sabato 2 aprile 2016

La sentenza di primo grado contro i CdM

In questi ultimi mesi il reportage di Paolo Cochi sulla retrodatazione del delitto degli Scopeti e le discussioni che intorno a esso si sono accese hanno riportato all’attenzione di tutti la fragilità dell’unica verità giudiziaria a oggi disponibile nella vicenda del Mostro di Firenze: la colpevolezza dei cosiddetti “Compagni di merende”. Altre speranze per una nuova valutazione del caso sono riposte nel libro, d’imminente pubblicazione, “Mostro di Firenze – Al di là di ogni ragionevole dubbio”, scritto dallo stesso Cochi, da Francesco Cappelletti e da Michele Bruno. Nella presentazione ufficiale sul sito della casa editrice (vedi) si leggono parole grosse, con le quali si promettono “valutazioni scientifiche inequivocabili ma anche e soprattutto testimonianze dell’epoca che mandano in aria le dichiarazioni del testimone reo confesso Giancarlo Lotti”. In attesa di questi nuovi elementi, nella speranza  che contribuiscano a superare i ridicoli esiti dei processi ai “Compagni di merende”, questo blog cercherà di fare la sua parte pubblicando, a partire da oggi, alcuni articoli critici nei confronti della sentenza  di primo grado. Depositato il 30 luglio 1998, il documento circola da tempo in rete (è scaricabile anche da qui), tutti quindi possono esaminarlo e verificarne la pochezza, nascosta dietro circa 250 pagine di caratteri enormi e righe molto distanziate le une dalle altre (il che fa venire in mente quei temi scritti una riga sì e una riga no nell’inutile tentativo di apparire più corposi). È però soltanto a un’attenta lettura, incrociata con quella delle deposizioni in aula, che se ne possono valutare appieno le incredibili pecche. Si può così comprendere come le valutazioni dei giudici si fossero basate soltanto sulle plateali menzogne di Giancarlo Lotti, che il documento adatta con (malevola?) disinvoltura a uno scenario in ogni caso irreale, assurdo, grottesco. A sostegno delle tesi espresse vengono riportate molte frasi prese dalla deposizione del presunto pentito (e dell'amico Pucci), ma si tratta sempre di collage costruiti con vari spezzoni, per di più inserendovi spesso parole neppure pronunciate, o pronunciate da chi stava conducendo l’interrogatorio. In questo modo viene fatto dire al Lotti anche ciò che non disse, vedremo diversi esempi.
Alla fine si può ben affermare, senza tema di smentita, che il documento si colloca al livello più basso della nostra civiltà giuridica recente.

Oltre il processo Pacciani. Preoccupazione preventiva dei giudici fu quella di puntualizzare il rapporto tra il loro procedimento e quello contro Pacciani, confrontandosi di conseguenza con la precedente ipotesi del serial killer unico:

I cinque duplici omicidi di cui all’imputazione […] hanno già formato oggetto […] di un diverso procedimento ed esattamente di quello a carico di Pietro Pacciani, che fu rinviato a giudizio davanti alla Corte di Assise di primo grado di Firenze e giudicato nell’anno 1994 […] nell’ambito di una fase delle indagini impostata sulla prospettiva che l’autore di tanti delitti potesse essere uno solo, come aveva peraltro ritenuto anche una “equipe” di studiosi, che aveva parlato di “serial killer”[…].
Allora nessuno capì o prese in seria considerazione che chi aveva commesso tanti efferati omicidi, qualunque potesse essere la sua motivazione, non poteva aver agito da solo, ma aveva dovuto necessariamente operare almeno con un complice che lo salvaguardasse, durante l’azione omicida e durante la successiva fase del prelievo di organi dal cadavere delle donne, dall’improvviso arrivo sul posto di qualche altra coppietta in auto, che avrebbe potuto sorprenderlo sul fatto, atteso che le aree teatro degli omicidi erano frequentate da coppiette desiderose di appartarsi in intimità e che l’arrivo di un’altra coppietta sul posto costituiva un’ipotesi altamente probabile.

