domenica 23 ottobre 2016

La dinamica di Scandicci

In questo articolo si cercherà di ricostruire la dinamica del delitto di Scandicci, avvenuto sabato 6 giugno 1981 con vittime Carmela De Nuccio e Giovanni Foggi. Al contrario di quella del delitto di Borgo San Lorenzo, non esistono elementi oscuri o controversi, come non esiste una perizia da confutare. Le azioni compiute dall’assassino risultano chiare, anche perché, lo vedremo, il suo rapporto con la vittima femminile fu lineare e freddissimo.
La coppia era uscita verso le 22, dopo una cena a casa di Carmela. L’accordo con i suoi severi genitori era quello di rientrare entro un’ora e mezza al massimo. I ragazzi, che si frequentavano da poco tempo, avevano detto loro che sarebbero andati a mangiare un gelato; in realtà si recarono immediatamente nel posto dove sarebbero stati uccisi.
I corpi furono rinvenuti per caso la mattina dopo da un brigadiere di Polizia, Vittorio Sifone, il quale andò subito a chiamare i propri colleghi, che a quanto sembra non preservarono troppo la scena del crimine in attesa dell’arrivo della Scientifica.



 
La Fiat Ritmo di Giovanni era parcheggiata a lato di una strada di campagna, poco addentro a un campo di ulivi sul fianco di una collina, con i quattro sportelli chiusi dei quali i posteriori bloccati dall’interno e gli anteriori no. Il vetro del finestrino del guidatore era infranto. Sul sedile di guida, dalla spalliera solo leggermente reclinata, giaceva il ragazzo con indosso una camicia, gli slip e un paio di jeans sfilati soltanto dalla gamba sinistra. Il sedile del passeggero era macchiato di sangue e vuoto, la spalliera reclinata a metà. Fuori, nei pressi dello sportello di guida, c’era la borsetta di Carmela con il contenuto sparso a terra (almeno così fu trovata dalla Scientifica).


La ragazza giaceva dal lato opposto della strada, in posizione più bassa, a circa 12 metri dal fidanzato. Le mancavano le scarpe, ritrovate nell’auto, per il resto era completamente vestita, jeans e camicetta. All’altezza del pube i pantaloni erano stati tagliati per operare la tristemente nota mutilazione. Particolare che avrebbe ingenerato sorprendenti supposizioni: la catenina le era salita fin sulle labbra.

Bossoli, proiettili e ferite. In totale furono recuperati sette bossoli calibro 22, quattro all’esterno dell’auto, dalla parte sinistra quasi un metro oltre la ruota posteriore, e tre all’interno, due sul tappetino e uno sul divanetto posteriori. Secondo la perizia De Fazio i proiettili repertati furono sei, tre estratti dal corpo di Giovanni, uno da quello di Carmela, uno dalla spalliera anteriore destra e uno raccolto dal tappetino posteriore destro. La perizia Arcese-Iadevito elenca invece tre proiettili e otto frammenti senza ulteriori specificazioni (almeno nella parte in possesso di chi scrive).


Giovanni era stato colpito in regione occipitale da due proiettili (1-2), entrambi ritenuti, soltanto uno dei quali aveva attraversato le ossa del cranio, e per questo mortale. Un terzo proiettile (6), anch’esso ritenuto e anch’esso mortale, era penetrato nel torace con un colpo che aveva lasciato tracce di affumicatura sul foro d’entrata, quindi sparato quasi a contatto.
Il ragazzo aveva inoltre ricevuto tre coltellate, due al collo sul lato sinistro e una al torace, poco sopra il capezzolo sinistro. Le tre ferite, poco sanguinanti, erano state inferte post mortem.


Carmela aveva due ferite agli arti superiori: una all’avambraccio destro (3), con entrata al polso interno e uscita verso il gomito esterno (per De Fazio la direzione sarebbe stata però contraria), una all’avambraccio sinistro in prossimità del gomito (4), con entrata sulla parte esterna e uscita sulla parte interna. Vedremo che questo secondo proiettile aveva anche prodotto una ferita di striscio al mento. Un terzo proiettile (5), mortale, aveva attraversato il collo da sinistra a destra, lesionando irrimediabilmente la colonna vertebrale. Infine un quarto proiettile (7), ritenuto e mortale, era entrato sotto la scapola sinistra. Tracce di affumicatura sulla camicetta indicavano una posizione della canna quasi a contatto.
Nessuna ferita di coltello era stata inferta a Carmela, a parte la mutilazione del pube.

