sabato 8 ottobre 2016

Una perizia tutta sbagliata

Con questo articolo viene inaugurata una nuova etichetta, “Le dinamiche”, nell’ambito della quale cercherò di ricostruire l'insieme di azioni con cui il Mostro uccise le proprie vittime. A molti lettori potrà sembrare inutile e noioso leggere di ferite e sequenze di colpi, il lavoro è invece necessario, poiché potrà contribuire a far piazza pulita di alcune ipotesi tanto fantasiose quanto deleterie, come quella dei più assassini, ad esempio. Oltre agli articoli riguardanti le ricostruzioni corrette – naturalmente secondo il mio punto di vista, che in ogni caso chiunque potrà contestare – mi dedicherò anche alla critica di alcune ricostruzioni sbagliate. Proprio a una di queste, riguardante il delitto di Borgo San Lorenzo (14 settembre 1974, vittime Stefania Pettini e Pasquale Gentilcore) è dedicato il primo articolo.
Una volta svanite le speranze di trovare l’assassino tra i conoscenti delle vittime o tra i guardoni, il 12 ottobre  – un mese dopo i fatti, quindi con colpevole ritardo – il PM Vittorio La Cava affidò l’incarico di effettuare la perizia balistica al colonnello dell’esercito Innocenzo Zuntini, al quale fu chiesta anche una ricostruzione della dinamica omicidaria. Nella speranza che risultasse utile alle indagini in corso, un sintetico rapporto preliminare fu consegnato già il 18 successivo, mentre per il documento finale fu necessario attendere un paio di mesi. Grazie all’avvocato Vieri Adriani, è oggi disponibile una trascrizione di entrambi i documenti (scaricabili anche dalla pagina di download di questo blog).

Proiettili e ferite. Le foto seguenti fanno capire le condizioni in cui fu trovata la Fiat 127, con la portiera lato guida chiusa dall’interno e il relativo finestrino infranto, e la portiera lato passeggero spalancata. Come si vede, il corpo di Pasquale, con indosso calzini e slip, giaceva sul sedile di guida in posizione scomposta, mentre quello di Stefania, privo di qualsiasi indumento (ma gli slip li aveva strappati via l’aggressore), era supino a terra dietro la coda dell’auto. Lo schienale del sedile di guida era normalmente rialzato, quello del sedile del passeggero completamente reclinato.




Nella perizia, redatta con la collaborazione di chi aveva effettuato le autopsie (Mauro Maurri e Giovanni Marello), vengono elencate cinque ferite d’arma da fuoco su Pasquale, tutte con proiettile ritenuto: nell’ordine presunto di sparo, due trapassanti il braccio sinistro e poi entrate nel torace, una al fianco sinistro, una all’inguine sinistro e l’ultima in zona ombelicale. I tramiti dei primi tre proiettili seguivano più o meno la linea delle spalle, il quarto la intersecava a 45 gradi e infine il quinto diventava perpendicolare, come se il corpo della vittima avesse presentato dapprima il fianco sinistro allo sparatore, e poi avesse ruotato fino a mostrargli l’addome. Le ferite erano tutte molto gravi, particolarmente la seconda che aveva interessato anche il cuore.


Molto più confusa e incompleta risulta la descrizione delle ferite d’arma da fuoco su Stefania. La perizia elenca innanzitutto una “triplice ferita penetrante” al fianco destro, attribuita al rimbalzo di un proiettile frammentatosi in tre parti dopo aver colpito un ostacolo, vedremo tra breve quale e con quali modalità. Un altro proiettile avrebbe colpito il ginocchio destro, fuoriuscendo, e un terzo la gamba destra, da dove fu estratto, ma non viene ben precisata la direzione dei tramiti, anche se dal contesto risulta essere da destra a sinistra.


Infine due proiettili sarebbero stati estratti dalla spalliera del sedile di guida.

L’attacco. La dinamica ricostruita da Zuntini fa perno sulla convinzione che il vetro del finestrino lato guida fosse stato infranto da un proiettile proveniente dall’interno dell’auto, quindi sparato da destra, e questo perché la maggior parte dei frammenti sarebbero stati ritrovati fuori sull’erba e la bombatura di quelli rimasti in sede sarebbe stata rivolta verso l’esterno.

Per giudicare se il vetro è stato rotto dall’esterno oppure dall’interno, era sufficiente controllare in quale verso volgeva la bombatura dei frammenti ancora in sito. Nel sopralluogo lo scrivente poté controllare chiaramente che la bombatura era rivolta verso l’esterno; e che inoltre la grande maggioranza dei frammenti giaceva verso l’esterno dell’autovettura.
In base a quanto sopra si può quindi concludere che il vetro è stato rotto dall’interno dell’autovettura.
Tale punto, apparentemente di scarsa importanza, costituisce invece un elemento essenziale di partenza per la ricostruzione dell’incidente.

