martedì 31 ottobre 2017

Il biglietto del maresciallo Fiori

L’argomento della misteriosa segnalazione anonima che avrebbe consentito agli inquirenti di collegare il delitto di Signa a quelli successivi è stato affrontato numerosissime volte, nei libri e sulla rete. È il caso di segnalare gli ottimi articoli usciti sul blog “Storia del Mostro di Firenze” di Omar Quatar – qui, qui e qui – che illustrano la materia in modo chiaro ed esauriente, senza sbilanciarsi troppo di fronte alle numerose incertezze, come del resto è consuetudine per l’autore, che preferisce più illustrare e commentare la documentazione piuttosto che azzardare interpretazioni personali. Per propria inclinazione naturale, chi scrive è invece più portato a superare le incertezze attraverso un ragionamento di probabilità, contando sul fatto che quando un’ipotesi è molto più probabile delle altre è quasi sempre anche quella vera, soprattutto se si armonizza con uno scenario generale di altre ipotesi anch’esse molto probabili. 
In questo articolo la materia verrà trattata con il taglio appena illustrato, scontando purtroppo inevitabili ripetizioni nella citazione dei documenti rispetto agli articoli dell'amico Omar. Vedremo che la segnalazione anonima ci fu, la recente scoperta di un documento inedito da parte del sempre benemerito lavoro dell’avvocato Vieri Adriani lo comprova senza dubbio alcuno, ridimensionando il valore di alcune interviste dove si affermava il contrario e che pretendevano di aver messo la parola fine sull'importante argomento. Il che porta a conseguenze assai significative per l’intera vicenda.

L’inizio della pista sarda. È ormai noto a tutti che gli inquirenti si accorsero soltanto dopo il delitto di Baccaiano, il quarto fino ad allora, che nel 1968 a Signa aveva sparato la medesima pistola usata dal Mostro. Ecco come il giudice istruttore Mario Rotella, subentrato nell'aprile 1983 a Vincenzo Tricomi, racconta nella sua celebre sentenza (1989) l’inizio di quella che sarà presto denominata “pista sarda”:

Venuta meno la pista ‘Spalletti’ […] le indagini non avevano un filo conduttore. Questo filo sarebbe stato offerto dal ricordo del m.llo Fiori, in servizio presso il Comando Gruppo Carabinieri di Firenze, e nel 1968 alle dipendenze della Compagnia di Signa. Egli rammentava al comandante del Reparto Operativo, T.Col. Dell’Amico, che in quell’anno dirigeva il Nucleo Investigativo dello stesso Gruppo, che nel 1968, appunto, era stata uccisa una coppia in Castelletti di Signa a colpi di pistola. L’arma non era mai stata rinvenuta. Un colpevole era stato trovato in persona del marito della donna uccisa, per quanto se ne sapeva condannato dalla Corte d’Assise di Firenze nel 1970.
Effettuati opportuni riscontri, si accertava che il condannato, Stefano Mele, aveva subito tutti i gradi di giudizio ed uno di rinvio a Perugia. Il G.I. dell’epoca, avvertito, disponeva il recupero del fascicolo processuale. Intorno al 20 di luglio del 1982 esso si trovava sul suo tavolo. Allegati al fascicolo erano, per fortuita e inspiegabile combinazione, i bossoli e i proiettili rinvenuti dopo il duplice omicidio. Disposta comparazione, già a livello informale si accertava l’identità dell’arma adoperata nel 1968 e 1982.
Il giudice avvertiva il p.m.. La notizia veniva tenuta segreta per necessità imprescindibili delle indagini. 

Molti giornalisti sapevano, ma per tre mesi e mezzo rispettarono la consegna del silenzio, e le forze dell’ordine ebbero modo di effettuare con tranquillità le loro indagini. Soltanto ai primi di novembre iniziò a comparire qualche velato accenno a una nuova pista, favorito da alcune frasi allusive pronunciate in una conferenza stampa da Tricomi (“La Città”, 5 novembre 1982): “Prima eravamo completamente al buio, davanti a noi c’era un muro di milioni di persone ciascuna delle quali poteva essere l’assassino. Adesso invece abbiamo delle facce. Ora abbiamo motivo di essere un pochino più ottimisti”. Il successivo mandato di cattura spiccato per il delitto di Signa contro Francesco Vinci, in carcere con un pretesto già da tre mesi, fu come un libero tutti, del quale i primi ad approfittarne furono Giorgio Sgherri e il suo giornale, “L’Unità”, che il 7 pubblicò la notizia in prima pagina.


E probabilmente proprio questa partenza nascosta fu la causa principale dei misteri iniziali della vicenda, che vedono nella semileggendaria figura del maresciallo Francesco Fiori, spesso erroneamente indicato come Fiore, il loro cardine. Senza giungere all’esagerazione di Nino Filastò, il quale addirittura arrivò a sospettare che tale personaggio neppure fosse mai esistito, non comparendo il suo nome in alcun atto ufficiale delle indagini del 1968, non sembra per nulla sicuro che la scoperta del clamoroso collegamento possa essere attribuita ai suoi soli ricordi.

Il ritaglio. Voci sull’esistenza di un messaggio anonimo circolarono assai presto. Già nell’articolo di Sgherri si parlava di “alcune lettere anonime” che “facevano riferimento a 5 e non a 4 duplici omicidi”, per merito delle quali gli inquirenti erano andati “a rispolverare il fascicolo sulla tragica fine di Barbara Locci e Antonio Lo Bianco”. Due giorni dopo anche Franca Selvatici, su “La Città”, scrisse che “un autore anonimo ricordò agli inquirenti di un duplice omicidio avvenuto sei anni prima di quello di Borgo San Lorenzo”, ripetendosi sulla stessa testata in almeno due altre occasioni (1983 e 1984).
Negli anni successivi le voci, ben lontane dallo spegnersi, trovarono il loro propalatore e interprete nel compianto Mario Spezi. Nel libro del 1983 Il Mostro di Firenze il giornalista aveva sposato la tesi dei ricordi autonomi del maresciallo Fiori, ma poi nel 1988 così ne scrisse in Delitti in Toscana:

Per molto tempo, e ancora oggi, è stata accreditata la tesi che un maresciallo dei carabinieri, il maresciallo Francesco Fiore, che era di stanza a Signa nel '68, si sarebbe ricordato del vecchio delitto e che anche allora l'assassino aveva usato una pistola Beretta calibro 22 mai ritrovata. […] Ora, secondo una voce che non ha mai trovato conferma ufficiale e che fu per la prima volta riportata da chi scrive queste pagine, arrivò nel giugno 1982 un biglietto anonimo alla caserma dei carabinieri di Borgo Ognissanti a Firenze. L'autore del messaggio invitava gli inquirenti ad andare a rivedere le carte del vecchio processo d'appello per i fatti del '68, celebrato, per complesse ragioni procedurali, a Perugia anziché a Firenze. […]
La storia del biglietto anonimo, come si è detto, non è stata mai confermata ufficialmente. E tuttavia, per la prima volta, chi scrive può dire quale fonte gliela rivelò: il giudice istruttore Vincenzo Tricomi, il magistrato che all'epoca si occupava dell'indagine sul mostro. Il giudice Tricomi mi aggiunse un particolare grave: quando chiese di vedere il biglietto, gli fu risposto che era irreperibile. Quel biglietto, insomma, non esiste più. Imperdonabile distrazione di un carabiniere o ipotesi molto più preoccupante?

Quale poteva essere l’ipotesi molto più preoccupante? Forse quella di un carabiniere che aveva scritto il biglietto e poi lo aveva fatto sparire per paura di essere scoperto? In questo caso Spezi avrebbe preceduto di molti anni Filastò nel sospettare di un Mostro appartenente alle forze dell’ordine.
L’anno dopo Mario Rotella si sentì in dovere di smentire le voci, scrivendo nella sua sentenza:

Nel 1983 tutti coloro che, tra i carabinieri del gruppo di Firenze, avevano contribuito alla scoperta del precedente sono stati escussi e taluni, nuovamente, negli anni successivi. Da ultimo, in questo 1989, si è ritornati incidentalmente sull'argomento, in rapporto ad atti rinvenuti nel fascicolo del Nucleo Operativo della Compagnia di Prato (cfr: fascicolo 'Parretti' in vol. 7K), ed alla possibilità, smentita in maniera assoluta dagli accertamenti, che la notizia del precedente del 1968 fosse stata ottenuta diversamente, per esempio attraverso una confidenza.
Analogamente non ha nessun fondamento che sia pervenuto al G.I. dell’epoca un [biglietto] anonimo, nel quale fosse menzionato in relazione agli omicidi delle coppie, il precedente di Signa.

A giudicare dallo scritto, di gran peso vista la sua collocazione entro un atto ufficiale, sembra proprio che la notizia della segnalazione anonima fosse fasulla. In ogni caso Mario Spezi, che conosceva bene la sentenza Rotella avendone tratto ampi suggerimenti per i propri articoli e libri, continuò a sostenere la propria versione, arricchendola sempre un po’ di più. Ad esempio, in un articolo de “La Nazione” del 2 novembre 1994 – senza firma, ma di sicuro da lui scritto o almeno ispirato – in cui si affrontava l’argomento delle lettere anonime nell’ambito del processo Pacciani:

L'anonimo più importante è quello del giugno 1982, di cui non resta traccia. Ed è proprio la sua scomparsa, assieme al suo inquietante contenuto, ciò che lo rende più interessante. Giunse allora ai carabinieri un biglietto sul quale era scritto: “perchè non andate a vedere il processo d'appello a Stefano Mele celebrato a Perugia?”. [...]
Si potrà facilmente obiettare che di questo biglietto non c'è traccia nel processo. Benissimo: eppure ne parlò in maniera estremamente chiara il giudice istruttore Vincenzo Tricomi. Tricomi disse di aver letto quel biglietto e aggiunse che quando lo richiese ai carabinieri di Borgo Ognissanti gli fu risposto: “il biglietto è andato smarrito”. Perché Tricomi non è mai stato ascoltato nel corso del processo? Così si depistarono le indagini deviandole sulla cosiddetta pista sarda per ben quattro anni.

Incidentalmente vale la pena notare come Spezi non avesse ancora maturato la successiva ferrea convinzione che proprio all’interno della pista sarda fosse da ricercarsi il Mostro, anzi, vedeva nel biglietto anonimo un riuscito tentativo di depistaggio.
Nel libro Toscana Nera  del 1998 il giornalista ribadì la propria versione aggiungendovi un particolare importante: la frase di invito a indagare sarebbe stata vergata su un ritaglio di giornale in cui si parlava del delitto del 1968.

Siamo in grado di rivelare che gli investigatori furono informati da un biglietto anonimo, probabilmente inviato dal mostro stesso. In quel biglietto – anzi un ritaglio di giornale in cui si parlava dell’uccisione di Barbara Locci e Antonio Lo Bianco era scritto: “Perché non andate a rivedere il processo d’appello per i fatti del ’68 che si svolse a Perugia?”
Incredibilmente il messaggio, custodito nella caserma dei carabinieri di Borgo Ognissanti, si perse. La procura della Repubblica di Firenze negò che fosse mai esistito.
Ma il giudice Vincenzo Tricomi, tuttora in servizio, lo ebbe in mano e ci ha autorizzato a confermarne l’esistenza.

Finalmente nel 2006 Spezi scrisse la sua versione definitiva, riempiendone varie pagine del libro Dolci colline di sangue, dove è anche riportata la scena nella quale Tricomi gli avrebbe raccontato del ritaglio.

Me lo raccontò lo stesso giudice Vincenzo Tricomi, il magistrato che aveva visto quel ritaglio. Era il giorno di una solenne cerimonia, l'inaugurazione dell'anno giudiziario. Nell'aula più grande di cui la magistratura fiorentina dispone erano riuniti, avvolti nelle loro severe toghe nere e scarlatte bordate di ermellino, quasi tutti i magistrati della zona. Durante una pausa, il giudice istruttore Vincenzo Tricomi uscì in un corridoio per fumare una sigaretta e lì incontrò un altro incallito fumatore come me. Chiacchierammo per un po' del più e del meno, e poi io, credendo di poter approfittare della circostanza che il magistrato fino a pochi mesi prima si era occupato del Mostro, portai lentamente il discorso sul caso. Parlammo del delitto di Montespertoli, l'ultimo, e a un tratto chiesi al giudice, senza una vera ragione: “Ma davvero fu solo per la memoria del maresciallo Fiori che vi accorgeste che le pallottole del 1968 erano le stesse degli altri delitti?” […]
“Macché! Può anche essere che quel maresciallo si sia ricordato del delitto del '68, ma la verità è che ricevemmo un'informazione precisa”.
“Un'informazione? E da chi? Che tipo d'informazione?” lo incalzai, annusando una notizia clamorosa.
“Arrivò un biglietto”, riprese Tricomi per nulla agitato “un biglietto anonimo, scritto in stampatello. Anzi, la scritta era su un vecchio ritaglio di giornale che parlava dell'omicidio del '68. Si leggeva: Perché non andate a rivedere il processo di Perugia contro Stefano Mele?” […]
“E dov'è ora quel biglietto?” balbettai, troppo eccitato per la notizia appena ricevuta.
“Non c'è. Non c'è più. Scomparso.[…] Lo richiesi tempo fa ai carabinieri che lo avevano ricevuto, ma dopo un po' mi risposero che, nonostante le ricerche fatte, il biglietto non si trovava più.”[…]
Di quel messaggio, nessuno tra gli inquirenti aveva fatto cenno. Come se non ci fosse mai stato. La notizia che pubblicai su La Nazione a qualcuno sembrò inventata. Tanto che ai giornalisti che domandarono al giudice Piero Luigi Vigna se fosse davvero esistito, la risposta parve una smentita.
“Agli atti”, replicò il procuratore, “non esiste alcun biglietto del genere.”
Io, invece, mi ero fatto rilasciare una dichiarazione scritta da Tricomi, che ho sempre, con la quale mi confermava la storia.

La dichiarazione scritta di Tricomi. In virtù di alcuni elementi in esso contenuti – Montespertoli ultimo delitto, cerimonia di inaugurazione anno giudiziario sempre svoltasi a gennaio – l’episodio va collocato nel gennaio 1983. Purtroppo al momento non è disponibile in rete e a chi scrive la pagina de “La Nazione” dove Spezi avrebbe pubblicato la notizia, si presume in quello stesso mese. Forse nell’articolo potrebbe trovarsi la riprova dell’autenticità del racconto. Che ne Il Mostro di Firenze del 1983 Spezi avesse riportato la versione ufficiale dei ricordi del maresciallo Fiori potrebbe anche spiegarsi con l’esigenza di evitare inopportuni contrasti con la versione ufficiale.
D’altra parte il giornalista sosteneva di essersi fatto rilasciare una dichiarazione scritta da Tricomi, ostentando quindi massima sicurezza che ben difficilmente si sarebbe potuto ritenere fasulla. In effetti il documento fu rintracciato a casa sua, il 7 aprile 2006, durante una perquisizione domiciliare effettuata nell’ambito delle note vicende giudiziarie che lo riguardarono. La notizia emerse nel 2010, nella sentenza Micheli, dove si leggono queste frasi riportate dalla richiesta di rinvio a giudizio di Mignini:

Vi è da dire che, alla luce di una dichiarazione del Dr. TRICOMI del 15.01.02, rinvenuta nel corso della perquisizione domiciliare all’imputato MARIO SPEZI, probabilmente nell’inverno 1982 il Maresciallo FIORI si presentò da lui con un ritaglio di giornale che riferiva della condanna definitiva del MELE a Perugia e gli chiese se fosse possibile acquisire il procedimento.

In tempi recenti è venuta alla luce una scannerizzazione del documento stesso, visibile qui sotto.


15.01.02 In ordine all'episodio di cui mi si chiede, premesso il notevole lasso di tempo sbiadito ed incerto ogni ricordo, posso dire di ricordare che presumibilmente nell'inverno 1982, venne il Maresciallo Fiore con un ritaglio di giornale di cui ignoro di come e con quale modalità erano venuti in possesso i carabinieri che riferiva della conferma della condanna in sede definitiva avvenuta a Perugia. Mi chiese se era possibile acquisire il processo e io lo ritenni del tutto possibile.
Vincenzo Tricomi.

Come si vede c’è qualcosa che non torna rispetto a quanto si poteva intendere leggendo Dolci colline di sangue. La dichiarazione non è del 1983, ma successiva di ben diciannove anni (in compenso però è del 15 gennaio, tre giorni dopo la cerimonia di inaugurazione di quell’anno giudiziario nell’aula bunker di Firenze). Si potrebbe pensare che Spezi, all’atto della progettazione del suo futuro bestseller, avesse pensato bene di consolidare quanto il giudice gli aveva svelato oralmente anni prima, a scanso di equivoci e smentite, senza avvertirne il lettore. Un peccato veniale, insomma. Di sicuro più grave è il fatto che nel documento non c’è alcun cenno a una lettera anonima, o comunque a un’imbeccata venuta dall’esterno, mentre si menziona il ritaglio di giornale, che avrebbe riguardato non la notizia del delitto, ma quella della condanna definitiva di Stefano Mele pronunciata a Perugia.
Per venire incontro alle affermazioni contenute nel libro di Spezi, che rimangono comunque poco rispettose del proprio lettore, si può notare che il giudice collocava la consegna del ritaglio da parte di Fiori, del quale peraltro sbagliò il cognome,  nell’inverno 1982, circostanza di sicuro errata, visto che il collegamento con Signa era del luglio. Quindi forse, a distanza di tanto tempo, i suoi ricordi erano davvero sbiaditi, come del resto lui stesso aveva premesso.

Il cittadino amico. Aggiungiamo un ulteriore tassello alla vicenda. Sulla sentenza Rotella si legge che il fascicolo di Signa sarebbe giunto sul tavolo di Tricomi “intorno al 20 di luglio del 1982”. Guarda caso, proprio quel giorno venne pubblicato su “La Nazione” questo trafiletto dal titolo “Un appello dei carabinieri per il mostro”:

Un appello è rivolto dal comando del nucleo investigativo dei carabinieri di Borgo Ognissanti a una persona che ha dato più volte il suo contributo anonimo all’indagine sui delitti del maniaco perché si rimetta in contatto con loro. L’uomo, che nella sua ultima lettera si è firmato “un cittadino amico” e che ha scritto tre volte affermando di non rivelare la sua identità per non essere preso per mitomane, dovrebbe fornire di nuovo la sua collaborazione, magari anche solo telefonando al nucleo investigativo.

A segnalare la grande importanza del trafiletto fu il mitico forumista De Gothia, che lo mise al centro di uno scritto, il noto “La notte del cittadino amico”, scaricabile qui, nel quale si lanciava in un’azzardata interpretazione di depistaggio.
Il lettore converrà che la coincidenza di date non può essere casuale. Un pubblico appello dei carabinieri a un mittente anonimo non è certo cosa di tutti i giorni, quindi che esso fosse stato disposto proprio nel momento in cui si era appena scoperto il clamoroso collegamento con Signa non può voler dire altro che le tre lettere in questione proprio di quello avevano trattato. Ci si potrebbe chiedere però come potesse essere stata possibile una reazione così rapida alla scoperta che l’anonimo aveva ragione, poiché il testo dell’appello doveva essere stato trasmesso al giornale almeno il giorno precedente a quello di pubblicazione, il 19 quindi, mentre il fascicolo di Signa sarebbe pervenuto nelle mani di Tricomi “intorno al 20”.
Di recente è emerso il documento con il quale il giudice aveva chiesto il fascicolo al tribunale di Perugia, e la cui lettura consente di trovare la spiegazione.

17 luglio 1982
Oggetto: Omicidi di varie coppie avvenuti nel circondario di Firenze negli anni 1974/81/82
Per motivi di giustizia attinenti alle indagini in corso sugli omicidi in oggetto indicati, prego trasmettermi con massima urgenza e possibilmente tramite sottufficiale del Reparto Operativo CC di Firenze latore della presente, il fascicolo relativo al duplice omicidio di Barbara Locci nei Mele e Antonio Lo Bianco avvenuto il 22.8.1968 in agro di Signa (FI) e per il quale è stato precessato Mele Stefano. Tale giudizio in sede d'appello è stato celebrato presso codesta Corte d'Assise d'Appello a seguito di remissione della Corte di Cassazione che aveva annullato la sentenza emessa nello stesso grado dalla Corte d'Assise di Firenze. Tale giudizio di remissione è stato celebrato presumibilmente nel 1972-73 in quanto la Cassazione ha annullato la sentenza di condanna della Corte d'Assise d'Appello di Firenze, nella prima decade del febbraio 1972. In uno al procedimento mi si vorrà trasmettere anche il Corpo di Reato onde effettuare le comparazioni balistiche tra i bossoli repertati in occasione dell'omicidio Locci/Lo Bianco con quelli repertati nei duplici omicidi commessi in Firenze e in oggetto indicati.

Se non quello stesso 17, almeno il 18 una gazzella dei carabinieri doveva essere partita alla volta di Perugia, con una richiesta di massima urgenza da soddisfare attraverso lo stesso latore. Quindi al massimo il 19 luglio 1982 i bossoli di Signa dovevano essere entrati nella disponibilità dell’ufficio istruzione di Firenze. Ci si può immaginare con quale fretta fosse poi stato chiesto un parere balistico, con cui, scrisse Rotella, “già a livello informale si accertava l’identità dell’arma adoperata nel 1968 e 1982”. A quel punto una telefonata a “La Nazione” e il trafiletto era pronto per essere pubblicato il giorno dopo, e cioè il 20.
Va notato che l’appello dei carabinieri al “cittadino amico” parla di tre lettere, e di “alcune lettere anonime” aveva scritto Giorgio Sgherri il 7 novembre 1982, come Franca Selvatici nel 1983. Quindi ci dovette essere stato qualcosa di più, o almeno di diverso, rispetto al chiacchieratissimo ritaglio di giornale di Spezi. Qualcosa però che sembra sia stato cancellato, sia dagli atti sia dalla memoria dei protagonisti.

Le interviste del 2012. Sul portale “CN-Cronaca-Nera.it” è stata pubblicata un’intervista a Tricomi, risalente al 2012, nella quale il giudice, ormai in pensione, ribadisce quanto dichiarato nello scritto in possesso di Spezi (vedi).

Devo precisare che dopo quel delitto fui io personalmente a disporre l’invio di fonogrammi ai vari Comandi dei CC e polizia di ricerca per eventuali casi di duplice omicidio con modalità simili. Un giorno venne il Maresciallo Fiori con un vecchio articolo di giornale inerente il caso del delitto del 1968 chiedendomi se sarebbe stato opportuno approfondire la questione. Ovviamente disposi il “recupero” del fascicolo che stava a Perugia ed il Maresciallo se ne occupò assieme al Colonnello Olinto Dell’Amico.

A successiva specifica domanda Tricomi afferma di non ricordare il modo in cui il ritaglio era pervenuto nelle mani di Fiori, come nulla ricorda dell’appello dei carabinieri al “cittadino amico”. Anzi, con l’accenno all’invio di fonogrammi per la ricerca di altri casi di duplici omicidi l’ex giudice sembra voler suggerire che la “scoperta” di Fiori fosse legata proprio alla sua iniziativa.
In un altro articolo del medesimo portale (vedi) è stata pubblicata una testimonianza dello stesso Fiori, che nel 2012 era da tempo deceduto, rilasciata di fronte a Rotella, Vigna e Canessa in data 28 novembre 1986.

Dal 1960 al 1969 prestavo servizio a Signa, presso la tenenza dei CC, nel settembre/ottobre del ‘69 sono passato alla compagnia di Firenze fino al 1974, successivamente tornai a Signa fino al 1979 e poi di nuovo a Firenze sino al congedo avvenuto il 27.5.1986. Avevo seguito il caso sul delitto di Signa, accompagnando il Maresciallo Ferreri all’Istituto dove era ospitato il bambino Natalino Mele. Nei giorni dell’omicidio non ero presente a Signa perché in ferie. Dopo il delitto del 1982, parlando con l’appuntato Piattelli Ugo, che era in servizio a Signa nel 1968, venne fuori il ricordo del duplice delitto del 1968. Più precisamente, ricordammo che in quella località fu compiuto un duplice omicidio ai danni di una coppia di amanti in atteggiamenti amorosi in auto con un’arma da fuoco.

A seguire viene poi riportata una dichiarazione di Ugo Piattelli, interpellato sull’argomento.

Confermo l’episodio descritto dal Maresciallo Fiori e ricordo che avemmo una discussione circa l’anno dell’omicidio, lui ricordava il 1964, mentre io sostenevo che si trattava del 1968. Assieme ci recammo dal Colonnello Dell’Amico che seguiva le indagini, il quale rinvenne un fascicolo personale, non so a quale persona implicata nella vicenda appartenesse. Dell’Amico informò subito il G.I. Dr. Tricomi, che dapprima contattò il perito balistico dell’epoca e poi fece richiesta alla Cancelleria della Corte d’Appello di Perugia e successivamente a quella di Firenze per l’acquisizione degli atti processuali.

