venerdì 13 maggio 2016

I riscontri esterni contro Vanni e Pacciani

L’imputato Lotti Giancarlo, per i quattro duplici omicidi ai quali ha partecipato ed ha assistito come complice e come “palo”, ha indubbiamente detto la verità sugli episodi, perché le sue dichiarazioni hanno trovato precisi riscontri probatori, come già sopra analizzato caso per caso.
Non è quindi pensabile che il Lotti possa aver mentito sulle persone dei suoi complici ed aver ingiustamente accusato il Vanni ed il Pacciani, per le seguenti specifiche ragioni…

Dopo la presentazione di ben 20 riscontri probatori che avrebbero reso certo il coinvolgimento di Giancarlo Lotti negli ultimi quattro duplici omicidi, la sentenza affronta un delicatissimo e niente affatto automatico passaggio: se è vero che Lotti era coinvolto, sono credibili le sue accuse a Vanni e Pacciani? Già durante l’esame dei riscontri riguardanti il presunto pentito qua e là erano emersi elementi anche contro gli altri due, ma in seguito la sentenza li riprende e li integra con altri, costruendo un capitolo apposito che nelle intenzioni dovrebbe dimostrare la loro colpevolezza. Con pessimi risultati, però.

Rancori e convenienze. Varie argomentazioni vengono dedicate a dimostrare che Lotti non avrebbe avuto motivi per accusare ingiustamente Vanni e Pacciani. Innanzitutto i giudici si dichiararono sicuri di poter escludere qualsiasi risentimento. La nipote di Vanni, Alessandra Bartalesi, aveva testimoniato che nell’estate del 1995 tra Lotti e suo zio c’era stato un rapporto di buona amicizia (vedi). Per Pacciani non esistevano testimonianze altrettanto forti, anzi, non sembra che tra lui e Lotti fosse corso buon sangue, ma i giudici confidarono su una frase di Lorenzo Nesi, secondo la quale “Lotti, il Vanni, Pucci, il maresciallo morto, Pacciani, insomma, l'era gente che stavano sempre insieme”. E per i giudici neppure il rapporto anale patito da Lotti a opera di Pacciani, sempreché fosse avvenuto davvero, avrebbe potuto costituire motivo sufficiente per una vendetta così estrema.
La sentenza fa poi qualche ragionamento molto confuso intorno alle modalità con le quali Lotti si era deciso ad ammettere le proprie responsabilità, il che non è ben chiaro come avesse potuto dimostrare la fondatezza delle accuse a Vanni e Pacciani. Sembra invece molto più attinente al tema la questione dei vantaggi della condizione di pentito. È ben noto quanto ne pensavano gli avvocati di Vanni, per i quali Giancarlo Lotti avrebbe ritenuto preferibile la nuova gabbia dorata del programma di protezione rispetto alla vecchia vita di stenti. Però, scrive giustamente la sentenza, “il citato programma non lo esenta certo dalle conseguenze penali per i reati ai quali ha collaborato”, lasciando intendere che Lotti non avrebbe potuto non rendersene conto. Una considerazione del tutto condivisibile, in appoggio alla quale si può aggiungere il comportamento tenuto dall’individuo nel successivo processo di secondo grado, quando, con sulle spalle i trent’anni di galera rimediati nel precedente, ancora avrebbe continuato a dichiararsi colpevole.
Fin qui i ragionamenti dei giudici sono senz’altro condivisibili. Sorprende però il fatto che si dimenticarono di prendere in esame la motivazione più normale e logica che avrebbe potuto indurre un reo confesso ad accusare delle persone innocenti: il tentativo di alleggerire la propria posizione attribuendo ad altri il maggior carico di reati. E se a uccidere fosse stato lo stesso Lotti, magari con l’aiuto o almeno la connivenza di Pucci, la cui deposizione aveva lasciato così tanti dubbi e perplessità? Incredibilmente la sentenza neppure si pone la più che legittima domanda.