Questa ferrea ma opinabile certezza portò Zuntini a ipotizzare che anche tutti gli altri colpi fossero stati esplosi dal lato destro dell’auto. Quindi l’assassino avrebbe sorpreso i ragazzi mentre giacevano sul sedile di destra reclinato, lui su di lei, e avrebbe aperto la portiera iniziando a sparare. Pasquale sarebbe stato colpito sul lato sinistro del corpo con i primi tre colpi elencati, ma, nonostante le gravissime ferite, avrebbe avuto la reazione istintiva di girarsi facendo perno sul fianco destro e rialzando il busto, fino ad abbattersi sul sedile di guida dove venne rinvenuto. Durante il movimento sarebbe stato colpito dal quarto proiettile dopo 45 gradi di rotazione e dal quinto dopo 90. Altri tre colpi sarebbero andati a vuoto, quello finito contro il finestrino sinistro con rottura del vetro e persosi poi all’esterno, e i due estratti dalla spalliera del sedile di guida.
Eliminato Pasquale, lo sparatore avrebbe rivolto l’arma contro Stefania, non più protetta dal corpo del fidanzato, sparando un primo colpo, ma, forse per il suo stato di eccitazione, forse per la reazione di difesa di lei che potrebbe aver spostato la pistola, il proiettile sarebbe finito fuori bersaglio, sulla guida metallica di scorrimento del sedile (quindi con direzione dall’alto in basso), contro la quale si sarebbe frammentato colpendo di rimbalzo in tre punti la ragazza al fianco destro. Un secondo proiettile l’avrebbe colpita al ginocchio destro, tenuto in alto a difesa, fuoriuscendo e perdendosi attraverso il finestrino opposto rotto, oppure finendo dentro la spalliera del sedile di guida (nel testo è riportato “spalliera del sedile destro”, ma dal contesto si capisce che si tratta di un errore di scrittura). È logico che in questo secondo caso i colpi a vuoto contro Pasquale sarebbero da diminuire di uno. Sarebbe infine stato esploso il terzo colpo contro la ragazza (il decimo o undicesimo, quindi, secondo Zuntini), quello che la colpì alla gamba destra fermandosi contro la tibia.
Con la pistola scarica e Stefania ancora viva, l’assassino avrebbe poi estratto il coltello iniziando a colpirla con estrema violenza, fino a ucciderla, per poi assestare due fendenti anche a Pasquale, quasi sovrapposti, al fianco destro.

Gli errori su Pasquale. Sono molti gli elementi che convincono poco nella ricostruzione proposta da Zuntini, il quale, sarà bene metterlo in evidenza, aveva riconosciute e ottime competenze balistiche, ma non risulta sapesse qualcosa di studio della scena del crimine. In più non gli erano venuti in aiuto né il ritardo di un mese con il quale aveva esaminato l’auto, che quindi era già stata abbondantemente frugata e manomessa dai carabinieri, né la pessima documentazione autoptica, della quale in seguito si sarebbero lamentati in molti (la verifica però non è possibile, poiché non è ancora stata resa pubblica). Ad esempio, “per carenza di documentazione”, nella loro perizia riassuntiva del 1982-83 Arcese e Iadevito avrebbero dovuto accontentarsi di indicare soltanto i proiettili estratti e la zona di estrazione, non quella d’ingresso, mentre l’equipe De Fazio avrebbe scritto di verbali “non sempre ben leggibili, a volte incompleti e privi anche della risposta ai quesiti usuali perché rinviati alla relazione peritale, poi non eseguita”. 
Un gravissimo errore, la scelta del lato destro dell’auto per l’attacco, è manifesto già in partenza e condiziona malamente tutta la ricostruzione che segue. La portiera trovata aperta con il vetro ancora intatto costituiva un elemento di grave ostacolo, ma la perizia così risolve il problema:

La portiera destra che aveva il vetro alzato, era verosimilmente aperta perché in caso contrario “il guardone” avrebbe visto poco di quanto (erano già passate le ore 23) avveniva nell’autovettura.
Lo sparatore con l’arma in pugno, si è dunque presentato nel vano (già aperto oppure che ha aperto esso stesso) della portiera destra dell’autovettura Fiat 127.

