domenica 10 aprile 2016

La sentenza CdM e Scopeti (1)

La parte di gran lunga più corposa della sentenza di primo grado che condannò Mario Vanni all’ergastolo e Giancarlo Lotti a trent’anni è quella che prende in esame, uno per uno e in ordine temporale inverso, i cinque duplici omicidi per i quali i due risultavano imputati (il lettore già lo saprà, ma è bene rammentare che dei primi tre, Signa, Borgo e Scandicci, nulla si disse, poiché nulla Lotti aveva detto di saperne). Si tratta di cinque veri e propri capitoli, ognuno dei quali viene suddiviso in quattro paragrafi (nel caso di Calenzano il quarto paragrafo è assente):

[…] per ciascun episodio di duplice omicidio […] l’esposizione avverrà riportando prima il “fatto storico” con l’esito dei primi accertamenti, poi le “dichiarazioni” del Lotti, quindi i “riscontri” che possono essere colti negli atti del processo e da ultimo la “valutazione dei riscontri”, sia in relazione agli omicidi in sé ed alla posizione del Lotti […], sia in relazione alla posizione delle persone accusate dallo stesso Lotti.

Cercheremo di evidenziare le principali incoerenze di ogni capitolo, cercando soprattutto di ragionare sui “riscontri esterni” che, agli occhi dei giudici, avrebbero confermato le traballanti ricostruzioni di Giancarlo Lotti. La sentenza ne sistematizza ben 22: 7 per Scopeti, 6 per Vicchio, 4 per Giogoli, 3 per Baccaiano e 2 per Calenzano. In questo articolo vengono esaminati i 7 per Scopeti.

Primo riscontro

Presenza agli Scopeti, nella notte del delitto, della FIAT 128 coupè rossa, all’altezza dell’imbocco della stradina sterrata che porta alla piazzola del delitto.

Il primo dei sette “riscontri esterni” è l’avvistamento dell’auto di Lotti da parte della Ghiribelli, vero punto d’inizio dell’intera indagine. In questo blog se ne è già trattato in modo approfondito (vedi), giungendo alla conclusione che, con ragionevole certezza, quella domenica davvero Lotti e Pucci si erano aggirati sotto la piazzola con la Fiat 128 rossa del primo. La sentenza però ignora completamente la testimonianza dei coniugi De Faveri-Chiarappa, per una sosta al pomeriggio i cui contorni avrebbero meritato un necessario chiarimento. Peraltro Pucci e Lotti l’avevano ammessa, ma tra le dichiarazioni dei due c’erano delle discrepanze, poiché il primo aveva detto d’essersi avvicinato con l’amico alla tenda per spiare la coppia che faceva all’amore, mentre il secondo aveva raccontato di una semplice sosta accanto alla strada asfaltata, dove i due si sarebbero limitati a parlare tra di loro (a domanda del suo avvocato: “Si fermò alla piazzola dove c'era la tenda?”, Lotti aveva risposto: “No, mica lassù, lì sulla strada”). Non era una differenza da poco, e di sicuro andava approfondita. In ogni caso entrambe le versioni erano inconciliabili con la testimonianza dei coniugi, della quale non c’era alcun motivo di dubitare. Perché Lotti si sarebbe collocato in bella evidenza davanti al luogo dove, a suo dire, sapeva che la sera sarebbe stato compiuto un omicidio al quale anche lui stesso avrebbe dovuto partecipare? Per di più per un tempo lunghissimo, ore ed ore, che però non aveva ammesso. Infatti, a domanda di Curandai, “quanto tempo vi siete intrattenuti?”, aveva risposto: “insomma, a parlare lì, il tempo passava. Un so il preciso quanto. Un'ora o più... un è che abbi guardato per bene l'orologio”.
Evidentemente su quella domenica pomeriggio Giancarlo Lotti aveva qualcosa da nascondere. Secondo le istruzioni ricevute, a suo dire, da Vanni e Pacciani avrebbe dovuto farsi trovare sul posto alla sera, mentre per la visita del pomeriggio aveva dato l’improbabile spiegazione che voleva far vedere le prossime vittime all’incredulo Pucci. Se si stava accusando di una partecipazione inesistente forse la sua presenza sotto la piazzola era stata causata da semplice, anche se insana, curiosità. Sappiamo che i due francesi erano già morti: Lotti e Pucci avevano visto i corpi e volevano assistere al loro ritrovamento? O  forse non erano loro i due personaggi descritti dai coniugi (ma questo a chi scrive pare da escludere, dati i troppi elementi coincidenti). Oppure Lotti qualcosa con il delitto aveva avuto a che fare, ma con modalità differenti da quelle confessate? In ogni caso appare di una gravità estrema il fatto che i giudici avessero evitato di affrontare la questione. Ai coniugi in aula non era stato neppure chiesto se nei due individui visti accanto all’auto rossa avessero ravvisato la fisionomia di Lotti e Pucci. Un argomento che del resto non aveva interessato neppure la difesa del Vanni, che più tardi si sarebbe impegnata allo spasimo nella perdente battaglia per dimostrare che Lotti non guidava più la 128 rossa al momento del delitto.
Sulle attività di Giancarlo Lotti attorno alla piazzola prima della domenica sera c’era un altro inquietante elemento da valutare, ma anch’esso fu del tutto ignorato dai giudici. La sentenza sostiene che l’individuo aveva dato il proprio volontario contributo al delitto “indicando la presenza della tenda in quella zona e quindi la “coppia” di giovani da colpire (come da sue stesse ammissioni)”. Ma nulla dice delle incredibili modalità con le quali sarebbe venuto a saperlo. Questo risulta dal verbale del suo interrogatorio dell’11 marzo 1996 (vedi):

