sabato 20 febbraio 2016

La scatola di cartucce (2)

Segue dalla prima parte

Individuare l’origine delle munizioni usate dal Mostro, armeria, poligono o mercato clandestino che fosse, risultava impresa impossibile, poiché la stragrande maggioranza delle cartucce calibro 22 LR vendute all’epoca erano delle Winchester, come quelle che usava lui. C’era però un elemento dal quale si poteva sperare di estrarre qualche informazione significativa: la lettera “H” stampata sul fondo del bossolo, che poteva essere soggetta a piccoli cambiamenti da un esemplare all’altro, per vari motivi.
Nella prima parte di questo articolo si è visto che nella sentenza Rotella si parla di “accertamenti peritali esperiti nel 1983 e 1984”. Quasi di sicuro il giudice si riferiva alle indagini condotte da Antonio Arcese e Giovanni Iadevito e raccolte in due perizie, una redatta dopo il delitto di Baccaiano, l’altra dopo il delitto di Giogoli. Chi scrive è in possesso soltanto della seconda, dove, riguardo allo studio della lettera “H”, si può leggere: “Null’altro può aggiungersi se non quanto già esposto, in merito, nel precedente elaborato peritale”. Altre indagini sull’argomento furono effettuate da Ignazio Spampinato e Pietro Benedetti una decina d’anni dopo, in occasione del processo Pacciani, quando si cercò di dimostrare, oltre all’incameramento nella Beretta del Mostro, anche l’eventuale compatibilità “merceologica” della nota cartuccia ritrovata nell’orto con quelle usate nei duplici delitti. Anche questa perizia non è nelle disponibilità di chi scrive, in ogni caso la sentenza Ognibene ne riporta un esaustivo riassunto. In più Giovanni Iadevito accennò all’argomento nella sua deposizione del 29 aprile 1994 (vedi). Proviamo pertanto, sulla base di queste fonti sparse e frammentarie, a tentare un chiarimento, azzardando anche qualche ragionevole ipotesi per superare i vuoti informativi.
Con un metodo simile a quello impiegato nel conio delle monete, l’impronta a forma di “H” veniva impressa da una macchina che spingeva i suoi 20 punzoni affiancati, dotati ognuno di una “H” a rilievo, contro altrettanti bossoli (comuni sia alle munizioni ramate che a quelle in piombo nudo). I punzoni erano soggetti a usura, e dopo qualche centinaio di migliaia di impronte (cinque o sei giorni di produzione) venivano sostituiti con altri nuovi. Tutti i punzoni erano prodotti per fusione da una matrice avente la lettera “H” incavata, che a sua volta si consumava e ogni tanto, forse mesi, forse anni, le fonti non lo specificano, doveva essere cambiata. Essendo prodotte a partire da un’incisione manuale, e comunque rifinite a mano, le matrici avevano delle piccole differenze tra di loro, che si trasmettevano ai relativi punzoni e da questi alle impronte finali. Ecco quindi come lo studio dell'impronta poteva consentire di individuare la matrice di origine, e quindi il periodo di produzione.
I principali elementi che rendevano riconoscibile la lettera "H" impressa sui bossoli del Mostro erano due: il segmento orizzontale che univa i due verticali (le gambe) risultava leggermente inclinato, e uno dei quattro segmenti orizzontali in cima e in fondo alle gambe era di spessore minore nella sua parte esterna. Lo si può vedere chiaramente in questa immagine, dove a sinistra c’è un bossolo espulso dalla Beretta del Mostro.