Incredibilmente viene presa in esame la possibilità che i ragazzi fossero rimasti in auto a discutere per almeno due ore con la portiera destra aperta, mentre l’assassino li stava osservando. E quella portiera non l’avrebbero chiusa neppure dopo essersi spogliati per un rapporto intimo! Poteva essere stato un caldo soffocante a imporre loro tale assurdo comportamento? No, poiché si era nel pieno di una notte quasi autunnale, tra l’altro dopo una giornata in cui era piovuto. Non per niente Pasquale aveva portato un giubbotto e Stefania un maglione.
La perizia contempla anche la possibilità che fosse stato l’assassino a spalancare la portiera, quindi trovandola priva di sicura. Ma pare davvero improbabile che in un posto buio e sperduto come quello i ragazzi, pressoché completamente nudi, non si fossero chiusi dentro dall’interno. A riprova la portiera lato guida aveva la sicura abbassata, quindi non si vede perché non avrebbe dovuto trovarsi nello stesso stato anche l’altra. E nella remota ipotesi di una dimenticanza, ci si deve chiedere come avesse fatto l’assassino a prevederlo nel decidersi per un’azione che avrebbe potuto rovinare l’effetto sorpresa se non fosse andata a buon fine. Del resto in tutti gli attacchi successivi la prima pallottola avrebbe sempre colpito il vetro di un finestrino, mandandolo in frantumi.
La posizione di Pasquale prono sopra Stefania, intento nel coito oppure in procinto di iniziarlo, male si accorda con il fatto che entrambi i ragazzi indossassero gli slip. Anzi, è molto probabile che la giovanissima coppia non avesse ancora praticato rapporti completi, tenendo conto della testimonianza di un ragazzo che aveva frequentato non troppo tempo prima Stefania.
Se in linea teorica i due avrebbero potuto trovarsi lui sopra di lei anche senza congiungersi o volersi congiungere, ad affossare del tutto questa ipotesi sono i tramiti dei tre proiettili che colpirono Pasquale al fianco sinistro. Rispetto alla mano dello sparatore, infatti, la vittima si sarebbe trovata più in basso, quindi avrebbe dovuto rimanere colpita al dorso, come appare evidente dalla foto ricostruttiva che segue (causa l’impossibilità di poter disporre di una Fiat 127, per questa e altre foto si è usato una Renault Clio del 2000, assai simile per dimensioni).


Per provocare le tre ferite longitudinali al braccio e al fianco sinistri di Pasquale, lo sparatore avrebbe dovuto accucciarsi, in una posizione del tutto innaturale per un attacco improvviso.


Oppure dovrebbe essere stato il ragazzo, in reazione all’improvvisa apertura della portiera, a ruotare opportunamente il busto ponendosi con il fianco sinistro sulla linea di tiro, ma in questo caso avrebbe dovuto far leva sul braccio sinistro, il quale quindi non si sarebbe trovato aderente al fianco, come invece risulta dalla traiettoria dei due proiettili che lo attraversarono prima di entrare nel fianco stesso.



Anche la successiva rotazione volontaria che avrebbe fatto finire il ragazzo sul sedile del guidatore con la testa contro il finestrino è da escludere. Ecco la descrizione di Zuntini:

Prima che i due “partners” avessero modo di riaversi e di ricomporsi, lo sparatore ha aperto il fuoco con la sua pistola sui 2 giovani; poiché il corpo della V.M. copriva il corpo della sua compagna, esso fu il primo di essere colpito con i primi 3 colpi già esaminati al fianco sinistro, i quali colpi hanno infatti tutti una comune direzione da sinistra versa destra.
Le 3 ferite erano tutte gravissime, la 2, in particolare mortale, ma non tale da bloccare all’istante i centri nervosi e motorii della vittima; il leso pertanto iniziò un movimento di ribaltamento del corpo di circa 180 gradi, facendo perno sulla parte destra del corpo rimasta illesa, e verosimilmente aiutato anche istintivamente dalla V.F. che, terrorizzata, lo spingeva nello stesso verso con le sue mani.
Durante tale movimento di ribaltamento, dopo che il corpo aveva appena compiuto una rotazione di 45 gradi, fu esploso il quarto colpo alla regione inguinale e, dopo una rotazione di 90 gradi circa, fu esploso il quinto colpo che colpì il leso nella zona ombelicale.

Già ci sarebbe da contestare la possibilità che Pasquale avesse potuto compiere un movimento così ampio con addosso le gravi ferite causate dai primi tre colpi, delle quali una al cuore, ma a rendere non credibile la rotazione descritta da Zuntini è in ogni caso la presenza di ostacoli insormontabili nello stretto abitacolo. Il primo e più grosso era la gamba sinistra di Stefania.


