venerdì 13 maggio 2016

I riscontri esterni contro Vanni e Pacciani

L’imputato Lotti Giancarlo, per i quattro duplici omicidi ai quali ha partecipato ed ha assistito come complice e come “palo”, ha indubbiamente detto la verità sugli episodi, perché le sue dichiarazioni hanno trovato precisi riscontri probatori, come già sopra analizzato caso per caso.
Non è quindi pensabile che il Lotti possa aver mentito sulle persone dei suoi complici ed aver ingiustamente accusato il Vanni ed il Pacciani, per le seguenti specifiche ragioni…

Dopo la presentazione di ben 20 riscontri probatori che avrebbero reso certo il coinvolgimento di Giancarlo Lotti negli ultimi quattro duplici omicidi, la sentenza affronta un delicatissimo e niente affatto automatico passaggio: se è vero che Lotti era coinvolto, sono credibili le sue accuse a Vanni e Pacciani? Già durante l’esame dei riscontri riguardanti il presunto pentito qua e là erano emersi elementi anche contro gli altri due, ma in seguito la sentenza li riprende e li integra con altri, costruendo un capitolo apposito che nelle intenzioni dovrebbe dimostrare la loro colpevolezza. Con pessimi risultati, però.

Rancori e convenienze. Varie argomentazioni vengono dedicate a dimostrare che Lotti non avrebbe avuto motivi per accusare ingiustamente Vanni e Pacciani. Innanzitutto i giudici si dichiararono sicuri di poter escludere qualsiasi risentimento. La nipote di Vanni, Alessandra Bartalesi, aveva testimoniato che nell’estate del 1995 tra Lotti e suo zio c’era stato un rapporto di buona amicizia (vedi). Per Pacciani non esistevano testimonianze altrettanto forti, anzi, non sembra che tra lui e Lotti fosse corso buon sangue, ma i giudici confidarono su una frase di Lorenzo Nesi, secondo la quale “Lotti, il Vanni, Pucci, il maresciallo morto, Pacciani, insomma, l'era gente che stavano sempre insieme”. E per i giudici neppure il rapporto anale patito da Lotti a opera di Pacciani, sempreché fosse avvenuto davvero, avrebbe potuto costituire motivo sufficiente per una vendetta così estrema.
La sentenza fa poi qualche ragionamento molto confuso intorno alle modalità con le quali Lotti si era deciso ad ammettere le proprie responsabilità, il che non è ben chiaro come avesse potuto dimostrare la fondatezza delle accuse a Vanni e Pacciani. Sembra invece molto più attinente al tema la questione dei vantaggi della condizione di pentito. È ben noto quanto ne pensavano gli avvocati di Vanni, per i quali Giancarlo Lotti avrebbe ritenuto preferibile la nuova gabbia dorata del programma di protezione rispetto alla vecchia vita di stenti. Però, scrive giustamente la sentenza, “il citato programma non lo esenta certo dalle conseguenze penali per i reati ai quali ha collaborato”, lasciando intendere che Lotti non avrebbe potuto non rendersene conto. Una considerazione del tutto condivisibile, in appoggio alla quale si può aggiungere il comportamento tenuto dall’individuo nel successivo processo di secondo grado, quando, con sulle spalle i trent’anni di galera rimediati nel precedente, ancora avrebbe continuato a dichiararsi colpevole.
Fin qui i ragionamenti dei giudici sono senz’altro condivisibili. Sorprende però il fatto che si dimenticarono di prendere in esame la motivazione più normale e logica che avrebbe potuto indurre un reo confesso ad accusare delle persone innocenti: il tentativo di alleggerire la propria posizione attribuendo ad altri il maggior carico di reati. E se a uccidere fosse stato lo stesso Lotti, magari con l’aiuto o almeno la connivenza di Pucci, la cui deposizione aveva lasciato così tanti dubbi e perplessità? Incredibilmente la sentenza neppure si pone la più che legittima domanda.

Filippo Neri Toscano. In istruttoria Giancarlo Lotti, riportando una confidenza a suo dire ricevuta da Vanni, aveva indicato nel carabiniere Filippo Neri Toscano il fornitore delle munizioni, consegnate ai due assassini prima di ogni delitto. La circostanza appare nient’altro che l’ennesimo elemento assurdo inserito da Lotti in uno scenario dove ne albergano mille altri. Non si capisce perché Vanni e Pacciani non si sarebbero procurati una scatola di cartucce dalla quale prelevarne alla bisogna, invece di farsene dare un po’ alla volta da Toscano, il quale peraltro avrebbe dovuto tenere da parte una vecchia confezione apposta per loro. L’uomo era un appassionato di armi, frequentava poligoni di tiro e quindi consumava molte munizioni, ma quelle di una vecchia scatola risalente a prima del 1968 no, quelle le avrebbe tenute da parte riservandole ai suoi amici Vanni e Pacciani! Più assurdo di così si muore.
Lotti aveva riferito la confidenza di Vanni nel momento in cui la propria posizione era passata da quella di testimone a quella d’indagato (12 marzo 1996), quando, come si può immaginare, la prospettiva del carcere doveva aver reso massima la sua disponibilità a soddisfare le aspettative degli inquirenti. È un fatto significativo che in aula non si fosse ricordato troppo bene di quelle dichiarazioni (vedi), a partire dal mestiere e dal nome dell’individuo (“Mah, c'era uno di San Casciano, un mi ricordo il nome come si chiama, un certo...”), per i quali il PM gli aveva dato una maliziosa imbeccata (“Lei questa persona, questo carabiniere ricorda, geograficamente, se era toscano... per l'appunto mi è venuto il nome...”). Non si ricordava poi se Toscano era a conoscenza dell’uso che Vanni e Pacciani avrebbero fatto delle munizioni ricevute (“Mah, questo a me non me l'ha detto, questo fatto“), ma in istruttoria sì che se lo era ricordato. Stanco di ammiccamenti, alla fine Canessa aveva deciso di parlar chiaro, passando alle contestazioni a suon di verbali:

Allora, lei dice: "Ho saputo, direttamente dal Vanni, che le munizioni" - siamo all'interrogatorio del 12/03/96 - "che le munizioni per la pistola venivano fornite al Pacciani da un amico”- e che il Vanni, insistendo, gli aveva riferito che – “l'amico era l'appuntato dei Carabinieri Toscano, l'appuntato Toscano. Fornendo le munizioni era al corrente dell'uso che ne veniva fatto, così mi diceva il Vanni".[…]
Le contesto che lei dice, dichiarazioni al PM 23/03/96: "A me il Vanni disse che i proiettili il Toscano glieli aveva dati prima dell'omicidio di Vicchio. Il Vanni mi disse che gli forniva i proiettili quando c'erano omicidi da fare". E aggiunge: "Ho visto Vanni a volte parlare con il Toscano in piazza". […]
Lei dice, il 12/03/96: "Mario mi disse che il Toscano dava i proiettili a lui“ - Vanni – “e che poi li faceva avere a Pietro, perché non stava a San Casciano, come invece abitavano Toscano e Vanni. Io, Toscano, lo conoscevo di vista, ma non ci parlavo".

Il lettore converrà che dei ricordi di dieci e più anni prima svaniti dopo appena uno costituiscono un grave elemento di sospetto. Ma non per la sentenza, dove si crede a tal punto alle dichiarazioni di Lotti da ritenerle addirittura una prova della sua buona fede, e soprattutto della veridicità delle accuse a Vanni e Pacciani! Ignorati i suoi vuoti di memoria in aula, si perviene alla sorprendente conclusione attraverso ben sette pagine di contorti e illogici ragionamenti che qui sotto si tenterà di riassumere.
Il 18 marzo 1996, nel corso di una perquisizione, erano state rinvenute in casa di Toscano, oramai in pensione, numerose armi e 200 cartucce “Winchester” calibro 22 con la lettera “W” impressa sul fondello, la quale, come dice la stessa sentenza, era stata adottata dal produttore dopo la “H” del Mostro a partire dal 1980-81. L’ex carabiniere aveva affermato di aver acquistato le cartucce nel 1985 da un privato, Lorenzo Mocarelli, assieme a una “Beretta” calibro 22 usata.
Ascoltato in aula, Mocarelli aveva confermato la vendita a Toscano della pistola e la contestuale cessione di un piccolo quantitativo di munizioni (“10, 15, 6, non me lo ricordo”), le quali in ogni caso dovevano essere state contrassegnate dalla lettera “H”, visto che l’uomo aveva smesso di frequentare il poligono di tiro già dal 1978. Quasi ottantenne e con difetti di memoria, Mocarelli non ricordava di aver venduto altre cartucce a Toscano, però non si era sentito di escluderlo del tutto.
Le incertezze di memoria del testimone portarono i giudici a ritenere plausibili da parte sua altre cessioni di cartucce all’ex carabiniere, che quindi ne avrebbe ricevute del tipo “H” almeno prima del delitto del 1985 (la vendita della pistola era avvenuta il 7 gennaio). Ma non si comprende come questo fatto possa aver avuto qualche rilevanza sulla disponibilità da parte dello stesso Toscano di cartucce tipo “H”, visto che l’uomo era un appassionato di armi e un frequentatore di poligoni di tiro. Insomma, per procurarsele non aveva certo bisogno di alcun Mocarelli, la cui deposizione quindi non era servita a nulla (se non, per come ne scrive Giuttari sui propri libri, a smentire Toscano sulla provenienza delle 200 cartucce “W” trovate a casa sua, ma questo non si vede che cosa c’entri con i delitti, poiché al massimo avrebbe potuto far emergere un reato di appropriazione indebita o di indebito acquisto).
Riesce difficile comprendere come l’insieme di elementi sopra citati possa costituire un riscontro alle dichiarazioni di Giancarlo Lotti su Toscano fornitore delle cartucce. Forse l’unico riscontro al quale si potrebbe riconoscere in linea di principio una pur minima validità è contenuto nella chiusura delle argomentazioni sul tema:

se non fosse(ro) andate così le cose, il Lotti non avrebbe mai potuto sapere della disponibilità da parte del Toscano di tale tipo di cartucce, non avendo mai avuto rapporti diretti con costui o comunque rapporti tali da indurre il Toscano a parlargli di un tale argomento.
Deve quindi ritenersi riscontrata la circostanza riferita dal Lotti circa la “provenienza” dal Toscano delle cartucce utilizzate nei delitti.