Al momento della sua prima perizia del 1983, Giovanni Iadevito riuscì a rintracciare nei magazzini della Criminalpol una scatola di munizioni “Winchester.22 LR” la cui “H” risultava di forma identica a quella impressa su tutti i bossoli espulsi dalla pistola del Mostro fino a quel momento. E anche negli ultimi tre delitti quella forma non cambiò. La presenza del numero della macchina impacchettatrice impresso sulla scatola consentì di risalire all’anno di produzione, il 1966. Queste informazioni sono desumibili dalla deposizione di Iadevito, (vedi), dove sembra di poter intuire che quella matrice con quei difetti fu presto sostituita. Quindi tutte le munizioni sparate dalla Beretta del Mostro, sia ramate che a piombo nudo, farebbero parte di una produzione collocabile attorno al 1966.
Prendiamo per buone le conclusioni di Iadevito e ragioniamoci su un momento. Se la pistola fosse passata di mano dopo il 1968, il nuovo detentore avrebbe dovuto acquistare una scatola di cartucce ramate di produzione 1966 o giù di lì (quelle utilizzate nel 1974 a Borgo). Il che però non sembra per nulla irrealistico, poiché un negozio poteva benissimo tenere a magazzino un certo numero di esemplari da smaltire nel corso di più anni, mentre il nuovo detentore avrebbe anche potuto comprare le cartucce poco dopo essere entrato in possesso della pistola, quindi quasi contemporaneamente agli assassini di Barbara Locci. Per di più nel 1966 Firenze era stata sommersa dall’alluvione, e i registri di molte armerie erano andati perduti, favorendo la circolazione di armi e munizioni nel mercato clandestino. Molti dei bossoli repertati sulle scene dei crimini recavano chiare tracce di ossidazione, una loro permanenza tra i fanghi dell’Arno potrebbe esserne stata la causa.

Passiamo adesso a un altro elemento in grado di fornire ulteriori informazioni. Oltre a una forma, l’impronta possedeva anche una profondità e una nettezza, variabili in rapporto al grado di usura del punzone che l’aveva impressa, cosicché le impronte prodotte da punzoni nuovi risultavano ben distinguibili da quelle prodotte da punzoni consumati. In teoria lo studio di questa caratteristica avrebbe potuto dare un’indicazione della probabilità che due bossoli aventi un’impronta di forma identica, dunque derivata da una sola matrice, fossero anche stati prodotti o no a breve distanza l’uno dall’altro, e magari essere stati impacchettati all’interno di una stessa scatola. Consideriamo però le centinaia di migliaia di esemplari che un punzone trattava prima di essere dismesso e l’esigua profondità dell’impronta: è evidente che per poter distinguere una differenza di consumo servivano molti più cicli di punzonatura dei 50 necessari a trattare il contenuto di una scatola. Se poi si considera che i punzoni venivano utilizzati in serie di 20, si può senz’altro concludere che migliaia di bossoli condividevano impronte di fatto indistinguibili. Quindi dimostrare l’appartenenza di due cartucce alla medesima scatola da 50 sulla base di profondità e nettezza della lettera “H” impressa sui relativi bossoli è del tutto impossibile.
Pur con i limiti appena evidenziati, la comparazione di due lettere “H” di identica forma potrebbe comunque restituire informazioni utili, non tanto per accomunare più bossoli in una medesima scatola a impronte indistinguibili, quanto per dividerli in scatole differenti a impronte differenti. È probabilmente quanto fu fatto dopo l’omicidio di Vicchio, quando anche la Procura tentò una comparazione dei bossoli da un punto di vista merceologico, chiedendo la collaborazione dei tecnici della Winchester. In questo lavoro fu coinvolta l’Interpol, e i risultati furono decisamente interessanti, ma non pare siano stati utilizzati per come avrebbero meritato, visto che non ne è rimasta traccia, almeno nei documenti emersi. Per fortuna Gianno Bassano, il responsabile della Winchester per l’Italia, rilasciò alcune interessanti dichiarazioni sull’argomento, pubblicate su “La Nazione” del 21 ottobre 1985:

All’Interpol furono esaminati tutti i bossoli raccolti sui luoghi dei delitti, dal 1968 in poi. Nel corso dei controlli comparati, si scoprì che l'H impressa su parte dei bossoli espulsi dalla pistola del mostro era uguale a quella che compariva su proiettili Winchester calibro 22 Long Rifle che facevano parte della campionatura dell'Interpol. Non ci potevano essere dubbi: dalle gigantografie si vedeva chiaramente che le due H presentavano un segno identico, una piccola sbarratura lasciata dal punzone. I campioni dell'Interpol risalivano a prima del '68. I proiettili del mostro non fanno tutti parte di un unico lotto ma di tre lotti. Tutti però prodotti prima del '68. Lo si è visto dai segni lasciati dai vari punzoni: se il mostro infatti avesse comprato le pallottole, o ne fosse entrato in possesso anche soltanto due anni dopo il '68, le H avrebbero presentato altri segni. È un errore sostenere che i proiettili sono antecedenti al '68 solo perché presentano una H sul fondello, munizioni con l'H sono state prodotte fino a pochi anni fa. È stato solo l'esame all'Interpol a stabilire con certezza che il mostro ha sempre sparato proiettili che possedeva prima del delitto del '68.

