martedì 6 febbraio 2018

Un colpevole a qualsiasi costo

Dopo il feroce assassinio dei due turisti francesi nel settembre 1985 a Scopeti, il Mostro di Firenze tornò nell’ombra da dove era venuto. Estate dopo estate la tragica vicenda sembrava sempre più destinata a concludersi da sola, senza colpevoli e senza ulteriori vittime; ma non andò così. “Dopo tanti anni qualcun altro forse avrebbe lasciato perdere, io non ci riesco. Non mi stanco di cercarlo. Mi sembra impossibile che riesca a farla franca”, avrebbe dichiarato Piero Luigi Vigna in un’intervista (“L’Espresso”, 14 gennaio 1990). Ma quella che nei propositi era una legittima aspirazione a punire il colpevole di tanti efferati delitti, finì per diventare il motore di una forsennata caccia avara di regole, dove si cercò d’inseguire non tanto il Mostro vero, quanto il male che esso rappresentava, cui si volle dare un’identità a ogni costo.

Piero Luigi Vigna e Ruggero Perugini. Con il deposito di una sentenza priva di rinvii a giudizio, se non per fatti marginali (13 dicembre 1989), Mario Rotella aveva eliminato i maggiori indiziati nel caso del Mostro, almeno quelli ufficiali, che poi erano anche gli ultimi. Già dal marzo precedente, infatti, risultavano archiviate le posizioni di tutti i personaggi minori incappati a vario titolo nelle indagini, compreso lo sfortunato guardone Enzo Spalletti. D’altra parte l’assassino non si faceva vivo ormai da quattro estati, ma se la gente sperava soltanto di potersene dimenticare, per la Procura il caso irrisolto costituiva una dolorosa spina nel fianco, una macchia indelebile che da sola non sarebbe mai scomparsa. Quindi l’intenzione dei magistrati fiorentini non era affatto quella di rinunciare alla cattura del feroce assassino, anzi, la stessa archiviazione definitiva delle indagini di Rotella sulla pista sarda, da essi fortemente voluta in tempi brevi – se non addirittura imposta – era parte di un piano d’azione con il quale si stava già percorrendo una strada del tutto nuova. D’altra parte l’entrata in vigore del nuovo codice di procedura penale (24 ottobre 1989) dava proprio a un magistrato della Procura, nel ruolo di Pubblico Ministero, la completa responsabilità della conduzione di altre indagini, al posto della scomparsa figura del Giudice Istruttore.
Al di là delle assegnazioni formali (pubblico ministero era stato Adolfo Izzo, in seguito lo sarebbe diventato il giovane e brillante Paolo Canessa), è noto che in Procura il ruolo guida nell’inchiesta sul Mostro era ricoperto dalla prestigiosa e carismatica figura di Piero Luigi Vigna. Pur semplice sostituto procuratore, dal 1984 era stato lui la mente delle numerose iniziative della Procura, tra le quali la costituzione della SAM, la richiesta di una perizia criminologica a Francesco De Fazio, e, dopo il delitto degli Scopeti, l’istituzione di una ricompensa di 500 milioni di lire per chi avesse denunciato il misterioso assassino. Di quest’ultima iniziativa Vigna si sarebbe però pentito:

Era un esperimento. Il risultato fu che da allora non si è mai più fatto ricorso ad una taglia. Le segnalazioni che arrivarono dopo l’annuncio del premio, infatti, furono talmente numerose e stravaganti da rendere ancora più complesso il già faticoso lavoro investigativo.
A centinaia si misero a denunciare il vicino dagli orari insoliti, il chirurgo che non si era ancora fatto una famiglia, il macellaio a cui piacevano troppo le donne. Centinaia di presunti mostri finirono sotto la lente delle indagini, a volte con un semplice controllo sui precedenti, altre con accertamenti approfonditi e persino intercettazioni e pedinamenti. Si trattava, evidentemente, di segnalazioni del tutto infondate e dopo qualche tempo la taglia fu revocata.

Quasi un anno dopo Vigna decise che era arrivato il momento di dare una scrollata alla SAM, nei cui archivi elettronici era custodita una gran massa di preziose informazioni. C’era soprattutto bisogno di una guida più convinta rispetto a quella di Sandro Federico, bravo poliziotto ma della vecchia scuola, più uomo d’azione che di ricerche nei database, mai troppo entusiasta dell’anomalo incarico. A occuparsi quasi a tempo pieno della squadra fu dunque chiamato nel 1986 il vicequestore Ruggero Perugini, un ex carabiniere quarantenne laureato in legge e dotato di una specializzazione in criminologia clinica conseguita a Modena alla facoltà guidata da Francesco De Fazio. Affascinato dai famosi serial killer d’oltreoceano, a titolo del tutto personale Perugini si era interessato da sempre ai delitti del Mostro, coltivando la segreta speranza di potersene un giorno occupare ufficialmente. Secondo le sue stesse parole, nella SAM non trovò nient’altro che “una sgradita e inevitabile appendice della Omicidi. Un monumento, cartaceo e informatico, alle perversioni e alle speranze deluse”. In effetti, dopo gli iniziali entusiasmi per le nuove tecnologie e metodologie molto yankee, il controllo delle migliaia di posizioni sospette memorizzate in due anni di lavoro era risultato senza speranza. Tra segnalazioni anonime e non, numeri di targa di auto transitate da zone a rischio, personaggi dalle abitudini sospette e altro, vi era entrato di tutto, e in quella enorme mole di informazioni risultava impossibile districarsi. Ma per il nuovo capo della SAM, Vigna aveva in serbo uno spunto molto interessante da cui partire, un personaggio che niente legava in apparenza alle vicende del Mostro, ma sul quale presto si sarebbero concentrate tutte le indagini: Pietro Pacciani.

