martedì 6 febbraio 2018

Un colpevole a qualsiasi costo

Dopo il feroce assassinio dei due turisti francesi nel settembre 1985 a Scopeti, il Mostro di Firenze tornò nell’ombra da dove era venuto. Estate dopo estate la tragica vicenda sembrava sempre più destinata a concludersi da sola, senza colpevoli e senza ulteriori vittime; ma non andò così. “Dopo tanti anni qualcun altro forse avrebbe lasciato perdere, io non ci riesco. Non mi stanco di cercarlo. Mi sembra impossibile che riesca a farla franca”, avrebbe dichiarato Piero Luigi Vigna in un’intervista (“L’Espresso”, 14 gennaio 1990). Ma quella che nei propositi era una legittima aspirazione a punire il colpevole di tanti efferati delitti, finì per diventare il motore di una forsennata caccia avara di regole, dove si cercò d’inseguire non tanto il Mostro vero, quanto il male che esso rappresentava, cui si volle dare un’identità a ogni costo.

Piero Luigi Vigna e Ruggero Perugini. Con il deposito di una sentenza priva di rinvii a giudizio, se non per fatti marginali (13 dicembre 1989), Mario Rotella aveva eliminato i maggiori indiziati nel caso del Mostro, almeno quelli ufficiali, che poi erano anche gli ultimi. Già dal marzo precedente, infatti, risultavano archiviate le posizioni di tutti i personaggi minori incappati a vario titolo nelle indagini, compreso lo sfortunato guardone Enzo Spalletti. D’altra parte l’assassino non si faceva vivo ormai da quattro estati, ma se la gente sperava soltanto di potersene dimenticare, per la Procura il caso irrisolto costituiva una dolorosa spina nel fianco, una macchia indelebile che da sola non sarebbe mai scomparsa. Quindi l’intenzione dei magistrati fiorentini non era affatto quella di rinunciare alla cattura del feroce assassino, anzi, la stessa archiviazione definitiva delle indagini di Rotella sulla pista sarda, da essi fortemente voluta in tempi brevi – se non addirittura imposta – era parte di un piano d’azione con il quale si stava già percorrendo una strada del tutto nuova. D’altra parte l’entrata in vigore del nuovo codice di procedura penale (24 ottobre 1989) dava proprio a un magistrato della Procura, nel ruolo di Pubblico Ministero, la completa responsabilità della conduzione di altre indagini, al posto della scomparsa figura del Giudice Istruttore.
Al di là delle assegnazioni formali (pubblico ministero era stato Adolfo Izzo, in seguito lo sarebbe diventato il giovane e brillante Paolo Canessa), è noto che in Procura il ruolo guida nell’inchiesta sul Mostro era ricoperto dalla prestigiosa e carismatica figura di Piero Luigi Vigna. Pur semplice sostituto procuratore, dal 1984 era stato lui la mente delle numerose iniziative della Procura, tra le quali la costituzione della SAM, la richiesta di una perizia criminologica a Francesco De Fazio, e, dopo il delitto degli Scopeti, l’istituzione di una ricompensa di 500 milioni di lire per chi avesse denunciato il misterioso assassino. Di quest’ultima iniziativa Vigna si sarebbe però pentito:

Era un esperimento. Il risultato fu che da allora non si è mai più fatto ricorso ad una taglia. Le segnalazioni che arrivarono dopo l’annuncio del premio, infatti, furono talmente numerose e stravaganti da rendere ancora più complesso il già faticoso lavoro investigativo.
A centinaia si misero a denunciare il vicino dagli orari insoliti, il chirurgo che non si era ancora fatto una famiglia, il macellaio a cui piacevano troppo le donne. Centinaia di presunti mostri finirono sotto la lente delle indagini, a volte con un semplice controllo sui precedenti, altre con accertamenti approfonditi e persino intercettazioni e pedinamenti. Si trattava, evidentemente, di segnalazioni del tutto infondate e dopo qualche tempo la taglia fu revocata.

Quasi un anno dopo Vigna decise che era arrivato il momento di dare una scrollata alla SAM, nei cui archivi elettronici era custodita una gran massa di preziose informazioni. C’era soprattutto bisogno di una guida più convinta rispetto a quella di Sandro Federico, bravo poliziotto ma della vecchia scuola, più uomo d’azione che di ricerche nei database, mai troppo entusiasta dell’anomalo incarico. A occuparsi quasi a tempo pieno della squadra fu dunque chiamato nel 1986 il vicequestore Ruggero Perugini, un ex carabiniere quarantenne laureato in legge e dotato di una specializzazione in criminologia clinica conseguita a Modena alla facoltà guidata da Francesco De Fazio. Affascinato dai famosi serial killer d’oltreoceano, a titolo del tutto personale Perugini si era interessato da sempre ai delitti del Mostro, coltivando la segreta speranza di potersene un giorno occupare ufficialmente. Secondo le sue stesse parole, nella SAM non trovò nient’altro che “una sgradita e inevitabile appendice della Omicidi. Un monumento, cartaceo e informatico, alle perversioni e alle speranze deluse”. In effetti, dopo gli iniziali entusiasmi per le nuove tecnologie e metodologie molto yankee, il controllo delle migliaia di posizioni sospette memorizzate in due anni di lavoro era risultato senza speranza. Tra segnalazioni anonime e non, numeri di targa di auto transitate da zone a rischio, personaggi dalle abitudini sospette e altro, vi era entrato di tutto, e in quella enorme mole di informazioni risultava impossibile districarsi. Ma per il nuovo capo della SAM, Vigna aveva in serbo uno spunto molto interessante da cui partire, un personaggio che niente legava in apparenza alle vicende del Mostro, ma sul quale presto si sarebbero concentrate tutte le indagini: Pietro Pacciani.

Il Vampa. Pietro Pacciani nacque il 7 gennaio 1925 in una famiglia di contadini ad Ampinana, minuscola frazione di Vicchio poco distante dai luoghi di due dei futuri delitti del Mostro (Borgo San Lorenzo e Vicchio, 12 e 5 km). Era il primo di due figli, una sorella arrivò undici anni dopo. Appena conseguita la licenza elementare, il piccolo Pietro fu portato con sé dal padre a lavorare nei campi, come era prassi nelle famiglie povere del tempo, abituandosi così alla dura vita del contadino, alla quale sarebbe rimasto legato per tutta la vita (“lavoratore della terra agricola”, così amava definirsi). Complice qualche bicchiere di troppo, diventato grande il problema principale di Pietro si rivelò il brutto carattere, rissoso, impetuoso, forse all’origine del soprannome “Vampa” (per la facilità con cui diventava rosso di collera, “avvampava”, ma esistono altre versioni), che lo faceva temere e scansare da tutti, anche perché, a onta della statura modesta e della corporatura normale, sembra fosse dotato di particolare forza. Nel 1944 si unì a una formazione partigiana, dove ebbe modo di entrare in contatto con le armi – alla fine della guerra si ritrovò in possesso di due revolver – e di guadagnarsi la stima dei compagni per alcune azioni coraggiose, come quando ne portò in salvo uno ferito caricandoselo in spalla sotto il fuoco tedesco. Si trattava di Dante Ricci, avvocato penalista destinato a una luminosa carriera nel foro di Firenze, di lì a poco difensore dello stesso Pacciani, e nel 1970, per uno strano destino, anche di Stefano Mele. Svolto poi con profitto il servizio militare, dal quale si congedò con l’attestato di mitragliere scelto, Pacciani tornò a Vicchio al solito lavoro di contadino. Nel 1950 conobbe Miranda Bugli, una sedicenne già provata dalla vita, con la quale si fidanzò e per la quale l’anno dopo si sarebbe messo nei guai.
Severino Bonini era un cenciaiolo quarantenne, alto e robusto, sempre in giro nella zona di Vicchio alla ricerca di materiale da comprare e rivendere. Secondo le risultanze del successivo processo, nel primo pomeriggio dell’11 aprile 1951 Pacciani lo avrebbe sorpreso in campagna, località Tassinaia, in atteggiamento amoroso assieme a Miranda, avventandoglisi contro e uccidendolo a coltellate. Avrebbe poi costretto la fidanzata a fare l’amore poco lontano, minacciando di ucciderla se avesse raccontato l’accaduto, e promettendole metà della non disprezzabile somma trovata addosso al malcapitato cenciaiolo.
La stessa notte Pacciani tornò sul posto per spostare e nascondere il cadavere, che però era troppo pesante, e quindi il tentativo di gettarlo in un vicino laghetto non andò a buon fine. Tenendo fede alla sua promessa, il giorno dopo divise il contenuto del portafoglio del morto con la fidanzata (dodicimila lire ciascuno). Intanto i fratelli di Bonini, chiedendo in giro notizie del congiunto, giunsero a Miranda, che fu incalzata da una serie di domande di fronte alle quali non seppe tacere e raccontò dell’omicidio. Arrestato la mattina successiva, Pacciani non negò, addossando però parte della responsabilità alla fidanzata, che lo avrebbe istigato a uccidere fingendo di essere stata aggredita, e così fece arrestare anche lei.