Tre o quattro giorni prima di questo delitto, mi trovavo al bar Centrale di San Casciano e sentii gli avventori che parlavano di una tenda e di una macchina che si trovavano nella piazzola degli Scopeti. La gente si meravigliava e diceva che era pericoloso stare lì e ricordo anche che i carabinieri di pattuglia dicevano agli avventori che avevano fatto presente a quella coppia di andare via perchè era pericoloso. Si diceva anche che quella coppia voleva trovare una pensione per stare e non trovando posto si erano accampati lì.

Scontrini per consumazioni alla mano, da molto tempo ormai è già stato dimostrato da Vieri Adriani che i due francesi erano arrivati a San Casciano soltanto il venerdì pomeriggio, quindi, anche nell’ipotesi che il delitto fosse avvenuto di domenica, i conti con i “tre o quattro giorni prima” del Lotti non tornano. Ma se anche i giudici di scontrini non sapevano o non volevano sapere nulla, pare comunque incredibile che non avessero approfondito la questione dei carabinieri che avrebbero avvertito la coppia del pericolo. Se l’episodio fosse accaduto davvero, i militari certamente non avrebbero mancato di raccontarlo agli investigatori una volta uscita la notizia del duplice omicidio. Ma nulla risulta dagli atti emersi, ed è ragionevole immaginare anche da quelli non ancora emersi, considerata l’importanza del fatto, e neppure dai resoconti dei giornali. Quindi il racconto di Lotti era falso, e i giudici, ignorandolo, evitarono di chiedersi il perché di una frottola della quale, a badar bene, il presunto pentito neppure avrebbe avuto bisogno per la propria strategia difensiva. E allora, perché l’aveva raccontata? E che cosa c’era dietro quella sua strana ammissione non richiesta (“La sera prima dell'omicidio sono passato agli Scopeti da me”) pronunciata di fronte a Vigna l’11 febbraio 1996?

Secondo riscontro

Presenza dello stesso Lotti, in quella notte, lungo la stessa stradina sterrata che porta alla piazzola del delitto.

In base a quali prove la sentenza dà per dimostrata la presenza di Lotti lungo la via d’accesso alla piazzola la domenica sera del delitto? “Lo ha riferito il teste Pucci Fernando”, scrissero i giudici. Nient’altro. Il lettore è invitato a scorrere la deposizione di Pucci (6 ottobre 1997, vedi) per rendersi conto dell’assoluta inaffidabilità del testimone, del tutto dimentico delle dichiarazioni a lui attribuite in istruttoria ma pronto a confermare ogni verbale che gli veniva contestato (approfondiremo in un prossimo futuro l’importante argomento). In conseguenza di ciò, con un imbarazzato intervento a denti stretti il PM si era detto pronto a riconsiderarne la posizione, dando ad intendere che i suoi vuoti di memoria potessero nascondere responsabilità maggiori. Naturalmente non era accaduto nulla, poiché all’accusa Pucci faceva comodo come testimone, non certo come imputato, e in quanto testimone la sentenza potè sfruttare appieno ciò che aveva detto e soprattutto ciò che essa stessa gli fece dire, valutando le sue parole come il più importante dei riscontri esterni a quelle del Lotti.