Il Vampa. Pietro Pacciani nacque il 7 gennaio 1925 in una famiglia di contadini ad Ampinana, minuscola frazione di Vicchio poco distante dai luoghi di due dei futuri delitti del Mostro (Borgo San Lorenzo e Vicchio, 12 e 5 km). Era il primo di due figli, una sorella arrivò undici anni dopo. Appena conseguita la licenza elementare, il piccolo Pietro fu portato con sé dal padre a lavorare nei campi, come era prassi nelle famiglie povere del tempo, abituandosi così alla dura vita del contadino, alla quale sarebbe rimasto legato per tutta la vita (“lavoratore della terra agricola”, così amava definirsi). Complice qualche bicchiere di troppo, diventato grande il problema principale di Pietro si rivelò il brutto carattere, rissoso, impetuoso, forse all’origine del soprannome “Vampa” (per la facilità con cui diventava rosso di collera, “avvampava”, ma esistono altre versioni), che lo faceva temere e scansare da tutti, anche perché, a onta della statura modesta e della corporatura normale, sembra fosse dotato di particolare forza. Nel 1944 si unì a una formazione partigiana, dove ebbe modo di entrare in contatto con le armi – alla fine della guerra si ritrovò in possesso di due revolver – e di guadagnarsi la stima dei compagni per alcune azioni coraggiose, come quando ne portò in salvo uno ferito caricandoselo in spalla sotto il fuoco tedesco. Si trattava di Dante Ricci, avvocato penalista destinato a una luminosa carriera nel foro di Firenze, di lì a poco difensore dello stesso Pacciani, e nel 1970, per uno strano destino, anche di Stefano Mele. Svolto poi con profitto il servizio militare, dal quale si congedò con l’attestato di mitragliere scelto, Pacciani tornò a Vicchio al solito lavoro di contadino. Nel 1950 conobbe Miranda Bugli, una sedicenne già provata dalla vita, con la quale si fidanzò e per la quale l’anno dopo si sarebbe messo nei guai.
Severino Bonini era un cenciaiolo quarantenne, alto e robusto, sempre in giro nella zona di Vicchio alla ricerca di materiale da comprare e rivendere. Secondo le risultanze del successivo processo, nel primo pomeriggio dell’11 aprile 1951 Pacciani lo avrebbe sorpreso in campagna, località Tassinaia, in atteggiamento amoroso assieme a Miranda, avventandoglisi contro e uccidendolo a coltellate. Avrebbe poi costretto la fidanzata a fare l’amore poco lontano, minacciando di ucciderla se avesse raccontato l’accaduto, e promettendole metà della non disprezzabile somma trovata addosso al malcapitato cenciaiolo.
La stessa notte Pacciani tornò sul posto per spostare e nascondere il cadavere, che però era troppo pesante, e quindi il tentativo di gettarlo in un vicino laghetto non andò a buon fine. Tenendo fede alla sua promessa, il giorno dopo divise il contenuto del portafoglio del morto con la fidanzata (dodicimila lire ciascuno). Intanto i fratelli di Bonini, chiedendo in giro notizie del congiunto, giunsero a Miranda, che fu incalzata da una serie di domande di fronte alle quali non seppe tacere e raccontò dell’omicidio. Arrestato la mattina successiva, Pacciani non negò, addossando però parte della responsabilità alla fidanzata, che lo avrebbe istigato a uccidere fingendo di essere stata aggredita, e così fece arrestare anche lei.


Il breve processo si svolse a Firenze nel dicembre di quell’anno. Pietro Pacciani fu difeso con passione dall’avvocato Dante Ricci, il compagno partigiano cui aveva salvato la vita, che si preoccupò con successo di far prevalere il movente della gelosia su quello ben più grave della rapina premeditata contestato dall’accusa. I due fidanzati dettero versioni diverse dell’accaduto, con Pacciani che cercò attenuanti nel comportamento disinvolto di lei, e lei che cercò di accreditarsi come vittima del carattere violento e possessivo di lui. Emessa il 5 gennaio 1952, la sentenza fu rivista in appello il 18 dicembre, con una condanna senz’altro mite per Pacciani – circa 18 anni e mezzo, quattro in meno che in primo grado – riconosciuto colpevole di omicidio volontario e furto aggravato, e una fin troppo severa per l’appena diciassettenne Miranda Bugli, alla quale fu addebitato il concorso in omicidio per una pena di 10 anni e un mese (erano 6 anni e 8 mesi in primo grado).


Grazie ai condoni e alla buona condotta, Pietro Pacciani uscì dal carcere con cinque anni di anticipo, il 4 luglio del 1964. La sua antica fidanzata aveva scontato sei anni, e nel frattempo si era fatta una famiglia, mentre lui, con il padre morto e la sorella sposata, si trovò a vivere assieme alla madre anziana, adattandosi a svolgere vari lavori. Ormai quarantenne, il suo desiderio però era quello di trovare una moglie e coltivare la terra. Il 26 giugno 1965 si sposò con Angiolina Manni, una donna con qualche problema di testa, andando a vivere con lei, la madre e il suocero a Badia a Bovino, frazione di Vicchio, in un podere ricevuto in gestione, distante neppure un chilometro dal luogo del futuro duplice omicidio del 1984. Nel 1966 e nel 1967 nacquero le figlie Rosanna e Graziella. Il parto della prima fu difficile, e la moglie, rimasta per qualche giorno in coma, vide aggravarsi i propri problemi mentali.
Dopo un paio d’anni la famigliola si trasferì in un altro podere, a Rufina, frazione Casini, dove di lì a poco morì la madre di Pietro, mentre il padre di Angiolina andò a vivere assieme a un fratello. Nel 1973 ancora un trasferimento, questa volta in una casa colonica di Montefiridolfi, frazione di San Casciano, dove Pacciani doveva occuparsi del bestiame del marchese Pierfrancesco Rosselli Del Turco, secondo il suo racconto un lavoro molto duro che non prevedeva giorni di riposo. Nel 1978 trascorse un mese in ospedale per un infarto, e tre anni dopo abbandonò la sistemazione di Montefiridolfi per trasferirsi a Mercatale, altra frazione di San Casciano, dove aveva comperato e ristrutturato una casa in Piazza del Popolo. Pur disponendo di una pensione minima, come la moglie, nella nuova residenza Pacciani non rinunciò a lavorare, accettando incarichi di ogni tipo, dall’imbianchino al giardiniere, oltre ai soliti di contadino e allevatore. Nel 1984 riuscì ad acquistare una seconda casa con orto annesso, ancora a Mercatale, in via Sonnino, ricavandone due appartamenti, uno per uso personale, l’altro da dare in affitto.
Il rapporto di Pacciani con la propria famiglia appariva all’esterno come quello tipico di un padre padrone. La moglie ne era totalmente succube, non usciva mai se non con lui e, peggio, doveva subire spesso botte e rimproveri, senza trovare mai il coraggio di denunciarlo. Le figlie crebbero manifestando problemi di fragilità, il padre maltrattava anche loro, tantoché per un certo periodo furono mandate dal Comune in un istituto gestito da suore; ma c’era ben di peggio. Nell’ottobre 1985 la più grande, Rosanna, andò a lavorare come domestica nella famiglia di un avvocato fiorentino, dove trovò nella padrona di casa una persona pronta ad ascoltarla e aiutarla, e alla quale un giorno confidò la propria preoccupazione che la sorella potesse essere incinta. Ottenuto con una scusa di poter vedere anche quest’ultima, la donna si sentì dire che né l’una né l’altra avevano avuto rapporti con coetanei, ma erano state molestate sessualmente dal padre fin dalla primissima pubertà. La conseguente denuncia portò Pacciani in carcere per la seconda volta, il 30 maggio 1987. Riconosciuto colpevole nonostante i suoi tenaci tentativi di negare, l’uomo fu condannato a una pena di otto anni di reclusione, integralmente confermata in secondo grado.
Vale la pena accennare alla convinzione di qualcuno che le due ragazze non l’avessero raccontata del tutto giusta, nel peraltro legittimo desiderio di affrancarsi dal controllo del padre e vivere in libertà le loro esperienze amorose. In ogni caso per l’ormai anziano contadino del Mugello si stavano preparando ulteriori e più gravi guai.