A impedire l’ampio movimento che sarebbe stato necessario c’erano poi la leva del cambio, alta almeno venti centimetri sopra il piano di seduta, e il volante, in mezzo ai quali Pasquale avrebbe dovuto quasi cadere dall’alto (l’abitacolo nella foto sottostante è proprio quello di una Fiat 127).


In effetti, come si arguisce dal pomello nero nell’immagine sottostante, le gambe di Pasquale erano al di là della leva del cambio (la stessa foto vista nei convegni si allarga sulla destra e conferma questa impressione). Quindi sarebbe stato necessario un balzo, per scavalcare l’ostacolo, non una semplice rotazione, il che rende per di più poco plausibile che i due colpi successivi avessero colpito il poveretto nel modo lineare descritto dalla perizia (durante la rotazione, il primo dopo 45 gradi, il secondo dopo 90).


La disposizione delle macchie di sangue visibili nella stessa foto ci dà modo di rilevare un’altra grave incongruenza insita nella ricostruzione di Zuntini. Il rivolo che scende dal fianco seguendo la linea superiore del gluteo, evidenziato dalle tre frecce verdi, è dovuto alle due coltellate sovrapposte (freccia più alta) vibrate post mortem, con ferite ancora sanguinanti per effetto della gravità. Ma quel sangue di sicuro non fu responsabile del consistente e ben visibile impregnamento degli slip, nè nella parte alta nè nella parte bassa (frecce rosse a destra). La ricostruzione di Zuntini non è in grado di spiegare il fenomeno, come non è in grado di spiegare la presenza di ampie macchie sulla schiena, che non corrispondono ad alcuna ferita (frecce rosse in alto). Per quel sangue va quindi rintracciata una differente origine. Nel prossimo articolo vedremo che era di Stefania.

Gli errori su Stefania. Passiamo alle ferite di pistola su Stefania, che furono descritte in modo approssimativo e giustificate in modo poco convincente. Iniziamo dalle tre al fianco destro, dando la parola alla stessa perizia:

il proiettile impattò prima contro la guida di scorrimento del sedile con angolo di circa 45 gradi, rimbalzò verso l’alto, scindendosi in 3 frammenti di cui almeno uno passò fra sedile e spalliera, perforò quindi la stuoia ed ormai deformato, con forza viva ridotta, colpì unitamente agli altri 2 frammenti la lesa al fianco destro (frammenti non recuperati). È molto probabile che fu proprio la V.F. che in tale istante si trovava poggiata sul fianco destro, per contrastare il suo assalitore, a deviare l’arma che doveva essere a portata delle sue mani (come l’origine della traiettoria del proiettile ci indica); in alternativa il colpo impreciso e troppo basso fu frutto della precipitazione dello sparatore.

La foto sottostante di una vera Fiat 127 ci dà un’idea della posizione di Stefania al momento dello sparo – per problemi organizzativi l’attore è di sesso maschile – così come la immaginò Zuntini.


Sopra il sedile c’era una stuoia, qui purtroppo assente, sulla quale Zuntini rilevò la presenza di un foro all’altezza della giunzione tra seduta e spalliera. Secondo lui il foro era stato causato da almeno uno dei tre frammenti che avevano colpito Stefania al fianco.
Nella foto sottostante viene mostrata la guida metallica del sedile contro la quale il proiettile si sarebbe frammentato, con le possibili traiettorie.


A rendere già poco logica la ricostruzione di Zuntini è lo spazio ridottissimo, praticamente nullo, che si crea tra seduta e spalliera una volta che questa è tutta reclinata, poiché i due pezzi rimangono a contatto. Ma supponiamo che proprio in quel punto, facendosi largo tra le pieghe della fodera, fossero passati i tre frammenti. La domanda è: il foro nella stuoia da quanti frammenti era stato prodotto? Non è credibile che tutti e tre sarebbero rimasti così vicini da causare un solo foro, come invece sembrerebbe ritenere Zuntini quando scrive di “un foro di proiettili analogo agli altri, ma un poco più largo” e “in sede di autopsia fu rilevato sul fianco destro (quindi nella zona che era a contatto con quella del foro esistente sulla stuoia) una triplice ferita penetrante prodotta dai tre frammenti metallici”.  In effetti, nel passaggio riportato poco sopra, si legge della possibilità che soltanto uno dei frammenti fosse passato attraverso il foro (“3 frammenti di cui almeno uno passò fra sedile e spalliera”), ma in questo caso ci si deve chiedere da dove fossero passati gli altri due per colpire Stefania più o meno nella medesima zona.
In ogni caso a tagliare la testa al toro rendendo del tutto impossibile l’ipotesi di Zuntini c’è un elemento che basta da solo: la slitta contro cui avrebbe impattato il proiettile era coperta dal sedile, che si trovava più indietro rispetto all’immagine appena mostrata. Per convincersene basta guardare quella successiva, dove viene messa a confronto una foto della 127 originale – dalla quale si vede anche la stuoia – e la foto già utilizzata per illustrare la posizione di Stefania.


