domenica 6 marzo 2016

Un Mostro poliziotto (1)

Tra le ipotesi che vengono formulate sull’identità del Mostro, o comunque su una sua generica configurazione, quella di un individuo appartenente alle forze dell’ordine ha oggi un grande seguito tra gli appassionati. Ne è incontestabile padre Nino Filastò, il noto avvocato e mostrologo che difese Mario Vanni. Si tratta di una convinzione da lui maturata, probabilmente, proprio mentre si preparava al difficile processo, agli inizi del 1997, ma i cui semi erano già presenti nella visione che aveva della vicenda di Enzo Spalletti e Fosco Fabbri, i due guardoni coinvolti nelle indagini sul delitto di Scandicci. Secondo Filastò il primo aveva visto qualcosa, e si era rifiutato di raccontarlo per paura di ritorsioni da parte di un assassino potente e  intoccabile, il quale, quattro anni prima, aveva già minacciato il secondo. Ecco quanto ne scrisse nel libro “Pacciani innocente”, uscito alla fine del 1994:

Spalletti viene interrogato più volte dai magistrati. Nel corso di un interrogatorio lo scontroso infermiere si lascia scappare una frase sibillina. Con arroganza incongrua apostrofa i magistrati. Essi lo saprebbero bene che lui non c’entra nulla con il duplice omicidio. Parole larvate, ma dense di un significato recondito e inquietante: gli inquirenti lo terrebbero in carcere per stornare l’attenzione da qualcun altro. […]
In seguito si saprà che durante la detenzione di Spalletti alla moglie e al fratello sono arrivati strani messaggi telefonici.

Chi avrebbero dovuto proteggere gli inquirenti accusando Spalletti? La risposta Filastò la trova nelle parole dell’amico Fabbri:

Anche Fabbri viene interrogato di nuovo. Se Spalletti è oscuro nel linguaggio, incomprensibile e quindi sospettabile per la linea difensiva che ha scelto, l’amico Fosco riferisce invece un episodio il cui significato, se fosse stato indagato a tempo debito, forse avrebbe potuto portare qualche lume sul conto di quella losca congrega di cui, come si è visto, parlerà la bellezza di tredici anni dopo nel corso della sua requisitoria finale nel processo Pacciani il pubblico ministero dottor Canessa. […]
Circa quattro anni prima del delitto del campo dell’Arrigo, dice Fabbri, egli fece un incontro stressante. […] A un tratto da un’altra auto scese un uomo alto e robusto. Non sembrava aver voglia di scherzare costui, non tanto per lo sguardo, intenso e minaccioso, ma perché aveva in mano una pistola con cui minacciò il Fabbri.
[…] Cominciò, racconta Fabbri, con un ammonimento: il bravo voyer deve fare attenzione a non molestare, a non avvicinarsi troppo alla coppia, a non essere troppo invadente. Se si comporta così sappia che non commette alcun reato. Non c’è penale a guardare con un minimo di discrezione. Semmai sono i guardati che sono in fallo. Poi se ne sarebbe andato, il singolare viandante boschivo, pago di aver fornito, gratuitamente, tali incoraggianti spiegazioni giuridiche, a parte lo scagazzo dell’arma puntata.
Ma chi era? Fabbri dice che in un primo momento si era presentato come una guardia forestale, ma che in seconda battuta avrebbe detto di essere un poliziotto tout court. Qui l’amico di Spalletti inserisce una sua intelligente deduzione: ci sarebbe da credergli che era un poliziotto, la sua osservazione circa la liceità dello sport voyeuristico non fa una grinza, sotto il profilo penalistico (e non la fa difatti). […] Una persona così addentro a una sottigliezza giuridica di quella specie, bisogna che un po’ di competenza ce l’abbia. Non un uomo della strada, allora, bensì, e appunto, un professionista di quel ramo, poliziotto magari, come aveva detto lui.