La superficialità del lavoro si evidenzia fin da queste prime frasi. Un fatto clamoroso e di enorme rilevanza criminologica come quello della partecipazione di più individui a delitti del tipo lust murder (mai verificatasi nel mondo intero con le modalità dei “Compagni di merende”) viene giustificato con la semplice necessità di un palo per il possibile arrivo di un’altra coppietta! Per giunta un pericolo che nei fatti, più che “altamente probabile”, era stato inesistente, poiché il Mostro non aveva mai lasciato a metà una delle sue scellerate imprese, né qualcuno aveva mai raccontato di attività sospette viste sui luoghi degli omicidi. Piuttosto la sorprendente affermazione dei giudici ha tutta l’apparenza di un mettere le mani avanti per quella che sarebbe stata la loro opinabile opinione sul ruolo ricoperto da Giancarlo Lotti, assai difficile da inquadrare.
Dopo aver riassunto in breve lo svolgimento delle indagini preliminari, a partire dagli avvistamenti della macchina rossa sotto Scopeti fino alle progressive ammissioni di Lotti, più avanti la sentenza torna a confrontarsi con l’ipotesi “sbagliata” del serial killer unico e con il processo Pacciani, trovando nella “confessione” del presunto pentito il fondamentale valore distintivo del nuovo procedimento:

Il presente procedimento è indubbiamente collegato a quello già celebrato in primo grado a carico di Pacciani Pietro, costituendone una continuazione e, in certo qual modo, anche un superamento: continuazione, perché si tratta degli stessi fatti di omicidio, ma con un’indagine a più vasto raggio; superamento, perché è stata abbandonata quella visione a senso unico, fondata sulla convizione che l’autore di tanti omicidi potesse essere uno solo, ed è stata invece seguita quella per così dire “pluralistica”, fondata sulla convinzione che gli autori di tanti misfatti potessero essere più persone, che avessero agito in combutta tra loro e con ruoli diversi, integrandosi a vicenda ed apportando ciascuno un contributo essenziale alla riuscita del piano criminoso; e ciò ha portato necessariamente a risultati ben diversi anche in punto di prove, perché ad un procedimento meramente indiziario, come era appunto quello a carico del Pacciani, è subentrato invece un procedimento con tutto un ventaglio di prove, ivi compresa la confessione piena e totale di un imputato.
Il presente procedimento è dunque caratterizzato, per la parte che attiene agli ultimi quattro episodi di duplice omicidio, da una doppia situazione, costituita dalla confessione di un imputato (il Lotti) e dalla chiamata di correo, fatta dallo stesso Lotti, nei confronti dei suoi complici Pacciani Pietro e Vanni Mario, quali esecutori materiali dei delitti.

Rispetto a quello dell’assassino e relativo “palo” ipotizzato poco prima lo scenario si arricchisce, estendendosi a un gruppetto di persone “in combutta tra loro e con ruoli diversi”. Tutto questo grazie alla confessione di Giancarlo Lotti, la quale si inserirebbe entro “tutto un ventaglio di prove”. Vedremo che in realtà altre prove non esistono, al massimo qualche indizio, perlopiù contro lo stesso Lotti, e dunque si può tranquillamente affermare che senza quella confessione e, soprattutto, senza le conseguenti accuse contro Vanni e Pacciani (“chiamata di correo”), l’intero procedimento sarebbe caduto.

La chiamata in correità. Nel nuovo codice di procedura penale la materia riguardante le accuse formulate da un imputato contro altri imputati (generalmente suoi complici) viene regolata dal terzo e quarto comma dell’articolo 192. In particolare il terzo comma così stabilisce: “Le dichiarazioni rese dal coimputato del medesimo reato […] sono valutate unitamente agli altri elementi di prova che ne confermano l’attendibilità”. Con la locuzione “altri elementi di prova”, in modo implicito il codice assegna dunque valore di prova, e non di semplice indizio, anche alla stessa chiamata in correità, richiedendo però il sostegno di adeguati riscontri. Il legislatore intese così scongiurare il pericolo che il coimputato accusasse falsamente altri per alleggerire la propria posizione, senza per questo neppure commettere reati, riconoscendogli il codice il diritto di difendersi anche a suon di bugie (il semplice testimone, invece, può venire incriminato per falsa testimonianza).
Naturalmente i giudici del processo ai “Compagni di merende”, almeno nelle intenzioni, vollero rispettare appieno il dettato del terzo comma dell’articolo 192, il quale viene richiamato espressamente all’inizio della sentenza:

le dichiarazioni accusatorie di un imputato, per quanto credibile possa apparire e per quanto precise e dettagliate possano essere le sue affermazioni, non sono di per sé sufficienti a portare ad alcuna affermazione di responsabilità, né nei confronti dello stesso soggetto che le ha rese né nei confronti di altri, se non sono accompagnate da “riscontri esterni” ben precisi, che confermino l’attendibilità del soggetto […]. I riscontri costituiscono, quindi, un punto molto importante in un processo fondato su dichiarazioni di un imputato che, oltre ad accusare sé stesso, accusa anche altri. Va peraltro precisato che i “riscontri” possono essere di qualsiasi tipo e natura e devono essere comunque tali da confermare, nel loro insieme, “la complessiva dichiarazione concernente un determinato episodio criminoso, nelle sue componenti oggettive e soggettive, e non ciascuno dei particolari riferiti dal dichiarante”, come ha più volte ribadito sul punto anche la Corte di Cassazione con numerose decisioni.
Sicchè l’iter da seguire, nella presente motivazione, è quello obbligato di cui all’art. 192 comma 3° CPP, che appunto stabilisce che, quando si verte in “dichiarazioni rese da coimputato del medesimo reato o da persona imputata in un procedimento connesso”, la loro valutazione deve avvenire “unitamente agli altri elementi di prova che ne confermano l’attendibilità”.

