mercoledì 30 dicembre 2015

Skizzen Brunnen (1)


Secondo forse soltanto alla cartuccia trovata nell’orto, il blocco “Skizzen Brunnen” fu considerato dalla sentenza di primo grado una prova schiacciante contro Pietro Pacciani. Gli elementi che convinsero la Corte furono soprattutto due: le dichiarazioni di Heidemarie Meyer che il fratello usava quel tipo di blocco e l’attribuzione della scritta sulla quarta di copertina a due impiegate del negozio Prelle-Shop di Osnabruck.
In un periodo successivo al viaggio di Perugini narrato nel post precedente, fu interpellata anche la collega indicata dalla Stellmacher, signora Lohman, che si disse “sicura” al 50% di essere stata lei a scrivere il numero 424. Per avere maggiori certezze, il GIP dispose una perizia grafologica, affidandola ai due esperti Altamura e Santi Calleri. Le loro conclusioni furono però divergenti: Altamura escluse sia che il 424 fosse stato scritto dalla Lohman, sia che il 4,60 fosse stato scritto dalla Stellmacher, mentre Santi Calleri ritenne verosimile la scrittura del 424 per la Lohman, e possibile quella del 4,60 per la Stellmacher. Fu dunque richiesta una seconda perizia, questa volta a De Marco, Contessini e Lotti, con risultati decisamente più favorevoli alle esigenze della Procura.
Ma potevano bastare le dichiarazioni di Heidemarie e una perizia grafologica condotta su qualche cifra sbiadita scritta a lapis per attribuire la proprietà del blocco sequestrato in casa Pacciani a Horst Meyer? Decisamente no, anzi, un esame sereno di tutti gli elementi porta a escluderlo, come del resto fece il giudice di secondo grado.
Per il momento non entriamo nel merito degli indizi che consentirono di associare il blocco al ragazzo tedesco, ma limitiamoci a esaminare la catena di eventi che avrebbero portato al suo rinvenimento in casa Pacciani durante la perquisizione del 2 giugno 1992. Tra di essi ce ne sono alcuni a probabilità veramente bassa, per compensare la quale si dovrebbe immaginare una gigantesca fortuna degli inquirenti, una fortuna in grado di intervenire fin dal  momento in cui Horst Meyer era partito dal suo paese e continuare anche in seguito.
Innanzitutto, perché Horst avrebbe dovuto portarsi dietro quel blocco? In una vacanza estiva organizzata a bordo di un furgone, quindi con il senso di avventurosa precarietà e conseguenti disagi che esso comportava, non sembra possibile che il ragazzo avesse progettato di mettersi a disegnare. D’altra parte a bordo del furgone non era stato trovato nient’altro che facesse pensare a tale attività, ad esempio dei pennarelli. La stessa sorella ammise nella sua deposizione al processo Pacciani che Horst, da appassionato di fotografia, quando andava in vacanza si portava dietro la macchina fotografica (in effetti ritrovata a bordo del furgone), mentre non le risultava che facesse altrettanto con del materiale da disegno.
In effetti Heidamarie tentò di trovare una motivazione differente per la presenza del blocco a bordo del furgone, ipotizzando che vi fosse rimasto involontariamente. Nei giorni precedenti il viaggio in Italia, Horst stava effettuando un trasloco in un appartamento della città di Munster, dove a fine estate avrebbe iniziato nuovi studi. Secondo la sorella l’operazione sarebbe andata avanti fino al giorno prima della partenza, senza neppure concludersi del tutto, e nel furgone sarebbe rimasto del materiale residuo, e forse anche il blocco. Si tratta di un’ipotesi poco credibile, la quale del resto si inserisce in un contesto di bassa credibilità di tutte le dichiarazioni di Heidemarie.
Supponiamo però, per assurdo, che lo “Skizzen Brunnen” si trovasse, per un caso fortuito, a bordo del furgone. Perché Pacciani lo avrebbe preso? Come trofeo per assassini seriali sarebbe stato davvero atipico, un caso unico al mondo, poiché sono oggetti personali quelli che i tristi personaggi prelevano dalla scena del crimine per tenerli di ricordo: un orologio, un monile, un indumento. In questo caso l’unica motivazione plausibile al prelevamento dell’oggetto sarebbe stata il proposito di usarlo, quindi alla fin fine il suo valore venale. Ma perché portarsi via un blocco da disegno da poche centinaia di lire (e tutte le altre quisquilie ipotizzate) quando nel furgone c’erano anche molti beni di molto maggior valore? Ecco quanto ne avrebbe scritto il giudice di secondo grado:

Se si ha riguardo a ciò che venne trovato a bordo dell'autofurgone del Meyer dopo il delitto, si rileva che la descrizione degli oggetti rinvenuti è contenuta in oltre due pagine del verbale di rinvenimento: c'era di tutto, e non soltanto cose di nessuno o scarsissimo valore, ma anche cose di discreto o di notevole valore, come un'autoradio marca Gelhard con equalizzatore marca Commander, la somma di lire 57.500, quattro monete tedesche, una macchina fotografica marca Olimpus K2 completa di obbiettivo da 50mm., un teleobiettivo marca Kenlock da 210mm., un obbiettivo Olimpus da 28 mm., una scatola contenente un filtro ed una pellicola Agfa 50 F, un rasoio elettrico marca Braun, un portamonete in pelle contenente 171 marchi, un orologio da polso, undici musicassette, un carnet di Eurocheques, tessera Eurocheques intestata al Meyer, tessera Eurocheques intestata al Rusch.
Anche a voler escludere il carnet e le tessere Eurocheques, che verosimilmente l'omicida non avrebbe sottratto perché sarebbe stato troppo pericoloso farne uso, tutti gli altri oggetti sopra indicati, e quasi tutti quelli rimanenti custoditi nel furgone, avrebbero dovuto comunque presentarsi ad un assassino-ladro come più appetibili di un blocco da disegno usato, di un portasapone usato, e di matite da disegno.

D’altra parte l’estremo attaccamento dell’individuo Pacciani al danaro era ben noto. Oltre alla sua taccagneria, parlava il precedente del 1951, quando non aveva esitato a impadronirsi del portafoglio di Bonini.
Ancora una volta, però, proviamo a supporre che sì, per ragioni sconosciute Pacciani si prese quel blocco trascurando altri oggetti di ben maggior valore. Ma perché tenerlo in casa per tanti anni? Dopo aver subito l’interrogatorio e la perquisizione del 19 settembre 1985 dovuti alla lettera anonima, in conseguenza dei quali, secondo la tesi degli inquirenti, avrebbe interrotto la catena dei duplici omicidi per paura di essere scoperto, perché non liberarsi di un oggetto tanto pericoloso? Ecco la sorprendente spiegazione del giudice di primo grado.

È da pensare dunque che il Pacciani in una simile situazione si sia certamente preoccupato di mettere al sicuro e forse anche di distruggere o disperdere le prove più concrete ed importanti dei crimini commessi, come la pistola, le munizioni, forse i feticci, forse anche cose ed oggetti sottratti alle vittime, ma non è affatto detto che egli si sia disfatto di tutto ciò che proveniva o era servito per commettere i delitti. Perché non è affatto certo che egli potesse ricordare esattamente, a distanza di tempo e nel gran bazar delle innumerevoli e più disparate cose che egli aveva accumulato in casa o nei luoghi a sua disposizione, quali fossero con precisione tutte quelle che egli aveva portato via da quei luoghi insanguinati.

