domenica 13 dicembre 2015

L'autoparco della Mafia

Il tentativo di forzare la testimonianza di Sabrina Carmignani dimostra quanta ansia avessero gli investigatori, in quelle settimane di fine 1995, di trovare un rimedio alla prevedibile assoluzione di Pietro Pacciani in appello. Tutto porta a credere che in quel momento la priorità non fosse affatto il soddisfare la sete di giustizia dei parenti delle vittime, e tantomeno il fermare un assassino che ormai si era fermato da solo. Quel che più interessava era fronteggiare lo smacco del fallimento di un’inchiesta durata anni, dove si erano fatti sforzi tremendi per dare il volto di Pacciani al Mostro. Per di più i magistrati di Firenze stavano scontando l'effetto anche di altri pasticci. 
Del tutto slegata dall’inchiesta sui “Compagni di merende”, nondimeno è inevitabile sospettare che la vicenda del cosiddetto “Autoparco della Mafia” dovette avere su di essa un peso notevole. Tutto aveva avuto inizio il 17 ottobre 1992 con una clamorosa operazione condotta a Milano da forze dell’ordine di Firenze – uomini del reparto operativo della Guardia di Finanza (Gico) in accordo con la Procura – che aveva portato a numerosi arresti di mafiosi e al sequestro di droga, armi, soldi e gioielli. Seguendo uno spunto, si dice, arrivato direttamente da Giovanni Falcone, già da un paio d’anni i magistrati e i finanzieri fiorentini stavano tenendo d’occhio, con sofisticate apparecchiature fornite dai servizi segreti, l’autoparco di Linate, ufficialmente deposito di container, in realtà crocevia di traffici illeciti. A dire il vero il blitz era stato programmato per qualche giorno più tardi, in concomitanza con il previsto arrivo di mille chili di cocaina dalla Colombia, ma un’intercettazione ambientale aveva fatto sospettare un imminente atto ostile contro il notissimo sostituto procuratore Antonio Di Pietro, quindi era stato deciso un intervento immediato.
Nei giorni successivi sui giornali emersero voci sul coinvolgimento di rappresentati della legge e dello stato nelle attività mafiose ruotanti attorno all’autoparco, con anche notizie di perquisizioni e interrogatori; ma la vera sorpresa arrivò un anno dopo, il 28 ottobre 1993, quando Piero Luigi Vigna e il suo sostituto Giuseppe Nicolosi chiesero e ottennero dal gip Roberto Mezzi il clamoroso arresto di quattro poliziotti e un vicequestore, Carlo Iacovelli, tutti di servizio a Milano. Le accuse erano pesantissime (traffico di stupefacenti e associazione mafiosa); in più circolarono presto indiscrezioni su altri agenti messi sotto inchiesta. Come se la situazione non fosse stata già abbastanza esplosiva, qualche giorno dopo tutti i giornali riportarono un azzardato commento attribuito a un collaboratore di Vigna, il cui nome ufficialmente non sarebbe mai emerso:

Quello che abbiamo trovato noi a Milano lo avrebbe scoperto chiunque avesse fatto un po’ di indagini. Ora siamo in grado di dimostrare che tutte le forze di polizia sapevano da anni quello che noi abbiamo trovato ora.

A quel punto lo sconcerto che si era impadronito degli ambienti giudiziari milanesi divenne furore, con i sindacati di polizia pronti a scendere sul piede di guerra e i vertici schierati compatti in difesa dei loro uomini. Non mancò d’intervenire neppure il procuratore capo Francesco Saverio Borrelli, la prestigiosa guida del pool Mani Pulite:

Trovo enorme, e perciò non credo, che un magistrato possa avere dilatato l’incriminazione, sempre dolorosa, di un ristretto numero di poliziotti, fino alla dimensione di un generalizzato sospetto verso tutti i corpi di polizia operanti nella realtà milanese i quali avrebbero ignorato o coperto le attività dell’autoparco. Un simile sospetto è oltraggioso e ingiusto: ritengo di doverlo respingere con forza e confermo, indipendentemente da spiacevoli ma ben circoscritte eccezioni, la fiducia della magistratura milanese nei valorosi collaboratori delle tre polizie.