Il terzo comma dell’art. 192 CPP è particolarmente importante e delicato, poiché importante e delicato è il tema che affronta, che poi, nella pratica, è quasi sempre quello di un reo confesso che trascina con sé i propri complici, esattamente come nel caso del Lotti. Essendo affidata al giudizio umano, la valutazione dei riscontri richiesti dal codice è sempre il punto debole dell’eventuale verdetto di colpevolezza. Naturalmente il problema non si pone quando tali riscontri sono evidenti per loro natura, ma molto più frequente è il caso in cui evidenti non lo sono affatto ma si reggono soltanto assieme alle dichiarazioni del reo confesso, senza le quali rimangono di modesta rilevanza. Non a caso la Corte di Cassazione, anche nella sua forma più autorevole delle Sezioni Unite, è stata chiamata più volte a pronunciarsi sul tema.
Nel frammento precedente la sentenza richiama un pronunciamento della Sezione 1 (sentenza 6784 del 1992), nel quale si discute della natura variegata dei riscontri, cui si richiede la conferma del quadro complessivo del reato, e non soltanto di alcuni particolari di esso. In conseguenza di questa raccomandazione, i giudici si ripromisero di seguire una metodologia che ponesse detti riscontri al centro del loro lavoro; ignorarono però un altro fondamentale pronunciamento della Cassazione, questa volta a Sezioni Unite, contenuto nella sentenza 1653 del 1993 riguardante l’assai noto e controverso caso Sofri-Marino, richiamato peraltro da Antonio Mazzeo nella propria arringa (vedi), nel quale si affronta il tema della credibilità del dichiarante:

[…] in tema di prova, ai fini di una corretta valutazione della chiamata in correità a mente del disposto dell'art. 192 comma terzo c.p.p. il giudice deve in primo luogo sciogliere il problema della credibilità del dichiarante (confidente e accusatore) in relazione, tra l'altro, alla sua personalità, alle sue condizioni socio-economiche e familiari, al suo passato, ai rapporti con i chiamati in correità ed alla genesi remota e prossima della sua risoluzione alla confessione ed alla accusa dei coautori e complici; in secondo luogo deve verificare l'intrinseca consistenza, e le caratteristiche delle dichiarazioni del chiamante, alla luce di criteri quali, tra gli altri, quelli della precisione, della coerenza, della costanza, della spontaneità; infine egli deve esaminare i riscontri cosiddetti esterni.
L'esame del giudice deve esser compiuto seguendo l'indicato ordine logico perché non si può procedere ad una valutazione unitaria della chiamata in correità e degli "altri elementi di prova che ne confermano l'attendibilità" se prima non si chiariscono gli eventuali dubbi che si addensino sulla chiamata in sé, indipendentemente dagli elementi di verifica esterni ad essa.

L’ammonimento dei giudici intendeva mettere in guardia contro il pericolo che l’analisi dei riscontri esterni fosse influenzata da eventuali menzogne del dichiarante, le quali, in un circolo vizioso, avrebbero potuto dar loro valore per poi riceverlo ancora indietro. Nel guardare a un evento avendo già in mente una sua interpretazione (i racconti del dichiarante) è infatti ineliminabile il rischio di sopravvalutare gli elementi favorevoli all’interpretazione stessa, la quale quindi deve essere ben analizzata prima di procedere. Per questo motivo i giudici della Cassazione richiesero che in primis venisse valutata sia la credibilità del dichiarante di per sé, sia la credibilità del suo racconto (“intanto vediamo la persona, poi vediamo cosa ci dice”, sintetizzò efficacemente Mazzeo), per passare infine ai riscontri esterni. Ma la sentenza contro i “Compagni di merende” non segue affatto quest’ordine logico, e non affronta in modo organico né il tema della credibilità del Lotti nè quello della credibilità del suo racconto. Al contrario, dedica tutti i propri sforzi ad approfondire i riscontri, traendone poi profitto nella parte finale per dimostrare che Lotti avrebbe detto la verità: “L’imputato Lotti Giancarlo, per i quattro duplici omicidi ai quali ha partecipato ed ha assistito come complice e come “palo”, ha indubbiamente detto la verità sugli episodi, perché le sue dichiarazioni hanno trovato precisi riscontri probatori”. In sostanza i giudici che condannarono Vanni commisero proprio l’errore che i loro più autorevoli colleghi della Cassazione avevano raccomandato di evitare.