Ma nei capitoli finali del libro, dove l’autore fa un ampia descrizione di quelle che a suo giudizio sarebbero state le caratteristiche dell’assassino, di poliziotto non si parla affatto. Evidentemente Filastò non aveva ancora maturato la sua futura convinzione, anzi, doveva trovarsi in una fase di notevole incertezza, come si può desumere dagli accenni possibilisti alla “losca congrega” della quale aveva parlato Canessa, embrione della futura pista dei “Compagni di merende” contro la quale si sarebbe poi dovuto battere in difesa del Vanni.
Tre anni dopo le idee dell’avvocato erano molto più chiare. Lo testimonia questa intervista uscita su “Visto” il 18 luglio del 1997. In ogni caso la teoria completa del “Mostro poliziotto” la possiamo trovare in “Storia delle merende infami”, uscito nel 2005, dove viene anche ripresa la vicenda di Fabbri e Spalleti, sulla quale è il caso di spendere qualche altra parola. I verbali degli interrogatori dei due personaggi non sono mai stati pubblicati, e, almeno a memoria di chi scrive, in nessun altro libro si fa cenno agli episodi riportati da Filastò nei suoi. Quindi dobbiamo fidarci. Però lascia perplessi il fatto che in “Storia delle merende infami” il personaggio che avrebbe spaventato Fosco Fabbri venga descritto con indosso una divisa (“Incontra un tale in divisa. F.C. non sa precisare quale divisa sia, da guardia forestale, ipotizza.”). Ma undici anni prima, in “Pacciani innocente”, di divisa non si parlava affatto, poichè il personaggio si sarebbe soltanto “presentato come una guardia forestale”, e “in seconda battuta avrebbe detto di essere un poliziotto”. Divisa contro parole, insomma. Si tratta di una differenza non da poco, farebbe bene a tenerla a mente chi oggi afferma con tono perentorio che Fabbri sarebbe stato minacciato da un poliziotto.
In ogni caso possiamo liquidare l'intera questione come irrilevante, poiché niente fa pensare che quell’individuo fosse stato il Mostro. L’episodio raccontato da Fabbri risaliva a quattro anni prima del delitto di Scandicci, quindi non è affatto lecito mettere i due fatti in relazione tra di loro. Ancora meno valore ha la velata accusa di Spalleti agli inquirenti, anche dando per scontato che l’avesse lanciata davvero. Non si capisce per quale motivo l’uomo non avrebbe dovuto raccontare di aver visto un poliziotto all’opera, se lo avesse visto, senza rifugiarsi dietro frasi sibilline con le quali non poteva certo sperare di risparmiarsi i quattro mesi e mezzo di detenzione cui fu costretto. Tra l’altro in carcere Spalletti avrebbe rischiato grosso se il Mostro avesse potuto contare su qualche aggancio nell’ambiente giudiziario e avesse temuto la sua eventuale testimonianza. La semplice verità è che Spalletti non aveva visto nulla (vedi), e quella sua frase, se pronunciata, aveva il sapore della disperazione.
Ma in “Storia delle merende infami” Nino Filastò porta molti altri elementi a suffragio della sua teoria, a cominciare da una ricostruzione del modo con il quale l’assassino si sarebbe avvicinato alle proprie vittime.

Riesce sempre a colpire le sue vittime da distanza ravvicinata. Ma come ci riesce? A mio parere, questo è il punto nodale della questione, sciolto il quale non dovrebbero restare molti dubbi su una determinata qualità del mostro. Qualità almeno di genere, nel senso di categoria sociale e professionale.
L’estrema facilità con la quale riesce ad avvicinarsi alle coppie, anche dopo gli allarmi amplificati e i controlli serrati, fa pensare a due dinamiche alternative. La prima è che egli riesca ad avvicinarsi perché non desta sospetti nelle sue future vittime. Qualche cosa di evidente lo connota, segnala la sua natura apparentemente inoffensiva.
La seconda è che, in qualche modo, riesca a rendersi invisibile. Da notare che egli agisce quasi sempre nelle notti di novilunio, cioè al buio totale.
Le due ipotesi non si escludono a vicenda. Forse in qualche occasione si è avvicinato rassicurando le vittime, altre volte senza farsi scorgere, nel caso in cui ha dovuto lasciare la macchina ad una certa distanza.
Esaminiamo la prima ipotesi. Cosa potrebbe farlo apparire inoffensivo agli occhi delle vittime? Esattamente il contrario di ciò che lo potrebbe caratterizzare come potenziale fonte di minaccia. Solo un ruolo visibile in quanto esibito, e una ben determinata qualifica può essere rassicurante in senso opposto: l’aspetto di agente dell’ordine.

Le considerazioni dell’avvocato sono molto opinabili. Tanto per cominciare sarebbe stata una ben strana coincidenza se l’agente o il finto agente, in almeno quattro volte su cinque (Borgo, Scandicci, Calenzano, Vicchio, no a Baccaiano) fosse arrivato addosso alle proprie vittime con il lampeggiante in funzione proprio nel momento in cui esse si stavano preparando a fare l’amore, né prima né dopo. La singolare coincidenza pare piuttosto accordarsi meglio con qualcuno che era già sul luogo in attesa, nascosto tra la vegetazione. E poi, per quale motivo l’assassino avrebbe dovuto annunciarsi prima dell’aggressione? Non a caso agiva sempre in notti quasi senza luna, mentre la coppia era intenta nei preparativi, probabilmente con la luce interna accesa. In quelle condizioni avvicinarsi all’abitacolo di nascosto diventava facile, contando sul buio e sulla complicità di qualche cespuglio, ma soprattutto sulla disattenzione di chi in quel momento si trovava in uno stato di comprensibile eccitamento. In ogni caso l’attacco era fulmineo, e le vittime non avevano alcuna possibilità di reazione. D’altra parte lo stesso Filastò ammette che in alcuni casi il Mostro potrebbe anche essersi avvicinato senza farsi scorgere. E perché allora non in tutti?
Ma proseguiamo con la descrizione di come si sarebbe svolto l’approccio del poliziotto assassino.