Filippo Neri Toscano. In istruttoria Giancarlo Lotti, riportando una confidenza a suo dire ricevuta da Vanni, aveva indicato nel carabiniere Filippo Neri Toscano il fornitore delle munizioni, consegnate ai due assassini prima di ogni delitto. La circostanza appare nient’altro che l’ennesimo elemento assurdo inserito da Lotti in uno scenario dove ne albergano mille altri. Non si capisce perché Vanni e Pacciani non si sarebbero procurati una scatola di cartucce dalla quale prelevarne alla bisogna, invece di farsene dare un po’ alla volta da Toscano, il quale peraltro avrebbe dovuto tenere da parte una vecchia confezione apposta per loro. L’uomo era un appassionato di armi, frequentava poligoni di tiro e quindi consumava molte munizioni, ma quelle di una vecchia scatola risalente a prima del 1968 no, quelle le avrebbe tenute da parte riservandole ai suoi amici Vanni e Pacciani! Più assurdo di così si muore.
Lotti aveva riferito la confidenza di Vanni nel momento in cui la propria posizione era passata da quella di testimone a quella d’indagato (12 marzo 1996), quando, come si può immaginare, la prospettiva del carcere doveva aver reso massima la sua disponibilità a soddisfare le aspettative degli inquirenti. È un fatto significativo che in aula non si fosse ricordato troppo bene di quelle dichiarazioni (vedi), a partire dal mestiere e dal nome dell’individuo (“Mah, c'era uno di San Casciano, un mi ricordo il nome come si chiama, un certo...”), per i quali il PM gli aveva dato una maliziosa imbeccata (“Lei questa persona, questo carabiniere ricorda, geograficamente, se era toscano... per l'appunto mi è venuto il nome...”). Non si ricordava poi se Toscano era a conoscenza dell’uso che Vanni e Pacciani avrebbero fatto delle munizioni ricevute (“Mah, questo a me non me l'ha detto, questo fatto“), ma in istruttoria sì che se lo era ricordato. Stanco di ammiccamenti, alla fine Canessa aveva deciso di parlar chiaro, passando alle contestazioni a suon di verbali:

Allora, lei dice: "Ho saputo, direttamente dal Vanni, che le munizioni" - siamo all'interrogatorio del 12/03/96 - "che le munizioni per la pistola venivano fornite al Pacciani da un amico”- e che il Vanni, insistendo, gli aveva riferito che – “l'amico era l'appuntato dei Carabinieri Toscano, l'appuntato Toscano. Fornendo le munizioni era al corrente dell'uso che ne veniva fatto, così mi diceva il Vanni".[…]
Le contesto che lei dice, dichiarazioni al PM 23/03/96: "A me il Vanni disse che i proiettili il Toscano glieli aveva dati prima dell'omicidio di Vicchio. Il Vanni mi disse che gli forniva i proiettili quando c'erano omicidi da fare". E aggiunge: "Ho visto Vanni a volte parlare con il Toscano in piazza". […]
Lei dice, il 12/03/96: "Mario mi disse che il Toscano dava i proiettili a lui“ - Vanni – “e che poi li faceva avere a Pietro, perché non stava a San Casciano, come invece abitavano Toscano e Vanni. Io, Toscano, lo conoscevo di vista, ma non ci parlavo".