Il breve processo si svolse a Firenze nel dicembre di quell’anno. Pietro Pacciani fu difeso con passione dall’avvocato Dante Ricci, il compagno partigiano cui aveva salvato la vita, che si preoccupò con successo di far prevalere il movente della gelosia su quello ben più grave della rapina premeditata contestato dall’accusa. I due fidanzati dettero versioni diverse dell’accaduto, con Pacciani che cercò attenuanti nel comportamento disinvolto di lei, e lei che cercò di accreditarsi come vittima del carattere violento e possessivo di lui. Emessa il 5 gennaio 1952, la sentenza fu rivista in appello il 18 dicembre, con una condanna senz’altro mite per Pacciani – circa 18 anni e mezzo, quattro in meno che in primo grado – riconosciuto colpevole di omicidio volontario e furto aggravato, e una fin troppo severa per l’appena diciassettenne Miranda Bugli, alla quale fu addebitato il concorso in omicidio per una pena di 10 anni e un mese (erano 6 anni e 8 mesi in primo grado).


Grazie ai condoni e alla buona condotta, Pietro Pacciani uscì dal carcere con cinque anni di anticipo, il 4 luglio del 1964. La sua antica fidanzata aveva scontato sei anni, e nel frattempo si era fatta una famiglia, mentre lui, con il padre morto e la sorella sposata, si trovò a vivere assieme alla madre anziana, adattandosi a svolgere vari lavori. Ormai quarantenne, il suo desiderio però era quello di trovare una moglie e coltivare la terra. Il 26 giugno 1965 si sposò con Angiolina Manni, una donna con qualche problema di testa, andando a vivere con lei, la madre e il suocero a Badia a Bovino, frazione di Vicchio, in un podere ricevuto in gestione, distante neppure un chilometro dal luogo del futuro duplice omicidio del 1984. Nel 1966 e nel 1967 nacquero le figlie Rosanna e Graziella. Il parto della prima fu difficile, e la moglie, rimasta per qualche giorno in coma, vide aggravarsi i propri problemi mentali.
Dopo un paio d’anni la famigliola si trasferì in un altro podere, a Rufina, frazione Casini, dove di lì a poco morì la madre di Pietro, mentre il padre di Angiolina andò a vivere assieme a un fratello. Nel 1973 ancora un trasferimento, questa volta in una casa colonica di Montefiridolfi, frazione di San Casciano, dove Pacciani doveva occuparsi del bestiame del marchese Pierfrancesco Rosselli Del Turco, secondo il suo racconto un lavoro molto duro che non prevedeva giorni di riposo. Nel 1978 trascorse un mese in ospedale per un infarto, e tre anni dopo abbandonò la sistemazione di Montefiridolfi per trasferirsi a Mercatale, altra frazione di San Casciano, dove aveva comperato e ristrutturato una casa in Piazza del Popolo. Pur disponendo di una pensione minima, come la moglie, nella nuova residenza Pacciani non rinunciò a lavorare, accettando incarichi di ogni tipo, dall’imbianchino al giardiniere, oltre ai soliti di contadino e allevatore. Nel 1984 riuscì ad acquistare una seconda casa con orto annesso, ancora a Mercatale, in via Sonnino, ricavandone due appartamenti, uno per uso personale, l’altro da dare in affitto.
Il rapporto di Pacciani con la propria famiglia appariva all’esterno come quello tipico di un padre padrone. La moglie ne era totalmente succube, non usciva mai se non con lui e, peggio, doveva subire spesso botte e rimproveri, senza trovare mai il coraggio di denunciarlo. Le figlie crebbero manifestando problemi di fragilità, il padre maltrattava anche loro, tantoché per un certo periodo furono mandate dal Comune in un istituto gestito da suore; ma c’era ben di peggio. Nell’ottobre 1985 la più grande, Rosanna, andò a lavorare come domestica nella famiglia di un avvocato fiorentino, dove trovò nella padrona di casa una persona pronta ad ascoltarla e aiutarla, e alla quale un giorno confidò la propria preoccupazione che la sorella potesse essere incinta. Ottenuto con una scusa di poter vedere anche quest’ultima, la donna si sentì dire che né l’una né l’altra avevano avuto rapporti con coetanei, ma erano state molestate sessualmente dal padre fin dalla primissima pubertà. La conseguente denuncia portò Pacciani in carcere per la seconda volta, il 30 maggio 1987. Riconosciuto colpevole nonostante i suoi tenaci tentativi di negare, l’uomo fu condannato a una pena di otto anni di reclusione, integralmente confermata in secondo grado.
Vale la pena accennare alla convinzione di qualcuno che le due ragazze non l’avessero raccontata del tutto giusta, nel peraltro legittimo desiderio di affrancarsi dal controllo del padre e vivere in libertà le loro esperienze amorose. In ogni caso per l’ormai anziano contadino del Mugello si stavano preparando ulteriori e più gravi guai.

La lettera anonima. I motivi per i quali Pietro Pacciani divenne il principale sospettato per i delitti del Mostro sono avvolti da una densa nebbia. Ufficialmente il suo ingresso nei computer della SAM risale ai giorni successivi al delitto degli Scopeti, dopo l’arrivo alla caserma dei carabinieri di San Casciano di una lettera anonima, il 16 settembre 1985, che così recitava:

Mercatale, 11 settembre 1985.
Alla caserma dei carabinieri di S.Casciano e per conoscenza alla questura di Firenze.
Vogliate al più presto interrogare il nostro concittadino Pacciani Pietro nato a Vicchio e residente nel nostro paese in Piazza del Popolo a Mercatale V.P. Questo individuo a detta di molta gente è stato in carcere per 15 anni per avere ammazzato la propria fidanzata; conosce 1000 mestieri, un uomo scaltro, furbo, un contadino “con le scarpe grosse e il cervello fino”. Tiene sotto sequestro tutta la famiglia, la moglie grulla, le figliole non le fa mai uscire di casa, non hanno amicizie. Vogliate intervenire ed interrogare l'individuo e le figlie. È un tiratore scelto.


L'immagine è tratta da "Insufficienza di prove".
L’anonimo non faceva riferimento diretto al caso del Mostro, però la vicinanza di tempo e di luogo al delitto degli Scopeti lasciava pochi dubbi sul fatto che fosse stata proprio quella la sua intenzione. In ogni modo così intesero i carabinieri di San Casciano, i quali naturalmente erano a conoscenza dei trascorsi criminali di Pacciani, invero un po’ differenti da quelli riportati nella lettera, e alle ore 13 del 19 settembre si presentarono nella sua casa di Piazza del Popolo. L’uomo stava pranzando assieme alla moglie e alle figlie, con le quali disse di aver trascorso il pomeriggio e la serata della domenica in cui si riteneva fossero stati uccisi i francesi. La blanda perquisizione eseguita subito dopo non produsse alcun risultato interessante, né d’altra parte fu controllata la casa di via Sonnino.
All’inizio del 1996 l’anonimo sarebbe stato individuato, in virtù di una sua ulteriore segnalazione, questa volta a viso scoperto, secondo la quale, nel 1981, Pietro Pacciani avrebbe messo a essiccare al sole di fronte alla propria abitazione delle “cose schifose”, in apparenza pezzi di pelle con filamenti scuri. Si trattava di un impiegato fiorentino in pensione, locatario di una casa prospiciente quella di Pacciani, dove si recava saltuariamente assieme a degli amici. A raccoglierne il racconto fu Michele Giuttari, che notò delle somiglianze tra la firma apposta in calce al verbale e la grafia della lettera anonima, intuizione confermata da una successiva perizia.
Messo alle strette l’uomo ammise, ma interrogato sugli elementi che lo avevano portato a inviare la segnalazione di dieci anni prima, non ne seppe fornire alcuno. Si deve quindi ritenere che le sue fossero state semplici sensazioni e sospetti di un vicino di casa, colpito negativamente dalla personalità particolare del soggetto. Ma forse fu proprio la sua iniziativa a mettere nei guai Pacciani, addossandogli un decisivo elemento di sospetto in più, non tanto per la lettera in sé stessa, quanto per la conseguente visita dei carabinieri, che in seguito sarebbe stata ritenuta il (debolissimo) motivo per il quale l’estate successiva il presunto Mostro non avrebbe colpito.