Come si vede, oltre alla conferma delle conclusioni di Iadevito sull’anno di produzione, l’articolo contiene un’altra informazione molto importante: i bossoli potevano essere raggruppati in tre differenti lotti di produzione, il che vuol dire, con sufficiente certezza, che le varie cartucce utilizzate nel corso di 17 anni erano state estratte da almeno tre differenti scatole. Vari indizi, dei quali tratteremo in un futuro articolo, fanno ritenere che le cartucce in piombo nudo provenissero da una sola scatola, aperta dall’assassino nel 1981 ed esaurita nel 1985. Quindi le altre due scatole avrebbero contenuto munizioni ramate, e non è illogico pensare che una fosse stata usata nel 1968 a Signa e l’altra nel 1974 a Borgo, sia che il detentore della pistola fosse rimasto il medesimo, sia che fosse cambiato.
Alla fine si può senz’altro concludere che non è affatto dimostrato né dimostrabile che pistola e cartucce ramate avessero “camminato assieme”, per usare l’espressione di Lavorino, dal 1968 in poi, e quindi l’ipotesi dell’estraneo che raccolse l’arma da terra non può affatto escludersi.

Addendum: L'intervento sottostante di Henry62, il cui sito riporta un ottimo studio sul presente argomento (vedi), mi ricorda che i bossoli e le restanti parti della cartuccia (proiettile e carica esplosiva) venivano prodotti in differenti fasi di lavorazione, com'è logico, del resto, e successivamente assemblati. Quindi parlare di lotto di produzione della cartuccia non è la stessa cosa che parlare di lotto di produzione del bossolo. In altre parole, almeno in linea teorica, in dipendenza dei metodi di stoccaggio dei semilavorati, poteva anche capitare che differenti lotti di produzione dei bossoli si mischiassero in un unico lotto di produzione dell'intera cartuccia, e viceversa. Alla luce di queste considerazioni potrebbe forse spiegarsi l'anomalia di uno dei bossoli di Signa che, per Iadevito, sarebbe risultato di un lotto a sé, come riporta la sentenza Ognibene: 

[…] il perito dott. ladevito, nella relazione che accompagnava la perizia espletata in occasione dei duplice omicidio Rontini-Stefanacci, poneva in luce come rispetto ai bossoli relativi a tale episodio, uno dei bossoli relativi all'episodio Locci-Lo Bianco (il bossolo Vl) presentava la lettera H impressa, a suo giudizio, da un punzone diverso (vedi relazione citata, pag. 14).

Tutto questo rende naturalmente ancora più difficile poter assegnare due cartucce a un'unica scatola. A meno che le linee di produzione dei semilavorati procedessero in parallelo, senza stoccaggio.
Riguardo invece l'intervista di Bassano, convengo che contiene evidenti approssimazioni, e non è certo possibile in base a essa ipotizzare il numero delle scatole di munizioni ramate. Infatti, se anche nell'insieme della ventina di cartucce di quel tipo fossero stati rilevati due lotti di produzione dei relativi bossoli, ciò non avrebbe implicato anche due lotti di produzione delle cartucce, che invece avrebbero potuto essere tre come uno soltanto. Tuttavia il dato conforta almeno un po' la mia convinzione personale che a Signa e a Borgo fossero state usate due scatole differenti.

18 commenti:

  1. Antonio,
    stai commettendo un errore di fondo, cioè confondi i lotti di produzione dei bossoli con quelli delle cartucce: sono due cose completamente diverse.
    In una stessa scatola di cartucce potevano essere presenti cartucce allestite con bossoli provenienti dallo stesso o da lotti di produzione diversi.
    Se ci pensi, sia le cartucce a palla in piombo che quelle a palla ramata (quindi non solo di due scatole diverse ma proprio due prodotti diversi) potevano utilizzare lo stesso lotto di bossoli.
    La presenza di bossoli di almeno 3 lotti non significa necessariamente che ci siano 3 scatole di munizioni.