L’auto era quella del Lotti ed a dirlo è stato invece Pucci Fernando, che quella sera era insieme a lui e che si era lasciato convincere ad andare agli Scopeti per via del fatto che non credeva che ci sarebbero stati quella notte due omicidi nella piazzola dove c’era la tenda. Pucci Fernando costituisce quindi un “teste oculare” di rilevante importanza, per essersi trovato lì in quella situazione senza alcuna implicazione o partecipazione al delitto e per essere stato ivi presente soltanto per verificare, una volta per tutte, se il Lotti diceva la verità in ordine agli omicidi ai quali diceva di assistere per curiosità. Infatti, la totale “buona fede” del Pucci trova conferma nel fatto che costui, una volta risalito in macchina col Lotti per far ritorno a San Casciano, voleva andare immediatamente dai Carabinieri per riferire l’accaduto, venendone però dissuaso subito dal Lotti […]

La faziosità della sentenza raggiunge qui uno dei suoi massimi. Dato per buono lo scenario da loro ricostruito, come potevano esser sicuri i giudici che Pucci fosse andato assieme a Lotti soltanto per una bambinesca verifica e che non gli fosse stato assegnato invece un ruolo attivo, magari dallo stesso Lotti? Ad escludere questa eventualità c’erano soltanto i loro racconti, peraltro disallineati per alcuni aspetti non secondari, e i due potevano aver avuto tutto l’interesse a costruire una verità di comodo, attenuando l’uno le responsabilità dell’altro. Rimane comunque il fatto che Pucci avrebbe svolto davvero un ruolo attivo quando, a suo dire, era rimasto di fianco all’auto del Lotti mentre questi si trovava sulla piazzola a curiosare e quindi rimpiazzandolo come “palo” (nell’accezione, intesa dai giudici, di deterrente per l’arrivo di altre coppie). Per la sentenza si sarebbe trattato di un ruolo inconsapevole per lui ma non per Lotti, il quale lo avrebbe portato con sé proprio per quel motivo (“per accrescere la forza dissuasiva nei confronti di possibili coppiette”). È evidente l’interesse dei giudici nel mantenere a tutti i costi Pucci nella posizione di puro testimone, e poter così sfruttare appieno le sue parole per dar valore a quelle di Lotti, mentre da imputato ciò non sarebbe stato possibile. Vale la pena notare che anche Lotti era parso avere tutto l’interesse a scagionare il vecchio amico quando era intervenuto, con sospetta solerzia, a dargli manforte in uno dei momenti di difficoltà durante la sua traballante deposizione. Parte Lotti: “No, per le cose che... le ho dette io a Fernando”; raccoglie Pucci: “Me l'ha dette tutte lui queste cose”; ribadisce Lotti: “Quelle cose che successero, le ho dette io a Fernando”. Insomma, pareva proprio un bel duetto tra lestofanti.
Allo stesso modo non c’era alcun motivo per credere che davvero Pucci avesse voluto andare dai Carabinieri a denunciare il fatto, dimostrando in questo modo addirittura una “totale buona fede”, poiché ad asserirlo erano stati ancora e soltanto lui e Lotti. Piuttosto rimaneva gravissima la sua mancata denuncia, durata dieci lunghi anni durante i quali avrebbero potuto verificarsi nuovi delitti. In più, interrogato dalla Polizia, non aveva vuotato il sacco immediatamente, ma come Lotti aveva cercato di far apparire del tutto casuale la sosta a Scopeti. Quindi, sempre dando per buono lo scenario sposato dalla sentenza, era lecito sospettare che in quel frangente Pucci non dovesse aver avuto una coscienza troppo pulita, e con la sua reticente deposizione in aula aveva dato adito a più di un dubbio che non se la fosse lavata neppure dopo. Ma i giudici chiusero occhi e orecchie e fecero finta di nulla, raggiungendo questa sorprendente convinzione:

Pucci Fernando è quindi un soggetto pienamente credibile, per non aver avuto alcuna cosciente partecipazione al delitto, per aver saputo ribadire l’accaduto anche in dibattimento, con un linguaggio semplice e comunque tale da farsi ben capire (pur trattandosi di persona che ha fatto appena la 5 elementare) e per aver infine mostrato un “profondo rammarico” per il fatto di avere in tanti anni taciuto per paura e per aver quindi coperto, con tale suo comportamento, l’operato del Lotti e dei suoi complici per gli omicidi di Scopeti […]