La lettera anonima. I motivi per i quali Pietro Pacciani divenne il principale sospettato per i delitti del Mostro sono avvolti da una densa nebbia. Ufficialmente il suo ingresso nei computer della SAM risale ai giorni successivi al delitto degli Scopeti, dopo l’arrivo alla caserma dei carabinieri di San Casciano di una lettera anonima, il 16 settembre 1985, che così recitava:

Mercatale, 11 settembre 1985.
Alla caserma dei carabinieri di S.Casciano e per conoscenza alla questura di Firenze.
Vogliate al più presto interrogare il nostro concittadino Pacciani Pietro nato a Vicchio e residente nel nostro paese in Piazza del Popolo a Mercatale V.P. Questo individuo a detta di molta gente è stato in carcere per 15 anni per avere ammazzato la propria fidanzata; conosce 1000 mestieri, un uomo scaltro, furbo, un contadino “con le scarpe grosse e il cervello fino”. Tiene sotto sequestro tutta la famiglia, la moglie grulla, le figliole non le fa mai uscire di casa, non hanno amicizie. Vogliate intervenire ed interrogare l'individuo e le figlie. È un tiratore scelto.


L'immagine è tratta da "Insufficienza di prove".
L’anonimo non faceva riferimento diretto al caso del Mostro, però la vicinanza di tempo e di luogo al delitto degli Scopeti lasciava pochi dubbi sul fatto che fosse stata proprio quella la sua intenzione. In ogni modo così intesero i carabinieri di San Casciano, i quali naturalmente erano a conoscenza dei trascorsi criminali di Pacciani, invero un po’ differenti da quelli riportati nella lettera, e alle ore 13 del 19 settembre si presentarono nella sua casa di Piazza del Popolo. L’uomo stava pranzando assieme alla moglie e alle figlie, con le quali disse di aver trascorso il pomeriggio e la serata della domenica in cui si riteneva fossero stati uccisi i francesi. La blanda perquisizione eseguita subito dopo non produsse alcun risultato interessante, né d’altra parte fu controllata la casa di via Sonnino.
All’inizio del 1996 l’anonimo sarebbe stato individuato, in virtù di una sua ulteriore segnalazione, questa volta a viso scoperto, secondo la quale, nel 1981, Pietro Pacciani avrebbe messo a essiccare al sole di fronte alla propria abitazione delle “cose schifose”, in apparenza pezzi di pelle con filamenti scuri. Si trattava di un impiegato fiorentino in pensione, locatario di una casa prospiciente quella di Pacciani, dove si recava saltuariamente assieme a degli amici. A raccoglierne il racconto fu Michele Giuttari, che notò delle somiglianze tra la firma apposta in calce al verbale e la grafia della lettera anonima, intuizione confermata da una successiva perizia.
Messo alle strette l’uomo ammise, ma interrogato sugli elementi che lo avevano portato a inviare la segnalazione di dieci anni prima, non ne seppe fornire alcuno. Evidentemente si trattava di semplici sensazioni e sospetti da parte di un vicino di casa colpito negativamente dalla personalità particolare del soggetto. Ma probabilmente fu proprio la sua iniziativa a mettere nei guai Pacciani, addossandogli un decisivo elemento di sospetto in più, non tanto per la lettera in sé stessa, quanto per la conseguente visita dei carabinieri, che in seguito sarebbe stata ritenuta il (debolissimo) motivo per il quale l’estate successiva il presunto Mostro non avrebbe colpito.

Lo screening. Ufficialmente si è sempre sostenuto che a far emergere il nome di Pacciani nelle indagini sul Mostro fu una ricerca incrociata condotta a partire dal giugno 1989 sui dati presenti nel computer della SAM e su quelli memorizzati nel sistema informatico del ministero di Grazia e Giustizia, per la quale, a dire il vero, c’è una certa confusione nelle fonti riguardo i criteri adottati. Secondo le dichiarazioni di Ruggero Perugini in dibattimento, tra le migliaia di personaggi finiti sotto l’attenzione della SAM ne sarebbero stati selezionati 82 che in qualche modo potevano aver avuto un motivo per smettere di uccidere dopo Scopeti. Pacciani ne faceva parte per l’episodio della lettera anonima, dal quale poteva essere stato allarmato. Dagli archivi del ministero fu poi estratto un altro elenco comprendente “i detenuti nati o residenti in Toscana, a qualsiasi titolo, di un’età compresa fra i trenta e i sessant’anni, arrestati immediatamente dopo l’omicidio di Scopeti“. I 60 nominativi ottenuti furono ulteriormente ridotti a 26 scegliendo soltanto chi aveva potuto disporre della propria libertà almeno nella settimana precedente e in quella successiva a ogni delitto del Mostro. Pacciani era l’unico del primo elenco presente anche nel secondo.


Nella foto sovrastante si vedono due schermate prese dal PC della SAM.
Appare evidente come queste due ricerche risultassero viziate da criteri arbitrari che le rendevano del tutto inefficaci, a meno di non aver fatto prima una grande offerta alla dea Fortuna. Riguardo il primo elenco, chi poteva assicurare che il Mostro fosse tra le migliaia di nominativi entrati nel computer della SAM? Riguardo il secondo, come si poteva esser sicuri che il Mostro fosse un pregiudicato? E poi, per quale motivo i delitti sarebbero dovuti cessare soltanto in seguito a una carcerazione o per paura di un arresto?
Lascia perplessi anche l’intervallo delle età utilizzato nella seconda estrazione: sessant’anni appaiono troppi, sembrando piuttosto un limite appositamente scelto per farvi rientrare Pacciani, e per il rotto della cuffia, visto che l’uomo, il giorno del delitto degli Scopeti, aveva sessant’anni e otto mesi. Ma in verità tutta la questione dello screening appare nient’altro che fumo negli occhi, il cui scopo fu soltanto quello di giustificare a posteriori una scelta avvenuta ben prima e con criteri del tutto differenti, per niente legati a metodologie informatiche. Con inevitabile sorpresa dalla sentenza Micheli si viene a sapere che i dati sui quali aveva lavorato la SAM sono andati persi: “questa Banca Dati non si può più consultare a causa dell’intervenuta formattazione e della conseguente perdita e distruzione di tutta la memoria dell’inchiesta”. Possibile che di dati così importanti non esistessero copie messe al sicuro? Pensando male, si deve per forza sospettare che forse si temeva la scoperta di qualche verità scomoda nascosta tra gli archivi. Come quella, ad esempio, che si deduce da un’intervista a Ruggero Perugini, pubblicata come riassunto su “Il Messaggero” del 17 gennaio 1993 e in forma di domanda e risposta sullo stesso quotidiano il 19 aprile 1994, articoli entrambi riprodotti nel libro di Bevacqua Diario di una difesa:

Arrivò una lettera anonima che accusava Pacciani. Nessuno aveva mai indagato a fondo su di lui, ma il suo nome era inserito nel computer della SAM fra le migliaia di possibili “mostri”. Lessi più attentamente le sue caratteristiche e mi convinsi che il personaggio meritasse più attenzione. Era il 1986. Ho cominciato a dedicarmi a tempo pieno al “Vampa”.

Dunque già tre anni prima del fantomatico screening Perugini indagava a tempo pieno su Pacciani, e l’impressione è che l’iniziativa neppure fosse stata sua ma piuttosto della Procura che gli aveva affidato le indagini, e che già si era preoccupata di esaminare con attenzione i fascicoli dei pregiudicati per reati sessuali. Avrebbe scritto Piero Luigi Vigna molti anni dopo (In difesa della giustizia, 2011):

Chiesi al dipartimento dell’amministrazione penitenziaria di redigere un elenco di tutti i detenuti per reati sessuali che non si trovavano in carcere, vuoi per scadenza della pena, vuoi per permessi, quando erano stati commessi i delitti. In procura arrivarono centinaia di nomi. Di ognuno feci prelevare dalla cancelleria del tribunale il corrispondente fascicolo processuale. Con alcuni colleghi spulciammo migliaia di verbali di casi vecchi di anni. Nelle nostre stanze non c’era più spazio, i faldoni di processi ormai dimenticati venivano appoggiati alle pareti e si alzavano in pile traballanti e minacciose che progressivamente arrivarono a invadere anche i corridoi. […]
In quel caos, però, il destino volle che il fascicolo giusto toccasse proprio a me.
Quando rilessi i verbali ingialliti, sottili, quasi bucati dalle spesse lettere della macchina da scrivere, di un processo del 1952 a carico di un certo Pietro Pacciani provai una scossa lungo tutto il corpo.
Pacciani era stato condannato a tredici anni di carcere perché l’anno prima, accecato dalla gelosia, aveva ucciso con diciannove coltellate Severino Bonini, un rappresentante di commercio da lui sorpreso ad amoreggiare con la sua fidanzata, Miranda Bugli. Non ricordo cosa mi colpì di quella sentenza ma sentii l’impulso di studiare bene il fascicolo.
Mi imbattei nella descrizione del delitto, nella quale si diceva che Pacciani, dopo aver scoperto l’amata con l’amante, rimase nascosto per un po’. Fino a quando vide che la ragazza scostava la camicetta e mostrava il seno sinistro, preso nella mano del rivale.
Quel particolare mi fece sobbalzare: in due delitti del Mostro, oltre al pube, era stato strappato proprio il seno sinistro, e in altri due casi vi aveva infierito col coltello.
Concentrammo tutte le indagini su Pietro Pacciani […]

L’episodio non viene collocato in una data precisa, e fa parte di una ricostruzione piuttosto libera degli eventi, ma in ogni caso sembra non aver nulla a che fare con lo screening, anche perché è ambientato nei locali della Procura e non in quelli della SAM, dislocata in altra zona di Firenze. In più si parla di centinaia di nomi arrivati dall’amministrazione penitenziaria, e non dei 60 forniti alla SAM dal ministero di Grazia e Giustizia. L’impressione è che si svolse ben prima, e non ci sarebbe da stupirsi se avesse addirittura preceduto la lettera anonima, della quale il personaggio Pacciani non aveva certo bisogno per balzare all’attenzione degli inquirenti. Potrebbe quindi assumere un significato inquietante la pervicace ostinazione con la quale il contadino affermò di essere stato perquisito anche il giorno stesso del ritrovamento dei cadaveri dei francesi, il 9 settembre 1985, quindi ben prima dell’arrivo della lettera anonima, circostanza sempre smentita dalle forze dell’ordine. Così ne parlò “Il Corriere della Sera” il 27 marzo 1996:

[…] durante il processo di primo grado, conclusosi con la sua condanna, l'imputato ha dichiarato che le perquisizioni a casa sua erano state due, quella del 19 settembre e una precedente che risaliva al pomeriggio del 9, a poche ore, cioè, dalla scoperta della coppia di francesi trucidati dal mostro. I giudici non gli hanno creduto liquidando quella dichiarazione nella motivazione della sentenza come una delle tante "menzogne diffuse a piene mani per alzare una cortina fumogena intesa a nascondere la realtà". Invece sembra che Pacciani avesse ragione. Dall'interrogatorio dell'appuntato dei carabinieri in pensione Filippo Toscano, anche lui indagato per i delitti del mostro e il presunto omicidio di Renato Malatesta, risulta infatti che il sottufficiale avesse partecipato alle due perquisizioni, pur rimanendo fuori della casa. Le dichiarazioni del Toscano sarebbero state confermate anche da alcuni riscontri.

In ogni modo, tenendo conto dell’ammissione di Perugini di essersi interessato a Pacciani fin dal 1986, anno del suo ingresso alla SAM, è facile dedurre che in quel frangente, assieme al nuovo incarico, avesse anche trovato l’intuizione di Vigna bell’e pronta ad aspettarlo. E la carcerazione dell'individuo un anno dopo per la violenza sulle figlie probabilmente fu la conferma definitiva che la pista era buona, tanto più se di lì in avanti il Mostro avesse continuato a non uccidere. Per muoversi quindi c’era soltanto da lasciar passare ancora qualche estate priva di ulteriori duplici omicidi.
È bene che il lettore a questo punto rifletta in modo approfondito sul madornale errore commesso dagli inquirenti quando misero gli occhi su Pacciani: invece di partire da indizi o prove in grado di indicar loro un possibile colpevole, fecero esattamente il contrario, prima convincendosi che il colpevole era lui, poi andando a cercare le prove. Si tratta di un percorso irto di pericoli, lungo il quale gli effetti distorcenti della presunzione di colpevolezza sono sempre in agguato, con valutazioni parziali, semplici abbagli e ovvie e irresistibili tentazioni di aiutare una sorte ritenuta troppo avara di indizi. Da tutta la storia delle indagini sul contadino mugellano trasuda questa impostazione perversa, la quale purtroppo avrebbe continuato a sortire malevoli suggestioni anche dopo la sua assoluzione in appello, quando nuovi e inaspettati indizi sarebbero stati interpretati comunque in chiave anti-Pacciani, escludendo altre strade che forse avrebbero potuto portare lontano.

