Lavoretto”: a sentire Giancarlo
Lotti, con questo termine a dir poco bizzarro Mario Vanni avrebbe definito la
sanguinosa spedizione di morte a Vicchio, dove si sarebbe vendicato per il
fallimento delle proprie avances
verso Pia Rontini. “Io con te, un uomo anziano, puoi essere il mio babbo!”,
gli avrebbe risposto la diciottenne, importunata all’interno del bar dove
lavorava, suscitando la sua ira veemente: “a quella la sistemo io, brutta scema, ninfomane, gliela
faccio pagare, quella scema perché ha detto a me così”. E, sempre
secondo Lotti, sarebbe stato proprio l’anziano corteggiatore respinto a
infierire sul corpo della poveretta, mutilandolo non soltanto del pube ma anche
del seno sinistro, trasformatosi così da suggestivo indizio
contro Pietro Pacciani a oggetto della furia vendicatrice di Vanni.
Come è stato possibile che, alle
soglie del 2000, i giudici di un tribunale italiano abbiano condannato un uomo
all’ergastolo sulla base di assurdità simili? Proviamo a ricercare nella
sentenza le loro ragioni, esaminandone i sei “riscontri esterni” elencati.
Primo riscontro
Conoscenza da parte dello stesso Lotti del luogo del delitto, risalente a data anteriore a quella del duplice omicidio.
Con questo primo riscontro i
giudici intesero dimostrare che Giancarlo Lotti aveva frequentato la piazzola
di Vicchio prima dell’uccisione della coppia, considerando il fatto un avallo
alle sue parole. La prova più significativa era la testimonianza di Filippa
Nicoletti, la quale, anche in dibattimento (vedi),
si era detta sicura di esservi andata con lui più volte: la prima nel 1981,
quando si erano conosciuti, poi nel 1982, e forse in date successive. Tra i
particolari più inquietanti c’è quello dell’auto, che Lotti parcheggiava nel
medesimo punto e nella medesima posizione della Panda delle future vittime, e
la discesa al fiume Sieve, dove i due andavano a rinfrescarsi e dove, a sentire il presunto pentito, Vanni e
Pacciani si sarebbero lavati dopo il delitto.
Superficialmente trascurato da chi ritiene Lotti del
tutto estraneo alle vicende delittuose, il riscontro risulta invece valido e
importante. Valido, poiché Filippa Nicoletti dimostrò d’esser sicura del posto, ben
descritto nell’interrogatorio del 10 febbraio 1996 e riconosciuto nel
sopralluogo di una settimana dopo. Ad avvalorare i suoi racconti c’è anche la
riscontrata presenza di un vicino locale dove Lotti la portava a mangiare, “La
casa del prosciutto”, di cui la donna aveva parlato e che poi nel sopralluogo aveva indicato agli inquirenti. Il riscontro appare anche importante come indizio di un
coinvolgimento di Lotti nella vicenda, a qualsiasi titolo esso fosse
stato, poiché la piazzola era un luogo molto difficile da conoscere per chi non
abitava nella zona, essendo del tutto invisibile agli automobilisti in transito
sulla vicina strada asfaltata, la provinciale 41. Che Lotti l’avesse
frequentato prima del delitto appare quindi una coincidenza oltremodo sospetta. Tra
l’altro la Nicoletti affermò che l’amico, la prima
volta che ce l’aveva portata, nel 1981, lo conosceva già. Se si pensa che il duplice
omicidio di Borgo San Lorenzo era avvenuto sette anni prima a neppure dieci km di distanza, diventa necessario chiedersi da quanto tempo Lotti avesse potuto bazzicare la zona del Mugello.