Come si vede il giudice immaginò uno scenario che non era mai esistito, con chissà quanti oggetti sottratti alle vittime e che dunque Pacciani non poteva ricordare tutti. Ma non pare proprio che l’uccisore di coppiette si fosse mai portato via qualcosa, se non forse a Borgo San Lorenzo, dove la specificità degli oggetti (orologio, portafoglio e catenina della ragazza) avrebbe costituito una prova inoppugnabile. Guarda caso, se mai li aveva presi, di tutti quelli Pacciani si sarebbe liberato…
Inoltre è bene ricordare che, nel momento in cui fu visto da Perugini per la prima volta nel dicembre del 1991 (vedi), il blocco era custodito in un mobile del salotto, dentro una busta bianca assieme a dei documenti, e non in fondo a un baule pieno di cianfrusaglie. Pacciani quindi non l’aveva gettato da qualche parte e poi dimenticato, l’aveva sempre avuto sotto gli occhi. Si potrebbe pensare che ne avesse dimenticato la provenienza. Certo, in linea teorica quasi tutto diventa possibile, però, considerata l’eccezionalità della circostanza durante la quale il blocco sarebbe stato preso, questa eventualità appare molto improbabile.
Supponiamo comunque che davvero Pacciani avesse dimenticato la provenienza di quel blocco. A un certo punto però, secondo la ricostruzione dell’accusa, in seguito all’interesse mostrato dagli inquirenti, di quella provenienza si sarebbe ricordato. E avrebbe cercato un rimedio andando a ricopiare sui primi fogli degli appunti datati 1980 e 1981, quindi in data anteriore a quella del delitto dei tedeschi, il che avrebbe dovuto metterlo al riparo dal sospetto che il blocco fosse stato preso dal loro furgone. Ma per quale motivo Pacciani non avrebbe semplicemente bruciato l'oggetto dentro la stufa, una volta resosi conto dello scampato pericolo, preferendo invece quel contorto rimedio? Ecco un'altra delle incredibili spiegazioni fornite dalla sentenza di primo grado.

Invero, se ci si cala per un momento nella mentalità sospettosa e diffidente dell'imputato, non pare affatto fuor di luogo ritenere che costui, resosi conto che il blocco SKIZZEN BRUNNEN era stato controllato dalla P.G. e dai dirigente di questa e suo acerrimo nemico dott. Ruggero Perugini, che tutto era stato filmato e, dunque, documentato, ma non era stato invece, contro ogni aspettativa, sequestrato, nonostante la copertina rivelasse chiaramente la provenienza tedesca dell'oggetto, abbia potuto pensare alla predisposizione di un possibile "trucco", di una sorta di imboscata ai suoi danni nel caso in cui egli lo avesse fatto sparire: insomma all'uso dei blocco come possibile esca per attirano in una trappola senza scampo. Da qui il motivo per cui egli, invece di disfarsene, lo avrebbe a sua volta "truccato", trasferendovi quelle annotazioni di data anteriore al 1983 che lo avrebbero posto al riparo da ogni sospetto in relazione all'omicidio dei tedeschi: ciò che sembrerebbe indirettamente confermato dal fatto che il Pacciani teneva il blocco nella stessa busta dove custodiva i valori, come qualcosa dunque di importante, mentre poi all'atto della perquisizione del 2 giugno 1992 esso non era più dove l'aveva visto originariamente il dott.Perugini, ma, come riferisce il m.llo Minoliti, venne rinvenuto sul cassettone biblioteca del salotto dentro una busta di plastica che conteneva anche altri fogli ed era sotto un grosso vaso con all'interno dei ceci (fasc. 73, pag. 24 e s.), segno evidente che il blocco era stato adoperato e poi collocato in un posto diverso.

La sentenza ritiene dunque che Pacciani si sarebbe insospettito per aver visto gli inquirenti, durante la perquisizione dal 27 aprile all’8 maggio, filmare il blocco senza sequestrarlo, immaginando qualche trucco. E pertanto, invece di cadere nella loro trappola liberandosi dell’oggetto, avrebbe deciso di contrapporre trucco a trucco, architettando l’espediente degli appunti. Non si comprende però di quale trappola si sarebbe potuto trattare, poiché, dopo un bel falò dentro la stufa, del blocco sarebbe rimasto soltanto un filmato privo di valore.
Tra l’altro si deve notare che l’ipotesi della sentenza che colloca la ricopiatura degli appunti in un momento successivo alla maxiperquisizione non si accorda con quanto Perugini scrisse nel suo libro, raccontando le circostanze del sequestro: “Io lo so già da un pezzo quello che c'è scritto sulle prime pagine, è stato proprio per ciò che l'avevo scartato durante l'altra perquisizione”. A quale “altra perquisizione” si riferiva Perugini? Non sembra che dall’8 maggio al 2 giugno la casa di Pacciani, in via Sonnino, fosse stata sottoposta a una perquisizione. Forse, come in molte altre circostanze, per esigenze letterarie nel suo libro Perugini aveva un po’ arrotato i fatti.
A questo punto tiriamo le fila di tutti i discorsi precedenti, con un empirico ragionamento che è poco più di un gioco ma rende l'idea. Cominciamo con l'aprire una piccola parentesi di matematica elementare, riflettendo sul valore di probabilità di più eventi concatenati: esso decresce sempre più rapidamente via via che il numero degli eventi aumenta. Per fare un esempio, quale può essere la probabilità che la prima persona incontrata uscendo per strada sia una donna? Più o meno il 50%. E che sia anche bionda? Supponendo in un terzo il numero delle donne bionde sarà un terzo del 50%, cioè più o meno il 17%. E che inoltre abbia tra i 30 e i 40 anni? Supponendo in un quarto le donne in quella fascia d’età che se ne vanno in giro per la strada, avremmo un quarto del 17%, cioè poco più del 4%. E che sia alta più di un metro e 70? Considerando che soltanto il 10% delle donne italiane superano quell’altezza, il nostro 4% diviene 0,4%. Come si vede, la probabilità che la prima persona incontrata per strada sia una donna bionda tra i 30 e i 40 anni alta oltre un metro e 70 è irrisoria: 4 su 1000. Se avessimo preso in considerazione singole probabilità molto più basse (come ad esempio che fosse straniera, oppure con i capelli corti e così via) saremmo giunti a una probabilità finale praticamente nulla.
Proviamo adesso ad assegnare delle probabilità ai quattro fortunati eventi, discussi in precedenza, che avrebbero consentito a Perugini di sequestrare un blocco da disegno appartenuto a Horst Meyer in casa Pacciani. Questa è la mia benevola valutazione:

·         Che il ragazzo avesse dimenticato il blocco nel furgone: 20%.
·         Che Pacciani lo avesse preso tralasciando il resto: 20%.
·         Che Pacciani si fosse dimenticato di buttarlo dopo la lettera anonima: 10%.
·         Che Pacciani avesse preferito ricopiare gli appunti al posto di bruciarlo: 30%.

Abbiamo quindi una probabilità concatenata di 0,2 x 0,2 x 0,1 x 0,3 = 0,0012 corrispondente a 12 possibilità su 10 mila! Perugini insomma avrebbe dovuto ricevere un mostruoso aiuto dalla dea Fortuna.
Vedremo nelle prossime puntate che in realtà il blocco non era appartenuto affatto a Horst Meyer, anche se Pacciani quegli appunti li aveva ricopiati davvero.

61 commenti:

  1. ciao,
    ti aggiungo un pezzetino... :)

    le perizie calligrafiche han detto che i 6 (424 e 6,60) numri erano stati scritti dalle due impiegate del Prelle-Shop:
    ossia:
    - 3 numeri a testa !!!!

    Ma basta leggere un minimo di indicazioni su come si fanno quel tio di perizie, per rendersi conto dell'assurdità della possibilità di poter giungere ad una conclusione peritale a partire da appena tre cifre scritte in numero a testa

    NOTA:
    ---analisi del tracciato grafico---

    • Valutazione della coerenza ritmica negli impulsi e controimpulsi.

    • Individuazione delle costanti grafiche (segni grafologici).

    • Ricerca dei grafismi incoercibili (gesto fuggitivo).

    • Individuazione delle eventuali patologie grafiche (coerenza disgrafica).

    • La metodologia grafometrica si basa infine su
    misurazioni e quantificazioni di parametri rilevabili in termini di:
    - frequenza e intensità relativi a più dimensioni (altezza, larghezza, profondità;
    - direzione e grado di inclinazione;
    - orientamento spaziale ecc...) sia in valore assoluto sia in termini relativi.