Instrinseca credibilità del Lotti. Che cosa si sarebbe potuto concludere analizzando preventivamente la credibilità di Giancarlo Lotti, e quindi senza tener conto di eventuali riscontri esterni? Parlare di “precisione”, “coerenza”, “costanza” e “spontaneità” riguardo le sue dichiarazioni non è proprio possibile, e neppure i giudici, che pure in base a esse condannarono il Vanni, si sentirono di farlo. E allora, una volta preso atto dell’imprecisione, dell’incoerenza, dell’incostanza e della non spontaneità delle dichiarazioni del Lotti, perché la sentenza le ritiene valide?

Prima di entrare in “argomento”, giova comunque premettere, ad inquadramento dell’intera vicenda, quanto ha dichiarato il Lotti nella parte finale della istruttoria dibattimentale, quando, rispondendo alle domande che gli sono state fatte in sede di esame e di controesame, ha finalmente chiarito la sua posizione, indicando il suo vero ruolo di “palo” e il contributo che aveva dato così agli altri in occasione della materiale esecuzione dei duplici omicidi […]
Con tali ultime dichiarazioni il Lotti ha dunque abbandonato la linea difensiva del tutto assurda ed inverosimile seguita fino ad allora, linea che mirava a far credere, in un primo momento, che era stato soltanto un occasionale spettatore dell’accaduto (prime dichiarazioni) e, successivamente, che aveva invece partecipato ai vari episodi di omicidio però soltanto per costrizione del Pacciani (intermedie dichiarazioni).
Tale premessa appare dunque doverosa, non solo ai fini di meglio “capire” la successione dei fatti, ma anche e soprattutto al fine di meglio valutare la “credibilità” del Lotti, posto che le sue “prime” ed “intermedie” dichiarazioni non sono sempre in linea con le “ultime” perché allora il Lotti aveva avuto tutto l’interesse a dare una versione di comodo, dalla quale risultasse la sua presenza sul posto ma non il ruolo realmente ricoperto: si spiegano così alcune inesattezze o contraddizioni rispetto alle dichiarazioni finali.

I giudici affermarono quindi che nessun pentimento, nessun travaglio interiore aveva portato Giancarlo Lotti a una confessione completa, ma il suo era stato un continuo tentativo di sminuire le proprie responsabilità a suon di bugie, naufragato poco alla volta di fronte alle contestazioni degli inquirenti. A una prima fase nella quale l’individuo aveva cercato di accreditarsi come “un occasionale spettatore dell’accaduto”, ne sarebbe subentrata una seconda di ammissioni giustificate da falsa “costrizione del Pacciani”, e infine una terza, sviluppatasi durante lo stesso dibattimento, dove Lotti avrebbe “finalmente chiarito la sua posizione, indicando il suo vero ruolo di palo”. Viene quindi disegnato un tortuoso percorso in fondo al quale, proprio in corrispondenza del dibattimento, si sarebbe comunque giunti a poter contare su una piena affidabilità dell’individuo.
La ricostruzione dei giudici è del tutto arbitraria e per nulla condivisibile. Si deve innanzitutto riconoscere l’evidenza di un imputato che in dibattimento non aveva mai abbandonato il tentativo di cercare attenuanti nelle minacce e nei ricatti a suo dire subiti da Pacciani, tanto è vero che, durante le battute finali con Mazzeo (vedi), a domanda: “mi scusi, lei aveva tanta paura di essere sputtanato che è diventato complice di quattro duplici omicidi?”, con una grande faccia di bronzo ancora rispondeva: “Mah, se mi costringeva a anda' insieme, i' che facevo io?”. Quindi, a confutazione di quanto dichiarato dai giudici, si può senz’altro affermare che Giancarlo Lotti aveva mantenuto fino all’ultimo una tenace tendenza a minimizzare le proprie responsabilità, seguendo una strategia della quale, peraltro, la sentenza stessa si dichiara consapevole trattando della fase istruttoria:

Sarà questo l’atteggiamento tipico del Lotti, che non si arrende mai di fronte a qualsiasi situazione e che, anche quando ammette un suo coinvolgimento nella vicenda, cerca sempre di trovare una giustificazione alla propria condotta, nella speranza di poter essere poi dichiarato esente da censure almeno sotto il profilo psicologico.

