giovedì 5 maggio 2016

La sentenza CdM e Vicchio

Lavoretto”: a sentire Giancarlo Lotti, con questo termine a dir poco bizzarro Mario Vanni avrebbe definito la sanguinosa spedizione di morte a Vicchio, dove si sarebbe vendicato per il fallimento delle proprie avances verso Pia Rontini. “Io con te, un uomo anziano, puoi essere il mio babbo!”, gli avrebbe risposto la diciottenne, importunata all’interno del bar dove lavorava, suscitando la sua ira veemente: “a quella la sistemo io, brutta scema, ninfomane, gliela faccio pagare, quella scema perché ha detto a me così”. E, sempre secondo Lotti, sarebbe stato proprio l’anziano corteggiatore respinto a infierire sul corpo della poveretta, mutilandolo non soltanto del pube ma anche del seno sinistro, trasformatosi così da suggestivo indizio contro Pietro Pacciani a oggetto della furia vendicatrice di Vanni.
Come è stato possibile che, alle soglie del 2000, i giudici di un tribunale italiano abbiano condannato un uomo all’ergastolo sulla base di assurdità simili? Proviamo a ricercare nella sentenza le loro ragioni, esaminandone i sei “riscontri esterni” elencati.

Primo riscontro

Conoscenza da parte dello stesso Lotti del luogo del delitto, risalente a data anteriore a quella del duplice omicidio.

Con questo primo riscontro i giudici intesero dimostrare che Giancarlo Lotti aveva frequentato la piazzola di Vicchio prima dell’uccisione della coppia, considerando il fatto un avallo alle sue parole. La prova più significativa era la testimonianza di Filippa Nicoletti, la quale, anche in dibattimento (vedi), si era detta sicura di esservi andata con lui più volte: la prima nel 1981, quando si erano conosciuti, poi nel 1982, e forse in date successive. Tra i particolari più inquietanti c’è quello dell’auto, che Lotti parcheggiava nel medesimo punto e nella medesima posizione della Panda delle future vittime, e la discesa al fiume Sieve, dove i due andavano a rinfrescarsi e dove, a sentire il presunto pentito, Vanni e Pacciani si sarebbero lavati dopo il delitto.
Superficialmente trascurato da chi ritiene Lotti del tutto estraneo alle vicende delittuose, il riscontro risulta invece valido e importante. Valido, poiché Filippa Nicoletti dimostrò d’esser sicura del posto, ben descritto nell’interrogatorio del 10 febbraio 1996 e riconosciuto nel sopralluogo di una settimana dopo. Ad avvalorare i suoi racconti c’è anche la riscontrata presenza di un vicino locale dove Lotti la portava a mangiare, “La casa del prosciutto”, di cui la donna aveva parlato e che poi nel sopralluogo aveva indicato agli inquirenti. Il riscontro appare anche importante come indizio di un coinvolgimento di Lotti nella vicenda, a qualsiasi titolo esso fosse stato, poiché la piazzola era un luogo molto difficile da conoscere per chi non abitava nella zona, essendo del tutto invisibile agli automobilisti in transito sulla vicina strada asfaltata, la provinciale 41. Che Lotti l’avesse frequentato prima del delitto appare quindi una coincidenza oltremodo sospetta. Tra l’altro la Nicoletti affermò che l’amico, la prima volta che ce l’aveva portata, nel 1981, lo conosceva già. Se si pensa che il duplice omicidio di Borgo San Lorenzo era avvenuto sette anni prima a neppure dieci km di distanza, diventa necessario chiedersi da quanto tempo Lotti avesse potuto bazzicare la zona del Mugello.
Nell’ambito del medesimo riscontro la sentenza riporta anche le dichiarazioni di Fernando Pucci, secondo le quali lui e l’amico erano andati a spiare proprio i due ragazzi della Panda pochi giorni prima che venissero uccisi. Si trattava ben più di una semplice frequentazione della piazzola, era un legame diretto e inquietante con le vittime. Ma se dai verbali d’istruttoria il fatto appariva certo, in dibattimento Pucci si era dimostrato assai poco disposto a confermarlo. Di fronte alle contestazioni del PM le sue reazioni erano state caratterizzate da grande reticenza e nervosismo (vedi): “Io 'un ci sono mai stato là. […] Se vu' mi fate di' le cose che 'un sono vere, abbia pazienza, io... […] Io vi dico icché so e basta. Icché 'un so, 'un lo dico di certo. […] Se 'un me lo ricordo, 'un lo dico”. Eppure in tutti gli altri casi il testimone non aveva esitato neppure un po’ a confermare i verbali che pareva non essersi ricordato (“gli è vero, si, è vero”, “se c'è scritto costì, vuol dire che va bene”, ad esempio). Insomma, l’impressione è che su Vicchio Pucci temesse di lasciarsi coinvolgere, e che quindi forse avesse qualcosa da nascondere.
Tirando le somme su questo primo riscontro, si può senz’altro concordare con i giudici sulla sua significatività, va però notato che esso riguardava soltanto Giancarlo Lotti, mentre per il coinvolgimento di Vanni e Pacciani risultava ininfluente.

Secondo riscontro

Conferma, da parte del Vanni, del discorso fattogli dal Lotti circa la piazzola di Vicchio e circa la coppia osservata nella Panda celeste.

