolgimento, anche davanti alla Pellecchia con la quale fu messa a confronto.
A dire il vero i festini descritti dalla Pellecchia non sembrava avessero nulla a che fare con le cerimonie esoteriche ricercate dagli inquirenti, non contemplando né rituali satanici né uso di feticci. Neppure vi si consumavano droghe, al massimo qualche bel bicchiere di quello buono, bevuto in gruppo per scaldare l’ambiente licenzioso e danzereccio, dopodichè ognuno si ritirava nella propria stanza in allegra compagnia. In ogni caso è legittimo esprimere seri dubbi sui racconti della donna. Innanzitutto le sue colleghe l’avevano smentita, anche la Giovagnoli, il cui beneficio del dubbio sa tanto di un modo per chiuderla lì e non aver più rotture di scatole. Poi non sembra per nulla affidabile il riconoscimento dei partecipanti ai festini, tra cui assume particolare rilevanza quello di Francesco Narducci, poiché, se confermato, darebbe prova di sue frequentazioni fiorentine, non necessariamente legate alla vicenda del Mostro ma comunque allarmanti, visto il contesto. È il caso quindi di approfondire, facendo prima alcune considerazioni di principio, valide anche per molte altre testimonianze che via via dovremo esaminare.
Una semplice ricerca su Google con la frase “riconoscimento fotografico” porta a numerosi articoli giurisprudenziali che mettono in guardia sull’affidabilità di tale mezzo di prova. Ad esempio qui:

La giurisprudenza e la dottrina di common low interessate da tempo al fenomeno dell’individuazione (sia fotografica che tramite line up) e da decenni impegnate ad isolarne le criticità con lo scopo di limitarne la fallacia, hanno sottolineato come l’85% delle sentenze di condanna fondate sui riconoscimenti dei testimoni oculari siano state poi riformate in appello (Domenico Carponi Schittar, 2012) e come il riconoscimento fotografico sia uno dei mezzi di prova meno attendibili e si trovi all’ultimo posto nella scala di attendibilità probatoria dovendo trovare soltanto nelle esigenze investigative il presupposto per la loro esecuzione mirato esclusivamente alle finalità proprie della fase preliminare (V. in Giurisprudenza la Sentenza Corte di Assise di Milano n. 16/2007 del 26 novembre 2007 richiamata anche da Luisella de Cataldo Neuburger, 2008).

Riconoscere una persona in foto è spesso molto difficile anche in condizioni ottimali: avvistamento non troppo remoto e disponibilità di più scatti a colori, contemporanei all’avvistamento stesso, sia della figura intera sia del volto. L’affidabilità del riconoscimento cala in modo esponenziale via via che ci si allontana da queste condizioni, come nel caso di Marzia Pellecchia dove esse erano estrememamente sfavorevoli. La donna, infatti, avrebbe visto Narducci per due volte vent’anni prima, nel 1982, e per riconoscerlo aveva avuto a disposizione soltanto due foto che sarebbe stata una gran bella fortuna se fossero risalite proprio a quell’anno.
Ma c’è di più. Prove condotte con la metodologia ben più affidabile del line up (persone in carne e ossa messe una accanto all’altra) dove mancava il soggetto da riconoscere, hanno dimostrato che addirittura nei tre quarti dei casi il testimone ne sceglie uno comunque, indirizzandosi su quello a suo giudizio più somigliante, poichè teme di deludere i propri interlocutori. Il rapporto che si crea tra testimone e interlocutore è di rilevanza enorme per i risultati della prova: più il secondo dà l’impressione d’esser sicuro che in mezzo agli individui mostrati ci sia anche quello visto dal primo, più il primo sarà portato a dare in ogni caso una risposta positiva.
Nel riconoscimento fotografico si aggiungono i possibili inquinamenti dovuti alle modalità con le quali le foto vengono sottoposte al testimone. A dire il vero esistono delle metodologie stabilite dalla legge, obbligatorie però soltanto in dibattimento e non in fase di indagini preliminari, dove vengono lasciate alla sensibilità del poliziotto o del magistrato, della quale è lecito diffidare anche nel caso di professionisti seri. Purtroppo l’ansia di aggiungere una conferma alle proprie tesi costituisce una tentazione irresistibile, per di più in un contesto dove manca qualsiasi garanzia per i sospettati, il cui avvocato non è presente. Già il giudice Ferri aveva evidenziato il problema:

Ai testi italiani, poi (ad esempio Bevilacqua e Iacovacci), sono state mostrate, a distanza di 7-9 anni dall'omicidio dei francesi, foto del Pacciani da sole e non assieme alle foto di altri individui, sì da provocare analogo sforzo di adattamento dei testi alle aspettative degli inquirenti.

Il semplice buonsenso suggerisce che per limitare i falsi riconoscimenti come minimo sarebbe opportuno inserire la foto del sospettato in mezzo a una serie di altre neutre. Ebbene, vediamo come si presentava l’album fotografico mostrato alla Pellecchia. A quanto si riesce a ricostruire dalla sentenza De Luca esso conteneva 16 foto, delle quali le prime 13 erano, in sequenza, quelle di: Pacciani, Vanni, Lotti, Faggi, Salvatore Vinci, Calamandrei, Francesco Vinci, Giulio Zucconi, Francesco Verdino (il mago Manolito), Narducci, ancora Calamandrei, ancora Narducci, Jacchia. Come si vede, in coda a sei effigi ben note di individui implicati nella vicenda erano state inserite quelle di cinque sospettati. Se Marzia Pellecchia covava l’intenzione di assecondare le aspettative degli inquirenti, come sembra del tutto pacifico, in quel modo fu messa senz’altro nelle condizioni ideali per metterla in pratica. Avrebbe sostenuto lo stesso di aver visto ai festini il personaggio corrispondente alla foto di Narducci se questa fosse stata inserita in mezzo a cinque o sei altre neutre?
Per di più di Narducci avevano già iniziato a circolare foto sulla stampa, come fa giustamente notare la sentenza Micheli:

Un’altra considerazione, che non riguarda soltanto il contributo della Pellecchia, va invece esposta a proposito della ricognizione fotografica: l’epoca dell’assunzione di informazioni è infatti successiva rispetto al clamore giornalistico (notevole in Umbria, ma non trascurabile neppure in Toscana) delle vicende connesse alla riesumazione del cadavere ed alle possibili implicazioni del gastroenterologo con i delitti del “mostro”. Dunque di foto del Narducci, sulla stampa e in TV, se n’erano viste parecchie: con la conseguenza che è lecito nutrire dubbi sul fatto che si tratti di ricognizioni assolutamente genuine.

Ad alimentare i dubbi sulla genuinità del riconoscimento c’è anche la sua evoluzione nel tempo. Dalla sentenza De Luca, dove si commenta il primo interrogatorio della Pellecchia (4 febbraio 2003) reso di fronte alla Polizia:

Poi le veniva mostrata la foto n. 8, corrispondente al Narducci, e la Pellecchia riferiva: “Sono incerta.”
E a domanda: “Incerta in che senso?”
“Incerta in dove lo posso aver visto.”
”Ma lei è sicura di averlo visto?”
”Sì, può anche darsi che lo abbia visto, non sono sicura però.”
“E che cosa le dice? Qual’è il ricordo?”
“Una persona di buone maniere, molto raffinata, di buona educazione.”
Poi a pag. 48 si parlava della foto n. 8. “Le sembra…”
“Potrebbe essere anche questo, però non ne sono sicura. Mi disse: sono dottore.”
Si trattava sempre del Narducci. […]
Poi si passava alla foto n. 11 (corrispondente ancora al Narducci).
“E questo l’ho visto a San Casciano.”
E a precisa domanda: “Ah. È sicura di questo?”, la Pellecchia replicava:
“Sì, sì, questo sì.”
“Se lo ricorda bene? Le disse chi era questo signore?”
“No, no.”
“Le disse che lavoro faceva?”
“No, no. Era venuto in macchina, poteva essere un industriale.”