Piattelli aggiunge però altra confusione, poiché non parla del ritaglio di giornale, anzi, sembra ignorarne l’esistenza quando racconta la discussione sull’anno del delitto, che non avrebbe avuto senso di fronte al ritaglio.
Per “CN-Cronaca-Nera.it” le dichiarazioni di Tricomi e Piattelli, più il documento del 1986 sottoscritto da Fiori, sarebbero la dimostrazione definitiva che non ci sarebbe stata alcuna imbeccata dall’esterno nella scoperta del collegamento tra Signa e i duplici omicidi successivi. Una conclusione un po’ troppo precipitosa, che sorvola sull’appello al “cittadino amico”, e che viene contraddetta da un documento molto sui generis, ma non per questo privo di valore.

Il Brigadiere Ricci. Nel noto forum “Il Mostro di Firenze”, durante una discussione sui misteri dell’inizio della pista sarda, il 2 ottobre 2011 un utente iscritto da tre giorni con il nick “Ricci”, fece questo primo clamoroso intervento:

Mi è stata segnalata questa discussione da D., un ragazzo che qui dentro credo abbia scritto qualcosa. Mi presento per dirvi ciò che so sulla segnalazione anonima che ricollegò il delitto di Signa a quelli del mostro nel 1982. In quel periodo, fino al 1987, ero appuntato a Borgo Ognissanti e nonostante non mi occupavo in prima linea del mostro ho avuto la possibilità di seguire da vicino quell’indagine. Non so se sono il primo carabiniere a dirlo ma il ritaglio di giornale con spillato un biglietto che diceva di revisionare il processo Mele arrivò veramente all’inizio di luglio del 1982, credo preceduto da altri due biglietti (questi però io non li ho visti) arrivati in caserma alcuni giorni prima che accennavano più genericamente al delitto del 1968. Fu Fiore il primo ad avere fra le mani il pezzo di giornale mandato da un anonimo perché era lui che smistava le segnalazioni che arrivavano sul mostro. Fiore lo mostrò anche a me oltre che a tutti quelli della caserma che non erano in vacanza estiva. L’articolo era del 1968 e parlava del delitto della Locci ma non era (come dicono tanti) del processo del 1974 a Mele tenutosi a Perugia. Era solo il biglietto allegato scritto a macchina che parlava del processo Mele (dicendo di andare a rivederlo), ma l’articolo di giornale era del 1968 e questo me lo ricordo senza margine di errore.
Oltre alla mia memoria escludo inoltre che la condanna definitiva al Mele sia mai finita su un qualsiasi giornale. Una notizia del genere per un delitto d’apparenza così poco importante non finiva su un giornale 6 anni dopo l’omicidio per la sola notizia della condanna dell’autore e questo lo dico per l’esperienza professionale che mi ha portato ad avere sotto mano tanti giornali anche degli anni 60 e 70.
Quello del ritaglio di giornale con il biglietto anonimo ricordo che diventò il segreto di pulcinella del periodo a cavallo fra il 1982 e il 1983, se ne parlava fra le righe ma mai ufficialmente perché la versione da tenere era quella del ricordo di Signa del Maresciallo Fiore (grande uomo d’Arma e molto spiritoso). Ho letto che qualcuno crede che invece non ci fu nessun anonimo ma (come dicono tanti vecchi inquirenti) il collegamento con Signa fu al cento per cento opera dei Carabinieri, ma non è vero perché le cose andarono come scrivo di seguito. Quando arrivò il giornale col biglietto si credette probabilmente di avere chiuso il caso perché l’assassino non poteva altro che essere uno degli amici o parenti del Mele e la roba dell’anonimo fu buttata via dopo pochi giorni perché si pensò non serviva più. Dell’Amico e altri decisero (questo probabilmente me lo disse Fiore stesso) di non rivelare la notizia del collegamento fatto grazie all’anonimo perché altrimenti i giornali avrebbero scritto di tutto e di più e, soprattutto, le segnalazioni anonime che facevano perdere tempo (per esempio quelle dei mitomani) sarebbero aumentate esponenzialmente una volta rivelato che una dritta anonima si era rivelata utile.
Credo che chi mandò quel messaggio anonimo era qualcuno che voleva dare un aiuto sincero alle indagini e non il mostro in persona. Saluti dal Brigadiere Ricci.

È difficile nutrire dubbi sull’autenticità della testimonianza, tanto il linguaggio  appare spontaneo e la narrazione del tutto plausibile, mentre ha poco senso vedere un individuo qualsiasi che prepara un intervento così ben congegnato soltanto per prendere in giro i partecipanti a un forum. Non sfugga poi al lettore l’accenno ad “altri due biglietti arrivati in caserma alcuni giorni prima che accennavano più genericamente al delitto del 1968”, in completo accordo con quanto scritto nell’appello al “cittadino amico”, del quale il sedicente Ricci sembra essere all'oscuro.
Un altro elemento interessante è l’affermazione che il ritaglio di giornale avrebbe riguardato un articolo del 1968, in contrasto con lo scritto di Tricomi del 2002, dove si legge invece che l’argomento sarebbe stato quello della “conferma della condanna in sede definitiva avvenuta a Perugia” di Stefano Mele. Ma il giudice ricordava senz'altro male, poiché nella sua richiesta del fascicolo Mele inviata al tribunale di Perugia si legge: “Tale giudizio di remissione è stato celebrato presumibilmente nel 1972-73, in quanto la Cassazione ha annullato la sentenza di condanna della Corte d’Assise d’Appello di Firenze nella prima decade del febbraio 1972”. Quindi Tricomi non conosceva la data esatta della condanna di Stefano Mele, dal che si deduce che il ritaglio di giornale che gli aveva consegnato Fiori non riguardava quel processo.
Il sedicente brigadiere Ricci fu subito aggredito da chi voleva saperne di più, ma le sue repliche furono soltanto due, dopodiché non scrisse più nulla. Purtroppo la maggior parte dei forumisti non capì l’importanza dell’intervento, e alcuni non furono neppure troppo diplomatici nel manifestare il loro scetticismo. Dato il possibile alto valore della testimonianza vale la pena riportare integralmente anche le successive domande e risposte, nelle quali Ricci dimostrò un’ottima conoscenza di alcuni particolari affatto banali della vicenda.

Forumista: Hai mai sentito parlare di un appello fatto tramite il quotidiano La Nazione ad un certo "Cittadino Amico" che un forumista che si chiama De Gothia pensa si riferisse proprio al segnalatore anonimo di Signa? In tal caso, non pensi invece che questo appello potesse riferirsi a qualcos'altro, tipo a colui il quale mandò dei messaggi anonimi con la storia della B di Babbo nell'autunno inverno '81-'82? Eppure anche quelle erano lettere arrivate alla caserma di Borgo Ognissanti, ne parla anche Spezi nel suo libro dell'83...
Ricci: Ho letto il documento di De Gothia che sicuramente coglie nel segno riguardo alla prova dell’esistenza del messaggio anonimo anche se non condivido molte sue considerazioni personali riferite al possibile tranello che l’anonimo che portava a Signa aveva in mente. L’appello del 20/07/1982 sulla nazione si riferiva senza dubbio all’ignoto anonimo di Signa, quello non ci piove perché come già detto Fiore aveva parlato del giornale e il biglietto a tutta la caserma e forse a tutti i suoi amici e le voci girano in fretta. A quei tempi non c’era un coordinamento unico delle indagini, o meglio c’era ma - non so se mi spiego - ogni carabiniere o poliziotto era abbastanza libero di indagare per gli affari suoi perché il caso colpiva tutti molto. Fu sicuramente uno fra le varie decine di forze dell’ordine che sapevano dell’anonimo ad avere l’idea di individuare il mittente di Signa provando a lanciare quella specie di appello sulla nazione. Non so dire chi fu (magari non era neanche uno di Borgo Ognissanti) ma non ci voleva una potenza e un abilità speciale per contattare un giornalista proponendogli la cosa. Credo anche che questo appello passò abbastanza inosservato io infatti nel 1982 neanche lo notai. Quello che ricordo bene fu che da fine luglio 1982 tutti cercarono il più possibile di tenere riservato il modo con cui si era arrivati a Signa. I motivi li ho già scritti nel mio intervento precedente e inoltre c’era una nuova fase d’indagine che stava per partire, cioè la pista sarda che fu indagata e seguita il più possibile in silenzio almeno fino alla notizia dell’arresto del Francesco Vinci.
Le lettere della b sono una cosa diversa di qualche mese prima. Erano delle lettere di circa sei mesi prima il collegamento con Signa dove si diceva che il mostro sceglieva i posti dove uccidere seguendo la parola babbo, ma quello che mandò quelle lettere era un mitomane perché già allora la cosa non tornava e non venne presa sul serio dal segnalarla come appello sul giornale. Se le b di Borgo e Baccaiano potevano starci non ci stava la a di Arrigo, perché il posto era Mosciano e Arrigo era solo la via, Via dell’Arrigo appunto. L’arma non è quella che si racconta in certe barzellette e già allora si capì che mescolando le località, le vie e i comuni si potevano formare infinite parole. Era un periodo quello dove arrivavano decine di lettere anonime al giorno credo che un fine settimana ne arrivarono addirittura 57. Molte di quelle lettere erano sicuramente più interessanti di quelle del babbo, se queste sono rimaste nella memoria è solo per il libro dello Spezi. Inoltre se l’appello del 20/07/1982 si riferiva all’autore della b di babbo quell’appello doveva contenere almeno un riferimento temporale di sei mesi prima, altrimenti quello della b di babbo non poteva capire che si voleva entrare in contatto con lui. Sicuramente dunque l’appello sul giornale fu un primo tentativo senza seguito di individuare l’anonimo che segnalò Signa.

In questo primo scambio viene affrontato l'argomento del “cittadino amico”, in certe discussioni in rete intrecciato a quello di un mitomane di qualche mese prima. Come si vede Ricci dimostrò di avere le idee ben chiare sulla questione.

Forumista: Perché sia Dell'Amico, sia Tricomi, ma anche la Della Monica e Vigna non ammetterebbero questo episodio della segnalazione anonima dopo più di vent'anni se così fosse?
Ricci: Dopo tanti anni si tende a dire la versione che si è ripetuto di più ma che non necessariamente è quella vera soprattutto perché si parla di stimati professionisti che quando non dicono esattamente come andò la vicenda lo fanno a fin di bene. Comunque Dell’Amico, Tricomi, Vigna e la Della Monica sono quattro persone che hanno avuto un ruolo diverso in questa storia e credo sia utile dire le differenze di ruolo di queste persone. Dell’Amico per il suo ruolo primario nell’Arma che indagava decise in accordo con il giudice Tricomi di dare un ufficialità al collegamento con Signa. Una volta distrutta ogni traccia del collegamento anonimo (forse fu un errore ma con il senno del poi è troppo facile a dirsi) questo è come se non fosse mai esistito dunque sarebbe poco saggio ad anni di distanza dire che ci fu l’anonimo quando niente può più provarlo. I giornali che hanno pubblicato per anni la notizia del messaggio anonimo fin dal 1982 non sono mai stati smentiti dagli inquirenti come anche i resoconti di Spezi nei suoi libri. Proprio nel primo libro dello Spezi, quello del 1983, gli fu detto di puntare su un altra segnalazione anonima meno rilevante come quella di babbo perché rivelare dell’anonimo di Signa con la pista sarda in pieno corso poteva essere un azzardo. Insomma a volte il silenzio è un segno di assenzo e chi vuole capire capisca. Vigna e la Della Monica hanno conoscenza dell’anonimo di Signa solo per ciò che gli ha riferito l’Arma ed è quindi inevitabile che la loro versione dei fatti sia quella della scoperta interna all’Arma ad opera di Fiore. Un pm serio come le persone in questione giudica ciò che sta agli atti e non deve interessarsi ad altro.

Si può notare che nella risposta Ricci dà spiegazione plausibili anche sul perché Mario Spezi, nel libro del 1983, sposò la versione ufficiale.

Forumista: Chi sarebbe allora questo segnalatore anonimo?
Ricci: Penso qualcuno dell’Arma o della Polizia che non si occupava del mostro ma seguiva lo stesso la vicenda per passione o per dare un aiuto e poiché aveva scoperto che quello di Signa ricordava i delitti del mostro voleva aiutare le indagini. Qualcuno che magari prestava servizio in un altra provincia toscana non di competenza e voleva dare un aiuto senza mettersi in mostra.
Forumista: Qual'è la tua idea in generale sul mostro?
Ricci: Il delitto del 1968 è stato commesso da più persone almeno 4 o 5 senza volontà maniacali. Fra queste persone c’è anche il futuro mostro ma preferisco non aggiungere altro.

Qui arriviamo alle convinzioni personali, e a parere di chi scrive risulta molto poco convincente quella di un carabiniere che scrive una lettera anonima ad altri carabinieri! Riguardo il possibile Mostro, è chiaro che Ricci pensava a Salvatore Vinci, come in genere tutti i suoi colleghi d’arma.

Forumista: Le sembrerebbe una prassi normale, come brigadiere dell'Arma, "buttare" una segnalazione anonima che si è rivelata corretta e veritiera?
Ricci: Non credo si può parlare di prassi perché trovare una lettera anonima utile su dei delitti in serie è una situazione che non era mai capitata prima in italia e forse non è più capitata neanche dopo. Essendo un eccezione i più influenti decisero che una volta scoperto di Signa il giornale e il messaggio non servivano più a prescindere dalle future verifiche. So che oggi sembrerà un grave errore ma bisogna entrare nella mentalità di quel periodo. Bisogna poi tenere presente che il Francesco Vinci viene incarcerato verso metà agosto 1982 e senza l'accusa formale di essere il mostro. Quello che voglio dire è che si capì subito che quella lettera poteva essere decisiva ma non si comprese bene quale poteva essere il suo valore materiale una volta che l'indagine si concentrò interamente sui sardi delle famiglie Mele e Vinci o una volta finita l'indagine sulla pista sarda.
Forumista: Come sarebbe arrivato il biglietto in caserma? Era in una busta affrancata? Spedita da dove e indirizzata a chi?
Ricci: Il giornale del 1968 con il biglietto spillato e scritto a macchina da scrivere era dentro una busta francobollata senza mittente ma con destinatario il nucleo dell'Arma di Borgo Ognissanti. Non penso si è mai verificato da dove proveniva, credo che una verifica del genere si fece solo per il pezzo di seno inviato alla Della Monica.

La scoperta di Vieri Adriani. Arriviamo finalmente a quella che al momento è l’ultima puntata della intricata vicenda. Ce ne riferisce Omar Quatar nel terzo dei suoi tre articoli (vedi). In un recente convegno (Pistoia, 8 settembre 2017) l’avvocato Vieri Adriani ha riferito dell’esistenza di un documento, datato 20 agosto 1982, con il quale Silvia Della Monica, all’epoca PM titolare delle indagini assieme al collega Adolfo Izzo, rivolgeva la seguente richiesta al Nucleo Operativo Carabinieri di Firenze:

Il giudice istruttore del tribunale di Firenze dottor Vincenzo Tricomi segnalava a questo ufficio l’importanza di una lettera anonima. Questa lettera indirizzata alla scrivente e trasmessa per indagini a codesto reparto, la quale evidenziava come i duplici omicidi commessi dal Mostro fossero cinque, non quattro, richiamando l’attenzione su un episodio analogo avvenuto in passato in altra località della provincia.
Questo ufficio ritiene indispensabile al fine delle ulteriori indagini concernenti l’identificazione dell’autore dell’anonimo rientrare in possesso dello scritto potendosi presupporre che esso sia attribuibile a persone a conoscenza dell’identità del vero assassino. Facendo seguito pertanto a passate sollecitazioni verbali, si prega di voler procedere a pronta trasmissione.

La registrazione video del convegno su menzionato è disponibile qui, con l'inizio dell'intervento sulla lettera anonima a 1:10:17. Vieri Adriani ha poi aggiunto che, a quanto a lui risultava, la lettera sarebbe effettivamente rientrata nella disponibilità di Procura e Ufficio Istruzione, ma soltanto qualche mese dopo.
Il documento conferma in modo inequivocabile che, dopo il delitto di Baccaiano, era arrivata nelle mani degli inquirenti almeno una lettera anonima nella quale si richiamava l’attenzione sul delitto di Signa. Tale lettera era stata indirizzata alla stessa Silvia Della Monica, la quale, evidentemente senza darle soverchia importanza, l’aveva affidata ai carabinieri affinché procedessero con le opportune verifiche, salvo richiederla indietro non appena gli eventi erano precipitati (si tenga presente che Francesco Vinci era stato arrestato cinque giorni prima della sua richiesta). Non sfugga al lettore il fatto che Giorgio Sgherri, nel suo futuro articolo, avrebbe scritto di “riferimento a 5 e non a 4 duplici omicidi”, esattamente come risulta dal documento in questione.
È chiaro che la rivelazione di Adriani conferma indirettamente anche quanto risultava dall’appello dei carabinieri al “cittadino amico”, e cioè il fatto che le lettere anonime erano state tre. Con un pizzico di fantasia si potrebbe immaginare che l’anonimo mittente ne avesse inviate prima due, indirizzandone una ai carabinieri di Borgo Ossignanti e l’altra alla Della Monica, e poi una terza con dentro il ritaglio di giornale ancora ai carabinieri. Merito del maresciallo Fiori dovrebbe quindi essere soltanto quello, ma non è poco, di aver intuito l'importanza della segnalazione.

Suggestioni e interpretazioni. Che dietro l’anonimo mittente ci fosse stato il Mostro è ben più di una fondata ipotesi, è una logica certezza. Chi altri avrebbe potuto essere? Certamente non si trattava di un cittadino qualsiasi illuminato da una felice intuizione, il quale avrebbe sì potuto desiderare di rimanere anonimo, ma non si comprende il perché avrebbe scritto ben tre lettere al posto di una sola ben argomentata. Poi è poco credibile che un cittadino qualsiasi fosse arrivato a intuire quanto non avevano intuito né investigatori né giornalisti. In realtà doveva trattarsi di un individuo a conoscenza del destino della pistola, e per questo in qualche modo coinvolto nelle vicende del 1968. Ma al quale non interessava contribuire alla cattura del Mostro, poiché in questo caso non si sarebbe limitato a un sibillino suggerimento, per di più dopo aver lasciato che venissero uccise otto persone prima di farsi vivo.
In realtà l’anonimo mittente non poteva essere che qualcuno interessato a far partire la pista sarda, e che da quella partenza aveva tutto da guadagnare e niente da perdere; quindi proprio il Mostro: anni di inutili indagini durante i quali l'individuo sarebbe rimasto libero di uccidere stanno lì a dimostrarlo. Data per valida questa ipotesi, si aprono vari scenari, alcuni dei quali è bene escludere a priori.
Va escluso innanzitutto qualsiasi scenario che non preveda l’uccisione di Barbara Locci e Antonio Lo Bianco da parte di Stefano Mele e complici e addebiti al Mostro anche quel delitto. Nonostante i disperati tentativi di chi ha inteso risolvere in questo modo l’eterno enigma del passaggio della pistola, rimangono del tutto insuperabili gli indizi che coinvolgono Mele nel duplice omicidio, e assieme a lui qualcun altro. D’altra parte in uno scenario del genere tornerebbe poco anche la storia delle lettere anonime, che dovrebbero essere interpretate come una specie di rivendicazione da parte del Mostro. Come a dire, se otto vi sembrano pochi sappiate che ne ho fatti fuori dieci. Ma allora perché non mandare il messaggio già l'anno prima e direttamente alla stampa?
Va poi escluso qualsiasi scenario che preveda la sostituzione dei bossoli nel fascicolo di Signa. Con questa ipotesi si lascerebbe il delitto del 1968 a Mele e compagni, svincolandolo dai successivi opera invece del Mostro. In sostanza si sarebbe trattato di un depistaggio effettuato dal Mostro stesso, che avrebbe messo dei bossoli suoi al posto di quelli originali per poi avvertire gli inquirenti con le lettere anonime e metterli quindi su una falsa pista. A parte la difficoltà di introdursi in un ambiente di tribunale e quella di sostituire in modo plausibile anche i proiettili deformati, torna poco la fortuna del Mostro di aver avuto sottomano un delitto da taroccare molto simile ai propri, così poco usuali, non troppo lontano né nel tempo né nello spazio.
A proposito di depistaggi, è bene spendere qualche parola sulla mancata distruzione dei bossoli e dei proiettili del 1968, prevista dalla legge a giudizio consolidato, nella quale in molti hanno voluto vedere chissà quali retroscena. Ecco quel che ne pensava Micheli:

Il fatto che quei reperti si trovassero ancora dopo otto anni non può seriamente sorprendere, ove la realtà delle cose si valuti non solo con “la mente critica dell’operatore del diritto”, ma soprattutto con il buon senso di chi ha un minimo di pratica di uffici giudiziari: siamo veramente convinti che ad ogni provvedimento di confisca di un bene sequestrato faccia seguito una esecuzione immediata? O non siamo piuttosto abituati a vedere locali dove i corpi di reato rimangono giacenti e dimenticati, come pure fascicoli dove un reperto resta tranquillamente spillato con i punti di una pinzatrice senza che nessuno si faccia carico di regolarizzarne l’iscrizione?

Per logica va anche escluso qualsiasi scenario che veda il Mostro far parte dei sospettati del 1968. Già l’aver continuato a uccidere con la medesima arma di allora appare un comportamento di un’imprudenza unica, per di più sarebbe stato lui stesso ad avvertire gli inquirenti che non se ne erano accorti da soli. Assurdo.
Alla fine lo scenario di gran lunga più plausibile è quello di un individuo che era entrato in possesso della pistola del 1968 senza aver avuto nulla a che fare con quel delitto e senza che i personaggi allora indagati o comunque coinvolti nulla ne avessero saputo. E lui nulla avrebbe avuto da temere da una riapertura delle indagini, anzi, avrebbe avuto tutto da guadagnare, come in effetti fu. Ma allora, perché attendere i primi di luglio del 1982 per mettere gli inquirenti su quella falsa pista? Considerata la coincidenza di date, la spiegazione di gran lunga più plausibile è una sola: paura.
Il lettore sa bene che Paolo Mainardi fu portato in ospedale ancora vivo. Purtroppo il ragazzo era in coma irreversibile, e la mattina morì senza aver mai ripreso conoscenza. Tutti i giornali lo scrissero, ma subito dopo Silvia Della Monica ebbe l’idea di tentare un trucco, in accordo con alcuni giornalisti. Ecco quindi che il 22 giugno 1982 uscì la notizia di un’indiscrezione secondo la quale Mainardi, prima di morire, avrebbe fornito una traccia per catturare l'assassino.


La speranza era quella di indurre il Mostro, se non a costituirsi, a commettere qualche passo falso. Si trattò di un trucco tardivo e un po’ maldestro, ma nel quale l’assassino sorprendentemente cadde, decidendo di giocare in quel momento la carta di Signa. Tra l’altro su “La Nazione” del 23 comparve un articolo di Spezi proprio su Silvia Della Monica, destinataria di una delle tre lettere; quella stessa Silvia Della Monica che tre anni dopo, ormai fuori dal caso, avrebbe ricevuto la nota lettera con il frammento di seno. 


Entrambi gli articoli sono tratti dall'emeroteca di “Insufficienza di prove”.
Infine, a beneficio di chi non è troppo inquadrato nei propri pregiudizi, si riporta un passaggio dell’interrogatorio di Giancarlo Lotti del 26 aprile 1996:

Ho assistito anche all'omicidio di Baccaiano; ho visto la macchina dei ragazzi uccisi; c’è una strada che si sale ed a metà c’era questa macchina. Io fui costretto ad andare lì come per gli omicidi successivi. Anche quella volta io ero con la macchina mia e Vanni e Pacciani erano con quella del Pacciani. Il Pucci non c’era. Gliene ho parlato dopo io. Furono uccisi una coppia di fidanzati: io ero rimasto un po' più in giù. Sentii che sparavano dentro la macchina. Era Pietro che sparava. Non li aveva presi tanto bene e volevano uscire di macchina. Per me i due avevano riconosciuto le persone. 

Addendum. L’avvocato Vieri Adriani mi ha gentilmente messo a disposizione il documento da lui letto al convegno di Pistoia dell’8 settembre 2017. In sostanza non ci sono differenze nel contenuto rispetto alle sue parole, in ogni caso metto qui la relativa immagine a beneficio di chi, giustamente, preferisce disporre della documentazione originale.
Adriani mi ha anche reso partecipe di una sua ulteriore scoperta. Si tratta di una richiesta del giudice Vincenzo Tricomi al tribunale di Palermo, datata 29 ottobre 1982, affinché venissero interrogati Giuseppe Barranca e il fratello, cognati di Antonio Lo Bianco, sul noto episodio della scommessa tra lo stesso Lo Bianco e Francesco Vinci riguardo la conquista di Barbara Locci. Ebbene, nel documento – scaricabile qui – dopo l’elencazione dei quattro duplici omicidi del Mostro, da quello di Borgo a quello di Baccaiano,  si legge:

A seguito di segnalazione anonima che esisteva un quinto duplice omicidio commesso dal cosiddetto “mostro” si risaliva all’omicidio di Lo Bianco Antonio e Locci Barbara commesso nel 1968 in relazione al quale era stato condannato il marito della Locci.