Nell’interrogatorio del 18 febbraio 1996, quando formalmente era ancora un semplice testimone fortuito del delitto degli Scopeti, Giancarlo Lotti aveva raccontato d’aver detto a Mario Vanni della coppia osservata con Pucci a Vicchio. A delitto avvenuto Lotti avrebbe voluto parlargliene ancora mentre si trovavano in un bar, ma Vanni lo avrebbe zittito, poiché “ci potevano essere persone in borghese che sentivano i nostri discorsi”. Bisogna tener presente che il racconto di Lotti era nato come conseguenza di quanto gli avevano contestato gli inquirenti riguardo le rivelazioni dell’amica Filippa e, soprattutto, del compare Pucci, sulla sua frequentazione della piazzola. È evidente come l'individuo, raccontando di aver segnalato la coppia a Vanni sottintendendo che poi questi vi sarebbe andato con Pacciani a uccidere sperasse di giustificare la compromettente coincidenza di un delitto del Mostro avvenuto proprio in un posto a lui ben noto.
Il giorno successivo il PM aveva chiesto conferma dei due colloqui a Vanni, per il momento indagato soltanto per Scopeti, delle cui risposte la sentenza riporta la frase: “… Sì, c’ho parlato con il Lotti… di questa piazzola di Vicchio… sì… però… non mi interessava…”. E a domanda se avesse troncato il discorso al bar, l’uomo aveva risposto: “può darsi”.
Dopo le successive accuse aperte di Lotti anche su Vicchio, il 26 marzo Vanni era stato interrogato di nuovo. Aveva respinto ogni addebito, continuando però ad ammettere che di quella piazzola Lotti effettivamente gli aveva parlato. La sentenza riporta queste sue frasi:

… il Lotti… di questa piazzola… me ne ha parlato ma io non ci sono mai stato… (se) c’erano due che facevano l’amore, lì, in una Panda celestina… non me lo ricordo preciso ma a me non mi pare che mi dicesse tutte queste cose… la strada per andare a questa piazzola… io non gliel’ho chiesta…

Che cosa si può realmente arguire da queste presunte “ammissioni”  di Vanni? A parere di chi scrive soltanto che Lotti era andato davvero a spiare la coppia nella Panda, come del resto era già stato riferito da Pucci, e che lo aveva raccontato a Vanni, il quale, a delitto avvenuto, si era rifiutato di parlarne dentro un bar. Vanni il colloquio lo aveva ammesso, la qual cosa, nell’ambito di una sua totale negazione di ogni addebito, avrebbe dovuto far sospettare che non avesse avuto nulla da nascondere, altrimenti avrebbe negato anche quello, assieme a tutto il resto. Ma i giudici non ragionarono affatto così, e con una forzatissima interpretazione fecero di queste “ammissioni” un vero e proprio “riscontro esterno”:

[…] le predette due dichiarazioni del Vanni, per quanto accompagnate da una tesi oltremodo riduttiva, costituiscono un riscontro ben preciso alle affermazioni del Lotti circa il discorso fattogli sulla piazzola di Vicchio e sulla coppia della Panda celestina osservata insieme al Pucci.
Sintomatico è il fatto che è lo stesso Vanni a dire di aver “parlato” e quindi discusso con il Lotti di tale piazzola e di tale coppia con la Panda.
Né vale osservare che la cosa non gli è interessata e che quindi non ha avuto seguito alcuno, perché il Vanni è un tipo che, quando una cosa non gli interessa davvero, taglia subito il discorso e non accetta dialogo: e la prova di ciò deriva ancora dallo stesso Vanni che […] ha altresì confermato la circostanza di aver impedito una volta al Lotti di parlargli al bar dell’avvenuto delitto di Vicchio, col pretesto che ci poteva essere qualcuno in “borghese” che potesse sentire […]
È dunque certo che il Lotti […] ha parlato col Vanni di quella piazzola e della coppia intenta a far l’amore nella Panda celeste e che la cosa ha avuto poi lo sviluppo riferito dal Lotti, atteso che lo stesso Vanni, se fosse stato davvero estraneo al delitto di Vicchio […] non avrebbe avuto alcun motivo né per impedire prima al Lotti di parlare dell’omicidio di Vicchio al bar né per non rispondere poi alle ulteriori domande del PM che intendeva avere chiarimenti sull’episodio del bar, essendo subito avvalso della facoltà di non rispondere, raccogliendo peraltro un suggerimento velatamente fatto dal difensore, che un attimo prima aveva osservato: “… mi sembrava che avesse detto che non voleva più rispondere…”.
Non è certo questo il comportamento di chi non ha nulla da temere da una vicenda alla quale è comunque estraneo.

In questo punto la sentenza raggiunge uno dei vertici della propria faziosità, e sarebbe stato davvero interessante conoscere il pensiero di Francesco Ferri su una cultura del sospetto persino superiore a quella della sentenza di primo grado contro Pacciani, da lui stigmatizzata più di una volta. Infatti, nel caso in cui Vanni fosse stato estraneo al duplice omicidio, la sua reazione alle parole pronunciate da Lotti dentro un bar poteva considerarsi del tutto normale. In fin dei conti Enzo Spalletti, tre anni prima, aveva passato dei brutti guai proprio per aver aperto troppo la bocca, almeno questo avevano scritto i giornali, quindi il fatto che Vanni avesse scoraggiato Lotti dal raccontare in pubblico d’aver spiato le ultime vittime del Mostro di per sé non costituiva alcun motivo di sospetto. Va anche tenuto presente che l’episodio, così come descritto da Lotti, si giustificava soltanto nell’ipotesi che questi fosse stato estraneo al delitto, come pretendeva di essere quando lo aveva raccontato. Ma nel successivo scenario di un suo coinvolgimento diretto, quale senso avrebbe avuto affrontare un argomento così delicato anche per lui stesso dentro un bar? È evidente che, se pure quel colloquio si fosse svolto davvero, le condizioni al contorno dovevano essere state molto diverse da come le aveva presentate Lotti.
È poi incredibile la deduzione che la sentenza trae dal consiglio del legale di Vanni, in quel momento Giangualberto Pepi, di non rispondere più. In fin dei conti si trattava di un normale comportamento per un difensore che aveva intuito quali guai sarebbero potuti derivare per il proprio assistito dalle sue ingenue ammissioni, come in effetti poi accadde davvero. Insomma, invece di riconoscere a Vanni la trasparenza d’aver ammesso quei due colloqui, i giudici gli attribuirono la malizia professionale del proprio legale nel consigliargli di tacere, quindi non sua e per di più ampiamente giustificata da esigenze difensive.

Terzo riscontro

Presenza del Lotti sul posto, la sera del delitto.