Come si vede l’incertezza regnava sovrana. Ma tre giorni dopo la Pellecchia fu interrogata di nuovo, non è ben chiaro per quale motivo. Fatto sta che nell’occasione la sua memoria parve essersi risvegliata, poiché il personaggio che in una foto non era sicura di aver visto, e che comunque le avrebbe detto di essere un dottore, e nell’altra aveva riconosciuto ma che le era parso un industriale, diventò un “medico di Prato” con cui avrebbe consumato un amplesso “brutale”. Su di lui le vennero in mente anche molte altre informazioni, come si legge nella sentenza Micheli:

era più giovane di tutti gli altri uomini… vestiva elegantemente;… in particolare ricordo che portava una catena a maglie larghe con una medaglia; lo stesso parlava correttamente l’italiano senza inflessione particolare;… aveva un fisico sportivo, alto circa 1.80, capelli chiari… parlava più degli altri dei viaggi che aveva fatto. Lo sentii parlare della Thailandia ed anche di sport acquatici.

Si tratta di caratteristiche sorprendentemente ben compatibili con Francesco Narducci, compresa la collana a maglie larghe, i viaggi in Thailandia e gli sport acquatici. Ci sono però un paio di obbligatorie considerazioni da fare. La prima: è pensabile che dopo vent’anni e chissà quanti uomini la Pellecchia potesse ricordare particolari così precisi su una persona che aveva incontrato due volte? Proviamo pure a supporre di sì. Ma allora, se l’individuo riconosciuto per Narducci le era rimasto così impresso, perché non lo aveva descritto già la prima volta, anche mantenendo i dubbi sulla foto?
Appare del tutto evidente come la testimone, nei tre giorni d’intervallo tra il primo e il secondo interrogatorio, si fosse fatta in quattro per andare incontro alle aspettative di chi la doveva reinterrogare, magari dopo essere stata congedata con qualche inconsapevole suggerimento e la raccomandazione a pensarci bene su. Possibili conversazioni con amiche più informate di lei o anche la lettura di qualcuno dei numerosi articoli che già allora erano stati scritti su Narducci poteva senz'altro averla aiutata. Vale la pena accennare al fatto che il medesimo risveglio nei suoi ricordi si sarebbe manifestato anche per Gian Eugenio Jacchia, davanti alla cui foto il 4 aveva detto “anche questo mi pare, ma non son sicura, non lo so”, mentre il 7 affermò che sulla sua presenza ai festini avrebbe potuto “metterci la mano sul fuoco”, e che si trattava di “un tipo proprio strano, vizioso, nel senso di pervertito” cui “piaceva farsi toccare nelle parti intime”. Insomma, si può immaginare che quando poi a interrogarla fu la volta del PM, il 13, l’originario racconto assai fumoso si era trasformato in un insieme di fantasiose certezze.
Riguardo il riconoscimento di Calamandrei, dato per sicuro dall’accusa al futuro processo, è bene precisare che fu particolarmente nebuloso, tanto da poterlo considerare inesistente. Davanti alla prima di due foto la donna affermò che lo aveva visto, forse a San Casciano forse nell’appartamento di Firenze dove si prostituiva, ma “fosse l’anno scorso andrei sul sicuro, foto di vent’anni fa potrebbe essere, l’ho già dettto”, mentre davanti alla seconda disse: “A me non mi pare di averlo visto in nessun posto”. E a domanda se il nome le diceva qualcosa, la risposta fu: “No, non saprei […] Io non lo conosco questo Francesco Calamandrei.
Alle perplessità fin qui evidenziate se ne aggiunge un’altra riguardante la casa dove sarebbero avvenuti i festini, a parere di chi scrive decisiva per squalificare l’intera testimonianza. Dopo qualche cenno nel primo interrogatorio, nel secondo la Pellecchia l’aveva descritta con sorprendente dovizia di particolari, sia all’interno sia all’esterno, indicando nel redivivo Giovanni Faggi il probabile proprietario. Naturalmente il ritrovare quella casa avrebbe costituito uno splendido risultato per le indagini, un punto di partenza per chissà quali ulteriori sviluppi. Peccato che la teste non si ricordava affatto come arrivarci: il 26 febbraio fu scarrozzata avanti e indietro per San Casciano e dintorni, ma non fu in grado di ritrovare alcuna casa, al contrario di quanto avrebbe affermato Mignini (dalla sentenza Micheli): 