    Personalmente avevo trattato l'argomento in questo articolo, pubblicato nel marzo 2009:

    http://mostro-di-firenze.blogspot.it/2009/03/processo-pacciani-studio-della-lettera.html

    Ciao e buon lavoro,
    enrico

    ps: apprezzo molto il lavoro che stai facendo qui e altrove e non te la prendere per gli attacchi che stai subendo e che subirai, io ormai ci sono abituato.
    In questa vicenda ci vuole umiltà e costanza, continua il tuo studio e se posso esserti utile, fatti sentire.

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    1. Ti ringrazio, tu mi hai anticipato di un buon numero di anni.

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  2. in effetti, anche dopo l'articolo di Antonio e il chiarimento di Henry, l'esatto significato, in questo contesto, di "lotto" continua a sfuggirmi. l'unica cosa certa, in quanto confermata da più parti, è che tutte le cartucce furono prodotte (non necessariamente ottenute/acquistate dall'omicida) prima del 1968.

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    1. Per quel che ho capito io, ai fini del tentativo di accreditare un certo numero di bossoli alla medesima scatola, il lotto gioca in questo modo: se due cartucce, per alcune delle loro caratteristiche tra le quali dovrebbe esserci la famigerata impronta a forma di "H", sono ascrivibili a due differenti lotti di produzione, di sicuro non provengono dalla stessa scatola, mentre non vale il viceversa.

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  3. I bossoli delle munizioni 22 L.R. vengono prodotti per lotti e ciascun lotto ha le medesime caratteristiche dimensionali e meccaniche degli altri lotti, cioè sono del tutto intercambiabili per l'assemblaggio delle cartucce.
    Bossoli di lotti diversi sono, ai fini funzionali, del tutto intercambiabili per produrre un certo tipo di munizione e quindi in una scatola di cartucce potrebbero essere presenti cartucce (della stessa scatola) assemblate con bossoli ANCHE di lotti diversi.
    Il lotto di produzione delle cartucce non ha nulla a che fare col lotto di produzione dei bossoli.
    Pensa ad una autovettura: il lotto dell'autovettura non ha nulla a che fare col lotto di candele che vengono montate, a parità di marca e modello.
    Così candele dello stesso lotto potrebbero equipaggiare modelli di automobili diversi della stessa marca.

    Studiare le caratteristiche delle candele per attribuire il lotto di produzione di una autovettura non ha alcun senso, perché il rapporto è molti a molti.

    Nel caso dei delitti del MdF, non sono stati analizzati tutti i bossoli e non è detto che tutti abbiano la medesima caratteristica sulla "H" stampata sul bossolo, ma solo "alcuni", quindi non ha proprio senso fare questo tipo di analisi commissionate a suo tempo dalla Corte.

    Tieni presente che lo stampaggio delle "H" di uno stesso lotto era fatto con punzoni diversi contemporaneamente, non da un unico punzone e, inoltre, un punzone veniva utilizzato per realizzare più lotti di bossoli.

    Ciao

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    1. Henry, sei comunque almeno d'accordo con l'affermazione che i proiettili (almeno quelli esaminati) erano stati prodotti prima del 1968?

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  4. No, Omar Quatar, perché solo alcuni bossoli utilizzati dal MdF avevano la caratteristica rilevata su quelli presenti fra i campioni dell'Interpol.
    E' invece giusto affermare che "alcuni" bossoli fra quelli rinvenuti sulle scene dei crimini erano di produzione antecedente al 1968, per gli altri rinvenuti non sappiamo.
    Aggiungo anche che numerosi bossoli non furono mai rinvenuti, in particolare a Scopeti.

    Ciao

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    1. nel senso che la tua affermazione mi giunge del tutto nuova. secondo te, Henry, quanti colpi furono sparati a Scopeti? più di 9?

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  6. Ciao Antonio volevo sapere quando uscirà il tuo prossimo libro su Lotti...

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    1. Purtroppo non è questo il momento per nuovi libri sul Mostro. La storia è ancora bloccata, vedremo se qualcosa cambierà in futuro.

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    2. Infatti " l' ufficialità " che il delitto di Scopeti nn era sicuramente avvenuto la domenica sera é pasSata inosservata dai media e tv... Ho scritto a quarto grado x invitarli a parlarne ma nn mi hanno neanche risposto, evidentemente i capoccia della bananas repubblik hanno dato il divieto di parlarne x evitare al "bel" paese l ennesima figura di m....!! Cmq noi Lottiani siamo pochi ma buoni...