Lo screening. Ufficialmente si è sempre sostenuto che a far emergere il nome di Pacciani nelle indagini sul Mostro fu una ricerca incrociata condotta a partire dal giugno 1989 sui dati presenti nel computer della SAM e su quelli memorizzati nel sistema informatico del ministero di Grazia e Giustizia, per la quale, a dire il vero, c’è una certa confusione nelle fonti riguardo i criteri adottati. Secondo le dichiarazioni di Ruggero Perugini in dibattimento, tra le migliaia di personaggi finiti sotto l’attenzione della SAM ne sarebbero stati selezionati 82 che in qualche modo potevano aver avuto un motivo per smettere di uccidere dopo Scopeti. Pacciani ne faceva parte per l’episodio della lettera anonima, dal quale poteva essere stato allarmato. Dagli archivi del ministero fu poi estratto un altro elenco comprendente “i detenuti nati o residenti in Toscana, a qualsiasi titolo, di un’età compresa fra i trenta e i sessant’anni, arrestati immediatamente dopo l’omicidio di Scopeti“. I 60 nominativi ottenuti furono ulteriormente ridotti a 26 scegliendo soltanto chi aveva potuto disporre della propria libertà almeno nella settimana precedente e in quella successiva a ogni delitto del Mostro. Pacciani era l’unico del primo elenco presente anche nel secondo.


Nella foto sovrastante si vedono due schermate prese dal PC della SAM.
Appare evidente come queste due ricerche risultassero viziate da criteri arbitrari che le rendevano del tutto inefficaci, a meno di non aver fatto prima una grande offerta alla dea Fortuna. Riguardo il primo elenco, chi poteva assicurare che il Mostro fosse tra le migliaia di nominativi entrati nel computer della SAM? Riguardo il secondo, come si poteva esser sicuri che il Mostro fosse un pregiudicato? E poi, per quale motivo i delitti sarebbero dovuti cessare soltanto in seguito a una carcerazione o per paura di un arresto?
Lascia perplessi anche l’intervallo delle età utilizzato nella seconda estrazione: sessant’anni appaiono troppi, sembrando piuttosto un limite appositamente scelto per farvi rientrare Pacciani, e per il rotto della cuffia, visto che l’uomo, il giorno del delitto degli Scopeti, aveva sessant’anni e otto mesi. Ma in verità tutta la questione dello screening appare nient’altro che fumo negli occhi, il cui scopo fu soltanto quello di giustificare a posteriori una scelta avvenuta ben prima e con criteri del tutto differenti, per niente legati a metodologie informatiche. Con inevitabile sorpresa dalla sentenza Micheli si viene a sapere che i dati sui quali aveva lavorato la SAM sono andati persi: “questa Banca Dati non si può più consultare a causa dell’intervenuta formattazione e della conseguente perdita e distruzione di tutta la memoria dell’inchiesta”. Possibile che di dati così importanti non esistessero copie messe al sicuro? Pensando male, si deve per forza sospettare che forse si temeva la scoperta di qualche verità scomoda nascosta tra gli archivi. Come quella, ad esempio, che si deduce da un’intervista a Ruggero Perugini, pubblicata come riassunto su “Il Messaggero” del 17 gennaio 1993 e in forma di domanda e risposta sullo stesso quotidiano il 19 aprile 1994, articoli entrambi riprodotti nel libro di Bevacqua Diario di una difesa:

Arrivò una lettera anonima che accusava Pacciani. Nessuno aveva mai indagato a fondo su di lui, ma il suo nome era inserito nel computer della SAM fra le migliaia di possibili “mostri”. Lessi più attentamente le sue caratteristiche e mi convinsi che il personaggio meritasse più attenzione. Era il 1986. Ho cominciato a dedicarmi a tempo pieno al “Vampa”.

Dunque già tre anni prima del fantomatico screening Perugini indagava a tempo pieno su Pacciani, e l’impressione è che l’iniziativa neppure fosse stata sua ma piuttosto della Procura che gli aveva affidato le indagini, e che già si era preoccupata di esaminare con attenzione i fascicoli dei pregiudicati per reati sessuali. Avrebbe scritto Piero Luigi Vigna molti anni dopo (In difesa della giustizia, 2011):

Chiesi al dipartimento dell’amministrazione penitenziaria di redigere un elenco di tutti i detenuti per reati sessuali che non si trovavano in carcere, vuoi per scadenza della pena, vuoi per permessi, quando erano stati commessi i delitti. In procura arrivarono centinaia di nomi. Di ognuno feci prelevare dalla cancelleria del tribunale il corrispondente fascicolo processuale. Con alcuni colleghi spulciammo migliaia di verbali di casi vecchi di anni. Nelle nostre stanze non c’era più spazio, i faldoni di processi ormai dimenticati venivano appoggiati alle pareti e si alzavano in pile traballanti e minacciose che progressivamente arrivarono a invadere anche i corridoi. […]
In quel caos, però, il destino volle che il fascicolo giusto toccasse proprio a me.
Quando rilessi i verbali ingialliti, sottili, quasi bucati dalle spesse lettere della macchina da scrivere, di un processo del 1952 a carico di un certo Pietro Pacciani provai una scossa lungo tutto il corpo.
Pacciani era stato condannato a tredici anni di carcere perché l’anno prima, accecato dalla gelosia, aveva ucciso con diciannove coltellate Severino Bonini, un rappresentante di commercio da lui sorpreso ad amoreggiare con la sua fidanzata, Miranda Bugli. Non ricordo cosa mi colpì di quella sentenza ma sentii l’impulso di studiare bene il fascicolo.
Mi imbattei nella descrizione del delitto, nella quale si diceva che Pacciani, dopo aver scoperto l’amata con l’amante, rimase nascosto per un po’. Fino a quando vide che la ragazza scostava la camicetta e mostrava il seno sinistro, preso nella mano del rivale.
Quel particolare mi fece sobbalzare: in due delitti del Mostro, oltre al pube, era stato strappato proprio il seno sinistro, e in altri due casi vi aveva infierito col coltello.
Concentrammo tutte le indagini su Pietro Pacciani […]

L’episodio non viene collocato in una data precisa, e fa parte di una ricostruzione piuttosto libera degli eventi, ma in ogni caso sembra non aver nulla a che fare con lo screening, anche perché è ambientato nei locali della Procura e non in quelli della SAM, dislocata in altra zona di Firenze. In più si parla di centinaia di nomi arrivati dall’amministrazione penitenziaria, e non dei 60 forniti alla SAM dal ministero di Grazia e Giustizia. L’impressione è che si svolse ben prima, e non ci sarebbe da stupirsi se avesse addirittura preceduto la lettera anonima, della quale il personaggio Pacciani non aveva certo bisogno per balzare all’attenzione degli inquirenti. Potrebbe quindi assumere un significato inquietante la pervicace ostinazione con la quale il contadino affermò di essere stato perquisito anche il giorno stesso del ritrovamento dei cadaveri dei francesi, il 9 settembre 1985, quindi ben prima dell’arrivo della lettera anonima, circostanza sempre smentita dalle forze dell’ordine. Così ne avrebbe scritto “Il Corriere della Sera” il 27 marzo 1996:

[…] durante il processo di primo grado, conclusosi con la sua condanna, l'imputato ha dichiarato che le perquisizioni a casa sua erano state due, quella del 19 settembre e una precedente che risaliva al pomeriggio del 9, a poche ore, cioè, dalla scoperta della coppia di francesi trucidati dal mostro. I giudici non gli hanno creduto liquidando quella dichiarazione nella motivazione della sentenza come una delle tante "menzogne diffuse a piene mani per alzare una cortina fumogena intesa a nascondere la realtà". Invece sembra che Pacciani avesse ragione. Dall'interrogatorio dell'appuntato dei carabinieri in pensione Filippo Toscano, anche lui indagato per i delitti del mostro e il presunto omicidio di Renato Malatesta, risulta infatti che il sottufficiale avesse partecipato alle due perquisizioni, pur rimanendo fuori della casa. Le dichiarazioni del Toscano sarebbero state confermate anche da alcuni riscontri.