L’attacco. C’è chi ritiene che Carmela e Giovanni, al momento dell’aggressione, avessero già fatto l’amore e quindi stessero rivestendosi. Il motivo fondamentale sarebbe il lungo lasso di tempo, due ore, tra il momento in cui uscirono e quello in cui i risultati dell’autopsia collocarono il decesso, mezzanotte. Ma quei risultati non potevano avere una tale precisione, e nessun altro elemento confermava quell’orario, poiché nessun testimone aveva visto i ragazzi in giro e non erano stati uditi colpi di pistola. Nessuna traccia di liquido seminale fu riscontrata addosso ai cadaveri, e la bustina vuota di un profilattico recuperata dal pavimento dell’auto poteva risalire a chissà quanto tempo prima (in effetti nessun profilattico risulta repertato). Anche il fatto che la ragazza fosse completamente vestita, a parte le scarpe, e il ragazzo già quasi privo di pantaloni fa presumere l’imminente inizio di un rapporto sessuale, più che la fine, poiché di solito è sempre il maschio a spogliarsi più in fretta e soprattutto a rivestirsi più in fretta.
L’aggressore doveva essere già molto vicino al posto, quando la coppia parcheggiò la propria Ritmo. Forse aspettava proprio loro, che altri sabati si erano appartati lì, forse contava di sorprendere una coppia qualsiasi in una zona adatta alla ricerca di intimità. In ogni caso si accorse dell’arrivo dei ragazzi, si avvicinò e li aggredì quasi subito, quando avevano appena iniziato a spogliarsi a luce accesa.

 
Come a Borgo attaccò dalla parte sinistra, ancora una volta con due colpi in rapida successione a cercare il capo del ragazzo. Il primo sparo infranse il vetro e colpì di sorpresa Giovanni alla nuca, mentre era voltato un po’ verso destra nell’atto di sfilarsi la seconda gamba dei pantaloni. Frenato dall’impatto con il vetro, il proiettile non ebbe la forza di attraversare la parete ossea del cranio e non fu mortale, ma subito dopo, più o meno nella stessa zona, ne arrivò un altro, questa volta penetrante con effetti letali.

 
Dopo aver liberato il finestrino da qualche frammento di vetro, l’aggressore rivolse l’arma contro Carmela, sparando ancora due colpi da fuori, ma la distanza maggiore e soprattutto i movimenti di reazione della vittima gli impedirono di essere altrettanto preciso. Il primo fu quello che la ferì all’avambraccio destro, in quel momento alzato e posto più o meno con l’asse maggiore lungo la linea di tiro. Il proiettile entrò alla base del polso, uscì in prossimità del gomito e attraversò il sedile, impattando infine contro la parete dell’auto. Va precisato che Carmela doveva essersi addossata al compagno molto più che l’attrice in foto, altrimenti il proiettile in uscita non sarebbe potuto entrare nella spalliera.


Per reazione Carmela dovette ruotare un po’ verso la sua destra, continuando a proteggersi il volto con il braccio sinistro alzato. Il secondo proiettile la colpì all’avambraccio sinistro, uscì, le sfiorò il mento e finì la sua corsa dentro la spalliera del sedile, verso la sua sommità (anche in questo caso l’attrice avrebbe dovuto essere più vicina al ragazzo). Il corrispondente foro nella fodera presentava tracce di sostanza ematica e capelli, che il proiettile evidentemente si era portato dietro.
A questi primi quattro colpi esplosi con l’arma fuori dal finestrino corrispondono i quattro bossoli trovati sul terreno.


A quel punto Giovanni giaceva immobile, mentre Carmela, sopraffatta dal dolore e dal terrore, si era lasciata cadere sul sedile semi reclinato, quasi sul fianco destro, urlando o almeno lamentandosi. Per esser sicuro di ucciderla, l’aggressore decise di avvicinarsi ulteriormente, mise la mano dentro l’abitacolo e le sparò un colpo cercando la testa. Con mira non proprio perfetta la colpì invece al collo; il proiettile, passante, incontrò una vertebra lesionando il midollo e paralizzandola immediatamente. Il bossolo fu uno dei tre trovati all’interno.


La foto sopra, tratta da Calibro22, ci mostra gli effetti dell’impatto del proiettile contro la portiera posteriore destra, con l’evidenza del materiale ematico che vi era schizzato sopra. Tra questo proiettile e l’altro che aveva attraversato la spalliera ne fu recuperato soltanto uno dal tappetino posteriore destro.