Il vero motivo di sospetto. Nel deserto di veri indizi contro un assassino quanto mai sfuggente, su Pacciani era senz’altro doveroso approfondire, poiché elementi che lo rendevano sospetto ce n’erano, ma non parevano oltremodo significativi. Il fatto che non fosse mai stato impossibilitato a uccidere una delle coppie da una permanenza in carcere lo accomunava a centinaia di migliaia di altri individui. Che potesse non aver ucciso nel 1986 per essere stato controllato un anno prima era soltanto una debole possibilità, tenuto conto che sia l’interrogatorio sia la perquisizione erano stati molto blandi. Che abitasse nella zona di San Casciano, ritenuta, dopo l’uccisione dei francesi, la residenza più probabile del Mostro, e per di più fosse nato e avesse vissuto nel Mugello, teatro di due delitti e luogo di spedizione della nota lettera, certamente dava da pensare, ma anche in questo caso gli elementi erano di nessun valore probatorio. Anzi, a badar bene la scelta di recarsi apposta nel Mugello a imbucare la lettera subito dopo gli omicidi, accettando i rischi del viaggio, sarebbe stata assurda per uno che vi era nato e vi aveva vissuto a lungo.
Il vero motivo di sospetto che allertò la Procura andava considerato il precedente del 1951, come si evince dal frammento del libro di Vigna sopra riportato e soprattutto come affermò con chiarezza Ruggero Perugini durante la deposizione del 23 maggio 1994: a sua conoscenza quello di Tassinaia era stato l’unico altro caso di omicidio, a memoria d’uomo, compiuto nella zona nell’ambito di un’aggressione a una coppia intenta ad amoreggiare. D’altra parte quella di mettere gli occhi addosso a soggetti con precedenti specifici era la classica tecnica d’investigazione da sempre adottata in mancanza d’indizi migliori. Piuttosto c’è da chiedersi se davvero l’uccisione di Severino Bonini potesse in qualche modo richiamare i delitti del Mostro. Non sembrerebbe affatto, l’unica tenue somiglianza è l’aggressione a una coppia, ma Pacciani uccise per gelosia – e forse anche per rapina – ma soltanto il rivale, risparmiando la fidanzata, con la quale ebbe un rapporto intimo poco dopo: modalità completamente diverse da quelle riscontrabili nei delitti del Mostro.
Ulteriori affinità elencate da Perugini in dibattimento appaiono poi forzate. Ad esempio, che sia nell’uno che negli altri casi il teatro del misfatto fosse stato la campagna sembra poco significativo: dove altro potrebbero amoreggiare delle coppie fuori casa? Anche il presunto over killing compiuto su Bonini in un evidente residuo furore omicida – già morto, gli sarebbe stato frantumato il cranio, con fuoriuscita di materia cerebrale, forse a calcagnate, forse con un corpo contundente – poco sembra aver a che fare con le fredde coltellate inferte post mortem dal Mostro, il cui unico scopo era quello di accertarsi del decesso dei malcapitati prima delle escissioni. Che dire poi della doppia arma in un caso e nell’altro, pistola e coltello per il Mostro, coltello e forse bastone per Pacciani? Si arriva addirittura all’assurdo di trovare un collegamento significativo nella forma di una ferita da fendente, “lunga e arcuata”, presente sulla tempia sia del cenciaiolo Bonini sia della ragazza nel delitto di Borgo San Lorenzo, entrambe prodottesi durante una sequenza concitata di colpi durante i quali l’assassino certamente non stava cercando di ottenere quel risultato di proposito.
È poi opportuno riflettere su una possibilità non troppo remota: il delitto di Tassinaia potrebbe aver avuto come movente la rapina, ed essere stato frutto di un accordo tra Pacciani e la fidanzata. In effetti la Corte di primo grado fu insospettita dalle molte bugie dette da entrambi, delle quali sono ben spiegabili quelle dell’uomo, alla ricerca di attenuanti, assai meno quelle della ragazza, nel cui racconto fu rilevata ad esempio una sensibile incongruenza di orari. Scrissero i giudici in sentenza:

Appare già evidente da quanto sin ora rilevato come dalle versioni dei prevenuti non possa trarsi una conoscenza sicura della realtà dei fatti, né dei moventi del delitto; anzi su circostanze di indubbio valore sono stati entrambi sorpresi in palese mendacio. Ma quale la ragione di questo contegno processuale? L’uccisione del Bonini fu effettivamente attuazione immediata di una risoluzione criminosa improvvisa, come essi sostengono, e l’alterazione della verità da parte loro è dovuta al tentativo dell’uno di attenuare al massimo la propria responsabilità, alla volontà dell’altra di non risultare complice di quell’efferato delitto? Ovvero costoro – senza aver saputo peraltro adottare o mantenere una identica linea di difesa – cercano di nascondere una realtà ben più grave, qual è sinteticamente riprodotta dalle due aggravanti contestate al dibattimento (l’aver cioè agito con premeditazione ed a scopo di rapina)?

I dubbi furono infine risolti secondo il principio del diritto, che nell’incertezza impone la scelta della pena minore:

Sebbene permangano ragioni per sospettare che l’aggressione contro il Bonini sia stata premeditata dai due fidanzati, avidi di entrare in possesso del denaro che costui aveva seco, non presenta affatto minori probabilità di aderenza al vero l’ipotesi che il Pacciani ed il Bonini si siano trovati contemporaneamente presso la Fossetta di Tassinaia per un mero caso, per una tragica fatalità, e che nell’animo del primo il proposito criminoso sia sorto d’improvviso – rafforzato poi dal comportamento della ragazza – alla vista di quest’ultima in compagnia dello straccivendolo. Onde, nel dubbio, è questa seconda ipotesi, come più favorevole agli imputati, che la Corte deve accogliere.

