domenica 31 gennaio 2016

La macchina rossa (1)

Il recente reportage realizzato da Paolo Cochi sulla retrodatazione del delitto degli Scopeti ha provocato un salutare aumento d’interesse verso la messa in discussione della verità uscita dal processo ai cosiddetti “Compagni di merende”. Il lettore che eventualmente non sapesse nulla dell’argomento può guardare i due video originali (Scopeti, l'ultimo delitto del mostro e Contenuti speciali), e leggere le interessanti considerazioni sulle conseguenze riportate nel blog Storia del Mostro di Firenze. Chi scrive si trova del tutto d’accordo con quanto viene dichiarato dagli esperti entomologi, i quali del resto non hanno fatto altro che confermare ciò che era già deducibile dall’analisi delle condizioni al contorno effettuata dal legale delle vittime, avvocato Vieri Adriani, resa disponibile fin dal 2010 nel documento scaricabile dal suo sito e poi ribadita nel bel libro “Il delitto degli Scopeti – Giustizia mancata”.
Venerdì sera 6 settembre 1985, dopo aver cenato alla Festa dell’Unità di Cerbaia, i due sfortunati turisti francesi si ritirarono nella loro tenda – montata sulla piazzola forse già al pomeriggio – e una o due ore dopo furono uccisi. I loro corpi rimasero sul posto, quello di lei nella tenda, quello di lui tra i cespugli, per ben due giorni e mezzo, fino al ritrovamento a opera di un presunto cercatore di funghi nel primo pomeriggio di lunedì 9. Sulla base dei risultati autoptici, il delitto fu collocato dall’anatomopatologo Mauro Maurri nella notte della domenica, pur con una notevole incertezza e contro l’opinione di altri, degli esperti dell’equipe di Modena, innanzitutto, ma anche di almeno un collega che aveva assistito all’autopsia, Giovanni Marello, e dell’allora capo della SAM Sandro Federico, soltanto un poliziotto ma abituato a valutare a naso la “freschezza” dei cadaveri.
Non è ben chiaro il perché in Procura ci si avvinghiò alla datazione della domenica, quasi certamente si temeva l’effetto che avrebbe potuto provocare sull’opinione pubblica la notizia della mancata tempestività nella scoperta dei cadaveri, possibile indice di una certa trascuratezza nel controllo delle zone a rischio. In ogni modo così andò, e se il madornale errore ebbe poche conseguenze durante le indagini su Pacciani, il quale non aveva un alibi sicuro per la domenica ma neppure per il venerdì e per il sabato (vedere qui), ne ebbe di fondamentali per le successive sui presunti complici. Già l’avvistamento dell’auto del contadino, con un passeggero a bordo, alla domenica sera vicino alla piazzola sarebbe stato da valutarsi in modo ben diverso; come anche quello di un Pacciani trafelato, a bordo di un’auto non sua, che la stessa notte pareva dirigersi verso San Piero a Sieve per imbucare la macabra lettera. Opera rispettivamente di Lorenzo Nesi e Ivo Longo, i due avvistamenti furono motivo di sospetto della presenza di eventuali complici, in un caso il passeggero e nell’altro il proprietario dell’auto, e quindi dell’inizio di nuove indagini, che poi avrebbero portato a Fernando Pucci e Giancarlo Lotti, e al loro accodamento alla collocazione del delitto nel giorno sbagliato di domenica.
Sul fatto che Pucci e Lotti mentirono nel raccontare d’aver visto Vanni e Pacciani uccidere i francesi non ci sono dubbi. A distanza ormai di quasi 16 anni dall’ultimo pronunciamento della giustizia, queste ultime risultanze delle analisi entomologiche non fanno altro che confermare quanto già emergeva da un’analisi serena delle loro traballanti dichiarazioni, sulle quali pare impossibile che possa essersi basata la condanna all’ergastolo di un uomo. Non è però intellettualmente onesto ignorare la più che probabile presenza dei due compari sotto la piazzola la domenica 8 settembre 1985, a delitto già consumato, entrambi al pomeriggio e almeno Lotti anche alla sera. Una presenza che va spiegata.
In questo articolo si cercherà di fare il punto sull’argomento, partendo dall’esame delle testimonianze per poi cercare una possibile ricostruzione dei fatti.