Il lettore converrà che dei ricordi di dieci e più anni prima svaniti dopo appena uno costituiscono un grave elemento di sospetto. Ma non per la sentenza, dove si crede a tal punto alle dichiarazioni di Lotti da ritenerle addirittura una prova della sua buona fede, e soprattutto della veridicità delle accuse a Vanni e Pacciani! Ignorati i suoi vuoti di memoria in aula, si perviene alla sorprendente conclusione attraverso ben sette pagine di contorti e illogici ragionamenti che qui sotto si tenterà di riassumere.
Il 18 marzo 1996 gli inquirenti avevano rinvenuto in casa di Toscano, oramai in pensione, numerose armi e 200 cartucce “Winchester” calibro 22 con la lettera “W” impressa sul fondello, la quale, come dice la stessa sentenza, era stata adottata dal produttore dopo la “H” del Mostro a partire dal 1980-81. L’ex carabiniere aveva affermato di aver acquistato le cartucce nel 1985 da un privato, Lorenzo Mocarelli, assieme a una “Beretta” calibro 22 usata.
Ascoltato in aula, Mocarelli aveva confermato la vendita a Toscano della pistola e la contestuale cessione di un piccolo quantitativo di munizioni (“10, 15, 6, non me lo ricordo”), le quali in ogni caso dovevano essere state contrassegnate dalla lettera “H”, visto che l’uomo aveva smesso di frequentare il poligono di tiro già dal 1978. Quasi ottantenne e con difetti di memoria, Mocarelli non ricordava di aver venduto altre cartucce a Toscano, però non si era sentito di escluderlo del tutto.
Le incertezze di memoria del testimone portarono i giudici a ritenere plausibili da parte sua altre cessioni di cartucce all’ex carabiniere, che quindi ne avrebbe ricevute del tipo “H” almeno prima del delitto del 1985 (la vendita della pistola era avvenuta il 7 gennaio). Ma non si comprende come questo fatto possa aver avuto qualche rilevanza sulla disponibilità da parte dello stesso Toscano di cartucce tipo “H”, visto che l’uomo era un appassionato di armi e un frequentatore di poligoni di tiro. Insomma, per procurarsele non aveva certo bisogno di alcun Mocarelli, la cui deposizione quindi non era servita a nulla (se non, per come ne scrive Giuttari sui propri libri, a smentire Toscano sulla provenienza delle 200 cartucce “W” trovate a casa sua, ma questo non si vede che cosa c’entri con i delitti, poiché al massimo avrebbe potuto far emergere un reato di appropriazione indebita o di indebito acquisto).
Riesce difficile comprendere come l’insieme di elementi sopra citati possa costituire un riscontro alle dichiarazioni di Giancarlo Lotti su Toscano fornitore delle cartucce. Forse l’unico riscontro al quale si potrebbe riconoscere in linea di principio una pur minima validità è contenuto nella chiusura delle argomentazioni sul tema:

se non fosse(ro) andate così le cose, il Lotti non avrebbe mai potuto sapere della disponibilità da parte del Toscano di tale tipo di cartucce, non avendo mai avuto rapporti diretti con costui o comunque rapporti tali da indurre il Toscano a parlargli di un tale argomento.
Deve quindi ritenersi riscontrata la circostanza riferita dal Lotti circa la “provenienza” dal Toscano delle cartucce utilizzate nei delitti.

Quindi alla fine quel che la sentenza può mettere sul piatto è soltanto una presunzione: se non fosse stato Vanni a dirglielo, Lotti non avrebbe mai potuto sapere che Toscano aveva disponibilità di cartucce compatibili con quelle del Mostro. Ma è davvero poco, quasi nulla, anzi, e per di più il ragionamento non pare granché condivisibile. Innanzitutto, essendo Toscano un ex carabiniere, in linea di principio chiunque avrebbe potuto associarlo ad armi e munizioni. Poi gli incerti ricordi di Lotti in aula (e i conseguenti maliziosi suggerimenti del PM), non lasciano molto tranquilli riguardo a quanto poteva essere accaduto durante gli interrogatori in istruttoria, dove a controllare i colloqui non soltanto non c’erano gli avvocati di Vanni, ma forse neppure quello dello stesso Lotti, lo vedremo. Quindi non c’è davvero da meravigliarsi se, a distanza di vent’anni dalla sua iscrizione nel registro degli indagati, non risulta alcun rinvio a giudizio per l’ex carabiniere Filippo Neri Toscano, la cui posizione non può che essere stata archiviata da molto tempo.

