domenica 12 giugno 2016

Una strana malattia

Ho già avuto modo di occuparmi del delitto di Signa, soprattutto nell’articolo “La scatola di cartucce”, dove ho elencato le principali ipotesi che vengono formulate per risolvere il mistero del passaggio della pistola. Secondo quella oggi forse più accreditata, non ci sarebbe stato alcun passaggio di pistola, poiché anche nel 1968 a Signa a uccidere sarebbe stato il Mostro e quindi Stefano Mele, i suoi familiari e i suoi rivali non avrebbero avuto nulla a che fare con quel delitto. Non la pensava in questo modo il giudice Mario Rotella, il quale, nell’ambito della cosiddetta “pista sarda”, sull’uccisione di Barbara Locci e Antonio Lo Bianco aveva indagato e ragionato a lungo, proponendosi non tanto di scoprirne l’autore o gli autori, quanto di trovare il serial killer che con la stessa pistola stava ancora uccidendo. Sappiamo bene che non lo trovò, e purtroppo proprio quel suo bisogno di fermarlo, del resto comprensibile, gli fece anche perdere il filo della vicenda di Signa, per la quale era invece arrivato a dei risultati molto interessanti, direi definitivi. Nella nota sentenza del 1989, pur ammettendo la propria sconfitta, Rotella ribadì però che in ogni caso il delitto di Signa era differente dagli altri.

Non è […] possibile ipotizzare la serie omicidiaria eliminando le differenze, vuoi trascurando talune variabili o forzandole in una spiegazione di comodo, vuoi creando costanti artificiali. È il modo più sicuro per allontanarsi dalla verità, per quanto quella che s'intravvede possa contrastare l'immagine maggiormente suggestiva che se ne sia fatta.
Per esempio, supponendo un solo esecutore in tutti i casi, dal 1974 in poi, non è possibile ipotizzare che fosse solo anche nel precedente del 1968. Può essere un'ipotesi di lavoro d'indagine di P.G., insomma di ricerca generica (v. la ricerca dell'origine della pistola — cfr.i volumi d'indagine agli atti), ma non può fondare alcun convincimento giurisdizionale in corso d'istruttoria, senza travisare il tema specifico della prova.
Sono in sintesi insuperabili i dati obiettivi raccolti subito dopo il fatto del 1968, per i quali esso ha caratteristiche tali da non poter essere assimilato, all'evidenza, ai delitti successivi, se non per le costanti ravvisate [di questa evidenza sono, per esempio, convinti i periti intorno al tipo d'autore nominati dal p.m. nel 1984, che definiscono la serie 'maniacale' circa i delitti dal 1974 in poi].

La sconfitta di Rotella dette modo agli investigatori arrivati dopo (Perugini e i magistrati della Procura), di ignorare il suo lavoro, ipotizzando il medesimo assassino anche a Signa, e quindi l’innocenza di Stefano Mele. Ecco il pensiero di Perugini espresso nel libro “Un uomo abbastanza normale”:

Anticipo subito che mi presi la libertà di considerare l'omicidio del 1968 come commesso dalla medesima mano anche se per quel fatto era già stato condannato Stefano Mele, marito della donna uccisa. E questo perché, tutto sommato, non credo alle favole: ivi compresa quella di una pistola che viene per accidente trovata (assieme alle relative munizioni) da uno sconosciuto di passaggio. Che siccome ha, vedi caso, qualche piccola mania, se ne serve per ammazzare altre sette coppiette di innamorati. Con l'aggiungere, poi, che quella di un consapevole passaggio di mano dell'arma più che un'ipotesi la considero una farneticazione, credo di aver chiaramente espresso il mio punto di vista a questo riguardo.