Secondo i giudici, soltanto una persona presente all’azione omicidaria avrebbe potuto conoscere gli elementi riferiti da Lotti, il quale sapeva dove e com’era posizionata la Panda, che i proiettili avevano rotto un vetro, e che Vanni aveva trascinato Pia Rontini fuori dall’auto viva e mentre ancora si lamentava. Da quest’ultimo particolare i giudici furono molto colpiti, poiché l’esame autoptico aveva ipotizzato una sopravvivenza di 10-15 minuti della ragazza già colpita in testa da un proiettile, durante i quali, secondo il parere espresso in aula da Maurri, avrebbe potuto emettere gemiti e gorgoglii. A dire il vero però Lotti, in fase di indagini preliminari, aveva affermato che “strillava”, cosa impossibile visto lo stato di coma, ma per i giudici, come sempre molto comprensivi, il fatto poteva spiegarsi così:

[…] tale verbo è stato chiaramente usato in modo improprio dal Lotti, trattandosi di un soggetto che è senza cultura minima, che si esprime quasi totalmente in dialetto toscano e che, quindi, non ha avvertito né poteva avvertire l’esatto significato del verbo usato.

Decisamente il ragionamento è da respingere, poiché il verbo “strillare” è un termine popolaresco, peraltro assai diffuso in Toscana, e Lotti non poteva ignorarne il significato. Tanto più che, su domande specifiche di Santoni Franchetti, all’incidente probatorio aveva detto più volte che alla ragazza Pacciani non aveva sparato, e questa affermazione ben si accorda con quella degli strilli. Poi in aula la sua versione era cambiata, e a domande del proprio difensore Lotti aveva risposto: “di colpi ne è partiti diversi. Li avrà presi di certo tutti e due […] ho sentito dei lamenti, no urlare proprio, dei lamenti e basta”.
In ogni modo questi mutamenti non possono far dimenticare che Lotti aveva dimostrato di conoscere molti dettagli della scena del crimine e della dinamica omicidaria, in qualsiasi modo li avesse appresi. Piuttosto va preso atto ancora una volta come sia difficile farsi un’idea chiara in mezzo alla confusione delle sue dichiarazioni. Se ne potrebbero ignorare alcune, come fecero i giudici dimenticando quelle dell’incidente probatorio, oppure si potrebbero considerare tutte frutto di fonti esterne e non di una visione diretta, come fecero i difensori di Vanni. Ma allora andrebbero specificate le fonti, e i meccanismi con i quali Lotti sarebbe riuscito ad accedervi. In questo caso, ad esempio, le circostanze nelle quali l’individuo aveva raccontato i fatti per la prima volta escludono una sua preparazione anticipata. Si trattava dell’interrogatorio del 6 marzo 1996, quando il futuro presunto pentito era stato preso alla sprovvista dal PM che gli aveva contestato la testimonianza Martelli-Caini. Il lettore ricorderà la sua reazione inconsulta, con la panzana inventata su due piedi di un inverosimile tallonamento dell’auto di Pacciani, alla quale però era seguito un ragionevole resoconto della dinamica del delitto, cui l’individuo avrebbe assistito non visto. A chi scrive pare notevole la descrizione dell’accoltellamento di Pia Rontini fuori dall’auto, a dire di Lotti da parte di Vanni. In effetti sembra molto probabile che i due fendenti ricevuti al collo dalla ragazza fossero stati vibrati proprio fuori dall’auto. Lo lascia pensare la loro precisione, in una zona del corpo di difficile accesso mentre la ragazza si trovava in fondo al piano ricavato nella parte posteriore dell’angusto abitacolo. Per confronto, le ferite su Claudio Stefanacci colpito all’interno erano molte di più e sparse alla rinfusa, indice di un’azione difficoltosa nell’abitacolo della piccola utilitaria, nonostante un bersaglio oramai immobile. Infine Lotti aveva riferito in modo corretto anche il trascinamento di Pia, confermato dalle vistose tracce di foglie e terra presenti tra i vestiti e la pelle del cadavere, nonché dai graffi sul dorso di un corpo ancora vitale.
Sospettare maliziosi e ampi suggerimenti nel contesto di quell’interrogatorio pare fuori luogo, anche perché quei suggerimenti avrebbero potuto essere migliori (senza gli strilli, ad esempio).

Quarto riscontro

Presenza in zona, in quella notte, della “Ford Fiesta” del Pacciani e della “FIAT 128 coupè” dello stesso Lotti, in un orario compatibile con quello del delitto.

Si tratta della fin troppo sopravvalutata testimonianza Martelli-Caini. L’argomento è stato già dibattuto in modo esaustivo in un precedente articolo (vedi), cui si rimanda. Basti qui ricordare l’assoluta inconsistenza di un riscontro che appare oltremodo artificioso. 

Quinto riscontro

Individuazione del “casolare” dove fu inizialmente occultata la pistola, subito dopo il duplice omicidio.

Con il riscontro numero 5 i giudici ritennero confermato il racconto sull’occultamento della pistola dopo il delitto. Nel sopralluogo del 12 marzo 1996 Giancarlo Lotti aveva condotto gli inquirenti a un casolare abbandonato, il “podere Schignano n. 54” in località Badia a Bovino, poco distante dalla piazzola, dove in una fessura nel muro d’una stanza Vanni e Pacciani avrebbero nascosto qualcosa che a lui era sembrata la pistola, ricoprendola con materiale recuperato da terra. L’episodio in sé appare poco credibile, poiché non avrebbe avuto alcun senso lasciare l’arma nelle vicinanze della scena del crimine per poi doverla andare a riprendere, rischiando prima di tutto che qualcuno potesse trovarla e poi qualche spiacevole incontro durante la fase di recupero. D’altra parte non si comprende il motivo per il quale Vanni e Pacciani semplicemente non se la fossero portata via. Ma nei racconti di Giancarlo Lotti la logica del buonsenso non era mai di casa.
Piuttosto sembra opportuno riflettere sulla conoscenza che il presunto pentito avrebbe dimostrato del rudere. Così la sentenza:

Ora, come si ricava dal verbale di sopralluogo, il Lotti ha indicato il casolare alla PG ed allo stesso PM da molta distanza, quando è riuscito finalmente ad orientarsi ed a localizzare la zona. La difficoltà manifestata nel rintracciare la zona dà quindi conferma al fatto che aveva appunto visto il casolare una sola volta e che non aveva poi potuto meglio individuare e memorizzare il posto preciso, dato il buio di quella notte.
Ma il Lotti, nella successiva fase di avvicinamento al casolare, ha fornito alla PG ed al PM alcuni particolari significativi, ancor prima di arrivarci e di riuscire a vederlo da vicino, indicando che esso si trovava sulla parte destra per chi saliva dal “basso”; che la strada sterrata, che portava ad esso, era tutta in salita ed era percorribile soltanto a piedi nell’ultimo tratto; che l’ingresso al casolare era costituito dalla “prima porta che si trovava nella casa venendo dal basso”.

Se davvero i fatti furono questi, è logico ritenere che Giancarlo Lotti conoscesse il posto, visti i particolari anticipati a chi lo stava accompagnando (tra gli altri Giuttari e Canessa); ma quei particolari paiono troppo precisi per essere frutto soltanto dei ricordi di una buia notte senza luna di undici anni prima. Bisogna tener conto, infatti, delle difficili condizioni nelle quali Lotti avrebbe potuto osservare la scena, almeno secondo il suo racconto, con avanti Vanni e Pacciani muniti di una torcia e dietro lui a seguirli per curiosità. Ai giudici invece non sembrò per niente strano, però si appellarono al buio della notte e all’unicità della visita per giustificare le difficoltà di orientamento accampate dal presunto pentito, il che non è un grande esempio di coerenza. Piuttosto ancora una volta si può notare come nei racconti di Lotti convivessero elementi contrastanti, in questo caso ricordi vividi sulle caratteristiche del rudere e ricordi molto meno precisi sulla sua posizione nella zona. Ma probabilmente a metterlo in difficoltà durante il sopralluogo non era stato tanto il rudere in sé stesso, che doveva conoscer bene, quanto la strada sterrata dalla quale diceva di esservi arrivato quella notte, una sicura clamorosa bugia già spiegata nell’articolo citato in precedenza.

Sesto riscontro

Conferma dell’accurata preparazione del delitto.

Si tratta di un riscontro inconsistente, anzi, caratterizzato da una logica del tutto incomprensibile. Dopo aver affermato che la piazzola costituiva un luogo di assidua frequentazione da parte di coppiette e aver raccontato che la sera del delitto Pia Rontini e Claudio Stefanacci erano usciti soltanto per un imprevisto cambio di turno della ragazza e per la sfortunata insistenza della madre, i giudici così scrissero:

Ma le due predette circostanze non potevano essere conosciute dagli autori del programmato delitto, che sicuramente non hanno mai saputo, allora, del risultato dell’opera di convinzione fatta dalla Kristensen nei confronti della figlia, perché ciò è avvenuto proprio nella immediatezza dell’ora del delitto e quindi senza il tempo necessario per programmare alcunché quella sera.
Di conseguenza, gli autori del duplice omicidio hanno preparato l’azione delittuosa con molto anticipo e con la piena consapevolezza che quella sera ci sarebbe stata sulla piazzola sicuramente una “coppietta” da colpire, dato che quell’area era assiduamente frequentata, per le ragioni già sopra indicate.
Trovano quindi conferma le affermazioni del Lotti, che ha fatto presente che il delitto era stato accuratamente programmato anche con sopralluoghi fatti dal Pacciani e dal Vanni per conto loro e che erano poi partiti tutti insieme la sera da San Casciano sicuri della riuscita del piano.

Quindi, secondo i giudici, quando Vanni e Pacciani si erano recati sulla piazzola la domenica sera del delitto non volevano affatto colpire proprio quella coppia, ma una qualsiasi che vi avessero trovato, e che peraltro erano sicuri di trovare. L’affermazione è sorprendente e grave, poiché contraddice tutti i racconti di Giancarlo Lotti sull’argomento, nei quali aveva sempre messo al centro proprio e soltanto la coppia della Panda celestina, Pia e Claudio insomma. Loro erano stati spiati da lui e Pucci, di loro Lotti aveva raccontato a Vanni, loro videro successivamente lui e Vanni, il quale sarebbe anche entrato nel bar a importunare la ragazza per poi minacciare ritorsioni dopo i suoi rifiuti. Ancora alla medesima coppia si riferiscono le parole di Pucci, quando raccontò di aver declinato la proposta che Lotti gli avrebbe fatto, mentre era in compagnia di Vanni e Pacciani, di “andare con loro a dare una lezioncina a quella lì di Vicchio”. Infine Lotti lo aveva ribadito anche in dibattimento:

PM: Le dissero anche quella sera che sareste andati a fare un lavoretto e a ammazzare quei due, della Panda?
Lotti: Sì.
PM: Glielo dissero prima di partire. Glielo dissero qualche giorno prima o glielo dissero la sera stessa?
Lotti: No, la sera stessa no. Quello... il giorno innanzi. Qualche giorno innanzi...

Ma i giudici non credettero alla vendetta contro Pia Rontini che aveva rifiutato le avances di Vanni (“Il fatto, per quanto possibile possa essere stato, non era certamente tale da spingere ad una reazione tanto spropositata”), e neppure che, per qualsivoglia altro motivo, Vanni e Pacciani volessero uccidere proprio lei e il suo ragazzo. Come abbiamo visto, a convincerli di ciò era stata la casualità dell’uscita della coppia, impossibile da prevedere. Ma allora, per quale motivo i due assassini avevano scelto proprio quella piazzola segnalata da Lotti per avervi visto la coppia nella Panda celestina? E come poterono i giudici scrivere che vi era “l’assoluta certezza della presenza sul posto di una coppietta da colpire” se tale coppietta non era stata selezionata e studiata in anticipo nelle sue abitudini? Poteva bastare la supposta (peraltro indimostrata) alta frequentazione del luogo?
E infine e soprattutto, come può questa confusa argomentazione costituire riscontro alle dichiarazioni di Lotti? Semmai costituisce l’esatto opposto, poiché rende poco credibile che la grottesca combriccola di malfattori si fosse fatta tutta quella strada senza alcuna certezza di trovare sul posto una coppia da uccidere.