Il terreno situato lungo via Scopeti, dalla parte opposta rispetto alla boscaglia dove furono uccisi i turisti francesi, era di proprietà privata, protetto sul lato della strada da un alto muro. L’accesso avveniva tramite un cancello posto proprio in corrispondenza della sterrata che conduceva alla tragica piazzola, da dove una stradina interna, lunga circa trecento metri, consentiva di raggiungere una collinetta sulla quale si ergeva una casa colonica ristrutturata a villa. La domenica del delitto il proprietario, Giancarlo Rufo, si trovava lì, ma non si era accorto di nulla, come lui stesso aveva riferito nell’interrogatorio del 10 settembre 1985. Nell’ambito delle nuove indagini alla ricerca di eventuali complici di Pacciani, dieci anni dopo si tornò a interessarsi alla sua testimonianza. Nel frattempo l’uomo era deceduto, ma dal vecchio verbale si scoprì che quella domenica pomeriggio aveva ospitato degli amici, mai interrogati. Si trattava dei coniugi Marcella De Faveri, insegnante di scuola, e Vittorio Chiarappa, maestro di musica al conservatorio, i quali furono ascoltati da Paolo Canessa l’11 ottobre 1995, quindi qualche giorno prima della nomina di Michele Giuttari a capo della Squadra Mobile, avvenuta il 15.
I due testimoni riferirono di essere arrivati in auto da Firenze davanti al cancello, posto alla loro sinistra, attorno alle 15, e che per entrare, dovendo allargarsi sulla destra, avevano trovato difficoltà causa la presenza di un’auto parcheggiata tra l’asfalto e lo sterrato con il muso in direzione di San Casciano, all’inizio della salita che portava alla piazzolaLa donna la definì dalla forma tronca dietro, di colore rosso, sicuramente non più nuovo né brillante, ma sbiadito, l'uomo di colore rosso sbiadito, di forma squadrata, con il dietro tronco”. Appoggiati all’auto, di spalle, due individui, così descritti dalla donna (dal libro di Giuttari “Il Mostro”):

Uno era un uomo di mezza età, di corporatura tipo squadrata, di media altezza, senza collo, con testa dal taglio rettangolare, che mi dava l'apparenza di essere un contadino. Costui stava appoggiato al cofano motore della macchina (cioè alla parte anteriore indirizzata verso San Casciano) guardando in avanti, lungo la strada. Mi dava l'impressione d'avere i capelli tagliati corti. Il secondo personaggio era appoggiato sul lato destro dell'auto e guardava il bosco. Questi dava l'impressione di essere un po' più alto del precedente e come figura sembrava meno grezzo dell'altro.

Appassionato di fotografia, Vittorio Chiarappa si era portato dietro una macchina dotata di un potente teleobiettivo di recente acquisto, con la quale si era divertito, assieme alle altre persone presenti nella villa, a inquadrare i particolari delle zone circostanti, tra cui l’auto rossa a coda tronca, rimasta nella medesima posizione con appoggiato un individuo, definito di corporatura grossa e di mezza età”, intento a osservare il bosco (al contrario della moglie lui ne vide sempre soltanto uno). A metà pomeriggio Chiarappa, da solo, si era recato a Firenze per commissionare un necrologio, e uscendo dal cancello aveva visto l’auto e l’individuo sempre nel medesimo posto. Al rientro la situazione non era cambiata. Nel tornare a casa, i coniugi erano transitati attraverso il cancello attorno alle 19.30-20, vedendo ancora una volta l’auto rossa, in apparenza senza persone né a bordo né attorno.