    Però se il "risultato" dà addosso al Pacciani....ah, ok: 3 cifre a testa bastano e avanzano :(

    HzT

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  2. Blog stupendo e davvero molto ben documentato ed equilibrato. Una sola considerazione quando si parla di probabilità. Premetto che anche io dubito che il blocco appartenesse alle vittime e fermo restando le corrette considerazioni che ho letto, a volte bisogna stare attenti a non mescolare il senso comune con la matematica delle probabilità. Un paio di esempi: si prenda una monetina e la si lanci 20 volte annotando a ogni lancio il risultato: t per testa e c per croce. Alla fine potremmo avere un risultato simile a questo. tcctttctctccttccctct. Adesso fermiamoci un momento e meditiamo su questo risultato. Niente di speciale vero? Eppure stiamo contemplando un autentico miracolo, il materializzarsi dell'impossibile. Quella sequenza si poteva verificare soltanto una volta ogni due milioni e mezzo di miliardi di prove (per la precisione 1 ogni 2432902008176640000). Da questo dovremmo forse dedurre che quella sequenza non si è verificata? Ovvio che no. E quale sarebbe la probabilità per una coppietta di essere massacrata da un freddo assassino in una notte estiva prefestiva senza luna? Infinitesimale. Ma è successo otto volte. Va bene, dunque, il calcolo delle probabilità, ma l'evidenza a posteriori vince sempre (o come dice il saggio "Il senno di poi è una scienza esatta"). Certo, in mancanza di evidenza positiva le cose possono essere ponderate anche con il calcolo delle probabilità, ma solo perché questo campo di sfida con la realtà è stato scelto per primo da colui che l'evidenza avrebbe dovuto provarla e non ci è riuscito. Ma è comunque un'arma a doppio taglio. Meglio quindi non addentrarsi su quel terreno scivoloso ed attenersi per quanto possibile ai fatti provati per vedere dove possono condurre.

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    1. Il calcolo della probabilità composta è quello che ho descritto, e quindi, dato per approssimativamente vere le singole probabilità, è anche vera quella finale. Tu però dici, in pratica, "cosa fatta capo ha", cioè se Pacciani aveva quel blocco vuol dire che la sequenza di probabilità era comunque andata verso la conclusione improbabile che aveva consentito a Perugini di trovarsi con in mano quella prova. Il che sarebbe vero se la conclusione fosse stata una certezza (genuinità della prova), come la sequenza del lancio della monetina, in cui la sequenza è vera. Ma la conclusione non era affatto una certezza, quindi, visto che al blocco di marca Skizzen in mano a Pacciani si poteva arrivare per vie differenti, come quella ad esempio di averlo raccolto in una discarica, ha senso valutare la probabilità che fosse arrivato dal furgone, se non altro come termine di confronto con altre. E allora, che Pacciani avesse trovato il blocco in una discarica può essere anche a probabilità bassa, visto la marca tedesca, però si tratterebbe di un evento che basta da solo a giustificare il successivo sequestro. Quindi niente moltiplicazioni per altre probabilità con drastico abbassamento di quella finale. Mentre nel caso di provenienza dal furgone dei tedeschi, si sarebbe dovuta verificare una concatenazione di eventi ognuno dei quali, preso da solo, appare improbabile. Messi tutti assieme suonano in pratica a probabilità zero.

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    2. Per finire. Sono d'accordo che quel che conta sono le prove, quando però sono certe. Nel caso di prove così e così, come quella del blocco, valutarne la probabilità completa il loro valore, modificandone il peso.

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  3. Non c è solo la testimonianza che non lascia dubbi della sorella e la perizia grafologica sui numeri sul retro.. C è anche una perizia grafologica sul testo scritto da Pacciani che risulta essere una scrittura interrotta come nella copiatura, poi anche scritte in tedesco che hanno lasciato il calco sui fogli sottostanti, poi c è il fatto che il blocco fosse benissimo conservato per cui era impossibile si trovasse in una discarica, infine ciò che accadde in aula quando per la prima volta durante il processo Pacciani davanti a heidi crolla, piange, si sente male o finge di sentirsi male e chiede un interruzione. Gli indizi su Pacciani colpevole sono migliaia non può sempre trovare la sua spiegazione di fantasia e fare i salti mortali in tutto questo blog per discolparlo e sostenere la sua completamente inverosimile idea di lotti assassino unico.

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    1. Cosa vuole che le dica, rispetto la sua opinione su Pacciani ma ritengo che la mia sia molto ben motivata.

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    2. Anche io rispetto la sua anche se ne ho una completamente diversa che vede Pacciani implicato e colpevole, ma a parte questo mi pare che si riportino i fatti in modo un po'fazioso e alcune sue giustificazioni anticolpevoliste mi sembrano delle forzature inverosimili.

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    3. Non credo proprio di aver riportato forzature anticolpevoliste nei miei scritti. Se vuole presentarmene qualcuna, anche soltanto una, accompagnata però dalle sue ragioni e non soltanto da un giudizio sommario, sono senz'altro disposto a discuterne.

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  4. Ad esmlio omete dalla dettagliata descrizione dei fatti quelli che le ho menzionato prima (scritte in tedesco in calco, perizia grafologica che giudica una copiatura gli appunti, malore di Pacciani di fronte a quella che probabilmente pensava essere una prova schiacciante contro di lui), insomma lei omette qui e spesso nel blog fatti non favorevoli alla sua tesi. Tende poi a disinnescare acrobaticamente ogni indizio contro Pacciani con spiegazioni fantasiose (come può un blocco di fogli bianchi che è stato buttato nella spazzatura essere pulito e perfetto?), e ogni testimonianza contro di lui o è frutto di complotto o di corruzione o di ottusa volontà di trovare un colpevole a caso, come in questo caso per quale ragione Heidi dovrebbe mentire sul blocco ? Far arrestare un innocente la farebbe star meglio?

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  5. Ho la netta impressione che lei abbia letto solo questa prima parte dell'articolo, ce ne sono altre tre, nelle quali rispondo ad alcuni dei suoi rilievi, a parte quello delle scritte in tedesco, che mi pareva talmente pretestuoso da non meritare più di un cenno, anche perchè mi pare che la stessa sentenza dell'iper colpevolista Ognibene lo abbia ignorato. In ogni caso, come primo, le espongo il mio punto di vista anche su quello.
    Innanzitutto inizierei col farle notare che il blocco riportava la scritta "Skizzen" non a caso. Non era un blocco per appunti, era un blocco da disegno, di carta pregiata priva di righe. Ora mi domando per quale motivo il povero ragazzo tedesco avrebbe dovuto utilizzarlo per prendere degli appunti, se lo aveva comprato, essendo uno studente di grafica, per farne l'uso opportuno, cioè dei disegni. Poi non mi pare che siano state evidenziate delle scritte in tedesco. Mi pare che in dibattimento sia emersa la presenza di una presunta "W", lettera certo rara in italiano, ma facilmente scambiabile con una "M" nella scrittura manuale, se non inserita all'interno di un vocabolo.

    Sulla ricopiatura degli appunti ho già detto la mia nella quarta parte del mio articolo. Anche per me Pacciani li aveva ricopiati da originali precedenti, però non concordo sulla motivazione data dalla sentenza di primo grado. Mi pare davvero assurdo vedere il furbo contadino che, invece di distruggere il blocco, attua quel contorto sistema che avrebbe dovuto allontanare da lui i sospetti. A mio giudizio si trattava semplicemente di un modo per evitare il sequestro del blocco.

    Sul malore di Pacciani non ho niente da dire, ci mancherebbe altro se le prove per mandare in galera una persona fossero queste...

    Sullo stato del blocco. Per quale motivo Pacciani avrebbe potuto raccoglierne soltanto uno in pessime condizioni? Bastava che il blocco fosse stato messo dentro uno scatolone assieme ad altri oggetti nell'ambito di uno svuotamento di una cassettiera, ad esempio, e qualche giorno o anche settimana di discarica non lo avrebbe danneggiato, almeno nella buona stagione.

    Infine la sorella del ragazzo. Certo, credo anch'io che non avrebbe voluto mandare in galera un innocente, ma di fronte a lei si erano presentati investigatori più che sicuri di aver messo le mani sull'uomo giusto, quindi è comprensibile che la donna si fosse attaccata alla certezza di avere finalmente un po' di giustizia, per lei e per i genitori. Ma proprio per questo le sue testimonianze andavano prese con molta prudenza. Certamente mentì sul fatto che il blocco da lei consegnato fosse stato comprato dal fratello, poichè non era compatibile il prezzo, che probabilmente aveva scritto lei stessa sbagliando. Infine, e poi mi fermo, per quale motivo la donna non fu in grado di portare neppure un foglio Skizzen con un disegno di mano del fratello, ma portò soltanto disegni suoi? Ma come, il fratello preferiva disegnare su quei blocchi e neppure uno dei suoi disegni le era rimasto?