Nell’ambito del medesimo riscontro la sentenza riporta anche le dichiarazioni di Fernando Pucci, secondo le quali lui e l’amico erano andati a spiare proprio i due ragazzi della Panda pochi giorni prima che venissero uccisi. Si trattava ben più di una semplice frequentazione della piazzola, era un legame diretto e inquietante con le vittime. Ma se dai verbali d’istruttoria il fatto appariva certo, in dibattimento Pucci si era dimostrato assai poco disposto a confermarlo. Di fronte alle contestazioni del PM le sue reazioni erano state caratterizzate da grande reticenza e nervosismo (vedi): “Io 'un ci sono mai stato là. […] Se vu' mi fate di' le cose che 'un sono vere, abbia pazienza, io... […] Io vi dico icché so e basta. Icché 'un so, 'un lo dico di certo. […] Se 'un me lo ricordo, 'un lo dico”. Eppure in tutti gli altri casi il testimone non aveva esitato neppure un po’ a confermare i verbali che pareva non essersi ricordato (“gli è vero, si, è vero”, “se c'è scritto costì, vuol dire che va bene”, ad esempio). Insomma, l’impressione è che su Vicchio Pucci temesse di lasciarsi coinvolgere, e che quindi forse avesse qualcosa da nascondere.
Nell’ambito del medesimo riscontro la sentenza riporta anche le dichiarazioni di Fernando Pucci, secondo le quali lui e l’amico erano andati a spiare proprio i due ragazzi della Panda pochi giorni prima che venissero uccisi. Si trattava ben più di una semplice frequentazione della piazzola, era un legame diretto e inquietante con le vittime. Ma se dai verbali d’istruttoria il fatto appariva certo, in dibattimento Pucci si era dimostrato assai poco disposto a confermarlo. Di fronte alle contestazioni del PM le sue reazioni erano state caratterizzate da grande reticenza e nervosismo (vedi): “Io 'un ci sono mai stato là. […] Se vu' mi fate di' le cose che 'un sono vere, abbia pazienza, io... […] Io vi dico icché so e basta. Icché 'un so, 'un lo dico di certo. […] Se 'un me lo ricordo, 'un lo dico”. Eppure in tutti gli altri casi il testimone non aveva esitato neppure un po’ a confermare i verbali che pareva non essersi ricordato (“gli è vero, si, è vero”, “se c'è scritto costì, vuol dire che va bene”, ad esempio). Insomma, l’impressione è che su Vicchio Pucci temesse di lasciarsi coinvolgere, e che quindi forse avesse qualcosa da nascondere.
Tirando le somme su questo primo riscontro, si può
senz’altro concordare con i giudici sulla sua significatività, va però notato che esso riguardava soltanto Giancarlo Lotti, mentre per il
coinvolgimento di Vanni e Pacciani risultava ininfluente.
Secondo riscontro
Conferma, da parte del Vanni, del discorso
fattogli dal Lotti circa la piazzola di Vicchio e circa la coppia osservata
nella Panda celeste.
Nell’interrogatorio del 18
febbraio 1996, quando formalmente era ancora un semplice testimone fortuito del
delitto degli Scopeti, Giancarlo Lotti aveva raccontato d’aver detto a Mario
Vanni della coppia osservata con Pucci a Vicchio. A delitto avvenuto Lotti
avrebbe voluto parlargliene ancora mentre si trovavano in un bar, ma Vanni lo
avrebbe zittito, poiché “ci potevano essere persone in borghese che sentivano i
nostri discorsi”. Bisogna tener presente che il racconto di Lotti era nato come conseguenza di quanto gli avevano contestato gli inquirenti riguardo le rivelazioni dell’amica
Filippa e, soprattutto, del compare Pucci, sulla sua frequentazione della piazzola. È evidente come l'individuo, raccontando
di aver segnalato la coppia a Vanni – sottintendendo che poi questi vi sarebbe andato
con Pacciani a uccidere – sperasse di giustificare la compromettente coincidenza
di un delitto del Mostro avvenuto proprio in un posto a lui ben noto.
Il giorno successivo il PM aveva
chiesto conferma dei due colloqui a Vanni, per il momento indagato soltanto
per Scopeti, delle cui risposte la sentenza riporta la frase: “… Sì, c’ho parlato
con il Lotti… di questa piazzola di Vicchio… sì… però… non mi interessava…”.
E a domanda se avesse troncato il discorso al bar, l’uomo aveva risposto: “può darsi”.