Con entrambe le vittime ormai neutralizzate l’assassino fece una breve pausa, durante la quale si guardò intorno e pensò al da farsi. Gli erano rimasti ancora quattro colpi; decise di usarne due per esser sicuro della morte dei poveretti. Attraverso il finestrino infranto sbloccò lo sportello di guida, aprì e sparò un colpo al torace di Giovanni, con l’arma a contatto o quasi.


Poi si sporse ancora e raggiunse il corpo di Carmela, che dopo il colpo al collo si trovava un po’ sul fianco destro con la spalla sinistra rialzata. Cercando il cuore, le sparò sotto la scapola.
Entrambi i proiettili furono ritenuti, ed entrambi i bossoli finirono dentro l’abitacolo.


Infine, per maggior sicurezza e anche per smaltire l’adrenalina, ripose la pistola e mise mano al coltello vibrando tre fendenti a Giovanni, due al collo e uno al torace.

Lo spostamento di Carmela. Raggiunta la sicurezza che i due poveretti erano ormai deceduti, l'assassino iniziò a preoccuparsi della fase successiva, nella quale doveva mettere le mani sul corpo di Carmela. A questo scopo si sporse verso lo sportello del passeggero sbloccandolo, spense la luce interna e infine uscì dall’abitacolo richiudendo lo sportello di guida. Se fu lui a tirar fuori la borsetta, lo fece in questa occasione. È presumibile che a questo punto avesse fatto una pausa per guardarsi intorno e raccogliere le idee. Doveva portare a termine un'operazione molto delicata, durante la quale si sarebbe esposto al pericolo d'esser visto. Quindi dovette accertarsi dell’assenza di estranei in arrivo e scegliere un posto dove depositare il cadavere.


Il terreno sul quale l'assassino si trovava a dover operare era in pendenza, molto esposto al possibile passaggio di altre coppiette in cerca d’intimità. Qualche metro più in basso correvano due strade che s’incrociavano, e quindi gli sarebbe servito a poco nascondersi dietro la Ritmo, dall’una o dall’altra parte i fari delle eventuali auto in transito avrebbero illuminato la scena. D’altra parte anche i radi ulivi lo potevano aiutare ben poco, quindi non gli rimaneva che allontanarsi alla ricerca di un posto più riparato. Una volta effettuata la sua scelta, tornò all'auto, spalancò la portiera del passeggero, estrasse il corpo di Carmela e richiuse (come già aveva fatto con la portiera di guida, dimostrando quindi prudenza e freddezza assieme).


Come si vede nell’immagine sopra, l'individuo trasportò il corpo oltre la strada più in basso. A questo scopo dovette compiere un tragitto di circa 12 metri, probabilmente tenendo Carmela sollevata da terra, anche se i dati disponibili sono contrastanti. Al processo Pacciani (vedi), durante il controinterrogatorio della difesa, il brigadiere Sifone raccontò di aver visto evidenti tracce di trascinamento.

Bevacqua: C'erano tracce di trascinamento di questo cadavere?
Sifone: C'era dalla macchina al luogo dov'era posta la ragazza.[...] C'era l'erba accanto, sulla scarpata piccola che fiancheggiava l'autovettura, c'era l'erba alta di circa 40/50 centimetri, non voglio esagerare.
Bevacqua: Era piegata.
Sifone: Era schiacciata dalla parte dell'autovettura verso il luogo dove si trovava la ragazza poi ancora sulla strada del contadino, che c'è la ghiaia, presentava dei segni dov'era stata trascinata probabilmente la ragazza. Poi ancora l'erba sull'altro pezzettino di strada residuale era pure schiacciata verso il luogo dove si trovava la ragazza.

Però quel trascinamento non aveva lasciato alcun segno particolare sul corpo, tanto da far ritenere a Giovanni Autorino della Scientifica, e non solo a lui, che fosse stato sollevato (vedi).