E allora, con quale grado di certezza si poteva sostenere che in aula Giancarlo Lotti si sarebbe deciso a vuotare il sacco fino in fondo abbandonando il precedente tenace atteggiamento contrario? Soltanto una deposizione chiara e coerente avrebbe potuto annullare le perplessità dovute alle tormentate dichiarazioni rese in istruttoria, mentre invece le risposte del presunto pentito erano sempre state confuse e contraddittorie, tantochè la sentenza, che se ne riempie, deve quasi sempre cucirne assieme degli spezzoni per ottenere qualche frase di senso compiuto. In effetti l’estensore del documento fece un gran lavoro nello smontare e rimontare con sfacciata disinvoltura l’immane guazzabuglio, ignorando le parti meno convincenti e tenendo sempre la barra ben dritta verso l’obiettivo reale: dimostrare la colpevolezza di Vanni e Pacciani.

Il ruolo del Lotti. Per Giancarlo Lotti l’accusa aveva chiesto 18 anni di carcere, i giudici gliene diedero ben 12 in più. Ma quale ruolo avrebbe ricoperto secondo loro l’individuo all’interno della scalcagnata banda per meritarsi una pena tanto severa, in pratica l’ergastolo, considerati i suoi quasi sessant’anni d’età? Si ha la netta impressione che le responsabilità del presunto pentito fossero state massimizzate allo scopo di renderne ancora più incisive le accuse contro Vanni e Pacciani. Il discorso, insomma, pare questo: se Lotti si è addossato reati tanto gravi da prendersi trent’anni di carcere, perché avrebbe dovuto raccontar fandonie? Ma non pare che i reati ammessi dal Lotti fossero poi così gravi, anche perché a quello più grave di tutti, l’aver anche lui sparato a Giogoli, i giudici non credettero, lo vedremo. Quindi alla fine rimangono le due segnalazioni delle vittime di Scopeti e Vicchio e soprattutto il ruolo di “palo” che a tutti i costi la sentenza vuole assegnargli.

In sede di esame o di controesame, dichiarava dunque il Lotti: […]
f) che, in occasione della materiale esecuzione dei quattro duplici omicidi, il suo ruolo era stato quello di “palo”, nel senso di stare semplicemente fermo fuori dalla propria auto, ad una certa distanza dal luogo di esecuzione dei delitti, senza fare alcun’altra attività, in modo da scoraggiare con la propria presenza che eventuali altre coppiette, che fossero sopraggiunte in auto, si fermassero lì o addirittura si avvicinassero al punto dove stavano operando il Pacciani e il Vanni […].

Generalmente per “palo” s’intende un malvivente che sta di vedetta per avvertire i complici dell’arrivo di qualcuno. Ma il compito del Lotti sarebbe stato un po’ diverso: rimanere bene in vista vicino alla propria auto per scoraggiare la fermata di altre coppiette. Lui però non lo disse mai in modo chiaro e diretto, è la sentenza che lo asserisce, affannandosi a trovarne conferma, delitto per delitto e con forzature evidenti, in alcune sue frasi smozzicate. Ma è credibile che Vanni e Pacciani avessero chiesto all’individuo di mettersi in evidenza sulle scene dei crimini con il rischio di venire riconosciuto, e quindi costituendo un pericolo anche per loro stessi? Insomma, secondo i giudici l’imprendibile assassino del quale non era mai stata trovata una traccia sarebbe stato in realtà una coppia di deficienti che a Scopeti, ad esempio, avrebbe parcheggiato la propria auto davanti al luogo del delitto e avrebbe chiesto a un complice più deficiente di loro di mettersi sulla strada a fingere di far pipì. È inevitabile domandarsi come dei giudici di un tribunale italiano, alle soglie del 2000, possano aver preso per buono uno scenario del genere. Alla fine, quindi, si arriva alla conclusione che l’aver assegnato a Lotti quello strano ruolo di “palo” è soltanto un espediente per giustificare la sua presenza sulle scene dei crimini, la quale appare sempre artificiosa e inutile.
Vale infine una semplice considerazione, con la quale però si taglia la testa al toro: se si danno per buoni i suoi racconti delle varie dinamiche, prodighi di particolari sulle modalità degli attacchi, si deve per forza collocare l’individuo a pochi metri dalle vittime e con gli occhi puntati su di loro (non va dimenticato che era sempre buio). Pertanto, quale ruolo di palo avrebbe mai potuto svolgere Giancarlo Lotti in quelle condizioni?