Come si vede un colpo di spugna assoluto sulla pista sarda, smaccatamente strumentale al fronteggiare l'indimostrabilità di qualsiasi legame tra i sardi e Pietro Pacciani. Pur con intenti del tutto differenti, altri si sono poi messi sulla stessa lunghezza d’onda, fino all’ultimo arrivato, Valerio Scrivo, che nel suo interessante ebook Il Mostro di Firenze esiste ancora riporta un ambizioso tentativo di individuare il luogo dove il serial killer fiorentino avrebbe fatto base, includendo anche il delitto del 1968 nella serie. Peccato che anche lui chiuda gli occhi di fronte al lungo elenco di pesanti indizi che impediscono di eliminare Stefano Mele e i suoi complici, chiunque fossero stati, dalla scena del crimine di Signa. In questa sede ne esaminerò soltanto un paio o tre.
È ben noto l’aforisma (del quale non sono riuscito a rintracciare l’origine) “Il diavolo si nasconde nei dettagli”. Ebbene, che Mele fosse coinvolto nel delitto viene dimostrato da un dettaglio al quale di solito non si fa troppo caso, ma che invece a mio parere risulta determinante: il tentativo da parte sua di costruirsi un ingenuo alibi. Di per sé un falso alibi non è un indizio di colpevolezza troppo significativo, poiché potrebbe essere stato originato dal tentativo di sopperire a un alibi mancante. È insomma comprensibile che un innocente, non in grado di dimostrare di esserlo, possa anche mentire per discolparsi. È molto più sospetta, invece, la preventiva costruzione di un falso alibi, la quale dimostra che la persona era a conoscenza in anticipo di un misfatto del quale poteva essere accusata, e di conseguenza anche che vi aveva partecipato, altrimenti si sarebbe procurata un alibi vero.
Il 21 agosto 1968 Stefano Mele si recò al cantiere edile dove lavorava come manovale. Attorno alle 11 accusò un malore (conati di vomito e bruciori di stomaco) in conseguenza del quale si fece accompagnare a casa dal collega Giuseppe Barranca. Al pomeriggio passò a trovarlo uno degli spasimanti della moglie, Carmelo Cutrona, che poi testimoniò di averlo visto a letto. Quella notte la moglie e Antonio Lo Bianco furono uccisi, e quando Natalino suonò alla porta di De Felice, la prima cosa che disse fu che il babbo era ammalato a letto. E continuò a ripeterlo in seguito, allo stesso De Felice, alla moglie, al vicino di casa Manetti e anche al carabiniere Giacomini. Infine, la mattina dopo quando i carabinieri lo andarono a prendere, fu Mele stesso a ribadirlo: della moglie e del figlio non sapeva nulla, dopo il loro mancato rientro non era andato a cercarli perché era a letto ammalato. Però di quel terribile male che lo aveva costretto a tornare a casa dal lavoro e gli aveva impedito di cercare la moglie e il figlio non c’era più traccia!
Non è possibile ignorare la valenza probatoria di un simile comportamento. Con la sua strategica malattia Stefano Mele aveva tentato di costruirsi un alibi preventivo, quindi sapeva di sicuro che quello era il giorno del delitto, ed è quasi altrettanto sicuro che al delitto anche lui aveva partecipato. Questa seconda considerazione deriva dal fatto che, dopo aver faticato tanto per precostituirsi un alibi, avrebbe potuto completarlo facendosi vedere nell'intorno dell'ora del delitto, ad esempio suonando a un vicino di casa per telefonare o comunque chiedere aiuto.
Chi oggi ritiene Stefano Mele innocente considera la combinazione di una malattia sopravvenuta proprio nel giorno in cui sarebbe stata uccisa sua moglie nient’altro che una coincidenza. Si tratta però di un tentativo di far tornare dei conti che non tornano, a mio parere intellettualmente disonesto. Escludendo il caso di infortunio, quante volte può essere accaduto a una persona media, nell’arco della propria vita lavorativa, di tornare a casa dal lavoro per un sopraggiunto malore? Ognuno di noi può chiederselo, e sono sicuro che le risposte potranno andare da zero alle dita di una sola mano. Normalmente chi sta male al lavoro non ci va, e se ci va viene via soltanto per un aggravamento sostanziale della sintomatologia, che normalmente lo porta a transitare da un pronto soccorso. I problemi di stomaco accampati da Mele non parevano certo gravi, sia perché non esiste alcuna testimonianza di colleghi di lavoro che lo avevano visto, ad esempio, in preda a convulsioni da vomito, sia perché alla mattina dopo era già guarito.
È possibile che il malore accusato da Stefano Mele fosse soltanto un modo per abbandonare il posto di lavoro a fronte di una semplice mancanza di voglia di lavorare? Questa infatti potrebbe essere una spiegazione alternativa, anch'essa in grado di giustificare una malattia inesistente. Ma la famiglia Mele versava in un grave stato d’indigenza, pertanto è poco credibile che l’uomo avrebbe rischiato di mettersi in cattiva luce in un cantiere dove aveva iniziato a lavorare appena da un paio di settimane. D’altra parte il suo principale lo avrebbe definito “buon lavoratore anche se utile per lavori non impegnativi”, quindi, per quanto gli era possibile, pareva darsi da fare. E comunque ricadremmo sempre nella sorprendente e sospetta coincidenza di un evento molto improbabile accaduto proprio nel giorno in cui gli sarebbe stata uccisa la moglie.
Anche l’insistenza con la quale Natalino disse del babbo ammalato a letto agli adulti che lo soccorsero è molto sospetta. Possibile che, dopo un’esperienza traumatica come quella di aver abbandonato la propria madre morta per intraprendere un viaggio di oltre due chilometri nel buio della notte, fin dalla primissima frase pronunciata davanti a De Felice affacciato alla finestra avesse detto del padre ammalato? E poi lo avesse ribadito più volte nel corso delle ore successive? La spiegazione più logica appare quella di un adulto, e chi se non lo stesso padre, che glielo aveva raccomandato fino a un momento prima di lasciarlo suonare.

Come si sa di lì a breve Stefano Mele avrebbe iniziato un balletto di confessioni e dichiarazioni contrastanti in mezzo alle quali gli investigatori di allora non seppero districarsi, e che in seguito furono interpretate come l'effetto di pressioni e paure. Ma non va dimenticato che esistono almeno un altro paio di indizi di colpevolezza di Stefano Mele precedenti la sua prima confessione. Si legge nel rapporto giudiziario dei carabinieri, il cosiddetto Matassino (21 settembre 1968):

Si è del parere che addirittura il Mele si è recato da solo sul posto, in bicicletta, e dopo aver lasciato il bambino, ripercorso lo stesso tratto di strada fatto per l’andata, ha ripreso la bicicletta ed è ritornato a casa.
A giustificare questa ipotesi stanno alcune macchie di grasso, tipico grasso di catena di bicicletta, che il Mele presenta su ambedue le mani al mattino del 22.8.68, quando viene accompagnato in Caserma per le quali, a nostra richiesta, non sa dare alcuna giustificazione. Le stesse infatti può essersele procurate nel rimettere in sesto la catena della bicicletta evidentemente saltata dagli appositi ingranaggi. Si precisa che il Mele non è idoneo a condurre motomezzi di sorta.

Dopo un mese di accuse, confessioni e ritrattazioni, i Carabinieri si erano convinti che Stefano Mele avesse fatto tutto da solo, e che avesse raggiunto il luogo del delitto in bicicletta, visto che non possedeva un mezzo a motore né era capace di guidarlo. Ecco quindi che i residui di grasso riscontrati sulle sue mani la mattina dopo il delitto furono interpretati come effetti dell’azione di aver rimesso in sede una catena di bicicletta saltata via. Ma si trattava di una convinzione sbagliata, per tutta una serie di ragioni che per ora non è il caso di esaminare. Piuttosto quelle tracce di grasso testimoniavano di un possibile tentativo di eliminare i residui di sparo che Mele sapeva di avere sulle mani. E in effetti la prova del guanto di paraffina, condotta peraltro a un po’ troppa distanza di tempo dal momento del delitto (16 ore), evidenziò sulla sua mano destra una “colorazione azzurra in una zona di circa tre millimetri in corrispondenza della piega della pelle tra il pollice e l’indice”, e quindi una leggera positività.
Quella prova oggi non si fa più, poiché non risulta affidabile. Esistono infatti troppe sostanze (saponi, solventi, fertilizzanti) in grado di reagire allo stesso modo della polvere da sparo, e quindi risulta elevato il rischio d’incorrere in un falso positivo. Però la colorazione azzurra sulla mano destra di Stefano Mele fu riscontrata proprio nella zona lambita dai gas scaricati da una pistola semiautomatica mentre il carrello otturatore arretra per espellere il bossolo.
Dunque Mele non soltanto era stato presente al delitto, ma aveva anche sparato. Si tratta di un dato di fatto sul quale non è possibile soprassedere, neppure di fronte alla difficoltà di spiegare il mistero del passaggio della pistola. A meno di non distorcere la realtà. Anche perché esistono molti altri indizi, alcuni assai pesanti, che collocano l'uomo sulla scena del crimine.