Dopo le successive accuse aperte di Lotti
anche su Vicchio, il 26 marzo Vanni era stato interrogato di nuovo. Aveva
respinto ogni addebito, continuando però ad ammettere che di quella piazzola
Lotti effettivamente gli aveva parlato. La sentenza riporta queste sue frasi:
… il Lotti… di questa piazzola… me ne ha
parlato ma io non ci sono mai stato… (se) c’erano due che facevano l’amore, lì,
in una Panda celestina… non me lo ricordo preciso ma a me non mi pare che mi
dicesse tutte queste cose… la strada per andare a questa piazzola… io non
gliel’ho chiesta…
Che cosa si può realmente arguire da queste presunte “ammissioni” di Vanni? A parere di chi scrive soltanto che Lotti era andato
davvero a spiare la coppia nella Panda, come del resto era già stato riferito
da Pucci, e che lo aveva raccontato a Vanni, il quale, a delitto avvenuto, si
era rifiutato di parlarne dentro un bar. Vanni il colloquio lo aveva
ammesso, la qual cosa, nell’ambito di una sua totale negazione di ogni addebito, avrebbe dovuto far sospettare che non avesse avuto nulla da nascondere, altrimenti avrebbe
negato anche quello, assieme a tutto il resto. Ma i giudici non
ragionarono affatto così, e con una forzatissima interpretazione fecero di queste “ammissioni” un vero e proprio
“riscontro esterno”:
[…] le predette due dichiarazioni del Vanni,
per quanto accompagnate da una tesi oltremodo riduttiva, costituiscono un
riscontro ben preciso alle affermazioni del Lotti circa il discorso fattogli
sulla piazzola di Vicchio e sulla coppia della Panda celestina osservata
insieme al Pucci.
Sintomatico è il fatto che è lo stesso Vanni a
dire di aver “parlato” e quindi discusso con il Lotti di tale piazzola e di
tale coppia con la Panda.
Né vale osservare che la cosa non gli è
interessata e che quindi non ha avuto seguito alcuno, perché il Vanni è un tipo
che, quando una cosa non gli interessa davvero, taglia subito il discorso e non
accetta dialogo: e la prova di ciò deriva ancora dallo stesso Vanni che […] ha
altresì confermato la circostanza di aver impedito una volta al Lotti di
parlargli al bar dell’avvenuto delitto di Vicchio, col pretesto che ci poteva
essere qualcuno in “borghese” che potesse sentire […]
È dunque certo che il Lotti […] ha parlato col
Vanni di quella piazzola e della coppia intenta a far l’amore nella Panda
celeste e che la cosa ha avuto poi lo sviluppo riferito dal Lotti, atteso che
lo stesso Vanni, se fosse stato davvero estraneo al delitto di Vicchio […] non
avrebbe avuto alcun motivo né per impedire prima al Lotti di parlare
dell’omicidio di Vicchio al bar né per non rispondere poi alle ulteriori
domande del PM che intendeva avere chiarimenti sull’episodio del bar, essendo
subito avvalso della facoltà di non rispondere, raccogliendo peraltro un
suggerimento velatamente fatto dal difensore, che un attimo prima aveva
osservato: “… mi sembrava che avesse detto che non voleva più rispondere…”.
Non è certo questo il comportamento di chi non
ha nulla da temere da una vicenda alla quale è comunque estraneo.
In questo punto la sentenza
raggiunge uno dei vertici della propria faziosità, e sarebbe stato davvero
interessante conoscere il pensiero di Francesco Ferri su una cultura del
sospetto persino superiore a quella della sentenza di primo grado contro
Pacciani, da lui stigmatizzata più di una volta. Infatti, nel caso in cui Vanni
fosse stato estraneo al duplice omicidio, la sua reazione alle parole
pronunciate da Lotti dentro un bar poteva considerarsi del tutto normale. In
fin dei conti Enzo Spalletti, tre anni prima, aveva passato dei brutti guai
proprio per aver aperto troppo la bocca, almeno questo avevano scritto i
giornali, quindi il fatto che Vanni avesse scoraggiato Lotti dal raccontare in pubblico
d’aver spiato le ultime vittime del Mostro di per sé non costituiva alcun
motivo di sospetto. Va anche tenuto presente che l’episodio, così come descritto da Lotti, si giustificava
soltanto nell’ipotesi che questi fosse stato estraneo al delitto, come
pretendeva di essere quando lo aveva raccontato. Ma nel successivo
scenario di un suo coinvolgimento diretto, quale senso avrebbe avuto affrontare
un argomento così delicato anche per lui stesso dentro un bar? È evidente che,
se pure quel colloquio si fosse svolto davvero, le condizioni al contorno
dovevano essere state molto diverse da come le aveva presentate Lotti.