A questo punto qualsiasi dubbio sull’esistenza della segnalazione anonima è del tutto ingiustificato. Ne rimane invece qualcuno sul perché poi dall’autorità giudiziaria non è mai arrivata una conferma ufficiale. L’impressione di chi scrive è quella di un pasticcio interno alle forze dell’ordine, con il biglietto che una parte distrusse o smarrì cercando di nascondere il peccato alle altre. Si spiega forse così anche la smentita di Rotella, che magari era tra quelli che non sapeva. O forse sapeva, ma non se l’era sentita di affrontare le conseguenze dirompenti di quella segnalazione anonima.

121 commenti:

  1. C'è a mio avviso un fatto che non è mai stato approfondito. L'avvocato Ricci che difese il Mele per il duplice omicidio del 68 è lo stesso Dante Ricci che difese Pacciani per il delitto della Tassinaia? Se si, potrebbe esserci una contiguità fra Pacciani e i sardi.

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    1. Credo proprio sia lo stesso Ricci, ma che il fatto indichi un legame tra Pacciani e Mele ne dubito molto.

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    2. Cettamente è lo stesso Dante Ricci. A livello di curiosità, mi chiedo come mai spiantati come Mele e Pacciani potevano permettersi di essere difesi da un principe del foro. Una situazione che, come sappiamo, si ripeterà nel 1996.

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  2. Complimenti anzitutto per questo nuovo articolo, veramente ben fatto. Trovo affascinante ed, ancor più, convincente l ipotesi del mostro come mittente degli anonimi su Signa. Ho però una piccola questione da porre: come coniughi il carattere estremamente efficace delle comunicazioni anonime su Signa (con tanto di ritaglio di giornale e con comunicazione scritta avente riferimenti al processo di Perugia) con il quasi comico confezionamento della nota lettera alla Della Monica con il lembo di seno della Mauriot? E poi, può essere credibile che un soggetto quale il Lotti (in ordine al quale sono totalmente d accordo con te, su tutto) avesse seguito la vicenda processuale del Mele sino al esito del processo di rinvio post cassazione?

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    1. Innanzitutto l'analisi storica non può prescindere dalle prove storiche. Escludere Stefano Mele e complici dal delitto del 1968 soltanto perchè non si riesce a spiegare il passaggio della pistola è come far tornare un solitario intervenendo sull'uscita di qualche carta. Analogamente, Lotti o non Lotti, si deve accettare il fatto che il Mostro inviò effettivamente tre messaggi scritti, di cui uno contenente un ritaglio di giornale del delitto.
      Certo, a questo punto chi sospetta che Lotti fosse stato il Mostro, e ancor più chi ne è fermamente convinto, come chi scrive, deve interrogarsi sulla fattibilità di tali azioni da parte sua.
      Io comincerei con l'affrontare una questione affatto banale: conosciamo abbastanza Lotti? Una volta messi da parte i giudizi dozzinali di chi lo vede inseguire gli UFO, quel che sembra rimanere è un individuo ignorante ma per nulla stupido, anzi, un vero furbacchione, capace di svicolare dalle domande imbarazzanti riparandosi dietro la propria ignoranza. Ma era soltanto questo? Se davvero dietro il suo aspetto a prima vista inoffensivo c'era il Mostro, di quali altre azioni imprevedibili potremmo doverlo ritenere capace?
      Delle tre lettere sappiamo troppo poco, in ogni caso non sembra che si sia trattato di scritti particolarmente lunghi. Riguardo la notizia della condanna definitiva di Stefano Mele a Perugia, si potrebbe pensare a un Lotti (che sapeva come erano andate le cose e aveva addirittura in mano l'arma del delitto) sempre molto interessato alla vicenda e per questo sempre inorecchito. La gente parla, non c'era bisogno di leggere i giornali per averne notizia.

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  3. Non conoscevo gli interventi del brigadiere Ricci e li trovo molto interessanti. Onestamente mi sorgono dei sospetti per via del fatto che una persona così coinvolta negli eventi e in grado di ricordare chiaramente molti dettagli di allora poi finisca per sbagliare ripetutamente il cognome del collega Fiori, di cui ancora avrebbe ben presente il carattere e il valore professionale.
    Una domanda: se, come Ricci e molti altri credono, il messaggio con il ritaglio di giornale sarebbe opera di un anonimo desideroso di aiutare e non del Mostro, il benefattore avrebbe conservato dal 1968 al 1982 un articolo su un omicidio ufficialmente risolto e tutto sommato marginale. Mi pare più credibile che, per aver dato così tanta importanza al delitto, l'autore del messaggio fosse coinvolto personalmente.

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    1. Concordo naturalmente con le considerazioni sul ritaglio di giornale. Riguardo l'errore di Ricci su Fiore invece di Fiori posso solo dire che anche Tricomi lo commise nel biglietto del 2002 scritto per Spezi. A mio parere si tratta comunque di un intervento genuino, per lo stile "carabignieresco" e per la plausibilità della storia. In ogni caso è un di più, poichè il documento letto da Vieri Adriani assieme all'appello al cittadino amico bastano e avanzano per convalidare lo scenario dell'anonimo, che quindi imbeccò anche Fiori, altrimenti sarebbe una bella coincidenza il suo ricordo autonomo, non credi?

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    2. Se il brigadiere Ricci fosse una persona reale, potrebbe rivelarsi una fonte molto importante, anche oltre l'autenticazione sull'esistenza del messaggio anonimo. Potremmo ricavare informazioni precise sul clima e suoi metodi all'interno delle forze dell'ordine che si occuparono del Mostro, o anche ottenere nuovi dati, magari insignificanti per il brigadiere stesso ma in realtà di enorme valore. Dato che abbiamo nomi, date, località e altre informazioni, mi chiedo se, per uno dei tanti giornalisti appassionati del caso, sia così difficile rintracciare il brigadiere per fargli qualche domanda in più, magari in pieno anonimato.
      Per esempio, se ci fosse qualche informazione più precisa sul testo allegato all'articolo, potremmo fare varie valutazioni. Infatti sappiamo che Lotti aveva enormi difficoltà a mettere una parola dietro l'altra in italiano corretto, mentre Pacciani, pur essendo anche lui scarso in quanto a cultura scolastica, possedeva una capacità di scrittura ben più elevata.

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  4. ciao antoine,ci hai fatto aspettare tanto per il tuo nuovo articolo ma ne è valsa la pena.come sempre ben strutturato e condivisibile su quasi tutto.
    una cosa mi sono sempre chiesto,e vorrei chiederla anche al brigadiere Ricci: sappiamo la ben poca confidenza che il MdF aveva con la sintassi e la grammatica.pensi fosse possibile che potesse avere scritto un periodo lungo come quello apparso nella famosa lettera dove indicava il processo di Perugia senza seminarlo di errori e strafalcioni come sembra invece non abbia fatto? mi sembra poco credibile,da una persona che è riuscita a sbagliare la scritta di un semplice indirizzo,

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  5. Mi sembra che sui testi delle tre lettere sappiamo troppo poco per giudicare il livello culturale di chi le scrisse. C'erano dentro degli strafalcioni grammaticali alla Giancarlo Lotti e la sua lettera spontanea? Lettera peraltro che tanto spontanea non dovette essere, sicuramente per il contenuto e forse anche per la forma fin troppo "estrema".

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  6. Salve,
    una domanda al volo:
    ma le lettere anonime arrivate prima di quella del ritaglio di giornale si sono "perse" anch'esse?
    Grazie mille

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    1. Sembrerebbe proprio di sì, a meno che l'avvocato Vieri Adriani non faccia un altro miracolo...

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  7. Una soffiata troppo precisa fatta ad un maresciallo che non si occupava del caso? La domanda da porsi è perché non inviarla proprio al giudice istruttore o ai poliziotti che si occupavano del caso? Sarebbe stato piu sicuro ? O no? Ma se l'intento era depistare perché prendersi un rischio del genere? Che la missiva cadesse nel vuoto?

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    1. Di missive ne furono mandate tre, due ai carabinieri (e non a Fiori direttamente) e una alla Della Monica.

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  8. Ma se abbiamo sul "tavolo":
    a)un maresciallo Fiori scelto come "front-man" di una operazione volta a trasformare le segnalazioni anonime su Signa in un riscontro interno all'arma;
    b)una distruzione di prove operata per cancellare le tracce dell'anonimo;
    c) una procura che da quel momento non si fida più dei cc;
    d) la perizia Arcese Iadevito che riscontra un diverso numero di rigature, sul proiettile estratto da Lo Bianco, rispetto a quelle contate da Zuntini sullo stesso;
    e) i proiettili e i bossoli del '68 conservati fuori da qualsiasi tutela e garanzia della prova;
    f) nessuna tracciabilità dei passaggi che hanno condotto la pratica sulla scrivania di Tricomi;
    g) la sparizione dell'originale della perizia Zuntini del '68;
    su quali basi si può escludere qualsiasi scenario che preveda la sostituzione dei bossoli?
    Solo a titolo d'esempio perché i soggetti con accesso al fascicolo erano parecchi: i cc, cui apparteneva pure Zuntini, potevano agilmente praticare la sostituzione con l'ipotetico movente di fornire prove ad un'intuizione sui "sardi".

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    1. A distanza di tanti anni e in uno scenario più che inquinato dalle manchevolezze degli investigatori del tempo chi si trastulla con ipotesi di complotto, come te e i tuoi fantasiosissimi compagni di forum, ha senz'altro buon gioco. E nessuno riuscirà mai a convincervi del contrario, quindi non mi illudo. Comunque, vediamo i punti.

      a) non fu scelto alcun "front-man", ma furono mandate due missive ai carabinieri e una alla procura, indirizzata direttamente alla Della Monica. La testimoninza "Ricci" spiega bene perchè Fiori entrò nella storia: smistava le lettere.

      b) la "distruzione di prove" è ben spiegabile con l'imperizia di chi quelle prove ebbe in mano, e che non ne capì l'importanza.

      c) sarebbe questo uno degli obiettivi cercato dai depistatori? oppure i problemi di convivenza tra le diverse branche delle nostre forze dell'ordine sono purtroppo endemici? Tanto per fare un esempio, sono proprio di questi giorni le accuse tra polizia e carabinieri sulla mancata cattura di Igor il russo.

      d) allora, i potentissimi depistatori sarebbero riusciti, sparando si presume a una carcassa di animale, a ottenere un insieme di proiettili e frammenti di proiettile molto simili a quelli descritti (e si presume pesati e fotografati) nella perizia Zuntini del 1968, ma sarebbero stati così somari da spararne uno con una pistola differente!!! In realtà il numero delle rigature può risultare inferiore a quelle canoniche per due motivi: la deformazione del proiettile e la sua conservazione non ottimale nel tempo. Riguardo questo secondo punto, basta leggere la perzia Arcese-Iadevito su Giogoli, dove i periti si lamentarono della mancata pulitura dei proiettili dai residui organici, i quali li corrosero. Riguardo invece il primo punto, nella perizia precedente Arcese e Iadevito descrissero cinque proiettili più o meno deformati di Signa, riscontrando questa sequenza di numero di rigature (tutte destrorse): 6-6-1-4-2, senza nessun allarme. Non si sa quale perizia avesse avuto in mano Giuttari, lui stesso dice però che questa aveva preso in esame solo due proiettili per ogni delitto. Evidentemente per Signa ce n'era uno dei due con sei rigature e quello con quattro.

      e) così andavano e ancora vanno le cose in Italia, gli esempi anche di oggi non mancano certo.

      f) ma quale tracciabilità? leggiti bene l'articolo, e capisci subito che semplicemente Fiori e Dell'Amico andarono a Perugia con una gazzella, si fecero consegnare il fascicolo e lo portarono, seduta stante, a Tricomi. Forse mancò qualche carta bollata, ma anche in questo caso, per di più considerando il clima orgasmico del momento, non mi pare ci sia da stupirsi.

      g) così andavano e ancora vanno le cose in Italia, gli esempi anche di oggi non mancano certo.

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    2. A far escludere qualsiasi scenario di sostituzione dei bossoli è la logica del buonsenso. Mettiamoci nei panni della potente setta di Mignini, oppure anche in quelli del poliziotto di Filastò, che avrebbero deciso di mettere i bastoni fra le ruote alle indagini dirottandole sui sardi. Di che cosa avrebbero avuto bisogno?

      a) il delitto di una coppia commesso non troppi anni prima e non troppo lontano dalle successive scene del crimine

      b) l'uso di una pistola beretta calibro 22

      c) il mancato ritrovamento della pistola

      d) un risultato processuale poco soddisfacente

      Un immane colpo di fortuna trovare tutto questo assieme, non credi? Direi pure impossibile.

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    3. Buona sera... Scusate se mi intrometto nella vostra interessante argomentazione ma vorrei dare uno spunto interpretativo.
      Io penso che il 68 sia una specie di copione. La follia omicida di mdf (che partecipa alle indagini e segue da vicino i fatti) trova in quel caso e nella manomissione delle prove il guanto perfetto per la sua mano. Sono anni che vorrebbe passare dalla fantasia alla realtà ma ha il dilemma di guadagnarsi l'impunibilità e questa la coglie nel caso del 68. è un procedimento lento che è pronto ben prima dell'82.. è il suo asso nella manica da giocare nel caso in cui le cose inizino a girare male...(vedi Baccaiano).. anche l'inizio della serie omicida nel 74 ha una sua logica nel correlarsi con la fine del processo a S.M. pochi mesi prima di quell'evento. Non trovo assurdo che un personaggio (militare/giustizia) sia potuto accedere con facilità a quel faldone, studiare bene il caso e carpirne i dettagli per far apparire in seguito sempre il copione di quella stessa scena rafforzando l'idea che il 68 faccia parte della serie del killer... invece secondo me è tutto costruito sopra e dopo quell'omicidio d'onore avvenuto e circoscritto in un ambiente estraneo a mdf... (in questa ipotesi va a posto anche il rovistare nel vano porta oggetti delle macchine) in quanto mdf sta copiando, sta eseguendo un copione... trovo molto più assurdo che chi commette il delitto 68 lasci tranquillamente in terra la pistola dopo il delitto e che nello stesso tempo vi sia mdf in veste di guardone nascosto proprio lì ad aspettare che l'altro assassino lasci la pistola incustodita... (questo sinceramente fa ridere)... molto più plausibile l'ipotesi che mdf la requisisca...(questo elimina anche la manomissione dei bossoli ma conduce alle stesse conclusioni ovvero impunità garantita per mdf)... in entrambe i casi mdf è un esperto di armi... se requisisce è un militare se monomette il faldone lo è lo stesso) questo è corroborato dalla vicenda dell'asta guidamolla che perviene come regina delle prove per incastrare pacciani.. ed è rinforzato dalle continue intrusioni nelle indagini... volevo dire in sostanza che i punti a) b) c) d) dell'ultimo commento non vengono assunti in una ricerca disperata all'ultimo minuto ma che mdf matura tutto il piano lentamente nel tempo tesse la sua tela con pazienza non va certamente a cercare il caso in cinque minuti... e la sua follia si incanala dentro ai fatti del 68....

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    4. Naturalmente si può dare spazio alla propria fantasia per architettare gli scenari più vari, però prima si dovrebbe superare l'evidenza delle prove. In questo caso Natalino disse chiaramente di aver visto lo zio Piero lasciare la pistola sul posto. Se non gli si vuole credere va spiegato perchè.

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    5. bastano le parole di un bambino sotto shock per far credere che un assassino abbia davvero lasciato l'arma del delitto sul luogo abbandonandola e rischiando che quest'ultima venga studiata?... le dichiarazioni di Natalino sono sempre state controverse... e la logica ci induce a pensare che in nessun caso l'arma del delitto viene abbandonata ... contemporaneamente a questa già difficile situazione dovremmo ammettere che a) ci sia un guardone sul luogo del delitto b) che quel guardone sia mdf c) che mdf sappia usare una pistola oppure sia appartenente alle forze dell'ordine... sinceramente anche qui la fantasia galoppa... il 68 è un evento che non avrebbe dato adito a nessun seguito. è un delitto d'onore orchestrato dalla famiglia M. CHE è disonorata dal comportamento di B.L. ... (si prostituisce in casa sua?) ... (inutile ricordare che fece mettere delle sbarre alle finestre)... in quest'ottica si capisce come B.L riferisca in giro delle minacce... questo serviva per cercare di accendere un faro disperato sulla sua condizione... sapeva che era a rischio della vita perché probabilmente in famiglia le avevano dato un ultimatum.. quindi riferisce a più persone di essere minacciata di morte da un estraneo.. credo che S.M non sia l'autore del delitto e che chiunque lo abbia commesso gli abbia messo in mano la pistola per farlo risultare positivo alla paraffina e quindi colpevole... il disonore era anche colpa sua e doveva pagare ... pensando come il più dei probabili lo scenario di un delitto d'onore, riguardo al 68 risulta ancora più difficile pensare all'abbandono della beretta sul luogo del delitto.. per tre ragioni..
      a) chi commette l'omicidio potrebbe essere un malvivente che sta facendo un lavoro su commissione... stile mafioso ...(anonoma sarda è ben presente in toscana)
      b) chi uccide potrebbe aver pagato per la pistola sfruttando delle conoscenze in quello stesso ambito malavitoso...
      c) la pistola era nel clan dei M.
      in ognuno dei tre casi l'abbandono della pistola è IMPOSSIBILE...
      comunque la ringrazio perché ritengo che il suo blog sia fatto veramente bene...

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    6. Ma chi lo dice che l'arma del delitto non viene mai abbandonata sul posto? Ci potrebbe essere una ragione, ad esempio per incolpare qualcun altro, come in questo caso.
      Quando Natalino raccontò della pistola lasciata sul posto non era affatto sotto shock, erano passati molti mesi

      http://insufficienzadiprove.blogspot.it/2009/06/natale-mele-dichiarazioni-agli.html

      Non si vede il motivo per cui avrebbe dovuto inventarsi una storia del genere. Piuttosto anche nel tuo caso si assiste all'eliminazione di un elemento dello scenario che non si confà a una visione precostituita. Comunque tranquillo, sei in buona compagnia, a cominciare dal compianto Rotella, altrimenti uno dei più bravi.

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    7. nella sentenza contro S.M (qui scaricata) viene affermato con chiarezza che Natalino è ritenuto inattendibile persino in merito a chi fosse presente o meno sul luogo del delitto... non elimino questo dettaglio... seguendo la logica e la probabilità risulta più comune che l'arma del delitto venga distrutta o nascosta...tutto qui... grazie delle risposte ... queste vicende rappresentano una vergogna per la giustizia italiana è giusto continuare a parlarne...

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    8. Se la verità si fosse trovata nelle sentenze non saremmo stati ancora qui a discuterene. La sentenza di condanna a SM vale quel che vale, cioè poco. Preso atto del coinvolgimento dell'uomo nella morte della moglie, nulla fu appurato riguardo i suoi complici, che dovevano esserci per forza, considerata la sua incapacità di organizzare e portare a compimento un delitto tanto complesso.
      Di ben maggiore caratura è la sentenza Rotella, dove le dichiarazioni di Natalino bambino vengono esaminate con cura, alla luce di questa importantissime e condivisibilissima considerazione dello stesso giudice:

      Senonché i bambini tradiscono facilmente le loro menzogne, così che è più facile intenderne le ragioni di condizionamento. Il discorso di Natalino è interessante non solo per il dichiarato, quanto per gl'inquinamenti che appalesa e le loro fonti.
      Finalmente è difficile trovare un solo caso nel quale egli sembri inventare. Tutto quanto dice non ha nulla di fantastico e, lì dove è incredibile, lo è solo per assenza di riscontro nella realtà storica, che si è potuta altrimenti ricostruire. Né trapela dalle sue versioni alcun interesse o ragione di affettività tale da indurlo a mentire.

      Purtroppo Rotella, di fronte al racconto della pistola gettata via dallo zio Piero, non applicò tale ragionamento. La ragione è comprensibile: una pistola lasciata sul posto avrebbe interrotto il legame del delitto del 1968 con i successivi, e quindi avrebbe reso del tutto vane le sue indagini, nelle quali voleva arrivare al Mostro partendo proprio dal delitto di Signa. Il fatto che alla fine non ci riuscì avvalora invece proprio il racconto di Natalino.

      In ogni caso vorrei mettere in chiaro un fatto: non si può effettuare una rilettura della vicenda se ci si pongono dei limiti precostituiti. Trovare assurdo che la pistola fosse stata lasciata sul posto e che un estraneo l'avesse presa vuol dire partire male. Vuol dire non chiedersi se qualcuno avesse avuto interesse a lasciare quella pistola sul posto, il che potrebbe aiutare in una rilettura dello scenario. Vuol dire ignorare il racconto di Natalino, che non aveva alcun motivo per mentire. Del resto questi pregiudizi non riguardano soltanto il passaggio della pistola. I peggiori sono su Lotti che inseguiva gli UFO, da parte di gente che, ad esempio, davanti alla frequentazione da parte dell'individuo della piazzola di Vicchio, un posto lontanissimo da casa sua e di difficile accesso, si gira dall'altra parte. Come si fa a non domandarsi per quale strano scherzo del destino un individuo, che poi sarebbe stato coinvolto nella vicenda come sappiamo, almeno fin dal 1981 aveva frequentato quella piazzola?
      Quello che voglio dire è che si vuole portare avanti una ricostruzione storica vanno abbandonati i pregiudizi che fino ad oggi non hanno portato a nulla. Attaccarsi al colpevole mai individuato vuol dire rinunciare a capire, quando invece gli elementi per capire potrebbero essere sufficienti, se soltanto si volessero intepretare.


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    9. La verità non è nelle sentenze... e siamo d'accordo (in queste sentenze, non in tutte).
      La condanna a S.M. varrà anche poco e, come sempre appare discutibile l'operato degli inquirenti..(Rotella stesso critica in più punti l'operato dei colleghi)... Credo che potremmo essere d'accordo anche qui. Potremmo essere d'accordo anche nell'affermare che proprio in conseguenza di tali lacune non si possa stabilire:
      a) la veridicità delle dichiarazioni di Natalino
      b) la veridicità delle dichiarazioni di S.M.
      Questo è incontrovertibile.
      Resta incontrovertibile anche che nel delitto del 68 ci sono almeno altri tre moventi chiari e inequivocabili che gareggiano in probabilità con il movente seriale.
      1° MOVENTE La famiglia M. è infangata nell'onore dal comportamento di B.L. ed il suo consorte consenziente
      2° MOVENTE L'ipotetica esplosione di una gelosia celata
      3° MOVENTE Lo sperpero dei soldi da parte di B.L.
      Questi moventi non appaiono mai messi in discussione nella trattazione dell'omicidio.
      Non emerge nessun altro movente quando accadono i fatti. Quindi attenendosi rigidamente ai fatti e senza voli di fantasia bisogna ammettere che il 68 è diverso da tutti gli altri duplici omicidi.
      è incontrovertibile che il 68 ammette un quadro di fondo delineato con chiarezza e nel suo complesso appare accettabile la condanna di S.M. reo confesso dell'omicidio. S.M. non chiede la revisione del processo a suo carico. Appare incontrovertibile che almeno per lui esiste un colpevole e la vicenda è chiusa!! (anche qui la fantasia non appare in volo).
      Le eventuali inadempienze dell'inquisitoria nel fornire un quadro ancora più completo ricadono solo all'interno del contesto in cui è inquadrato il primo duplice omicidio;
      a) nel definire il destino dell’arma del delitto
      b) nel definire l’identità di eventuali complici
      c) nel valutare le dichiarazioni di N.M. e S.M.
      ma non nell’individuazione dell’assassino e nemmeno esiste qualcosa che possa intaccare la concretezza del quadro generale in cui avviene tale duplice omicidio. La sentenza è congrua ed è accettata da chi la subisce. Non mi pare che si debba e che si possa escludere questo dato. (anche qui non mi pare di far prendere il volo alla fantasia) .
      In questo l’unica cosa che ricade verso l’esterno è proprio rappresentata dal mancato rinvenimento della beretta che spara nel 68. Appare incontrovertibile che durante il processo a S.M. per il delitto di Signa non viene segnalato nulla di così rilevante che possa spostare il quadro generale verso qualsiasi altra motivazione. Non avviene niente, non viene rilevato niente che possa mettere in dubbio quel contesto. Persino le presunte minacce tanto decantate a cose stra finite che sarebbero state subite dalla B.L. appaiono marginali e non possono di certo concorrere con i moventi primari.
      A questo punto le vorrei fare una domanda:
      Quale vantaggio avrebbe conseguito S.M. nell’abbandonare la pistola sul luogo del delitto ammesso che fosse da solo?
      Quale vantaggio avrebbero conseguito S.M. e i suoi complici?
      Sul Lotti non rispondo perchè è off topic...vorrei rimanere sull'abbandono dell'arma.