La testimonianza di Marcella De Faveri e Vittorio Chiarappa deve considerarsi senza esitazione alcuna come genuina. Intanto sulla data non potevano esserci dubbi, se non altro perché il necrologio commissionato a Firenze da Chiarappa riguardava un noto musicista, Franco Ferrara, la cui data di morte è facilmente verificabile e risale proprio al giorno prima. Ma soprattutto i due non si erano risvegliati a distanza di anni affermando d’aver incontrato l’assassino all’opera, magari proprio quel Pietro Pacciani visto in televisione, ma erano stati rintracciati dagli inquirenti e avevano raccontato soltanto dei fatti vissuti in prima persona, senza assegnar loro alcun significato particolare. Anche se non risulta specificato in nessun documento, è pacifico che i due furono messi di fronte alle fotografie sia di Pacciani sia di Vanni, il quale ultimo era ormai già saldamente nel mirino degli inquirenti come presunto complice, ma loro non li identificarono affatto nei misteriosi individui, che d’altra parte non avevano visto in faccia. Però avevano descritto con una certa precisione la loro fisionomia da dietro e soprattutto la loro auto.
Va riconosciuto che nei racconti dei coniugi ci sono diverse incertezze, del resto ben comprensibili dopo tanto tempo, ma proprio il fatto che furono riportate senza nulla temere aumenta la genuinità della testimonianza. Di più: quelle incertezze differenziavano i loro racconti, il che risulta un fattore di grande rilievo nell'escludere le nefaste influenze reciproche che presumibilmente ci furono  in altri casi, ad esempio in quello dei coniugi Martelli-Caini.
Un ulteriore elemento di autenticità è dato da un verbale del 15 novembre 1995, la cui lettura dimostra che i coniugi, già all’epoca, avevano cercato di comunicare il loro avvistamento alle forze dell’ordine. La signora De Faveri vi esprime un dubbio sul colore dell’auto, ma soprattutto afferma che lei e il marito avevano raccontato subito della loro esperienza a un conoscente, tale dottor Cecere, con tutta probabilità Giovanni Cecere Palazzo, in quel periodo in forza alla Questura di Firenze:

La vettura della quale ho parlato non era sicuramente un maggiolino Wolkswagen, tipo di auto che è uno dei pochi che conosco bene.
Rammento che appena saputo dalla televisione del duplice omicidio, conoscendo il dott. Cecere, parlammo con lui di quanto si era visto.
Può darsi che con il dott. Cecere abbiamo parlato più nei dettagli della macchina perché le sue domande erano puntate molto sulla vettura da noi vista. Debbo anche aggiungere che nell’epoca noi avevamo avuto un’auto rossa ed ora, essendo passati tanti anni, non sono certissima che l’auto che ho descritto fosse rossa perché in certi momenti mi viene il dubbio che fosse bianca. Sulla forma, però, sono sicura che fosse senza coda così come ho già detto.

Riguardo il dubbio sul colore, la signora lo avrebbe ripetuto due anni dopo in dibattimento (vedi), rispondendo al PM: “Quando sono venuta da lei avevo un dubbio se rossa o bianca. Poi ho fatto mente locale, cioè proprio di cercare di… e quasi sicuramente era rossa”. Il marito invece si sarebbe mostrato sicuro: “Una macchina rossa, sbiadita, rossa, con... adesso è passato il tempo, ma il finale non era rotondo ma tronco” (vedi).
Molto probabilmente anche Sabrina Carmignani aveva visto la medesima auto. Dal verbale redatto davanti ai Carabinieri nell’immediatezza del delitto risulta la seguente frase: “Mentre stavamo andando via è arrivata un'altra autovettura con una persona a bordo. Era una macchina tipo la Regata, ma si trattava di un'auto che non so descrivere, anche perché non ho dato importanza alla cosa”. Nell’interrogatorio di cui abbiamo già trattato qui la donna fornì anche una sostanziale e importante conferma alla testimonianza dei coniugi De Faveri-Chiarappa, precisando alcune caratteristiche lasciate indefinite nel 1985 sull’auto e sul suo conducente. Nell’impossibilità di disporre delle dichiarazioni originali è necessario riferirsi alla deposizione di due anni dopo (vedi), la quale però parve rispecchiare il verbale in mano al PM:

Era una macchina che mi sembrava vecchia, con la vernice un po' scolorita, tipo queste macchine vecchie scolorite dal sole. Non era una macchina nuova, cioè del tempo. Sicuramente risaliva a molti anni prima come modello.
[…] diciamo che io l'ho vista davanti […] non era una Regata era simile il muso davanti […] perché era abbastanza basso. […] Probabilmente aveva dei fari rettangolari. [Il colore] poteva essere benissimo, non so, un rosso molto sbiadito, decolorato proprio.
Veniva da San Casciano e girò per entrare nella piazzola. Però c'era la mia macchina lì, quindi fece marcia indietro e proseguì non per San Casciano, nella direzione opposta […] mi sembra che c'era una persona dentro […] quello che ricordo è che, comunque, sembrava un cacciatore. […] Abbastanza grosso, cioè, abbastanza grosso.