Quindi non è impossibile che il delitto compiuto da Pacciani nel 1951 potesse non aver avuto un movente sessuale ma di rapina, e in questo caso verrebbe meno ogni analogia, già tenuissima, con i delitti del Mostro. C’è purtroppo da domandarsi se davvero la documentazione di quel lontano episodio avesse fatto sorgere dei sospetti sull’uomo, oppure avesse contribuito a individuare il soggetto più idoneo alla costruzione di un colpevole a ogni costo. Il dubbio è difficile da sciogliere, forse la verità sta in mezzo, e tra gli inquirenti ci fu chi sempre ritenne Pacciani un personaggio sul quale si doveva indagare a fondo, chi non lo credette mai, chi partì credendoci e poi non ci credette più ma andò avanti lo stesso.

Il profilo FBI. Due estati con Pacciani in carcere (1987 e 1988) e nessun nuovo duplice omicidio dovettero convincere la Procura che la nuova pista poteva essere quella giusta, e che quindi fosse arrivato il momento di muoversi. Considerata l’assoluta mancanza di qualsiasi indizio che legasse il contadino ai delitti del Mostro, ci si preoccupò di lavorare innanzitutto sulla compatibilità. L’iniziativa dello screening servì proprio a quello, a dimostrare a sé stessi, e a futuri interlocutori, che tra le migliaia di persone sulle quali era stato posato lo sguardo, di possibili Mostri c’era soltanto lui.
Ma si tentò di spingersi ancora più avanti. Durante la seconda metà degli anni ’80, negli Stati Uniti si era diffusa la tecnica del profiling, mediante la quale si cercava di ottenere il ritratto di un assassino sconosciuto attraverso lo studio della scena del crimine e di quant’altro poteva essere noto o dedotto su di lui. La Procura di Firenze, commissionando già nel 1984 agli esperti di Modena la nota perizia, aveva quasi anticipato gli americani. Ma quel lavoro era servito a poco, e di fronte alla successiva scelta di concentrare tutte le indagini su Pietro Pacciani, risultava persino imbarazzante. Pur caratterizzata da ampi margini di possibilismo, la perizia infatti aveva disegnato un ritratto di assassino che in molti punti poco si attagliava alla figura del contadino mugellano. Da una parte c’era un soggetto freddo e calcolatore, con probabili problemi d’impotenza, dall’altra una specie di bestia ferina pronta a esplodere per un nonnulla e dotata di una sessualità primordiale. Gli esperti di Modena propendevano per uno scapolo che a Borgo San Lorenzo, davanti al corpo nudo della ragazza, aveva dato l’impressione di un adolescente alle prime armi. Pacciani si era sposato nel 1965, e anche prima di finire in carcere aveva già sperimentato il sesso, almeno con l’antica fidanzata. C’era poi l’altezza dell’aggressore di Giogoli e Vicchio, dai periti calcolata in uno e ottanta, una quindicina di centimetri in più di Pacciani.
Evidentemente insoddisfatta del lavoro nostrano, all’inizio del 1989 la Procura commissionò la redazione di un nuovo profilo agli esperti americani dell’FBI, inviando loro la necessaria documentazione. Probabilmente la segreta speranza era quella di ottenere un “tipo d’autore” un po’ più aderente alle caratteristiche del sospettato, non si spiegherebbe altrimenti l’iniziativa, oramai fuori tempo massimo e tutto sommato inutile, di facciata. E in effetti le ricadute sul fronte delle indagini furono nulle: da molto tempo si era puntato su Pacciani, e su Pacciani si rimase.
Eppure lo smilzo documento, datato 30 giugno 1989, pur nella sua inevitabile genericità, conteneva numerose considerazioni di buon senso. Va premesso che gli estensori non furono messi nelle condizioni di poter interpretare correttamente il delitto del 1968, da loro considerato senza alcuna incertezza il primo del Mostro. In effetti tra le righe del profilo la pista sarda non appare, e l’unica spiegazione per tale significativa trascuratezza non può che essere l’omissione dei relativi dati tra quelli forniti dalla Procura, per la quale anche il delitto del 1968 era da imputarsi a Pacciani, lo vedremo, ipotesi mediante la quale si eliminava ogni mistero su come la pistola avrebbe potuto giungere a lui dagli assassini di Signa.
In ogni caso la figura individuata dagli specialisti FBI risultava molto difforme da quella di Pacciani, in modo ancor più marcato rispetto alla perizia De Fazio, sicuramente più elastica. Le caratteristiche di sesso, razza e territorialità coincidevano (maschio bianco, profondo conoscitore delle zone attorno a Firenze, delle quali doveva essere nativo), ma erano anche ovvie. Con il grado d’istruzione e il tipo di lavoro c’era qualche differenza, ma non grave. Dove le due figure apparivano incompatibili era nel rapporto con il genere umano, in particolare di sesso femminile, come del resto già risultava dalla perizia De Fazio:

L’aggressore deve aver vissuto solo durante gli anni in cui sono avvenuti questi assalti in un quartiere di bassa borghesia. Se non visse da solo avrà risieduto con qualche membro della sua famiglia dal quale egli è, in parte almeno, dipendente finanziariamente, come per esempio sua madre, una zia, una nonna o una sorella più grande. Non dovrebbe essere sposato poiché non è in grado di sostenere relazioni di successo con donne della stessa età.
L'aggressore è una persona inadeguata ed immatura sessualmente, che ha avuto pochi contatti sessuali con donne della stessa età. Potrebbe soffrire di una disfunzione sessuale.

Riguardo le due lunghe pause di sei e sette anni, gli esperti FBI così le spiegavano:

Gli aggressori di questo tipo difficilmente restano inattivi per lunghi periodi di tempo senza una ragione specifica. È noto che questo aggressore non fu attivo nell’area fiorentina tra il 1968-1974 e il 1974-1981. È molto probabile che non vivesse nell’area fiorentina in questo periodo oppure non fosse in grado di agire. Se avesse risieduto in altri luoghi durante questi periodi, è molto probabile che simili aggressioni sarebbero accadute in quelle aree. Le legittime assenze dell'aggressore da Firenze avrebbero potuto dipendere da un cambiamento di lavoro, frequenze di scuole, viaggi di lavoro all'estero, o servizio militare. È anche possibile che l'aggressore fosse stato in carcere per tutt'altri motivi durante questo periodo, o che sia stato ricoverato in qualche clinica per malattie mentali.