17 commenti:

  1. Peraltro la Ghiribelli dice il lotti spiava nel momento in cui esercitava la professione proprio lì alla piazzola, la sua presenza li è verosimile nei giorni dell' omicidio ma come del resto anche pacciani, ricordiamoci che era il posto ove abusava della sperduto. In effetti quel ruolo di palo appare inverosimile, perché avrebbe dovuto farsi riconoscere, più verosimile se avesse usato la macchina per sbarrare l6accesso alla piazzola. Più in generale vi vedo la mano di diverse persone, in un quadro di insieme che coinvolge altri avvistamenti, vedi Fn a Vicchio e Ulisse a giogoli

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    1. Ma se dovevano tener conto di tutti gli avvistamenti veri presunti e falsi, dovevano arrestare mezza Val di Pesa e buona parte del Mugello ... nn credo in più mani esecutori per un semplice motivo , il primo omicidio del 74 é stato commesso da una sola persona quindi il mostro é lui , dopo una pausa di 7 anni ricomincia con l escissioni , condividere questa patologia con un altra persona é già molto difficile addirittura con diverse persone pare impossibile... ma poi perché il mostro avrebbe coinvolto piú persone aumentando il rischio di farsi prendere ? Con diversè mani intendi dire , piú persone sui luoghi dei delitti , o ad ogni delitto un assassino diverso?

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    2. Bah se pensiamo a una setta tipo quella di Charles Manson che massacrò anche Sharon Tate mi sembra abbastanza verosimile, vero è che in USA le condizioni sono molto diverse qui da noi. Se c'è una rete di complicità invece è più probabile crearsi alibi, proteggersi e via discorrendo. Ma poi che avrebbe dovuto farci FN a Vicchio se era di Perugia e in genere veniva a San Casciano che dista 70 km?? le dichiarazioni del Lotti in più punti sono palesemente false cionostrante è verosimile che ci sia stato sui luoghi dei delitti in qualche veste; non come palo come giustamente ha fatto notare il Segnini, almeno non in qualità di scacciacoppiette.
      Sarebbe da approfondire quanto disse al bar circa i due francesi visti alla piazzola il Lotti nei giorni antecedenti il delitto e che pare sia venuto a galla solo molti anni dopo in relazione all'omertosità che all'epca probabilmente esisteva a San Casciano

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  2. Ma la setta di Manson é una cosa completamente diversa , vivevano in un campeggio fatti come scimmie 24 h su 24 h completamente plagiati da Manson ... Le spedizioni di morte erano organizzate da Manson e le tracce di piú persone erano evidenti ... Nel caso del mostro nn ci sono tracce di piú persone sui luoghi dei delitti, con un arco temporale diverso tra gli omicidi, ed é palese che il mostro era uno solo lo dimostra il delitto del 74 ... poi lo stesso ricomincia nel 81 dopo di che può aver coinvolto un altro nn lo escludo a priori ( io Vedo il Pucci come mascotte sia Vicchio che a Scopeti nn dimentichiamoci che il Lotti lo portó a spiare Pia E Claudio , che ci facevano i 2 in quella piazzola ?)sul F.n avevo letto il libro la strana morte del dott. Narducci anni fá, mi é sembrato molto fantasioso, cmq sul Fn a Vicchio e a San Casciano lascio la risposta ad Antonio che ne sa molto piú di me...

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    1. Su Narducci che devo dire? E' stato una pura invenzione degli inquirenti, nel momento in cui la ricerca della fantomatica villa delle cerimonie esoteriche a San Casciano si rivelò un buco nell'acqua. L'esame delle date conforta questa interpretazione, ne tratterò in un futuro articolo.

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    2. E' strano anche che alcuine date di convegni di FN concordino con le date dei delitti e che stranamente la sua macchina sia stata avvistata a Vicchio nei giorni di tale delitto oltre a varie altre stranezze(forte congiuntivite a settembre, dichiarazioni strane di alcuni suoi amici)

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  3. per ora tutto condivisibile; ma voglio proprio vedere dove andrai a parare :-)

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    1. Andrò a parare dove andresti anche tu, poichè sul fatto che Lotti raccontò un sacco di balle e sul fatto che i giudici che gli credettero fecero un pessimo lavoro siamo entrambi d'accordo. La divergenza è sui motivi per i quali Lotti mentì, ma non è questo il tema dei prossimi articoli, dove invece prenderò in esame i cosiddetti "riscontri", cercando di dimostrare che erano soltanto aria fritta.
      In questo momento mi pare che tutti noi, nel nostro piccolo (perchè tu non alimenti più il tuo ottimo blog?) dobbiamo sforzarci per far emergere l'enorme errore giudiziario che è stato compiuto condannando il povero Vanni (e Lotti come complice). Una volta che i media dovessero prenderne atto, si aprirebbero orizzonti infiniti, dove ognuno potrebbe senz'altro dire la sua.
      Tra l'altro, sulla storia della coincidenza, hai mai pensato che un assassino in incognito potrebbe anche essere incuriosito da un suo 'collega' ed aver voglia di conoscerlo?