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    10. Perchè Stefano Mele, nella sua prima confessione, indicò Salvatore Vinci come complice istigatore e insieme disse di aver lasciato la pistola sul posto? Se si pensa alle modalità del tutto implausibili con le quali Vinci avrebbe parecipato al delitto, secondo le dichiarazioni di Mele, si giunge subito alla conclusione che l'individuo non c'era affatto, altrimenti Mele avrebbe detto la verità. Si deve infatti pensare che Mele si stava accusando di aver sparato, quindi che cosa avrebbe perso raccontando il vero modo in cui Salvatore Vinci avrebbe partecipato?
      E perchè Mele disse di aver lasciato la pistola sul posto? E perchè qualche mese dopo Natalino avrebbe raccontato di aver visto lo zio Piero gettare la pistola sul posto?
      Quella pistola era dei Vinci, ed era a loro riconducibile, proveniendo da Villacidro. Quale migliore conferma del racconto di Mele sarebbe stato il ritrovamento della pistola sul posto? In questo caso il piano dei Mele sarebbe andato a buon fine: in carcere Stefano, il colpevole predestinato, insieme a un complice, necessario per l'oggettiva incapacità dell'individuo.
      Il perchè la pistola dei Vinci era in mano ai Mele è abbastanza semplice da ipotizzare. Fu una truffa, attuata dai Vinci per spillare 400 mila a Stefano Mele, i soldi riscossi dall'assicurazione. Mal gliene incolse.
      Questa mia ricostruzione non è affatto di fantasia, ma lega assieme e spiega molti elementi dello scenario.

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    11. Direi tutti. Provi a farmi le pulci, sarebbe un ben utile esercizio per entrambi.

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    12. Non ho capito come passa l'arma dai V. ai M.

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    13. Quindi abbiamo
      a) l'autore del delitto che lascia sul posto la pistola per dar la colpa al suo legittimo possessore (Il vinci), si suppone quindi che l'arma sia ascrivibile con chiarezza a quest'ultimo... se la lasciano lì deve poter essere subito collegata a lui... si suppone anche che sia lasciata sul luogo perché fosse ritrovata dagli inquirenti
      poi abbiamo
      b) il Vinci che consegna nelle mani dei M. tale arma pienamente associabile alla sua persona..

      Direi che possiamo anche fermarci qui vista la contraddizione logica...

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    14. Premetto, se ancora non fosse abbastanza chiaro, che TUTTE le mie supposizioni si basano sull'interpretazione combinata degli elementi dello scenario, sulla quale si potrà anche discutere, purtroppo in questa sede non in modo esaustivo. Tanto per fare un esempio, che Mele dette 400 mila lire a Salvatore Vinci in cambio della pistola fu l'ultima sua verità svelata a Rotella nel 1985, sperando di non tornare in carcere. Se l'era tenuta sempre per sè, addebitando alla moglie la sparizione di quei soldi, per paura dei rimproveri dei propri familiari. Ai quali aveva detto semplicemente che Vinci gli aveva dato la pistola e basta, probabilmente a saldo di qualche vecchio debito.
      E veniamo al suo appunto. Che Vinci avesse dato a Mele un'arma che poteva ricondurre a lui sarebbe una contraddizione logica. Perchè? In realtà Vinci, che davvero dette a Mele la pistola invitandolo a uccidere la moglie, evidentemente pensava che l'ometto non avrebbe mai avuto il coraggio di farlo. E non aveva torto. Soltanto che commise un grosso errore di valutazione non prevedendo l'intervento dei suoi familiari, fratello, sorelle e cognati, che invece ci fu.

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    15. Mi dispiace ma non sono d'accordo... Alla faccia dell'errore di valutazione!... Non credo che uno come S.V. abbia potuto commettere una leggerezza simile... Non è compatibile in relazione alla tipologia di persona... Non era infatti uno stinco di santo e aveva già saputo dissimulare bene la faccenda della povera B.S. anni prima... Non è nemmeno credibile perché:
      a) Le due famiglie è certo che si conoscono…
      b) S.V era sardo e quindi conosceva bene il contesto culturale dei M. e le regole non scritte che potevano vigere all'interno di quel contesto... Questo è confermato proprio dall'esperienza del suo primo matrimonio dove fu costretto a sposare una donna dopo averla disonorata!!...
      c) Era a conoscenza, in quanto protagonista diretto, del profondo malumore che animava i M.
      d) Era stato amante della B.L. come entrambe i suoi fratelli..
      e) Non si può nemmeno supporre (lo ammette anche Rotella come fatto privo di logica e di aderenza alla prassi comune) che S.V. o F.V. potessero avere dei motivi di gelosia tali da indurre all’omicidio S.M. o peggio esserne direttamente complici… Mi viene in mente la battuta di un comico che diceva alla sua spalla… “Cico tua moglie mi tradisce!!”… Infatti solo un comico può pensare che qualcuno si prenda la briga di essere geloso e uccidere una che è chiamata ape regina, una i cui costumi sessuali sono ritenuti più che libertini… Mentre al contrario, tale condotta appesantisce sempre di più il malumore all’interno della famiglia M.
      quindi S.V. appare come una persona navigata in certe questioni poco limpide, piuttosto intelligente, (uno smanicato insomma non uno sprovvedutello che viene dalla val d’aosta),conosce i fatti, conosce le persone, conosce il malumore( direi pure incazzatura pesante!!) dei M. e conosce bene il contesto culturale da dove proviene… Nonostante tutto, secondo lei, non esiterebbe a fornire al S.M un’arma a se riconducibile.??? io lo ritengo altamente improbabile in quanto per i motivi elencati la situazione era troppo calda!! e ritenere S.M. incapace di commettere tale delitto è un contrappeso troppo esile per poter far pensare che sia accaduta una vicenda simile…. Non regge proprio … Almeno io la penso così’…
      Le dichiarazioni di S.M. poi sono altamente illeggibili, e contrastanti non si possono ritenere valide a comodo o considerarne vere solo alcune, ma vanno giudicate come sempre inattendibili…C’è solo un dato sicuro che si può evincere dalle dichiarazioni di S.M., una sola costante: le sue accuse sono sempre rivolte verso l’esterno e mai verso l’interno della sua famiglia… Questa è l’unica costante… (C.C. e due dei fratelli V.) … In questo si esplica la volontà vendicativa e riparatrice che gli è stata inculcata nei ranghi della sua famiglia: nell’obbligo di dover dare la colpa dell’omicidio a chi ha coperto di ridicolo la famiglia… Ecco la vera e unica chiave di lettura delle accuse … Questo è corroborato dalla testimonianza del vecchio padre e dei familiari che si accodano in genere a tali accuse verso i V. .. Almeno in questo S.M. doveva dimostrare di poter riacquistare un minimo di credibilità ai loro occhi… L’unica testimonianza che va verso l’interno è quella di Natalino che indica sulla scena del delitto uno zio Pietro (probabilmente P.M.) infatti a quel punto il padre è pronto a smentirlo (chiede il confronto e dice che suo figlio si sbaglia) e nella cerchia dei famigliari partono fortissime pressioni e tentativi di inquinamento dei ricordi…
      Concludo dicendo che se Vinci ha fornito l’arma ne ha fornita una non ascrivibile a se , non collegabile a se in modo alcuno… e allora in quel caso dovremmo prendere per vero il commento a lui attribuito dal S.M. : quel famoso “pazienza” che S.V avrebbe esclamato quando non si vide riconsegnare la pistola dopo l’omicidio… S.M., nella giungla dei suoi cambiamenti di versione, dichiarò anche che la pistola gli era stata prestata dai V… (ma non si può ragionare così, secondo il mio parere).

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    16. Cioè in sostanza lei, escludendo con rigida sicumera che, per intascare un discreto gruzzolo, Salvatore Vinci possa aver commesso una leggerezza, chiude subito una porta senza neppure dare un'occhiata a quello che potrebbe esserci al di là. Direi che a questo punto è del tutto inutile proseguire.

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    17. Ovvia!!... Rigida sicumera... Direi che si fa per ragionare e per parlare... Non chiudo le porte a niente, cerco sempre di documentarmi meglio su questa vicenda assurda e in questo il suo blog è molto utile. Mi sembra di seguire una via logica e scorrevole... Dietro l'eventualità che lei immagina come vera ci deve essere l’abbandono dell’arma da arte di/degli esecutori dell’omicidio del 68 e la raccolta dell'arma da parte del mdf. Questa raccolta deve avvenire subito dopo l'omicidio e sinceramente anche qui le ho già spiegato i motivi per cui secondo me risulta difficile, si tratta insomma di due eventualità poco probabili che devono accadere insieme; cioè devono essere vere entrambe e sinceramente la somma di due eventi poco probabili porta a propendere per una negazione... Credo in sostanza che il 68 finiva lì e non avrebbe avuto nessun seguito, l'arma è reperita dai M. e lì rimane… Solo un evento post factum dall'esterno collega quell'evento a tutta la serie che inizia nel 74... Questo è e rimane solo il mio punto di vista e niente di più…
      Ma come mai nella soffiata arrivata ai carabinieri e riferita dal F. non si fanno nomi?... Ma come è possibile che chi si premura di fare tale rivelazione non conosca materialmente chi possa aver sparato?...Non indica una rosa di indiziati?
      Rispetto le sue deduzioni e ci mancherebbe altro!!... Ho solo raccolto il suo invito a farle le pulci!... Lei ha grandi meriti per l'obiettività e la serietà con cui tratta questa materia e molte altre cose che lei riferisce sono pienamente condivisibili. Non è un caso che mi sono permesso di intervenire qui nel suo blog, in altri contesti un commento sulle vicende che viene ritenuto errato dal tuo interlocutore può scatenare una serie infinita di ingiurie e insulti, fino alle minacce... Credo che lo scambio avuto sia costruttivo e redatto in un buon italiano... (Non è poco)... Detto questo, non posso fare altro che ringraziarla e salutarla nell'attesa di qualche suo altro articolo sulla vicenda da utilizzare come spunto e riflessione.

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    18. Sono sicuramente stato eccessivo nell'usare il termine sicumera, rimane però il fatto che una sua pura convinzione, quella che giammai Salvatore Vinci avrebbe potuto commettere la leggerezza di consegnare l'arma che sappiamo a Mele, chiude la porta ad una ricerca che invece potrebbe portare, e a mio parere porta, molto lontano. Il che non è un buon modo per affrontare da un punto di vista storico una vicenda che, per i misteri che l'hanno sempre caratterizzata, esigerebbe maggior coraggio. Si cita sempre il noto aforisma di Conan Doyle ma al momento di applicarlo non si applica.

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  9. Dalla maggiore parte dei punti che abbiamo toccato si evince che, partendo dagli stessi elementi, interpretiamo diversamente i dati. I tuoi competenti lettori non meritano di sorbirsi diatribe interpretative che nulla aggiungerebbero ai dati obiettivi, bene esposti nel tuo articolo e in quello di Frank Powerful. Ciò che merita di essere chiarito è il punto f):

    "f) ma quale tracciabilità? leggiti bene l'articolo, e capisci subito che semplicemente Fiori e Dell'Amico andarono a Perugia con una gazzella, si fecero consegnare il fascicolo e lo portarono, seduta stante, a Tricomi. Forse mancò qualche carta bollata, ma anche in questo caso, per di più considerando il clima orgasmico del momento, non mi pare ci sia da stupirsi."

    Qui i nostri dati sono discordanti; a me risulta che Tricomi richiese a Perugia il fascicolo e le prove, in data 17/07/82, senza successo. Il 20/07/82 produsse la stessa richiesta al tribunale di Firenze; questa volta con un tale successo che ebbe il fascicolo sulla scrivania il giorno stesso e senza burocrazia ad intralciare -ma neppure a certificare- i passaggi da ufficio a ufficio. Possiamo interpretare con maggiore o minore "malizia" il complesso dei dati in nostro possesso ma non mi pare si possa arrivare ad escludere la manipolazione di questo fascicolo "errante" e senza "portatore".

    La tua esclusione per "logica del buonsenso", se applicata per esteso, non salva quasi nessuna ipotesi. Nel senso che -ogni ipotesi che non preveda che il "mostro" fosse uno dei sardi- richiederebbe "l'immane colpo di fortuna" per sostenersi. Ma poiché i "sardi" sono stati "rivoltati come calzini", la cosa più probabile è che un evento raro (voluto o fortuito) sia intervenuto.

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    1. Confesso la mia fretta nel liquidare la vitale questione di dove fosse stato rinvenuto il fascicolo Mele. Mi sono riletto la nota GIDES 2005 dove Giuttari cita la richiesta n. 357/81° con la quale Tricomi richiedeva il fascicolo a Perugia. Si tratta dello stesso documento da me trascritto (Giuttari non è preciso però sul codice, che è 357/81A). Giuttari avrebbe trovato sul retro un'annotazione dalla quale si evincerebbe che tale fascicolo sarebbe stato restituito al tribunale di Firenze in data 1/4/1974.
      Poi Giuttari scrive che Tricomi avrebbe richiesto gli atti alla cancelleria del tribunale di Firenze in data 20/7/1982. Quali atti, e con quale documento? Non ne viene fornito il codice, e nell'elenco allegati non compare.
      Dopo le bugie sulla partenza della pista Narducci non credo molto a queste notizie poco documentate. L'appello del cittadino amico, uscito su La Nazione del 20, dimostra che almeno fin dal giorno precedente si era scoperto che l'anonimo aveva scritto la verità. Quindi Tricomi aveva già potuto esaminare i bossoli almeno il 19.

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    2. Ecco. Su queste basi documentali ci ritroviamo con un'origine della "pista sarda" fumosa e non adeguatamente documentata. Ma la responsabilità, questa volta, non può essere addebitata a Giuttari che semplicemente rileva le altrui anomalie, due decenni dopo gli eventi. Qui è Tricomi, nel caso, a dover stare sulla "graticola"; all'epoca dei fatti si mosse senza lasciare le tracce documentali necessarie ad una successiva verifica del suo operato e successivamente "perde la memoria". Perde la memoria su fatti essenziali ed enormi nell'economia del caso, non su particolari insignificanti. Ma a te sembra normale che qualsiasi appassionato al caso mdf sappia, del collegamento con Signa, molto più del G.I. che quei fatti li ha vissuti e determinati? Se pure avesse avuto qualche lacuna nel ricordare, l'avrebbe facilmente colmata andando a rileggersi le carte. Invece ha preferito sostenere (in sintesi): "non ricordo nulla tranne che la pistola era la stessa, fidatevi".

      Riguardo "l'appello al cittadino amico" del 20 luglio: è possibile che le rassicurazioni sulla bontà dell'informazione siano giunte da Zuntini che, come evidenzia Frank Powerful nel suo articolo, venne interpellato da Tricomi ancora prima di avere il fascicolo (fonte Piattelli). Frank riporta anche parte della sentenza Rotella in cui si riferisce di una verifica informale effettuata da Tricomi. In sintesi: non posso escludere in assoluto che Tricomi avesse già il fascicolo di Signa con bossoli e proiettili ma sono propenso a credere che il 19 (o anche un giorno prima) avesse visionato solo la copia del perito Zuntini.
      Nello scenario peggiore -opinione personale non riscontrabile- Zuntini potrebbe essere stato chiamato perché si adeguasse a confermare un collegamento che, all'epoca delle perizie, non aveva riscontrato.

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    3. Se Tricomi aveva riscontrato l'identità dell'arma già a partire dall'esame della copia della perizia Zuntini in possesso dello stesso perito mi pare ovvio che qualsiasi ipotesi di depistaggio cade. A meno che la piovra non fosse arrivata anche lì.
      In realtà la pubblicazione dell'appello al 20 comporta necessariamente un'esame dei bossoli almeno al 19. Sarebbe stato davvero stupido sbilanciarsi con quell'appello per non attendere un giorno in più prima di essere sicuri. Questo vuol dire che vanno prese con le molle le osservazioni di Giuttari secondo le quali il fascicolo sarebbe stato recuperato a Firenze con richiesta di Tricomi del 20. Ripeto, nella nota GIDES dove il tutto compare non c'è traccia di questo documento, che non risulta né identificato né elencato tra gli allegati. Lo stesso Mignini scrive nella sua requisitoria

      [...] dall’informativa che il Responsabile del G.I.De.S. Dr. MICHELE GIUTTARI ha inviato alle due Procure di Firenze e di Perugia [...] in data 2 marzo 2005 [...] emerge che il G.I. Dr. TRICOMI il 20.07.1982 ha effettivamente richiesto gli atti alla Cancelleria della Corte d’Assise di Firenze ma non è stata rinvenuta traccia documentale dei successivi passaggi e, quindi, del rinvenimento dei bossoli.

      Come si vede, anche Mignini deve fidarsi delle affermazioni di Giuttari, non facendo riferimento a quella che avrebbe dovuto essere la sua fonte primaria, e cioè il documento, ma all'informativa GIDES.
      Riguardo l'appunto trovato dietro il documento di richiesta di Tricomi, dal quale si evincerebbe un ultimo passaggio del fascicolo a Firenze l'1/4/1974, sarebbe bello vederlo. Nella fotocopia che ho io, che si presume sia la stessa che Giuttari allegò alla sua informativa, non c'è. Le parole di Giuttari sull'argomento non lasciano molto tranquilli:

      da una annotazione sul retro di tale nota si evince che gli atti processuali in data 1.4.1974 erano stati restituiti dalla cancelleria della Corte di Assise di Perugia a quella di Firenze.

      Perché "si evince"? Quell'annotazione era datata e firmata? E di quali atti processuali parlava, di tutti?

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    4. Capisco la ratio del tuo ragionamento ma non posso condividerlo. La tua ipotesi è pesantemente condizionata da una totale sfiducia nei confronti di Giuttari.
      L'appello dei cc al "cittadino amico" teneva il "profilo basso"; la prova pratica nel fatto che fu De Gothia a rintracciare il trafiletto mentre Tricomi (come da intervista rilasciata a Cochi) non ne conosceva l'esistenza, o meglio non ricordava, nel 2011. Nel suo contenuto, l'appello dei cc non era così circonstanziato da richiedere obbligatoriamente preventive assicurazioni prima della pubblicazione. Quali motivi poteva avere Giuttari per inventarsi di "sana pianta" una richiesta a Firenze di Tricomi il 20 luglio, non riesco a immaginarli. Soprattutto alla luce del fatto che Tricomi avrebbe potuto sbugiardarlo. Anche Piattelli, il collega di Fiori, sostenne che la richiesta fu fatta prima a Perugia e poi a Firenze. A questo si aggiunge che non c'era ragione di conservare il fascicolo a Perugia, visto che il rinvio era stato celebrato in quel tribunale solo per carenze d'organico a Firenze. Nell'inventarsi un ritorno del fascicolo a Firenze il 1 aprile 74, Giuttari avrebbe potuto essere colto in fallo dalla cancelleria di Perugia e da chissà chi altri. Su queste basi, pur rispettando la tua ipotesi, mi tengo la mia e resto in attesa di ulteriori documenti.

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    5. Se vogliamo inserire le interviste del 2012 a Tricomi e Piattelli, dobbiamo dirla tutta.

      Tricomi: "disposi il “recupero” del fascicolo che stava a Perugia ed il Maresciallo se ne occupò assieme al Colonnello Olinto Dell’Amico."
      Quindi per il Tricomi del 2012, i cui ricordi valgono quel che valgono, il fascicolo era a Perugia.

      Piattelli: "Dell’Amico informò subito il G.I. Dr. Tricomi, che dapprima contattò il perito balistico dell’epoca e poi fece richiesta alla Cancelleria della Corte d’Appello di Perugia e successivamente a quella di Firenze per l’acquisizione degli atti processuali."
      A Firenze certamente c'erano degli atti processuali da acquisire, ma Piattelli non parla dei bossoli. Analogamente la richiesta che Giuttari avrebbe trovato al 20 luglio potrebbe riguardare proprio gli altri atti processuali, in conseguenza del preventivo esame dei bossoli che aveva generato anche l'appello sul giornale. Ecco perchè mi piacerebbe leggerlo quel documento, che, ripeto, Giuttari non allegò alla nota in cui vi fece riferimento. Il che, se mi permetti, puzza. Anche perchè Giuttari ha sempre colto ogni occasione per buttare benzina sul fuoco delle sue fantasiose supposizioni esoteriche e complottistiche.

      Direi che conviene fermarsi qui.

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    6. Tra l'altro anche Micheli, che ebbe modo di esaminare tutti i documenti allegati alla requisitoria di Mignini, dunque, si presuppone, anche quelli dei quali qui si discute, scrive riferendosi ai bossoli:

      questi ultimi sarebbero stati ancora rinvenuti (probabilmente a Perugia, all’esito del giudizio di rinvio sopra ricordato)...

      Dunque anche lui non ebbe modo di verificare le certezze che invece sembra che tu abbia, anzi, da addetto ai lavori ritenne più probabile che il fascicolo fosse stato rintracciato a Perugia.

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    7. Concordo sul fermarci qui prima di finire col ripeterci. Ti ringrazio per il lavoro accurato e la disponibilità al confronto, che sono merce rara di questi tempi (forum a parte, la ritrovo solo qui e nel blog di Frank Powerful).

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    8. Non mi sembra esatto quanto scrivi, Antonio. In quel passaggio, Micheli sta ricostruendo l'ipotesi accusatoria del PM, non si pronuncia di suo, probabilmente perché non ha nulla su cui basarsi per un giudizio. In generale, non vedo ragioni per no0n accettare la versione di Giuttari in un aspetto che va contro la sua tesi complottista (ovvero il fascicolo era a Firenze, non a Perugia dove la famiglia N. la massoneria ecc dettavano legge e depistavano come volevano, secondo D'Altilia e seguito). La sentenza definitiva a perugia venne pronunciata il 12.04.1973, la data indicata come restituzione a Firenze è plausibile.

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    9. Può essere, rimane il problema che la pubblicazione dell'appello al cittadino amico, commissionata al giornale almeno il 19, confligge con la data di richiesta del 20 che Giuttari asserisce sia stata fatta da Tricomi al tribunale di Firenze. Quella richiesta potrebbe aver riguardato altri atti, quelli dei processi che si erano svolti a Firenze.
      Alla fine l'unica prova che Giuttari fornisce del ritorno dei bossoli a Firenze è un appunto scritto dietro la richiesta di Tricomi che lascia intendere che Fiori e D'Amico, quando andarono a Perugia a prendere il fascicolo, non lo trovarono e qualcuno scrisse quell'appunto.
      Ora io mi domando se è possibile che il passaggio di un fascicolo processuale di un processo per omicidio che viene spostato da un tribunale a un altro possa non lasciare alcuna traccia.
      Alla fine si discute di poco, e sono d'accordo con te che la presenza del fascicolo a Firenze già dal 1974 toglierebbe qualche freccia all'arco dei complottisti narducciani, ma la verità storica andrebbe comunque rispettata. Perchè Micheli, a fronte dell'affermazione di Mignini, da lui riportata, che il fascicolo venne "restituito alla Cancelleria della Corte d’Assise di Firenze il 1 aprile 1974" scrive invece "probabilmente a Perugia"? Vuol dire che nella requisitoria quell'affermazione era priva di pezza d'appoggio documentale.
      Non voglio dire che Giuttari avrebbe mentito riportando notizia dell'appunto, ma potrebbe aver interpretato male, e il suo uso del "si evince" non lascia tranquilli.
      Ritornando alla data in cui venne commissionato l'appello del cittadini amico, è difficile immaginare che prima di tale appello non si fosse stati sicuri dell'identità dell'arma. Quindi, o si erano già messe le mani sui bossoli, e un perito li aveva confrontati in modo informale, oppure si era esaminata una copia della famigerata perizia Zuntini contenente foto ben intellegibili. Quest'ultima evenienza toglierebbe di mezzo ogni ipotesi di sostituzione.

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  10. Che ci sia stata una imbeccata da fuori o che sia stata una riminescenza di qualche carabiniere poco cambia.! I delitti sono collegati! Trovo inverosimile ritenere che chi ha ucciso dal 74 in poi, sia un esterno al gruppo di indagati del 68. Uno che conosceva l accaduto del 68 e che nn si capisce bene come sia entrato in possesso della pistola e delle cartucce? Guarda caso che li piace uccidere coppie di amanti ?La trovo una possibilità molto remota! Se è stata una imbeccata dall esterno ritengo piu probabile che uno di quelli indagati del 68 abbia voluto indirizzare l attenzione degli inquirenti sul piu famoso indagato del 68 (francesco vinvi) motivo per cui vinci cerco di tagliare la corda! Ma rimane una mia opinione, anche perché in un caso cosi intricato, non riuscendo a trovare l autore si deve ragionare per probabilità e il presunto passaggio della pistola è una possibilità!

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    1. Scrisse De Fazio:

      Occorre sin d’ora formulare l’ipotesi che questo primo delitto abbia costituito, per l’autore o per qualcuno che vi ha assistito, uno stimolo qualificato per una ulteriore evoluzione in senso criminoso di motivazioni che sono alla base della dinamica dei delitti. Vale a dire che l’aver compiuto tale delitto […] o l’avervi assistito da ‘complice’ non materialmente esecutore, anche da semplice ‘spettatore’, può aver innescato un processo psicologico di slatentizzazione di impulsi sadico-sessuali, che ha poi condotto alla perpetrazione di altri delitti, con ben diversa matrice motivazionale.

      Come vedi, a chi all'epoca ci aveva capito di più non parve affatto inverosimile l'ipotesi di uno spettatore il quale, evidentemente entrato in possesso della pistola, si fosse lasciato in qualche modo suggestionare. Ma a te pare inverosimile, e preferisci pensare a qualcuno che si dette martellate sulle dita avvertendo gli inquirenti che era il caso di indagare meglio attorno a un delitto nel quale lui stesso era implicato. Che altro posso dire?