56 commenti:

  1. la frase “Der Teufel steckt im Detail” viene comunemente attribuits a Friedrich Nietzsche.

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  2. Unìipotesi verosimile sul presunto passaggio di9 pistola l'ha fatta l'Alessandri suy "La leggenda del VAmpa", secondo lui il Vampa noto frugatore delle discariche ando' con la sua lambretta a Firenze nel 1966 durante l'alluvione, sfruttando il casino erivato dallo straripamento dell'arno si diresse verso un'armeria da cui rubò la Beretta calibro 22 insieme a un altro fucile; il poissesso della beretta fu poi confermato indirettamente dal guardiacaccia Bruni; era un modello 70 calibro 22 long rifle, Giuttari invece parla di modello 74 o 76 comunque serie simili; il passaggio sarebbe quindi inesistente e lo Stefano Mele innocente

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  3. il passaggio della pistola beretta calibro 22 L.R. è, solo, una delle tante ipotesi, che, fra le altre cose, non mi sembra essere suffragata da PROVE certe.
    la pistola beretta era munizionata con proiettili winchester provenienti da almeno due lotti diversi e commercializzati fino al 1980... si passarono anche le scatole dei proiettili? mi sembra si era parlato di 2 scatole.
    azzardata mi sembra anche l'ipotesi che pacciani trovò la pistola nella discarica: con la beretta, trovò anche le scatole dei proiettili? un po', tanto...
    nel suo libro dolci colline di sangue, il giornalista mario spezi avanza, invece, un'altra ipotesi, e, cioè, che 'carlo era la persona che salvatore vinci nella primavera del 1974 aveva denunciato alla polizia per il furto con scasso in casa sua e che, in questo modo, si sarebbe potuta impadronire della beretta tristemente nota come arma dell'assassinio di barbara locci e del suo amante, così come della scatola di proiettili utilizzata in quell'occasione'.
    il mistero della pistola e dei collegamenti tra il delitto del 1968 e gli altri rimane, per l'appunto, un mistero.

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    1. Prove certe mi pare che ce ne siano ben poche per qualsiasi argomento, quindi non resta che fare appello alla logica per ipotizzare una ricostruzione ragionevole. Innanzitutto la storia delle due scatole di cartucce non esiste, vedi qui http://quattrocosesulmostro.blogspot.com/2016/02/la-scatola-di-cartucce-1.html . Poi ci sono le parole di Natalino a confermare che la pistola fu lasciata sul posto. Lo disse al giudice Spremolla nel 1969, era stato lo zio Piero a buttarla via. Perchè? Al perchè si arriva facilmente analizzando la prima confessione del Mele, dove la pistola, che sarebbe stata fornita da Salvatore Vinci, era stata lasciata sul posto. Quale miglior conferma di quella confessione avrebbero avuto gli inquirenti se l'avessero trovata e avessero potuto collegarla al Vinci? Il che potrebbe fare del Vinci un complice fasullo scelto dai veri complici, che poi erano coloro che la pistola avevano deciso di lasciarla lì. Ma per forza di cose, e qui subentra la logica a sostituire la mancanza di prove certe, qualcuno se la dovette esser presa, qualcuno che poi divenne l'assassino che tutti sappiamo.

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    2. ti ringrazio per il "link", me l'ero perso per strada.
      se diamo per buono IL PASSAGGIO DELLA PISTOLA (ci sta), adesso tutto mi torna.
      la scatola di cartucce era, in effetti, il mistero più grande dell’intera vicenda del mostro di firenze.
      tra i vari libri che ho letto quello che più mi ha convinto è stato giuttari. io credo che sono stati fermati da ambienti "neri".

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  4. domandiamoci: chi ha fermato le indagini di giuttari? e perché?
    vedrete che sono ambienti "neri".

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  5. carissimo,

    se mi posso permettere tu dici: '[...] nessuno degli esperti della materia, né internazionali né nostrani, ha mai preso sul serio lo scenario di una scalcagnata banda di paese che avrebbe ucciso per rivendere parti sessuali di donna ad una fantomatica setta...' che, detto così - ovviamente - non è, non può essere.
    il pacciani non poteva aver fatto tutto da solo, ti ricordo i famigerati compagni di merende, vanni e lotti.
    esisteva un indicibile secondo livello, anche qui come nel caso della mafia, un mandante o una cupola forse sofisticati burattinai, cioè, dietro queste vicende che hanno interessato il nostro paese vi era - in realtà - una regia oscura e occulta dietro le gesta di questo abbietto mostro, anzi forse è meglio dire dei mostri.

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    1. Sulla plausibilità di una pista che prevede un livello di mandanti ognuno può pensarla come vuole, in ogni caso deve tener conto del fatto che attorno ad essa Giuttari e Mignini hanno speso montagne dei nostri soldi inutilmente. Giuttari, da ottimo venditore di sè stesso, cerca sempre di far passare il suo fallimento come responsabilità dello stesso livello di cui non ha mai trovato traccia; in realtà, se si va a veder bene, ha sempre picchiato alla cieca, senza mai un reale indizio, perlopiù riesumando vecchie storie già scartate.

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    2. giuttari è stato fermato e intimidito dalla borghesia nera prima di arrivarci. te lo sta dicendo lui!

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    3. Credo si possa concludere la discussione constatando che Giuttari è riuscito a convincere te e non me.

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    4. perché dici che non ti sei convinto di giuttari? guarda, ti sono andato a riprendere quello che giuttari ha detto, è importante: "l'ipotesi dei cosiddetti compagni di merende E' UNA CERTEZZA. in una vicenda così difficile, unica, in appena 3 anni si è giunti alla sentenza definitiva. c'è stato un primo processo di primo grado, il processo di appello che ha confermato le condanne, LA CASSAZIONE che ha messo la parola fine il 26 di settembre del 2000, QUESTO E' UN PUNTO FERMO. questa è una CERTEZZA, non è un'ipotesi. gli ultimi 4 duplici omicidi riferibili al cosiddetto mostro di firenze, alcuni dei loro autori hanno nome e cognome".
      questi sono fatti PASSATI IN CASSAZIONE, che cosa ci sarebbe da aggiungere. resta, invece, da scoprire gli altri autori, la trama occulta e così via, guardiamo in avanti.

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    5. Mi piacerebbe sapere da quelli che sostengono la tesi del secondo livello , cupole mafiose mandanti ecc , quando e come si sono conosciuti il serial killer e questi misteriosi personaggi ? Vi rendete conto che tutto ció é ridicolo?