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    1. Sarebbe stato interessante sottoporre a perizie grafologiche anche le cifre sul retro del blocco consegnato dalla sorella di Meyer agli inquirenti italiani, dato che la Stellmacher aveva avuto la netta sensazione di aver scritto anche quella doppia cifra (10,20). Il numero d'ordine del blocco consegnato dalla Meyer risultava dalle fatture 47450: è stato accertato se era compatibile anche con l'anno 1992, per escludere che la donna lo avesse acquistato (spontaneamente o sollecitata dagli inquirenti) frettolosamente in modo da rafforzare un indizio così incerto? Non mi pare una circostanza di poco conto.

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    2. Non ricordo di aver letto qualcosa sulle fatture 47450, potrebbe indicarmo dove reperire l'informazione?
      In ogni caso capisce bene che anche soltanto la coincidenza che in entrambi i blocchi non sia stata usata l'etichettatrice fa cadere il loro valore di prova. Era stato un perverso scherzo del destino a farla guastare in entrambi i casi (a distanza di anni visti i prezzi diversissimi)?
      E perché la parte codice nel caso del blocco della donna non c'era?
      A mio modesto parere, questa storia dello Skizzen Brunnen è un insulto alla logica, un obbrobrio dal quale la nostra storia giudiziaria dovrà prendere le distanze, prima o poi.

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    3. Sul numero d'ordine delle fatture ho letto qui:https://mostro-di-firenze.blogspot.com/2013/03/processo-pacciani-le-fatture-dei.html
      Nella sentenza di Ognibene il giudice sottolineava il fatto che le cifre indicanti il prezzo si trovassero nello stesso punto: "Si noti che tale doppia cifra, separata da una spaziatura invece che dal trattino trasversale, non solo è scritta anch'essa a matita, ma è apposta anche nello stesso punto, all'estrema sinistra in alto, in cui figura quella analoga sul blocco sequestrato all'imputato." Secondo me più che giudiziario l'obbrobrio sarebbe investigativo: le testimonianze compiacenti raccolte dalla polizia tedesca e dagli inquirenti italiani avrebbero tratto in inganno i giudici, colpevoli di fidarsi dei testi (che per legge dovrebbero dire la verità).

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    4. La vena colpevolista che percorrre la sentenza Ognibene è quanto di più lontano ci si dovrebbe aspettare da un giudice, lo affermo da semplice cittadino che potrebbe trovarsi, per qualche disgraziata circostanza, nei panni dell'innocente condannato sulla base del nulla. Mi sono bevuto le puntate di "Sono innocente" su RAI 3, e gli esempi di assoluta insipienza da parte di alcuni tribunali fanno rabbrividire. Se per un momento ci dimentichiamo che Pacciani era lo sporcaccione che era, la sua condanna si pone su livelli analoghi: sulla base di un teorema privo di dimostrazione un uomo venne destinato al carcere a vita.
      Ma veniamo al blocco della sorella, del quale 47450 era il codice articolo. Scrisse Ognibene, commentando le due scritte a matita. "è evidente che all'interno della ditta veniva apposto, per lo meno in una certa epoca, quel particolare contrassegno a lapis". In una certa epoca? Ma se i prezzi erano anni luce distanti... O il giudice era in malafede, oppure la sua vena colpevolista gli aveva ottenebrato la capacità di ragionamento.

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    5. Dimenticavo: nessuno al Prelle Shop ricordava quel particolare modo di contrassegnare gli articoli nell'intorno dell'epoca del delitto, infatti venne invocata la rottura della etichettatrice, che Perugini nel sue libro benedice come un dono dell'Onnipotente!!!

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    6. I prezzi erano anni luce distanti anche perché si trattava di blocchi di diverse dimensioni, e quello consegnato dalla Meyer era molto più costoso, come si evince dalle fatture relative ai blocchi venduti. Ma il problema, come lei sa, è dato dalle testimonianze delle commesse del Prelle-shop, Stellmacher in primis, e dalle perizie dei grafologi, tanto è vero che lo stesso Ferri fu costretto a un'acrobazia per mettere insieme il tutto, ipotizzando la probabile provenienza del block notes dal Prelle-shop, nonostante le contraddizioni che lei ha rilevato (a cominciare dal codice 424 segnato a mano e inspiegabile per un negozio di quelle dimensioni).

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    7. Dalle fatture rintracciate da Bevacqua si scopre che nel maggio '82 il blocco Pacciani veniva venduto a 5,90 DM e quello Heidemarie a 9,20, nell'ottobre '83 il blocco Pacciani a 6,40, quello Heidemarie a 10.
      Ora se si pensa che i due prezzi segnati a matita erano 4,60 e 10,20 si comprende bene come da una parte si debba arretrare un bel po' per arrivare al prezzo del blocco Pacciani, dall'altra si debba avanzare ancora un po' per arrivare al prezzo del blocco Heidemarie. Secondo i miei calcoli si arriva a un intervallo di almeno sette anni. Quindi, e lasciamo perdere il codice che una volta c'era e una no, o per sette anni si era andati avanti a segnare prezzi a matita, oppure si era rotta l'etichettatrice in entrambe le occasioni. Faccia lei, in ogni caso si rischia di cadere nel ridicolo logico.
      Mi pare evidente che le impiegate del Prelle Shop colsero al volo l'occasione per poter raccontare ai loro nipotini quanto fossero state brave a far incastrare quello che era stato presentato loro come un certissimo colpevole dei duplici delitti di Firenze, mentre i consulenti grafologi si fecero in quattro per soddisfare le aspettative di chi aveva dato loro un lavoro.
      Riguardo Ferri che dire? Secondo me sul blocco gli mancò o la lucidità necessaria per evidenziare il completo inganno oppure il coraggio di denunciare anche quello insieme ad altri. Rimane comunque la parte meno convincente del suo lavoro, poichè accettare la possibilità che il blocco fosse stato venduto dal Prelle Shop voleva dire dare anche per quasi certo il fatto che Pacciani lo avesse preso dal furgone, talmente improbabili risultavano gli altri scenari.

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    8. In effetti per sgonfiare l'indizio sarebbe bastato a Ferri rimarcare l'inattendibilità delle spiegazioni fornite dal titolare del negozio e dalla Stellmacher per giustificare il codice 424. Perché dare tanto credito ai grafologi e alla stessa Stellmacher nel riconoscimento della sua calligrafia? Riguardo il codice dell'articolo, accertare il periodo in cui veniva utilizzato (47450 per il blocco consegnato dalla Meyer, 47550 per quello sequestrato a Pacciani) sarebbe stato utile, non le pare? Se lo Skizzen della donna era contrassegnato con quel codice solo negli anni Ottanta (quando Pacciani era un perfetto sconosciuto per tutti), la sua buona fede sarebbe salva; ma se fosse stato in uso anche nel '92, allora si potrebbe pensare a un vero imbroglio orchestrato in maniera diabolica. A meno di non credere, nel primo caso, che la ragazza se lo fosse procurato da qualche conoscente o chissà in quale modo. Ma mi sembrerebbe uno scenario improbabile.

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    9. Ma sul blocco della ragazza non era stato inserito nessun codice. Poi attenzione, perché i codici presenti sulle fatture d'acquisto del Prelle Shop, che sono quelle rintracciate da Bevacqua,sono i codici del fornitore, che non so come si chiamasse perché non si riesce bene a capire, non quelli del negozio. Non è il mio settore, ma credo che oggi con i codici a barre si abbiano codici universali, validi per tutti e comunque univoci, allora non era così. Quindi il 47550, che per la ditta produttrice contrassegnava il blocco tipo Heidemarie, al Prelle Shop diventava un'altra cosa. Dalla sentenza di primo grado, dove si tratta dell'argomento, sembra di capire che fino al 1982 al Prelle Shop non esistevano veri e propri codici, ma sigle che identificavano tipologie di prodotti. Forse in quell'anno si ebbe l'informatizzazione, con la scelta di codici univoci della cui nomenclatura però la sentenza nulla dice. In ogni caso quel 424 non ne poteva far parte, non era un codice.

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    10. Non mi sono spiegato bene in effetti. Intendevo riferirmi al codice articolo, che per il fornitore identificava il blocco Skizzen: quello Heidemarie (47450) era appunto simile a quello che identificava il blocco Pacciani (47550), essendo lo stesso tipo di articolo. La ditta produttrice di quei blocchi pare fosse Baier & Schneider di Heibronn (da cui si riforniva forse direttamente il Prelle-Shop). Come si arrivò a stabilire che il blocco sequestrato a Pacciani era stato posto in produzione nel periodo 1974-1986 (proprio dal numero d'ordine in questione mi pare di aver capito, "47550 sinora n. 1953"), non era possibile stabilire quando fosse stato prodotto e distribuito il blocco consegnato da Heidemarie? Il numero assegnato dal fornitore all'articolo non consentiva di individuare il periodo di produzione?