Niente a che vedere dunque con Pacciani, che era sempre rimasto nella zona. Infine vale la pena segnalare la totale difformità dei pareri rispetto ai precedenti penali, proprio quelli che avevano convinto i magistrati fiorentini. Per gli esperti dell’FBI “Se l’aggressore è stato arrestato in passato, è il risultato di piccole violazioni, come voyeurismo, contravvenzioni, vandalismo, incendio e furto. Non dovrebbe aver commesso reati come aggressioni o reati contro la persona”.
La delusione per i nostri magistrati e investigatori dovette essere grande, ma lungi dal rivedere le proprie convinzioni, semplicemente ignorarono il documento, evitando sia di diffonderlo, sia di utilizzarlo nel futuro processo. Si trattava del mostro di Firenze, mica di quello dell’Illinois”, sostenne poi Ruggero Perugini, con disarmante candore e faccia tosta, accennandovi nel suo libro, mentre anni dopo Vigna avrebbe scritto che “quel tentativo si rivelò inutile, perché il contesto ambientale e sociale nel quale si verificano i delitti negli Stati Uniti è completamente diverso da quello italiano”. Se oggi il documento è pubblico si deve a Mario Spezi, che ne ottenne una copia da un amico della Questura e ne pubblicò un sunto sul quotidiano “La Nazione” del 27 gennaio 1996.

17 commenti:

  1. buongiorno, complimenti per il suo blog. Molto significativi i dubbi dei giudici relativamente al movente dell'(unico) omicidio commesso dal Pacciani. Anzi, data l'indole molto grezza e "pratica" dell'imputato, che sembra incapace di trasporti romantici che lo inducano ad uccidere, sia pure d'impeto, per gelosia, nonché considerando la sua notoria avidità per il vil denaro, mi pare che il movente più probabile dell'omicidio (premeditato, a questo punto) sia la rapina... un altro mondo rispetto al mostro di firenze

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    1. mah, non mi pare proprio ci sia alcun valido indizio che indichi un omicidio per rapina. peraltro, un delitto commesso per passione/gelosia/onore è comunque del tutto diverso da quelli seriali, con possibile eccezione di Signa.

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    2. Si deve comunque prendere atto dei sospetti dei giudici di allora, ben espressi nella loro sentenza. In più va tenuto presente l'atteggiamento di Pacciani davanti ai tradimenti di Angiolina, che sappiamo essere stati vari e almeno con due uomini differenti, Gino Bruni e Nello Petroni. Il primo Pacciani lo picchiò, al secondo propose come risarcimento di cedergli la moglie. Nessuna tragedia, quindi, nessun onore.
      La mia impressione è che Pacciani fosse essenzialmente un uomo pratico, e non mi stupirebbe affatto se davvero nel 1951 avesse ucciso per intascare i soldi del cenciaiolo.

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  2. Anche a Scopeti i periti hanno stabilito che l'altezza del mostro era di almeno 1.80 o ti sei confuso con Giogoli ? 2 cose mi hanno colpito di Pacciani , il ritrovamento dell'articolo nell'agosto 68 ( prima dell'omicidio di Signa) " le inquietudini dei fidanzati " o qualcosa del genere e delle immagini di nudo femminile con il pube e il seno sinistro cerchiato oltre agli articoli di Serial Killer se non sbaglio David Berkgowitz e Jeffrey Dahmer... secondo me il mostro era un ibrido tra Lotti e Pacciani ...profilo psicologico , statura del Lotti , manualità e conoscenza del territorio a 360 gradi del Vampa ... siccome a Scopeti ci sono testimonianze che vedono i 2 gironzolare intorno alla piazzola anche se separatamente ( sempre se erano loro ) a Giogoli la macchina rossa e il motorino , a Vicchio videro ( anche se in modo confuso ) 2 macchine sospette con a bordo 2 uomini vicino al luogo del delitto ( anche se non in orario logico )... Non è che i 2 erano i mostri e il Lotti quando si è visto alle strette ha messo il Vanni al suo posto e lui si è profilato un ruolo secondario ? X l'amor di Dio è solo una mia suggestione tra le tante

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    1. Hai ragione, ho scritto Scopeti intendendo Giogoli, speriamo non sia un segno dell'età che avanza di gran carriera.
      Riguardo l'accoppiata Lotti-Pacciani, la ritengo davvero poco credibile. Fosse chi fosse, il Mostro era comunque uno, tutte le scene del crimine e le conseguenti dinamiche ricostruibili portano a questa conclusione.

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  3. In effetti le immagini di nudo femminile con il pube e il seno sinistro evidenziati sono un fatto inquietante, come anche il triangolo tracciato sul pube di un soggetto femminile nudo nel servizio fotografico intitolato "L'eros catastrofico" (la rivista era del 1978). Che Pacciani in una specie di delirio onirico o psico-sessuale si immedesimasse nel mostro? Tutto è possibile, ma sembra difficile crederlo. Lasciando perdere queste suggestioni, è bene ricordare che non è sufficiente la convinzione di uno o più investigatori per portare un indagato fino al processo: in questa vicenda fu notificato un avviso di garanzia, autorizzate perquisizioni, disposto un rinvio a giudizio, ribadito il provvedimento cautelare dal Tribunale della Libertà, la cui motivazione fu confermata dalla Corte di Cassazione presso la quale la decisione era stata impugnata dai difensori di Pacciani. Per arrivare ad un processo l'iter è già piuttosto complesso. In qualunque modo Vigna e Perugini siano arrivati a Pacciani, resta il fatto che giudici diversi hanno confermato l'attendibilità dell'indagine. Sulla storia dei tradimenti di Angiolina, che poco ci interessa, io ho molti dubbi: il Bruni in tribunale disse di non averla mai neppure incontrata, e all'epoca dei fatti (fine anni Sessanta) era già in età avanzata. Che Pacciani abbia detto la verità o inventato tutto per screditare un teste, non possiamo saperlo

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    1. Il Corriere della Sera del 2 giugno 1994 riporta parte di un verbale di dichirazioni di Angiolina di fronte ai carabinieri, dove si legge: "Più volte tentata, ho avuto rapporti intimi con un certo Bruni di Dicomano, per varie volte nella capanna delle bestie. A mio marito dopo confessai di essere stata posseduta anche da...".
      A quanto mi risulta, i difensori di Pacciani produssero lo stesso verbale in dibattimento, da cui si seppe il nome del secondo amante, appunto Nello Petroni.
      Riguardo l'indagine, converrà con me che la strada della scelta preventiva di un colpevole sulla sola base di un'intuizione è molto pericolosa. Lasciando perdere lo screaning, da considerarsi alla stessa stregua delle telefonate a Dora su Narducci, cioè un puro espediente, è assai credibile che tutti i sospetti su Pacciani fossero nati proprio dal suo antico omicidio. A me pare una partenza debolissima, che si portava dietro il pericolo di interpretare in modo partigiano elementi che potevano avere tutt'altro significato.
      Faccio un solo esempio, sul quale ho già scritto l'articolo "Pacciani era un guardone?". Un numero di targa di un'auto che abitualmente sostava sotto casa sua come si può pensare che fosse stato preso durante una perlustrazione per boschi? E a che cosa sarebbe servito prenderlo, a mirare meglio con la pistola?