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    2. Ho un po' abbandonato la parte propositiva perché attualmente il dislivello di conoscenze tra chi ha a disposizione la documentazione e chi non ne dispone è troppo ampio. Quindi, aspetto che, tra libri e altri strumenti, escano delle novità. Purtroppo il tempo passa e l'età avanza. Si vedrà.

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    3. LA cosa strana di Lotti MDF da tutti considerato un bonaccione sarebbe quella come SK solitario di essere per me troppo determinato a uccidere, una delle poche cose che ha azzeccato il Filastò, diversamente per esempio da Zodiac ma anche da Jack the ripper, il MDF nion ha mai sbagliato un duplice omicidio anche a Baccaiano col fiato sul collo; si potrebbe fare anche magari un profilo socilogico e psicologico di Lotti, per vsempio si sa se aveva subito traumi da bambino? se sdua madre era alcolizzata e via discorrendo

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    4. La madre era molto religiosa , il padre alcolizzato, era stato picchiato da bambino dalla madre quando lo vide nel letto con un' amichetta , prese degli schiaffi da una ragazzina xé l aveva palpeggiata , subi uno scherzo ed umiliazione abbastanza pesante in un ristorante sempre riguardo le donne ,son cose se vuoi minime ( chi nn ha mai preso uno schiaffo a scuola x aver palpeggiata una compagna? ) ma in una mente particolare e predisposta come era la sua può avergli lasciato dei traumi , se aggiungi l estrema difficoltà nel relazionarsi oltre che applicarsi con il sesso opposto anche da adulto puoi capire che dentro di lui covava parecchia rabbia...

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    5. Grazie. Il Segnini sicuramente ne saprà più di noi; io rimango convinto che anche il PAccuiani ci stia bene come papabile tra gli SK, se tgogliamo i 13 anni che si fece nel primo omicidio dall'età del primo presumibile delitto, 49 otteniamo un'età abbastanza simile a quella di altri SK che hanno operato sia in Italia che in USA, vedi esempio Zodiac che iniziò ad ammazzare sulla 35ina, 49-13=36. MA anche FC mi pare abbia un identikit mosto simile a quella di altri SK, per certi versi mi ricorda William Sickert anche lui dedito a realizzare quadri con donne in pose ambigue.
      Per come ammazzava mi sembra più aderente all'identikit Pacciani di Lotti mentre per altri aspetti è quest'ultimo che prevale

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    6. Guarda io nn sono né un investigatore ne un psicologo , i primi sospetti su Lotti unico mostro li ho avuti leggendo compagni di sangue di Giuttari , all epoca nn avevo ne il computer ne internet , quindi ero rimasto alla tesi ufficiale , il capitolo su Lotti sulla perizia Fornari- lagazzi , quando lo stesso Lotti disse " a me sarebbe piaciuto andare con le ragazze , ma sono stato troppo chiuso e nn mi sono mai osato, le donne le ho avute perché le pagavo , CON LE ALTRE AVEVO PAURA , nn avevo confidenza " ... " La Gabriella mi diceva bravo bravo che invece nn era vero , bravo fino a un certo punto, ma nn come diceva lei, praticamente NN SONO MAI STATO CAPACE DI FAR GODERE UNA DONNA" ... Queste spontanee dichiarazioni le ho viste allora e tuttora vedo come una confessione involontaria del Lotti oltre che calzare a pennello con il profilo del mostro , peccato che il super poliziotto Giuttari nn c é arrivato... Il Pacciani e il Lotti erano estremamente all opposto , il primo nn aveva nessun problema nel approcciarsi con le donne anzi le dominava , era un violento e lo dimostrava in ogni occasione.. Il Lotti invece passava come un Bonaccione il grullo del villaggio, ma dentro covava il mostro ( mai avuto empatia e rimorsi x le vittime )