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  7. Io credo che la pistola è stata venduta da Francesco Vinci a Stefano Mele e sicuramente insieme alla pistola gli ha fornito anche le munizioni.
    Il delitto di Signa è stato compiuto da Mele insieme al fratello e/o il cognato e quella sera hanno poi abbandonato la pistola sul posto per far ricadere la colpa su Vinci. Logico che si erano portati dietro anche le munizioni. Cosa fanno se le tengono a casa?
    Il punto fermo di questo delitto è Natalino. E' impossibile che non si sia svegliato al primo sparo, se l'assassino fosse stato un estraneo il bambino lo avrebbe detto e così avrebbe anche scagionato il padre; un SK che ha appena ucciso 2 persone non ha pietà di un bambino che lo può riconoscere. Fra gli assassini c'era sicuramente il padre ma visto che da solo non sarebbe arrivato neanche sul posto con lui sicuramente c'era uno o più zii di Natalino.

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  8. 1° parte
    Un post interessante sui bossoli che unito alle precisazioni dell'ottimo Henry62, può fare risparmiare tempo a molti suggestionati dalle imprecisioni e castronerie diffuse da giornalisti e inquirenti.Vorrei dare un contributo, non essenziale,sulla ramatura delle palle. La ramatura è un sottilissimo strato che non rende il proiettile più veloce nè modifica l'impatto o la capacità di penetrazione su vetro o lamiera. Serve a sporcare meno la canna e a ridurre (di poco) la possibilità che la palla si deformi o faccia "gioco" per cattiva conservazione/urti. Sono altri i fattori e le modifiche (vietatissime) che possono rendere un .22 più letale ed è da sconsiderati parlarne.
    Su un aspetto della questione "proiettili" mi piacerebbe sentire le considerazioni di chi ha una specifica esperienza con le beretta .22. Questo aspetto è la frequenza e le ragioni per cui potrebbe incepparsi o cmq non espodere il colpo incamerato.
    Premetto che non è il caso di prendere per buono ciò che scrivo senza competenti conferme.
    Pare che l'arma in se sia parecchio affidabile; il punto debole sarebbero i proiettili. La ragione principale dovrebbe essere la percussione anulare degli stessi che in caso di urti, cadute (cattiva conservazione in genere) potrebbe "staccarsi" e inficiare poi lo sparo. Altre deformazioni più gravi potrebbero inceppare completamente l'arma, un proiettile inesploso si dovrebbe espellere "scarrellando" e sparando il successivo, invece un proiettile deformato nella palla o nel bordino del fondello potrebbe richiedere altre più lunghe operazioni per rimettere l'arma in condizioni di sparare.
    Arrivando al mdf. Su circa 60 colpi sparati (escludo Signa), anche con un buona conservazione dei proiettili, almeno 3/4 non avrebbero dovuto sparare (poi in realtà diversi degli inespolsi sparerebbero se ruotati, cosa più agevole da fare con un revolver che con una semi-automatica). All'incidenza degli inesplosi si aggiunge l'incognita degli inceppamenti anch'essa connessa alla qualità e conservazione dei proiettili nonchè alla manutenzione dell'arma. Un altro fattore che da verificare è se la rapida successione dei colpi possa impedire l'esposione di tutti i colpi. Qualora non avessi detto (troppe) fesserie, risulterebbe che il mdf ha avuto fortuna o manuteneva l'arma e curava la scelta dei proiettili. Parrebbe che non abbia avuto questi "problemi" dal numero di colpi sparati, o no?