Considerazioni finali. Giancarlo Lotti aveva frequentato la piazzola di Vicchio prima del delitto; è questa la maggiore certezza che rimane dopo una disamina critica dei “riscontri esterni” invocati dalla sentenza. Rimane soprattutto perché non c’è alcun motivo per dubitare della testimonianza di Filippa Nicoletti, troppo spesso ignorata da chi preferisce vedere in Lotti soltanto un utile idiota in mano agli inquirenti. Di per sé quella frequentazione non costituisce certo una prova del coinvolgimento dell’individuo nel delitto, ma inserita nello scenario completo delle indagini che lo riguardano deve costringere a riflettere attentamente. E a essa va comunque aggiunta la dimostrata ottima conoscenza di molti aspetti sia della scena del crimine sia della dinamica omicidaria; come per Scopeti è necessario chiedersi quali fonti avrebbe avuto a disposizione Lotti per farsela.
Ancora una volta la posizione di Fernando Pucci appare legata a quella di Lotti, poiché entrambi avevano ammesso d’aver spiato le vittime sul posto. L’aveva detto Pucci per primo, e non pare esistano validi motivi per i quali l’individuo avrebbe dovuto mentire. O meglio, avrebbe anche potuto mentire, ma certamente non per amplificare il proprio livello di coinvolgimento, semmai per renderlo minimo, come aveva dimostrato il suo comportamento reticente in aula, il che costringe a chiedersi quale ruolo egli potesse aver effettivamente rivestito in uno scenario ancora tutto da chiarire.
E Vanni e Pacciani? La sentenza non riporta alcuna vera prova contro di loro. Il “riscontro esterno” basato sull’avvistamento Martelli-Caini appare come un garbuglio tenuto in piedi contro ogni logica. L’unico altro sono le ammissioni di Vanni sul colloquio nel quale Lotti gli avrebbe raccontato d’aver visto la coppia nella Panda celestina: una prova del tutto ridicola contro di lui, semmai un ulteriore elemento a carico del solo Lotti.

26 commenti:

  1. Dialogo di fantasia tra un investigatore e un testimone.
    Commissario Michele (nome di fantasia): la tua macchina è stata vista a Vicchio.
    Lotti: ma io ci andavo anni prima con la Nicoletti.
    Commissario Michele: non fare il furbo, è stata vista nei giorni prima del delitto.
    Lotti: ma io facevo una girata con Fernando.
    Commissario Michele: non fare il furbo, è stata vista la sera del delitto.
    Lotti: ma io ero andato dietro a loro per vedere icché facevano.
    Commissario Michele: non fare il furbo, le vostre macchine sono state viste insieme su una strada terrosa (tra sé: il fesso non sa che era a 7 km di distanza; ora ci casca).
    Lotti: ma io... va bene, confesso, ero con loro a fare il palo.

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    1. Visto che il suo 128 era stato visto veramente in piú luoghi dei delitti,Magari la parte finale é andata così ... Commissario Michele : non fare il furbo , le vostre macchine sono state viste insieme su una strada terrosa. Lotti ( tra sé : macchine? Strada terrosa? Ma questo non ha capito un cazzo é grullo propio ) ah si eravamo io sul 128 facevo il palo e Pacciani Vanni Faggi Toscano Narducci Calamandrei sulla macchina del Pacciani ma han fatto tutto loro é ... Commissario Michele : li ho incastrati sono propio un genio...

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    2. Più o meno anch'io credo che sia andata più o meno così.

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  2. Il fesso che lotta con Filastò dopo essere stato condannato a trent'anni per farsi condannare ancora credo sia una trama da film grottesco. In ogni caso, fesso o non fesso, con la Nicoletti nella piazzola di Vicchio Lotti c'era andato. Bella coincidenza. Messa assieme alla macchina rossa vista a Scopeti è un po' difficile farla passare come una casualità.

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  3. Un film grottesco, certamente. e lo stai certificando tu stesso con queste puntuali analisi della sentenza.
    ma aspetta, mi ero dimenticato l'ultima frase del dialogo:
    Lotti: ma io... va bene, confesso, ero con loro a fare il palo... ma dove si va in trattoria oggi?

    Scherzi a parte, Lotti poteva conoscere la piazzola per vari motivi, tra cui quello che lui effettivamente racconta; non è automatico concluderne che perché la conosce vi abbia commesso un omicidio.

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    1. Ti propongo di dare un'occhiata alle regole del calcolo probabilistico, in particolare a quella della combinazione di più probabilità, il cui risultato è un prodotto che decresce vertiginosamente all'aumentare dei fattori. Passi che Lotti avesse frequentato la piazzola di Vicchio, se gli indizi contro di lui si fermassero lì. Passi che un'auto particolare come la 128 rossa coupè di Lotti avesse stazionato sotto Scopeti per un intero pomeriggio e anche a sera, se gli indizi contro di lui si fermassero lì. Passi che Lotti si attribuì comunque un ruolo nella vicenda, rimediando una condanna a 26 anni di carcere, se gli indizi contro di lui si fermassero lì. Passi che Lotti conosceva bene, certo ben più della persona media e nonostante le sue pessime caratteristiche di lettore, le scene dei crimini e le dinamiche omicidarie, se gli indizi contro di lui finissero lì. Potrei andare avanti ancora un po', con qualche altro elemento, come le dichiarazioni dell'amico Pucci corroborate dal di lui fratello, e magari mettere nel calderone anche certe sue caratteristiche ben compatibili con quelle attese dell'assassino, ma credo basti.
      Liquidare queste coincidenze sommate come del tutto casuali mi pare da Partito Preso, del quale fa parte la maggioranza degli appassionati (che difatti brancola nel buio).