Niente di più consueto che imbattersi in un poliziotto in servizio, che fa la sua ronda notturna in funzione anti-mostro, o in quella più generica di controllo di polizia. Niente di più tranquillizzante. Lo si individua già prima di vederne la figura, di notare i suoi gesti e i suoi abiti. In che modo? Dalla macchina da cui discende, accostata a poca distanza da quella dei fidanzati, con l’inconfondibile segnale di riconoscimento: la bolla blu lampeggiante sul tettuccio. Da quella macchina l’uomo avanza con passo sicuro, e i ragazzi, che hanno appena iniziato i preliminari, cercano di ricomporsi pronti a mostrare i loro documenti all’agente in borghese. Quando apparirà la pistola calibro 22 sarà troppo tardi per rendersi conto dell’errore. Il falso, o vero, agente, ha già indotto il giovane ad aprire il vetro del finestrino per mostrare i suoi documenti, per questo è in condizione di sparare a distanza ravvicinatissima, quasi a bruciapelo, senza incontrare, mai, in nessun caso – eccetto la coppia di francesi, che non era in auto bensì in una tenda – alcuna reazione.

La macchinosità dell’operazione immaginata da Filastò è evidente. Non convince né poco né punto un assassino che si presenta in pompa magna, con tanto di luce lampeggiante che lo avrebbe sottoposto al rischio di attirare l’attenzione di eventuali testimoni, dei quali in ogni caso non fu mai trovata traccia. Non è poi chiaro il perché l’individuo, prima di sparare, avrebbe dovuto attendere l’apertura del finestrino. Tanto più che i vetri risultavano infranti dai colpi di pistola. Ma Filastò, per questo fatto, ha una spiegazione differente.

Un altro elemento anomalo che ricorre in quasi tutti i delitti, trova la sua spiegazione solo se si pensa alla volontà dell'assassino di depistare e confondere le indagini per coprire l'identità che lo accomuna agli inquirenti. I finestrini delle macchine, dal lato da cui egli spara, sono sempre completamente frantumati. Se l'omicida avesse sparato a finestrino chiuso, come nella tesi ufficiale della polizia, i vetri dovrebbero trovarsi rotti solo parzialmente.
I proiettili calibro 22, i più piccoli in commercio, è molto difficile che, attraversando un vetro, riescano a distruggerlo senza lasciare nemmeno un frammento in piedi. Del resto è così che è avvenuto col colpo sparato sul parabrezza della vettura di Mainardi, nell'omicidio di Baccaiano. Il vetro del parabrezza non si è frantumato, ma è rimasto visibile solo un foro con le classiche incrinature a raggera. Perchè allora tutti quei finestrini disintegrati? […]
Lo scopo non può essere che quello di non far capire quale sia stata in realtà la dinamica. Il finestrino, sulla richiesta di controllo dei documenti, è stato abbassato, poi, una volta colpite le vittime, l'omicida lo ha richiuso e frantumato con un qualche oggetto contudente: un fazzoletto contenente alcune biglie di acciaio – lo strumento classico dei ladri d'auto – uno sfollagente con l'anima di piombo, la pietra trovata sul luogo del delitto di Calenzano...
Questo per far credere che i finestrini fossero stati gli spari a distruggerli, mentre erano chiusi, e non aperti, come in realtà erano. […]
L'assassino è esperto di indagini. Sa anche come depistare. Il finestrino aperto sarebbe un indizio della sua funzione.

Lo scenario appare sommamente contorto. Per di più, nel portare l’esempio del parabrezza della Fiat 147 di Paolo Mainardi, Filastò dimentica che si trattava di vetro laminato, costituito cioè da due strati con in mezzo una pellicola di plastica. Scopo della tecnologia è evitare che il parabrezza, a eventuali rotture, vada completamente in pezzi, con ovvi pericoli per la sicurezza. I finestrini laterali sono invece realizzati in semplice vetro temperato, il quale tende a scoppiare dividendosi in piccoli frammenti. Tra i più colpi sparati e le successive manovre di apertura della portiera, o comunque di accesso all'abitacolo, si spiega bene il perchè in sede ne erano sempre rimasti pochi. A Baccaiano poi, con il Mostro che secondo Filastò si sarebbe messo alla guida, la preventiva rottura del finestrino, i cui frammenti erano sulla piazzola, non avrebbe avuto alcun senso.
Infine le schegge di vetro che più di una volta colpirono le vittime (almeno a Calenzano, Baccaiano e Vicchio) dimostrano che i finestrini furono infranti dai colpi di pistola.

