sabato 12 marzo 2016

Un Mostro poliziotto (2)

Segue dalla prima parte

L’ipotesi di un Mostro in divisa che induceva le proprie vittime a presentare i documenti, chiedendoli oppure anche soltanto dietro lo stimolo di una luce lampeggiante, viene confermata, secondo Filastò, da due importanti indizi. Lasciamo la parola al suo libro “Storia delle merende infami”.

Come spiegare in altro modo il libretto di circolazione trovato sul tappetino della macchina di Stefania Pettini? Normalmente lo si tiene nel cassettino del cruscotto. Che ci faceva sul pavimento dell'auto, se non era finito lì dopo essere stato estratto per mostrarlo a qualcuno? Il portafogli di Claudio Stefanacci, il compagno di Pia Rontini, è stato forato da parte a parte da un proiettile. Il portafogli avrebbe dovuto trovarsi nella tasca posteriore dei pantaloni, dove invece non era. I pantaloni di Stefanacci stavano sotto il sedile. Il ragazzo ha dovuto prelevarlo da là sotto. A che scopo se non per mostrare i documenti, contenuti al suo interno, a qualcuno autorizzato a richiederne l'esibizione? Con tutta probabilità, quando l'uomo ha cominciato a sparare, il ragazzo, col portafogli in mano, ha tentato invano di farsi schermo con esso, per questo il foro. Non c'è una lesione da sparo nel gluteo in corrispondenza della tasca dei pantaloni, quell'oggetto era nella mano della vittima al momento del colpo di arma da fuoco. L'ipotesi alternativa potrebbe essere la rapina, ma nel portafogli i soldi c'erano tutti. Non resta quindi che l'esibizione dei documenti.

Ma si tratta di indizi del tutto inconsistenti. Cominciamo dal libretto di circolazione dell’auto di Borgo San Lorenzo. Innanzitutto, e ancora una volta, dobbiamo fidarci delle affermazioni dell’avvocato, poiché dalla documentazione nota, almeno a memoria di chi scrive, la circostanza non risulta. Al processo Pacciani l’ex maresciallo dei carabinieri Domenico Trigliozzi, intervenuto sulla scena del crimine (vedi), aveva parlato del ritrovamento del libretto, senza però precisare che era sul tappetino. D’altra parte lo stesso Filastò, nella propria arringa al processo Vanni (vedi), non aveva dato l’impressione di esserne particolarmente sicuro (“mi sembra che nel 1974 si trova nella macchina, a giro e non nel cruscotto dove sta sempre, il libretto di circolazione”). In ogni caso, quand’anche il libretto di circolazione fosse stato rinvenuto sul pavimento dell’auto,  la confusione di oggetti che era stata rilevata all’interno suggeriva l’ipotesi che l’assassino avesse frugato in giro, quindi anche nel cruscotto. E poi la patente, di solito esibita insieme al libretto, perché non sarebbe finita anch’essa sul tappetino?
Veniamo adesso al delitto di Vicchio. In questo caso si può senz’altro affermare che Filastò riporta circostanze non vere, poiché il portafoglio di Claudio Stefanacci era stato trovato nella tasca dei suoi pantaloni – riposti sul pianale posteriore – forata dal proiettile che li aveva colpiti. Risulta dalla deposizione al processo Pacciani di Giovanni Libertino (vedi), un poliziotto della Scientifica intervenuto sulla scena del crimine:

PM: Bene, ecco, benissimo. No, è per evitare dubbi. E questo portafoglio e questi pantaloni presentavano qualche rilievo interessante dal punto di vista del sopralluogo della Scientifica, o erano del tutto indifferenti?
Libertino: No, no, questo pantalone verde, sulla tasca posteriore destra c'era un foro da colpo da arma da fuoco di sicuro. Perché poi il proiettile era ritenuto all'interno, diciamo si era fermato nella parte interna della tasca. […] Cioè, aveva oltrepassato il portafoglio e si era fermato vicino alla fodera della tasca dei pantaloni, all'interno.