PM: Allora, veniamo a qualche domanda. Fra l'auto e il posto dove era la ragazza apprezzate segni di trascinamento?
Autorino: [...] Abbiamo fatto un'ispezione intorno perché rientra, diciamo, tra quella che è la nostra attività, però se debbo dirle che lì io ho visto segni di trascinamento, purtroppo no. Posso dire un'altra cosa quasi in fine, in coda al sopralluogo, abbiamo voluto verificare sotto i talloni della ragazza se vi erano tracce. [...]
Abbiamo guardato anche il fondo dei pantaloni per vedere se nel trascinamento si fosse imbrattato di terriccio; e stessa osservazione l'abbiamo rivolta alla parte posteriore del tronco e dei capelli. Sì, è vero che c'erano delle pagliucole e cose del genere, ma questo poteva essere dovuto alla caduta nel piccolo precipizio che stava lì oltre la strada.
PM: Quindi su questi talloni segni evidenti di trascinamento non ci sono.
Autorino: Assolutamente, perché fra l'altro l'abbiamo guardato con quelli di medicina legale, perciò...
PM: Il suo collega invece ha detto che era rimasto impressionato dall'erba abbassata. Lei questo dato non l'ha apprezzato?
Autorino: Non l'abbiamo apprezzato e penso che, poi sul posto c'era il dottor Izzo, seppure ne avesse sentito lui prima di noi, sicuramente ce lo avrebbe fatto notare, ecco.

Autorino e colleghi erano giunti con ritardo sul posto rispetto a Sifone, quindi è senz'altro possibile che al loro arrivo i segni di trascinamento sul terreno si fossero ridimensionati, sia per l'erba tornata in posizione, sia per il maldestro calpestio di poliziotti e carabinieri. Sembra strano però che di quel lungo trascinamento tra erba e terriccio non fosse rimasta traccia alcuna sul corpo di Carmela.


Le perplessità aumentano di fronte alla foto in cui si vede la collana tra le labbra della ragazza. Si tratta di una posizione non conseguente a un trascinamento, ma al collo penzoloni, probabilmente mentre l'assassino si era caricato il corpo sopra una spalla. Quindi doveva trattarsi di un individuo piuttosto robusto, come già aveva ipotizzato l'equipe De Fazio:

Il corpo della ragazza ormai esamine è stato asportato dall'auto e trasportato, più che non trascinato a 10-12 metri di distanza dall'auto, e di qui sospinto o trasportato in un infossamento del terreno: la manovra [...] denota di per sè una certa forza e robustezza da parte dell'omicida [...]


In ogni caso lo sforzo fu premiato dal raggiungimento di una posizione ben riparata rispetto alle strade sovrastanti, come ben mostra la foto sopra. La luce dei fari e il rumore del motore avrebbero avvertito per tempo l’assassino dell’arrivo di un’auto, consentendogli di acquattarsi e spegnere la luce della torcia che doveva aver piazzato a terra mentre stava effettuando la tristemente nota operazione del taglio del pube.

La borsetta. Uno dei primi elementi che insospettì Vittorio Sifone, almeno da quanto lui stesso avrebbe dichiarato al processo Pacciani, fu una borsetta giacente a terra, davanti allo sportello di guida. Si trattava della borsetta di paglia di Carmela. I documenti ci riportano che il contenuto – un mazzo di chiavi, la carta d’identità, oggetti per il trucco, due biglietti del bus – era sparso all’intorno, tanto da far ritenere a tutti i commentatori che fosse stato l’assassino, in cerca di qualche souvenir, a rovesciarvelo. Ma si può esser proprio sicuri di questo? Non troppo.
Va innanzitutto preso atto di tre elementi. Il primo: le cronache non ci riportano di alcun oggetto mancante. Il secondo: l’assassino non prese la collanina rimasta appoggiata alle labbra di Carmela, un souvenir che difficilmente avrebbe potuto essere migliore. Il terzo: in tutti i delitti successivi la borsetta, dove c’era, sarebbe stata comunque lasciata al suo posto (Calenzano, Baccaiano, Vicchio).
Sifone e colleghi rimasero per un po’ a presidiare la scena del crimine prima dell’arrivo dei rinforzi. In quel frangente si accertarono dell’identità delle vittime recuperando i loro documenti, e inevitabilmente inquinarono almeno un po’ la scena del crimine. La carta di Carmela da dove l’avevano presa? Era già a terra oppure l’avevano recuperata dalla borsetta e a terra l’avevano poi lasciata loro, magari assieme ad altri oggetti anch’essi tolti? La domanda è legittima, anche perché al processo Pacciani la deposizione del poliziotto (vedi) lasciò qualche dubbio.
Cominciamo col dire che, descrivendo le circostanze della scoperta del delitto, il teste affermò senza incertezze di aver trovato la borsetta a terra.

Sifone: Fatti alcuni passi ancora notai che alla parte esterna sinistra della macchina sul terreno c'era una borsa di colore chiaro.
PM: Una borsa?
Sifone: Una borsa o bianca o beige, se ricordo bene.
PM: Una borsa grande o una borsa piccola?
Sifone: Piccola. Una borsa che portano le signore.
PM: Da signora. Era fuori della macchina, lato sinistro.
Sifone: Lato della macchina, per terra.
PM: Lato sinistro.
Sifone: Lato sinistro.
PM: Vicino allo sportello.
Sifone: Vicino allo sportello al posto di guida.