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  4. Applico anche io la combinazione di più probabilità: passi che Pacciani possa aver trovato oggetti di marca tedesca in una discarica (e che abbia cambiato più volte spiegazione sulla provenienza in buona fede); passi che alcuni anonimi ce l'avessero con lui senza motivo, o lo ritenessero implicato nei delitti per errore; passi che degli investigatori abbiano fabbricato il falso e debole indizio dell'asta guidamolla e abbiano prelevato dei pezzi di stoffa per avvalorarlo; passi che una manina compiacente abbia nascosto una cartuccia inesplosa (dimenticando, con tutti i bossoli trovati sui luoghi dei delitti, di collocarne una esplosa); passi che abbiano mentito le persone che lo hanno visto spiare delle coppie agli Scopeti o che casualmente facesse il guardone proprio in quella zona; passi che in alcuni delitti fu vista un'auto chiara, e casualmente lui avesse un'auto chiara; passi che Maria Grazia Frigo fosse disposta a venire incontro in ogni modo agli inquirenti ... si potrebbe continuare all'infinito. Pacciani capro espiatorio è una possibilità scarsissima. Per inciso, i testi che rilasciano dichiarazioni sotto giuramento in tribunale non mentono come se bevessero acqua fresca: possono ricordare in modo impreciso, e in questa vicenda non mi sembra così anormale considerando gli anni intercorsi tra i delitti e le udienze dei processi

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    1. Se lei crede alla colpevolezza del Pacciani di Perugini, per come mi sembra di capire, non dovrebbe credere alla colpevolezza del Pacciani di Giuttari, essendo le due figure in netta contraddizione. E allora, se in qualche modo, leggendo per come si voleva leggere gli elementi reali e inventandosene anche qualcuno, si è riusciti a costruire l'enorme inganno dei CdM, non potrebbe essere lo stesso per lo scenario precedente?

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    2. Ma questo non è mica un teorema, in cui tutti gli elementi devono portare a una conclusione escludendo tutte le altre. Per me non sono così contrastanti il Pacciani di Giuttari e quello di Perugini: a lungo si ritenne che ci fosse un solo serial killer e si trascurarono delle testimonianze perché confliggevano con questa teoria. Giuttari entrò in scena solo nel 1995 e le indagini portarono poi alla luce dei nuovi fatti. Potremmo anche pensare, dato che non era stato Giuttari ad arrivare a Pacciani, che potesse avere interesse a trovare il vero colpevole. Quanto ai compagni di merende, Lotti aveva parlato della frequentazione stretta tra Pacciani e Vanni già nel 1990, in tempi non sospetti, interrogato da Vigna

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    3. Abbia pazienza, ma già il fatto che di tutti gli indizi che erano serviti per incastrare il primo Pacciani nella seconda fase si sia fatto completamente a meno vuol dire che non valevano nulla. Anzi, in qualche caso sono stati interpretati in un modo del tutto diverso, come l'avvistamento Nesi a Scopeti. Prima sarebbe stata una fuga dopo il delitto, poi una perlustrazione prima.
      In realtà lo scenario uscito dai processi ai CdM è del tutto fasullo, pieno di forzature assurde. Tanto per rimanere al tema di questo articolo, a Vicchio i due poveretti furono uccisi prima delle 10 di sera, mentre per Lotti il tutto avvenne dopo le 11. Per non parlare poi dell'assurda e inutile deviazione per campi durante la fuga.
      La invito poi a leggere la mia ricostruzione del delitto di Baccaiano, dalla quale si evince l'impossibilità assoluta che Pacciani e Lotti avessero parcheggiato le loro auto sulla strada senza che nessuno le avesse viste.
      Che Lotti mentì mi pare un fatto incontrovertibile. E su quelle menzogne è stata costruita l'unica verità giudiziaria oggi disponibile. Come è potuto accadere? Chi ha guidato la macchina della giustizia verso questa vergognosa conclusione che ha ingannato un intero paese? A questo punto mi consenta di dubitare fortemente anche del prima. Gli unici due veri indizi contro Pacciani erano il blocco e la cartuccia. Sul blocco ho già scritto a lungo, dimostrando come tutto escluda che potesse essere stato acquistato dal povero ragazzo ucciso. Sulla cartuccia non ho ancora pubblicato nulla, ma ho studiato e scritto molto, potendo constatare come perizie fin troppo compiacenti verso l'accusa avessero visto montagne dove invece c'erano sassolini. Mi riferisco alle impronte secondarie, dalle quali giammai si sarebbe potuto stabilire l'incameramento della cartuccia nella Beretta del Mostro.
      A mio parere la miriade di impronte secondarie che furono rilevate sulla cartuccia, tra cui una strana impronta di estrazione larga il doppio del normale, indicano una sua manipolazione sospetta. La cartuccia fu infilata più di una volta in una canna, e più di una volta estratta. Era stato Pacciani (ma perché) o invece qualcuno che tentava di fabbricare una pseudoprova? Ecco cosa disse il tecnico del PM Benedetti, descrivendo il tentativo di riprodurre quell'impronta:

      Allora abbiamo cercato di riprodurre queste tracce manualmente, cioè introducendo la cartuccia nel caricatore in modo che il fondello del bossolo si trovasse vicino alla parte anteriore delle labbra del caricatore, e il proiettile invece disposto più in alto, inclinato in modo che non potesse entrare nella camera di cartuccia. Lasciando andare l'otturatore noi abbiamo riprodotto, come dimostrano anche le fotografie, impronte e deformazioni, direi, molto simili a quelle trovate sul reperto.

      Quale miglior descrizione involontaria di quello che poteva essere accaduto davvero?

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    4. Mi sono ricordato della sua osservazione riguardo la convenienza di far ritrovare non una cartuccia inesplosa ma uno dei bossoli. Ma non sarebbe stato possibile impadronirsi di uno dei bossoli repertati, mi sembra chiaro. Quindi si fece quel che si poteva fare. Esplodere un colpo con una pistola differente non sarebbe servito, poichè l'impronta del percussore sarebbe stata differente. L'unica possibilità era produrre delle impronte secondarie su una cartuccia inesploasa, impronte per loro natura tutt'altro che individualizzanti e non accettabili dalla giustizia di un paese civile, ma che nel processo Pacciani servirono ampiamente a far ciccia. Salvo poi essere correttamente ridimensionate da Ferri in appello.