Purtroppo la Carmignani aveva visto l’auto di fronte, quindi non aveva potuto apprezzare il taglio della coda, ma il muso basso si adattava bene a un modello sportivo, esattamente come la coda tronca dei coniugi, che invece avevano potuto vederla di profilo. Il colore rosso sbiadito, invece, corrispondeva in pieno, e la valutazione di una macchina “vecchia, con la vernice un po’ scolorita” faceva il paio con quella della signora De Faveri di un “colore rosso, sicuramente non più nuovo né brillante“. Anche la descrizione del conducente, dipinto dalla Carmignani come vestito da cacciatore e di grossa corporatura, era ben compatibile con quella dell’unico individuo visto da Vittorio Chiarappa, parimenti di grossa corporatura, e con la generale impressione di due personaggi piuttosto grezzi ricevuta dalla moglie.
Quando era arrivata, Sabrina Carmignani non aveva notato l’auto ferma all’inizio della piazzola nella posizione descritta dai due coniugi, ma è facile ipotizzare il perché. Quando Vittorio Chiarappa l’aveva vista ancora parcheggiata transitando dal cancello per recarsi a Firenze, secondo lui erano tra le ore 16 e le ore 17, secondo la moglie circa le 16.30 (dichiarazioni del dibattimento), mentre Sabrina Carmignani era arrivata alle 17.30. Quindi si può ipotizzare che nel frattempo l’auto fosse ripartita, probabilmente per accompagnare il passeggero da qualche parte. Se, come è lecito sospettare visto il loro strano comportamento, i due individui erano consapevoli della presenza dei cadaveri sulla piazzola, il passeggero poteva essersi sentito a disagio già all’arrivo dei coniugi, nascondendosi o comunque mettendosi in disparte subito dopo. Chiarappa infatti, sia giocando con il teleobiettivo, sia quando era uscito per recarsi a Firenze, aveva visto un individuo soltanto, il cui defilato compagno potrebbe aver poi deciso d’abbandonare definitivamente la scena anche a causa del suo secondo passaggio.
Quando la Carmignani stava per andarsene erano circa le 18, e proprio in quel momento l’auto rossa stava tornando con a bordo una persona soltanto. Veniva da San Casciano, quindi, considerati i tempi, proprio lì poteva essersi fatto accompagnare il passeggero. Il conducente doveva invece avere tutta l’intenzione di riprendere le attività precedenti, ma l’auto dei due fidanzati in uscita lo aveva fatto desistere, almeno per il momento, e quindi si era diretto verso Firenze. Poco dopo, però, era tornato indietro, e aveva parcheggiato l’auto con il muso rivolto ancora verso San Casciano. Con almeno un’ora di viaggio, tra andata e ritorno, e il tempo necessario per il necrologio, Vittorio Chiarappa era rientrato successivamente, trovando l’auto rossa più o meno nella medesima posizione dell’andata. Si può ragionevolmente ritenere che durante la sua assenza né la moglie, né Giancarlo Rufo né eventuali altri presenti in casa avessero giocato con il suo potente teleobiettivo, e quindi non si fossero accorti delle manovre dell’auto.

Prima di chiudere questa prima parte dell’articolo, è il caso di chiedersi quale credito concedere alla testimonianza di Sabrina Carmignani, soprattutto riguardo l’importante precisazione del colore dell’auto, un dato che nel verbale del 1985 non compariva. Si potrebbe pensare a una concessione alle esigenze della Procura, per la quale quell’auto poteva essere la Fiat 128 rossa di Giancarlo Lotti. Ma non è così, per due ragioni fondamentali. La prima è la refrattarietà della testimone a dichiarare il falso, ampiamente dimostrata dalla sua ferma opposizione al tentativo di farle ammettere che il guidatore era Mario Vanni, lo abbiamo visto qui. La seconda e più importante è il fondamentale disinteresse della Procura verso la presenza di Lotti e Pucci sotto la piazzola al pomeriggio. A dimostrarlo basta la mancanza di qualsiasi domanda del PM in dibattimento riguardo la loro possibile identificazione nei personaggi visti sia dalla Carmignani sia dai coniugi De Faveri-Chiarappa. In effetti quella presenza risultava piuttosto imbarazzante per l'accusa, in un contesto dove a Lotti era stato dato appuntamento per la sera, quindi non si comprende quale senso avrebbe avuto per lui rimanere l’intero pomeriggio sotto la piazzola. In ogni caso su questo argomento torneremo.

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