Vigna si affrettò a smentire che mai qualcuno dei suoi uomini avesse pronunciato le frasi incriminate, ma il patatrac ormai era fatto, e per di più e peggio, entro pochi giorni le carte in mano alla Procura fiorentina si dimostrarono inaffidabili. La pista era partita dalle dichiarazioni di alcuni pentiti, i quali avevano raccontato di regalie (soldi, auto, orologi) accettate dagli uomini della Polizia per chiudere un occhio sulle attività illecite svolte all’interno dell’autoparco. Ma presto uno di loro, Salvatore Maimone, non è ben chiaro con quali modalità, era finito nell’ufficio di Roberto Aniello, uno dei giudici della procura antimafia di Milano che lo conosceva bene, al quale aveva raccontato di domande tendenziose degli inquirenti fiorentini riguardanti personaggi di spicco della magistratura milanese: Alberto Nobili, Armando Spataro, Francesco Di Maggio e Antonio Di Pietro. A suo dire prima gli uomini del Gico, poi Nicolosi e Vigna lo avevano interrogato pungolandolo con insinuazioni non verbalizzate sulla possibilità che i quattro magistrati fossero corrotti.
In questa storia c’è qualche cialtrone di troppo! O il cialtrone è il pentito, e allora voglio la sua testa, o sono cialtroni i Gico e i magistrati di Firenze, e allora voglio le loro di teste", tuonò in un’intervista al Corriere del 14 novembre Francesco Di Maggio, al momento vicedirettore delle carceri, negli anni ’80 prestigioso pubblico ministero in prima linea nella lotta alla mafia. Molto più diplomatico, ma senz’altro più cattivo, il commento rilasciato da Armando Spataro al Tg1, nel quale il magistrato accusò i colleghi fiorentini di provincialismo, e di essersi montati la testa:

La visione che la Procura di Firenze ha dell’indagine sull’autoparco potrebbe non coincidere con la realtà milanese. A Milano fatti come quello dell’autoparco sono ordinaria amministrazione: lo dimostrano le centinaia di arresti che questa Procura fa sul fronte della mafia. Certo, l’inchiesta di Firenze è stata rilevante. Ma ipotizzare che la mancata scoperta di quel luogo sia frutto solo di coperture, e non anche del fatto che ci si dedica a decine di cose più rilevanti, potrebbe essere indice di una visione, come dire... un po’ provinciale.

Seguì un periodo di grande gelo tra le due Procure, con la trasmissione degli atti sulle accuse ai quattro magistrati ai colleghi di Brescia, i quali già in partenza minimizzarono, iscrivendo nel registro degli indagati soltanto Nobili. Intanto a Firenze si stava preparando il processo sull’autoparco, tra i cui 38 imputati comparivano anche il vicequestore Carlo Iacovelli e cinque poliziotti. Il giorno stesso della prima udienza, il 5 maggio 1994, la Procura di Brescia chiese di archiviare la posizione di Alberto Nobili, e nel contempo iscrisse nel registro degli indagati il pentito Maimone per calunnia. In sostanza Maimone era sospettato di aver mentito su tutti i fronti, sia sulle velate accuse a Nobili e agli altri magistrati milanesi, sia sulle insinuazioni riguardanti le domande tendenziose ricevute a Firenze. “Questo conferma la correttezza dell’operato della Procura di Firenze. Ora è importante capire perché ha detto il falso e chi gliel’ha suggerito", dichiarò Vigna accampando la sua buonafede. Ma quantomeno aveva fatto la figura del dilettante, come lasciò intendere Nobili: 

Non intendo pronunciarmi ma, quale sarà la decisione del gip di Brescia, mi auguro che questa vicenda non venga strumentalizzata contro l’indiscutibile utilità dei collaboratori di giustizia e che, invece, possa servire per adottare maggiore cautela nella gestione dei pentiti.  

Il processo si trascinò tra le polemiche, con dichiarazioni di vari pentiti alle quali non si sapeva mai quale credito concedere. La vera partita però si combatteva sulla competenza, con l’accusa che cercava tenacemente di mantenerla a Firenze e la difesa che voleva spostarla a Milano. Dopo un primo verdetto di condanna in primo grado per alcuni imputati, mentre se ne stavano giudicando altri, all’inizio del 1995 il processo fu annullato e trasferito a Milano. Per i magistrati fiorentini si trattò di una sconfitta bruciante, anche perché nel procedimento tenuto nel capoluogo lombardo un fiume di veleni si riversò su di loro, con Maimone che rilanciava le sue pesantissime accuse per i presunti suggerimenti ricevuti durante gli interrogatori a Firenze. Il processo di primo grado si concluse il 30 gennaio 1996, al secondo giorno di udienza dell’appello a Pacciani, e in un modo che non dovette piacere per nulla ai magistrati del capoluogo toscano: Iacovelli fu assolto con formula piena, e tra i poliziotti coinvolti soltanto due furono condannati per reati minori. 

Nel valutare gli accadimenti che avrebbero portato all’arresto di Mario Vanni, sarebbe opportuno tenere bene a mente la vicenda dell’autoparco di Linate, dalla quale si può arguire quanto poco serena fosse in quel periodo la posizione della Procura nei riguardi dell'inchiesta sul Mostro. Possiamo essere tranquilli sulla correttezza degli interrogatori che vennero eseguiti prima dell’arresto di Mario Vanni? In un prossimo post vedremo come in dibattimento sarebbe emersa traccia di una gestione affatto limpida dei primi tre di Fernando Pucci.

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