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    2. Angiolina però in tribunale negò di aver avuto rapporti col Bruni. Ad ogni modo, le sue dichiarazioni erano poco attendibili, perché poteva temere le reazioni del marito: pare anzi che in una circostanza Pacciani l'avesse picchiata in presenza del Bruni e che la donna avesse ammesso il tradimento solo per far terminare le percosse. La partenza dell'inchiesta su Pacciani potrebbe essere stata debole, ma Perugini in una delle deposizioni al processo disse di aver considerato degli elementi, nella fase iniziale delle indagini, che potevano escludere Pacciani dalla rosa degli indiziati: il fatto che fosse sposato, l'infarto ecc. Un approfondimento della personalità dell'indagato e soprattutto le testimonianze di persone che lo conoscevano e riferirono della sua particolare forza fisica, spinsero invece gli investigatori ad approfondire l'indagine. Sul numero di targa, ha ragione lei: anche per me non significa nulla. Ma che Pacciani fosse un guardone, era una voce di paese abbastanza diffusa e anche Ferri lo riteneva probabile.

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    3. Ferri lo ritenne probabile per il biglietto, con la scritta "coppia", e su cui era appuntata la targa. Non certo per le testimonianze. Alcune incredibili, come quella di "pico della mirandola", altre palesemente false, come quella che vorrebbe pacciani in macchina con una seconda persona proprio la domenica sera vicino agli scopeti, o quella del custode americano che disse di aver visto pacciani la domenica mattina agli scopeti "con una divisa simile a quella dell'anas".

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  4. Di testimonianze ce ne furono diverse però: per esempio quella di Romano Pierini, che depose nell'udienza del 25 maggio 1994, e disse di aver riconosciuto Pacciani con una pila (o un oggetto che emanava una forte luce) in mano a una distanza di pochi metri, mentre era in auto con la sua fidanzata, nella piazzola degli Scopeti

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    1. su pierini ancora oggi mi chiedo come sia possibile riconoscere al 100% qualcuno che ti acceca con un fascio di luce nel buio totale.

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    2. Una volta che Pacciani fu messo all'attenzione di tutti, i soliti boccaloni (dei quali è pieno il mondo) fecero a gara a dimostrare di saperla lunga, alcuni andando dalle forze dell'ordine, la maggior parte raccontando storie agli amici. Pierini fu uno di questi ultimi, ingigantendo un episodio effettivamente accaduto. Le sue chiacchiere furono poi riportate alle forze dell'ordine, e quindi, suo malgrado, fu costretto a testimoniare. Ne parlerò più avanti.

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  5. Antonio, complimenti, con questa serie di articoli stai praticamente scrivendo un nuovo libro.
    Sull'argomento specifico, non concordo nel ritenere probante l'affermazione di Perugini nell'intervista al Messaggero. Ritengo probabile che Pacciani entrasse effettivamente nell'orbita delle indagini nel 1989, anche sul fresco ricordo del processo che aveva appena subito, con sentenza in primo grado del febbraio 1988, per le violenze alle figlie (purtroppo non conosco i nominativi del G.I e del P.M.) Poi, trovandosi il nome nei due screening (e in quello del 1987 sui soggetti segnalati anonimamente)e con due precedenti alla lontana, il resto viene da sé. Dico questo perché la prima notizia che ho di atti di indagine formale nei suoi confronti risale al maggio '90 (non ho i verbali, ma so che ci furono), il che si accorda bene con un "puntamento" del soggetto a fine 1989. Naturalmente non posso escludere che ci siano state iniziative investigative precedenti non formalizzate. Tra l'altro la recente visione della puntata di telefono Giallo del 1987 ci fa capire che Vigna dà ancora importanza al dato dell'altezza dello sparatore a Giogoli, sul quale poi De Fazio a processo farà (penosamente, come su altre cose) marcia indietro.

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    1. Può darsi. Però l'intervista di Perugini, pubblicata due volte, non mi pare che ricevette una smentita, e anche il racconto di Vigna su come individuò Pacciani non mi pare si accordi con le notizie dello screening. Che tra l'altro è una bufala, fatto per giustificara a posteriori una scelta già fatta, recente o lontana che fosse stata.

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  6. Tra l'altro, rivedendo del tutto casualmente vecchi giornali mi sono accorto che in un articolo sul Corriere del 12 novembre 1991 si parla di una seconda lettera anonima contro Pacciani in data indeterminata; è un particolare che avevo rimosso e non mi sembra che nei processi se ne sia mai parlato.

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  7. Pacciani non aveva niente a che vedere col profilo dell'FBI, ma anche Lotti non combaciava affatto: era sempre vissuto nei dintorni di Firenze (che io sappia) e non era né in galera né in manicomio e quindi tranquillamente libero di agire nei lunghi anni di intervallo tra i primi delitti del mostro. E siamo in molti a ritenere il mostro estraneo al delitto del 68 (ma non gli esperti dell'FBI evidentemente). In questa vicenda dovremmo attenerci solo ai dati di fatto e alle valutazioni pratiche: lei lo ha correttamente dimostrato a proposito delle farneticazioni di Bruno. Le valutazioni di criminologi statunitensi, che si basavano sulle statistiche, i precedenti e i serial killer prevalentemente di matrice americana non sono anch'esse considerazioni fredde, fatte a tavolino e perciò di scarso valore? Concordo sul suo giudizio sulle considerazioni di Perugini, che in effetti teneva molto alla sua formazione negli Stati Uniti...

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    1. Sul profilo FBI la pensiamo più o meno allo stesso modo. Si tratta di un profilo sintetico di poco ausilio. Francamente credo però che la mancata diversificazione del delitto di Signa fosse dovuta agli elementi che furono forniti agli americani. Come ben lei sa, in quel momento la Procura vedeva la pista sarda come fumo negli occhi, quindi credo proprio che non fece nulla per indurre gli esperti FBI a ragionare sul tema.
      Di tutt'altro valore la perizia De Fazio, dove si tocca quello che, secondo me ma con tante prove logiche che mi confortano, costituisce l'origine dell'eccezionalità di tutta la vicenda: un delitto comune che costituì, attraverso il possesso della pistola, lo stimolo a uccidere per un individuo che, senza quello, probabilmente non avrebbe mai ucciso.

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