Più o meno i due sedili risultano arretrati allo stesso modo, anzi, quello originale leggermente di più. Ebbene, vediamo di quanto sporge la slitta in questa condizione.


Come si vede l’arretramento del sedile l’ha del tutto coperta, come aveva coperto quella della 127 di Pasquale, quindi nessun proiettile avrebbe potuto colpirla.
Con la sua ingegnosa ricostruzione Zuntini cercò di giustificare un probabilissimo abbaglio di chi aveva effettuato l'autopsia: le tre ferite rilevate al fianco di Stefania non erano affatto dovute a frammenti di proiettili, ma ad altra causa, forse allo sfregamento del corpo su qualche asperità dell’auto al momento dell’estrazione da parte dell’assassino. Non sembra affatto un caso se quei tre frammenti non erano stati recuperati. Vale anche la pena di osservare che nel primo rapporto di Zuntini frammenti e ferite erano cinque: “L’assassino [...] ha abbassato la mira e ha colpito la base del sedile di destra [...], il proiettile si è ivi frantumato in 5 piccole schegge che hanno colpito la donna al fianco destro”. Il che la dice lunga sulla confusione che dev’esserci stata nei risultati dell’autopsia.
Passiamo alle ferite al ginocchio e alla gamba destra, la prima con proiettile passante, la seconda con proiettile ritenuto, entrati entrambi con andamento “dal basso verso l’alto (per quanto avessero traiettorie pressoché orizzontali)”. La frase è oltremodo criptica, e non aiuta affatto a comprendere quale traiettoria avessero percorso i due proiettili. Erano entrati da destra o da sinistra? La perizia non lo dice, ma è chiaro che sottintende da destra. Anche in questo caso la documentazione autoptica doveva essere stata assai confusa. Dieci anni dopo De Fazio avrebbe interpretato i dati a lui disponibili in tutt’altro modo scrivendo di “alcune ferite da arma da fuoco, verosimilmente una al ginocchio dx, tre al fianco dx, una al ginocchio sx.”, e spostando quindi sul ginocchio sinistro la ferita alla gamba destra. In più avrebbe ipotizzato una provenienza dei due colpi da sinistra:

In via di ipotesi, tenuto conto della carenza di dati esaustivi, può essere proposta la seguente ricostruzione dinamica del caso. Dopo aver ucciso l'uomo con parecchi colpi di rivoltella sparati dal lato sinistro dell'auto […], e che possono aver attinto anche le ginocchia della ragazza, l'omicida si è portato sul lato dx. dell'auto ed ha esploso altri colpi all'indirizzo della donna (tranne che anche i colpi all'addome abbiano attinto la donna allorché l'omicida ha sparato stando sul lato sinistro dell'auto).