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    2. Forse mi sono espresso male o sono stato travisato! Non ho detto che sia impossibile che ci sia stato qualcuno che abbia assistito senza partecipare! Trovo inverosimile che questo qualcuno poi sia entrato in possesso di quella pistola! Uno che con quel gruppo nn centra nulla

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    3. Io invece lo trovo molto verosimile, anzi, l'unico modo in cui si riescono a conciliare molti elementi dello scenario, tra i quali la testimonianza di Natalino che vide lo zio Piero lasciare la pistola sul posto. Troppo comodo far finta di nulla su questa testimonianza, resa di fronte al giudice istruttore Spremolla nell'aprile del 1969. Una testimonianza che ben si connette alla prima confessione di Stefano Mele, che disse appunto di aver lasciato la pistola sul posto.
      Sia il gesto di Mucciarini sia il racconto di Mele avevano un perchè, ma non è questa la sede per parlarne.
      Tra l'altro ti invito a leggere il mio articolo sulla scatola di cartucce, dove si dimostra che non c'è alcuna prova che ci sia stato passaggio di munizioni.

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    4. Il collegamento tra Signa e il mostro di Firenze è lo scoglio su cui la maggior parte delle teorie si arenano.
      Le versioni principali sugli avvenimenti di Signa sono 3:

      1) L'omicida era il Mostro. Mele era innocente e si accusò per recuperare onorabilità, dopo che era diventato lo zimbello di tutti per via degli amanti che la moglie accoglieva in casa e a cui doveva persino portare il caffè in camera da letto, dopo che avevano avuto un rapporto sessuale con lei. Per quanto possa sembrare strano, non sarebbe il primo caso di un innocente che si accusa da solo per guadagnare fama e rispetto, specialmente se proveniente da contesti difficili come quello di Mele.

      2) L'assassinio fu compiuto da un "gruppo di sardi" per punire la Locci. Uno dei membri, dopo quest'esperienza, decise di proseguire compiendo altri omicidi analoghi. Capita abbastanza spesso che un serial killer inizi a uccidere per motivi apparentemente razionali quali denaro o vendetta, per poi continuare spinto da quelle motivazioni abnormi tipiche dei sk. Forse il futuro mostro è lo stesso che ha proposto al gruppo l'omicidio: la spinta patologica da sk sarebbe già stata presente in lui, ma per compiere il primo delitto sentiva il bisogno del supporto di un gruppo.

      3) L'omicidio fu commesso dal gruppo dei sardi o da Mele da solo ma il Mostro, casualmente, stava osservando la scena come guardone. Una volta che gli assassini si furono allontanati, raccattò l'arma del delitto, abbandonata sul posto. Il futuro Mostro fu colpito così tanto da ciò a cui assistette da decidere di seguirne l'esempio, compiendo una serie di omicidi analoghi.

      Il primo scenario è più credibile di quello che sembra. Una lieve traccia positiva al guanto di paraffina e l'aver accusato un malore a lavoro lo stesso giorno del delitto non mi paiono indizi abbastanza forti da rendere certa la colpevolezza di Mele. Ricordiamo le numerose contraddizioni tra la sua versione e gli esami della scientifica e anche le dichiarazioni del colonnello dei carabinieri che comandava la sezione operativa, secondo cui Mele non sapeva neanche maneggiare l'arma.
      Anche la seconda possibilità appare credibile e spiega perfettamente il passaggio della pistola. Secondo questa teoria almeno un membro del gruppo avrebbe sempre saputo chi era il Mostro e chi aveva la pistola, ma non avrebbe mai parlato. Un'omertà che non può sorprendere chi ha capito la pasta delle persone di cui si parla.
      La terza versione mi pare la meno probabile. Un guardone che, stando lì per caso, assiste a un omicidio. L'assassino (o il gruppo di assassini) non lo vede e non lo sente, poi butta l'arma a terra. Il guardone la recupera e decide di imitare ciò che ha visto, con il suo profilo psicologico che si trasforma, passando dall'essere un masochista (un guardone) a un sadico (un assassino). Però stiamo attenti: sarà anche una versione poco probabile, ma ciò non dimostra che non sia quella corretta. Anzi, credo che molti misteri che avvolgono questo caso non siano mai stati chiariti anche perché sono accadute vari eventi poco prevedibili o decisamente improbabili.

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  11. Ho letto tutti gli articoli di questo blog anche i contenuti scaricabili ( matassino, perizia de fazio ecc ecc) su molti mi trovi d'accordo(dinamiche dei delitti, una strana malattia, dal dottore alla setta, la leggenda di spalletti, maniac, una misteriosa frattura, in fuga da vicchio, l ombra nera e l articolo sull album tedesco )(sulla scatola di cartucce) ho dubbi e non ostante ciò non vedo l'uomo da te ipotizzato come il mostro! Partendo dal presupposto che non ho mai creduto in pacciani unico autore, compagni di merende, sette esoteriche, secondo livello e depistaggi (sostituzione di bossoli) e altre ipotesi fantasiose. Finché nn si accenderà la lampadina che spiega come il nostro,( l uomo da te ipotizzato) appaia sul primo delitto. Mi basta un acceno, un indizzio, viveva li in zona all' epoca del primo delitto? frequentava il gruppo dei sardi? Appiedato o con il motorino girava da solo in cerca di coppie da spiare? Conosceva le vittime ? Le ha mai spiate prima ? Sull' argomento MdF ho letto molto, tranne il tuo e-book..riuscissi a trovarlo e leggerlo magari cambio idea!

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  12. Non è detto che chi raccolse la pistola gettata a terra da Mucciarini fosse un guardone, né che fosse lì per caso, e neppure che avesse assistito al delitto. Anzi, secondo me nessuna delle tre situazioni è vera.
    C'era qualcuno che seguiva la Locci, un tizio in motorino, disse lei. Un uomo entrò per ultimo al cinema, appena dopo la coppia già entrata in ritardo. Infine Natalino all'uscita notò un uomo. Non disse perchè, il fatto che lo avesse notato tra tanta gente qualcosa però potrebbe significare. Guardava insistentemente verso di loro? La madre e Lo Bianco ne avevano parlato, quindi poteva essere il tizio che la seguiva?
    Io credo che quest'uomo fosse invaghito della Locci, e la seguisse spiandola nelle sue uscite amorose, come probabilmente avrebbe fatto sei anno dopo con Stefania Pettini. Quella sera potrebbe essersi reso conto di quello che stava per succedere, aver atteso gli eventi da posizione sufficientemente lontana per non farsi notare, ed essere andato sulla scena del crimine quando questa tornò deserta. Quindi aver raccolto la pistola.
    Naturalmente non ci sono prove su questo scenario, ma certo si accorda molto bene con una miriade di elementi altrimenti poco spiegabili, compreso quello dell'anonimo che avverte gli investigatori di indagare su Signa.

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  13. Che la locci fosse seguita da qualcuno se non mi sbaglio lo dichiarò francesco vinci
    Che qualcuno vide entrare un uomo dopo la coppia nel cinema lo dichiarò la cassiera
    Di natalino che disse di aver visto un uomo fuori dal cinema non ricordo, cosi come non ricordo che natalino abbia dichiarato che pietro (lo zio pietro( mucciarini)) abbia gettato la pistola dopo aver sparato.
    Stando a quello che ho letto e all'idea che mi sono fatto sul luogo del delitto del 68 erano in 4, almeno, i due fratelli Mele , Mucciarini e il piu defilato S.V. con i primi tre che fatto tutto e S.V che gurdava a debita distanza!

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    1. Il personaggio in motorino che seguiva la Locci emerge da una dichiarazione in tribunale di Barranca durante l'interrogatorio dell'avvocato di Mele, dove, a dire il vero, l'individuo la smentisce:

      “Mai ho avuto occasione di invitare la moglie del Mele al cinema, avendo da questa un rifiuto con la scusa che c’era uno con il motorino che la seguiva; e mai – pertanto – ho potuto fare questo discorso al Mele dopo l’uccisione della moglie, nella caserma dei C.C.”.

      Ho la pagina di verbale, emersa un paio d'anni fa. Non credo che Mele si fosse inventato l'episodio, che non portava nessuna acqua al suo mulino, anche perchè il suo avvocato gli aveva creduto. Credo piuttosto che Barranca fosse timoroso che la sua affermazione in qualche modo fosse interpretabile come un'accusa contro Francesco Vinci e il suo Gabbiano.

      Le dichiarazioni di Natalino le puoi trovare tutte qui

      http://insufficienzadiprove.blogspot.it/2009/06/natale-mele-dichiarazioni-agli.html

      e nella sentenza Rotella.

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  14. Complimenti per l'articolo, informativo, preciso e dettagliato.
    Come posso fare per allegare su questo Blog una nota del 29 ottobre 1982 a firma del Dr. Vigna la quale conferma l'esistenza della segnalazione anonima e quindi che non vi fu alcuna "intuizione investigativa"?
    Cordiali saluti
    Vieri Adriani

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    1. Grazie avvocato, se vuole può utilizzare la pagina Contattami anche scrivendo solo buongiorno, poi le risponderò con un indirizzo mail al quale potrà inviare un normale messaggio con eventuale allegato che io pubblicherò.
      Saluti.

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    2. Rimaniamo in fiduciosa attesa... la notizia è importante e a mio parere molto sottovalutata

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    3. Ecco fatto. In realtà il documento dovrebbe essere stato scritto da Tricomi, l'avvocato aveva dato un'occhiata veloce alla firma in fondo ricevendo l'impressione che si fosse trattato di quella di Vigna.

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    4. Grazie ad entrambi. Quanto a Rotella, sembra impossibile che non conoscesse un documento formato nel suo ufficio, per quanto dal precedente titolare.Peraltro nella sua sentenza cita esplicitamente le escussioni dei testi in Sicilia. Forse dovremo cambiare paradigma.

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    5. Anche a me pare difficile che Rotella non sapesse nulla della segnalazione anonima, mi chiedo però il perchè avesse sentito il bisogno di smentirla in sentenza. Poteva glissare, e nessuno avrebbe avuto niente da ridire.
      In ogni caso mi pare evidente che quella segnalazione anonima avrebbe scombinato alquanto le sue ricostruzioni. Sarebbe interessante sapere che cosa ne pensa qualche fan di Salvatore Vinci Mostro, tu che frequenti luoghi dove se ne trovano potresti stimolare la discussione.

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  15. Caro amico, non c'è peggior sordo di chi non vuol sentire...

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  16. Salve Antonio, e come sempre complimenti per l'impressionante lavoro di ricerca e ricostruzione.
    Vorrei proporre un articolo in merito alla vicenda del famoso biglietto del 1982 e alla possibilità che l'autore fosse l'assassino stesso.
    Personalmente non lo credo, ma la vicenda è davvero troppo intricata e nebulosa per lasciare spazio alle certezze assolute. Mi limiterò quindi ad analizzare una serie di punti che, secondo me, meritano una riflessione attenta.

    Vediamo innanzitutto la questione dei reperti trovati allegati al fascicolo del delitto Locci-Lo Bianco. Chiaramente la possibilità che la pistola dei delitti '74-'85 sia diversa da quella del '68 è talmente labile da rasentare l'assurdità. Poiché il fascicolo sul delitto di Signa conteneva anche la perizia balistica del colonnello Zuntini, per accettare l'ipotesi di due pistole diverse dovremmo ammettere la fantastica coincidenza che i proiettili usati a Borgo e in seguito fossero uguali a quelli del '68 (perlomeno nei dati riportati dalla perizia come, presumibilmente, marca, calibro ecc). Senza contare che, per prepararli, l'assassino avrebbe dovuto conoscere in precedenza il contenuto della perizia stessa. Troppo improbabile per essere vero.

    Accettiamo quindi l'assunto che si tratta della stessa pistola. Ovvero che, chiunque sia l'autore del biglietto, la dritta che dà è giusta.
    Resta ora da vedere per quale motivo l'assassino (se dell'assassino si tratta) avrebbe dovuto farlo. Esistono, a mio parere, solo due motivi accettabili: la pubblicità o il depistaggio.

    1) Pubblicità: esiste un'ampia casistica di serial killer narcisisti, attratti dalle luci della ribalta al punto da attribuirsi perfino delitti non loro. Ammettendo l'ipotesi che l'assassino di Firenze abbia voluto, con il biglietto, attribuirsi a torto o a ragione il delitto di Signa, viene da chiedersi: perché proprio ora? Esce allo scoperto all'acme del "successo" con una tattica da pubblicitario consumato? O a muoverlo è un desiderio di rivalsa dopo il mezzo pasticcio di Baccaiano?
    In ogni caso, non si capisce perché abbia spedito il biglietto alla dott.sa Della Monica, con il rischio di vederselo coprire dal segreto istruttorio, anziché ai giornali.
    Può darsi, è vero, che intendesse stabilire un contatto con gli inquirenti più che con i media: in tal caso la scelta del destinatario avrebbe perfettamente senso. Eppure casi analoghi (Zodiac, Rader) insegnano che, per questi soggetti, scrivere è un istinto non meno compulsivo di quello di uccidere. Perché l'assassino di Firenze scrive qui e nel 1985 e (per quanto ne sappiamo) mai prima né dopo?
    Non solo. Se si trattava di una rivendicazione, perché non presentarsi direttamente ("sono il mostro di Firenze eccetera")? Perché scrivere in modo anonimo?
    (1/4)

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  17. 2) Depistaggio. Non si comprende come l'assassino dovrebbe darsi tanta pena e correre tanti rischi per dirottare le indagini altrove quando sa benissimo che il suo omicidio successivo scagionerà gli indagati. Perché costruire un alibi che sa già destinato a cadere?
    Rifiutando il comodo ombrello della follia per spiegare tutto quello che non torna, dobbiamo attenerci alla logica. Una condotta tanto manifestamente incoerente è riferibile solo a un mentecatto che agisce in preda a raptus imprevedibili, oppure a un improbabile "assassino suo malgrado" che uccide spinto da una "forza più grande di lui" sperando, ogni volta, che sia l'ultima. Ma l'uno non sarebbe stato in grado di concepire e attuare un piano tanto raffinato, e l'altro non quadra, a mio parere, con il profilo dell'assassino di Firenze, che era un freddo e lucido pianificatore (posso fornire le ragioni di questa asserzione ma, per ragioni di spazio e di attinenza, non in questa sede).

    Postilla al punto 2: alcuni commentatori hanno avanzato l'ipotesi ingegnosa che l'assassino sia caduto nella trappola tesagli dal sostituto procuratore Silvia Della Monica e abbia gettato i sardi in pasto agli inquirenti per depistare le indagini e guadagnare un po' di tempo. Questa teoria, purtroppo, trascura un fatto cruciale: se l'assassino era un attento spigolatore di giornali (e, in merito alle sue "imprese" siamo certi che lo fosse), sapeva sicuramente che il Mainardi era morto senza riprendere conoscenza, poiché la notizia era stata pubblicata prima dell'astuto ma tardivo espediente di Della Monica.
    Ma anche ammettendo che la discrepanza gli fosse sfuggita, non vedo come potesse sperare di dirottare l'attenzione degli inquirenti da una prova così inoppugnabile e definitiva come la testimonianza oculare di una vittima.
    (2/4)

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    1. Nei fatti gli omicidi successivi, dopo aver scagionato qualcuno, hanno lasciato sempre altri sospettati sui quali indagare, quindi la mossa sortì l'effetto voluto. D'altra parte il delitto di Signa riguardava una donna che poteva aver avuto più di qualcuno interessato a ucciderla per gelosia, quindi invitare gli inquirenti a indagare su quel delitto voleva dire metterli al lavoro su un problema in cui facilmente potevano perdere la testa. A mio parere, comunque, il Mostro non lavorò troppo di fino inviando il biglietto, era una carta da giocare il cui valore poteva anche essere piccolo, ma il momento buono per giocarla era proprio quello.
      Riguardo invece la paura del Mostro che Mainardi potesse aver dato qualche dritta su di lui. Sono senz'altro d'accordo che il trucco era grossolano, ma ci sono i tarli della mente contro i quali la ragione nulla può. Magari il Mostro era cosciente del trucco, ma per lui c'era in gioco qualcosa di troppo grosso per non giocarsi quella carta, che alla fin fine non gli costava nulla, anzi era un modo per provocare gli inquirenti e stare alla finestra a vedere quel che combinavano. E così andò.

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  18. Ho lasciato per ultimo il problema più grande.
    Se l'assassino ha usato la pistola di Signa, va da sé che i casi sono due: o era implicato in quel delitto oppure no.
    Se era implicato nel delitto, poi, possiamo contemplare il sottocaso che facesse parte, a qualche titolo, del "gruppo dei sardi", oppure che ne fosse totalmente estraneo.
    Il secondo sottocaso è quasi certamente da escludere, non essendo chiaro per quale ragione un estraneo dovrebbe lasciare in vita un testimone oculare (il piccolo Natale), né potendosi spiegare i vari indizi di colpevolezza a carico di Stefano Mele (l'alibi traballante, la prova del guanto di paraffina, la conoscenza di alcuni dettagli cruciali del delitto come il numero di colpi o il fatto che la Locci fosse stata rivestita).
    Il primo sottocaso - che cioè l'assassino, a Signa, abbia agito insieme ad altri - è meno irreale, ma non troppo plausibile lo stesso: a fronte degli inenarrabili disagi di trovarsi al centro di un'inchiesta, per non parlare del rischio di vedersi appioppare i delitti del mostro, chi, sapendo, non avrebbe parlato? Anche nell'ipotesi che ciò comportasse accusarsi del delitto del '68, credo che con una simile rivelazione in tasca si sarebbe potuto patteggiare una pena irrisoria.
    Non lasciamoci ingannare dalle dichiarazioni roboanti di FV, "piuttosto che fare il collaboratore di giustizia mi ammazzo" (peraltro pronunciate in contesto diverso): a nessun criminale al mondo piace stare sotto i riflettori, perché le attenzioni della legge fanno male agli affari.
    Né, al di fuori degli assurdi teoremi cospirazionisti, concepisco una minaccia (o un premio, se è per questo) capace di comprare il silenzio di un uomo che si appresta a scontare una mezza dozzina di ergastoli.

    Usciamo dai sottocasi. Finora ho esaminato l'eventualità che l'assassino delle copiette fosse implicato nel delitto di Signa. Vediamo ora l'eventualità contraria. L'autore dei delitti delle coppiette ha in comune con Signa soltanto la pistola.
    Come se l'è procurata?
    Ovviamente non ho la pretesa di rispondere a questa che è, come tutti i mostrologi sanno, la chiave di volta dell'enigma. Possiamo però, con l'aiuto del ragionamento, giungere a qualche conclusione parziale. Ci sono, a mio modo di vedere, tre maniere in cui la pistola può essere arrivata nelle mani dell'assassino:

    1) tramite il ritrovamento;
    2) tramite il furto;
    3) tramite l'acquisto;

    (3/4)

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  19. 1) Ritrovamento: implica, ovviamente, un abbandono precedente. Mi sembra un'ipotesi poco plausibile, anche nell'interessante variante dell'abbandono "volontario" per incastrare il legittimo proprietario.
    Premetto che, per mia scelta, non prendo in considerazione le varie dichiarazioni rilasciate, nel corso degli anni, da Stefano Mele. Ragionare sul perché o il percome avrebbe detto una cosa invece di un'altra mi sembra un esercizio sterile, considerata la totale inattendibilità del soggetto. La tecnica di Mele è sempre la stessa: cambiare accusato non appena una circostanza scagiona l'accusato precedente. Alla notizia che Salvatore Vinci può esibire dei testimoni che hanno trascorso con lui la sera del 21, il Mele, senza battere ciglio, passa a indicare Francesco Vinci. Ma saputo che questi ha superato il test del guanto di paraffina, eccolo passare a Carmelo Cutrona, eccetera.
    Era matto? No (o magari sì, ma non importa), il punto è che si comportava coerentemente con la sua estrazione sociale e culturale, ostentando a un tempo arrendevolezza e impemeabilità alla legge, piegandosi come un fuscello in qualunque direzione le indagini puntassero. Per Mele, a mio parere, esisteva una realtà dei fatti (l'accaduto la notte del 21 agosto) e una "realtà della legge" che lui, disperatamente, si sforzava di indovinare per accontentare i suoi inquisitori. Ecco perché, secondo me, non ha senso basarsi sulle sue parole.
    Tornando alla questione del ritrovamento della pistola, respingo l'ipotesi per un semplice calcolo delle probabilità: mi sembra una coincidenza troppo forte che di tutte le persone che potevano trovarla, sia capitato proprio a quella persona. Un po' come la possibilità che la nostra macchina, lasciata incustodita, venga rubata da un terrorista per compiere un attentato.

    Per mie convinzioni personali, sono assai più incline a credere alle ipotesi 2 o 3. Il motivo è presto detto: credo che l'assassino delle coppiette sia rimasto affascinato dal delitto di Signa, probabilmente sulla base dei resoconti dei giornali. Mi spingerei perfino a sostenere che quell'omicidio gli abbia fornito l'ispirazione. Niente di più facile, quindi, che abbia cercato di procurarsi la pistola, considerandola dapprima un souvenir e, in seguito, con il precipitare dell'ossessione, un vero e proprio feticcio "magico". È una convinzione personale, naturalmente, e non la propongo qui come argomentazione, ma solo come spunto di riflessione e dibattito.

    2) Furto: implica che l'assassino sia a conoscenza dei retroscena del delitto di Signa, o, perlomeno, dell'identità del possessore della pistola. Non esclude un membro delle due famiglie o un soggetto gravitante nell'orbita delle stesse.

    Lo stesso dicasi per il caso 3) con la differenza che l'acquisto - e relativo contatto personale - implica un rischio eccessivo da ambo le parti. Inaccettabile, quindi, a meno di non concepire che (v. sopra) qualcuno nell'orbita dei responsabili di Signa abbia trafugato e rivenduto la pistola per motivazioni che possono variare dal lucro, alla vendetta, all'ignoranza della natura dell'oggetto.
    Ma spero di aver modo di approfondire meglio questi aspetti in un prossimo intervento.

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    1. Qui commetti un grosso errore di valutazione, nel giudicare inutilizzabili le storie raccontate da Stefano Mele e, immagino, anche quella raccontate da Natalino, poichè non menzioni neppure il fatto che il piccolo disse di aver visto lo zio Pietro (ma intendeva Piero) gettare la pistola nel fosso. C'era un piano abbastanza ben congegnato dietro, nel quale però non è detto che gli attori avessero gli stessi interessi. Alla luce di questo piano e dei diversi interessi il comportamento di Stefano Mele è perfettamente spiegabile. Purtroppo sei in buona compagnia, tra registi e mostrologi vari, i quali, non avendoci capito un acca, preferiscono buttare all'aria il tavolo.

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    2. Ma non è ragionevole pensare che Mele, accusando i Vinci e Cutrona, stesse proteggendo i suoi parenti?

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    3. Ma certo che sì, purtroppo non sempre le cose ragionevoli sono le preferite...

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    4. e perché nel 1984 non li protegge più?

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    5. Caro Omar, mi pare una domanda del tipo di quelle: il televisore non funziona, ma come mai se fino a ieri funzionava?
      Sai meglio di me la storia del biglietto e di Mele che era deluso dalla poca attenzione dei suoi parenti, lo scrive Rotella stesso. Ti aggiungo una frase di Mele da un'intervista a La Città del 13 novembre 1982: "Sono stato abbandonato da tutti, non ho più nessuno".
      Questo è il contesto in cui Mele cede, ma non del tutto, come suo solito. Si tiene per sè, ad esempio, il coinvolgimento di Chiaramonti, che confesserà soltanto qualche mese più tardi, e qualcos'altro.

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    6. Come ti aspetterai, dissento completamente sul punto. Mele non protegge i familiari - prima del gennaio 1984 - per il semplicissimo fatto che nessuno li ha seriamente accusati. Alla prima contestazione, dovuta alla scoperta del biglietto, cede; e come sai, Chiaramonti non lo tira in ballo lui, è Mucciarini che fa presente che gli accusati all'epoca non avevano auto (ma non ci potevano pensare prima Rotella e i CC?). E' un fuscello nelle mani della giustizia, non riesco a vedere in lui nessuna consapevole strategia né nel 68-70 né nel 1982-85. Alla fine, ci informa Rotella, era tornato ad accusare Francesco V. (Salvatore era stato assolto a Cagliari).

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    7. Credo che nessuno dei due cambierà opinione, comunque, dal mio punto di vista, Mele ammise la partecipazione di Chiaramonti quando non ne potè fare a meno. Mucciarini, sempre dal mio punto di vista, si era semplicemente difeso ponendo il problema della mancanza di un'auto.

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  20. In conclusione, secondo me ci sono ben poche probabilità che l'autore del biglietto fosse l'assassino. Quasi sicuramente la segnalazione del 1982 fu davvero opera di un "cittadino amico": un appassionato di "nera", qualcuno che aveva ragione di ricordare il delitto del 1968, non escludendo un nemico dei Vinci o dei Mele. A chi sembra strano che si possa ricordare un delitto di 14 anni prima, ricordo che esistono categorie come i parenti, gli amici, i vicini di casa, le persone strane (come noi) che si interessano ai delitti e così via. Insomma, i candidati non mancano.
    Quanto alla scelta dell'anonimato, infine, credo che la spiegazione più semplice vada cercata nell'italica propensione a evitare di immischiarsi nelle cose della legge.