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    11. Se ho capito bene, da quanto scrive Henry62 in https://mostro-di-firenze.blogspot.com/2010/02/pacciani-ed-il-blocco-da-disegno.html il blocco Pacciani veniva prodotto già prima del 1974, ma il fornitore non era informatizzato, quindi il codice sintetico con cui veniva identificato nelle fatture (1953) era un semplice progressivo. A partire dal 1974 venne informatizzata l'azienda, e fu scelto un codice strutturato a cinque cifre, in cui le varie parti costituivano una classificazione. In ogni caso tutto questo non aiuta, quello che conta è il codice assegnato dal Prelle-Shop che andrebbe confrontato con il 424 del blocco Pacciani. Ma al Prelle Shop quel codice non era mai stato utilizzato, mi sembra evidente, e la spiegazione di un tentativo di codificazione poi rientrato suona come una presa in giro. Credo che persino un giudice e un investigatore poco a loro agio con le materie informatiche non ci avessero creduto.

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    12. Scusate, ma non credo proprio che il 424 sia il numero merce come supposto in sentenza. Come dice Westerhoft in prima istanza i codici erano 2B o simili e sono infatti i codici che troviamo in fattura accanto al prezzo al pubblico (VK, abbreviazione di Verkaufspreis). Questi codici si ripetono in tutte le fatture: 2X, 2B, 1B. La spiegazione del 424 è cervellotica e semmai avrebbe dovuto esserci scritto 2X come sulle fatture. mentre sull'album presentato da Heidemarie a quanto pare non c'è alcun codice e può ben provenire dal prelle Shop. Quindi devo dare - a malincuore - r4agione ad Antonio. A malincuore non in quanto mi scoccia dargli ragione, ma perché sullo Skizzen Brunnen avevo puntato molto anch'io. Però, o il 424 ha un'altra spiegazione (ma sarebbe venuta in mente a proprietario e impiegate) o l'album non venne acquistato al Prelle Shop.

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    13. Anche per me non venne acquistato al Prelle Shop: l'ostacolo del codice mi sembra difficilmente superabile altrimenti. Nell'articolo di Henry62 in cui sono mostrate alcune fatture (https://mostro-di-firenze.blogspot.com/2013/03/processo-pacciani-le-fatture-dei.html) si nota una cosa interessante: nelle fatture del 1982 accanto ai blocchi del tipo Meyer e Pacciani troviamo rispettivamente i numeri 1954 e 1953; nelle fatture del 1983 e 1984 non ci sono più i codici numerici ma le dimensioni dei blocchi (rispettivamente 24x34 cm e 17x24 cm). L'unica spiegazione possibile per il 424 è proprio quella ipotizzata da Segnini (4 per l'articolo, 24 per la lunghezza): molto probabile che fosse in uso in un piccolo negozio anziché al Prelle-Shop. Purtroppo non abbiamo la prova che taglierebbe la testa al toro: uno o più blocchi Skizzen venduti dalla ditta Prelle prima del 1982. Se invece delle fatture fosse stato possibile reperirne almeno uno, quasi certamente non avremmo trovato il codice 424 e i dubbi sarebbero svaniti.

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    14. A me pare che anche le due grafie differenti per codice e prezzo siano indice di vendita tramite una normale cartoleria, come ho spiegato.
      In ogni caso le considerazioni che il blocco induce a fare vanno ben al di là del suo nullo valore di prova. L'elevazione di quel blocco a livello di prova regina, assieme alla cartuccia, ci fa vedere quanto sia facile per chi amministra la giustizia creare un colpevole partendo da un innocente, che Pacciani fosse davvero innocente oppure no.

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    15. Chiedo agli utenti se, secondo voi, è credibile la spiegazione di Pacciani sul ritrovamento dello Skizzen? Se non ricordo male disse di averlo trovato in una discarica.

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    16. Secondo i periti grafologi che analizzarono il block notes, l'oggetto non poteva essere stato in una discarica perché, a parte le buone condizioni generali, la doppia cifra sul retro del blocco era stata segnata con una matita di grafite molto tenera, e si sarebbe pertanto deteriorata a contatto con agenti atmosferici, mentre risultava perfettamente leggibile.
      A mio modesto avviso non si può escludere che Pacciani lo avesse trovato in una discarica in buone condizioni, a patto che il blocco fosse coperto da altri oggetti o all'interno di un contenitore.
      Sulle ragioni per cui Pacciani cambiò più volte versione sulla provenienza dello Skizzen, ognuno ha le sue idee.

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  6. Mi inserisco nella discussione. Lei ha paragonato la solerzia di De Marco nel rilevare tracce latenti di scrittura in tedesco all'atteggiamento di uno scolaro che cerchi di compiacere la maestra, ma è giusto riportare le frasi del perito: "io ho fatto alcuni rilevamenti fotografici con luci radenti e ho ottenuto alcune dizioni manoscritte. Queste dizioni manoscritte porterebbero all'ipotesi, ripeto, ipotesi - perché solo un E.S.D.A. fatto molto bene, con una strumentazione idonea ci può dare un risultato attendibile - ma l'ipotesi è, da quello che ho rilevato e in parte documentato, che ci siano scritte in italiano e scritte in tedesco. Pertanto io lascio alla Corte l'eventualità, se crede opportuno, di approfondire questa indagine…". Quanto al sistema contorto attuato da Pacciani per evitare il sequestro del blocco, la sua ipotesi è plausibile, ma c'è da chiedersi come mai Pacciani tenesse a un oggetto di scarso valore come quello. La spiegazione di Ognibene sarà stata viziata da un eccesso di colpevolismo ma non era sciocca: distruggendo l'oggetto Pacciani poteva alimentare su di sé ulteriori sospetti. Il problema di questa vicenda a mio parere è dato proprio dall'interpretazione contrastante che hanno dato i due soli giudici autorevoli che questa incredibile vicenda processuale ha conosciuto: Ognibene e Ferri. Io non riesco ad aderire completamente né alla tesi colpevolista dell'uno né a quella garantista dell'altro. Invidio chi ha le idee chiare.

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    1. Non ho letto da nessuna parte quali parole in tedesco avrebbe trovato De Marco. Lei ne sa qualcosa? In ogni caso la sua iniziativa la ritengo censurabile, poichè ha introdotto un tarlo nei giudizi della gente senza fornire alcuna prova. Abbiamo l'anonimo che invoca le scritte in tedesco senza avere alcuna certezza della loro esistenza, soltanto perchè un consulente pieno di zelo ne ha parlato in dibattimento, e il presidente colpevolmente gli ha concesso di farlo. Per lui Pacciani è colpevole quindi le scritte in tedesco ci dovevano essere.
      Pacciani doveva tenere molto a quell'oggetto, basti pensare a dove lo aveva riposto, come ho spiegato nel mio articolo. Che ne temesse il sequestro dopo essersi accorto che Perugini lo aveva adocchiato non mi sembra così strano, per un personaggio che per risparmiare dava cibo per cani alle figlie.

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    2. Un argomento favorevole alla tesi colpevolista ci sarebbe: Pacciani era chiaramente il sospettato principale per i delitti del mostro, aveva subito una lunga perquisizione, sapeva bene che Perugini non avrebbe mollato la presa e allora cosa fa? per evitare il sequestro di un blocco che non era suo (ma che aveva raccattato da qualche parte) provvede a ricopiare goffamente dei vecchi appunti? In altre parole la paura di perdere un block notes, che aveva usato pochissimo visti i pochi fogli mancanti, lo indusse a un gesto imprudente che non poteva che alimentare i sospetti del già diffidente Perugini? Ci sarebbe da dubitare della conclamata furbizia del contadino a questo punto...

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    3. Non mi pare che l'argomento possa favorire la tesi colpevolista, ma piuttosto quella di un Pacciani che fu il principale artefice dei propri guai. Se la mia ipotesi è corretta, è chiaro che l'individuo fece un grosso errore nel sottovalutare la pericolosità di quel blocco. Avrebbe certo fatto meglio a rinunciarvi del tutto bruciandolo nella stufa, piuttosto che cercare di salvarne la massima parte con il sacrificio di un paio di fogli. L'episodio si colloca in uno scenario dove la furbizia del contadino non era affatto adeguata a contrastare interessi molto più grandi di lui, quelli di un nutrito gruppo di magistrati investigatori che lo voleva colpevole a tutti i costi, anzi, era controproducente. Tra l'altro neppure i suoi due avvocati erano all'altezza, la lotta era impari.