Dunque Pucci avrebbe mostrato un “profondo rammarico” per aver taciuto, questo scrissero i giudici mettendo addirittura la locuzione tra virgolette a sottolinearne il peso, ma non si comprende da quali sue parole lo avrebbero desunto. Scorrendone la deposizione non si riesce a rintracciare alcuna traccia di rammarico, anzi, della sorte dei due francesi a Pucci non era importato nulla, si era soltanto preoccupato di possibili conseguenze per sé stesso. Ed infatti, a domanda di Filastò: “E il fatto che qualcuno poteva essere rimasto ferito e c'era bisogno di aiuto, non le passò nemmeno per la testa?”, aveva risposto secco: “No”. Del resto sono molti i casi in cui la sentenza attribuisce all’individuo concetti non espressi e frasi non pronunciate, come su scala ben maggiore lo fa anche per Lotti. Con Pucci l’estensore si trovava di fronte ad un’operazione ben più difficoltosa, poiché l’individuo non aveva detto quasi nulla, ma non si perse d’animo per questo, e pescò anche nelle frasi pronunciate da altri. Ad esempio, per quanto riguarda la mancata denuncia ne sarebbero state causa le minacce ricevute dagli assassini, e la sentenza così lo fa spiegare a Pucci: “… io volevo andare dai Carabinieri per questo fatto… feci lo sbaglio … a non andare da solo… avevo paura perché (mi) avevano minacciato…”. Ma non era stato Pucci a parlare di paura per le minacce, era stato il PM, come dimostra lo spezzone di dibattimento a partire dal quale era stata costruita la frase:

Pucci: Io volevo andare dai Carabinieri per questo fatto. Dice lui: 'no, io non vengo', e allora un andai.
PM: Perché non ci andò da solo, lei?
Pucci: Mah... Feci lo sbaglio lì, ecco, a non andare da solo. Glielo dico proprio... Ecco.
PM: Aveva paura di loro perché lo avevano minacciato?
Pucci: Sì, eh, se l'era la paura, chi lo sa? Sa...
PM: Aveva paura che non la credessero, non lo so.
Pucci: Ecco. Può essere stato anche quello lì, perché io dissi: 'se ho a andar solo, mi sembra una cosa...' non so, capito?

Come si vede Pucci neppure aveva raccolto il suggerimento del PM, per il quale, a dire il vero, quello era stato soltanto uno dei numerosi tentativi di portarlo sulla strada della paura per le minacce ricevute da Vanni e Pacciani. Ad ogni modo il perché non andò dai Carabinieri a raccontare quello che sapeva lo avrebbe poi spiegato al difensore di Alberto corsi, l'avvocato Zanobini, e senza alcun suggerimento: “perché avevo paura di qualcosa che mi dicessino”. Dunque la paura c’era, ma delle conseguenze penali per una coscienza evidentemente sporca. Tra l’altro quel riconoscere che era stato uno sbaglio a non andare è l’unica timida manifestazione del presunto “profondo rammarico” virgolettato dalla sentenza: giudichi il lettore se pare sufficiente.
Sul medesimo tema delle frasi costruite, ecco un esempio ancora più clamoroso, rintracciabile proprio nel paragrafo di cui si sta trattando. Dopo aver affermato che il riscontro della presenza di Lotti sulla piazzola è dovuto alla testimonianza di Pucci, la sentenza riporta un insieme di voci virgolettate e in grassetto contenenti quelle che dovrebbero essere le sue dichiarazioni sull'argomento. Naturalmente si tratta sempre di frasi costruite mettendo assieme vari pezzi, ma addirittura in questo fazioso lavoro vengono utilizzate anche le parole pronunciate da Lotti quando era intervenuto in aiuto dell’amico! Si arrivò insomma all’assurdo di usare le parole di Lotti come riscontro a sé stesso facendole passare per pronunciate da Pucci! Un primo caso:

S’andette da questa Gabriella dopo mangiato… si rimase laggiù, poi si tornò in su la sera… non so che ore sarà stato… l’era l’undici o più… (siamo) stati sempre dalla donna…

Ma a dire ciò era stato Lotti correggendo Pucci, per il quale invece quel pomeriggio i due erano andati al cinema! Non soltanto la sentenza non fa cenno a questa clamorosa contraddizione, ma attribuisce le parole del primo al secondo, costruendo un falso aberrante in un contesto nel quale si stava condannando a vita un uomo.
Ancora una frase fatta dire a Pucci, ma in realtà detta da Lotti:

Quando ci si fermò agli Scopeti, loro scesero prima di noi, Vanni Mario e Pietro Pacciani… andettero su verso la tenda… noi s’era sempre dentro la macchina… si scese dopo un pochino…