In ogni modo, tenendo conto dell’ammissione di Perugini di essersi interessato a Pacciani fin dal 1986, anno del suo ingresso alla SAM, è facile dedurre che in quel frangente, assieme al nuovo incarico, avesse anche trovato l’intuizione di Vigna bell’e pronta ad aspettarlo. E la carcerazione dell'individuo un anno dopo per la violenza sulle figlie probabilmente fu la conferma definitiva che la pista era buona, tanto più se di lì in avanti il Mostro avesse continuato a non uccidere. Per muoversi quindi c’era soltanto da lasciar passare ancora qualche estate priva di ulteriori duplici omicidi.
È bene che il lettore a questo punto rifletta in modo approfondito sul madornale errore commesso dagli inquirenti quando misero gli occhi su Pacciani: invece di partire da indizi o prove in grado di indicar loro un possibile colpevole, fecero esattamente il contrario, prima convincendosi che il colpevole era lui, poi andando a cercare le prove. Si tratta di un percorso irto di pericoli, lungo il quale gli effetti distorcenti della presunzione di colpevolezza sono sempre in agguato, con valutazioni parziali, semplici abbagli e ovvie e irresistibili tentazioni di aiutare una sorte ritenuta troppo avara di indizi. Da tutta la storia delle indagini sul contadino mugellano trasuda questa impostazione perversa, la quale purtroppo avrebbe continuato a sortire malevoli suggestioni anche dopo l’assoluzione dell’individuo in appello, quando nuovi e inaspettati indizi sarebbero stati interpretati comunque in chiave colpevolista, escludendo altre strade che forse avrebbero potuto portare lontano da lui e vicino al vero Mostro.

Il vero motivo di sospetto. Nel deserto di veri indizi contro un assassino quanto mai sfuggente, su Pacciani era senz’altro doveroso approfondire, poiché elementi che lo rendevano sospetto ce n’erano, ma non parevano oltremodo significativi. Il fatto che non fosse mai stato impossibilitato a uccidere una delle coppie da una permanenza in carcere lo accomunava a centinaia di migliaia di altri individui. Che potesse non aver ucciso nel 1986 per essere stato controllato un anno prima era soltanto una debole possibilità, tenuto conto che sia l’interrogatorio sia la perquisizione erano stati molto blandi. Che abitasse nella zona di San Casciano, ritenuta, dopo l’uccisione dei francesi, la residenza più probabile del Mostro, e per di più fosse nato e avesse vissuto nel Mugello, teatro di due delitti e luogo di spedizione della nota lettera, certamente dava da pensare, ma anche in questo caso gli elementi erano di nessun valore probatorio. Anzi, a badar bene la scelta di recarsi apposta nel Mugello a imbucare la lettera subito dopo gli omicidi, accettando i rischi del viaggio, sarebbe stata assurda per uno che vi era nato e vi aveva vissuto a lungo.
Il vero motivo di sospetto che allertò la Procura andava considerato il precedente del 1951, come si evince dal frammento del libro di Vigna sopra riportato e soprattutto come affermò con chiarezza Ruggero Perugini durante la deposizione del 23 maggio 1994: a sua conoscenza quello di Tassinaia era stato l’unico altro caso di omicidio, a memoria d’uomo, compiuto nella zona nell’ambito di un’aggressione a una coppia intenta ad amoreggiare. D’altra parte quella di mettere gli occhi addosso a soggetti con precedenti specifici era la classica tecnica d’investigazione da sempre adottata in mancanza d’indizi migliori. Piuttosto c’è da chiedersi se davvero l’uccisione di Severino Bonini potesse in qualche modo richiamare i delitti del Mostro. Non sembrerebbe affatto, l’unica tenue somiglianza è l’aggressione a una coppia, ma Pacciani uccise per gelosia – e forse anche per rapina – ma soltanto il rivale, risparmiando la fidanzata, con la quale ebbe un rapporto intimo poco dopo: modalità completamente diverse da quelle riscontrabili nei delitti del Mostro.
Ulteriori affinità elencate da Perugini in dibattimento appaiono poi forzate. Ad esempio, che sia nell’uno che negli altri casi il teatro del misfatto fosse stato la campagna sembra poco significativo: dove altro potrebbero amoreggiare delle coppie fuori casa? Anche il presunto over killing compiuto su Bonini in un evidente residuo furore omicida – già morto, gli sarebbe stato frantumato il cranio, con fuoriuscita di materia cerebrale, forse a calcagnate, forse con un corpo contundente – poco sembra aver a che fare con le fredde coltellate inferte post mortem dal Mostro, il cui unico scopo era quello di accertarsi del decesso dei malcapitati prima delle escissioni. Che dire poi della doppia arma in un caso e nell’altro, pistola e coltello per il Mostro, coltello e forse bastone per Pacciani? Si arriva addirittura all’assurdo di trovare un collegamento significativo nella forma di una ferita da fendente, “lunga e arcuata”, presente sulla tempia sia del cenciaiolo Bonini sia della ragazza nel delitto di Borgo San Lorenzo, entrambe prodottesi durante una sequenza concitata di colpi durante i quali l’assassino certamente non stava cercando di ottenere quel risultato di proposito.
È poi opportuno riflettere su una possibilità non troppo remota: il delitto di Tassinaia potrebbe aver avuto come movente la rapina, ed essere stato frutto di un accordo tra Pacciani e la fidanzata. In effetti la Corte di primo grado fu insospettita dalle molte bugie dette da entrambi, delle quali sono ben spiegabili quelle dell’uomo, alla ricerca di attenuanti, assai meno quelle della ragazza, nel cui racconto fu rilevata ad esempio una sensibile incongruenza di orari. Scrissero i giudici in sentenza:

Appare già evidente da quanto sin ora rilevato come dalle versioni dei prevenuti non possa trarsi una conoscenza sicura della realtà dei fatti, né dei moventi del delitto; anzi su circostanze di indubbio valore sono stati entrambi sorpresi in palese mendacio. Ma quale la ragione di questo contegno processuale? L’uccisione del Bonini fu effettivamente attuazione immediata di una risoluzione criminosa improvvisa, come essi sostengono, e l’alterazione della verità da parte loro è dovuta al tentativo dell’uno di attenuare al massimo la propria responsabilità, alla volontà dell’altra di non risultare complice di quell’efferato delitto? Ovvero costoro – senza aver saputo peraltro adottare o mantenere una identica linea di difesa – cercano di nascondere una realtà ben più grave, qual è sinteticamente riprodotta dalle due aggravanti contestate al dibattimento (l’aver cioè agito con premeditazione ed a scopo di rapina)?

I dubbi furono infine risolti secondo il principio del diritto, che nell’incertezza impone la scelta della pena minore:

Sebbene permangano ragioni per sospettare che l’aggressione contro il Bonini sia stata premeditata dai due fidanzati, avidi di entrare in possesso del denaro che costui aveva seco, non presenta affatto minori probabilità di aderenza al vero l’ipotesi che il Pacciani ed il Bonini si siano trovati contemporaneamente presso la Fossetta di Tassinaia per un mero caso, per una tragica fatalità, e che nell’animo del primo il proposito criminoso sia sorto d’improvviso – rafforzato poi dal comportamento della ragazza – alla vista di quest’ultima in compagnia dello straccivendolo. Onde, nel dubbio, è questa seconda ipotesi, come più favorevole agli imputati, che la Corte deve accogliere.