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    6. Eppure è un'ipotesi verosimile. Piuttosto voi della tesi Lottiana non ho ben capito per quale motivo il Lotti asportasse le parti di corpo femminile, non ha molto senso se non legato ad un qualche rituale; Zodiac e Jack the ripper in genere nbon ìhanno asportato niente se non facendo grande macellerie. Quando si sono conosciuti? certamente dovrebbe aver fatto in quel caso da cementificazione una mente malata e carismatica, iniziali PP forse....?

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    7. A mio parere le escissioni erano soltanto spettacolo, da "gustarsi", se così si può dire, il giorno dopo sugli articoli di giornale.

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    8. Io invece già dal '74 ci vedo una certa ritualità, partendo dalle 96 coltellate attorno al seno della vittima. Continuando con le asportazioni probabilmente ha voluto rendere partecipe anche altri del suo folle rituale. Anche quello che hai detto può essere ma io ci vedo più attinente una certa spettacolizzazione rituale. Poi colpendo nell'81 e nell'83 con presunti MDF in galera era già ben alla ribalta delle crionache non aveva bisogno di aggiungere altro se non per sadismo sessuale eventualmente legato a delle pratiche rituali

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    9. Su Francesco Narducci c'era una montagna di indizi. A quelli inizialmente trascurati quando ancora si pensava che il Mostro fosse un serial killer e non una setta criminale (Narducci aveva un alibi per un delitto), si sono aggiunte (molti anni dopo) numerose testimonianze perugine e fiorentine (che lo collegavano rispettivamente ai feticci e ai compagni di merende) e tutte le gravi irritualità compiute in occasione della sua morte (subito dopo l'ultimo duplice omicidio) che, non Giuttari, ma l'assoluta convergenza di autopsia (per cui Narducci è stato strangolato), perizie antropometriche (compresa la controdeduzione di parte che al più contesta l'incompatibilità dell'altezza) e tutti i testimoni (specie gli addetti alle pompe funebri che giurano di non aver usato il telo trovato sotto pantaloni di taglia, 48 small, assolutamente incompatibile col volume e il gonfiore del cadavere da loro trattato) dimostrano un grossolano tentativo di produrre false apparenze (varie testimonianze e le vistose correzioni su due certificati di morte convergono su una data, un luogo e circostanze diversi da quelli del ritrovamento inscenato). Dimenticate poi la sentenza De Robertis che al contrario di quella a dir poco fantasiosa di Micheli (per cui tutto quello che è emerso a carico di Narducci è solo frutto di tantissime sfortunate coincidenze, reinterpretate singolarmente con argomenti che rasentano il ridicolo: i pantaloni devono essersi infeltriti perché solo un fantino avrebbe potuto indossare il 48 small indicato sulla targhetta) non è stata annullata dalla Cassazione.

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    10. Il sentire la definizione "fantasiosa" riguardo la sentenza Micheli, che ho letto con moltissima attenzione e che condivido in toto, mi scoraggia dal tentare qualsiasi scambio di opinioni.

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    11. Quando una sentenza invece di basarsi sui fatti (autopsia, perizie, testimonianze tutte convergenti), li reinterpreta adeguandoli alla propria immaginazione (ho fatto l'esempio dei pantaloni infeltriti solo perché è talmente assurdo da commentarsi da solo) per me è fantasiosa. Comunque è stata annullata, al contrario di quella De Robertis che non citi.

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    12. Chiuderei qui la discussione, che ritengo del tutto inutile. Padronissimo di credere quello che vuoi, meno di interpretare a tuoi piacimento i fatti, come quello dell'annullamento della sentenza Micheli. Non è proprio così, la sentenza è stata annullata solo per alcuni proscioglimenti per reati minori, tipo false testimonianze e cose simili. Assieme ad altri, il proscioglimento per il reato di gran lunga più grave, l'associazione a delinquere, è rimasto.
      Riguardo la sentenza De Robertis, chiariamo che si tratta di un documento di valenza infinitamente minore. In effetti non si tratta neppure di una sentenza, ma di un procedimento di archiviazione. Io non ce l'ho e neppure l'ho letto, sarei proprio curioso di capire quali sono stati gli elementi che hanno convinto la giudice sul coinvolgimento di Narducci nelle vicende fiorentine. Forse il dossier "Rizzuto"? Si trattava di una caterva di sciocchezze scritte da un personaggio che, secondo la De Robertis, avrebbe "reso articolate e precise dichiarazioni, dando finalmente nomi e cognomi di persone, a suo tempo, in ipotesi, coinvolte nel delitto, tra cui l'immancabile, ormai, Mario Spezi". Una cosa è certa: tra Mignini e De Robertis l'intesa è sempre stata perfetta.
      Infine, riguardo i pantaloni, ti ricordo che la S dell'etichetta non vuol dire SMALL, ma SLIM.

