giovedì 28 gennaio 2016

L'ombra nera (3)

Segue dalla seconda parte

A questo punto della storia si dovrebbe parlare dell’irrituale colloquio avvenuto in carcere tra Lorenzo Nesi e Mario Vanni, anzi, due, il 26 e il 30 giugno 2003. Ma si tratta di un tema che merita un suo spazio apposito, quindi per il momento basti dire che il povero vecchio, gravemente menomato da un’arteriosclerosi ormai galoppante (e certificata da varie perizie, l’ultima del 31 ottobre 2001, dove si confermava “l’accentuato decadimento mentale”), reagì ai tormenti del suo falso amico inventandosi la nota figura del “nero Ulisse”, a suo dire il vero Mostro, in realtà probabile adattamento di un personaggio visto in qualche telefilm poliziesco. Ma gli inquirenti presero la palla al balzo, e pochi giorni dopo, l’11 luglio, riconvocarono Gabriella Ghiribelli, trovando in lei la solita disponibilità a raccontare di tutto e di più.
Cominciamo col dire che su Narducci la donna rivide al rialzo le proprie precedenti dichiarazioni, ritagliandosi un ruolo da vera protagonista. Dalla sentenza Micheli:

L’ho conosciuto tramite Giancarlo, che gli parlò bene di me. Ricordo che erano i primi anni ‘80 ed io ero giovane e lui aveva grosso modo la mia età. Una volta siamo andati anche a mangiare fuori in compagnia della Nicoletti e del Lotti, andammo al ristorante “La Lampara” a Firenze, in via Nazionale […] ricordo di aver fatto sesso con il dottore di Perugia; questo aveva un comportamento ambiguo, nel senso che […] solo quando me lo appoggiava al sedere si eccitava. In quest’ultimo caso arrivava subito all’orgasmo. In tutto ho fatto sesso con lui 4 o 5 volte.

Tanto per completare il fantasioso racconto, si può aggiungere il dato del compenso ricevuto per ognuno dei quattro o cinque incontri: 300 mila lire. Si trattava di una cifra almeno dieci volte superiore a quanto la donna poteva pretendere all’epoca (attorno al 1980). Quindi non soltanto Narducci, cui certamente non mancavano le ammiratrici, si sarebbe accompagnato con una prostituta di bassissimo livello come lei era, ma le avrebbe anche pagato un compenso da squillo d’alto bordo!
In quell’interrogatorio la Ghiribelli parlò anche di Ulisse. Dalla sentenza De Luca:

In quegli anni (tra il 1980 ed il 1990) il mio amico Giancarlo Lotti mi riferiva della sua conoscenza con un uomo di colore di nazionalità italo americana. Quest’uomo viveva nella villa La Sfacciata. […]
Ho visto questo individuo dare soldi al Lotti. Queste somme erano costituite da svariate banconote da cento, credo che fossero qualche milione; credo che usava questi soldi per portare la nipote del Vanni al mare, o per andare con la Nicoletti Filippa a mangiare e a farci l’amore.