    Post scriptum: in rete ho trovato notizia (non so quanto attendibile) che, benché la legge preveda la distruzione delle prove dopo la sentenza, ciò non si applica ai reperti balistici nel caso in cui l'arma di un delitto non sia stata ritrovata, dato che, com'è intuibile, essi possono servire per eventuali raffronti futuri.

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    1. Certo, tutto può essere, anche che esista un "cittadino amico" che scrive tre biglietti anonimi, immagino molto sintetici e criptici, invece di una bella lettera con tanto di firma. Il mondo è vario, e qualche volta può sorprendere.

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  21. Pensavo che questo ottimo blog fosse un luogo di scambio di idee (pur naturalmente nei limiti del buon senso), vedo invece che c'è poco spazio per le opinioni diverse, anche quelle ben documentate e argomentate.
    Fuori da ogni tentazione di polemica, caro Antonio, faccio comunque notare l'improbabilità di un episodio come quello da te prospettato: le armi personali non si vendono a nessuno, proprio per il timore che succeda quello che tu prospetti! Cioè che qualcuno le usi per commettere un omicidio e poi faccia ricadere la colpa sul vecchio proprietario. E questo a prescindere che l'acquirente sia o meno capace di farne uso: potrebbe smarrirla, essere derubato ecc. È estremamente imprudente.
    Con immutata stima.

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    1. Mi dispiace che tu abbia preso male le mie osservazioni, che possono essere rudi, ma non credo offensive.
      La questione della pistola lasciata sul posto è un punto cruciale che non può essere liquidato appellandosi all'improbabilità di un evento come quello della vendita clandestina. Che poi tanto improbabile non mi pare sia, poichè le pistole clandestine girano e, credo, quarant'anni fa giravano anche di più, e tra tutte questi passaggi può ben essercene qualcuno imprudente.
      In ogni caso qualsiasi evento improbabile va accettato quando le prove ci dicono che è avvenuto e ancora di più quando tramite esso si possono spiegare gli eventi successivi. In questo caso noi abbiamo un bambino che colloca lo zio Piero sulla scena del crimine e dice di averlo visto gettare la pistola nel fosso. Questa è la prova, secondo me, che rende l'evento come accaduto davvero, poichè non vedo il motivo per il quale Natalino avrebbe dovuto inventarsi un fatto del genere. Anche perchè NIENTE di quello che disse Natalino può ritenersi frutto di sua invenzione, ma può essere o accaduto davvero, o creduto da lui che fosse accaduto davvero, o infine frutto di pressioni degli adulti. Questo non lo dico soltanto in via teorica, ma anche per aver soppesato ogni sua dichiarazione inserendola nel contesto.
      Riguardo il fatto che la pistola fosse stata lasciata sul posto, Rotella, per il quale l'evento avrebbe vanificato ogni sua indagine, optò per la seconda possibilità, cioè immaginò che lo zio Piero avesse fatto il gesto di buttare via la pistola per tranquillizzare il bambino. Può essere, ma questo non giustifica il perchè Mele inserì nella sua prima confessione, quella che chiamava in causa Salvatore Vinci, il fatto della pistola lasciata sul posto. Certo, è più facile buttare tutte le carte per aria e considerare quello che disse Mele soltantio frutto della sua supposta oligofrenia, come si fa per Lotti e per Pucci. Se invece si vede quella confessione di Mele, che, non a caso, aveva accanto a sè Mucciarini, come un tentativo di tenere fuori i propri familiari, i conti tornano tutti. Non tornarono per lui, però, poiché quella pistola, che avrebbe costituito la dimostrazione migliore della verosimiglianza della sua confessione per altri versi inverosimile, non c'era. Da qui iniziano i suoi pencolamenti, la ripresa di una sua personale versione dove al posto di Salvatore c'era Francesco e soprattutto che non lo faceva andare in galera, o perlomeno non con analoga gravità di accuse.

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    2. Capisco benissimo le ragioni della tua teoria e non dico che non stia in piedi.
      Purtroppo non posso accettarla perché collide con la metodologia che mi sono imposto, ovvero di prediligere sempre l'eventualità percentualmente più probabile, in mancanza di dati irrefutabili. In una breve corrispondenza avuta con Mario Spezi anni fa, lui definì la vicenda del MdF un "verminaio" e lo è davvero, sia per la questione in sé, sia per lo scempio che ne hanno fatto gli inquirenti. In un simile caos, secondo me, l'unico barlume di luce che può guidare un investigatore è - mi rendo conto di quanto suoni prosaico e squallido - il calcolo delle probabilità. E, in base a questo, trovo assolutamente inaccettabile la tesi secondo cui il ritrovamento della pistola è stato fortuito.
      Sono del tutto d'accordo con te sull'ipotesi che l'assassino del '68 non sia il MdF (e sinceramente nutro qualche dubbio anche sul '74, ma questo è un altro discorso che ci porterebbe lontano). Sono disposto a rivedere la mia diffidenza verso le dichiarazioni di Stefano e Natalino Mele, e perfino ad ammettere che, in determinati casi, una pistola possa passare di mano nel modo che indichi.
      Ma che la trovi proprio la persona destinata a diventare il mostro, questo no.
      Perché se accettiamo questa - che è una probabilità nell'ordine dello 0,00 - cosa può impedire a qualcuno di sostenere una tesi altrettanto remota come, mettiamo, quella della Schola della Rosa Rossa?
      Perché è una stupidaggine colossale?
      D'accordo. Ma in un mondo dove si verificano probabilità dello 0,00, praticamente tutto è possibile, dunque anche quello.
      Insomma, cerca di capirmi: non dico che non approvo intellettualmente quello che sostieni, dico solo che non posso accettarlo a livello metodologico. Non possiamo imboccare il binario del "tutto è possibile" perché sarebbe la fine di ogni indagine razionale.

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    3. Ribadisco la necessità di far quadrare l'evento probabile con gli elementi noti. In questo caso l'evento probabile, che non so per te quale sia ma non è certamente quello dello sconosciuto che raccatta la pistola, collide con la testimonianza di Natalino e con la prima confessione del padre.
      Veniamo invece a quello sconosciuto. Certo, la probabilità che fosse un lustmurderer è davvero bassa, dell'ordine di quella che pensi tu, poichè tali personaggi sono, per fortuna, estremamente rari, quindi che il tizio che seguiva la Locci in motorino, che quella sera entrò per ultimo al cinema dietro di lei, e che rimase impresso a Natalino all'uscita, non poteva esserlo. Ma il Mostro di Firenze non era un lustmurderer, era un malvagio criminale che uccideva per divertirsi e leggere delle proprie imprese sui giornali (a parte Borgo, dove il discorso cambia). Tutto sommato una persona normale, quindi, malvagia quanto vuoi ma come ce ne sono tante, la cui malvagità può emergere in seguito allo stimolo giusto, che per lui fu il possesso di quella pistola.
      Chi rifiuta il passaggio della pistola nelle mani di uno sconosciuto si priva della possibilità di spiegare in modo logico l'unicità del Mostro di Firenze, un serial killer diverso da ogni altro proprio per le modalità in cui lo diventò.

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  22. Prima di venire al punto di chi fosse il serial killer, permettimi di esporre i motivi che meno mi convincono della tua ricostruzione. E specifico che lo faccio perché credo che solo dalla fucina del confronto e della critica costruttiva possano scaturire le teorie solide.
    Innanzitutto, non ho alcuna difficoltà ad accettare che i fratelli e i cognati M. siano stati la mente e il braccio della faccenda. Disponevano del movente più valido, e alcuni di loro non erano neanche degli stinchi di santo.
    Tuttavia, la seconda parte del "piano" (ovverossia la messinscena per accusare SV) mi sembra un po' troppo raffinata per questa Banda Bassotti di periferia.
    Sempre per una questione di probabilità, non sarebbe stato più semplice simulare, per esempio, un furto? Si uccidono i due amanti, si portano via portafogli e orologi ed ecco la polizia a caccia di fantomatici ladri.
    Se invece, poniamo, era necessario rendere pubblica la partecipazione di Stefano Mele al delitto, per ragioni di "onore familiare" o simili, perché il Mele avrebbe dovuto procurarsi un alibi, con il rischio di essere creduto? Anzi, meglio per lui sarebbe stato confessare. Tra l'altro, il delitto d'onore (art. 587 del Codice Penale) in Italia è stato abrogato solo nel 1974.

    Veniamo alla questione delle probabilità che un serial killer passasse da quelle parti proprio quella notte.
    Sulla tua affermazione che il MdF non fosse un lustmurderer sono completamente d'accordo. Su quella che si trattasse di un "malvagio criminale che uccideva per divertirsi" anche. Non concordo però con l'affermazione che di tipi del genere ce ne siano tanti, men che meno con la definizione di "persona normale".
    Se vuoi dirmi che non era un cannibale necrofilo alla Jeffrey Dahmer hai tutta la mia approvazione. Ma questo non significa che non fosse un individuo affetto da gravissime turbe psichiche. La persona "normale" che uccide a sangue freddo, senza motivi di vendetta, lucro o ideologia (e, evidentemente, al di fuori delle guerre) è sempre patologica. Può darsi che sia una patologia un pochino più comune di quella del lustmurderer, ma sempre rara è (per fortuna). Secondo la stima di un criminologo, negli Stati Uniti i serial killer (tra attivi e incarcerati, lustmurderer e non, insomma, tutti quelli che uccidono sistematicamente gente innocente per ragioni insensate) sono circa lo 0,000092% della popolazione.
    Considera quanto mi sono tenuto alto nel mio 0,00...

    Tutto questo per ribadire la mia convinzione che il ritrovamento della pistola, così come lo prospetti, sia inaccettabile.
    Ciò non toglie che la prima parte della tua ricostruzione, fatto salvo qualche snodo, sia indubbiamente valida. A mio parere occorre solo trovare una migliore giunzione logica per spiegare il passaggio di mano della pistola dall'esecutore del '68 a quello del '74 e seguenti.

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    1. Però continui a ignorare il racconto di Natalino, del quale la mia ricostruzione tiene conto, la tua no, se rifiuti la possibilità che la pistola fosse stata lasciata sul posto. Attenzione, non è che io mi baso solo su quello che disse Natalino, ma lo inserisco in un contesto che spiega anche tutto il resto, compreso il perchè Mele disse qualcosa di analogo durante la sua prima confessione. Si tratta di due elementi non collegati che si rafforzano a vicenda.
      Su "al posto loro io avrei fatto così" si potrebbe discutere all'infinito senza arrivare a una conclusione. I comportamenti manifestamente assurdi sono io il primo a respingerli, in questo caso però non ci vedo niente di assurdo, fu deciso un piano che aveva i suoi pro e i suoi contro. Non ci fosse stato il problema della pistola sparita magari avrebbe funzionato.
      Riguardo la possibilità che il tizio che seguiva la Locci avesse potuto portare dentro di sè delle tendenze criminali è difficile valutarlo in termini di probabilità. Certo, uno che seguiva una donna di facili costumi da lontano senza farsi avanti, sempreché il tizio in motorino fosse lui, qualche problema di rapporti difficili con il mondo doveva averlo avuto. Poi non è che dall'oggi al domani prese la pistola e si mise a sparare. Per il primo delitto ci mise ben sei anni a decidersi, per la fase seriale sette.
      A questo punto però sono curioso di conoscere le tue ipotesi, se riesci in soldoni.

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    2. Se vogliamo prestare fede alle dichiarazioni di Natalino, perché allora non credere a quella in cui sentì lo "zio Pietro" annunciare di aver appena comprato una pistola? Perché preferire la versione dello "zio Pietro" che getta via la pistola a quella, mettiamo, di "Salvatore tra le canne"?
      Accertare quale versione sia quella vera è impossibile perché credo che nessuna lo sia. Svegliato di soprassalto, abbagliato e frastornato dagli spari, in preda allo choc, Natalino secondo me non ha visto un bel niente. Le sue testimonianze sono state influenzate dalle domande di inquirenti indubbiamente volenterosi, ma completamente a digiuno di psicologia infantile (sono arrivati a minacciare un teste di sei anni!).

      Passiamo ad altro. Mi chiedi un'ipotesi, ma le ipotesi sono pericolose senza un quadro completo dei fatti. Cerco sempre di resistere alla tentazione di formularne, perché so quanto sia terribilmente facile aggiustare le prove affinché quadrino con l'ipotesi di cui ci siamo innamorati.
      Preferisco lasciare che le ipotesi emergano da sole, eliminando dalla massa dei dati tutto quello che non torna, tutto quello che è impossibile, tutto quello che non trova riscontri oggettivi.
      Qui però posso provare ad allineare qualche idea.

      Il problema di chi uccise nel '68, a mio parere, si può affrontare a posteriori. Dopo il 1982, e il biglietto del "cittadino amico", c'è un particolare che i partecipanti al delitto del '68 non possono ignorare: a chi appartiene - o è appartenuta - la pistola del mostro. Sanno dai giornali che è la stessa che ha sparato a Signa, sanno chi l'aveva portata in quell'occasione. Eppure nessuno parla.
      Parlare di sé, è ovvio, significherebbe autoaccusarsi o perlomeno rendersi complici di un duplice omicidio. Però si può sempre parlare degli altri: i dissapori, i sospetti, le paure non mancano. I Mele temono i Vinci. Omar ha ricordato come Mucciarini tirasse in ballo Chiaramonti. Lo stesso Mucciarini sospettava Giovanni Mele di tramare contro di lui. Non parliamo di quanto si volevano bene i fratelli Vinci. Insomma, un covo di vipere.
      Gli inquirenti proveranno, nel corso degli anni, a fare leva su questo clima di sospetto. Se tutti hanno partecipato, prima o poi qualcuno parlerà, non fosse altro che per precedere gli altri e godere di qualche vantaggio in sede giudiziaria (la figura del collaboratore di giustizia nell'ambito della criminalità comune, purtroppo, verrà introdotta solo nel 1991). Invece nessuno parla, nemmeno gli arrestati. Perché?
      La risposta più semplice, secondo me, è che nessuno sa cosa dire. A Signa, quella notte, c'erano solo Stefano Mele e un'altra persona sulla cui identità i vari attori coinvolti possono solo nutrire sospetti ma non certezze. Questo, sfortunatamente, fa di Mele l'unico depositario del nome del proprietario della pistola (oltre al proprietario stesso, naturalmente).

      Mi affretto a precisare che non credo nel modo più assoluto che l'esecutore del 1968 sia lo stesso del 1974. C'è, a mio parere, un netto scarto generazionale. Assassini e vittime nel 1968 erano coetanei: perché non presumere lo stesso anche nel '74? È più probabile che conflitti e desideri nascano tra persone di età simile. E poi il delitto di Borgo è improvvisato, pasticciato, l'opera di qualcuno che ha perso la testa.
      (Sì, lo so che questa teoria assomiglia maledettamente a quella di Spezi, ma Spezi aveva torto a sospettare di AV: nel 1974 era troppo giovane. Però, secondo me, Spezi aveva indovinato il succo della vicenda: un passaggio di mano generazionale della pistola).

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    3. Io credo che Natalino vide davvero lo zio Pietro (ma intendeva Piero) mostrare ai suoi genitori una pistola. Si trattava di un avvertimento per la Locci, un tentativo estremo per evitare l'omicidio che lei capì, e infatti disse a Barranca "ci potrebbero sparare", e si portò dietro Natalino proprio per quello, perchè sperava che con lui a bordo i suoi parenti non avrebbero osato. Come vedi, a quella che a te pare un'invenzione di Natalino io dò un'interpretazione plausibile sulla base di altri elementi che s'incastrano.
      Riguardo Salvatore tra le canne, Natalino disse che era stato lo zio Piero a dirgli di dirlo. Quindi Natalinò rivelò una pressione subita e la sua fonte. Anche in questo caso si possono fare agevolmente degli incastri di altri elementi, ma non mi pare questa la sede.
      In ogni caso dissento alla radice sul modo in cui mi pare tu tratti l'argomento, facendo in sostanza di tutte le erbe un fascio, come molti altri del resto, e non soltanto con Natalino. Si evita di analizzare le sue dichiarazioni, quelle di Mele, quelle di Lotti, quelle di Pucci squalificandole in partenza, illudendosi così di essersi liberati di fastidiosa zavorra. Invece si è buttato via l'acqua sporca assieme al bambino.
      Sulla tua teoria ho poco da dire, perchè è troppo nebulosa. Il personaggio che sarebbe stato assieme a Mele chi era, Salvatore Vinci? In ogni caso dovresti spiegare il perchè Mele prima dice una cosa poi ne dice un'altra e il perchè Natalino dice quello che dice. Troppo comodo far finta che non avessero detto niente di utile, la gente non parla mai a caso, o perlomeno, è molto più facile che sia chi ascolta che non capisce quello che vuole dire.

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  23. buongiorno, dando per buona la ricostruzione, secondo cui la pistola fu volutamente lasciata sul posto del delitto Locci, non si potrebbe ipotizzare che l'abbia raccolta qualcuno che non sia divenuto il mdf? e che il mostro abbia appreso la pistola in un secondo tempo, acquistandola, rubandola, a sua volta casualmente trovandola? Da un lato, si spiegherebbe così il lungo periodo di "attesa" del mdf, per compiere il suo primo omicidio; dall'altro, sarebbe ridimensionato il grado di improbabilità che la pistola sia stata ritrovata, casualmente, proprio dal futuro mdf. cordialmente

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    1. E' un'ipotesi senz'altro valida, che però farebbe un po' perdere il valore suggestivo di aver in qualche modo toccato con mano l'omicidio.

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  24. Buonasera, senza pretesa alcuna, sul tema eta` del presunto MdF ricordo il caso della bimba britannica, Mary Bell, che negli anni `60 del secolo scorso uccise tre bimbi a mani nude, il primo dei quali alla vigilia del suo undicesimo compleanno. Fermata, curata e poi riabilitata, non ne commise per giunta nessun altro nel corso della sua restante vita.
    Circa l`autore o gli autori del primo omicidio del `68, ricordo di aver visto su youtube il processo a carico di un sardo facente parte in qualche misura del clan dei sardi "fiorentini", mi scuso per non saper dire ora il suo nome, dove egli riportava in apparenza credibilmente la circostanza che il delitto fu compiuto d`intesa tra Stefano Mele e Salvatore Vinci, con l`accordo che in galera ci sarebbe finito solo uno dei due, Mele, il quale si sarebbe poi diciamo con un eufemismo lamentato di essere stato lasciato solo nonostante si fosse accollato in toto la responsabilita` del delitto, come da accordi presi.
    Tale testimonianza non e` da ritenersi attendibile?
    grazie!
    Sandra

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    1. Può essere che lei si riferisca a Giovanni Calamosca, del quale è stata inserita su Youtube la deposizione al processo Vanni.

      https://www.youtube.com/watch?v=LbQy8WKsLNc

      A dire il vero io non l'ho ascoltata, è un po' lunga, ma mi pare che Calamosca abbia raccontato di un delitto compiuto non da Salvatore Vinci ma dal fratello Francesco, del quale lui era amico.
      Il personaggio è molto equivoco, quindi quello che dice va preso con le molle. In ogni caso le ripeto quello che ho scritto altre volte: ritengo vincolante la testimonianza di Natalino bambino, secondo il quale sulla scena c'erano suo padre e lo zio Piero, i quali entrambi fecero pressione perchè coinvolgesse rispettivamente Francesco e Salvatore. La dicotomia si spiega con i differenti interessi che avevano Mele e i suoi parenti riguardo alla versione da presentare alle forze dell'ordine.
      Riguardo la possibilità di un Mostro di Firenze adolescente, come sarebbe stato Antonio Vinci nel 1974, lo trovo difficile per le modalità del delitto, con una pistola, di notte, in campagna e altro. A parte che su di lui ci sono solo le fantasie romanzesche della Nabb e di Spezi, che credo soltanto un'adeguata ricompensa ne possa aver consentito la pubblicazione.

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  25. Tra i tanti meriti di questo Suo lavoro, mi pare ve ne sia uno decisivo e uno molto rilevante. Provo ad evidenziarli e poi a provare una lettura complessiva dei fatti di Lastra a Signa.
    Il primo merito è quello di aver validato una parte delle dichiarazioni di Natalino e Stefano Mele; peraltro si tratta del tema determinante quello della ormai mitica calibro 22. Ritengo che a mezzo secolo dei fatti, non si possa raggiungere alcuna altra sicurezza (il che non implica certezza, naturalmente) circa la sorte della pistola a muovere da quella sera disgraziata. Sia Natalino che Stefano Mele, tra le molte dichiarazioni opache e contraddittorie, concordano, in tempi diversi, su una medesima circostanza: la pistola fu gettata dopo aver commesso il duplice omicidio. Fu gettata sul posto. Ora, secondo il metodo impiegato per accertare la verità processuale, questo dato appare solido. Infatti: le due dichiarazioni sono coerenti tra loro e si autosostengono; in più, rilevano un fatto che ha una sua logica intrinseca (in altro intervento proverò a dire perché); inoltre, le affermazioni provengono da due individui non in condizione, in via generale, di impiegare la fantasia. Stefano Mele perché coinvolto direttamente, in nulla avvantaggiato da quella affermazione e direi quantomeno poco incline all'impiego della fantasia. Non la usa, infatti, in nessuna sua dichiarazione precedente o successiva e su questo concordano tutti, inquirenti compresi, qualunque sia il peso da assegnare alla presunta oligofrenia del soggetto.
    Non diversa è poi la condizione del piccolo, che non si vede proprio perché dovrebbe inventare una cosa tanto strana e innaturale. Avrebbe potuto benissimo affermare di non sapere o di non aver visto. Debolissimo mi pare, in punto di logica, il teorema del bimbo condizionato da terzi (padre incluso). Infatti, si ricade nel problema di cui sopra: "perché fargli dire una cosa falsa e comunque complicata, dato che implicava dire di aver visto qualcuno compiere il gesto"?
    Ma i riscontri esterni non finiscono qui. Tutto si sposa benissimo con la dinamica delle minacce ante delictum alla Locci. Anche qui, il quadro tiene e soprattutto si comprende la matrice punitiva familistica sottesa al delitto del cimitero di Signa.
    Quindi, in chiusura di questo piccolo contributo svolto secondo logica processual-penalistica, penso si possa dire che nessuna conclusione ha raggiunto un grado di probabilità come questa, nel complicato quadro dei legami potenziali tra il 1968 e l'inizio della serie maniacale. Personalmente, mi sento di considerare questo dato come quasi acquisito, salvo smentite: la pistola fu gettata subito dopo il doppio omicidio, nei dintorni del luogo ove la macchina del Lo Bianco era in sosta. Quanto accadde poi, cercherò di ipotizzarlo (ma con minor grado di esattezza) in altro intervento in cui credo si possa trarre a profitto l'altro grande merito dell'analisi di Antonio Segnini. Segue.

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    1. Lei non immagina quanto mi abbia reso felice questo suo intervento. Non tanto perché va in appoggio a una mia ipotesi, quanto perché mi riconcilia con la speranza che in questo mondo la semplice e tanto vituperata logica del buonsenso abbia ancora un posto.
      Sono moltissimi gli incastri con l'evidenza della pistola gettata sul posto e raccolta da uno sconosciuto, tantoché, per quanto mi riguarda, dubbi non ce ne sono. Anche questa storia del biglietto ne costituisce una conferma. Chi aveva in mano quella pistola non temeva per nulla la riapertura delle indagini su Signa, quindi...