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  7. Non so quali parole avesse letto De Marco, ma fu lui a riferire in dibattimento le testuali parole che ho riportato. Per altro Canessa citava l'elaborato di un altro consulente, un certo dottor Donato che a detta del pm sarebbe stato chiamato a testimoniare successivamente ma del quale non c'è traccia. Il suo giudizio in questo caso mi sembra un po' severo: sarà stato anche zelante il perito, ma noi non abbiamo strumenti per smentire né confermare le sue parole. Ognibene delle scritte in tedesco non tenne conto in sentenza e quindi la questione non mi pare così importante.

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    1. Ripeto e preciso: lo diventa in una ricostruzione storica, che è l'unica oggi possibile, dove anche ogni più piccolo elemento privo di valore ma denso di suggestioni diventa un fattore di disturbo.

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    2. Rettifico: il dottor Francesco Donato fu in effetti ascoltato nell'udienza del 5 luglio 1994; e con lui un altro consulente, il dottor Claudio Proietti. Donato riferì di aver rilevato tracce di scritture pregresse "che non erano in sintonia, almeno come omogeneità di struttura, sia di struttura che morfologica, con caratteri che erano presenti direttamente sul foglio"; sarebbe stata rilevata una W seguita da una p: capovolgendo il blocco, la w poteva diventare una m. Secondo le parole del dottor Proietti il metodo dell'ESDA non consentì di rilevare alcuna traccia di scrittura preesistente; si procedette con il metodo della luce radente, che diede solo risultati incerti. A questo punto devo concordare con lei sullo zelo eccessivo di De Marco.

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    3. Mi fa piacere che dimostri buonsenso e onestà a non arroccarsi troppo in difesa. Mi sarebbe piaciuto leggere anche qualche sua osservazione a proposito delle impronte sulla cartuccia. Come avrà letto, ai miei occhi si è rivelato uno scenario piuttosto inquietante, sul quale non ho avuto finora riscontri da parte di nessuno dei miei lettori.

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    4. Non ho azzardato osservazioni perché è una materia che conosco davvero poco. Quello che ho notato è che Ognibene sembrava padroneggiare l'argomento, e in effetti nella sua sentenza non mancavano ragionamenti validi ma invero un po' contorti per giustificare le impronte. Ammettendo che qualcuno avesse giocato davvero con la cartuccia per produrre i segni che furono trovati, tutto si può ipotizzare: per esempio che un complice o conoscente di Pacciani, avendo libero accesso all'abitazione del contadino, avesse nascosto nell'orto il proiettile per far ricadere su di lui tutti i sospetti (lo stesso si potrebbe pensare per l'asta guidamolla). Le dirò che anche se fosse stato un poliziotto eccessivamente zelante (e orrendamente disonesto), il perverso scenario non scagionerebbe automaticamente Pacciani: resterebbero le tante coincidenze che lo riguardano.

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  8. Se non è stata fatta un ulteriore perizia sulle parole in calco come il consulente suggeriva vuol dire che non era necessaria. Abbiamo la sorella che è sicura di aver visto il fratello usare blocchi uguali , abbiamo una perizia che dice che gli appunti di Pacciani sono copiati, abbiamo le collaboratrici del negozio che riconoscono la loro scrittura dei numeri sul retro...Sono tutti indizi che portano nella direzione colpevolista a mio avviso. E la questione del blocco è solo un esempio , di indizi ce ne sono altre decine in tutta la vicenda che portano sempre in quella direzione. Certo mille indizi non fanno una prova. Ma allo stesso tempo il confine tra indizio e prova spesso è solo formale. È la quantità enorme di indizi, associata alla testimonianza di lotti, che inchiodano Pacciani. Altrimenti bisognerebbe supporre un complotto gigantesco. Possibile che tutti: testimoni, parenti, carabinieri, polizia, amici, tutti per un motivo o per l' altro volessero dare la colpa al povero Pietro al punto da mentire, inventarsi indizi, inquinare le indagini? Vanni è andato in galera per molto meno (praticamente solo la testimonianza di lotti)!

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    1. Le consiglio di guardare la trasmissione domenicale su rai 3 "Sono innocente" e fare le dovute proporzioni con una vicenda molto più grande come quella del mostro.
      Mi pare che lei non voglia però ragionare troppo sulle cose. Le ho già fatto notare alcuni elementi di perplessità che lei ignora, come quello della mancanza di esempi di disegni fatti da Horst su fogli del tipo "Brunnen". Come spiega che la sorella aveva tenuto le sue matite, ma neppure uno di quei disegni? Come spiega la sua bugia sull'acquisto del blocco più grande?
      Nel mio articolo può anche leggere le considerazioni sia sul prezzo sia sul codice rappresentati dalla scritta sul retro del blocco. Oltre a mancare una ragione reale per l'uso di una matita, quando in negozio si usavano etichettatrici, oltre a riportare un prezzo risalente a quando Horst neppure studiava grafica, c'è la questione del supposto codice, del tutto privo di spiegazione per un sistema informatico. Come fa a non capire che si trattava di un blocco acquistato in un piccolo negozio, con il che qualsiasi perizia grafologica conciliante con i bisogni dell'accusa va a farsi friggere?

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  9. 1. La sorella poteva anche non aver conservato disegni del fratello dopo 10 anni, oppure avere dei disegni ma non fatti su quello stesso blocco, e se fatti su fogli dello stesso blocco. Come può dire lei cosa uno deve o non deve conservare in memoria?
    2. Le matite non credo fossero un ricordo di solito si tengono finché non finiscono.
    3. Porta cmq un blocco più grande dello stesso tipo, che abbia mentito è una sua supposizione senza prova anzi il prezzo da lei proposto varia solo di 20 cent, quindi compatibile
    4 le sue stesse considerazioni sul prezzo portano alla compatibilità anche sul blocco di pacciani dato che c è uno scarto di soli 20 centesimi sulle sue ipotesi.
    4. Le sue ulteriori considerazioni sul codice e sull' etichettatrici sono sue supposizioni e sue ipotesi.

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    1. 1. Lei naturalmente è libero di ragionare con la sua logica, quindi immaginare possibile che neppure uno dei disegni fatti da Horst su blocchi di quel tipo, da lui usatissimi a detta della sorella, sia rimasto nella disponibilità della famiglia o di amici, per me non lo è, quindi penso che dal nostro confronto non possa uscire nulla. Chi legge può però giudicare. Se la donna avesse portato in aula un disegno del fratello su un foglio Skizzen Brunnen l'effetto sarebbe certo stato clamoroso, credo che i furbi Perugini e Canessa avrebbero fatto il diavolo a quattro per averlo...

      2. Mi pareva di aver letto che tali matite la donna le aveva tenute per ricordo, ma forse mi sono sbagliato, perchè a una rapida occhiata non ho trovato dove. Però per ricordo avrebbe tenuto il blocco bianco, preferendolo a un blocco o fogli singoli disegnati? Ripeto lei è libero di credere quel che vuole, io un piccolo esame della mia parte di coscienza razionale lo farei però...

      3. Oltre al valore del prezzo che non tornava, nel blocco consegnato dalla donna c'era anche il fatto che tale prezzo era scritto a matita. Vogliamo tirare in ballo ancora una volta un'etichettatrice che aveva smesso di funzionare? E perchè tale prezzo non era accompagnato da un codice come l'altro?

      4. Non esiste nessuna spiegazione logica per quel 424. Quella data dal titolare del negozio sul sistema informatico di prova non ha senso, come ho ben dimostrato nel mio articolo logica alla mano, quella logica che evidentemente lei cerca di relegare in un angolino della sua coscienza in nome di una convinzione a prescindere.

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    2. Rileggendo i commenti ho notato una sua osservazione. Secondo lei era stata la sorella di Meyer a scrivere il prezzo a matita sul blocco consegnato agli inquirenti. Provo a seguire il suo ragionamento. La ragazza, spinta dalla speranza di giustizia, si procura in fretta un blocco Skizzen, toglie l'etichetta del prezzo e lo scrive a matita sulla parte alta del retro del blocco, nello stesso punto dove si trovava il prezzo nel blocco Pacciani. A me sembra assurdo uno scenario del genere. Sul portasapone io potrei essere d'accordo con Lei, trattandosi di un riconoscimento incerto di un oggetto troppo comune. Ma nel caso del blocco lo scenario mi sembra molto diverso.