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    13. Il reato di associazione a delinquere non poteva essere contestato per ragioni giuridiche, non perché non ci fosse stato alcun inghippo intorno alla morte di Narducci che, guada caso, coincide con la fine di delitti e lettere del mostro. C'è poi la vox popoli perugina che già all'epoca spediva lettere anonime alla Procura di Firenze per spiegare che con la morte del medico, ucciso dai sodali fiorentini, il mostro non avrebbe più colpito (dicerie, ma come facevano a prevederlo o a usare il plurale quando il luogo comune era ancora quello del "serial killer"). Ci sono investigazioni private e un'impiegata dell'anagrafe che riferiscono di "indagini bloccate dall'alto" e numerosi testimoni, anche appartenenti alle forze dell'ordine, che le collegano al ritrovamento dei feticci in una abitazione fiorentina di Narducci (menzionata pure da Pacciani) e all'opportunità di mettere tutto a tacere perché infierire su un uomo morto, non solo metaforicamente, avrebbe solo aggravato lo strazio dei congiunti. Poi ci sono tutti i testimoni che riconoscono Narducci in un non meglio identificato professionista (medico, fotografo, regista, o rappresentante d'una ditta farmaceutica) di Prato che frequentava gli ambienti dei "compagni di merende"(Nesi si dice addirittura certo di averlo visto più volte insieme a Vanni) e il farmacista Calamandrei (già accusato, guarda caso, dalla moglie che, per nevrotica che fosse, all'epoca non poteva saper nulla di Narducci, Pacciani & company). Poi ci sono incredibili riscontri incrociati tra testimonianze perugine e fiorentine come quello che conferma il poliziotto Petri sulle tracce del Narducci, la fatale telefonata il cui autore non s'è mai fatto vivo (e nessuno ha mai cercato) quando sarebbe servito a orientare le ricerche prima (mentre il padre Ugo si oppose a qualunque indagine, dando già per spacciato il figlio) e a fugare altri sospetti dopo (se ad esempio avesse notificato una diagnosi infausta. come ipotizzato successivamente). Potrei continuare senza nemmeno dover scomodare Rizzuto. Delle due l'una: o Narducci c'entrava in qualche modo coi delitti fiorentini, o contro di lui il caso si è accanito sfidando oltremodo il calcolo delle probabilità. Ma per Micheli il fatto che Narducci si fosse drogato, come faceva abitualmente (o foss'anche più del solito in un momento di particolare tensione), anche prima di essere ucciso, sarebbe più fortuito (troppa grazia per l'assassino trovarselo ammansito!) del riscontrare, per mero scherzo della sorte, una lesione tipica dello strangolamento (temuta dai legali dei Narducci che, chissà perché?, non volevano fosse analizzato il complesso laringofaringeo durante l'autopisia cui, a scanso di equivoci, hanno assistito i periti di tutte le parti), e nessun segno di annegamento nel cadavere di un uomo affogato.
      L'uomo corpulento e incredibilmente gonfio vestito dagli addetti delle pompe funebri (secondo cui pesava un quintale!) con pantaloni elastici (e senza alcun telo attorno all'addome) per facilitare le operazioni (dato anche l'avanzato stato di putrefazione, anch'esso incompatibile col buono stato di conservazione del cadavere riesumato), come confermano le perizie antropometriche e tutte le altre testimonianze, non era SMALL né SLIM (sai che differenza!) e neppure 48.

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    14. Perdonami, ma non ho alcuna voglia di addentrarmi nelle questioni da te sollevate, che sono sempre le solite sulle quali in altre sedi si è discusso fino allo sfinimento senza che nessuno cambiasse idea.
      Ti segnalo la mia ipotesi riguardo la lesione al collo riscontrata sul corpo di Narducci, sulla quale scommetterei molto forte
      http://quattrocosesulmostro.blogspot.com/2015/11/una-misteriosa-frattura-al-corno.html
      pensaci sopra, vediamo quali punti deboli ci trovi.

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    15. Premesso che le conclusioni di Pierucci (non dell'accusa che come fa notare lo stesso Micheli non aveva alcun bisogno di preferire l'omicidio al suicidio per associare Narducci al mostro) sono quelle che tu stesso insegui (molto meglio di quanto abbia saputo Micheli tirando a indovinare, pur di negare la soluzione di gran lunga più probabile), la tua ipotesi, oltre a supporre l'ennesima fatalità prodottasi contro lo sfigatissimo Narducci, serve anche a dimostrare che il cadavere a cui fu tagliata la cravatta per facilitare la svestizione non poteva in alcun modo essere quello avvolto da un telo sotto gli slip e pantaloni regolarmente allacciati alla vita. A parte la taglia (per me è di tutta evidenza un capitolo chiuso!), una vestizione così complessa (e infatti negano recisamente di aver operato in questo modo!) è assurda per un cadavere in quelle condizioni. Tutto complessivamente e converge sull'ipotesi accusatoria (autopsia, perizie, testimonianze, gravi irritualità compiute all'epoca del ritrovamento e il tentativo di evitare quella particolare analisi durante l'autopsia). Altrimenti bisogna ragionare in modo frammentario (interpretando ogni indizio singolarmente), con la necessità di appellarsi a scherzi della sorte e il rischio di incappare in contraddizioni.
      Se Micheli si fosse limitato a non rinviare gli imputati a giudizio perché c'erano poche probabilità di provare la loro responsabilità soggettiva o l'impossibilità di contestare un inappropriato reato associativo, avrei potuto condividere (è proprio quello che ha fatto De Robertis accogliendo la richiesta di archiviazione per le imputazioni legate all'omicidio di Narducci).
      Invece ha riempito 900 pagine per trovare una spiegazione diversa a ciascun indizio (e ce ne erano evidentemente molti più del "nulla" che tu denunci) per regalarci la sua personale versione dei fatti con argomenti meramente congetturali del tipo: "siccome non occorreva tutta questa messa in scena per evitare l'autopsia, hanno preso tutti lucciole per lanterne e ora vi spiego come può essere successo".
      De Robertis s'é comportato da giudice.
      Micheli ha redatto con la sentenza quello che in conclusione s'è impegnato a non pubblicare da romanziere...

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  6. Secondo me Perugini ha ragione; l'omicidio del 1968 presenta il solito modus operandi degli omicidi successivi; se pensiamo che Pacciani sia colpevole o implicato come penso anch'io c'è tutta una serie di conseguenze molto strane.
    I personaggi di via Faltignano frequentanti di quella colonica degradata sono quasi tutti morti ammazzati, la MAlatesta il Vinci, un tale Domenico Agnello sparito addirittura, uno dei pochi in vita era PAcciani e non sappiamo se sia deceduto ammazzato o per cause naturali, può darsi, ma in ogni caso il fatto che il Vinci che amava la Locci e frequentasse lo stesso ambiente di Pacciani è quantomeno sospetto

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  7. Interessante la parte sul Mele. Una considerazione mi preme farla. Se il Mele era in combutta col Vinci come mai ha sparato lui, da tutti era consederato uno scemotto di paese, si dice fosse oligofrenico anche un po' come Lotti, un FV non si sarebbe fidato seconbdo me a far compiere l'omiciddio a tale personaggio, secondo la Locci era stata per dicverso temnpo la sua amante a cui voleva bene. Poi perchè avrebbe rischiatoi di colpire anche il figlio che era all'interno dell'abitacolo. Del resto la rioscostruzione del Mele dell'omicidio non ha mai convinto nemmeno gli inquirenti.
    Inutile ribadire che ci vedo altre mani; considerqazioni: la Bugli abitava a 50 m dalla Locci, il Vanni conobbe PAcciani a Montefirodolfi già nel 1967-68 all'incirca mhm

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    1. Le sentenze di primo e secondo grado che hanno condannato Vanni sono una vergogna per la nostra civiltà giuridica. Ho passato giorni e giorni nella loro attenta lettura, e so quel che scrivo. Tra l'altro ai cosiddetti "riscontri" accampati dalla prima ho dedicato molti articoli, che forse non hai letto. Si voleva risolvere il caso a tutti i costi, e non si andò certo per il sottile.