È poi incredibile la deduzione
che la sentenza trae dal consiglio del legale di Vanni, in quel momento
Giangualberto Pepi, di non rispondere più. In fin dei conti si trattava di un
normale comportamento per un difensore che aveva intuito quali guai sarebbero
potuti derivare per il proprio assistito dalle sue ingenue ammissioni, come in
effetti poi accadde davvero. Insomma, invece di riconoscere a Vanni la trasparenza
d’aver ammesso quei due colloqui, i giudici gli attribuirono la malizia
professionale del proprio legale nel consigliargli di tacere, quindi non sua
e per di più ampiamente giustificata da esigenze difensive.
Terzo riscontro
Presenza del Lotti sul posto, la sera del delitto.
Secondo i giudici, soltanto una persona presente all’azione
omicidaria avrebbe potuto conoscere gli elementi riferiti da Lotti, il quale
sapeva dove e com’era posizionata la Panda, che i proiettili avevano rotto un
vetro, e che Vanni aveva trascinato Pia Rontini fuori dall’auto viva e mentre
ancora si lamentava. Da quest’ultimo particolare i giudici furono molto
colpiti, poiché l’esame autoptico aveva ipotizzato una sopravvivenza di 10-15
minuti della ragazza già colpita in testa da un proiettile, durante i quali,
secondo il parere espresso in aula da Maurri, avrebbe potuto emettere gemiti e
gorgoglii. A dire il vero però Lotti, in fase di indagini preliminari, aveva
affermato che “strillava”,
cosa impossibile visto lo stato di coma, ma per i giudici, come sempre molto
comprensivi, il fatto poteva spiegarsi così:
[…] tale verbo è stato chiaramente usato in
modo improprio dal Lotti, trattandosi di un soggetto che è senza cultura
minima, che si esprime quasi totalmente in dialetto toscano e che, quindi, non
ha avvertito né poteva avvertire l’esatto significato del verbo usato.
Decisamente il ragionamento è da
respingere, poiché il verbo “strillare” è un termine popolaresco, peraltro assai diffuso
in Toscana, e Lotti non poteva ignorarne il significato. Tanto più che, su
domande specifiche di Santoni Franchetti, all’incidente probatorio aveva detto
più volte che alla ragazza Pacciani non aveva sparato, e questa affermazione ben si
accorda con quella degli strilli. Poi in aula la sua versione era
cambiata, e a domande del proprio difensore Lotti aveva risposto: “di colpi ne è
partiti diversi. Li avrà presi di certo tutti e due […] ho sentito dei lamenti,
no urlare proprio, dei lamenti e basta”.
In ogni modo questi mutamenti non
possono far dimenticare che Lotti aveva dimostrato di conoscere molti dettagli
della scena del crimine e della dinamica omicidaria, in qualsiasi modo li
avesse appresi. Piuttosto va preso atto ancora una volta come sia difficile
farsi un’idea chiara in mezzo alla confusione delle sue dichiarazioni. Se ne
potrebbero ignorare alcune, come fecero i giudici dimenticando quelle
dell’incidente probatorio, oppure si potrebbero considerare tutte frutto di
fonti esterne e non di una visione diretta, come fecero i difensori di Vanni.