Altri riscontri esterni. Esistevano altre prove, oltre alle dichiarazioni di Giancarlo Lotti, della colpevolezza di Vanni e Pacciani? La sentenza cerca di mettere assieme quel che può pescando dalle precedenti argomentazioni, ma alla fine si ritrova con un ben misero bottino. Ci sono le accuse di Fernando Pucci, innanzitutto, il quale viene definito ancora una volta “teste oculare di totale affidamento e quindi di piena credibilità”. Presente nel documento originale, il grassetto aggiunge ulteriore enfasi agli iperbolici termini con i quali l’estensore tentò di nascondere quel che invece era a tutti risultato evidente: in aula Pucci non aveva detto nulla, evidenziando una quasi totale ignoranza del contenuto dei verbali d’istruttoria, dei quali quindi non ci si sarebbe dovuti fidare troppo.
La riciclata testimonianza Nesi sull’auto di Pacciani incrociata a Scopeti costituisce il secondo riscontro esterno, e l’avvistamento dell’auto bianca da parte di Sharon Stepman, sempre a Scopeti, il terzo. Anche di questi riscontri abbiamo già discusso, dimostrando come fossero pressoché di rilevanza nulla. Analoghe considerazioni valgono per la camaleontica auto vista a Vicchio dai coniugi Martelli-Caini, di colore scuro in istruttoria, bianca in dibattimento e infine la “FORD FIESTA del Pacciani” in sentenza, che però a bordo aveva il solo conducente (quindi Vanni dov’era?).
Per aggiungere ancora qualcosa allo scarnissimo panorama la sentenza riprende la già citata ammissione di Vanni sul fatto che Lotti gli avesse raccontato della coppia di Vicchio. Ulteriori parole per dimostrarne l’inconsistenza probatoria appaiono superflue.
Uno spazio ben maggiore merita invece la questione della nota lettera scritta da Pacciani a Vanni, emersa già nelle fasi istruttorie dell’inchiesta Pacciani e per la quale nel processo di cui qui si tratta era stato imputato l’incolpevole avvocato civilista Alberto Corsi, poi assolto. Per essa vale la pena prevedere un articolo apposito. Si può intanto premettere che, per poterla utilizzare come riscontro esterno contro Vanni, con estrema disinvoltura i giudici la raddoppiarono, dovendo invalidare la devastante deposizione di Giancarlo Lotti che l’aveva resa inefficace.

19 commenti:

  1. Sig. Segnini ma in fin dei conti, ammesso che il lotti sia il mostro, lei pensa che Pacciani e Vanni non abbiano mai partecipato ai vari omicidi o abbiano solo assistito? Se cosi' fosse sarebbe veramente un destino beffardo il fatto che siano stati presi di mezzo gli amici del vero mostro, oltre naturalmente al fatto di anni di processi, persone innocenti in galera etc.

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    1. A volte il destino è beffardo, ed in questo caso evidentemente lo è stato. Vanni e Pacciani non c'entravano nulla. Lotti aveva conosciuto Pacciani attraverso Vanni, che da postino conosceva tutti. E' lecito immaginare che fu Lotti a volerlo conoscere e saltuariamente frequentare, stimolato da una perversa curiosità verso un assassino come lui. Certo, se si fosse immaginato che anni dopo Pacciani sarebbe entrato nel mirino degli inquirenti, se ne sarebbe tenuto ben lontano.

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  2. Premettendo che L'ipotesi Lotti è credibile(sicuramente più di altre formulate nel corso degli anni) e che il suo profilo combacia perfettamente con quello stilato dall'FBI, mi chiedo tuttavia come un tipo come Lotti che viveva di stenti,costretto spesso a dormire in luoghi di fortuna perché senza fissa dimora, abbia potuto organizzare e compiere azioni criminali che necessitavano di un minimo di organizzazione logistica e
    di disponibilità di denaro; Anche perché erano imprese piuttosto ben organizzate. Questo anche senza voler considerare le scarse capacità intellettive del soggetto in questione.

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    1. Questa vicenda è piena di luoghi comuni, contro i quali è arduo battersi, e quelli che riguardano Lotti sono forse i peggiori, poichè difficilmente si è motivati ad approfondire la conoscenza della sua figura.
      Che Lotti avesse scarse capacità intellettive non è affatto vero, anche se non poteva definirsi un genio. Ma ci voleva un genio per realizzare le imprese del MdF? Di quale organizzazione logistica c'era bisogno per sparare a due poveri cristi intenti nelle loro faccende e a sfuggire a forze dell'ordine come quelle che sappiamo?
      Lotti era molto ignorante, questo è vero, sapeva a fatica leggere e scrivere, ma si può ragionevolmente asserire che invece il Mostro sì? Esistono forse lettere che lo dimostrino? No, anzi, la loro mancanza per un soggetto che amava le sfide fa proprio pensare al contrario.
      A dimostrare che Lotti non era lo stupido che inseguiva i marziani stanno sia la perizia Fornari-Lagazzi, sia le sue deposizioni ai processi di primo e secondo grado. Filastò e Mazzeo non riuscirono a metterlo in difficoltà neppure un po', nonostante le sue evidenti bugie. L'individuo era sgusciante come un anguilla, e sapeva bene come nascondersi dietro le sue difficoltà linguistiche.
      Questo il giudizio di Fornari in aula:

      Ha condotto lui il colloquio. Sempre, lo ha condotto lui. Ci ha dato quello che ha voluto darci con estrema abilità. Con quell'astuzia che può avere l'uomo, il contadino, no? Che però ha un'esperienza di vita che batte magari quella dell'intellettuale. Perché lui è uno che è cresciuto proprio a contatto della vita, no? Quindi lui sa benissimo regolarsi nei confronti dell'esistenza, della vita, è un astuto.