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    2. Si il precedente articolo sui cdm l' avevo letto. Anch'io ero abbastanza scettico poi sentendo le dichiarazioni del cognato di Pucci molto meno, disse era rimasto turbato dall' aver visto vanni tagliare la tenda.
      Per l' omicidio locci lo bianco tu dici il mele ha agito da solo? Non mi sembra fosse in grado di realizzare quel duplice omicidio, sembra fosse un ritardato mentale probabilmente non aveva mai usato nemmeno la pistola. Il modus operandi era il solito dell' mdf tranne le escissioni che non ci furono sembra un po fosse un novello sk

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    3. Si voleva risolvere il caso a tutti i costi imputando solo 5 dei 7 (o 8) duplici omicidi con la complicità di tre gradi di giudizio (che hanno condannato gli imputati solo per gli ultimi 4), ma quando si cercano i registi e su Narducci emerge di tutto e di più, questo sodalizio diventa addirittura una guerra intestina. Si può e si deve criticare tutto, anche le sentenze (io disapprovo la grossolana condanna di Pacciani in primo grado, e le 900 pagine di sarcastiche elucubrazioni di Micheli), ma questo è uno di quei casi in cui il calibro degli indagati sembra aver fatto la differenza tra condanne in tempi record e indagini non certo rallentate da un difetto di indizi (come pur sarebbe stato naturale dopo 15 anni), quanto da un eccesso di conflitti e ostacoli.

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  8. metto, qui, di seguito, il link all'articolo: http://www.perugiatoday.it/cronaca/omicidio-mostro-firenze-caso-narducci-rivelazioni-giuttari.html
    l’aspetto che giuttari non ha potuto chiarire è quello dei mandanti. l’indagine in corso a un certo punto fu bloccata dalla iniziativa della procura di firenze di mettere sotto indagine per abuso d’ufficio giuttari e mignini, pm a perugia. in quella circostanza, durante le perquisizioni, furono sequestrati gli atti del procedimento perugino sul medico francesco narducci, bloccando di fatto le deleghe e dunque le indagini. Nel suo libro, giuttari spiega tutto in dettaglio con documenti inequivocabili.
    la verità è che il mostro di firenze è la cultura del depistaggio.

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    1. La verità è che Giuttari è un abilissimo venditore di sè stesso, e tutto quello che scrive va preso con le molle. Quali indagini sarebbero state bloccate? Non c'era più nulla su cui indagare, le sentenze Micheli e Maradei lo dimostrano. In ogni caso chiuderei qui la discussione, neppure pertinente al tema trattato dall'articolo.

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    2. l'ipotesi dello scambio di cadavere di narducci non è un'ipotesi è una certezza, ce lo sta dicendo giuttari, sono queste le indagini che sono state bloccate.
      quanto al tema trattato nell'articolo, giuttari ha detto che non esiste alcuna pista sarda.

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    3. Dunque se l'ha detto Giuttari dobbiamo crederci per forza!!!! Scusami, ma non pubblicherò più interventi che tirano in ballo Narducci su questo articolo, se proprio vuoi intervenire sul tema ce ne sono altri, dove però non vorrei sentire solo professioni di fede verso le verità giuttariane. Ad esempio qui puoi trovare la mia ricostruzione, del tutto inedita, sulla frattura riscontrata al collo di Narducci. A mio parere si tratta di una ipotesi altamente verosimile che mette una pietra tombale sopra lo scenario del doppio cadavere. Le tue osservazioni in merito, se pertinenti, le valuterò volentieri.

      http://quattrocosesulmostro.blogspot.com/2015/11/una-misteriosa-frattura-al-corno.html

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  9. Pare anche a voi che il Mele al primo omicidio abbia avuto una buona mira? davanti agli investigatori però dette un racconto inverosimile. Poi i successivi omicidi verrebbero perpetrati da un SK che imita l'omicidio Locci - Lo Bianco aggiungendo anche le escissioni, per quale motivo? su questo punto sono abbastanza in accordo col Filastò che il I° omicidio faccia parte della stessa serie omicidiaria; per quale motivo ci sarebbe un SK che imita il I° omicidio mi sembrerebbe una coincidenza abbastanza strana in pratica ci troveremmo di fronte 2 SK contemporaneamente in cui il II° aggiunge le escissionbi per distinguersio dal I°.
    Riflettete su questo; nel 1967 Vanni butta giù dalle scale la moglie per via di una certa situazione familiare all'incirca in quegli anni conosce PAcciani a Montefiridolfi ove si recava come portalettere, nel 19658 avviene il I° duplice omicidio; in dibattimento il VAnni nega di conoscere Gina Manfredi una delle 4 prostitute finite morte ammazzate a inizio anni 80, guardacaso la MAnfredi vola dalle scale....

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  10. Ho appena finito di rivedere un giorno in pretura e mi ha colpito la deposizione di tale Calamosca che dice che Vinci non puo' essere stato ucciso per il furto di qualche pecora ma di qualcosa di piu' grosso, facendo intendere che forse era collegato alla pistola e al mostro. In effetti non è una ben strana coincidenza che il Vinci e la Malatesta, anch'ella uccisa, frequentassero la casa di Indovino assieme al Vanni e Pacciani? Mi pare che qulcuno abbia fattto l'ipotesi che il Vinci ricattasse il mostro.

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    1. Se leggi il librodi Giuttari c'è proprio la testimonianza di un paio di detenuti che affermano che PAcciani voleva che facessero fuori il Vanni altro frequentatore della casa colonica in questione. Per me potrebbe essere PAcciabni stesso ad averlo ordinato dal carcere un eventuale omicidio, in tal modo si levcava di torno un testimone scomodo che magari conosceva qualcosa sull'omicidio di Signa oppure faceva parte della stessa strategia volta a eliminare testimoni e compagni implicati nella vicenda più probabile; probabile PAcciani avesse paura il Vanni parlasse. Lotti invece è rimasto vivo magari perchè sotto tutela della polizia

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  11. Sig. Segnini ha letto il libro di Valerio Scrivo? Cosa ne pensa?

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    1. Tentativo lodevole e coraggioso per la sua critica aperta alla verità giudiziaria, ma privo di valore per i risultati sull'individuazione dell'assassino.