Ma allora andrebbero specificate le fonti, e i meccanismi con i quali Lotti
sarebbe riuscito ad accedervi. In questo caso, ad esempio, le circostanze nelle
quali l’individuo aveva raccontato i fatti per la prima volta escludono una sua
preparazione anticipata. Si trattava dell’interrogatorio del 6 marzo 1996,
quando il futuro presunto pentito era stato preso alla sprovvista dal PM che
gli aveva contestato la testimonianza Martelli-Caini. Il lettore ricorderà la
sua reazione inconsulta, con la panzana inventata su due piedi di un
inverosimile tallonamento dell’auto di Pacciani, alla quale però era seguito un
ragionevole resoconto della dinamica del delitto, cui l’individuo avrebbe
assistito non visto. A chi scrive pare notevole la descrizione
dell’accoltellamento di Pia Rontini fuori dall’auto, a dire di Lotti da parte
di Vanni. In effetti sembra molto probabile che i due fendenti ricevuti al
collo dalla ragazza fossero stati vibrati proprio fuori dall’auto. Lo lascia
pensare la loro precisione, in una zona del corpo di difficile accesso mentre la
ragazza si trovava in fondo al piano ricavato nella parte posteriore
dell’angusto abitacolo. Per confronto, le ferite su Claudio Stefanacci colpito
all’interno erano molte di più e sparse alla rinfusa, indice di un’azione
difficoltosa nell’abitacolo della piccola utilitaria, nonostante un bersaglio
oramai immobile. Infine Lotti aveva riferito in modo corretto anche il
trascinamento di Pia, confermato dalle vistose tracce di foglie e terra
presenti tra i vestiti e la pelle del cadavere, nonché dai graffi sul dorso di
un corpo ancora vitale.
Sospettare maliziosi e ampi
suggerimenti nel contesto di quell’interrogatorio pare fuori luogo, anche
perché quei suggerimenti avrebbero potuto essere migliori (senza gli strilli,
ad esempio).
Quarto riscontro
Presenza in zona, in quella notte, della “Ford
Fiesta” del Pacciani e della “FIAT 128 coupè” dello stesso Lotti, in un orario
compatibile con quello del delitto.
Si tratta della fin troppo sopravvalutata testimonianza Martelli-Caini. L’argomento è stato già dibattuto in modo esaustivo in un precedente
articolo (vedi),
cui si rimanda. Basti qui ricordare l’assoluta inconsistenza di un riscontro
che appare oltremodo artificioso.
Quinto riscontro
Individuazione del “casolare” dove fu
inizialmente occultata la pistola, subito dopo il duplice omicidio.
Con il riscontro numero 5 i giudici ritennero confermato il racconto
sull’occultamento della pistola dopo il delitto. Nel sopralluogo del 12 marzo
1996 Giancarlo Lotti aveva condotto gli inquirenti a un casolare abbandonato,
il “podere Schignano n. 54” in località Badia a Bovino, poco distante dalla
piazzola, dove in una fessura nel muro d’una stanza Vanni e Pacciani avrebbero
nascosto qualcosa che a lui era sembrata la pistola, ricoprendola con materiale
recuperato da terra. L’episodio in sé appare poco credibile, poiché non avrebbe
avuto alcun senso lasciare l’arma nelle vicinanze della scena del crimine per
poi doverla andare a riprendere, rischiando prima di tutto che qualcuno potesse
trovarla e poi qualche spiacevole incontro durante la fase di recupero. D’altra
parte non si comprende il motivo per il quale Vanni e Pacciani semplicemente
non se la fossero portata via. Ma nei racconti di Giancarlo Lotti la logica del
buonsenso non era mai di casa.
Piuttosto sembra opportuno
riflettere sulla conoscenza che il presunto pentito avrebbe dimostrato del
rudere. Così la sentenza:
Ora, come si ricava dal verbale di
sopralluogo, il Lotti ha indicato il casolare alla PG ed allo stesso PM da
molta distanza, quando è riuscito finalmente ad orientarsi ed a localizzare la
zona. La difficoltà manifestata nel rintracciare la zona dà quindi conferma al
fatto che aveva appunto visto il casolare una sola volta e che non aveva poi
potuto meglio individuare e memorizzare il posto preciso, dato il buio di
quella notte.