Quindi alla fine quel che la sentenza può mettere sul piatto è soltanto una presunzione: se non fosse stato Vanni a dirglielo, Lotti non avrebbe mai potuto sapere che Toscano aveva disponibilità di cartucce compatibili con quelle del Mostro. Ma è davvero poco, quasi nulla, anzi, e per di più il ragionamento non pare granché condivisibile. Innanzitutto, essendo Toscano un ex carabiniere, in linea di principio chiunque avrebbe potuto associarlo ad armi e munizioni. Poi gli incerti ricordi di Lotti in aula (e i conseguenti maliziosi suggerimenti del PM), non lasciano molto tranquilli riguardo a quanto poteva essere accaduto durante gli interrogatori in istruttoria, dove a controllare i colloqui non soltanto non c’erano gli avvocati di Vanni, ma forse neppure quello dello stesso Lotti, lo vedremo. Quindi non c’è davvero da meravigliarsi se, a distanza di vent’anni dalla sua iscrizione nel registro degli indagati, non risulta alcun rinvio a giudizio per l’ex carabiniere Filippo Neri Toscano, la cui posizione non può che essere stata archiviata da molto tempo.

Altri riscontri esterni. Esistevano altre prove, oltre alle dichiarazioni di Giancarlo Lotti, della colpevolezza di Vanni e Pacciani? La sentenza cerca di mettere assieme quel che può pescando dalle precedenti argomentazioni, ma alla fine si ritrova con un ben misero bottino. Ci sono le accuse di Fernando Pucci, innanzitutto, il quale viene definito ancora una volta “teste oculare di totale affidamento e quindi di piena credibilità”. Presente nel documento originale, il grassetto aggiunge ulteriore enfasi agli iperbolici termini con i quali l’estensore tentò di nascondere quel che invece era a tutti risultato evidente: in aula Pucci non aveva detto nulla, evidenziando una quasi totale ignoranza del contenuto dei verbali d’istruttoria, dei quali quindi non ci si sarebbe dovuti fidare troppo.
La riciclata testimonianza Nesi sull’auto di Pacciani incrociata a Scopeti costituisce il secondo riscontro esterno, e l’avvistamento dell’auto bianca da parte di Sharon Stepman, sempre a Scopeti, il terzo. Anche di questi riscontri abbiamo già discusso, dimostrando come fossero pressoché di rilevanza nulla. Analoghe considerazioni valgono per la camaleontica auto vista a Vicchio dai coniugi Martelli-Caini, di colore scuro in istruttoria, bianca in dibattimento e infine la “FORD FIESTA del Pacciani” in sentenza, che però a bordo aveva il solo conducente (quindi Vanni dov’era?).
Per aggiungere ancora qualcosa allo scarnissimo panorama la sentenza riprende la già citata ammissione di Vanni sul fatto che Lotti gli avesse raccontato della coppia di Vicchio. Ulteriori parole per dimostrarne l’inconsistenza probatoria appaiono superflue.
Uno spazio ben maggiore merita invece la questione della nota lettera scritta da Pacciani a Vanni, emersa già nelle fasi istruttorie dell’inchiesta Pacciani e per la quale nel processo di cui qui si tratta era stato imputato l’incolpevole avvocato civilista Alberto Corsi, poi assolto. Per essa vale la pena prevedere un articolo apposito. Si può intanto premettere che, per poterla utilizzare come riscontro esterno contro Vanni, con estrema disinvoltura i giudici la raddoppiarono, dovendo invalidare la devastante deposizione di Giancarlo Lotti che l’aveva resa inefficace.

2 commenti:

  1. Sig. Segnini ma in fin dei conti, ammesso che il lotti sia il mostro, lei pensa che Pacciani e Vanni non abbiano mai partecipato ai vari omicidi o abbiano solo assistito? Se cosi' fosse sarebbe veramente un destino beffardo il fatto che siano stati presi di mezzo gli amici del vero mostro, oltre naturalmente al fatto di anni di processi, persone innocenti in galera etc.

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    1. A volte il destino è beffardo, ed in questo caso evidentemente lo è stato. Vanni e Pacciani non c'entravano nulla. Lotti aveva conosciuto Pacciani attraverso Vanni, che da postino conosceva tutti. E' lecito immaginare che fu Lotti a volerlo conoscere e saltuariamente frequentare, stimolato da una perversa curiosità verso un assassino come lui. Certo, se si fosse immaginato che anni dopo Pacciani sarebbe entrato nel mirino degli inquirenti, se ne sarebbe tenuto ben lontano.

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