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    7. bravo...sei sulla buona strada...quello che non capisce il resto della "gente" e' proprio questo...la mano sul fuoco al 100% nessuno puo' mettercela...pero' tutti questi riscontri ..queste numerose coincidenze sulla figura di Lotti almeno un dubbio devono farlo venire non credi? invece si ignora il tutto e si attacca col la solita solfa degli ufo..dell'oligofrenia..etc etc..poi non c'e' solo la perizia Fornari-Lagazzi , giustamente come sottolineavi, c'e' anche l'attenta analisi ( e' sul tubo dura piu' di 8 ore ) del Procuratore Generale Daniele Propato sulle confessioni di Lotti...e' da faccia tosta negare le evidenze...il punto di vista di due persone puo' anche divergere , per carita' , ma non su riscontri oggettivi...purtroppo si preferisce dar retta alle fandonie uscite dalla bocca dei soliti straccapiazze di paese ....( straccapiazze = colui che non ha nulla da fare e se ne sta intere giornate al bar a farsi gli affari degli altri..spettegolando a dx e manca su tutto e tutti ...un vero telegiornale del paese )

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  4. Non capisco; sono io il primo che ammetto che ci sia una remota possibilità che Lotti sia il MDF. Dico che non mi convince per niente e che vedo molti più elementi di prova e indizi su Pacciani nonchè su alcuni oscuri personaggi che possono essere entrati in contatto con tale soggetto.
    Primo: l'identikit del MDF non c'entra niente con Lotti, il personaggio visto a Calenzano era il MDF o legato ad esso; se fosse stato un guardone scappato a gambe levate allora avrebbe visto qualcosa e quindi nel giro di qualche anno o decennio probabilmente avrebbe parlato, parliamo poi di Calenzano un luogo abbastanza distante da San Casciano ove è presumile ma quasi certo regnasse una certa omertà, ma tantopiù se era legato al mondo dei guardono qualcuno lo avrebbe riconosciuto. E' quasi certo quindi che quello fosse il MDF e non era Lotti.

    secondo: la lettera a San Piero a Sieve, non si capisce come Lotti avrebbe potuto conoscere tale luogo come quello di villeggiatura della Della Monica

    Terzo: le escissioni, proprio a Calenzano Maurri parla di precisione quasi chirurgica, leggetevi il blog Calibro 22 , anche qui siamo di fronte al fatto che un Pacciani cacciatore scuoiatore quasi certamente nato col fuxile in mano è certamente più veromile MDF di Lotti

    Quarto: Lotti non prova rimorso per le vittime; questo mi pare un'altra eviodenza di un qualcosa di superiore ai CDM che scaricano probabilmente la colpa su qualcun altro.

    Per me Lotti era entrato in un giro molto pericoloso in cui probabilmente fungeva da anello di collegamento per altri personaggi e magari vi era entrato giocoforza per avere assistito ad uno dei delitti

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  5. É difficile dire se l uomo dell identikit era o no il mdf , a mio parere era un guardone che ha assistito al delitto o ha trovato i corpi appena dopo , me lo fá pensare il suo volto terrorizzato e l andatura in macchina xé il mostro avrebbe avuto un volto terrorizzato x un azione che lo esaltava e soddisfava? ??, se nn ha parlato magari é x nn entrare nelle indagini o x paura , in altri omicidi qualcuno poteva aver visto e nn ha mai parlato , incredibile che quel tizio nn é stato rintracciato con un identikit preciso e con la descrizione del modello e colore della macchina ... nn credo che in Toscana c erano milioni di alfa gt rosse... sul posto di villeggiatura della Della Monica potrebbe averlo letto sui giornali , il quel caso anche il Pacciani avrebbe avuto lo stesso problema di come fare a sapere il luogo di villeggiatura.... sull escissione quasi chirurgica nn so che dire , sarebbe stato in grado il Lotti ??? Non lo so , in questa storia di dubbi c'è né sono parecchi

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    1. Come ipotesi io direi

      - Quello era il MDF e magari l'alfa GT rossa era rubata

      dopo il processo Pacciani l'individuo visto a Calenzano poteva benissimo intervenire e dire: OK quello è il mostro oppure quello non è il mostro invece non è mai intervenuto quindi penso sia effettivamente il mostro e l'auto magari era rubata. Oppure era un membro della combriccola/setta di cui si è parlato più volte, in ogni caso era stravolto perchè di certo non si aspettava di essere identificato; il suo problema è stato passare dal ponte del mulino, un ponticello strettissimo su cui ci va una sola macchina e a fatica.
      C'era anche l'ipotesi che fosse FF legato ai compagni di merende, ma abita a 1 km da li e di certo conoscendo quel passaggio lo avrebbe di sicuro evitato.
      Per quanto riguarda i tagli proprio di quel delitto sembra siano stati fatti da una mano molto esperta, più che un dottore mi pare più ipotizzabile un Pacciani che di scuoiatura di certo ne capiva

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