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  26. Nel ringraziarLa per le belle parole, passerei ad illustrare il secondo merito indiscusso della Sua analisi che - questa volta in chiave di ricerche mie personali - mi appare ancora più prezioso del primo, se possibile.
    Si tratta della questione, tutta intrisa di logica formale nel metodo di ricostruzione dei fatti, che concerne la vicenda dell'immissione nell'analisi della serie delittuosa dei fatti del 1968. Io ritenevo, già per mio conto, di aver sgomberato il campo da veri e propri detriti che non consentono di vedere chiaro su questa vicenda che apre alla decisione di battere la pista Sarda. Si trattava di comprensibili reticenze e tentativi di nascondere goffaggini ed errori da parte di magistrati e forze di polizia. Si spiegavano così, a mio avviso, i vuoti di memoria su come si arrivò effettivamente a collegare il primo duplice omicidio del 1968; si comprendevano del pari i silenzi sul punto, questi ultimi dovuti all'idea di non privare di forza la pista sarda facendo sapere che vi si era approdati in seguito ad un anonimo (per quanto qualificato esso fosse, come vedremo).
    Per come conosco la disciplina processuale ante 1988 e le prassi degli Uffici giudiziari, mi risulta del tutto plausibile, ed anzi probabile, che il materiale accluso al fascicolo del processo Mele non sia stato manipolato, ma, anzi, recuperato e posto all'attenzione dei magistrati procedenti ed inquirenti nella sua interezza e genuinità, BOSSOLI COMPRESI. Ma la Sua dimostrazione dell'invio di informazioni da parte di qualcuno fuori dall'ambiente di polizia giudiziaria - dimostrazione anche qui circostanziata e perfettamente coerente - reggerebbe anche avanti un giudice.
    Gli indizi sul fatto che non si sia trattato affatto della reminiscenza o dell'intuizione/agnizione geniale del Fiori/e, sono plurimi, precisi e concordanti.
    Vediamoli: a. costui era competente allo smistamento della posta; b. si sa per certo che questi non fu un "reduce" diretto delle indagini di Signa (era in ferie quando fu consumato quel duplice delitto), ma che, al massimo, era stato consapevole del verificarsi del caso zero e, al limite, del processo che ne seguì;
    c. che sia venuto in gioco il ritaglio di giornale è anche confermato da più voci, autonome per provenienza e diverse per estrazione e ruolo nella vicenda; d. la vicenda del trafiletto sul "cittadino amico", per quanto i detrattori tendano a sminuirne il senso, ne ha e ne mantiene con riguardo ad una serie di segnalazioni ab externo di cui si chiedeva un'ulteriore integrazione; e) che i tentativi di far cenno al quinto delitto (il primo in ordine cronologico, appunto quello del 1968) possano essere stati più d'uno, come in una sorta di progressione informativa, è anch'esso dimostrato dati alla mano.
    Come si può credere che non sia vero che quella del "ritaglio di giornale" non fosse l'ultima di tre indicazioni, non mi riesce di comprenderlo. Basta leggere il testo del trafiletto, per cogliere come non si trattasse di una richiesta riferibile al seguito di una sola comunicazione, ma proprio una domanda affinché si proseguisse nella serie di rivelazioni che dovevano essere state sempre più circostanziate e certamente da considerare attendibili prima facie, anche se era servito proprio l'articolo di giornale a far mettere in moto la curiosità e l'attenzione "vincenti" del magistrato.
    Ce ne sono anche altre di evidenze in questo senso. Ma per ragioni di sintesi, vorrei chiarire che tutto questo ci consegna un altro elemento, dopo quello della pistola lasciata sul luogo del delitto di Lastra a Signa, che ha la statura di un fatto. Il richiamo al delitto Locci- Lo Bianco proviene da un soggetto terzo alle indagini, esterno alla cerchia di chi procede, che instaura una progressione di rapporti comunicativi con chi indaga e che ha un forte interesse a far legare quei fatti alla serie maniacale fin lì realizzatasi, tanto da insistere non poco.

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  27. Senza ancora procedere ad inferenze fondate sugli effetti della scelta di percorrere la pista sarda, (il post hoc propter hoc, indebolirebbe il metodo seguito sino ad ora), mettiamo ora insieme i fatti da considerare dimostrati (si badi non certi storicamente ma, si vorrebbe dire, assicurati a verità processuale indiziaria forte). La pistola del 1968 è abbandonata sul luogo del delitto; nel 1982, quattordici anni dopo, vi è una forza esterna alle indagini che indirizza a riconnettere il delitto del 1968 agli altri verificatisi dal 1974 in poi. E questo tentativo di legame ha come tramite inoppugnabile proprio la pistola gettata via dagli assassini (o dall'assassino) di Signa. Vorrei ribadire che queste due informazioni sono relativamente certe e, soprattutto, portano con sé un preziosissimo legame reciproco che, quando si tratterà di trarne conclusioni sulla base del buon senso e della probabilità, ritengo saranno cruciali e persino dirimenti. Per ovvie ragioni di continenza e non volendo tediare, né invadere questo spazio, ne rimanderei lo svolgimento ad altro intervento.

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  28. Vorrei rivolgere i miei complimenti a kemperboyd per le sue acute osservazioni ed incoraggiarlo a continuare con i suoi interventi. Per quanto mi riguarda, non risultano affato tediosi.

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    1. Concordo, passo volentieri il testimone, siamo tutti in attesa... Invito però kemperboyd a leggere bene gli articoli sul medesimo argomento dell'amico Omar Quatar, che preferisce andare in orizzontale, al contrario di me che vado in verticale...

      http://mostrodifirenzevolumei.blogspot.com/

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  29. Vi ringrazio per l'apprezzamento. Sto studiando attentamente alcuni atti e ho raccolto l'invito di Antonio Segnini, per cui sto cercando di seguire anche le osservazioni e le tesi sviluppate da Omar Quatar del quale, in altre parti del blog, ho avuto modo di apprezzare molti, acuti rilievi.
    Il fatto è che, a mio avviso, si è già riusciti a sgomberare, con relativa certezza, il problema di Signa dal quadro dell'analisi complessiva. Non vorrei sbagliarmi, quindi vi chiedo di avanzare obiezioni se cogliete delle aporie al seguente ragionamento.
    Dando per dimostrati in chiave indiziaria forte i due elementi di cui sopra: a. la pistola gettata sul luogo del delitto; b. che il famoso riferimento all'omicidio del 1968 non sorse da una reminiscenza del Fiori, ma da un'indicazione esterna, si ottengono le seguenti inferenze logiche. Giuridicamente le considererei presunzioni (deduzioni del verificarsi di un fatto incerto, dalla conoscenza di un altro certo).
    La prima inferenza, doppiamente convalidata da a) e da b), è che chi inviò il messaggio che condusse sulla pista di Signa non aveva nulla da temere da quella connessione. Anzi, forse poteva guadagnare qualcosa dall'atto volto a legare Lastra a Signa agli altri delitti; ciò ancorché, naturalmente, non potesse (o necessariamente dovesse) immaginare i meandri di implicazioni che quel gesto avrebbe determinato per l'intera vicenda. Su questo mi pare opportuno ragionare a fondo, perché già Antonio Segnini vi ha fatto ripetutamente cenno, ma non sono certo che si sia colta la vitale importanza di questa intuizione.

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  30. Infatti, questa, in un colpo solo, sottrae forza a tesi concorrenti che, pure, hanno ancora oggi qualche credito. Dobbiamo assumere che chi ha indirizzato gli inquirenti su Signa doveva essere per lo meno consapevole che vi era una frattura forte tra chi aveva usato la pistola dal 1974 in poi e chi l'aveva lasciata in loco nel 1968. Ora, ma chi poteva saperlo, questo? Non una persona, ad esempio, cui la pistola l'avessero trafugata (la celebre tesi di Spezi). Quest'ultimo ipotetico individuo, infatti, doveva avere come minimo a che fare con il delitto di Signa (con nulla da guadagnare dunque dalla scoperta che l'arma impiegata, secondo la verità giudiziaria, dal Mele era la stessa dei delitti maniacali). Ma soprattutto, uno a cui avessero rubato la pistola, non avrebbe mai potuto essere certo che l'arma fosse la medesima nel 1974. Quest'ultimo rilievo ci aiuta molto più di quanto non sembri. Tutto torna, dunque, nel senso di: un individuo che sa che la pistola era stata abbandonata; che sa che quell'arma aveva sparato dal 1974 in poi; che sa anche che il delitto di Signa non potrà mai essere ricondotto alla sua persona, ma che altri lo hanno compiuto; inoltre, questo individuo deve almeno ritenere che chi ha commesso il delitto di Signa non sarà in grado di collegare la sua persona, a propria volta, alla pistola. Quest'ultima inferenza è mortale per un lato della pista sarda. Vediamo perché. Non può trattarsi di uno dei Sardi a comunicare il legame con il 1968. Infatti, ciò non avrebbe avuto alcun senso: avrebbe riaperto i conti sul 1968 e poi avrebbe lasciato sospettare (magari persino ingiustamente) di un legame diretto tra Signa e la serie avviatasi dal 1974. Più in generale, resta esclusa anche la cessione volontaria dell'arma ad un individuo noto.

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  31. Questo elemento che mi pare senza appello è a mio avviso micidiale, perché elimina dal quadro anche una parte di ipotesi che riguardavano Francesco Vinci in carcere. Rotella - e con lui molti di noi - hanno a lungo pensato che il Vinci fosse in carcere e sapesse dell'identità del mostro (o perché aveva contribuito ai delitti lui stesso, o perché sapeva l'identità di chi si era impossessato dell'arma). Ma appunto, alla luce delle inferenza da a) e b), non può essere così. Per il semplice fatto che il getto dell'arma e la logica della soffiata del 1982, escludono che qualcuno sapesse del nuovo proprietario dell'arma medesima e tanto più che avesse interesse, in quell'estate, a guidare gli inquirenti verso Signa. Mi pare che cadano, così, anche i dubbi instillati dal Calamosca (già di per sé assai ambiguo quale personaggio) e tutte le tesi secondo cui F.V. in prigione temeva per la sua vita o anche ricattava il /gli assassini. Qui c'è un passaggio logico delicatissimo che è quello finale a cui mi sto dedicando. La domanda che mi pongo è: c'era un altro modo per cui FV poteva aver capito chi fosse il mostro, ancorché la pistola fosse passata di mano con lui all'oscuro dell' "utilizzatore finale" e dovendosi escludere che fosse lui l'autore del collegamento tra Signa e la serie? Segue

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  32. Chiudo questa disamina su quel poco che si può affermare sull’intera Pista sarda, facendo notare che Francesco Vinci, in effetti, fu ad un certo punto detentore di una frazione di verità di cui si dovette anche rendere conto. Finito in carcere per altri guai (che certo non mancavano ad un personaggio di caratura media, in termini di criminalità comune), poteva essersi reso conto dell’elemento fuorviante che lo aveva proiettato nell’olimpo dei sospettati. E infatti lui della pistola doveva aver ben conosciuto la sorte, dopo i fatti di Lastra a Signa, avendo compreso (o saputo) che l’avevano gettata via i veri assassini di Locci e Lo Bianco, magari essendo stato direttamente partecipe di quella disgraziata missione omicidiaria. Quantomeno, già nel 1982 doveva sapere che l’arma aveva cambiato di mano. Tuttavia, far conoscere tutto questo lo avrebbe esposto a conseguenze terribili. Come minimo avrebbe dovuto far rileggere in profondità i fatti del 1968, a tal punto, forse, da confessare la propria corresponsabilità in quella notte di sangue. Inoltre, avrebbe potuto anche essere preso di mira dal vero Mostro; questi, forse, sapeva su di lui, più di quanto FV non sapesse degli omicidi delle coppiette.

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  33. Seguendo questa logica ricostruttiva si spiegherebbe, a mio giudizio, tutto e si eliminerebbe dal campo della ricostruzione storica molto materiale sviante.
    In conclusione, rivalutando con attenzione la doppia testimonianza (confessione) di Stefano e Natalino Mele nell’estate del 1968, si ha conferma dell’abbandono della calibro 22 a Lastra a Signa sul luogo del delitto. Qui abbiamo un incrocio di rilievi di primo livello che si auto-supportano vicendevolmente e che sono rinsaldati anche dalla logica di fondo di rappresentare un agire coerente da parte degli assassini(o) del 1968: quello di far ritrovare la pistola riconducibile al Vinci con la quale, peraltro, la Locci era stata minacciata indirettamente in tempi non sospetti, e alla presenza del figlio Natalino. Peraltro, tutto questo si spiegherebbe anche se ad uccidere la Locci e il Lo Bianco fosse stato proprio il Vinci; in quel caso il ritrovamento della pistola avrebbe potuto far parte di un piano di simulato omicidio d’onore, con acquisto della pistola da parte del Mele (il che, guarda caso, è esattamente ciò che confusamente ricostruì la verità giudiziaria sui fatti di Signa).

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  34. Ora, congiungendo questo rilievi indiziari ma plurali, precisi, concordanti e logicamente riconducibili ad un globale inquadramento di tutti i fatti in nostro possesso, si deducono alcune conclusioni salde, specie se si associa il tutto con l’altissima probabilità che quella dell’estate del 1982 fu una soffiata vera e propria (e non un bagliore di reminescenza del Fiori; si badi che tutto ciò tiene anche con la tesi del c.d. “aiutino”, e cioè che un anonimo illuminò la memoria di Fiori).
    Le conclusioni sono che: qualcuno aveva interesse ad allungare all’indietro la serie degli omicidi fino a riconsiderare Signa. Che questo qualcuno doveva guadagnarci da tale depistante indizio, poiché la pistola era stata gettata e non fu ritrovata mai, e ciò era a questi noto. Che questo qualcuno non poteva essere uno dei coinvolti nei fatti del 1968, perché altrimenti la soffiata avrebbe fatalmente portato gli inquirenti a coinvolgere l’anonimo (in ipotesi qui scartata, direttamente associabile al mondo sardo trapiantato in Toscana), nelle indagini sul MDF. Quest’ultimo fatto, in effetti accadde e vide Rotella accanirsi sulle tracce dei Sardi, sulla scorta della sola pistola che non passava di mano. Qui Segnini ha ragione da vendere, nel dire che Rotella volle mettersi le mani davanti agli occhi, nel non vedere questo assurdo effetto spiazzante in cui ci si cacciava assumendo che il killer del 1968 avesse tenuto la pistola (senza poter essere Stefano Mele reo confesso finito in carcere), e poi avesse ripreso ad usarla contro le coppiette dal 1974.
    Le rilevanti inferenze ci dicono anche che: la pista sarda è cieca; che il concitato e strano agire del Vinci (la macchina infrascata e tutto il resto), per quanto sospetto, non può implicare che sia lui il MDF. Ciò fa giustizia anche della suggestiva tesi per cui Giogoli fosse l’azione (impura e anomala) di qualcuno che voleva tirar fuori di prigione il Vinci. Però collima con l’idea che il Mostro sapesse che l’uccisione dei tedeschi avrebbe poi lasciato fuori di galera il Vinci, come effetto collaterale.
    Tutto questo, tuttavia, ci spiega anche alcune altre cose su cui proseguire l’analisi, finalmente liberi delle scorie della pista sarda. L’assassino doveva essere qualcuno che ragionava e, in certa misura, si produceva in un gioco sanguinario con gli inquirenti. Ciò non implica che fosse un genio, naturalmente. Ma che fosse in grado di depistare e guidare fuori dal seminato dei magistrati in difficoltà e confusione, questo sì. (Segue)

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  35. Scusandomi per l’occupazione (ormai insistente) di questo interessantissimo spazio, chiudo con alcune sintetiche conclusioni di merito e di metodo che, mi pare, si possono trarre a questo punto. Quello sul MDF è, ancora oggi, un lavoro storico su cui insistere. Ce lo dimostra la vicenda su cui si sta accanendo Vieri Adriani in modo meritorio. Ce lo confermano le intuizioni di Signini (abbandono della pistola nel 1968 e biglietto depistatorio su Signa) che io mi sono soltanto incaricato di raccordare e che, come ho tentato di dimostrare, sono davvero difficili da scalfire, in quanto suffragate da elementi di prova e rinsaldate da una ricostruzione logica di insieme.
    Venendo al merito, aggiungo due elementi molto solidi in favore della tesi conclusiva sostenuta da Signini che, inspiegabilmente, nessuno cita. Sono due elementi indiziari, certo; ma, anche qui, spiegano molte cose.
    Conosco personalmente Ugo Fornari e ho studiato lungamente il suo modo di procedere. Potrete immaginare la mia sorpresa quando, dalla sua viva voce, ho appreso che il Lotti (da lui periziato) poteva anche avere un q.i. limitato; ma cito: “quel che conta è il modo in cui impiega le sue facoltà. Ed Egli le sa usare molto bene”.
    Ugo Fornari, che tra l’altro era chiamato a rispondere a quesiti peritali piuttosto limitanti e circostanziati, evidenzia un dato a mio parere dirimente. Quello che conta non è il livello di capacità cognitiva, culturale, relazionale, emotiva che può mostrare una persona in via statica ed assoluta; ma come impiega le sue abilità in chiave dinamica. Rispetto, cioè, a quello che fa e agli atti che compie e si prefigge di realizzare.

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  36. Ma non basta. Fornari aggiunge anche che il Lotti, in apparenza remissivo e quasi bonario, quando si trattava di farsi valere, mostrava improvvisi accessi di rabbia e di orgoglio (Fornari ne cita uno riguardo al Pacciani, quando quest’ultimo era ancora in vita).
    Ora, durante il processo, se si ha la pazienza di riascoltare tutte le dichiarazioni di chiamata in correità e le contestazioni rispetto a quanto affermato in incidente probatorio, si incappa in numerose circostanze in cui l’analisi psicodinamica (sempre quella di Fornari) si materializza dirompente. Ma ce ne è uno che lascia di stucco e non capisco perché sia tanto trascurato (almeno a mia conoscenza).
    Lotti si ritrova imbrigliato in una discussione apparentemente minore che riguarda una lettera da lui scritta. Succede una cosa straordinaria. Da che si esprime in modo a malapena comprensibile, improvvisamente diviene un’autentica belva. E insiste ripetutamente sul fatto che lui non è in grado di scrivere tanto bene, che non ne è capace. Lo dice davvero troppe volte, con veemenza, ancorché non si tratti di un fatto tanto rilevante, per quella questione incidentale. Le parole trasudano rabbia, accanimento e, quasi di improvviso, il suo modo di parlare e rispondere si fa diverso, più nitido.
    E’una cosa raggelante, a mio avviso. E ritengo di poter dire anche perché mi ha colpito tanto. Infatti, quale è la ragione che, dai più superficiali ai più acuti studiosi, tende a far escludere la tesi del Lotti come unico colpevole? Una e una sola.
    La circostanza che non gli si riesce ad attribuire tanta scaltrezza da inviare la lettera alla Della Monica, da porre in atto i saltuari depistaggi che pure tanti danni sortirono alle indagini, da sfuggire a legioni di analisti, investigatori e cultori della materia.
    Ebbene, quel momento cruciale del processo ai compagni di merende fa riflettere. Perché lascia affiorare una natura e delle capacità diverse da quelle che gli si attribuirebbero. (Segue).

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    1. Non rammento la reazione di Lotti cui lei fa riferimento. Potrebbe indicare con più precisione il contesto sì da poterla (ri)ascoltare?
      La perizia di Fornari e Lagazzi è certamente molto interessante, ma non può essere sufficiente per fare di Lotti il mostro di Firenze. Ci sarebbe bisogno di qualcosa di più concreto, magari una confidenza sulla pistola, ma non risulta che Lotti ne abbia mai fatte, neppure alle prostitute che frequentava (ricordo addirittura che secondo Lotti in una circostanza la Nicoletti gli avrebbe puntato contro un'arma da fuoco...).
      Sarei curioso di conoscere la sua opinione sull'argomento che obiettivamente rende difficile da sostenere la teoria del Lotti serial killer solitario: la conoscenza con Pacciani, cioè il falso mostro (secondo questa teoria); sappiamo che, per il tramite di Vanni, si conobbero in un'epoca compatibile con la cronologia dei delitti; vivevano nello stesso comune, teatro dell'ultimo duplice omicido; frequentavano entrambi la piazzola di Scopeti e Lotti quella di Vicchio (dove Pacciani era nato e che doveva conoscere come le sue tasche).
      Queste coincidenze (e forse altre che dimentico) bastano, per coloro che rifiutano tout court la verità giudiziaria, per concludere che il mostro, se non era Pacciani, è evidentemente da cercare altrove, lontano dalla cerchia delle sue conoscenze. Qui però concordo con Segnini: anche io credo che i mostrologi lo cercheranno sempre invano...

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    2. Questa storia della coincidenza che il falso Mostro e il vero Mostro si conoscevano va decisamente ridimensionata. La coincidenza vera è quella di un personaggio a rischio di essere considerato il Mostro che va ad abitare vicino a dove il Mostro risiedeva. Il resto è venuto da sè. E' facile immaginare Lotti che desidera conoscere un assassino come lui, e che si avvale del postino, che conosceva tutti, per realizzare il suo desiderio. Lotti era un complessato che trovava soddisfazione nel leggere delle proprie imprese sui giornali, io immagino anche che potesse trovare soddisfazione a sentirsi superiore a Pacciani, anche se lui non sapeva niente.

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  37. Sto cercando di ritrovare l'indicazione puntuale dello scambio cui mi riferivo, A breve la riuscirò a rintracciare nel mare magnum di dati e fascicoli. Concordo con la sua obiezione circa l'insufficienza della perizia a dimostrare alcunchè. Ci tengo, in ragione del metodo che mi ostino a seguire, ad evidenziare due fatti sui quali sono giunto a conclusione francamente difficile da confutare (almeno ai miei occhi). Lotti sa alcune cose che solo chi ha assistito ai delitti può conoscere e, circa la sua presenza sui luoghi del delitto, non vi è dubbio alcuno, per via di riscontri seri e articolati, specie con riguardo agli ultimi tre episodi omicidiari.
    Al contempo, però, vi sono alcune sue dichiarazioni non suffragate da alcuna conferma che ripugnano la logica, la verisimiglianza e la ragionevolezza minima dell'agire umano. La maggior parte di questi elementi riguardano Giogoli, ma non mancano sia per Scopeti che per il delitto, a mio giudizio, più importante della serie in quanto a rilevanza della dinamica: quello di Baccaiano.
    Dunque, ne discende che Lotti è implicato direttamente; che, come minimo, il riparto dei compiti (Pacciani, Lotti, Vanni) non può essere stato quello da lui descritto e al quale, invece, aderisce la verità processuale.
    Quanto ai rapporti Lotti - Pacciani, emergono rilievi importanti dalla testimonianza del figlio della Sperduto, con l'auto targata Gorizia che orbitava nei dintorni della casa dell'Indovino e dei Malatesta.
    Di particolare rilievo, a mio parere, resta la strana argomentazione sviluppata dal Lotti, secondo cui questi sarebbe stato minacciato di diffondere la notizia della sua presunta omosessualità, proprio dal Pacciani. Fa riflettere perchè sarebbe questo, dunque, lo strumento di coazione al coinvolgimento di G.L. nella serie omicidiaria più recente. Oltre questo livello di indagine, si pone l'analisi dei tipi psicologici che, almeno secondo me, offre molti riscontri utili, però raggiunge minor grado di certezza, ovviamente. Infine, un discorso a parte merita la pistola sulla quale, si badi, Lotti non è muto, ma indica un luogo particolare dove guida gli inquirenti prospettando un possibile ritrovamento della calibro 22. Qui, soccorre, a mio modo di vedere, un'analisi sul livello di fantasia (pochissimo) che queste persone sapevano mettere in gioco nel ricostruire le vicende e persino nel mentire. Sono dell'idea che in quella nicchia, la calibro 22 ci deve essere stata, almeno in qualche circostanza di tempo.

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    1. Fil: No. Quella volta lì e basta. E guarda la combinazione, per l'appunto arrivano questi e passano di lì. Però, scusi eh, lei ha scritto... lei dice che sa fare solamente la sua firma e basta. Però una lettera, una lettera, uno scritto l'ha fatto, l'ha scritto, vero?
      GL: Sì. Ma l'ho scritto come so io.
      Fil: Come sa lei.
      GL: Come so scrivere.
      Fil: E in questo scritto c'è scritto: "Che facevi in quella piazzetta della strada verso il bar che ti inculavi Fabrizio Butini?" Ma non è vero. L'ha scritto lei, ma non è vero.
      Ber: Comunque leggiamo anche la parte iniziale, eh, di questa frase. Dice: "Vieni con noi sennò si dice".
      Fil: Sì.
      Ber: Appunto, ecco.
      Fil: Sì, sì.
      Ber: Anche questo è importante.
      Fil: "Ti inculavi Fabrizio Butini".
      Ber: Si dice.
      Fil: Si dice.
      GL: E lo dica, lo dice...
      Fil: Lo dice.
      Ber: Si dice.
      Fil: Allora, senta, avvocato...
      GL: O mi sono espresso male io.
      Fil: ... visto che lei è intervenuto, facciamogliela leggere a lui questa lettera. Gli dispiace leggerla lei?
      Pres: Se la vuol leggere.
      Fil: Dall'inizio eh, piano piano.
      GL: (voce fuori microfono)
      Pres: No, forte, forte.
      GL: "Mario e Pietro Pacciani. Che volete da me "
      PM: È una fotocopia?
      GL: Può darsi che non mi sia espresso bene anche qui. Non è che...
      Pres: Non lo so. Comunque ora legga quello che è scritto, poi si chiarirà se si è espresso bene, o no.
      GL: "... che faceva quella piazzetta..."
      Pres: Più voce, perché sennò non si sente.
      GL: "... la strada verso..." Che c'è scritto, non ci capisco nemmeno io e l'ho scritto io. (voce fuori microfono) "... Fabrizio Butini. Sono andato con loro la strada a Giogoli. Siamo arrivati vicino alla piazzetta dove è avvenuto l'omicidio. Io sono sceso dalla macchina e Mario Vanni... erano già... andavano verso il furgone. Poi mi chiamano: 'vieni qui perché devi sparare'. E allora m'ha dato la pistola in mano e ho sparato diversi colpi. Poi presi bene... mia presa di mano per andare verso là, parte sinistra. Poi ho aperto lo sportello, ho visto due... incazzato come una bestia è andato verso la macchina". Insomma sul di dietro... sul davanti... Sul di dietro l'ho visto. Non sul davanti della guida, sul di dietro.
      Fil: A me me lo dice?
      GL: Non ho mica scritto tutto qui, per bene.
      Fil: Boh.
      GL: "Vado via. Vado verso... poi sono salito in macchina e sono andato a casa (incomprensibile).
      Fil: Va be', Lotti, senta, i' che voleva scrivere con questa lettera lei? Cioè a dire, i' che c'è scritto? Di che parla codesta lettera?
      GL: No, l'ho scritta cosi, ma non mi sono espresso bene nemmen qui nella lettera,
      Fil: No. Ma perché l'ha scritta, scusi?
      GL: L'avevo scritta così, per sfogarmi io, non lo so. Però non l'ho scritta precisa, come dovevo... perché non so scrivere proprio perfetto.
      Fil: Lei ha detto che è una persona chiusa, no? Ha detto dianzi, quando a un certo punto le ho chiesto perché non aveva parlato con quelle persone, dopo che ha saputo che quei due ragazzi di Baccaiano erano stati ammazzati. Lei dice: 'mah, io son chiuso, sono una persona chiusa'. E, insomma, poi c'ha tutte queste difficoltà a scrivere, sembra anche a lei. E tutto a un tratto si mette a scrivere questa lettera?
      GL: Come?
      Fil: Tutto a un tratto invece lei, per sfogarsi, scrive questa lettera.
      GL: L'ho scritta così.
      Fil: Così.
      GL: Spontanea mia.
      Fil: Uhm. È sicuro che sia spontanea?
      GL: Sì, è spontanea.
      Fil: Uhm. Che vuol dire spontanea?
      GL: Per liberammi di qualcosa.
      Fil: Uhm.
      GL: L'ho detto innanzi, non so scrivere come tante persone.
      Fil: Sì, sì, no, questo non è mica colpa sua. Non è mica colpa sua, Lotti.
      GL: Non c'ho studi, sicché.
      Fil: Ma si figuri, Lotti, per carità.
      GL: Non so esprimermi bene sulle cose.