Bossoli e proiettili. Ma è soprattutto il punto del terreno nel quale furono raccolti i cinque bossoli a rendere la ricostruzione di Zuntini completamente sbagliata. Se è vero che al momento del recupero l’auto era già stata portata via, è anche vero che le tracce dell’accaduto dovevano essere ben evidenti sul terreno, se non altro i frammenti di vetro del finestrino rotto, e quindi dovette risultare piuttosto facile stabilire la posizione relativa dei bossoli. Al processo Pacciani Canessa disse (vedi): “Dobbiamo rifarci un po' agli atti di allora che sembra, dai verbali loro vedranno, sembra di capire che invece i bossoli sono sulla sinistra. Cioè dalla parte opposta dove lo sportello è chiuso”. D’altra parte lo stesso Zuntini scrisse: i “bossoli furono rinvenuti sul terreno, alla sinistra dell’autovettura, all’altezza della ruota posteriore sinistra, su un’area di circa 1 m quadroammettendo che il fatto “ad un esame superficiale potrebbe sembrare strano o inspiegabile” nell’ipotesi di un attacco da destra. La spiegazione data dal perito risulta improbabile e contorta: espulsi verso destra e all’indietro con un angolo di 45 gradi, i bossoli avrebbero urtato contro l’interno del vetro della portiera destra aperta (anch’essa di 40-50 gradi) rimbalzando fino a scavalcare l’autovettura e cadere sul lato opposto.
Zuntini scrisse di aver condotto delle prove ottenendo esattamente questo risultato, ma non gli si può credere. Un cilindretto in rapido moto rotatorio che urta contro una superficie dura può schizzare da ogni parte, e se in più si considera la mobilità dell’arma durante l’azione è del tutto improbabile che i cinque bossoli fossero finiti uno vicino all’altro dopo aver rimbalzato contro una portiera la quale, per giunta, avrebbe dovuto essere aperta esattamente di circa 45 gradi per poterli indirizzare verso il punto in cui sarebbero caduti. Guarda caso nel successivo delitto di Scandicci, dove non esiste alcun dubbio sul lato dell'attacco, il sinistro, i bossoli trovati all'esterno erano nella medesima posizione relativa di quelli di Borgo: “Sul terreno a sinistra dell'auto, a cm.90 dal centro della ruota posteriore 1 bossolo cal.22 tipo Winchester con fondello percosso; a cm.75 altro bossolo e a cm.85 altri 2 bossoli identici al primo” (perizia De Fazio). Semmai ci sarebbe da riflettere sulla loro poca distanza dal punto di sparo, meno di due metri invece dei canonici tre, ma per questo c'è una spiegazione che sarà discussa in un futuro articolo.
L’estrema improbabilità che il perito avesse condotto davvero la prova precedente ottenendo i risultati dichiarati costringe a guardare con sospetto anche altre sue affermazioni, la più importante delle quali riguarda la traiettoria dei due proiettili da lui stesso rinvenuti all’interno della spalliera del sedile di guida: fori d’ingresso e tracce del passaggio attraverso l’imbottitura ne indicherebbero una da destra verso sinistra, in accordo quindi con la posizione dello sparatore sul lato destro. I fori dei due proiettili erano stati notati quasi subito dai carabinieri, come risulta dal rapporto giudiziario del 18 settembre 1974 firmato dal capitano Olinto Dell’Amico:

Sull’autovettura era possibile rilevare, nella parte superiore del sedile anteriore sinistro, oltre ad un taglio da arma impropria bianca, anche due piccolissimi fori di entrata di piccoli proiettili, peraltro non rinvenuti all’interno né del sedile né dell’auto.

Come si vede i proiettili erano già stati cercati, e quindi l’imbottitura del sedile già frugata, si può immaginare con quale sconquasso della stessa, quindi non è detto che un mese dopo, quando Zuntini li trovò, fosse stato possibile determinarne la traiettoria.
Infine è del tutto da escludere che l’assassino avesse sparato dieci o undici colpi, poiché la sua pistola poteva contenerne al massimo nove, come sarebbe emerso con chiarezza negli episodi omicidari successivi, soprattutto a Baccaiano e Scopeti, dove la disponibilità di qualche cartuccia in più gli avrebbe fatto comodo. Si tratta di una grave contraddizione, rilevata anche dall’attentissimo giudice Francesco Ferri nella sua nota sentenza:

le conclusioni dei periti balistici relative al fatto del 1974, secondo le quali sarebbero stati esplosi dieci o undici colpi, si inseriscono in una perizia che non brilla per chiarezza, e non sono giustificate in base al numero dei bossoli repertati, cinque, né in base al numero dei proiettili repertati, otto, né in base al numero complessivo dei colpi riscontrati sui due cadaveri, otto, dei quali cinque per il Gentilcore e tre per la Pettini, né in base al numero dei proiettili ritenuti nei cadaveri, sei, dei quali cinque per il Gentilcore ed uno per la Pettini.

Alla fine si ha la netta impressione che Innocenzo Zuntini avesse fatto tornare i propri conti, non esitando a metter dentro qualche strategico aggiustaggio nei dati. A sua discolpa, è il caso di ribadirlo, c’è da dire che non fu favorito né dalla fretta con la quale dovette fornire le prime valutazioni, dalle quali in seguito evidentemente non fu più capace di staccarsi, nè dai confusi risultati dell’esame autoptico. Non è un caso se al processo Pacciani la deposizione di Mauro Maurri (vedi), invece di chiarire, portò altra confusione, soprattutto riguardo le ferite sulla ragazza: quelle al fianco sarebbero state accompagnate da altrettante passanti al braccio destro, in compenso non fece alcuna menzione di ferite alle gambe. Ma l’anatomopatologo era andato a braccio, dichiarando di non aver riletto i documenti originali, o forse li aveva riletti ma non li aveva capiti bene neppure lui.