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    2. Certo, pero' anche il suo libro per quanto interessante, è fondato su deduzioni logiche, non su prove. Cosa abbiamo contro il Lotti? Solo la sua confessione, a detta di molti data per assicurarsi vitto e alloggio e qualche testimonianza oculare in cui si afferma di aver visto un uomo di corporatura simile e una macchina simile alla 128 rossa.

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    3. Mi ha chiesto il mio parere e gliel'ho dato. In ogni caso, se proprio vogliamo fare un confronto, mi pare che qualcosa di tangibile da una parte ci sia, per lei troppo poco, va bene, ma dall'altra ci sono soltanto puri ragionamenti astratti.

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    4. Volevo solo dire che di certezze non ce ne sono.
      Rimango in fiduciosa attesa del suo secondo libro.

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  12. A proposito di libri cosa ne pensi di quello di Paolo Cochi e company al di là di ogni ragionevole dubbio? Io lo trovo ottimo nella parte storica ma molto fazioso nei confronti della teoria Lotti mdf, ricostruisce legittimamente le bugie e i racconti inventati del Lotti , ma non accenna nemmeno alle sortite dello stesso Lotti nella piazzola nei giorni precedenti al delitto, della dichiarazione del Vanni in cui Lotti gli parló dei ragazzi che facevano l' amore su una panda nella piazzola non vi é traccia, della testimonianza del Poggiali sull' auto simile a quella del Lotti che li pedina nemmeno , sono forse meno importanti delle testimonianze sull' uomo misterioso incravattato del Mugello? Sul 128 rosso parcheggiato vicino al camper a Giogoli lo stesso giorno dell' omicidio niente non vi é traccia, che Lotti percorreva quella strada x trovare la cugina 2 o 3 volte l ' anno ( azz propio quel giorno ) niente di niente ... del 124 avvistato subito dopo l' omicidio di Baccaiano niente di niente ... non poteva essere lui la sera della domenica a Scopeti xé il 128 non era assicurato, a mé risulta che x far funzionare una macchina serve la benzina non un talloncino appiccicato al vetro , ricordiamoci che stiamo parlando del 85 , in certe parti d italia tutt'ora anno 2016 neanche sanno cos'é l' assicurazione... riguardo la testimonianza dei coniugi de Faveri Chiarappa nisba i due avvistati x ore che guardavano verso la tenda erano ologrammi , idem con patate il soggetto visto dalla Carmignani su una macchina rossa ologramma pure lui... ma la cosa piú faziosa riguarda il capitolo Gl un testimone abbastanza normale , accennano alla perizia Lagazzi Fornari solo sulla famiglia istruzione la patente e l' abitazione , ma gli costavano tanto scrivere anche sul rapporto o meglio il non rapporto che Lotti aveva con le donne che stá alla base del profilo psicologico del mostro????

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    1. A quanto ne so Francesco Cappelletti, responsabile della parte del libro di cui hai parlato, è orientato in modo inflessibile per una completa estraneità di Lotti, quindi è difficile pretendere da lui una visione anche "lottiana", se così si può dire. Ma già aver messo nero su bianco le cantonate prese dai nostri giudici e investigatori mi pare un gran bel risultato, purtroppo non premiato dai mass media nazionali, a quanto sembra. Piuttosto credo che il limite fondamentale del libro sia la sua frammentarietà, con troppi argomenti messi assieme che rischiano di disorientare il lettore non troppo addentro alla materia. Devo dire che alla fine ho preferito di gran lunga la linearità del precedente, limitato al delitto degli Scopeti.

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  13. L'articolo è sul delitto del 68. Provo a rientrare sull'argomento iniziale. Stefano mele avrebbe finto di sentirsi male per crearsi un alibi? Infatti è notorio che uno con i conati di vomito non verrà di certo indagato per un duplice omicidio!! Come alibi è semplicemente ridicolo! Se fosse stato ricoverato in ospedale tanto tanto sarebbe stato appena più credibile. Quindi Mele si sarebbe creato questo alibi di ferro rafforzato dall'incrollabile versione di un bambino di sei anni presumibilmente sotto shock? Ma stiamo scherzando? Se quel giorno fosse andato a lavorare, sarebbe stato perseguito lo stesso allo stesso modo, sarebbe finito ugualmente sotto indagine perchè la Locci era sua moglie. A mio avviso non è questo il dettaglio importante e quanto meno la sua interpretazione è assurda. Mi sembra veramente impossibile che chiunque abbia commesso il duplice omicidio di Signa abbia abbandonato in loco la pistola. Questa ipotesi è assurda. Vedo che spesso si continua a tirarla fuori, da quali dati è avvalorata? Le dichiarazioni del Mele sono contraddittorie da sempre anche quelle del bambino paiono esserlo. Vorrei chiedere quali altre prove oltre al guanto di paraffina che almeno per completezza di informazione bisogna ricordare esser stato positivo anche per il sig. Cutrona ci sono all'indirizzo di Stefano Mele? Quali sono i dati incontrovertibili oltre alla sua discutibile autoaccusa finale? Senza fare illazioni, i dati processuali quali sono? Grazie comunque per questo spazio di discussione.

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    1. Non fornisci però una spiegazione alternativa allo strano malessere di Mele, evidentemente lo consideri una coincidenza.
      Le dichiarazioni del bambino sono contraddittorie soltanto se esaminate senza criteri. Sono invece ben congruenti con la realtà vissuta e le pressioni ricevute dagli adulti per nasconderla.
      Ci sono vari motivi che possono indurre un assassino a lasciare l'arma del crimine sulle scena, se non è in grado di condurre a lui. Ad esempio potrebbe essere in grado di ricondurre ad altri. In questo caso basta pensare alla prima persona che Mele accusò per trovare un buon candidato.
      Parlare di prove in senso classico contro Mele o contro altri in questo guazzabuglio non è più possibile, ormai, si può parlare soltanto di prove storiche, che alla fin fine non sono altro che ipotesi ragionevoli in base agli elementi disponibili.
      Tanto per fare un esempio. Uno degli elementi che a mio modesto avviso inchiodano Mele di fronte alla storia è il fatto che davanti ai giudici del processo suo figlio ancora ribadì che quella sera il padre c'era e lo accompagnò. Ormai credo che il bambino avesse capito che cosa lo aspettava (anni di orfanotrofio) quindi contribuire a tenere il genitore in carcere con una bugia non aveva proprio senso.