Quindi non è impossibile che il delitto compiuto da Pacciani nel 1951 potesse non aver avuto un movente sessuale ma di rapina, e in questo caso verrebbe meno ogni analogia, già tenuissima, con i delitti del Mostro. C’è purtroppo da domandarsi se davvero la documentazione di quel lontano episodio avesse fatto sorgere dei sospetti sull’uomo, oppure avesse contribuito a individuare il soggetto più idoneo alla costruzione di un colpevole a ogni costo. Il dubbio è difficile da sciogliere, forse la verità sta in mezzo, e tra gli inquirenti ci fu chi sempre ritenne Pacciani un personaggio sul quale si doveva indagare a fondo, chi non lo credette mai, chi partì credendoci e poi non ci credette più ma andò avanti lo stesso.

Il profilo FBI. Due estati con Pacciani in carcere (1987 e 1988) e nessun nuovo duplice omicidio dovettero convincere la Procura che la nuova pista poteva essere quella giusta, e che quindi fosse arrivato il momento di muoversi. Considerata l’assoluta mancanza di qualsiasi indizio che legasse il contadino ai delitti del Mostro, ci si preoccupò di lavorare innanzitutto sulla compatibilità. L’iniziativa dello screening servì proprio a quello, a dimostrare a sé stessi, e a futuri interlocutori, che tra le migliaia di persone sulle quali era stato posato lo sguardo, di possibili Mostri c’era soltanto lui.
Ma si tentò di spingersi ancora più avanti. Durante la seconda metà degli anni ’80, negli Stati Uniti si era diffusa la tecnica del profiling, mediante la quale si cercava di ottenere il ritratto di un assassino sconosciuto attraverso lo studio della scena del crimine e di quant’altro poteva essere noto o dedotto su di lui. La Procura di Firenze, commissionando già nel 1984 agli esperti di Modena la nota perizia, aveva quasi anticipato gli americani. Ma quel lavoro era servito a poco, e di fronte alla successiva scelta di concentrare tutte le indagini su Pietro Pacciani, risultava persino imbarazzante. Pur caratterizzata da ampi margini di possibilismo, la perizia infatti aveva disegnato un ritratto di assassino che in molti punti poco si attagliava alla figura del contadino mugellano. Da una parte c’era un soggetto freddo e calcolatore, con probabili problemi d’impotenza, dall’altra una specie di bestia ferina pronta a esplodere per un nonnulla e dotata di una sessualità primordiale. Gli esperti di Modena propendevano per uno scapolo che a Borgo San Lorenzo, davanti al corpo nudo della ragazza, aveva dato l’impressione di un adolescente alle prime armi. Pacciani si era sposato nel 1965, e anche prima di finire in carcere aveva già sperimentato il sesso, almeno con l’antica fidanzata. C’era poi l’altezza dell’aggressore di Giogoli e Vicchio, dai periti calcolata in uno e ottanta, una quindicina di centimetri in più di Pacciani.
Evidentemente insoddisfatta del lavoro nostrano, all’inizio del 1989 la Procura commissionò la redazione di un nuovo profilo agli esperti americani dell’FBI, inviando loro la necessaria documentazione. Probabilmente la segreta speranza era quella di ottenere un “tipo d’autore” un po’ più aderente alle caratteristiche del sospettato, non si spiegherebbe altrimenti l’iniziativa, oramai fuori tempo massimo e tutto sommato inutile, di facciata. E in effetti le ricadute sul fronte delle indagini furono nulle: da molto tempo si era puntato su Pacciani, e su Pacciani si rimase.
Eppure lo smilzo documento, datato 30 giugno 1989, pur nella sua inevitabile genericità, conteneva numerose considerazioni di buon senso. Va premesso che gli estensori non furono messi nelle condizioni di poter interpretare correttamente il delitto del 1968, da loro considerato senza alcuna incertezza il primo del Mostro. In effetti tra le righe del profilo la pista sarda non appare, e l’unica spiegazione per tale significativa trascuratezza non può che essere l’omissione dei relativi dati tra quelli forniti dalla Procura, per la quale anche il delitto del 1968 era da imputarsi a Pacciani, lo vedremo, ipotesi mediante la quale si eliminava ogni mistero su come la pistola avrebbe potuto giungere a lui dagli assassini di Signa.
In ogni caso la figura individuata dagli specialisti FBI risultava molto difforme da quella di Pacciani, in modo ancor più marcato rispetto alla perizia De Fazio, sicuramente più elastica. Le caratteristiche di sesso, razza e territorialità coincidevano (maschio bianco, profondo conoscitore delle zone attorno a Firenze, delle quali doveva essere nativo), ma erano anche ovvie. Con il grado d’istruzione e il tipo di lavoro c’era qualche differenza, ma non grave. Dove le due figure apparivano incompatibili era nel rapporto con il genere umano, in particolare di sesso femminile, come del resto già risultava dalla perizia De Fazio:

L’aggressore deve aver vissuto solo durante gli anni in cui sono avvenuti questi assalti in un quartiere di bassa borghesia. Se non visse da solo avrà risieduto con qualche membro della sua famiglia dal quale egli è, in parte almeno, dipendente finanziariamente, come per esempio sua madre, una zia, una nonna o una sorella più grande. Non dovrebbe essere sposato poiché non è in grado di sostenere relazioni di successo con donne della stessa età.
L'aggressore è una persona inadeguata ed immatura sessualmente, che ha avuto pochi contatti sessuali con donne della stessa età. Potrebbe soffrire di una disfunzione sessuale.

Riguardo le due lunghe pause di sei e sette anni, gli esperti FBI così le spiegavano:

Gli aggressori di questo tipo difficilmente restano inattivi per lunghi periodi di tempo senza una ragione specifica. È noto che questo aggressore non fu attivo nell’area fiorentina tra il 1968-1974 e il 1974-1981. È molto probabile che non vivesse nell’area fiorentina in questo periodo oppure non fosse in grado di agire. Se avesse risieduto in altri luoghi durante questi periodi, è molto probabile che simili aggressioni sarebbero accadute in quelle aree. Le legittime assenze dell'aggressore da Firenze avrebbero potuto dipendere da un cambiamento di lavoro, frequenze di scuole, viaggi di lavoro all'estero, o servizio militare. È anche possibile che l'aggressore fosse stato in carcere per tutt'altri motivi durante questo periodo, o che sia stato ricoverato in qualche clinica per malattie mentali.

Niente a che vedere dunque con Pacciani, che era sempre rimasto nella zona. Infine vale la pena segnalare la totale difformità dei pareri rispetto ai precedenti penali, proprio quelli che avevano convinto i magistrati fiorentini. Per gli esperti dell’FBI “Se l’aggressore è stato arrestato in passato, è il risultato di piccole violazioni, come voyeurismo, contravvenzioni, vandalismo, incendio e furto. Non dovrebbe aver commesso reati come aggressioni o reati contro la persona”.
La delusione per i nostri magistrati e investigatori dovette essere grande, ma lungi dal rivedere le proprie convinzioni, semplicemente ignorarono il documento, evitando sia di diffonderlo, sia di utilizzarlo nel futuro processo. “Si trattava del mostro di Firenze, mica di quello dell’Illinois”, sostenne poi Ruggero Perugini, con disarmante candore e faccia tosta, accennandovi nel suo libro, mentre anni dopo Vigna avrebbe scritto che “quel tentativo si rivelò inutile, perché il contesto ambientale e sociale nel quale si verificano i delitti negli Stati Uniti è completamente diverso da quello italiano”. Se oggi il documento è pubblico si deve a Mario Spezi, che ne ottenne una copia da un amico della Questura e ne pubblicò un sunto sul quotidiano “La Nazione” del 27 gennaio 1996.