Abbiamo visto che De Fazio, nel 1984-85, respinse la dinamica proposta da Zuntini, postulando un attacco da sinistra. A concordare invece con il perito è il recente ebook di Valerio Scrivo, “Il Mostro di Firenze esiste ancora”, dove però non si menzionano le tre ferite al fianco di Stefania. Nel prossimo articolo chi scrive proporrà la propria ricostruzione, nel tentativo di eliminare i dubbi principali e soprattutto di evidenziare alcune importanti caratteristiche del futuro Mostro di Firenze al suo esordio.

16 commenti:

  1. Ottimo articolo come sempre... Sarebbe interessante fare un paragone con gli spari di Signa , per porsi la domanda , ma chi sparó a Signa puó essere lo stesso che sparó a Borgo?

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    1. Grazie per l'apprezzamento.
      A Signa gli sparatori erano due. Il primo non sbaglio neppure uno dei sei colpi, e le vittime non erano sotto di lui ma sul sedile opposto. I restanti due colpi li sparò Stefano Mele sulla moglie morta riuscendo a sbagliarne uno.
      A Borgo su nove colpi, tutti diretti a Pasquale, quattro andarono fuori bersaglio. Ma tutto sarà più chiaro al prossimo articolo.

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  2. Ciao Antonio, ho appena finito di leggere il libro di Cochi e come una droga risento il bisogno di informazioni, di ipotesi (pensavo di essermi disintossicato). mi sento molto vicino alla tua ipotesi anche se sono disposto ad accettare altre teorie se suffragate. Sai che mi discosto da te solo per quanto riguarda il delitto di Signa. La prima domanda dopo aver letto il tuo articolo sul delitto del 1974 è questa: come collochi GL sulla scena del delitto abitando lui stesso a parecchi KM di distanza? Come e dove poteva essersi imbattuto nelle Stefania? Hai parlato di uno scooter giustamente perché GL ha preso la patente fine anni settanta giusto? Per quanto riguarda il modus operandi del delitto non ho una opinione, è molto complicato anche se molto interessante ricostruire le scene. Mi piacerebbe sapere su Baccaiano come la pensi e se hai già scritto qualcosa devo prendere visione perché per un paio d'anni ho lasciato perdere e quindi non sono informato sulle news.

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    1. Su Lotti della prima metà degli anni '70 sappiamo pochissimo, quindi non ho idea di come fosse arrivato nel Mugello. Sappiamo che nel 1981 aveva portato la Nicoletti sulla piazzola del delitto di Vicchio. Da quanto tempo bazzicava la zona e perchè?
      D'altra parte se nessuno può dimostrare, allo stato, che Lotti avesse avuto a che fare con il Mugello attorno al 1974, nessuno può dimostrare il contrario.
      L'episodio del personaggio che aveva fatto paura a Stefania potrebbe voler dire qualcosa o forse no. Va comunque registrato che si trattava di persona della stessa età di Lotti.
      Il fatto che ragionevolmente l'assassino di Borgo fosse su un mezzo a due ruote (a meno di spiegazioni alternative alla mia ma che per ora non ho ancora sentito) può voler dire qualcosa o forse no. E' comunque un fatto che in quegli anni Lotti se ne andasse in giro in motorino.
      Su Baccaiano avevo pubblicato una ricostruzione inedita sul mio vecchio ebook, poi ripresentata sul forum. Di qui in avanti pubblicherò tutte le dinamiche nell'ordine temporale, con Signa però ultima. Quindi arriverà anche Baccaiano.

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  3. Ciao Antonio volevo dirti che mi stai convincendo anche su Signa. Però voglio chiederti perché a tuo parere GL smette di commettere i delitti. io credo che egli abbia cambiato modus operandi e addirittura zona ma che non si sia fermato dopo il 1985. Che ne pensi?

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    1. Penso che il Mostro, fosse o non fosse Lotti, avesse acquistato, prima del delitto di Scandicci, una scatola di cartucce da 50 già con l'idea di fermarsi quando fossero finite. Non era spinto da pulsioni di natura sessuale, ma dalla voglia di protagonismo stimolatagli dalla visione di Maniac. Si potrebbe anche dire che non era un vero e proprio lustmurder ma un imitatore.

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    2. Ho saputo di alcuni casi di prostitute uccise nella provincia di Modena rimasti insoluti. Scia di sangue iniziata nel 1986 e terminata a metà anni novanta però non mi ricordo le date.

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    3. Ha iniziato nel agosto 85 quindi in epoca mostro anche se alla fine , decisamente 2 casi diversi... cmq anche quel caso é rimasto insoluto come quello di Udine... Questo dimostra che al contrario di quello che affermano alcuni criminologi ( mostro di firenze di una intelligenza sopra la media ) in quei anni svignarsela non era la prassi ma quasi ...