Dunque anche questo secondo indizio sul Mostro in divisa va a farsi benedire, ancor più del primo, già debolissimo. Ma l’inventiva di Filastò, il quale, non va dimenticato, è anche uno scrittore di gialli, ha creduto di scovare altri elementi a suffragio della sua teoria. Come la testimonianza di Luciano Calonaci, il quale avrebbe visto un’auto della Polizia dirigersi verso Baccaiano poco prima del delitto del 1982. Da “Storia delle merende infami”:

Anche il teste Luciano Calonaci, sentito per iniziativa della difesa a proposito dell'omicidio di Baccaiano, è stato arduo tentare di smontarlo. Al dibattimento del processo ai compagni di merende ha resistito impavido alle obiezioni del pubblico ministero, solo un po' stupito di essere trattato come un mentitore.
Il 6 giugno 1982 era appena uscito di casa, verso le 23, per andare in chiesa, dove era in corso la messa prima della processione che si sarebbe snodata lungo le vie del paese di Cerbaia. La casa di Calonaci è sulla via principale del paese, dalla porta d'ingresso s'accede subito sul marciapiede. […] Dalla direzione di Firenze arriva un'auto. Marcia con lentezza, quasi a passo d'uomo. "Pareva in perlustrazione", dice Calonaci. Un solo uomo a bordo, il guidatore. Una persona massiccia, con una camicia azzurrina. Quest'uomo pare sorpreso appena imbocca la strada illuminata, sorpreso dalla gran luce. S'accorge che Calonaci lo osserva. Allora s'ingobbisce, la testa fra le spalle, nasconde il volto. "Pareva fosse stato scoperto a rubare in chiesa", dice il testimone. Procede in direzione di Baccaiano. Tre quarti d'ora al massimo prima del duplice delitto, e la direzione è quella. La macchina, dice Calonaci, era della polizia. "Ci ho fatto caso", dice, "perché mi ha meravigliato che ci fosse una sola persona a bordo. In genere viaggiano sempre in due".

È vero che Calonaci, durante la propria deposizione (vedi), fu contestato dal pm Canessa, però ce n’erano i motivi. Il teste si era presentato alla SAM tre anni dopo i fatti, il 10 settembre 1985, lo stesso giorno in cui i giornali avevano riportato a tutta pagina la notizia dell’ennesimo delitto del Mostro, e, contrariamente a quanto da lui affermato durante l’interrogatorio di Filastò, dall’appunto redatto nell’occasione risultava che l’avvistamento era avvenuto il giorno precedente a quello del delitto. Altro motivo di perplessità era dato dalle incertezze sull’attribuzione dell’auto alla Polizia. Il teste non aveva individuato il modello, e neppure aveva notato delle scritte identificative, in sostanza lo aveva colpito soltanto il colore compatibile. Ma la presenza a bordo di un solo individuo, per di più non in divisaindossava una camicia bianca o azzurrina a mezze maniche lasciava notevoli dubbi sulla possibilità che si fosse trattato di un’auto della Polizia. C’è da dire piuttosto che quell’avvistamento doveva aver indotto Calonaci a lavorare a lungo con la propria mente quando sui giornali si ventilava, tra molte altre, l’ipotesi del Mostro nascosto tra le forze dell’ordine. Lo affermò lui stesso in aula, a domanda sul perché si fosse presentato alla SAM con tre anni di ritardo: “[…] io stavo dicendo come mai, ecco, perché ogni tanto leggevo sul giornale che questo tizio, detto "il mostro", che... forse gl'era un tizio che era vicino alla Polizia”. Diventa quindi lecito sospettare che un ricordo sempre più lontano nel tempo si fosse via via adattato alla voglia di fornire un contributo alle indagini. Tanto più dopo l’incontro con Bevacqua e Filastò, avvenuto il 27 aprile 1994, e la successiva pubblicazione di “Pacciani innocente”, dove anche Calonaci aveva trovato un proprio piccolo spazio.
In ogni caso l’episodio appare irrilevante rispetto all’omicidio di Baccaiano, nel quale la scena del crimine era sicuramente quella che meno si adattava all’approccio di un assassino poliziotto a bordo di un mezzo di servizio, poiché la piccolissima piazzola dove si erano appartati Antonella Migliorini e Paolo Mainardi non consentiva l’avvicinamento di altre auto. E poi i vari testimoni che vi transitarono davanti proprio nell’imminenza del delitto e subito dopo non videro alcuna auto della Polizia lungo una strada dove non avrebbe potuto nascondersi, vista la totale mancanza di aree di sosta.