Interrompendo il teste che aveva proseguito la propria narrazione, il Pubblico Ministero si mostrò ancora interessato alla borsetta. 

PM: Questa borsetta o borsa era aperta o chiusa?
Sifone: Mi scusi, se lei mi fa raggiungere il racconto... 

Se è comprensibile che Sifone avesse preferito proseguire con il racconto che si era preparato in anticipo, lo è un po' di meno la mancata risposta alla semplice domanda. In ogni caso salta all'occhio che non parlò affatto di oggetti per terra. E la carta d’identità?

PM: Quello che voglio chiedere a lei è che da quando voi arrivate con questa volante, siete lei e dei suoi colleghi, poi arrivano gli altri, nessuno tocca nulla?
Sifone: Nessuno, assolutamente.
PM: La macchina non viene toccata.
Sifone: Assolutamente.
PM: Voi presidiate, come si suol dire, la zona in attesa delle persone che...
Sifone: Mi scusi, l'unica cosa che è stato fatto, ecco, è stato prelevato un documento di riconoscimento, non so se era patente di guida o carta d'identità, non ricordo ora, per identificare le persone. È l'unico...
PM: È stato prelevato sia dall'uomo che dalla ragazza?
Sifone: È venuto fuori quello della ragazza.
PM: È stato prelevato sia dall'uomo che dalla donna?
Sifone: Sì.
PM: Per vedere chi erano?
Sifone: Chi erano.
PM: Benissimo. Quindi poi toccaste solo per fare quest'operazione. La fece lei questa operazione?
Sifone: Io e un altro collega che era sopraggiunto sul posto.
PM: Ecco, fatta questa operazione, i documenti li trovaste addosso?
Sifone: No, no, la borsa era aperta.
PM: Oh, ecco. La borsa era fuori della macchina già aperta.
Sifone: Già aperta, sì.
PM: Non la aprì lei.
Sifone: No, non la aprii io, era già aperta.
PM: Bene, lei...
Sifone: Poi il collega successivamente si interessò di identificare la persona che era al posto di guida chi era.
PM: Quindi la donna fu identificata dal documento che era nella borsa già aperta.
Sifone:

Quindi non soltanto dalla deposizione non erano ancora emersi gli oggetti sparsi a terra, ma Sifone aveva lasciato intendere che la carta d’identità di Carmela l’aveva presa dalla sua borsetta – trovata già aperta – confermandolo poi a domanda diretta del Pubblico Ministero. Di oggetti sparsi a terra nessuno parlò neppure quando quegli oggetti comparvero in almeno una delle foto visionate in aula. Fu il Presidente a farlo, dopo il controinterrogatorio di Bevacqua, in uno scambio che aggiunge un’importante informazione.

Presidente: Piuttosto, mi pare d'aver visto in una di queste fotografie che il contenuto della borsetta era rovesciato tutto al di fuori. Possiamo tornare indietro e vederlo? Era al suolo.
Sifone: Sì, per terra, accanto alla macchina, al lato posteriore sinistro accanto al posto di guida. Era per terra.
Presidente: Come se si fosse rovesciato nel cadere, o sembrava fosse stata aperta? Vediamo un po' questa fotografia, ecco.
Sifone: L'impressione, mi scusi, può anche non tenerne conto.
Presidente: No, no, lei...
Sifone: L'impressione che...
Presidente: L'impressione sua di allora, oggi è una circostanza di fatto, capito? Quindi lo dica: l'impressione?
Sifone: L'impressione che io ho avuto allora è che la borsa è stata buttata all'assassino dalla ragazza che si trovava in macchina per difendersi. […]
Presidente: Ricorda questo particolare, gli oggetti sparsi attorno alla borsa?
Sifone: Sì, sì, lo ricordo.
Presidente: La borsa era aperta o era chiusa?
PM: Ecco, ecco…
Sifone: Naturalmente era aperta, la borsa, perché c'era la roba per terra.
Presidente: “Naturalmente”, non è detto.
Sifone: Eh, si.
PM: A noi sembra chiusa.
Presidente: Si ricorda se era aperta?
Sifone: La borsa l'ho vista per terra, e gli oggetti sparsi accanto la borsa.
PM: Sembra chiusa.
Sifone: Ma comunque io non voglio affermare al cento per cento che sia chiusa. Io ho notato la borsa e questi oggetti sparsi accanto alla borsa, non mi sono soffermato a vedere se era aperta o era chiusa, perché non era il caso in quella circostanza.
Presidente: Il dato obiettivo è lì.