venerdì 24 novembre 2017

La dinamica di Vicchio

Domenica 29 luglio 1984 Pia Rontini, 18 anni, poco dopo le 21 era uscita dalla sua casa di Vicchio nel Mugello per raggiungere a piedi quella del fidanzato, Claudio Stefanacci, di tre anni più grande. Quasi immediatamente i due giovani avevano preso la Fiat Panda 30 di Claudio e se n’erano andati per i fatti loro. Come di consueto i genitori ne attendevano il ritorno entro le 22.30, e quando non li videro non passò molto tempo prima che si preoccupassero e avvertissero alcuni amici, i quali, già verso l’una, erano in giro per tutta Vicchio a cercarli. Poi uno di loro si ricordò di aver visto uscire in una precedente occasione la Panda di Claudio da un tratturo in un bosco, poco fuori dal paese. E lì i poveretti furono ritrovati, uccisi dal Mostro di Firenze.
Dopo due delitti nei quali si era lasciato andare a una certa improvvisazione, nell’estate del 1984 il Mostro scelse bene le proprie vittime, o, meglio, scelse bene la piazzola della quale esse erano abituali, anche se non uniche, frequentatrici. Innanzitutto tornò nella zona del Mugello, dove aveva colpito dieci anni prima e dove forse l’allarme nei giovani era minore. Poi scelse un tratturo che si addentrava nel bosco, lontano dalle abitazioni, con l’auto dei malcapitati che non era visibile dalla vicina provinciale. E questa volta i risultati furono ottimali, come era stato nel 1981.
Prima di proseguire con la dinamica e la puntualizzazione di alcuni aspetti controversi del delitto, è bene ricordare l’esistenza di un ottimo studio del forumista Rover che affronta l’intera materia in modo approfondito. Il relativo documento è scaricabile qui.

Scena del crimine. La piccola auto a due porte era parcheggiata in retromarcia contro il fondo di una stretta strada sterrata, a una sessantina di metri circa dall’imbocco sulla provinciale, dalla quale risultava non visibile per la presenza di una curva. La coda e il lato sinistro erano addossati a una collinetta erbosa; sul lato destro siepi e cespugli di rovo, interrotti da un abbozzo di sentiero che dopo pochi metri sfociava in un campo d’erba medica.



La portiera sinistra era chiusa dall’interno, con il vetro del finestrino intatto abbassato di pochi centimetri, quella destra chiusa ma non bloccata, il vetro infranto, la maggior parte dei frammenti all’interno. I sedili anteriori erano basculati in avanti, a dare spazio alla parte posteriore dove il divanetto era stato tolto scoprendo la piattaforma sottostante sulla quale giaceva il corpo del ragazzo, poggiato sul fianco sinistro, in posizione quasi fetale. Indossava maglietta, slip e calzini; sotto il sedile anteriore le sue scarpe, sulla piattaforma i suoi pantaloni bucati da un proiettile assieme al portafoglio riposto in una tasca. 
La ragazza giaceva in mezzo alla vegetazione del campo adiacente, in posizione supina, a circa sette metri dall’auto. Era completamente nuda, con il reggiseno e la camicetta, il cui polsino doveva essere ancora abbottonato, impigliati nella mano destra, lo slip, tagliato dall’assassino, sotto il corpo, mentre i jeans e le scarpe vennero ritrovate in auto sotto il sedile anteriore destro, assieme alla borsetta. Come indicavano i numerosi graffi presenti sulla schiena, l’assassino l’aveva trascinata per i piedi attraverso il varco tra i cespugli, in cerca di una posizione idonea a mutilarne il cadavere, questa volta oltre che del pube anche del seno sinistro.


Bossoli e ferite. Furono recuperati cinque bossoli: uno sul terreno a ridosso dello sportello destro (contrassegno 2 della foto sottostante), gli altri quattro all’interno dell’abitacolo.


Non molto si sa dei proiettili, non essendo per il momento reperibile la perizia balistica. In una pagina del rapporto della Scientifica entrata in possesso di chi scrive si legge che ne furono recuperati quattro più un frammento (con un paio di affermazioni probabilmente inesatte, lo vedremo). In ogni caso esiste la ragionevole certezza che, a fronte di tre ferite d’arma da fuoco sul ragazzo, una e forse una seconda di striscio sulla ragazza e un colpo a vuoto sui pantaloni del ragazzo i colpi sparati fossero comunque stati tanti quanti i bossoli raccolti, e cioè cinque.


Claudio fu colpito da: un proiettile all'emítorace sinistro (1), penetrato di pochi millimetri e ritenuto nella cute sottostante, da ritenersi pertanto quello che frantumò il vetro con conseguente grossa perdita di energia; un proiettile all’ipocondrio sinistro (3, il 2 fu probabilmente quello sui pantaloni), con traiettoria dal basso in alto e attraversamento del diaframma, dello stomaco e del polmone sinistro, per una ferita molto grave ma non subito mortale; un proiettile dietro il padiglione auricolare sinistro (4), con sfondamento della scatola cranica ed esito mortale quasi immediato.
Secondo la perizia De Fazio, il proiettile (3) si arrestò in regione dorsale dove venne estratto, mentre al processo Pacciani l’anatomopatologo che eseguì l’autopsia, Mauro Maurri, affermò che invece era uscito. Chi scrive dà credito a De Fazio, considerati i tentennamenti di Maurri, che ricordava spesso male e mentre deponeva era costretto a consultare la sua stessa perizia che non aveva letto preventivamente. Infine va registrata la presenza di una piccola lesione vicina alla ferita all’emitorace (1), causata forse da un piccolo frammento dello stesso proiettile staccatosi dal corpo principale oppure da una scheggia di vetro.
Sul ragazzo si contarono dieci ferite di coltello, tutte vibrate a decesso già avvenuto, che la perizia De Fazio così posiziona: “all'emitorace sinistro, al fianco sinistro, all'ipocondrio, alla fossa iliaca destra, all'avambraccio destro, alla coscia sinistra ed in regione lombare destra”.


Pia fu colpita da un proiettile alla regione zigomatico-mascellare destra (5), penetrato nella scatola cranica e quasi immediatamente mortale. Le fu anche riscontrata una ferita di striscio all’avambraccio sinistro, a giudizio di chi scrive dovuta a un frammento di vetro o di proiettile del colpo che ruppe il finestrino.
Sulla ragazza si contarono due ferite di coltello, entrambe sul lato destro del collo, e sette piccole ferite superficiali accanto alla zona del seno escisso, evidentemente degli assaggi.

Il “letto” della Fiat Panda. Anche se non è strettamente necessario per la ricostruzione del delitto, è comunque il caso di spendere qualche parola sullo smontaggio del divanetto posteriore della Fiat Panda degli anni ’80. Chi c’era ricorderà senz’altro il grande successo che la piccola utilitaria ebbe tra i giovani, al quale fu probabilmente non del tutto estranea una sua peculiare caratteristica: la possibilità di disporre i sedili anteriori e posteriori in modo da ottenere qualcosa di molto simile a un vero e proprio letto, come mostra la maliziosa immagine pubblicitaria sottostante. 


Si trattava di smontare il divanetto posteriore, collocarlo aperto e fissato agli opportuni fermi sul ripiano in lamiera, tirare in avanti al massimo i sedili anteriori privati dei poggiatesta e poi abbassarne del tutto lo schienale, per un’operazione di pochi minuti, una volta presa la mano. Dalle due figure sottostanti si comprende bene tutto.