Ma il Lotti, nella successiva fase di
avvicinamento al casolare, ha fornito alla PG ed al PM alcuni particolari
significativi, ancor prima di arrivarci e di riuscire a vederlo da vicino,
indicando che esso si trovava sulla parte destra per chi saliva dal “basso”;
che la strada sterrata, che portava ad esso, era tutta in salita ed era
percorribile soltanto a piedi nell’ultimo tratto; che l’ingresso al casolare
era costituito dalla “prima porta che si trovava nella casa venendo dal basso”.
Se davvero i fatti furono questi,
è logico ritenere che Giancarlo Lotti conoscesse il posto, visti i particolari
anticipati a chi lo stava accompagnando (tra gli altri Giuttari e Canessa); ma
quei particolari paiono troppo precisi per essere frutto soltanto dei ricordi
di una buia notte senza luna di undici anni prima. Bisogna tener conto,
infatti, delle difficili condizioni nelle quali Lotti avrebbe potuto osservare
la scena, almeno secondo il suo racconto, con avanti Vanni e Pacciani muniti di
una torcia e dietro lui a seguirli per curiosità. Ai giudici invece non sembrò
per niente strano, però si appellarono al buio della notte e all’unicità della
visita per giustificare le difficoltà di orientamento accampate dal presunto
pentito, il che non è un grande esempio di coerenza. Piuttosto ancora una volta
si può notare come nei racconti di Lotti convivessero elementi contrastanti, in
questo caso ricordi vividi sulle caratteristiche del rudere e ricordi molto
meno precisi sulla sua posizione nella zona. Ma probabilmente a metterlo in
difficoltà durante il sopralluogo non era stato tanto il rudere in sé stesso,
che doveva conoscer bene, quanto la strada sterrata dalla quale diceva di
esservi arrivato quella notte, una sicura clamorosa bugia già spiegata nell’articolo
citato in precedenza.
Sesto riscontro
Conferma dell’accurata preparazione del
delitto.
Si tratta di un riscontro inconsistente,
anzi, caratterizzato da una logica del tutto incomprensibile. Dopo aver affermato che la
piazzola costituiva un luogo di assidua frequentazione da parte di coppiette e
aver raccontato che la sera del delitto Pia Rontini e Claudio Stefanacci erano
usciti soltanto per un imprevisto cambio di turno della ragazza e per la
sfortunata insistenza della madre, i giudici così scrissero:
Ma le due predette circostanze non potevano
essere conosciute dagli autori del programmato delitto, che sicuramente non
hanno mai saputo, allora, del risultato dell’opera di convinzione fatta dalla
Kristensen nei confronti della figlia, perché ciò è avvenuto proprio nella
immediatezza dell’ora del delitto e quindi senza il tempo necessario per programmare
alcunché quella sera.
Di conseguenza, gli autori del duplice
omicidio hanno preparato l’azione delittuosa con molto anticipo e con la piena
consapevolezza che quella sera ci sarebbe stata sulla piazzola sicuramente una
“coppietta” da colpire, dato che quell’area era assiduamente frequentata, per
le ragioni già sopra indicate.
Trovano quindi conferma le affermazioni del
Lotti, che ha fatto presente che il delitto era stato accuratamente programmato
anche con sopralluoghi fatti dal Pacciani e dal Vanni per conto loro e che
erano poi partiti tutti insieme la sera da San Casciano sicuri della riuscita
del piano.
Quindi, secondo i giudici, quando
Vanni e Pacciani si erano recati sulla piazzola la domenica sera del delitto
non volevano affatto colpire proprio quella coppia, ma una qualsiasi che vi
avessero trovato, e che peraltro erano sicuri di trovare. L’affermazione è
sorprendente e grave, poiché contraddice tutti i racconti di Giancarlo Lotti
sull’argomento, nei quali aveva sempre messo al centro proprio e soltanto la coppia della Panda
celestina, Pia e Claudio insomma. Loro erano stati spiati da lui e Pucci, di
loro Lotti aveva raccontato a Vanni, loro videro successivamente lui e Vanni,
il quale sarebbe anche entrato nel bar a importunare la ragazza per poi
minacciare ritorsioni dopo i suoi rifiuti. Ancora alla medesima coppia si
riferiscono le parole di Pucci, quando raccontò di aver declinato la proposta
che Lotti gli avrebbe fatto, mentre era in compagnia di Vanni e Pacciani, di “andare con loro a
dare una lezioncina a quella lì di Vicchio”. Infine Lotti lo aveva
ribadito anche in dibattimento:
PM: Le dissero anche
quella sera che sareste andati a fare un lavoretto e a ammazzare quei due,
della Panda?