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  9. 2° parte
    Mi spingo un pò più in là sempre alla ricerca di conferme e/o correzioni. Zuntini sostenne che la pistola usata a Signa era "vecchia, arruginita, usurata" trovando "conferma" in Stefano Mele che aggiunse il particolare della canna lunga. Nel delitto del '74 lo stesso Zuntini non evinse questi elementi (mancava forse la "guida" di Stefano Mele?). Considerò probabili i mod. 73 (che invece è raro) e il mod. 74 e meno probabile il mod. 76 (parecchio usato nel tiro sportivo e che monta la stessa canna, di qualità superiore, del mod. 74 e quindi mi/vi chiedo su quale base li abbia distinti). Zuntini, questo è certo, ha ristretto il campo alle pistole che montavano caricatore da 10 ma mi pare che così facendo abbia lasciato fuori le due beretta .22 "americane", la 101 e la 102 ( prodotte nel 68 ed equivalenti alla 73 e alla 74), di queste mi/vi chiedo quanto fossero diffuse o cmq reperibili in Italia. Un altro dubbio è se possiamo dare per scontata la canna da 150 mm sulla base della penetrazione su muscolo. Sono consapevole che potremmo (anche se non è probabile) trovarci la sorpresa di un'arma d'altra marca o assemblata. Un'ultima considerazione riguarda le probabilità che il mdf abbia avuto questi risultati di tiro con una pistola vecchia, arrugginita, usurata e con proiettili raccattati in un alluvione. Non era l'ultima. La particolarità del percussore che batte molto esterno è causato ragionevolmente da un difetto di produzione o da usura. Potrebbe influire sul numero di proiettili inesplosi? Aumentarne o diminuirne l'incidenza?

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    1. Confesso la mia incompetenza sull'argomento, speriamo che qualche lettore esperto dica la sua.
      Riguardo i possibili inceppamenti, posso dire che nelle ricostruzioni delle dinamiche si apprezzano alcune brevi interruzioni nelle sequenze di sparo, dopo un paio di colpi o tre, che però non paiono dovute a inceppamenti, ma piuttosto, per la loro breve durata, alla necessità di togliere qualche frammento di vetro dai finestrini, oppure, come a Baccaiano, a controllare l'ambiente circostante, nell'erronea convinzione di aver già neutralizzato Mainardi.
      Mi sembra comunque che Zuntini fosse stato un po' avventato nell'ipotizzare a Signa una pistola usurata. Eccesso di zelo, probabilmente, quello stesso che gli avrebbe fatto scrivere un sacco di castroneria nella perizia su Borgo.

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    2. Sì, ci serve un'esperto. Ribadisco che gran parte delle mie considerazioni, senza un'autorevole e puntuale verifica, lasciano il tempo che trovano.
      Le brevi interruzioni però, sicuramente non sono inceppamenti. Alle possibili ragioni delle pause da te esposte (molto probabili) aggiungerei:
      1) proiettile inesploso. Solo un conoscitore di quell'arma (che è priva di estrattore ed espelle solo grazie al gas di scoppio) può dirci se, "scarrellando" tutto indietro, il proiettile inesploso schizza via come un bossolo. Se così fosse, non sarebbe stato agevole recuperarlo. Che mi risulti non sono stati trovati mai proiettili inesplosi sulle scene dei crimini e dobbiamo chiederci se ne fosse valsa la pena, per il mostro, di recuperarli.
      2)Intervalla i colpi per prevenire inceppamenti. Anche qui serve l'esperto per accertarci se la rapida successione impedisce effettivamente di sparare tutti i colpi. Può essere che unisse due utilità; due tre colpi, abbatte il vetro e/o si guarda intorno, poi riprende a sparare e svuota il caricatore senza stressare l'arma.
      La superficialità di Zuntini, forse normale (ambientale?) all'epoca, possiamo darla per scontata.
      L'affidabilità dell'arma appare oggettiva oggettiva. A meno di pensare che le pistole fossero due, e bisognerebbe dimostrarlo, la pistola era ben tenuta. Sempre salvo precisazioni di esperti. Quindi, se Zunini avesse avuto ragione sulla pistola di Signa, dal '74 in poi l'arma era diversa. Ma sappiamo che lo stesso Zuntini, in qualche modo in barba alla sua perizia del '74, escludeva potesse trattarsi di arma diversa.
      Mi scuso per l'argomento parecchio noioso ma basilare e bistrattato. Che la balistica fosse una scienza, nel caso del mdf, si è notato solo dall'arrivo sul caso di Enrico Manieri.

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    3. Ho trovato un elemento che riguarda il proiettile ritenuto su Lo Bianco nel delitto di Signa. La perizia Zuntini (introvabile completa) parla di sei principi destrorsi del proiettile mentre i periti Arcese-Iadevito ne contano, successivamente, solo due destrorse. Anche su questo punto un parere esperto potrebbe aiutare a interpretare il dato.

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