Una volta smontato, il divanetto poteva anche essere chiuso a libro e inserito tra il ripiano posteriore e i sedili anteriori. In questo modo l’auto veniva a dotarsi di un ampio spazio per il trasporto di cose.
La Panda di Claudio fu trovata con il divanetto, chiuso a libro, appoggiato sul ripiano posteriore contro la parete sinistra e i sedili anteriori basculati in avanti con il poggiatesta inserito. In ogni descrizione del delitto viene sempre sottinteso che fosse questa la configurazione finale voluta dai ragazzi (ad esempio Autorino al processo Pacciani: “Sia il sedile che la spalliera posteriore sono stati tolti dalla loro naturale sede, chiusi a libretto e appoggiati lungo la paratia sinistra, in modo da far sì che il pianale sia più grande.”). Ebbene, a parere di chi scrive lo si può invece escludere senza dubbio alcuno. Non avrebbe avuto senso né scegliere la durezza della lamiera – pur se un po’ mitigata dalla copertura in moquette – al posto dell’imbottitura del divanetto né rinunciare all’ampliamento del piano di appoggio facilmente ottenibile abbassando le spalliere dei sedili anteriori, dopo averne sfilato i poggiatesta. Al massimo, se i ragazzi avessero voluto guadagnare tempo, avrebbero semplicemente reclinato i sedili anteriori evitando di smontare il divano.
In realtà l’attacco del Mostro avvenne durante la fase preparatoria, mentre la coppia si stava attrezzando per disporre i sedili nella configurazione finale a letto, sul quale si sarebbero distesi mettendosi poi addosso la coperta che si erano portati dietro. Il fatto che avessero iniziato a spogliarsi già prima si spiega con la loro intenzione di riporre i vestiti al di sotto della struttura, dietro i sedili anteriori, dove in effetti furono trovati i jeans e la borsa di Pia e le scarpe di entrambi, mentre i pantaloni di Claudio erano ancora temporaneamente appoggiati sul ripiano posteriore accanto al divano chiuso.
Si potrebbe anche discutere su quale sarebbe stata una sequenza più logica per arrivare al “letto” montato e ai vestiti riposti al di sotto. In particolare si può osservare che sarebbe stato meglio, prima di iniziare a spogliarsi, fissare già il divano alla piattaforma. Ma è comprensibile che la frenesia di fare l’amore e il poco tempo a disposizione avessero potuto determinare nei due giovani dei comportamenti non del tutto razionali.

Elementi controversi. Se il delitto non pone particolari problemi per una sua ricostruzione di massima, diventa molto difficile precisarne i dettagli nella sequenza di spari combinata con le singole ferite sui corpi. Questo perché non sappiamo bene quale fosse la posizione delle vittime al momento dell’attacco, sia reciproca sia rispetto allo sparatore. Le macchie di sangue ci dicono che si trovavano dietro, su questo non ci sono dubbi, ma erano entrambe sedute?
Lasciando perdere quello di striscio all’avambraccio, del quale non è nota la traiettoria, si deve innanzitutto osservare che mentre l’unico altro colpo alla ragazza ha avuto ingresso dal lato destro del corpo, tutti e tre i colpi sul ragazzo hanno avuto ingresso dal lato sinistro. Sappiamo che l’attacco è avvenuto attraverso il finestrino anteriore destro, quindi si deve per forza ritenere che la ragazza fosse a faccia avanti e quindi esponesse il suo lato destro allo sparatore, e il ragazzo fosse a faccia indietro, e quindi esponesse il suo lato sinistro.
Un altro elemento che può aiutare a capire la posizione di partenza delle vittime è quella finale del ragazzo, trovato sulla piattaforma posteriore riverso sul fianco sinistro, proprio quello che aveva ricevuto i colpi di pistola. D’altra parte le dieci coltellate erano distribuite sia sul fianco sinistro sia sul destro. Tutto questo ci dice che il Mostro ne aveva spostato il corpo facendogli compiere una rotazione. Perché? Il motivo non può essere che uno: al momento in cui doveva essere estratto, il corpo di Pia era in qualche modo bloccato da quello di Claudio. Quindi è presumibile che al momento dell’attacco i due poveretti fossero uno di fronte all’altro, e che Claudio, colpito a morte, si fosse accasciato almeno in parte addosso a Pia.
A parere di chi scrive, mentre la ragazza si stava svestendo seduta sulla parte destra della piattaforma – di fronte al sedile del passeggero basculato verso il cruscotto – il ragazzo le si era accosciato davanti per “aiutarla” a fare in fretta, in un gioco amoroso privo di vantaggi pratici ma che è facile comprendere, considerando quanto dovevano essere “su di giri” i due sventurati giovani. Del resto anche la camicetta che Pia si era tolta con ancora il polsino destro abbottonato conferma il loro stato di eccitamento.
L’immagine sottostante cerca di dare un’idea della situazione. Purtroppo la mancanza di una Panda dell’epoca ha costretto chi scrive a utilizzare un letto, per questa e per le prossime fotografie ricostruttive.


Infine qualche parola sui pantaloni di Claudio. Abbiamo visto che furono trovati sulla piattaforma posteriore, accanto al divanetto chiuso a libro, che forse almeno in parte li sormontava. Una pallottola ne aveva attraversato la tasca posteriore destra, forando da parte a parte il portafoglio ivi riposto e rimanendone poi intrappolata. Infine sul gluteo destro di Claudio fu riscontrato un ematoma. Il che ha fatto prendere in esame l’ipotesi che al momento degli spari il ragazzo avesse i pantaloni addosso, e che fosse stato il Mostro a toglierglieli dopo. A conferma Rover ha anche osservato che i suoi calzini sembrano in parte sfilati a decesso già avvenuto, con le macchie di sangue che non corrispondono alla pianta dei piedi (presumendo quindi che gli stessi avessero poggiato a terra prima dello spostamento del corpo).


A giudizio di chi scrive l’operazione è però da escludere. Non se ne comprende il motivo, e non si vede come il Mostro avrebbe potuto compierla nelle ristrettezze dello spazio a disposizione, per di più su un corpo non collaborativo. L’ematoma sul gluteo, se non preesistente, dovette essersi formato per un urto contro la lamiera della piattaforma durante la sparatoria, mentre riguardo le macchie di sangue sui calzini è opportuno osservare la foto seguente, presa da altra angolazione.


L’immagine purtroppo è in bianco e nero, ma consente comunque di osservare che i calzini di Claudio furono inzuppati dal sangue proveniente dalla piattaforma, quando il ragazzo era già deceduto.

La dinamica. Prima di descrivere una plausibile dinamica, è bene ribadire il fatto che i risultati saranno per forza affetti da una certa approssimazione, più che nei casi precedenti. In ogni modo chi scrive preferisce proporre comunque una ben precisa sequenza di sparo, che quantomeno potrà costituire un punto di partenza per eventuali riflessioni del lettore.
Conosciamo con precisione l’ora dell’attacco, le 21.45, poiché due testimoni riferirono separatamente di aver udito a quell’ora dei colpi d’arma da fuoco provenire dalla zona; il che si accorda in ogni caso sia con gli orari di uscita e di presunto rientro dei ragazzi sia con la fase preparatoria in cui i due si trovavano. Al loro arrivo quasi certamente il Mostro stazionava già nei pressi, sulla collinetta adiacente, da cui poteva disporre di un’ottima visuale della zona. Ancora con grande probabilità l’individuo aveva parcheggiato la propria auto sulla sterrata che portava al fiume Sieve, dall’altra parte della provinciale.
Nel tempo in cui il Mostro si era portato sul campo di erba medica accanto al lato destro della Panda, i ragazzi avevano effettuato le loro convulse manovre di parziale preparazione del “letto” e parziale svestizione, con Pia che ancora teneva la camicetta e il reggiseno infilati al braccio destro. La luce era accesa.
L’attacco avvenne dal lato passeggero, visto che da quello guidatore non c’era spazio, e, come al solito, il primo bersaglio fu il ragazzo.


Favoriti dal silenzio del bosco e dalla piccola apertura del finestrino lato guida, i rumori prodotti dai movimenti dell’assassino in mezzo ai cespugli erano arrivati alle orecchie di Claudio, che aveva guardato verso il finestrino girando parzialmente il busto. Un primo colpo infranse il vetro e lo colse al torace, ma non penetrò oltre il derma, poiché, per l’angolo d’impatto non ortogonale alla superficie vetrosa, il proiettile aveva incontrato una notevole resistenza, e quindi si era frammentato e molto rallentato. I due poveretti furono anche investiti da schegge di vetro e di metallo, alle quali si devono sia una piccola lesione  al torace di Claudio, sia forse la ferita di striscio all’avambraccio di Pia.


Con una reazione istintiva Claudio fece perno sulle gambe e saltò sopra la piattaforma finendo un po’ sul fianco destro e almeno in parte addosso alla fidanzata, con l’istintivo proposito di proteggere lei e insieme allontanarsi dalla minaccia. È probabilmente questa l’occasione in cui il gluteo destro del ragazzo impattò su una superficie dura, da cui il successivo ematoma. Intanto l’aggressore infilò rapidamente una mano dentro il finestrino facendo cadere molti frammenti del vetro nell’abitacolo, e sparò altri due colpi in successione, di cui uno finì fuori bersaglio colpendo i pantaloni riposti sulla piattaforma, l’altro colpì Claudio all’addome. Lo stomaco del ragazzo fu attraversato dal proiettile, e iniziò a espellere cibo e sangue che andarono a ostruire le vie respiratorie per diventare forse (documento di Rover) causa effettiva di morte.