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    2. Non si può solo partire dal dopo...certo!!può esser utile a volte..però bisogna tener conto anche del prima. qui più che mai...questo delitto è chiaro come l'acqua...avviene tutto dentro una cerchia ben precisa... con moventi ben precisi...sapere chi è l'autore delitto non serve a niente...non ci sarebbe mai stato un seguito...la cosa era fine a se stessa ed era una tantum...era la risoluzione di una situazione che non era più tollerabile punto e a capo. Da qui in avanti bisogna iniziare a levare cose e non aggiungere.....bisogna levare...

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  14. Personalmente, a differenza di Antonio, non attribuisco troppo valore alla (finta?) malattia del Mele, se presa da sola. Ma trovo che ci siano troppe coincidenze, ben note e che non sto a ripetere, che rendono credibile una "pista sarda" limitatamente al primo delitto; quella che più mi rende scettico rispetto alla teoria del SK estraneo, che sembra ormai predominante, è la predizione della Locci della propria morte.

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    1. In effetti sembra proprio che si voglia chiudere gli occhi di fronte all'evidenza della pista sarda per quanto riguarda il delitto di Signa. Il ventaglio di soggetti che lo fanno va dall'interessato dell'ultima ora, che sa poco e che va a naso, all'esperto criminologo che si arma di riga e compasso ignorando gli elementi che non rientrano nel suo disegno.
      Chi conosce la mia idea su chi potrebbe essere stato il Mostro capisce bene che anche a me tornerebbe comodo immaginare che so, dopo un fortuito ritrovamento della pistola tra i fanghi dell'Arno, il tizio che va a far fuori la Locci, ma non sarei onesto con me stesso. Quindi preferisco misurarmi con il problema del passaggio della pistola, che ci fu, non ci sono dubbi, a meno di non pensare a un Mostro sardo, che però strenue indagini non hanno trovato.

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  15. Secondo me se Natalino era in macchina non possono aver sparato dei suoi parenti (come penso). Natalino se lo portarono dietro i Mele perché funzionale all'alibi, lasciarono le sue scarpette nell'auto e lo accompagnarono per un lungo tratto in direzione della casa di Vargiu, amico intimo di S. Vinci, tanto per indirizzare su di lui i sospetti, ma il bambino sbagliò casa e suonò al De Felice a cui raccontò la lezione imparata a memoria. S. Vinci, che non era un fesso, aveva seguito tutti i loro movimenti e s'era nascosto veramente tra le canne e quando quelli gettarono la pistola la riprese per farla sparire perché sarebbe stato un indizio contro di lui, forse la vendette subito a un altro sprovveduto magari guadagnandoci altre 400 mila lire. Da notare che Natalino interrogato da adulto, credo al processo Pacciani, non confermò di essersi svegliato per gli spari e lo ripetè due volte. Come se in parte volesse ammettere parte della verità.

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  16. Sto leggendo la sentenza Rotella da alcuni giorni (grazie mille per averla trascritta e resa disponibile nella sezione download) e mi sono imbattuto in questa frase che sta all'inizio della sezione 3.7, Salvatore tra le canne. "È vero tuttavia che l'indicazione ha trovato riferimento in un'impressione, legata al rumore di canne, che nel 1985 (durante il sopralluogo più volte citato), Natale afferma di aver avuto anche la notte del delitto. Non è improbabile che, nel 1968, gli si sia suggerito di dare un nome a persona stimata esser tra le canne a cagione di quel rumore". Questa frase sembra suggerire che in effetti Natalino vide qualcuno muoversi tra le canne, ma lo identificò come SV solo dopo il suggerimento di Piero Mucciarini. Se ciò fosse vero, l'ipotesi che ci fosse qualcuno a spiare la coppia quando avvenne l'omicidio sembra prendere un po' più di sostanza, sebbene si tratti ancora di un flebile indizio.

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    1. Tutto quello che Natalino disse da adulto ha poco significato, a mio modesto parere. Sapeva benissimo come erano andate le cose, e non lo diceva per il semplice fatto che avrebbe inguaiato dei familiari.
      Vanno invece tenute in gran conto TUTTE le sue parole di bambino, sia per ricostruire i fatti inerenti l'omicidio vero e proprio (e addirittura, con la storia dello zio Piero che aveva fatto vedere la pistola alla mamma, anche precedenti), sia per ricostruire le manovre degli adulti per fargli dire e non dire.
      Devi anche tener presente che Rotella, senz'altro il migliore degli investigatori che si dedicarono al caso, doveva giustificare le proprie indagini. Ad esempio, sarebbe stato dirompente per lui ammettere che Natalino aveva detto il vero nel raccontare della pistola lasciata sul posto, poichè il fatto avrebbe eliminato ogni possibilità di trovare il Mostro tra i sardi, dove invece lui lo ha sempre cercato.
      Riguardo invece la presenza di un'estraneo che poi raccolse la pistola e diventò il Mostro, per me è assolutamente l'ipotesi da privilegiare, con la quale si dà una spiegazione a tutto. Però non credo che quell'estraneo avesse davvero assistito al delitto. Secondo me era al cinema, l'ultimo a entrare appena dopo la coppia, che evidentemente seguiva. Credo fosse lui il personaggio che Natalino notò all'uscita, forse perchè si accorse che guardava verso di loro, forse perchè la mamma e Lo Bianco in qualche modo se ne erano interessati (era lui che seguiva la Locci in motorino?). Tale individuo capì quel che stava succedendo, e a debita distanza seguì Mele e i suoi familiari che a loro volta seguirono la Locci. Non credo poi che si avvicinò più di tanto, probabilmente attese che la scena del crimine diventasse deserta, poi andò, trovò la pistola e se la portò via.

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    2. Segnini, mi sembra una ipotesi un po' fantasiosa la sua: la Locci e il suo amante sarebbero stati seguiti quella sera da un intero esercito di criminali: il futuro mostro+ i Vinci+Mele e chi altro?

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    3. no, ma forse c'erano anche Riina e Provenzano. A parte gli scherzi, la trovo una teoria un po' forzata...non impossibile ovviamente, ma improbabile.

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    4. Sono tutto occhi per leggerne una migliore.

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  17. prima ipotesi: l'arma usata nei delitti seriali potrebbe non essere una pistola beretta.
    seconda ipotesi: il mostro ha ucciso anche nel 68.

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    1. Mi aspettavo di meglio, invece siamo in presenza di due ipotesi trite e ritrite, con le quali si è cercato di truccare le carte senza mai andare troppo lontano.
      Un po' più di fantasia no? Troppo faticoso?

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