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    5. Resta che il fatto che chi partecipò alla perquisizione notò la preoccupazione di Pacciani quando le ricerche erano orientate nella zona in cui fu ritrovata la cartuccia. Se si trattava di un indizio costruito per incastrarlo, come si spiega questo atteggiamento? E la cartuccia inesplosa e poi manomessa dove sarebbe stata reperita? Sono ipotesi poco probabili secondo me. Alcune considerazioni di Ferri erano sensate, ma il processo d'appello fu comunque anomalo dato che non fu ammesso nessun nuovo elemento, dalle perizie ai testi. Ferri non credeva a Lotti e Pucci, come disse anche in alcune interviste: riteneva le loro testimonianze totalmente inattendibili e la presenza di Lotti sulle scene degli omicidi un'invenzione. Qui si corre il rischio di arrivare a una conclusione assoluta e fuorviante: essendoci delle contraddizioni nei racconti, il mostro è una persona estranea a tutti i processi. Ed è una conclusione che sia io che lei rifiutiamo. Pacciani era una persona molto sottovalutata secondo me: è una cosa accertata la sua confidenza con le armi dato che già nel '51 possedeva due pistole, una delle quali disse di aver gettato in un cespuglio, ma non fu mai ritrovata; così come nel '90 non fu trovato un fucile ad avancarica, la cui presenza era indicata da molti indizi (testimonianze, inneschi, cartucciere). Evidentemente sapeva disfarsi delle armi o affidarle a qualcuno. Per quanto riguarda Lotti, era più scaltro di quanto potesse sembrare, lo penso anche io: ma mi pare difficile che lo fosse fino al punto di riuscire ad indottrinare Pucci e di convincere quest'ultimo, che non era neppure indagato, a reggergli il gioco fino in fondo

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    6. Le anticipo che nei prossimi giorni cercherò di pubblicare il mio studio sulla cartuccia, al quale lavorai con una certa attenzione, pur da profano della materia.
      Riguardo Pacciani, che fosse preoccupato non mi pare per nulla un indizio di colpevolezza. A parte la naturale diffidenza che poteva avere per le forze dell'ordine uno con i suoi trascorsi, in ogni caso aveva ben capito che lo volevano incastrare a tutti i costi.
      Sono molto d'accordo sul fatto che Lotti fosse assai più scaltro di quanto crede la massa, e proprio per questo ritengo che abbia tenuto in pugno Pucci in un modo molto semplice ed efficace: se cado io cadi anche tu. Pucci non aveva la coscienza del tutto pulita, non credo avesse mai partecipato a un delitto, però aveva accompagnato Lotti nelle sue perlustrazioni, e se quello gli avesse addossato qualche colpa anche oltre quelle che in effetti aveva, per Pucci sarebbe stato difficile uscirne senza le ossa rotte. E anche lui non era affatto scemo come si continua a sostenere ancor oggi.
      I due, dopo il primo interrogatorio della Ghiribelli, si incontrarono, come è dimostrato dalla comune scusa del fermarsi a Scopeti per pisciare. E concordarono una versione di massima, che li vedeva soltanto testimoni. Poi fu la cecità dei nostri investigatori, per i quali Pacciani era dentro a prescindere, ad aiutare Pucci e Lotti nel portare avanti i loro aggiustamenti verso lo scenario che faceva comodo a tutti, escluso il povero Vanni. Questo almeno è ciò che penso io sulla base dei miei studi.

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    7. Mi pare che l'elenco di Kozincev sia fuorviante. Gli indizi contro Pacciani si possono riassumere anche così:
      1) Voci di corridoio, nate in un periodo in cui si parlava (malissimo) di Pacciani in ogni parte d'Italia, complici i media;
      2) Testimonianze su avvistamenti veloci e notturni risalenti a molto tempo prima delle dichiarazioni;
      3) Un proiettile senza le impronte di Pacciani e non esploso dalla pistola del mostro, ma ritrovato su un terreno di Pacciani;
      4) Un'asta guidamolla recuperata misteriosamente da un uomo misterioso, senza alcuna impronta sopra ma avvolta in una metà di uno straccio ritrovato nella non sorvegliatissima casa delle figlie di Pacciani;
      4) Un quaderno di origine tedesca forse simile a uno di quelli adoperati da una vittima.

      Mi spiegate in quale Stato civile si condanna una persona per 14/16 omicidi basandosi su questo materiale?
      Non mi meraviglierei neanche se, durante le indagini (che, al 2018, ancora non paiono concluse), fosse stata commessa qualche forzatura. Il mostro di Firenze è il serial killer con il più alto conto vittime della storia d'Italia dopo Bilancia (che è colpevole senza dubbio e venne dopo di lui) e la gente voleva un nome. A ogni costo.

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    8. Salve io credo che sulla condizione mentale più o meno sana dei vari compagni di merende, o sulla loro capacità di poter mettere insieme in piedi una storia così truce possa rispondere chi magari li conosceva.
      Il vivere in quei luoghi, conoscere le persone del posto da più informazioni di un milione di libri. Cordialmente Andrea. Con l’occasione volevo ringraziarvi di tutto il materiale che mettete a disposizione.

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    9. Vorrei porre una domanda rispetto al proiettile ritrovato nel giardino di Pacciani. Sapreste dirmi in quali condizioni è stato ritrovato?
      E con le tecniche di oggi sarebbe possibile comparando le tempistiche verificare, viste le condizioni del ritrovamento del proiettile, se questo era un proiettile che stava lì da un giorno, un mese , un anno etc etc? Grazie Andrea

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    10. Tra non molto inserirò un articolo sull'argomento. Posso anticiparti che l'esame dello strato di ossido superficiale faceva pensare a un interramento di molto breve periodo, anche nullo. Ma non esistendo precedenti sufficienti in letteratura il tecnico si sentì soltanto di poter escludere un periodo superiore a 5 anni.