Dopo l’osservazione del Presidente riguardo gli oggetti sparsi a terra anche Sifone parve ricordarsene (ma la foto l’aveva vista anche lui). E una borsa che fino a quel momento si era detto sicuro d’aver trovata aperta si scopre poi che in foto appariva chiusa. Sono percepibili il suo imbarazzo e la perplessità del Presidente. A questo punto il sospetto che la carta d’identità, con gli altri oggetti, fosse stata tolta e lasciata a terra dal brigadiere – e la borsetta stessa chiusa poi con gesto meccanico, o forse richiusa – è legittimo, anzi, a parere di chi scrive è qualcosa in più di un sospetto. A darne conferma è anche l'ipotesi avanzata dallo stesso Sifone che quella borsetta l'avesse lanciata la ragazza contro il suo aggressore. Avrebbe avuto quest'impressione se avesse trovato la borsetta vuota con il contenuto sparso a terra? Probabilmente no, avrebbe pensato all'opera del Mostro.
Come era finita la borsetta fuori dall’auto? Che fosse stata ritrovata aperta oppure chiusa, piena oppure vuota, l’ipotesi di Sifone è comunque da scartare. Dal proprio posto Carmela ben difficilmente avrebbe potuto lanciarla attraverso l’apertura opposta, per di più in gran parte coperta dalla sagoma dell’aggressore. Se era stato lui a tirar fuori la borsetta, l'unico momento logico in cui poteva averlo fatto era quello successivo ai due colpi di grazia, mentre stava sporgendosi per sbloccare la portiera del passeggero. In questo modo se ne spiegherebbe bene il ritrovamento accanto allo sportello di guida.
Ma perché l’aggressore avrebbe tirato fuori la borsetta per poi ignorarla? Forse si era trattato di una questione pratica. Al momento dell’attacco poteva stare sulle gambe o sul grembo di Carmela che vi stava prendendo o riponendo qualcosa, quindi forse aperta. Quando, a vittime neutralizzate e luce interna spenta, l'aggressore cercò di raggiungere la maniglia dello sportello opposto è possibile che avesse deciso di sbarazzarsene per non trovarsela tra i piedi nella fase di estrazione del corpo, o anche perché in quel momento stava coprendo la maniglia stessa. Si tratta di un'ipotesi un po' forzata, ma d'altra parte chi scrive non ne ha trovata una migliore. E allora, pensando molto male, si potrebbe persino sospettare che non soltanto i maldestri poliziotti ne avessero rovesciato a terra il contenuto, ma che anche fossero stati loro a toglierla dall'interno dell'auto dove doveva stare in origine.

Considerazioni. La questione della borsetta potrebbe sembrare irrilevante, ma non è così. Il fatto che l’assassino l’avesse ignorata non farebbe altro che confermare una generale ed enorme differenza del suo atteggiamento verso Carmela De Nuccio rispetto a quello di sette anni prima verso Stefania Pettini. La borsetta di quest’ultima lo aveva interessato, eccome, tanto da essersela portata via per esaminarne il contenuto in tutta tranquillità a casa propria, anche se poi era stato costretto a rinunciare. Molti altri elementi facevano supporre un suo interesse speciale per Stefania, lo abbiamo visto, mentre per Carmela manifestò una completa indifferenza. Voleva ucciderla subito e subito la uccise dandole anche un freddo colpo di grazia con la pistola, e non con il coltello, arma di elezione per la maggioranza dei suoi tristi colleghi. Era ancora vestita e vestita rimase, con un taglio dei pantaloni strettamente funzionale alla mutilazione, la quale venne compiuta in modo asettico, quasi si fosse trattato di un prelievo in sede autoptica.
Di lì in avanti il Mostro, così iniziò a essere chiamato, si comportò in modo identico nei riguardi di tutte le proprie vittime femminili, tantoché possono avanzarsi seri dubbi sulle sue motivazioni, per il taglio del pube e poi di un seno di apparente natura sessuale. Il lettore rifletta bene sulle parole pronunciate dal giudice Mario Rotella in questo filmato, risalente a poco dopo l’ultimo delitto.