La casa nella quale si svolgevano i “festini” di cui ha parlato la PELLECCHIA è stata dalla stessa riconosciuta come quella ubicata in una zona tra San Casciano e Mercatale, contraddistinta col n. 4/a, vicina a villa CORSINI.

Nella sentenza De Luca vengono raccontate le modalità di questo presunto riconoscimento, che non appare affatto confermato:

Si tornava indietro e si proseguiva in direzione di quest'ultima, si proseguiva in direzione di San Casciano. Passato il paese, si svoltava verso Mercatale. Raggiunta la via Grevigiana, la strada sterrata, la imboccavamo, e la signora Pellecchia esclamava: “La strada per arrivare alla casa era uguale a questa". Continuando a percorrerla, siamo arrivati a due costruzioni. Qui la Pellecchia dichiarava di riconoscere la casa contraddistinta dal numero civico 4/A come molto simile alla casa dove aveva effettuato i festini a luci rosse. Inoltre esclamava: ”Lo spiazzale era questo”, riferendosi all'aia e al muretto che la delimita, ricordando che il piazzale era fatto di pietre. Si rappresenta che continuando a percorrere detta strada, questà si interrompe davanti al cancello della villa dei Corsini. 
Per meglio vedere il luogo e la casa si scendeva dall’auto e, recatasi nella parte ove la donna diceva trovarsi l’entrata, questa non vi era. Ma all’interno del porticato si è notata la presenza di una porta. Inoltre non ricordava la parte estrema della casa, che era fatta ad archi e stondata. Durante il ritorno, la Pellecchia ribadiva che sia la strada che la casa erano molto simili, però non era quella.

Serve altro per dimostrare che la donna si era inventata tutto?

5 commenti:

  1. Lavoro molto interessante Antonio, sono curioso di leggere le parti successive.

    RispondiElimina
  2. Davvero un lavoro encomiabile.
    SU FN però c'è da dire che all'indomani di Scopeti uyno dei poliziotti più bravi di Perugia era già sulle sue tracce il che mi fa pensare che qualcuno abbia fattoi una soffiata su di lui, qualcuno magari vicino all'ambiente della MAssoneria che frequentava; questo lo ha detto anche il PM crini al processo Calamandrei. Poi probabilmente per celare la fonte ha detto che è stato un medium a proporgli tale nome. Il maresciallo in questione ha detto che ricorda di aver perquisito un appartamento fuori Firenze ma che non fu rinvenuto niente. Il fatto che ci sia stato esito negativo non significa che FN non fosse addentro alla vicenda

    RispondiElimina
  3. Non esiste niente su Narducci nell'85, se non quando non tornò più con la barca... sono state usate le prime dichiarazioni del ex capo della squadra mobile di Pg Luigi Napoleoni, oramai anziano e confuso, ma che poi rivisitando gli elenchi di allora, ha ricostruito la storia a dovere,la perquisizione a Fi fu fatta su segnalazione di una donna, ma ad un tale Poli ...

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Le segnalo questo articolo http://quattrocosesulmostro.blogspot.com/2015/11/una-misteriosa-frattura-al-corno.html dove fornisco una semplice spiegazione alla misteriosa frattura al collo del povero Narducci sulla quale si è fin troppo fantasticato.

      Elimina
  4. Mai fidarsi solo di ciò che si legge sui giornali !

    RispondiElimina