Passiamo adesso a un altro indizio, ancora meno significativo, e, se possibile, ancora più artificioso. Il 21 gennaio 1984 era stata uccisa, a colpi di pistola semiautomatica calibro 22, una coppia di fidanzati che si intratteneva in auto sulle rive del Serchio, nei pressi di Lucca. Lui era stato colpito alla gola da un unico proiettile, lei alla testa da due. A caldo, sui giornali, si era ventilata anche l’ipotesi di un duplice omicidio compiuto dal serial killer fiorentino, pur fuori stagione e fuori zona, se non altro per la tipologia delle vittime. In realtà tutto lasciava pensare che si fosse trattato di una rapina finita male, poiché l’assassino aveva preso il portafoglio del ragazzo e la borsetta della ragazza, abbandonandoli poco lontano dopo aver svuotato il primo. Inoltre non era stato usato il coltello, né per uccidere né per mutilare. Altro particolare differente la marca delle munizioni, non le tristemente note Winchester LR con la lettera “H” stampigliata sul fondo del bossolo, ma delle inusuali Lapua finlandesi. In ogni caso i successivi esami balistici avevano eliminato ogni residuo dubbio, stabilendo che la pistola non era quella del Mostro.
Ma per Nino Filastò “l'implacabile determinazione dell'omicida, le caratteristiche del luogo, il modo in cui venne usata l'arma da sparo, la borsetta della ragazza rovistata” (vedi) facevano comunque pensare all’opera del serial killer fiorentino, che non avrebbe ucciso per le solite ragioni maniacali, ma per lanciare un contortissimo messaggio che soltanto Filastò aveva capito. Da “Storia delle merende infami”:

Quanto alla diversità dell'arma, c'è da dire che secondo l'opinione di alcuni investigatori, opinione amplificata da alcuni quotidiani, Francesco Vinci, ancora in carcere con l'accusa di essere quantomeno l'assassino di Locci e di Lo Bianco, avrebbe fatto disseppellire da un barattolo, nascosto sottoterra secondo il metodo dei sequestratori sardi, la famosa Beretta, e commissionato l'omicidio dei due giovani tedeschi (settembre 1983) allo scopo di procurarsi un alibi.
Poiché gli inquirenti accreditavano questa ipotesi, lo sfortunatissimo Vinci restava in prigione, nonostante il duplice omicidio di Giogoli. Ammettiamo che il mostro, nel suo gioco al gatto col topo instaurato con gli investigatori,volesse fare intendere che anche stavolta si stava commettendo un errore, che Vinci doveva essere scagionato, e che i sardi non avevano niente a che fare con gli omicidi delle coppie. Quale altro sistema migliore di quello di commettere un duplice delitto sovrapponibile ai precedenti, ma con l'uso di un'arma diversa?

C’è innanzitutto da dire che si fa davvero una gran fatica a comprendere l’incredibile ragionamento dell’avvocato. Secondo lui il Mostro avrebbe ucciso a Lucca per dimostrare che Francesco Vinci era innocente, dopo il precedente e per certi aspetti inutile tentativo con i ragazzi tedeschi. Perché in quel caso gli inquirenti non avevano capito? Perché avevano avuto il dubbio che l’arma fosse stata usata da un complice allo scopo di scagionare il sospettato in galera. Ed ecco allora l’astuta soluzione: un nuovo delitto con un’arma differente! Non risulta però molto chiaro che cosa sarebbe potuto cambiare nel giudizio degli inquirenti per tale novità; in ogni caso, se davvero il delitto era un messaggio del Mostro, quantomeno questi avrebbe dovuto renderlo riconoscibile, con un’escissione, ad esempio. È vero che quella sera pioveva a dirotto, ma le vittime avevano un’auto grande (una Fiat 131), quindi la macabra operazione poteva anche essere compiuta al riparo dell’abitacolo. E poi, perché cambiare la marca delle munizioni tornando alle solite Winchester al delitto successivo? Si trattava di una componente del  messaggio?
Ma vediamo come il fatto si collega all’ipotesi del Mostro in divisa. Ancora da “Storia delle merende infami”:

Resta poi la coincidenza cronologica con la svolta prossima dell'inchiesta, e l'incarcerazione di Mele e Mucciarini che avverrà dopo soli due giorni. Se esiste il collegamento fra quest'ultima circostanza e l'omicidio dei fidanzati lucchesi – del resto mai risolto, il caso è stato archiviato fra gli insolubili – risulta una persona che può accedere a informazioni riservatissime. Difatti i giornalisti più accreditati avevano avuto, fino a quel momento, nient'altro che il vago sentore di un prossimo risultato investigativo determinante.

Secondo quest’altro incredibile ragionamento il Mostro, in quanto appartenente alle forze dell'ordine, sarebbe venuto a conoscenza dell’imminente arresto di Mele e Mucciarini, che avrebbe deciso di anticipare dimostrando con il delitto di Lucca che i due erano innocenti. Ma perché non attendere l’arresto? Il fatto di averlo anticipato – in realtà di cinque giorni, non di due, visto che Mele e Mucciarini furono condotti in carcere il 26 gennaio e il delitto era del 21 –  poteva rischiare di vanificare il messaggio, poiché gli assassini avrebbero potuto ben essere i due cognati essendo quel giorno ancora liberi.

Nino Filastò invoca altri elementi minori a supporto della sua personale teoria, ma non è davvero il caso di perderci altro tempo. Vale piuttosto la pena riflettere sulla difficoltà che avrebbe incontrato un Mostro poliziotto a usare un’auto di servizio, della quale certamente non avrebbe potuto disporre a suo piacimento, e a indossare una divisa d’ordinanza durante le aggressioni, per i comprensibili problemi dovuti all'imbrattamento di sangue. Quindi al massimo il soggetto poteva essere un poliziotto finto a bordo di una normale auto dotata di lampeggiante blu sul tettuccio (che si poteva comprare) e con indosso una divisa fuori ordinanza.

Addendum. La lettura dell'articolo La dinamica di Calenzano  dovrebbe fornire anche ai più restii una valida ragione per abbandonare la fascinosa ipotesi dell'avvocato. L'attacco avvenne dal lato passeggero, il destro, quindi è al passeggero che il finto o vero poliziotto avrebbe chiesto i documenti. Ma non c'è alcuna ragione valida per un simile comportamento, che appare invece del tutto illogico. Per di più la presenza di piante subito a ridosso della fiancata gli avrebbero lasciato pochissimo spazio, mentre dall'altra parte ne avrebbe avuto in abbondanza.

16 commenti:

  1. Ma poi bisognerebbe chiedergli al buon Filastó xé il mostro se fosse stato un poliziotto avrebbe compiuto i duplici omicidi in divisa e con la macchina della polizia addirittura con il lampeggiante acceso, tt questo nn ha senso penso sarebbe andato in borghese e con la sua macchina in caso di mostro poliziotto, riguardo al film maniac penso che sicuramente l avrà visto data l enorme pubblicità data al film , piú che influenzato magari ha esaltato ancor di piú il mostro , magari ha preso come spunto dal film lo scalpo che nel suo caso era rivolto a Quella parte di corpo che nn riusciva ad avere in modo naturale... ma sicuramente la carriera del mostro stava incominciando indipendentemente dal film maniac

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  2. Su insufficienza prove sembra invece che Calonaci abbia riferito proprio di aver visto un auto della polizia, anzi pare sia sicuro ma non vedo cosa c'entri Cerbaia con Baccaiano di Montespertoli che sono due luoghi abbastanza distanti, il dialogo col PM fu questo

    PM: ma le come fa a dire che era davvero un auto della Polizia

    Calonaci: c'era scritto

    Io che son toscano ci son passato recentemente, Cerbaia è su per andare a San Casciano, saranno un 7-8 kmn da San CAsciano, BAccaiano è prprio da un'altra parte a ovest di San Casciano e ci saranno come minimo 10-15 km di distanza, non capisco perchè un auto della Polizia possa destare sospetto

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    1. Forse perchè in questa maledetta storia non c'è davvero da fidarsi di nessuno, nemmeno della Polizia...