      Più chiaro di così... Sia la loro deposizione sia la loro perizia sarebbero state armi formidabili in mano ad avvocati meno impegnati a immaginare mostri poliziotti e più a togliere dai guai il loro assistito. Fornari e Lagazzi disegnarono una figura affatto compatibile con quella del complice succube di Pacciani, tantochè lo stesso Propato, l'accusa al processo di secondo grado, disse: "Riguardando la consulenza Lotti, qua il migliore autore per questi reati, secondo me, è Lotti". Ma Filastò e Mazzeo preferirono puntare sulla sua estraneità completa, immaginandolo pronto a farsi condannare innocente a trent'anni di carcere. Sappiamo bene come andò a finire.

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    2. Direi che anche la vulgata di un Lotti "barbone" trova come unico riscontro l'aver abitato nei locali fatiscenti di proprietà della parrocchia. Ma bisogna chiedersi: perché abitava lì mentre continuava a spendere in trattoria, al bar, a prostitute, in benzina e automobili? A mio parere preferiva orientare così i suoi acquisti. Rinunciava all'essenziale a vantaggio del superfluo; non è così raro.

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    3. Beh, se Lotti non era un vero barbone e aveva una normale disponibilità di denaro, allora l'ipotesi che sia lui il sk diventa senz'altro più corposa. Per organizzazione logistica mi riferivo al fatto che da qualche parte doveva conservare, chessò, qualcosa per coprirsi durante le escissioni, doveva avere un posto dove nascondere la pistola e i feticci, dove ritagliare i giornali per le sue lettere minatorie,dove pulirsi dopo gli omicidi etc. Un barbone che tiene sotto scacco per 30 anni le polizie di mezzo mondo mi sembra un po' difficile...detto questo, mi chiedo, a meno che non mi sia sfuggito qualcosa, perché Lotti abbia tirato in mezzo Vanni: se voleva confermare la linea accusatoria della procura, gli bastava fare il nome di Pacciani e tutti felici e contenti. Nè mi sembra che Lotti avesse qualche conto in sospeso con l'ex postino. Ma ripeto, magari mi sono perso qualche passaggio della vicenda.

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  3. Nel 1966 morì suo padre, e Lotti rimase da solo con la madre fino alla sua morte, avvenuta nel 1975 in ospedale. Fino ad allora, magari fino a un po' di mesi prima del decesso, che avvenne in ospedale, si presume che Lotti avesse vissuto assieme a lei nella casa di famiglia, non so se di proprietà o se in affitto. Di sicuro poi la casa non rimase nella disponibilità di Lotti, forse se la prese la sorella, sposata e molto più anziana di lui. In quel periodo non credo che avesse un lavoro fisso, in ogni caso qualche entrata ce l'aveva se nel '78 comprò una macchina con la quale andava a prostitute.
    Dunque nell'estate del '74, al suo primo delitto, Lotti aveva una casa, dove c'era soltanto la madre malata di testa, e forse neppure lei, quindi, almeno lì non doveva nascondersi troppo.
    Non so in quale alloggio avesse dormito dopo la morte della madre, quel che è certo è che nel 1981 trovò casa e lavoro alla cava dei fratelli Scherma. I suoi datori di lavoro gli avevano dato in disponibilità una cascina malmessa vicino alla loro casa. Quindi nel periodo dei delitti seriali 1981-1985 Lotti aveva sia un lavoro, sia una casa dove viveva da solo, e dove poteva nascondere il necessario. E' vero che vicino abitavano gli Scherma, ma solo loro, essendo il posto in campagna, quindi Lotti non aveva molti occhi puntati su di sè, che comunque avrebbero sospettato ben poco, visto il tipo considerato inoffensivo. Quale migliore identità di quella per un Mostro che nessuno scoprì mai? Poi nel 1987 perse casa e lavoro, e la sua vita subì un netto peggioramento, ma ormai i delitti erano lontani.
    Riguardo il Vanni, Lotti si accodò alle esigenze della Procura, come aveva fatto prima di lui Pucci.