16 commenti:

  1. ma poi t'immagini un lampeggiante acceso di notte? lo avrebbero notato anche a grandi distanze...mi sembra che mai nessuno , in tutti i delitti , vide una luce blu..a Baccaiano , ad esempio , quella coppia che udi' gli spari o tutti quelli che transitarono nei pressi avrebbero dovuto notarlo un lampeggiante..non credi? ciao Mario

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    1. Direi di sì. Riguardo Baccaiano c'è un avvistamento di qualche ora prima, o del giorno prima, non si capisce bene, ne parlerò nella prossima parte. Ciao.

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  2. E pensare che in giro c é chi sostiene che Vigna era il mostro protetto dalla sua scorta ...

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  3. Ciao Antonio , ho letto ma nn mi ricordo dove che i rilevamenti sul furgone dei tedeschi nn era stata fatta nel campo del duplice omicidio ma in un altro posto pianeggiante forse on un parcheggio... Ne sai qualcosa?

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    1. Il furgone fu portato subito via, il giorno dopo, quando fu ritrovato un bossolo sfuggito alle prime ricerche, già non c'era più. Durante il trasporto uno dei finestrini forato da un proiettile il cui vetro era rimasto in sede come gli altri andò in mille pezzi. Dalla perizia De Fazio: "La distanza a terra del foro sito nel vetro del finestrino anteriore dx. non ha potuto essere misurato in quanto durante il trasporto del pulmino molti dei frammenti di vetro si erano spaccati". Questo ci conferma che le misurazioni furono fatte altrove. Non so però dove.

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  4. Che branco di inetti... ma secondo la logica una caserma ha le stesse caratteristiche di un campo agricolo? E se il mostro era rialzato da una zolla rispetto al furgone ??? Difficilmente un terreno agricolo é perfettamente pianeggiante ...

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  5. Anche l orma rilasciata a Vicchio sulla portiera nn son sicuri che fosse del mostro , forse era di un carabiniere ... é poi parlano di un serial killer dalla mente sopraffina che nn ha lasciato tracce e si é preso gioco delle forze dell ordine Sam... ma forse anche una scimmia appena ammaestrata sarebbe riuscita a nn farsi prendere...

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    1. e' quello che dico da sempre...un mdf che non ha lasciato tracce? non so se ridere o piangere... oggi sulla scena di un crimine vedremmo solo poche persone con tute bianche...non sciami di persone ...quindi de che volemo parla'?

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  6. Ve lo immaginate il mostro poliziotto ammazza 2 persone compie le escissioni e lordo di sangue ritorna sulla macchina della polizia e magari anche al convegno di Vigna come se niente fosse; il poliziotto che antra al convegno pieno di sangue. Sembra un film di Lino Banfi, tragicomico. Il fatto che il mostro conoscesse l'abitazione della Della Monica da da penbsare, per me era uno altolocato della coingrega individuata da Giuttari che aveva delle ottime conoscenze dell'ambiente. Un certo GJ, se dovessi dare un nome sul mostro vero il primo è quello

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    1. Io mi immagino imbecilli che NON SANNO CHE L'UOMO CHE FERMO` FABBRI ERA LO STESSO UOMO CHE VIDE BEVILACQUA .

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    2. Allora, che tu creda a questa leggenda del Mostro poliziotto lo accetto, accetto anche che tu protesti contro chi non la pensa come te, ma modera il linguaggio, qui non siamo su facebook, altrimenti non lascio passare i tuoi commenti.

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  7. ah beh si certo individuato da Giuttari... e magari individuato pure per la domenica a Scopeti.
    fantastico

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    1. Mi fa piacere qualcuno abbia delle certezze su Scopeti, Cochi ipse dixit

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  8. uno dei punti forti di filasto e' che in quasi tutti i casi c'erano i documenti sparsi per terra nel abitacolo (permesso di circolazione, patente, ecc). E' davvero cosi? se si, magari non e' cosi assurda la sua teoria mostro-poliziotto.

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  9. Peccato Segnini che l'uomo che fermo` Fosco FABBRI FU DESCRITTO DI FACCIA ed era lo stesso uomo che vide Bevilacqua . parli di ipotesi e di teorie ma di cose SICURE E concrete come i lineamenti somatici non parli .

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