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    2. All'inverso non si capisce bene perchè un poliziotto non possa non destare sospetti in una zona appartata come asserisce il Filastò; se vedi arrivare uno nell'oscurità che sia un poliziotto o meno ti pigli spavento. E nel caso citato da Calonaci non si capisce bene come mai l'auto procedesse a passo d'uomo verso Baccaiano che è abbastanza distante e quindi è un fatto contradditorio perchè il MDF dovrebbe procedere a passo d'uomo nei pressi di Baccaiano non di Cerbaia che è dall'altra parte. Sono cose che non capisco della teoria del MDF poliziotto

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  3. Ahia! Qui mi vien demolita la teoria che mi attirava di più... :-) Anche perché era la più cinematografica tra le meno improbabili!

    Un altra cosa che Filastò afferma è che le morti di FV e del suo servo, più quella di MM e figlioletto sono opera dello stesso MdF o comunque strettamente legate ai suoi delitti. Di più l'avvocato afferma che FV sapeva chi fosse il mostro, che secondo Filastò sarebbe un uomo che avrebbe trattato male la Locci alle Cascine (uomo visto da FV) e l'avrebbe seguita più volte anche minacciandola.

    Mmh... Sì, affascinante, ma riscontri reali molto pochi.

    A proposito della Locci non vi sembra strano che lei avesse detto ad un suo spasimante (Barranca mi pare), che voleva appartarsi in auto con lei, che era meglio di no perché rischiavano che qualcuno li sparasse?
    Cioè la stranezza sta nel fatto che la Locci aveva paura di venir colpita proprio mentre amoreggiava in auto e non in generale: qualcuno l'aveva minacciata di ucciderla proprio in quel modo?

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    1. A mio parere se Filastò avesse lasciato perdere tante fantasie qualche speranza di salvarsi Vanni ce l'avrebbe avuta.
      Riguardo la Locci che si sentiva minacciata, la spiegazione sta tutta in un episodio raccontato da Natalino e riportato nella sentenza Rotella. Disse che un giorno lo zio Piero era andato a casa sua ed aveva mostrato una pistola alla mamma e al babbo. Lui aveva visto tutto dopo essersi nascosto sotto il letto. Si trattava di un avvertimento per la Locci, che lei capì benissimo. Forse contava sul fatto che non le avrebbero sparato se avesse portato dietro il bambino.

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  4. Invce era proprio un poliziotto perche` LA FACCIA DEL SOGGETTO CHE E SEMPRE LA STESSA vista da occhi diversi in situazioni diverse e` una prova inconfutabile . Era un poliziotto coperto da Vigna . Leggere gente che crede a Lotti fa capire quanto ne sapete .

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    1. Questa poi davvero non la sapevo. Se l'anonimo vuole può spiegare meglio, magari lasciando perdere i racconti di Lotti, un argomento non attinente alla discussione. Chi avrebbe visto questa faccia? E quali prove coinvolgono Vigna?

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  6. Ho trovato molto utili alcuni chiarimenti relativi alla testimonianza di Calonaci, e anche il breve Addendum mi sembra molto centrato. Potrebbe essere interessante approfondire la teoria del killer in divisa, in un senso o nell’altro, andando oltre le fantasiose considerazioni di Filastò (che sul delitto di Lucca ha dato forse il peggio di sé). Paolo Cochi, ad esempio, valuta seriamente l’ipotesi di una persona interna alla istituzioni, in grado dunque di attingere informazioni riservate, ma dice testualmente: «Non riesco ad immaginare un mostro che si avvicina nel buio della notte con il lampeggiante acceso alla coppia appartata in auto e che uccide sparando a finestrini aperti e poi depista rompendo i vetri per simulare i colpi a vetro chiuso, inquinando la scena del crimine».
    Credo insomma che per confutare definitivamente questa tesi occorra prendere in considerazione un maggior numero di elementi. Mi piacerebbe sapere, ad esempio, cosa ne pensi della famosa lettera inviata nel 1985 al procuratore Silvia Della Monica. Se hai già affrontato altrove la questione, ti chiedo la cortesia di lasciarmi il link. Come avrai capito, frequento il tuo blog solo da poche settimane.