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  4. Bene, sicuramente l'ipotesi Lotti è molto solida. Anzi mi meraviglio perché non si sia indagato più a fondo in tal senso. Continua a sfuggirmi il perché del coinvolgimento di Vanni: Pucci è il primo a tirare in mezzo Vanni, Lotti si accoda, ma perché lo fanno? L'interesse della procura non era solo quello di veder confermata la condanna del solo Pacciani? Non era convinzione all'epoca che i delitti potevano benissimo essere stati commessi da una sola persona?(anche oggi molti la pensano così)

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    1. Il discorso è abbastanza articolato, e non può concludersi in un intervento come questo. Cumunque, in sintesi, ben consapevoli della debolezza delle prove con le quali fu condannato Pacciani, Vigna e Ognibene fecero un gioco sottile, inserendo un seme nella stessa sentenza, quello della possibilità che il condannato avesse avuto almeno un complice. E più che sul misterioso personaggio visto da Zanetti su via Scopeti, contavano su Vanni, che con la sua traballante deposizione si era scavato la fossa da solo. Tutto il resto fu una conseguenza. Quello che Vigna non riuscì a prevedere è che sarebbe incappato nel Mostro vero, che però stette al gioco.

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    2. La caccia al complice di pacciani iniziò già in corso del processo di I grado dopo la seconda deposizione di Nesi; naturalmente mario vanni era il complice ideale. così si cominciarono a vedere due macchine, due/tre persone e alla fine pucci collocò pacciani e vanni sul luogo del delitto di scopeti, tirandosi dietro anche lotti che inizialmente non aveva parlato

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    3. Le mie ricerche mi hanno portato alla convinzione che la pista dei complici ebbe origine da Renzo Rontini, che dopo aver visto la deposizione di Vanni (26 maggio 1994) credette di averlo visto prima del delitto di sua figlia gironzolare a Vicchio attorno al bar della stazione. Queste le sue dichiarazioni al Corriere qualche mese dopo (4 novembre):

      Al processo ho riconosciuto un teste. Una quindicina di giorni prima del delitto era vicino al bar dove lavorava mia figlia. […] Quando si presentò a testimoniare uno dei personaggi che stavano intorno a Pietro Pacciani mi é venuto di pensare: questo lo conosco. Il giorno dopo vidi la sua fotografia sui giornali e ricordai subito l'episodio. […] Quel tipo lo vidi più di una volta nei pressi del bar di Vicchio, dove lavorava la mia Pia. […] Con il giornale in mano, sono andato in giro per il paese e varie persone mi hanno confermato di averlo notato. […] Non ho mai fatto l'investigatore, in tutta questa tragedia, però di quello che ho visto e delle cose che ho saputo ho sempre informato le autorità competenti. L'ho fatto anche in questo caso, appena il mio dubbio é diventato certezza.

      Se pensiamo che il ritorno di Lorenzo Nesi con lo strategico recupero dell'avvistamento di Pacciani e passeggero a Scopeti è dell'8 giugno, quindi successivo di un paio di settimane a quello di Vanni, i conti tornano tutti. Rontini era andato in Procura a manifestare le proprie convinzioni, quindi era stato contattato Nesi che aveva dato la sua più ampia disponibilità.

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    4. grande! però non aveva riconosciuto il passeggero...
      comunque hai perfettamente ragione sull'intervento di Rontini - che confermerà decisamente a processo

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    5. Non aveva riconosciuto il passeggero, è vero, ma in quel momento tirare dentro Vanni sarebbe stato troppo anche per questa Italietta di tontoloni, non ti pare?