Lotti: Sì.
PM: Glielo dissero
prima di partire. Glielo dissero qualche giorno prima o glielo dissero la sera
stessa?
Lotti: No, la sera stessa
no. Quello... il giorno innanzi. Qualche giorno innanzi...
Ma i giudici non credettero alla
vendetta contro Pia Rontini che aveva rifiutato le avances di Vanni (“Il fatto, per
quanto possibile possa essere stato, non era certamente tale da spingere ad una
reazione tanto spropositata”), e neppure che, per qualsivoglia altro
motivo, Vanni e Pacciani volessero uccidere proprio lei e il suo ragazzo. Come abbiamo visto, a
convincerli di ciò era stata la casualità dell’uscita della coppia, impossibile
da prevedere. Ma allora, per quale motivo i due assassini avevano scelto
proprio quella piazzola segnalata da Lotti per avervi visto la coppia nella
Panda celestina? E come poterono i giudici scrivere che vi era “l’assoluta certezza
della presenza sul posto di una coppietta da colpire” se tale
coppietta non era stata selezionata e studiata in anticipo nelle sue abitudini? Poteva bastare la
supposta (peraltro indimostrata) alta frequentazione del luogo?
E infine e soprattutto, come può
questa confusa argomentazione costituire riscontro alle dichiarazioni di
Lotti? Semmai costituisce l’esatto opposto, poiché rende poco credibile che la
grottesca combriccola di malfattori si fosse fatta tutta quella strada senza
alcuna certezza di trovare sul posto una coppia da uccidere.
Considerazioni finali. Giancarlo Lotti aveva frequentato la
piazzola di Vicchio prima del delitto; è questa la maggiore certezza che rimane
dopo una disamina critica dei “riscontri esterni” invocati dalla sentenza.
Rimane soprattutto perché non c’è alcun motivo per dubitare della testimonianza
di Filippa Nicoletti, troppo spesso ignorata da chi preferisce vedere in Lotti
soltanto un utile idiota in mano agli inquirenti. Di per sé quella
frequentazione non costituisce certo una prova del coinvolgimento
dell’individuo nel delitto, ma inserita nello scenario completo delle indagini
che lo riguardano deve costringere a riflettere attentamente. E a essa va
comunque aggiunta la dimostrata ottima conoscenza di molti aspetti sia della
scena del crimine sia della dinamica omicidaria; come per Scopeti è necessario
chiedersi quali fonti avrebbe avuto a disposizione Lotti per farsela.
Ancora una volta la posizione di
Fernando Pucci appare legata a quella di Lotti, poiché entrambi avevano ammesso
d’aver spiato le vittime sul posto. L’aveva detto Pucci per primo, e non pare
esistano validi motivi per i quali l’individuo avrebbe dovuto mentire. O
meglio, avrebbe anche potuto mentire, ma certamente non per amplificare il
proprio livello di coinvolgimento, semmai per renderlo minimo, come aveva
dimostrato il suo comportamento reticente in aula, il che costringe a chiedersi
quale ruolo egli potesse aver effettivamente rivestito in uno scenario ancora
tutto da chiarire.
E Vanni e Pacciani? La sentenza
non riporta alcuna vera prova contro di loro. Il “riscontro esterno” basato
sull’avvistamento Martelli-Caini appare come un garbuglio tenuto in piedi
contro ogni logica. L’unico altro sono le ammissioni di Vanni sul colloquio
nel quale Lotti gli avrebbe raccontato d’aver visto la coppia nella Panda
celestina: una prova del tutto ridicola contro di lui, semmai un ulteriore
elemento a carico del solo Lotti.