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  10. Va beh lasciamo stare.. A me sembra che sia lei a ignorare che qui siamo davanti a una prova: più oggetti appartenuti alla vittima trovati a casa di pacciani,con anche un goffo tentativo di occultamento da parte di pacciani con la ricopiatura degli appunti, a conferma che di prova si tratta. Più chiaro di così! Cmq ognuno si fa la sua idea.. Poi lei continui pure a pensare a lotti genio del male. Buon proseguimento.

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    1. Grazie, anche a lei; gli scambi di opinioni, anche crudi ma non offensivi, arricchiscono sempre, soprattutto chi s'impegna con passione. Si tenga pronto, però, la teoria che sembra snobbare potrebbe tra non moltissimo costringerla a riflettere meglio.

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  11. :) va bene grazie! Il suo blog è cmq molto interessante.
    Io in realtà sono per la recente pista della destra eversiva e strategia della tensione almeno dal terzo delitto in poi (il primo è passionale/maniacale, il secondo politico ) con i sardi prima e i compagni di merende poi usati come manovalanza prezzolata. Purtroppo vigilanti non parlerà mai.. Ma seguirò con attenzione gli sviluppi! :)

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  12. Non c'è nessuna ragione per cui dei periti debbano mentire attribuendo dolosamente un saggio di scrittura ad una persona. E non è affatto vero che non si possono fare delle valutazioni su pochi numeri. Chiunque di noi può controllare su ricevute e appunti e verificherà che si tende a scrivere i numeri sempre allo stesso modo. Questo è un fatto oggettivo, altro che scritte a matita o codici. Lì si possono fare solo supposizioni.I numeri sul blocco Pacciani li avevano scritti le due donne impiegate del PrelleShop, questo è un punto fermo.

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    1. Mentire è certo una parola grossa, "interpretare in modo partigiano" credo sia una locuzione più accettabile, anche se alla fine il risultato potrebbe non cambiare di molto. Che le scritte a matita non fossero di pugno delle due impiegate del Prelle Shop è dimostrato dal loro significato, inconciliabile con la commercializzazione in quel negozio, si legga bene il mio articolo.

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    2. A me sembra che Lei voglia ignorare la linearità di questo indizio. La sorella di Meyer, interpellata dagli inquirenti, disse che il fratello acquistava materiale da disegno in due negozi di Osnabrueck: PrelleShop e Heinzmann. Si scoprì che solo il primo vendeva i blocchi Skizzen. Come poteva saperlo la sorella? Perchè lei si riforniva lì? può darsi, ma quando lo acquistò negli anni Ottanta - prima o dopo la morte del fratello poco importa - cosa ne sapeva lei che a Pacciani sarebbe stato sequestrato un blocco di quella marca un decennio piu tardi? Inoltre il blocco consegnato dalla donna presentava il prezzo a matita. Se proveniva da quel negozio, cosa c'è di strano se le cifre erano a matita anche sul blocco Pacciani?

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    3. Qui non si tratta di procedere con logica giudiziaria ma con quella comune.
      La natura del reperto è talmente aleatoria e i presunti indizi che se ne vollero far derivare così illogici che vien da chiedersi piuttosto perché si volle infierire in tal modo proprio sul Pacciani, colpevole nell'occasione solo di avere un passato sufficientemente torbido da giustificare la persecuzione cui era soggetto. Sono dell'idea che l'obiettivo degli "inquirenti" era solo quello di proteggere qualcun altro. Stop

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    4. Per me non c'è niente di aleatorio. Oltre al blocco da disegno furono sequestrati pastelli, portasaponi, rasoi, taglierine. Tutta roba di marca tedesca, in ottimo stato, che un povero disgraziato avrebbe raccolto in una discarica? E chi sarebbe questo pezzo da novanta protetto dagli inquirenti? Sono proprio curioso...

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    5. La mia posizione è nota, non c'era nessuno da proteggere, ma un colpevole a ogni costo da dare in pasto all'opinione pubblica. Ma lei, Marletti, non si è mai chiesto perchè Pacciani si sarebbe portato via quella roba da poco lasciando soldi, macchina fotografica e altro? E poi, per quale motivo i ragazzi si sarebbero portati dietro tutto quel materiale da disegno, del quale nulla - infatti nient'altro di simile fu rinvenuto nel furgone - sarebbe sfuggito alla evidentemente certosina ricerca di Pacciani?
      Guardi, io rispetto i punti di vista degli altri, ma non quando offendono la logica, come nel suo caso. Tantopiù che la testimonianza della sorella del ragazzo già di per sè lascia fin troppi dubbi sulla sua genuinità.

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    6. Conosco la sua posizione, è un po' che la leggo. Sulla scemenza della persona da proteggere rispondevo a Livio Fabris. Dato che Meyer era stato uno studente di grafica, non è illogico che avesse con sè materiale da disegno, oltretutto aveva da poco effettuato un trasloco e nel furgoncino poteva esserci di tutto.Perchè Pacciani avrebbe preso la roba da disegno e non le macchine fotografiche? forse perchè aveva la passione del disegno e non gliene fregava nulla della fotografia per esempio. Questo non è comunque un argomento decisivo, perchè in ogni caso l'assassino portava via alcune cose e ne lasciava altre, compresi i soldi. Il suo ragionamento sul comportamento strano dell'assassino potrebbe valere per chiunque, Pacciani, Lotti o chicchessia. Sul fatto che la sorella del povero ragazzo possa aver mentito spinta dalla sete di giustizia potrei anche seguirLa, ma che abbiano mentito le due impiegate del negozio, alcune loro colleghe, il titolare, tre periti e compagnia cantando mi sembra un'assurdità logica.

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    7. Per esperienza personale ho riscontri plurimi e oggettivi che quella che Enrico Marletti reputa una scemenza è nella realtà un evento che statisticamente accade proprio negli ambienti che si riterrebbero immuni da fenomeni di questo tipo.
      Può benissimo e ragionevolmente essere che la mancata condanna di Pacciani avrebbe fatto saltare qualche sedia, ritenere assurda una simile dinamica implica solo perpetrare l'inganno nei confronti di una società che quelli come Lei ritengono appunto "scema" e capace solo di garantire lo stipendio.
      Questo blog - finalmente - sta mettendo in luce tali obbrobri, indifendibili in senso assoluto e grotteschi nella loro stessa genesi.
      Non è un titolo e meno ancora una divisa ad avvalorare azioni che non sono più onorevoli dei delitti che pretenderebbero di punire.

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    8. Una cosa è una persona da proteggere, altra cosa è la carriera di qualche personaggio illustre, mi sembra che stia facendo un bel minestrone. L'oggetto del presente articolo è lo Skizzen Brunnen, ma mi pare che a Lei non interessi discutere specificamente di questo indizio e dei suoi tanti e ambigui risvolti. Faccio solo una considerazione sulla storia del capro espiatorio. Qualcuno è in grado di spiegare perchè sarebbe stato creato a partire dal 1990, quando il Mostro non uccideva più da anni e il clamore delle sue imprese si era ormai sopito? Un capro espiatorio ideale c'era ed era Salvatore Vinci, braccato dagli inquirenti negli anni degli ultimi delitti e immediatamente dopo. Molti carabinieri lo credevano colpevole. Come mai nessuno gli ha giocato qualche bel tranello, nascondendogli bossoli o pezzi di pistola? Non sia troppo sicuro dell'innocenza di Pacciani, potrebbe essere costretto a ricredersi.