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    6. "Se parlo io tu stai più fermo!" Ricordate certamente questa frase rivolta da Lotti a Vanni. Nell'ipotesi di un Lotti assassino solitario, il ricattatore sarebbe "dovuto" essere Vanni. Non obbligatoriamente, ma con maggiore probabilità. Perché non è scontato nè probabile che Lotti fosse riuscito a nascondere ai due compagni di bisboccia il suo segreto. Può starci che non abbiano sospettato di lui mentre i delitti avvenivano ma a metà degli anni 90, con Lotti reo-confesso e accusatore, sarebbero stati perfettamente in grado di "unire i puntini". Esempio pratico: i delitti avvengono di sabato o comunque nei pre-festivi, serate in cui Pacciani e Vanni erano soliti andare per osterie, possibile non notare a posteriori che Lotti mancava sempre in corrispondenza dei delitti? Possibile non ricordare almeno un episodio accaduto in osteria capace di fornire un alibi? Una rissa, un bicchiere rotto e il barman che si taglia col vetro, una visita improvvisa della finanza, una partita di scopa memorabile, la volta che il cesso si è otturato, quello stano tipo che offrì da bere a tutti etc. etc.. Possibile non abbiano trovato nessuno (Filippo Neri Toscano o Nesi o altri) che potessero affermare: c'erano Pacciani e Vanni ma Lotti non c'era?
      Gli inquirenti, essendo Lotti mancino, non potevano immaginarlo solo sulla scena. De Fazio e ogni altro avevano affermato (forse sbagliando forse no ma convincendo), che l'assassino e l'escissore fosse destrorso. Mi pare d'aver capito che, su questo punto, stai preparando un articolo.
      Leggendoti, pur non condividendo l'idea di un Lotti solitario, mi sono orientato a considerarlo comunque molto più coinvolto di quanto sia emerso.

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    7. Quali sono le testimonianze che collocano Lotti sempre assieme a Vanni e Pacciani nel periodo dei delitti? Quella del boccalone Nesi, bugiardo e maligno fino all'inverosimile?
      Se togliamo lui dalla scena, rimangono frequentazioni saltuarie, con Vanni divenute più continue soltanto nell'estate del 1995.
      Lotti stava sempre con Pucci, e infatti Pucci qualcosa sapeva. E Pucci non disse mai di aver fatto gruppo anche con Vanni e Pacciani. Riguardo Vanni c'è soltanto la bugia della domenica di Scopeti, con un presunto pomeriggio trascorso a Firenze dalla Ghiribelli quando invece il 128 rosso era sotto la piazzola.

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    8. Diciamo pure che tutto il processo ai cdm si basa sull'assunto che Pacciani e Vanni fossero "culo e camicia" così come Lotti e Pucci. Pucci non sopportava gli atteggiamenti violenti e prepotenti dei due (a cui deve avere assistito). Lotti invece, pur dichiarandosi diffidente nei confronti di Pacciani, riteneva Vanni un buon amico e li frequentava entrambi. Faggi e Rea (escluso da subito) completavano il "giro" dei cosiddetti "compagni di merende". Vanni conferma Lotti sul fatto che avessero parlato della coppia di Vicchio (e gli viene imposto il silenzio dalla sua difesa). Nesi arriva a confermare l'assunto. Può essere tutta una balla, ma nel caso c'è da chiedersi perché la difesa di Vanni non abbia smontato tutta la montatura sulle loro frequentazioni?

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    9. Gli errori della difesa di Vanni sono stati enormi, e non li prenderei a dimostrazione di nulla se non di loro stessi.
      Il tuo discorso era che Vanni e Pacciani, essendo stretti frequentatori di Lotti nel periodo dei delitti, non avrebbero potuto non essersi accorti della sua eventuale attività di serial killer solitario. Il che non è certo automatico. Per di più nulla dimostra che fossero stati molto intimi, anzi, se Lotti con Vanni andava d'accordo, con Pacciani sembra proprio di no. A quanto se ne sa, di norma Lotti usciva con Pucci e basta.
      Quindi la tua osservazione cade.

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  5. Grazie delle delucidazioni, ora alcuni punti mi sono più chiari. Spostando un po' il discorso, chiedo: considerando che oggi possiamo affermare con una certa sicurezza che l'omicidio è avvenuto almeno un giorno prima rispetto a quanto dichiarato da Lotti e Pucci, perché i due hanno mentito su questo punto? O meglio: io, Giancarlo Lotti, mostro di Firenze, decido di incastrare Pacciani e Vanni, perché non riferisco in dibattimento il giorno esatto del duplice omicidio?

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    1. Lotti ha sempre avuto l'accortezza di non dire nulla più del necessario, evitando così possibili inciampi che avrebbero potuto far scoprire le sue vere responsabilità. Il delitto di Scopeti per la Procura era avvenuto di domenica, e di domenica era stata vista la sua auto sotto la piazzola. Per quale motivo avrebbe dovuto impelagarsi in una versione differente?

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