Questi omicidi sono compiuti freddamente, senza una ragione, senza un interesse a commetterli, come di norma avviene quando si commette un omicidio. Ecco, questo aspetto deve, a mio avviso, farci riflettere che il tipo di autore che si è costruito nell’opinione pubblica attraverso la divulgazione dei particolari, anche agghiaccianti scoperti sui luoghi del reato, direi questa divulgazione erronea dà una falsa idea dell’autore dei delitti. Potrebbe essere un maniaco sessuale, ma non mi pare sia questo il dato pregnante. Il dato pregnante, nel caso di specie, è che si tratta di una persona che uccide senza motivazioni concrete altre persone […]. Ogni volta questo avviene, e ogni volta non c’è un metro di riferimento. Ecco che il tipo di autore che bisogna cercare a mio avviso è diverso da quello che si pensa si debba ritrovare. Non è il maniaco sessuale, nell’accezione comune del termine. Abbiamo a che fare piuttosto con un pazzo paranoico. 

13 commenti:

  1. Ciao Antonio , Salvatore Vinci faceva lavori manuali ( come mé purtroppo , mio padre mi diceva di studiare ma non l ho ascoltato ) se non sbaglio anche lavori edili , un sacco di cemento pesava 50 kg all'epoca , inoltre faceva alpinismo , non é detto che seppur piccolino non riusciva a fare quello sforzo , bisogna calcolare anche l'adrenalina che da un surplus di potenza .... Su Salvatore Vinci aspetto la dinamica di Scopeti per porre una domanda ... peccato che il noto lettore non puó piú intervenire avrei gradito anche una sua risposta

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    1. Un sacco di cemento te lo carichi sulle spalle, non lo reggi sulle braccia. Un corpo morto lo devi portare a braccia. Prova, e vedrai com'è facile. In ogni caso pubblico qualche foto del Vinci, giusto per rendersi conto di che cosa stiamo parlando.

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    2. Ciao Antonio, ottimo lavoro continua cosi! Non condivido però l'opinione su SV. Io da giovane i sacchi di cemento li ho dovuti portare e so di cosa si parla, uno come lui non avrebbe avuto nessun problema a portare 50 kg sia in braccio che a spalle per un tragitto di 12/14 mt. 50 kg in questo contesto sono troppo pochi per fare da discriminante su chi possa averla trasportata, stanne certo e non sono un fan della colpevolezza di SV !

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    3. Guarda che portare un corpo inanimato non è la stessa cosa che portare un sacco di cemento. Non riesci ad afferrarlo bene. Oltre che sorreggerne il peso devi impedire che ti si afflosci. Il terreno poi era impervio, pur se in discesa. Anche per De Fazio l'individuo che trasportò Carmela doveva avere "una certa forza e robustezza". A giudicare dalle foto, non sembra che il Vinci fosse molto prestante.
      In ogni caso, come vedi, ho tolto i riferimenti a Salvatore Vinci, per evitare polemiche che in questa sede non servono.

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  2. Ciao Antonio. Volevo ricordarti che nella sua deposizione al processo Pacciani del 94, Vittorio Sifone conferma chiaramente di avere notato evidenti tracce di trascinamento, dall'auto fino al corpo di Carmela. Ognibene quindi glielo richiede una seconda volta, ad esserne certi, e per la seconda volta Sifone ripete che le tracce di trascinamento sull'erba erano 'chiarissime'. Non dimentichiamoci che l'erba, in estate e di primo mattino, 'risorge',come si dice in campagna, quindi penso sia possibile che quando la PS ha iniziato a fare i rilievi di scientifica le tracce di trascinamento fossero meno evidenti. Sifone mi è sempre apparso molto sicuro di quello che vide.
    Cosa ne pensi...?

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    1. Come vedi, ho eliminato i riferimenti al Vinci, poichè non ho voglia di fronteggiare gli irriducibili partigiani del personaggio. I dati purtroppo sono contrastanti, e io avevo fatto male a non evidenziarlo. Ho rimediato adesso.

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  3. Ma, antonio, anche se io ho serissimi sospetti su SV, non ti ho scritto il mio precedente msg per fare polemica partigiana!! Mi hai frainteso!

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    1. Ma no, mica mi riferivo a te. Il tuo commento è quello che serve per uno scambio di idee, infatti come vedi ho inserito il materiale che illustra i dubbi sul trascinamento, riconoscendo che avevo sbagliato a non farlo fin dall'inizio. Mi riferivo ai soliti noti, che mi mandano interventi inutili qui anche se sanno che non li pubblico, o cercano di far polemica gratuita sul forum di Ale.
      Tu tartassami pure se è in modo costruttivo, è quello che cerco per il mio progetto, non lasciare dubbi irrisolti oltre quelli inevitabili, che sono già tanti.