Un individuo di colore, dunque, avrebbe frequentato Villa la Sfacciata, ospite del medico svizzero, almeno secondo la Ghiribelli. Ci si deve chiedere però perché la donna non avesse riferito queste clamorose notizie negli interrogatori di quattro mesi prima. Si può solo pensare che fosse stata messa a conoscenza delle fresche dichiarazioni di Mario Vanni, alle quali si era agganciata sciorinando altre fantasiose invenzioni, prese però molto sul serio dagli inquirenti. Il 22 luglio riconobbe l’uomo di colore in foto: si trattava di Robert Parker, uno stilista gay americano morto nel 1995 di AIDS (quindi non suicidatosi), in qualche modo, non si sa bene quanto a torto e quanto a ragione, collegato a Villa la Sfacciata (sarebbe stato ospite di Reinecke, circostanza però tutt’altro che provata). Nella vicenda del Mostro era entrato marginalmente dopo l’omicidio del 1983, quando si era sospettato che una Fiat 126 bianca vista vicino al furgone fosse stata la sua.
Per irrobustire la nuova pista si riconvocarono anche Nesi e Pucci. Il 1° agosto fu la volta del re dei chiacchieroni, il quale era caduto dalle nuvole quando Vanni gli aveva parlato del nero Ulisse, ma di fronte alla foto del nero Parker non ebbe difficoltà a ritrovarne il ricordo in uno dei numerosissimi angoli nascosti della propria memoria, rammentandosi di averlo visto diverse volte alla solita trattoria Ponte Rotto assieme a Narducci e Lotti. Circostanza che tre giorni dopo fu confermata da Pucci, e ad abundantiam, poiché alla comitiva aggiunse il dermatologo Sertoli e l’ortopedico Jacchia e rivelò anche un argomento delle loro conversazioni: festini. Di fronte alla completa inaffidabilità di tali testimonianze non c’è da stupirsi se i titolari dell’esercizio – tra l’altro sottoposti persino a intercettazione telefonica, casomai fossero stati anche loro della congrega – ricordavano benissimo il cliente abituale Giancarlo Lotti, ma nessuno degli altri.
Tra i principali personaggi dell’inchiesta precedente chiamati a dare una mano mancava soltanto Filippa Nicoletti. La donna era sempre stata molto sulle sue, dicendo soltanto il minimo e soltanto quando si trovava costretta a dirlo, quindi non pare certo un caso se gli inquirenti andarono a cercarla per ultima. Il suo interrogatorio risale all’11 settembre (nella sentenza De Luca viene erroneamente indicato 11 marzo), quando venne messa di fronte alle dichiarazioni dell’amica-nemica Ghiribelli sulla cena a quattro con Lotti e Narducci al ristorante la Lampara di Firenze. La donna riconobbe Narducci in foto, raccontando (dalla sentenza Micheli):

Si trattava di una persona molto fine, elegante, che parlava bene e che non era di Firenze, ma non so dirvi di dove fosse. Lo vidi una sola volta alla trattoria di Via Nazionale, credo proprio “La Lampara”, e mangiai insieme a lui. Non ricordo se con noi ci fosse qualcun altro. È stata una cosa passeggera, mi sembra che si fosse presentato come un fotografo e che girava film. Non ricordo se ho avuto rapporti sessuali con lui, ma se c’era la Gabriella non mi ci faceva arrivare. Era sicuramente il 1981 (..). Non ricordo come si sia presentato, ma ho un vago ricordo del nome Giuseppe o Pino ed ho anche un vago ricordo che mi abbia detto che era calabrese, ma dal parlare non mi sembrava affatto. Si esprimeva in perfetto italiano e senza la cadenza tipica calabrese, che io conosco. Sicuramente non mi disse la verità. Ho però un ricordo che mi abbia detto che abitava a Prato e che faceva dei film e delle foto, tanto che mi propose se volessi andare con lui a farmi fare delle foto. Io rifiutai. Dopo di quella volta non lo rividi più.

Dell’attendibilità di un riconoscimento fotografico nelle condizioni in cui dovette avvenire quello di Narducci da parte della Nicoletti è già stato detto. Può anche darsi che tra i propri clienti di oltre vent’anni prima la donna ne avesse incontrato uno un po’ più raffinato dei soliti paesanotti cui era abituata, sedicente regista o fotografo che fosse, ma per identificarlo come Narducci sarebbe servito molto, molto di più di un’eventuale rassomiglianza con una foto. È inevitabile il sospetto che, di fronte ai fastidi del nuovo e imprevisto interrogatorio, la donna avesse preferito dimostrare massima disponibilità sulla sconosciuta figura del medico umbro, piuttosto che dover parlare del proprio protettore di un tempo, Salvatore Indovino, riguardo il quale era sempre stata molto abbottonata.
Per completare il quadro dei contributi dati dai protagonisti dell’inchiesta precedente bisogna tornare a Mario Vanni, il quale, come persona informata sui fatti e nella forma dell’incidente probatorio, venne interrogato dai pm Canessa e Crini il 28 dicembre 2004; l’intento era quello di chiarire i suoi rapporti con Francesco Calamandrei. Il pover’uomo rispose al bombardamento di domande in modo nebuloso e contraddittorio, spesso con dei semplici “mah”, dando l’impressione di non capire troppo bene quanto gli stava accadendo attorno. Eppure, a parere dei due PM, avrebbe fornito inedite e importanti informazioni, raccontando di aver frequentato assieme a Lotti e Pacciani la casa del farmacista, descritta con dovizia di particolari. E che cosa sarebbero andati a fare lì i tre Compagni di merende? Più volte sollecitato a fornire spiegazioni, Vanni continuò a ripetere il medesimo ritornello: “Eh, andavo a piglia’ le medicine, si parlava così, in amicizia, no? per la mi moglie, le medicine, la roba, le medicine per casa”. Il 14 gennaio successivo il vecchio ergastolano fu sottoposto a un ulteriore interrogatorio, questa volta in veste d’imputato. Si venne così a sapere che lui, Lotti, Pacciani, Calamandrei e addirittura Narducci avrebbero frequentato un numeroso gruppo di prostitute fiorentine, e sarebbero andati spesso a mangiare tutti assieme all’onnipresente trattoria Ponte Rotto.
Era trascorso un anno e mezzo dai vergognosi e inutili colloqui con Lorenzo Nesi, quindi, vista la natura degenerativa della malattia che lo affliggeva, si può immaginare che le già precarie condizioni mentali di Vanni si fossero ulteriormente aggravate. Ma per i PM le sue frasi esitanti, contraddittorie, confuse, valevano comunque oro, come avrebbe osservato il giudice De Luca prima di demolire il loro punto di vista.