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    4. E ti dirò di piú , anche se non sembra , era piú difficile il compito di un SK di prostitute rispetto al mdf... é vero che gli inquirenti avevano molta meno pressioni ma proprio x quello potevano lavorare tranquillamente, con zero mitomani che inquinassero il caso ... quindi non ha senso descrivere il mdf come un genio del crimine, "semplicemente"si recava sul posto , uccideva da 30 cm una volta all'anno , e tornava a casa... nessuno lo ha visto , di telecamere neanche l'ombra , dna non sapevano cos'era , sfido chiunque al giorno d'oggi ad arrivare al secondo duplice omicidio

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    5. Mik84 a tuo parere chi ha ucciso le prostitute a Firenze negli anni ottanta?

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    6. Mik 84. Non negando una logica in quel che scrivi ti presento una suggestione "cinica". L'uccisione di prostitute (ed omosessuali), nel moralismo bieco di allora era una "logica conseguenza" dello stile di vita dissoluto: "se la andavano a cercare". Indagare oltre il minimo burocratico indispensabile era una "perdita di tempo".
      Sarebbe interessante dare uno sguardo alle perizie e ai rilievi che furono effettuati in occasione dei delitti di prostitute.

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    7. A mio parere è molto difficile che esistessero 2 assassini seriali nella provincia di Firenze.

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    8. Antonio devi dedicare uno studio anche ai delitti delle prostitute anche se credo sia molto difficile reperire informazioni

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    9. Sono convinto anch'io che due dei delitti delle prostitute, ma solo quelli (Giuliana Monciatti e Clelia Cuscito, mentre per Giuseppina Bassi e Luisa Meoni si trattava di rapine finite male) fossero opera del Mostro, che si teneva in attività in attesa dell'estate.
      Tra l'altro uno dei due identikit diffusi dopo l'omicidio della Cuscito era Lotti sputato...

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  4. Baba é difficile dire se era il mostro ad uccidere le prostitute , mi sembra che una aveva subito delle coltellate al pube ( penso siano quelle che ha nominato Antonio ) e quello é compatibile con il modus operandi del mostro , mi pare che i delitti delle prostitute finirono nel 85 proprio come quelli del mostro e questo é significativo , difficile si 2 sk nella provincia di Firenze ma non impossibile in quel periodo in Val di Pesa c'erano parecchi soggetti inquietanti...inoltre negli Stati Uniti é già successo di 2 sk che uccidevano contemporaneamente nella stessa città

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    1. Diversi "mostrologi" tendono ad attribuire al mostro 4 delitti di prostitute; quelli in cui il killer ha tralasciato di rubare soldi e gioielli nonostante fossero in evidenza. Per gli altri, alcuni nell'area di modena, si può supporre un altro killer. Purtroppo, quando un S.K. inizia ad uccidere, le probabilità che un altro lo segua a ruota sono maggiori e non minori di quanto comunemente si creda. Stessa cosa vale per i suicidi. Nel positivo capita, in ambito musicale o letterario, che in zone ristrette si concentri una grande attività.
      La difficoltà ad accettare certe dinamiche, per altro evidenti, è di ordine psicologico. Gli investigatori nostrani si rifiutano assolutamente di "sporcarsi" entrando nella mente del S.K. Il lato oscuro ha dinamiche logiche che si possono cogliere solo identificandosi. Appartiene a questa logica il meccanismo per cui un soggetto predisposto inizi ad uccidere dopo aver letto delle "imprese" di un altro. Aggiungo, più il S.K. appare vincente agli occhi dei predisposti, più è probabile che alcuni divengano suoi emulatori che e altri, non riuscendo a passare ai fatti, cerchino di farsi arrestare per i suoi delitti. Perugini (nomen omen, nel nome un presagio) e Pier Luigi Vigna, hanno più volte dichiarato di adoperare l'immedesimazione; entrambe non ne erano in grado, per rigidità caratteriali evidenti.
      Forse Vigna avrebbe potuto comunque arrestare il mostro, usando i suoi metodi talvolta poco ortodossi ma efficaci. Credo che il depistaggio dell'82 ad opera (o per mezzo) del maresciallo Fiori abbia dato il colpo di grazia investigativo a Vigna. Questo nell'ipotesi che non fossero tutti d'accordo per "lasciarlo a spasso" o affidarlo ad "altra giustizia", in Italia non possiamo mai escudere il "complotto" ma soprattutto non possiamo darlo per scontato.

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