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  4. la posizione che scelse l'omicida era davvero congeniale per i suoi intenti, poteva controllare il sopraggiungere di un auto sia che scendeva da via dell'arrigo ( dove c'e' la macina in pietra ) e sia dalla strada interpoderale in entrambe le direzioni ( via dell'arrigo e villa bianca ) ..questo gesto e' un ulteriore prova che lui in quel posto ci era andato gia' diverse volte e ne aveva studiato i movimenti delle auto che transitavano in loco...possiamo concludere che oltre ai luoghi di conseguenza monitorava anche chi vi ci si appartava

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  5. Riguardo al trascinamento sì o no va detto che se uno cammina sull'erba alta con un peso morto in mano non fa certo passi lunghi e solleva poco i piedi per cui lascerebbe ampie tracce nell'erba che potrebbero anche apparire come un trascinamento, specie se uno non è la cosa principale a cui fa attenzione.

    Interessante la foto dell'Unità che mostra la povera ragazza ai piedi della piccola scarpata; la domanda che viene da farsi subito è: com'è giunto il corpo da sopra a sotto? Mi pare che il dislivello sia di un metro abbondante. Ciò che risulta calpestato è solo la traccia sulla sinistra, a partire ca. dai piedi della vittima che però, a guardar bene, sembra un piccolo sentiero preesistente. Tutto il resto dell'erba sulla breve china non mostra alcun segno di calpestio o rotolamento del corpo. È stato lasciato cadere dall'alto (dalle braccia) oppure trascinato lungo il sentierino? In quest'ultimo caso come avrebbero fatto i talloni della vittima a non sporcarsi?

    Quanto alla forza necessaria: 50kg non sono tanti se li porti a braccia tese verso il basso, sono invece tosti se devi tenere le braccia flesse a 90 gradi perché impegni tanto le braccia. Nessuno ha immaginato la cosa più semplice, cioè che il mostro si sia caricato il corpo sulle spalle o una spalla e poi l'abbia fatto cadere sotto la strada?

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    1. Osservazioni molto interessanti e costruttive. La gente non si rende conto dello sforzo necessario per portare a braccia un corpo inanimato, difficilissimo da tenere su. Ho pensato anch'io al caricarselo sopra una spalla, una posizione che spiegherebbe molto bene la discesa della collana fin sulle labbra, però non ho potuto fare una verifica. Potrebbe però essere quello che è accaduto davvero, se l'assassino aveva le spalle abbastanza larghe.
      In ogni caso non si arriverà mai ad alcuna conclusione su questo argomento.

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  6. Riporto qui un commento di Lisa

    Buonasera Antonio mi chiarisco una cosa. Se la povera Carmela è stata portata a sspalle come mai non c'è traccia di sgocciolamento di sangue in quei 10-12 metri.almeno non ho letto nulla in proposito nella tua ricostruzione .eppure ha ricevuto parecchi colpi proprio sulla parte superiore del corpo. E anche l assassino non si sarebbe imbrattato troppo? Grazie ciao

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  7. Giusta osservazione. In effetti non furono trovate tracce di sangue lungo il percorso, mentre ce n'erano in abbondanza sul sedile, sul tappetino e appena fuori. Non ho idea di quanto possa ancora sanguinare un corpo senza vita, quindi soltanto per effetto della forza di gravità, a vari minuti dalla morte. Concordo sul fatto che la posizione a spalla avrebbe favorito la fuoriuscita di sangue dal collo e dal dorso, ma forse tra la camicetta e i vestiti dell'aggressore quel sangue non riuscì a raggiungere il terreno in quantità apprezzabili. Un trascinamento avrebbe prodotto meno sangue, ma avrebbe anche raggiunto subito il terreno. Però devo riconoscere che non so bene come valutare l'una e l'altra situazione, da questo punto di vista.
    In ogni caso continuo a ritenere poco probabile un trascinamento importante, causa la mancanza di tracce d'erba e terra sul cadavere. In più mi pare che la posizione della collana non sia spiegabile in altro modo che con una posizione a spalla, anche soltanto nella fase finale.
    Riguardo lo sporcarsi non mi porrei il problema. Dopo l'esperienza di Borgo l'assassino sarà stato ben consapevole del fatto che gli conveniva portare con sè qualcosa da togliersi poi per il viaggio di ritorno.

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