Secondo l’assunto accusatorio gli argomenti trattati dal Vanni e cioè da un lato l’assidua frequentazione della casa di Calamandrei da parte di Vanni, Pacciani e Lotti, argomento prima sconosciuto, che aveva introdotto lui e, dall’altro, la frequentazione comune di prostitute su richiesta del Calamandrei avrebbero un’enorme importanza nell’economia del presente procedimento penale.
[…] a prescindere dalle condizioni mentali nelle quali versava il Vanni all’epoca […] tali circostanze risultano del tutto contraddittorie o, addirittura, smentite dalle risultanze processuali: per quel che concerne, infatti, la disposizione delle camere della casa del Calamandrei egli ha ripetuto al difensore dell'odierno imputato la medesima descrizione anche per quel che concerne altre abitazioni di maggiorenti del luogo sopra riferite, ed anche le risposte fornite in tali casi risultano del tutto analoghe, inframmezzate da ripetuti “uhm”, “bravo” ecc. come se gli andasse bene qualsiasi affermazione del suo contraddittore, anche la più illogica ed inverosimile.
Circa la frequentazione delle prostitute a Firenze basterà ricordare il passaggio della sua deposizione relativa al fatto che si sarebbero recati a Firenze addirittura a bordo di una fiammante “Ferrari" di colore rosso del Calamandrei per capire quale grado di affidabilità possa essere attribuita ad esse.
Ma v’è di più: la P.G. ha effettuato una meticolosa ricerca nelle vie indicate dal Vanni circa possibili abitazioni ove avrebbero prestato servizio le prostituite delle quali aveva riferito i nominativi, anche consultando ufficiali di P.G. in servizio all’epoca presso la Buon Costume della Questura di Firenze, con esito completamente negativo sia circa l'individuazione delle prostitute che delle abitazioni. La frequentazione comune da parte dell’odierno imputato unitamente al Pacciani, al Lotti e al Vanni della trattoria del “Ponte rotto”, gestita dal Matteuzzi è stata smentita, oltre che dal predetto, anche dal figlio, pure sottoposti, prima e subito dopo le loro deposizioni, ad intercettazioni telefoniche disposte d’urgenza dal P.M. e convalidate dal G.I.P.: costoro hanno chiarito che il Calamandrei frequentava il loro locale solo con le persone più in vista di S.Casciano e con il solo Vanni che faceva un po’ la “macchietta” intonando a fine pasto “faccetta nera” ed altre amenità, mentre non era mai stato insieme al Pacciani e al Lotti. Entrambi escludevano poi di aver mai visto nel locale la persona mostrata nell'album fotografico e corrispondente al Narducci.

Come si vede, bocciatura non avrebbe potuto essere più totale: per De Luca le parole di Mario Vanni erano soltanto farneticazioni prive di riscontri. Riguardo questi ultimi, la testimonianza dei gestori della trattoria Ponte Rotto, avvalorata per di più da intercettazioni telefoniche, risulta decisiva. In quel caso riscontro avrebbe dovuto esserci, poiché i gestori di ristoranti e simili conoscono benissimo i propri clienti, con i quali, per mestiere, cercano di scambiare almeno qualche frase. In effetti i Matteuzzi rammentavano le cene cui avevano partecipato Calamandrei e Vanni, con quest’ultimo che faceva il buffone, ma non c’erano né Lotti né Pacciani, e tantomeno Narducci.

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