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  5. Sulle voci di corridoio non si fondano i processi. Se pensate che si è detto di tutto su questa vicenda: perfino che il mostro era Vigna o un suo fratellastro... Per forza gli avvistamenti risalivano a molto tempo prima: è passato un decennio dagli ultimi delitti al processo. Io non ho certezze, ma sull'innocenza di Pacciani non giurerei per niente: troppe bugie ha detto e anche sulle cose più futili. Resto dell'idea che per incastrarlo avrebbero potuto fare di meglio

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  6. Grazie signor Segnini. Attendo sue ulteriori considerazioni

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  7. Quello che un po’ mi spiazza di qst particolare è che un mostro così attento, così poco “compreso” nelle sue azioni possa essere stato così sprovveduto a lasciar ritrovare un proiettile nel suo orto. Mah!!!!

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  8. Signor Segnini lei nel post del 30 Gennaio 2018 ore 4.15 ha parlato dell’esame del bossolo ritrovato dicendo che la perizia ha stabilito che l’interramento era di breve periodo anche nullo ma che il tecnico non avendo riferimenti passati ha stabilito un tempo minimo di cinque anni. Questo cosa potrebbe significare? Se non sbaglio questo del bossolo ritrovato è stato un elemento indiziario molto probante nei riguardi... Certo seguendo in modo circostanziato blog seri come questo Le dico la verità qualche dubbio a me personalmente inizia a sorgere sulle reali colpe dei condannati, anche se ovviamente nel caso di Pacciani lo stesso è deceduto in attesa del processo d’appello quindi per la giustizia italiana ancora innocente.... Cordialità Andrea

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    1. Nei prossimi giorni pubblicherò un mio studio dal quale l'argomento risulterà più chiaro. In ogni caso già il giudice Ferri nella sentenza di secondo grado aveva espresso notevoli perplessità sulla questione del periodo d'interramento.

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  9. Ci sono delle palesi contraddizioni nelle conclusioni dei giudici della Corte d'Assise, in parte emendate dalle sentenze successive (per esempio fu tolto a Vanni il delitto di Calenzano). Quello che secondo me resta oscuro è l'atteggiamento di Vanni. A me pare che non fosse del tutto diverso da quello di Lotti: ammetteva solo quando non poteva negare i fatti e si fermava lì. Tutti i torti i giudici non li avevano: perché limitarsi a delle pallide ammissioni per poi avvalersi della facoltà di non rispondere? l'episodio del bar cosa poteva dimostrare riguardo il suo coinvolgimento? Lei ha giustificato l'atteggiamento sospettoso di Pacciani nei confronti degli inquirenti con i suoi trascorsi giudiziari. Questo discorso, certamente valido, non si può applicare però a Vanni, che era stato in carcere pochi giorni negli anni sessanta per un banale episodio di violenza domestica. Il suo atteggiamento spaventato e reticente nell'udienza famosa del processo in corte d'Assise a Pacciani non trova una spiegazione valida nella paura di essere accostato a una storia alla quale sarebbe stato totalmente estraneo. Secondo me ci sono tre possibili spiegazioni: che fosse effettivamente implicato nell'esecuzione dei delitti; che conoscesse l'autore degli stessi (Lotti o Pacciani o chiunque fosse) e che temesse di essere "manovrato" come potrebbe aver fatto Lotti con Pucci; che fosse implicato non negli omicidi delle coppiette ma nei delitti collaterali (nel suicidio del Malatesta per esempio?). C'è comunque da chiedersi perché Vanni, mentre Filastò a briglia sciolta inseguiva mostri poliziotti, non cercasse di controaccusare Lotti, che nei delitti era certamente coinvolto (su questo sono d'accordissimo con lei). Soprattutto quando ormai non aveva più niente da perdere. Con Pacciani al posto di Vanni non sarebbe certamente andata così.

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    1. E' sempre molto difficile mettersi nei panni degli altri. Quando poi tali persone si trovano in situazioni del tutto particolari, direi che diventa azzardato. I fatti hanno dimostrato che Vanni aveva tutte le ragioni di non sentirsi tranquillo di fronte a una magistratura che voleva un colpevole a tutti i costi.
      A mio modesto parere non c'entrava proprio nulla. La dimostrazione migliore è data dal fatto che di fronte alla realtà di un ergastolo confermato dalla cassazione, continuò a non confessare nulla, semplicemente perchè nulla aveva da confessare.

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    2. Però è curioso che Lotti parlasse al bar della piazzola di Vicchio e Vanni, innocente e all'ignaro di tutto, lo invitasse a tacere. In teoria Lotti avrebbe avuto interesse a non sfiorare l'argomento, soprattutto in pubblico. Invidio le sue certezze, per me Lotti resta un enigma: tra bugie, mezze verità, particolari illuminanti e in qualche caso, a mio avviso, anche contraddizioni banali (a volte sembrava inciampare proprio sulle parole, come anche Pucci, del resto), è difficile trovare una spiegazione logica. E poi in questa storia c'è sempre qualche particolare che non torna: la 124 avvistata a Baccaiano, ma di colore diverso da quella posseduta da Lotti, per esempio (anche se lei ne ha dato una spiegazione verosimile). Come il motorino di Pacciani agli Scopeti.

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    3. La 124 a Baccaiano è una suggestione. Certo, se si pensa che in ogni caso il Mostro qualche traccia dovè averla lasciata, e semplicemente non fu riconosciuta, quella 124 dà da pensare. Come ancor di più il 128 rosso a Giogoli.
      Davanti al comportamento di Lotti si può rimanere sconcertati, non troppo però se ci si mette nell'ottica di aver di fronte un serial killer fuori da ogni canone.
      Riguardo Vanni e il suo invito a tacere, mi pare abbastanza comprensibile, quando si pensi a quello che era successo al povero Spalletti.

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