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    9. Non so proprio come possa ritenere lo skizzen brunnen una prova contro Pacciani. Mi pare che il nucleo delle sue sicurezze stia nel riconoscimento delle due scritture. Innanzitutto una non venne riconosciuta dall'impiegata, che si disse sicura al 50% (come dire, potrebbe ma anche non potrebbe), il che le dimostra già quanto insufficienti fossero quei pochi caratteri. Poi uno dei due periti intervenuti per primi, Altamura, escluse che entrambe le scritture fossero state opera delle due impiegate, mentre l'altro, Sante Calleri, ne riconobbe una e sull'altra rimase dubbioso. A questo punto mi domando quanto nelle certezze degli altri tre subentrati poi avesse avuto parte una loro estrema disponibilità verso i bisogni dell'accusa, come purtroppo quasi sempre succede.
      In ogni caso a me basta e avanza l'impossibilità di dare un significato alla cifra 424 nell'ambito del Prelle Shop per escludere che il blocco fosse stato venduto lì, quindi in ogni caso i periti fecero un brutto lavoro.
      Infine, che il ragazzo si fosse portato dietro la roba da disegno ha poco senso, aveva la macchina fotografica, lo disse la stessa sorella che quella prendeva per andare in vacanza, come tutti, del resto. E che il blocco e quant'altro fossero rimasti dal trasloco vuol dire far tornare dei conti che non tornano. Passi che rimangano delle matite nel cruscotto, ma un blocco in giro per il pianale si vede. Ma è tutto lo scenario costruito attorno al blocco per farlo diventare una prova a denunciare la sua illogicità, che infatti viene infranta numerose altre volte. Nessun disegno era rimasto del ragazzo su fogli di quel tipo, il prezzo risaliva a una vita prima, il codice 424 non aveva significato, non aveva senso portarsi dietro quel blocco, non aveva senso che Pacciani prendesse quello e non altra roba di valore, non c'era l'etichetta autoadesiva che si usava al Prelle, e magari altro che non mi viene in mente. Per ognuno di questi elementi si è costretti a invocare un evento poco probabile, nell'improba impresa appunto di far tornare dei conti che non tornano.

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    10. Peccato però che l'altra commessa, Stelmacher, avesse riconosciuto con certezza la sua scrittura e dello stesso parere fossero alcune ex colleghe. La stessa Stellmacher riconobbe la sua scrittura anche sul blocco della sorella di Meyer. Inoltre le faccio notare un particolare. Secondo Lei le commesse del negozio collaborarono piegandosi alle insistenze degli inquirenti. Come mai però, quando gli furono mostrate le foto di Meyer, dissero di non riconoscerlo? Se erano ben liete di collaborare, potevano dire che il volto del ragazzo gli era familiare. Per quanto riguarda il codice, le sue sono solo supposizioni. In ogni caso Le ricordo che neppure il giudice Ferri, nella sua ottica iperdiffidente nei confronti di tutti (fuorchè di Pacciani), arrivò al punto di credere che il riconoscimento della grafia delle donne non valesse nulla, e dovette ammettere la probabile provenienza del blocco Pacciani dal Prelle.

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    11. Per quanto mi riguarda il capitolo riconoscimenti scrittura lo chiuderei qui, libero lei di credere alla buonafede delle impiegate, libero io di credere alla loro eccessiva accondiscendenza.
      Riguardo il codice invece non gliela faccio certo passare liscia, le mie non sono supposizioni, sono evidenze logiche, e se lei non le vuole prendere in considerazione senza confutarle lo fa soltanto per partito preso, il che evidentemente preclude qualsiasi possibilità di discutere.

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    12. Riguardo il codice, vorrei chiarire che per evidenze logiche non mi riferisco al significato che ho ipotizzato attribuendolo a un piccolo negozio, quello può anche essere visto come una supposizione, ma al fatto che tale codice non aveva alcun senso nell'ambito del Prelle Shop. Su questo direi che non ci piove, ed è il rifiutarne l'evidenza che la fa iscrivere di diritto al "partito preso".

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    13. Non c'è solo la buona fede delle impiegate in ballo, ma il valore delle superperizie. Lei ha potuto consultare gli elaborati di De Marco, Contessini e Lotti? I giudici che li hanno letti li hanno ritenuti del tutto attendibili, e non mi sembra poco. Per quanto attiene al codice, non abbiamo nessuna fattura precedente al 1982 e nessun documento che possa dimostrare che non era in uso nessun codice all'epoca di vendita del blocco Pacciani. Il titolare una spiegazione l'ha data, forse non era corretta dato che il blocco potrebbe essere stato venduto prima dell'aprile 1982 ma questo non toglie che il codice poteva avere anche un altro significato, che forse le impiegate e il titolare non ricordavano essendo trascorsi molti anni.

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    14. Allora, dalla sentenza di primo grado:

      Il titolare della ditta, Westerhoft Franz Josef, dopo aver dichiarato che fino al maggio 1985 ogni singolo articolo veniva contrassegnato col c.d. "numero di merci" al quale esso apparteneva (ad es.: 2b e così via), ebbe ad escludere l'esistenza di un codice cifrato o qualcosa di simile che si riferisse alla ditta di produzione o di distribuzione.

      Quindi un codice di quel tipo il titolare del negozio non se lo ricordava. Ma ecco la spiegazione che il fin troppo solerte direttore Westerholt riuscì a escogitare, per la gioia della faccia di bronzo di Perugini:

      Peraltro il Westerholt, dopo aver riflettuto, ebbe a ricordare che, in un periodo di transizione, a partire dal 1982 circa, si era incominciato a formulare nuovi codici, al fine di adeguare al linguaggio dei computer le etichette dei prezzi e le operazioni di gestione magazzino. Era quindi possibile che in quel periodo potesse essersi iniziato ad introdurre determinati numeri di contrassegno, in accordo con la ditta commissionata, cosa poi divenuta normale successivamente. La cifra "424" poteva dunque avere il seguente significato: il 4 all'ultimo posto avrebbe potuto indicare
      il tipo di articoli (articoli da disegno); il numero centrale ed il primo, rispettivamente 2 e 4, avrebbero potuto indicare il momento in cui la merce era pervenuta alla ditta Prelle (nel caso specifico aprile 1982).

      Ora, se lo lasci dire da un informatico che mastica la materia ormai dal 1973, un tale codice dentro un computer non avrebbe avuto alcun significato, per mancanza sia di stabilità che di univocità. Quindi? La spiegazione di Westerholt non stava in piedi, d'altra parte il proprietario escluse l'uso pregresso di tali tipi di codice, che cosa rimane? Rimane la sua convinzione a prescindere che evidentemente non c'è modo di confutare, quindi le lascio la parola ma io mi ritiro. Credo che chi legge abbia già tutti gli elementi per farsi la propria idea.

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    15. Sempre dalla sentenza di primo grado: "... ulteriori ricerche condotte dagli investigatori tedeschi nelle altre rivendite di materiale da disegno site in Osnabrück avevano condotto a stabilire che o detto tipo di blocco non era stato mai da loro venduto o, in caso affermativo, mai era stato contrassegnato con le cifre a matita che figuravano sul retro di quello in sequestro". Si evince che le ricerche riguardarono la sola Osnabruck, che ovviamente non aveva l'esclusiva per la vendita dei blocchi Skizzen.
      La spiegazione di Westerholt in effetti non convince affatto, ed è probabile che fosse stato proprio Klose a suggerirgliela. Rimane soltanto la perizia De Marco-Contessini a tenere in piedi questo indizio molto incerto.

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    16. Mi ero dimenticato una cosa. Il lavoro dei periti Altamura e Calleri non aveva convinto nessuno e per questo fu disposta una nuova perizia molto più approfondita. È un fatto sottolineato in entrambe le sentenze. Il giudice Ferri ne ha avute per tutti e ha risparmiato solo i periti: io non credo che gli fosse mancato il coraggio, evidentemente il lavoro era ben fatto. Che l'indagine fosse stata estesa a tutte le cartolerie di Osnabrueck è un fatto semmai che va a vantaggio della solerzia e del buon operato della polizia tedesca. Svolgere ricerche in tutta la Germania era evidentemente superfluo, a fronte di tutti gli elementi che da subito avevano condotto alla PrelleShop.

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  13. Non essendo io uno stinco di santo ammetto senza problemi che, dietro compenso neanche troppo generoso, sarei capace di creare prove di valore indiziario pari o superiore a quello dello Skizzen Brunnen e/o molla di Beretta (valida come prova al pari di riconoscere un'auto rubata dalle candele del motore) e/o cartuccia inesplosa (e qui evito d'insultare l'intelligenza del lettore inventandomi un ennesimo paragone) a carico di chiunque.
    Se poi questo "chiunque" è simile a Pacciani, mi vergognerei persino a farmi pagare per quanto sarebbe facile.

    Ovvio che perché simili azioni abbiano senso deve vigere il motto "nel torbido si pesca meglio".

    Pacciani poteva pure essere mille volte colpevole ma il concetto di "Stato di diritto" non può prendersi simili sputi in faccia così impunemente.
    Accettarli significa screditarsi, anche a futura memoria.

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