Fin dalle dichiarazioni rese in istruttoria Pucci aveva dimostrato di non avere le idee molto chiare sull’auto dalla quale erano discesi gli assassini, che dapprima sarebbe stata addirittura quella delle vittime, poi un’altra parcheggiata a metà della strada d’accesso alla piazzola. Sottoposto al pressing di Filastò, in dibattimento la confusione era stata grande, e i suoi mezzi assensi non avevano fatto alcuna chiarezza. Con il proprio intervento Lotti voleva dissipare i dubbi (ma vedremo che, quando sarebbe toccato a lui sedere sul banco dei testimoni, avrebbe cambiato versione...). Ad ogni modo, interrogato in seguito dal Presidente, con la solita faccia di bronzo Pucci aveva confermato le parole del vecchio amico (Presidente: “E perché non l'ha detto prima lei?”; Pucci: “Perché non me lo ricordavo per bene io, ecco”). Non avendo però pronunciato frasi dalle quali se ne potesse ricostruire una adeguata allo scopo, senza dichiararlo l’estensore pensò bene di avvalersi di quelle del Lotti!
Si potrebbero scrivere ancora pagine e pagine per illustrare gli orrori della sentenza riguardo la valutazione del testimone Pucci, ma il lettore si annoierebbe, quindi conviene fermarsi qui e passare ai riscontri successivi.

7 commenti:

  1. Altro interessantissimo articolo.
    Ma la Ghiribelli afferma di averlo visto molto tardi in quel punto il 128 rosso, mi risulta difficile credere lotti fosse lì per vedere se qualcuno scopriva i cadaveri a quell'ora. Giuttari dice che la Domenica sera in molti sentirono gli spari, è più verosimile fosse lì per avere un ruolo attivo

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    1. Che cosa penso del ruolo di Lotti è ben noto. In ogni caso adesso mi preme che venga alla luce il clamoroso errore giudiziario con il quale siamo stati tutti ingannati, per primi i parenti delle vittime. Speriamo che il prossimo libro di Cochi, Cappelletti e Bruno sia il più possibile esplicito in questo senso.

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  2. ottimo lavoro come sempre. era una cosa che avevo in mente di fare, sono contento che lo faccia tu perché è un lavoro faticoso :-) ma necessario.
    Hai individuato molto bene che nella sentenza Lotti riscontra se stesso, si può ben capire che valore abbia.
    Ma c'è un'altra cosa da dire: non sono i testi (Ghiribelli, Chiarappa, i tre di Vicchio) che riscontrano le dichiarazioni di Lotti, ma il procedimento è inverso: è Lotti che riscontra quello che gli inquirenti già sanno (meglio: credono di sapere) man mano che quelli glielo lo dicono. L'unico fatto nuovo (ma non del tutto!) è il dottore che paga per i feticci.

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    1. Sulla storia del dottore ho fatto un lavoro di controllo incrociato che spiega bene, e che prima o poi pubblicherò qui. Secondo me al centro di questo e di altro può collocarsi la seguente frase tratta dalla perizia Fornari-Lagazzi su Lotti: "ha capito molto bene cosa si attendono da lui i magistrati".
      La domanda però alla quale un giorno si dovrà rispondere è: perchè Lotti si lasciò trascinare in questa storia? Mi pare oltremodo superficiale l'opinione di Filastò e dei suoi fan sul potere persuasivo degli agi del programma di protezione, che peraltro l'individuo non poteva conoscere quando iniziò a cantare davanti a Vigna l'11 febbraio 1996. Era partito lasciandosi invischiare per debolezza e poi irretire dai vantaggi?
      Un bell'articolo tuo su questo argomento ci potrebbe stare...

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  3. La frase il giorno prima del omicidio son passato agli scopeti da me fa capire chi é il Lotti ( altro che grullo oligofrenico) ...x la domenica racconta quel che vogliono sentire gli inquirenti, poi li prende x il culo dicendogli che era passato il sabato (probabilmente x fargli la festa )... almeno questo é quel che penso io ...

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  4. Domanda , ho letto sul forum di Ale che le buste arrivate al Pm Della Monica e quelle con i 3 proiettili con il biglietto poveri fessi ve ne basta uno a testa proveniva dallo stesso lotto ... Ti risulta Antonio?

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    1. Da quello che scrive Giuttari ne Il Mostro sembrerebbe di no:

      Le buste e il loro contenuto vennero sottoposti a ogni possibile analisi e accertamento. Gli esami chimico-merceologici dimostrarono che le tre buste erano tra loro perfettamente identiche: facevano parte di una linea di prodotti destinata a una grossa catena di magazzini con punti vendita in tutta Italia [...]
      Gli stessi esami compiuti sulla busta inviata al magistrato Silvia Della Monica, invece, dimostrarono che questa era di tipo comune, reperibile in qualsiasi cartoleria [...]

      Non credo proprio che le tre buste siano state inviate dal Mostro, chiunque sia stato.

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