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    2. Non riesco a trovare il punto in insufficienza di prove

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    3. Lotti ha detto molte bugie, di questo siamo tutti convinti. Ma anche qualche verità: distinguere le une dalle altre è un lavoro arduo.
      La ricostruzione inverosimile del delitto di Baccaiano che Lotti ha offerto agli inquirenti porta quasi tutti a ritenere che Lotti non abbia visto un bel nulla e qualcuno a vedere in lui l'unico mostro di Firenze.
      Faccio notare che anche una versione intermedia non sarebbe illogica: Lotti potrebbe aver partecipato al delitto, mettendo a disposizione la sua auto, l'unica utilizzata dagli assassini nell'andata e nella fuga; potrebbe aver raccontato la balla delle due auto per mantenere il ruolo secondario che si era già ritagliato nel racconto dei delitti successivi, quale che fosse stato nella realtà.
      Sulla storia del nascondiglio della pistola, anche io non la ritengo inverosimile. Tra l'altro molti dimenticano che quello di Vicchio non fu l'ultimo delitto, e quindi l'arma non poteva essere rimasta nascosta nella nicchia all'interno del casolare, se non altro perché era stata riutilizzata almeno in un'occasione.
      Io mi riferivo però alla teoria di Segnini e quindi al possesso dell'arma da parte del solo Lotti. Come tutti sanno, nel processo Pacciani furono diversi i testi che misero in relazione l'imputato con la famosa pistola (Nesi e il confronto Bruni-Cairoli sono i primi che mi vengono in mente). Nel caso di Lotti, non risulta niente di simile. Eppure le prostitute amiche di Lotti (Nicoletti e soprattutto Ghiribelli) non erano certo reticenti. Possibile che Lotti non abbia mai fatto loro nessuna confidenza al riguardo?

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    4. la versione intermedia non regge assolutamente, perchè mai lotti avrebbe dovuto mettere a disposizione la sua auto a vanni e pacciani? perchè poi solo in quell'omicidio? non si capisce perchè, poi, mentire in quel modo per baccaiano, e ammettere di aver sparato a giogoli. Senza voler criticare nessuno ma nell'ipotesi vi è troppo paccianismo preconcetto e troppo attaccamento alla verità giudiziaria. Il nesi quando avrebbe detto di aver visto pacciani con un'arma da fuoco in mano? Rammento solo la storiella insulsa sui fagiani che cadevano giù come sassi.

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    5. Io non ho detto che Lotti avrebbe messo l'auto a disposizione di Pacciani e Vanni (sul conto del quale ho molti più dubbi), ma che potrebbero essersi recati insieme con quell'auto. Questo potrebbe spiegare anche l'eventuale ruolo svolto da Lotti, molto più logico rispetto a quello del "palo" prospettato dalle sentenze. La storia delle due auto, che certamente non regge in questa occasione, potrebbe essere riconducibile al tentativo di Lotti di sminuire il suo ruolo nei delitti.
      Non ho mai parlato di un'arma vista in mano a Pacciani, ma soltanto di episodi concernenti la pistola riferiti in dibattimento nel processo Pacciani. Ce ne sono anche altri, ben più significativi.
      Io credo che Pacciani sia un personaggio enormemente sottovalutato. Tanto per cominciare fra tutti gli indagati, sospettati, incarcerati, rinviati a giudizio di questa infinita vicenda è l'unico di cui si possa dire con certezza che era un assassino. Per non parlare poi della sua accertata dimestichezza con le armi e dei suoi spostamenti di residenza e lavorativi, che sfortunatamente consentono di collegarlo a tutte le zone dei delitti.
      La ragione principale per la quale Lotti non è, a mio modesto avviso, il mostro (unico) delle coppiette è molto semplice: l'escissore compiva la mutilazione del seno muovendo la mano (e la lama) in senso orario, operazione naturalissima per un destrimane e scomodissima per un mancino. A meno di non credere che Maurri abbia preso un granchio anche in questo caso.

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    6. quello che non fila nel discorso è : perchè sminuire il suo ruolo per baccaiano e addirittura darsi dell'assassino da solo per giogoli? perchè c'erano perizie balistiche da soddisfare? a lotti non cambia nulla, in fin dei conti. il discorso invece torna molto di più se prendiamo perlomeno in considerazione altre due ipotesi: su baccaiano lotti ha mentito perchè non c'era, o perchè c'era ma non c'erano gli altri due. io vorrei solo ricordare che durante il dibattimento lotti non seppe rispondere alla domanda di lombardi : " ma perchè vanni e pacciani l'hanno portata dietro, che faceva lei?". non rispondeva. fu il giudice, disgraziatamente, a suggerire : " faceva il palo?". passò tutto sotto silenzio. ma fu una forzatura gravissima. ci sono innumerevoli casi in cui, giudice e pm suggerivano le risposte a lotti. anche chi è paccianista convinto, dovrebbe, secondo me, riflettere su questo.

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  38. Ammettiamo per un attimo che Lotti non sapesse nulla di suo, come penso io. Viene incastrato proprio usando la presenza dell'auto rossa. Si ricostruiscono gli episodi a ritroso. A Scopeti erano state viste due auto (anche se separatamente); a Vicchio due auto che fuggivano insieme (vabbé, con molta fantasia); perché Lotti avrebbe dovuto a questo punto inserire una variazione di sua iniziativa? E' normale che ripeta lo stesso schema che ha ottenuto credibilità nei primi (ma cronologicamente ultimi) due episodi. Che poi tre assassini vadano a uccidere con due auto può sembrare strano ma non è impossibile; sarebbe forse la minore delle stranezze.

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    1. Devo dire che Baccaiano, per tante ragioni, rimane una delle chiavi dell'intera vicenda. Ho difficoltà ad ammettere che Lotti non sapesse nulla di suo su Baccaiano, perchè è un'ipotesi che non si legherebbe con la logica processuale complessiva. Perchè, allora, non relegare quell'episodio nell'oblio come fu per quelli pregressi? L'unica spiegazione sarebbe che Egli nulla sapesse di tutta la serie. Ma questo postula l'idea di un mitomane autoelsionista che contrasta con troppi dati certi. Concordo, sulla terza via. E cioè che Baccaiano veda mentire Lotti clamorosamente, perchè lui c'era, ma il suo racconto più vicino al reale avrebbe determinato una nitida ammissione del suo ruolo effettivo in quel delitto e nell'intera serie. Per questo, macchine avvistate a parte, Baccaiano resta il delitto che, più di tutti, depone nel senso dell'unico killer e lascia ipotizzare che questi potesse essere GL.

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    2. Contro questa impostazione che riguarda Baccaiano e che ipotizza che il racconto da testimone oculare sia solo costruito sulla base dei precedenti, a mio modesto modo di vedere, stridono due elementi determinanti: il primo è che, se non aveva assistito a nulla, non si vede perché parlarne da parte di Lotti; meglio rimanersene arroccati sui soli fatti di Giogoli, Vicchio e Scopeti.
      Ma in generale l'idea che Lotti non sappia nulla di quel che dice implica automaticamente che gli inquirenti lo abbiano forzato enormemente (o proprio coartato e manipolato). Il che mi pare davvero difficile da pensare e, sinceramente, un poco dietrologico e svilente per un gruppo di persone che, più male che bene, si sono gettati anima e corpo sul caso per quasi vent'anni. L'unica plausibile risposta su Calenzano è che Lotti racconti sì molto poco e piuttosto male, ma perché ogni altra parola avrebbe mostrato il suo vero coinvolgimento, ben maggiore di quel che egli dichiarò. Questo non porta direttamente alla tesi del Lotti unico Mostro, ma spiega come tutti i suoi racconti, nessuno escluso, si siano sviluppati all'insegna dello sminuire un ruolo che - come la vicenda di Vicchio dimostra - era ben maggiore di quel che si può credere.

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    3. C'è un fatto però che differenzia Baccaiano dai delitti successivi, per i quali Lotti aveva già ammesso il suo coinvolgimento. A Scopeti era stata vista un'auto rossa compatibile col 128 da diversi testi: Ghiribelli, Chiarappa, De Faveri, Galli (con alcune incertezze sul colore) e Carmignani; a Vicchio Lotti si recava con la Nicoletti in un periodo antecedente al delitto; a Giogoli era stata vista una 128 da Giovanni Nenci.
      Su Baccaiano non c'è nulla. Nessuno ha visto l'auto di Lotti. Perché ha confessato di aver partecipato? E cosa differenzia la posizione di Lotti da quella che avrebbe avuto confessando anche di aver avuto un ruolo a Calenzano? Un duplice omicidio (o anche tutti i precedenti) in più non avrebbe modificato di molto l'entità della sua condanna, ma avrebbe reso più coerente il racconto e risolto il problema agli inquirenti. Ne consegue che Lotti non ha ricevuto nessuna istruzione, ma al massimo potrebbe essere stato "fregato" raccontando più di quanto in realtà non sapesse. Al contrario, che il suo racconto sia incompleto per difetto (di responsabilità, dinamiche o quant'altro) mi sembra improbabile.

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    4. Su Giogoli, Baccaiano e Calenzano c'erano le parole di Pucci (18 aprile 1996), il quale costituiva il vero punto debole di Lotti, essendo depositario di certe sue confidenze.
      Quando si erano conosciuti Lotti aveva già ucciso a Borgo, e di quello non gli disse nulla. Non gli disse nulla neppure di Scandicci, quando già lo frequentava da cinque anni, evidentemente non si fidava. Cominciò con Calenzano, dicendogli che sapeva qualcosa. Su Baccaiano gli disse invece di aver assistito, idem di Giogoli. A Vicchio lo portò addirittura sulla piazzola a guardare la coppia che aveva individuato, e infine a Scopeti gli fece vedere i cadaveri. Tutto un crescendo, insomma.
      Questo è quanto ho ricostruito in ipotesi.

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    5. Non pensa che Lotti potrebbe davvero aver raccontato a Pucci che Pacciani e Vanni erano gli assassini (vero o falso che fosse)? Secondo questa ipotesi prima del 2 gennaio potrebbero essersi già accordati sui nomi di Pacciani e Vanni. Nell'interrogatorio del 18 aprile Pucci tira fuori anche il nome di Faggi, che fino a quel momento Lotti aveva detto di non conoscere neppure. Pertanto anche in questo caso è Lotti ad adeguarsi (nell'interrogatorio del 26 aprile) alle dichiarazioni di Pucci.
      A mio avviso, e credo che anche lei lo avrà notato, nell' esprimersi Lotti aveva maggiori difficoltà di Pucci che, pur nei limiti di una bassa istruzione, aveva una discreta proprietà di linguaggio.
      Secondo la sua ipotesi, la Nicoletti poteva sapere qualcosa? Anche a lei Lotti aveva fatto delle confidenze, come disse appunto Pucci?

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    6. C'è un particolare che mi induce a ritenere che Lotti e Pucci non si fossero accordati sui nomi dei due personaggi. Nell'interrogatorio dell'11 febbraio 1996, prima dello scandaloso "confronto" con Pucci, Lotti giocò quasi tutto di rimessa, aspettando gli imbeccamenti di Vigna. I nomi non li volle dire, e se si era già messo d'accordo con Pucci avrebbe potuto dirli. Anzi, a domanda sull'altezza dei due rispose: "Quello che aveva la pistola, mi pare, era più alto. Suppergiù erano della stessa corporatura". Pucci aveva messo la pistola in mano a Pacciani, che era più basso di Vanni.
      Secondo me Lotti si era "vantato" anche con la Nicoletti, dicendole di sapere qualcosa, ma probabilmente lei non lo aveva preso troppo sul serio.

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    7. Mi pare che nelle letture di entrambi, affiori un elemento di condivisione che credo colga nel segno. Lotti, quando comincia il suo percorso di ammissioni, deve tenere in massimo conto la posizione di Pucci, le sue dichiarazioni, quello che egli è in grado di dire e che lui non può sapere con certezza. Questo in fondo spiegherebbe perchè su Baccaiano si senta di dire qualcosa, ancorchè sia il minimo possibile e, ovviamente, fedele alla tesi minimizzante del palo - partecipe marginale. Dei fatti antecedenti il 1982, l'unica spiegazione del silenzio tombale si ha dall'ipotesi che Lotti fosse certo che il Pucci non potesse creargli problemi su quei fatti omicidiari. In linea teorica, seguendo le argomentazioni di Kozincev, si ha che Lotti fu indotto a parlare di Baccaiano dagli inquirenti per rendere il tutto più credibile. Questo però non mi pare decisivo, innanzitutto perchè rimanevano scoperti almeno Borgo e Scandicci (con tutte le ambiguità su Calenzano che costituisce ennesimo problema nel problema); ma poi anche perchè gli inquirenti (reduci dalla tragedia processuale del Processo di appello a Pacciani) sapevano che non conveniva tentare dimostrazioni probatorie velleitarie e temerarie, perchè questo avrebbe indebolito l'impianto del processo che si profilava; non a caso, la strategia processuale muta radicalamente e Canessa e i suoi si concentrano su Giogoli, Scopeti e Vicchio, sui quali soli - dice bene Kozincev - hanno elementi di conferma delle confessioni e delle chiamate in correità. Ora, tutto questo ci dice che se non sono stati gli inquirenti a forzare, se Lotti temeva Pucci su Baccaiano e non sugli altri delitti, si ha di necessità che: Baccaiano non si poteva disconoscere per intero da parte di Lotti, ma era il più duro da rjferire parzialmente, per la dinamica sui generis e per tutto quello che vi era intorno (assai complesso e arduo da far digerire minimizzando le proprie responsabilità).
      D'altra parte, questo ci fa anche capire - secondo me - che Pucci non era stato indottrinato in anticipo dal Lotti in modo diabolico; perchè altrimenti GL avrebbe potuto far credere al Pucci stesso che Baccaiano era opera di Vanni e Pacciani, per intero, come nei fatti doveva aver tentato di sostenere per Calenzano. Insomma, c'è una parte di rompicapo che anche qui non si scioglie: ma rimangono due poli con cui fare i conti. Il Pucci su Scopeti si qualifica come testimone oculare; sul resto parla de relato. Lotti che chiaramente mente e omette (lo dice persino Giuttari candidamente, verso l'epliogo del suo libro "Il Mostro"), doveva avere qualche interesse a interrompere la catena degli accertamenti a Baccaiano.
      La mia ipotesi su cui sto ragionando da tempo è che, a partire da Borgo e fino a Baccaiano, vi era una modalità; da lì in poi si cambia, c'è qualcosa che muta. In definitiva, potrei pensare che Borgo (dove si spara in modo approssimativo e si conosce bene la povera Pettini), Scandicci (in cui il Mostro evolve e si perfeziona) e Calenzano dove raggiunge l'apice della sua freddezza chirurgica, si tratti di opera in solitario. Poi c'è il fallimento (con rischi enormi) approssimativo ed emotivo di Baccaiano. Dopo di che, forse, si può immaginare l'accostamento di altri partecipi o autori alla serie delittuosa. Infine, su Faggi devo dire che i punti interrogativi sono enormi. Liquidarlo in modo disinvolto potrebbe essere stati un errore. Come pure, da ultimo, merita un surplus di ragionamenti la vicenda Narducci, su cui, dato il momento contingente, è bene parlare con prudenza ripartendo da alcuni dati puri (cioè depurati dalla vicenda Dora e dal problema delicato della frattura).

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  39. Un grazie aggiuntivo ad Antonio Segnini che ha riportato proprio il tratto cui mi riferivo io delle dichiarazioni (una sorta di controesame improprio) che videro protagonista il Lotti. Invito tutti a rivedere l'audio su youtube (da 1.07 in poi del video "Giancarlo lotti risponde all'avvocato Filastò", in cui si parte con la vicenda Butini per poi finire alla fatidica lettera) perchè accresce (e di molto) la sensazione che si fosse di fronte a qualcosa di davvero importante, Filastò, peraltro, sembrò per un attimo avere un bagliore di lucidità, fin quasi a cogliere che in quella circostanza si stava diradando la nube istrionica del personaggio Lotti, ma non fu capace a mio avviso di cogliere il momento fatale. Mai come in quella fase, peraltro, si ha conferma dell'intuizione di Fornari: la personalità del Lotti ruota intorno ad un profondo venato di omosessualità, occultato dalla scaltrezza nell'adoperare la menzogna e l'omissione, e nella gestione difensiva di una minorità senz'altro inferiore a quanto si percepiva. Il detonatore di questo equilibrio che fu pernicioso per il processo tutto, stava - lo si vede benissimo proprio in quel dialogo - nel controllo della rabbia e dell'aggressività. Resta evidente poi che il livello di scrittura era tutt'altro che nullo come lo stesso Lotti si affannava a sostenere. Secondo me il mistero trova una sua chiave rispondendo alla domanda: ma perchè questo sforzo di nascondere le proprie abilità? Perchè occultare capacità di cui invece disponeva?

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  40. Al termine di questa analisi complessiva sul Lotti, mi pare si possano confermare alcune evidenze.
    Su Baccaiano, fa una confusione pazzesca su quel che vede, tanto da doversi considerare persino l’evenienza che Egli non fosse sul luogo del delitto (elementi minimi: il parcheggio delle due macchine; i fari sempre spenti dell’auto del Mainardi; la posizione del Vanni e del Pacciani che vengono addirittura descritti come fermi “da quell’altra parte”, cioè - si deve credere – verso il fossetto dove l’auto rimarrà incagliata dopo la manovra); il dopo delitto che pare congelato in una stasi assurda dato il rischio altissimo di essere individuati.
    Su Giogoli siamo al massimo dell’incongruenza: Pacciani che gli mette in mano la pistola; lui che spara “verso il pulmino”, ingenerando, come minimo, la fine dell’effetto sorpresa sulle vittime e la perdita di due o tre colpi dal caricatore (che, invece, risultano andati a segno); per non dire dell’evidente stupidità di Pacciani che lo spingerebbe (senza motivo plausibile) a sparare, moltiplicando i rischi di essere catturati o di non portare a compimento l’opera.
    Su Vicchio, le menzogne evidenti sembrano minori; ma ci sono eccome. Il pedinamento e l’individuazione iniziale della Panda celestina è svolto da lui in prima persona. Questo non riesce a negarlo, il Lotti; e infatti lo riconoscerà anche la verità giudiziaria. Quanto al percorso di allontanamento post delictum, sembra davvero assurdo.
    Su Scopeti, ci sono quantomeno: i problemi relativi alla tenda e al famoso taglio operato dal Vanni; la strana storia di lui che va con il Pucci, facendo “incazzare Pacciani, alla vista di due invece che uno”; la data dell’omicidio che viene fissata la domenica sera (e invece, ormai, si concorda quasi unanimi che dovesse essere sabato, o persino venerdi).

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  41. A tutte queste menzogne conclamate se ne aggiungono altre, per così dire intermedie. Vale citarle: a. il pasticcio sul Vinci e il legame della sua fuoriuscita dal carcere con il delitto di Giogoli; b. la storia per cui Egli (il Lotti) non saprebbe scrivere; c. l’invenzione totale della minaccia basata sull’incontro erotico con il Butini.
    Accanto a queste menzogne conclamate, vi sono tuttavia delle verità che è difficile sostenere gli venissero dettate da terzi: il vetro semi-oscurato del pulmino dei TedeschI, ad esempio.
    Poi ci sono aree di omertà profonde, ma logicamente non giustificabili: lui nulla sa di Borgo San Lorenzo e di Scandicci (è importante notare che la conoscenza con il Pacciani non rimonta, a suo dire, a prima del 1976, dunque l’omicidio del 1974, stando all’impianto logico del Lotti, l’avrebbero commesso gli stessi due - o solo Pacciani - senza che il Lotti c’entrasse nulla); della provenienza della pistola; delle escissioni; delle comunicazioni agli inquirenti che non si esauriscono nel famoso invio della parte anatomica della Muriot alla dott. ssa Della Monica. Su quest’ultima questione, Lotti è poi l’unico ad accreditare la storia della cessione dietro compenso e del medico in macchina a San Casciano, da cui poi sorgeranno immensi problemi laterali e successivi (da Calamandrei, a Narducci).
    Conviene tenere presente, per discernere la verità dal falso, che alcune vittime furono certamente casuali: in particolare, mi riferisco a Baccaiano. Altre certamente furono prese di mira: Vicchio e Scopeti. Giogoli fu frutto di errore, quindi di perlustrazioni parziali, incomplete o fallaci. Mi sento di dire, dopo aver riascoltato l’intero processo ai CDM, che Lotti ebbe certamente un ruolo determinante nella scelta delle vittime. Persino nella ricostruzione prospettata dallo stesso GL non pare mai che Pacciani e Vanni scelgano le vittime in prima persona, se non nell’oscura (e strana) circostanza di Giogoli. Su Scopeti c’è una qualche confusione, ma si desume con chiarezza che Lotti, la tenda l’aveva vista tempo prima e sembra quasi pacifico che sia stato lui ad individuare le vittime, una volta ancora. Conviene ora farsi una domanda: la memoria e le dichiarazioni di Lotti coprono solo gli episodi da Baccaiano in poi, e lui ha ritenuto di dividere la propria posizione processuale dai fatti pregressi di cui dice di non sapere nulla; ora, pur volendogli credere, negli episodi maniacali dal 1974 fino al 1982, chi individuava le vittime? Possiamo solo credere che fossero casuali in tutti i casi (ma nessuno che ha studiato quei fatti lo può ragionevolmente pensare); oppure dovremmo credere che dal 1974 in poi, le vittime fossero scelte dalla coppia Vanni - Pacciani, che poi, ad un tratto, avrebbe accolto il Lotti come selezionatore di coppiette e palo anti-curiosi, nel sodalizio criminale. A me questo non pare credibile, né in punto di verisimiglianza, né in di logica generale e comportamentale.

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  42. Nell'interrogatorio del 16 novembre 1996 c'è una risposta interessante di Lotti: "Un furgone come quello dove erano i due ammazzati nel 1983, lo avevo visto in un altro posto, in una piazza a Scandicci che saprei indicare. Non so se Mario e Pietro lo avevano visto anche loro prima dell'omicidio. Quella sera, come ho detto, mi portarono loro a Giogoli".
    Qui Lotti sembra poco furbo, perché le sue parole lasciano intuire che avesse adocchiato lui il furgone, così come aveva notato la coppia a Vicchio e la tenda a Scopeti. L'ipotesi di kemperboyd è sicuramente valida: Lotti non parlò dei delitti antecedenti al 1982 perché a Pucci non ne aveva detto nulla, a parte che Pacciani e Vanni avevano "morto anche quelli a Calenzano". Si potrebbe però anche fare un ragionamento inverso: proprio perché non ne aveva detto nulla a Pucci e non correva il rischio di essere smentito dal compare, Lotti avrebbe potuto addossare la responsabilità dei delitti precedenti a Vanni e Pacciani (o anche al solo Pacciani), come del resto aveva fatto per Calenzano.
    Nell'interrogatorio del 26 aprile 1996 c'è uno spunto interessante: viene mostrato a Lotti un verbale di dichiarazioni di Pucci, che sul delitto di Borgo aveva detto di aver visto solo qualcosa in televisione. Lotti, dopo aver dato una rapida occhiata, dichiara: "Io del '74 non l'ho detto". Le ipotesi sono sempre le solite: Lotti aveva la coscienza sporca sul delitto di Borgo o temeva di essere "fregato" anche in questo caso?

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    1. La frase "Io del '74 non l'ho detto" suona, isolata dal contesto, come un'ammissione di aver detto altro, che però in quel momento Lotti aveva appena negato. A voler essere partigiani sulla tesi Lotti unico assassino si potrebbe anche pensare che Lotti avrebbe potuto dire invece "Io del '74 non so nulla".
      Purtroppo, in questo come in tutti gli altri casi, il comportamento degli inquirenti è agli antipodi di una corretta indagine. Pare veramente assurdo che prima di sentire la sua campana vengano lette all'interrogato le dichiarazioni sul cui contenuto fino a quel momento è stato zitto, invece di tendergli qualche tranello.
      Questa indagine è stata davvero una vergogna.

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