mercoledì 11 maggio 2016

La sentenza CdM e Calenzano

Sull’uccisione di Susanna Cambi e Stefano Baldi i giudici non disponevano della testimonianza oculare di Giancarlo Lotti, ma soltanto delle confidenze che il presunto pentito avrebbe raccolto dalla voce di Mario Vanni. Troppo poco per mandare in galera il povero Giovanni Faggi, tirato in ballo dagli sbrodolii sia di Lotti sia di Pucci, ma abbastanza per addebitare a Vanni anche quel duplice omicidio; in fin dei conti uno più o uno meno non faceva granché differenza per lui. Ma quali riscontri avrebbero potuto confermare quelle confidenze? Messa a dura prova dalla difficile impresa, l’inventiva dei giudici riuscì a confezionarne soltanto due:

Uso della stessa arma ed uso dello stesso tipo di cartucce per tutti i duplici omicidi.

Stessa persona e stessa mano in tutti i delitti in cui furono operate le escissioni sul cadavere delle ragazze.

Nel primo punto vennero richiamate le ben note conclusioni delle perizie balistiche sull’unicità della pistola, mentre nel secondo vennero utilizzati gli studi dell’equipe De Fazio per affermare che le mutilazioni erano opera di una sola persona. Secondo i giudici si tratterebbe di “due riscontri particolarmente significativi, che collegano peraltro il presente duplice omicidio a tutti gli altri successivamente accaduti”. Certo, se Vanni e Pacciani erano colpevoli per i delitti da quello di Baccaiano in poi, si poteva senz’altro presumere che lo fossero anche per il precedente di Calenzano. Ma che quel delitto fosse da attribuirsi al cosiddetto “Mostro di Firenze” era universalmente noto senza bisogno di alcuna perizia, né sulle pallottole né sulle fotografie delle escissioni, Giancarlo Lotti lo sapeva bene come lo sapevano tutti, quindi di quale riscontro si poteva parlare? Poteva la circostanza costituire prova dell'asserita confidenza di Vanni? Riscontro valido sarebbe stato una conferma da parte dello stesso Vanni oppure di una terza persona, ma non era accaduto nulla del genere.
C’è da dire piuttosto che portando le argomentazioni dei giudici alle loro naturali conseguenze, si sarebbero dovuti addebitare a Vanni almeno anche il delitto di Scandicci e quello di Borgo San Lorenzo, se non il primo di Signa (eterna bestia nera di ogni ricostruzione e per il quale era già stato condannato Stefano Mele), nonostante che per essi Lotti non avesse ricevuto alcuna confidenza. La pistola, infatti, restava quella, e la mutilazione di Scandicci era stata attribuita dall’equipe De Fazio alla medesima mano delle successive. All’apertura del processo lo aveva fatto giustamente notare Filastò, chiedendo l’allargamento della discussione anche ai delitti non imputati dal PM (vedi):

Dice il Pubblico Ministero perché ho la prova solo per cinque. Strano, perché anzi, la prova avrebbe potuto dilagare, una volta trovata la strada giusta e chiarire anche tutti quei dubbi e quelle perplessità che riguardavano quei vecchi delitti. E poi soprattutto contraddittorio, perché contraddittorio? Perché a suo tempo, quando impostò il suo lavoro di prove il Pubblico Ministero con riferimento all'accusa Pietro Pacciani, egli che aveva a danno diciamo di Pietro Pacciani soltanto degli indizi che riguardavano l'omicidio di Giogoli e quello dei francesi, disse che gli altri gli andavano addebitati con riferimento all'esistenza di un elemento di prova importante che era rappresentato dalla unicità dell'arma. La famosa e mai trovata pistola Beretta calibro 22. Ora mi smentisca, signor Pubblico Ministero, se lei ritiene di farlo, leggete. Ecco, leggete la introduzione, la esposizione introduttiva del Pubblico Ministero. Non un accenno a questa unicità dell'arma; non un accenno a questo elemento di prova che è l'unica certezza di cui voi disponete, tutti noi disponiamo in questo processo. Ce ne sono qualche altre, ma questa è la più cospicua. Perchè? Se gruppo criminale o autore unico che sia, c'è una unicità sotto il profilo quantomeno della unicità dell'arma, perché falcidiare così il capo di imputazione?

Inseguendo le sue teorie imperniate su un gruppo di criminali nell’ambito della pista sarda anche Santoni Franchetti aveva chiesto di discutere dei primi tre delitti. Ma i giudici avevano risposto picche sia a lui sia a Filastò. Perché allora invocare il loro argomento principe, l'unicità della pistola, nell’ambito dell’attribuzione a Vanni del delitto di Calenzano?

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