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    1. Non ho affrontato l'argomento. A mio parere la lettera si lega all'escissione del seno, con la quale il Mostro voleva dimostrare di non avere alcun tabù verso quella parte del corpo femminile, come invece avevano affermato certi commentatori. L'embrione dell'idea risaliva già al 1981, quando nell'omicidio dell'autunno c'era stato un primo tentativo di escissione. Poi per due anni niente, per le note ragioni.
      Probabilmente dopo Vicchio la lettera fu inviata ma si perse, magari per un indirizzo scritto male.
      La scelta di un destinatario donna potrebbe semplicemente rientrare nella perversa soddisfazione di aumentare l'effetto del ribrezzo.

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    2. Un riferimento al seno sinistro lo si può ritrovare anche nel 1983. Accanto al camper dei tedeschi fu fotografata l'immagine della rivista Golden Gay e li, coincidenza, una donna, in piedi fra due uomini, mostra proprio il seno sinistro. Caso? Forse.

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    3. Più che agli aspetti psicologici, mi riferivo al fatto che la busta è stata spedita da San Piero a Sieve, dove la Della Monica aveva un’abitazione. Un fatto, questo, che viene spesso messo in evidenza dai sostenitori della teoria del mostro poliziotto (o comunque vicino agli inquirenti).
      Tu che valore dai a questo particolare? Più in generale, ritieni che la messinscena della busta sia compatibile con la personalità di Lotti? Non voglio rubarti troppo tempo, ma sono davvero curioso di conoscere la tua opinione su questo aspetto della vicenda.

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    4. Che Silvia Della Monica avesse avuto in quei giorni dimora vicino a San Piero a Sieve lo considero niente più che una coincidenza, altrimenti perchè il Mostro non avrebbe mandato la lettera direttamente lì?
      Quella lettera è altamente compatibile con la figura di Giancarlo Lotti, per vari motivi. Fu assemblata da una persona ignorante, come lui era, e probabilmente mancina, visto che non erano state usate forbici, notoriamente poco simpatiche ai mancini, ma un coltello per ritagliare le lettere dell'indirizzo. E Lotti era un mancino quasi certamente contrastato, come si usava all'epoca della sua fanciullezza. Tra l'altro a tempo debito dimostrerò che anche lo sparatore di Scopeti era mancino.
      La mancanza di un qualsiasi messaggio scritto fa propendere altresì per una persona incapace di scrivere, come lui.
      Infine lo scopo, che era sempre quello di creare paura e clamore, in linea con le motivazioni dei delitti, che non erano sessuali. E Lotti non era un maniaco sessuale, ma un personaggio rancoroso verso un mondo che lo disprezzava. Anche per questo decise di mettersi a uccidere in modo seriale a partire dal 1981.

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    5. Ignorante, ma scaltro. Chi assemblò la busta ebbe l'accortezza di utilizzare due tipi di colla e non la saliva. Sia per il francobollo, sia per le lettere ritagliate e, mi pare di ricordare, anche per la chiusura del bordo.
      In tempi che l'analisi del DNA nessuno sapeva cosa fosse.
      Come ci incastra il Lotti?

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    6. In questa storia si vanno sempre a cercare le spiegazioni più astruse. I due tipi di colla si spiegano facilmente con una preparazione anticipata della busta con l'indirizzo, magari anche mesi prima, e la chiusura logicamente appena prima della spedizione. D'altra parte non vedo il vantaggio di usare due tipi.
      La questione del DNA. Innanzitutto leccare la colla di una busta non a tutti piace. In più in questo caso c'era da salvaguardare il contenuto con una chiusura più tenace.

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