Con Claudio gravemente ferito e Pia immobilizzata dal suo corpo e in ogni caso intrappolata nel dietro dell’auto, l’assassino dovette prendersi un momento di pausa per valutare la situazione, prima di riprendere a sparare, come del resto si arguisce dalla testimonianza di chi aveva udito i colpi: “Alberto C. e Piero C. […]  udirono […] tre o quattro colpi […] in rapida successione, seguiti a breve distanza da altri due colpi” (Al di là di ogni ragionevole dubbio). Non è possibile stabilire quale fu il primo e quale il secondo, in ogni caso i due proiettili successivi colpirono Claudio dietro l’orecchio sinistro e Pia allo zigomo destro, entrando entrambi nella scatola cranica e mandando in coma i due poveretti.
Riposta la pistola e messo mano al coltello, il Mostro tirò su la sicura e aprì la portiera, e fu forse in quest'occasione che lasciò sulla cornice superiore due serie di impronte risultate purtroppo non utili, ma che in ogni caso ci dicono che non portava i guanti. Suo scopo era quello di tirare fuori il corpo di Pia, il quale però era bloccato da quello di Claudio. Il ragazzo doveva dare ancora dei segni di vita, considerate le ben dieci coltellate che ricevette. Le prime gli furono vibrate subito, sulla parte sinistra. Poi il Mostro lo spinse via, facendogli compiere una rotazione di 180 gradi, e lo accoltellò ancora sulla parte destra.
Una volta liberato il suo corpo, il Mostro prese per i piedi Pia e la trascinò fuori. Quando le vibrò le due coltellate sulla parte destra del collo, mentre era ancora in auto o dopo? La domanda non è inutile, poiché, per il presunto pentito Giancarlo Lotti, Mario Vanni lo avrebbe fatto fuori dall’auto. In effetti in auto il Mostro avrebbe dovuto scegliere il lato sinistro del collo, non il destro, quindi si deve pensare che l’avesse accoltellata fuori.

Gli aloni. Sul fascione paracolpi in materiale plastico che ricopriva la parte inferiore della portiera destra della Panda furono osservate due impronte da asportazione di polvere, di forma più o meno circolare (10x6cm, secondo Autorino al processo Pacciani). Si trattava senza dubbio dell’effetto dovuto all’appoggio di ginocchia. Supponendo che fosse stato il Mostro a lasciarle, De Fazio e colleghi cercarono di trarne indicazioni utili a calcolare la sua altezza.

Sul fascione della portiera destra della Panda dello Stefanacci sono state rilevate due impronte, dovute all'asportazione della polvere della portiera, e sul gocciolatoio della stessa fiancata delle impronte digitali. Sembra possibile ipotizzare che qualcuno, forse l'omicida, abbia appoggiato una mano sul tetto dell'auto e, chinandosi per compiere una qualche operazione attraverso il finestrino, abbia toccatocon le ginocchia la portiera, lasciando le predette impronte.  Il margine superiore di esse dista dal suolo circa cm.60, mentre il punto medio dista circa cm.56 e quello inferiore cm.53 circa. Assumendo come riferimento il punto medio, probabilmente corrispondente alla regione medio-rotulea, si può attendibilmente presumere che la distanza di esso da terra corrisponda alla lunghezza della gamba, piede e scarpa comprese; ciò potrebbe valere a fornire qualche ulteriore indicazione in ordine alla statura del soggetto. Un primo elemento può essere tratto dall'utilizzazione delle tavole antropometriche del Rollet che ad una lunghezza dell'osso tibiale di cm.43 riferiscono, per l'uomo, una statura di cm.183. L'eccedenza di cm.13 del valore di cui si dispone (cm.56) può compensare ampiamente la differenza dovuta al piede, alla scarpa ed alla parte del ginocchio sovrastante la tibia, posto che la "misura" è riferita alla gamba e non alla sola tibia. Il dato, anche se molto approssimato, sembra deporre, o quanto meno non sembra in contrasto con l'ipotesi di una statura superiore a cm.180.

Cominciamo con l’avallare decisamente l’ipotesi che fosse stato il Mostro a lasciare quelle impronte. Chi prima di lui avrebbe potuto accostarsi con le ginocchia alla portiera della Panda? Nessuno appoggia le proprie ginocchia alla portiera di un’auto, non se ne vede il motivo. Non lo fa un estraneo, ma neppure il proprietario. In ogni caso non sembra che Claudio Stefanacci fosse molto alto – chi scrive però non ha il valore preciso della sua statura, forse qualche lettore potrebbe saperne di più – quindi le ginocchia non erano le sue.
Ma torniamo al calcolo della presunta statura dell’assassino. Gli esperti di Modena si limitano a valutarla “superiore a cm.180”, ma i loro calcoli confusi non lasciano molto tranquilli. Proviamo a ripeterli, prendendo come riferimento la stessa immagine utilizzata nel precedente articolo sul delitto di Giogoli.


Come si vede, l’altezza del punto inferiore del ginocchio è circa un quarto della statura dell’individuo. Se consideriamo il caso in esame, tale valore è di 53cm, da diminuirsi a circa 50 per la presenza di una scarpa con il suo tacco. Il che porta a calcolare una statura per il Mostro di circa 2 metri, la quale, data la sua altissima improbabilità (quanti in Italia sono alti intorno ai 2 metri, uno su mille?), appare decisamente troppo elevata.
In realtà quando il Mostro aveva appoggiato le ginocchia alla portiera della Panda, doveva essere stato in punta di piedi. In quel momento aveva sentito l’esigenza di stabilizzare la propria posizione spingendo con le ginocchia e tirando con una mano abbrancata da qualche parte, forse al profilo a rilievo sul tettuccio. Era molto vicino alla portiera, e il gesto istintivo per arrivare a toccarla fu quello di fare perno sull’articolazione del piede. L’immagine sottostante cerca di dare un’idea dell’azione.


Il guadagno sull’altezza del ginocchio è al massimo di una decina di centimetri. Se si vuole arrivare a una statura del Mostro di un metro e ottanta, si deve ipotizzare che esso fosse stato di otto centimetri, con il che l’altezza della base del ginocchio sarebbe stata dei 45 necessari.

Il mistero del proiettile ramato. Il lettore sa bene che, a partire dal delitto di Scandicci fino all’ultimo di Scopeti, il Mostro usò sempre proiettili in piombo nudo, probabilmente tutti appartenenti alla medesima scatola da 50. Con l’unica eccezione di Giogoli, dove ne sparò anche uno ramato, come quelli utilizzati nel 1974 a Borgo, quindi una probabile rimanenza della scatola di allora. A leggere invece una pagina del rapporto della Scientifica compilato per il PM un proiettile ramato sarebbe anche tra quelli recuperati a Vicchio. 


Dai cadaveri sono stati estratti, e qui consegnati, nr.3 proiettili di piombo nudo, di cui uno ovalizzato, un proiettile di piombo ramato ovalizzato, ed un frammento, reperti che vengono qui custoditi a disposizione della S.V.

Cominciamo col rilevare la presenza di una inesattezza che riguarda i proiettili estratti dai corpi: non furono quattro ma tre – se quello all’addome di Claudio non era uscito dalla schiena, altrimenti due – più il frammento rinvenuto sotto la pelle del torace di Claudio. Come abbiamo visto, un altro proiettile, andato fuori bersaglio, rimase nella tasca dei pantaloni del ragazzo.
Ma chi compilò il rapporto commise un altro e più grave errore, elencando tra i proiettili recuperati uno del tipo ramato. Di quel proiettile non si è mai saputo nulla, quindi la successiva perizia balistica, purtroppo non disponibile a chi scrive, senz’altro non lo rilevò. Chi vede il Mostro di Firenze come un imprendibile genio del male farebbe bene a riflettere su particolari come questo.