domenica 18 febbraio 2018

La cartuccia nell'orto (2)

Segue dalla prima parte

Proseguiamo con la valutazione della prova regina contro Pacciani prima dell’avvento del presunto pentito Lotti. In questa seconda parte verranno affrontate alcune questioni tecniche. Del tutto a digiuno della materia, ho cercato per quanto possibile di capirne prima qualcosa, ma sono consapevole della possibilità di aver commesso degli errori, della cui segnalazione sarei ben lieto.

Il periodo di interramento. Nelle settimane e nei mesi successivi sulla cartuccia furono effettuati vari esami. Ai fini della valutazione della genuinità della prova il più importante fu senza dubbio quello che cercò di stabilire per quanto tempo essa fosse rimasta imbozzolata nel terriccio, e quindi valutare il momento nel quale poteva essere caduta nel foro oppure esservi stata inserita. A questo scopo fu misurato il livello di corrosione della superficie del bossolo, il cui materiale, l’ottone, si prestava molto meglio a tale esame rispetto al piombo del proiettile. L’ottone è una lega di rame e zinco, nella quale il fenomeno di degrado della superficie, chiamato “dezincificazione”, consiste nella perdita dello zinco e nel successivo rideposito del solo rame in forma spugnosa, processo più o meno rapido in dipendenza dell’aggressività dell’ambiente esterno, determinata più che altro dalla sua acidità. Valutata quest’ultima, lo spessore dello strato di rame spugnoso dà un’indicazione del momento in cui il fenomeno è iniziato. Purtroppo, per misurare quello della cartuccia Pacciani, fu necessario sezionarne il bossolo – ma non fu chiesto il permesso al GIP, come sarebbe stato opportuno – con la sua inevitabile compromissione, e se è vero che gli esami balistici erano già stati effettuati, è altrettanto vero che essi non si sarebbero potuti più ripetere, almeno non con analoghe modalità.
Il perito incaricato dell’esame, Giancarlo Mei (vedi), lamentò la mancanza di salvaguardia del grumo di terra contenente la cartuccia, del quale avrebbe voluto studiare le caratteristiche elettrochimiche per valutarne il livello di aggressività. Il che rafforza le perplessità già espresse sulla troppa fretta con la quale Perugini aveva estratto la cartuccia seduta stante. In ogni caso bisogna dire che anche con il grumo di terra salvaguardato Mei avrebbe potuto concludere ben poco, almeno a sentire lui, poiché l’unico termine di confronto che era riuscito a reperire in letteratura risultava molto grossolano, senza distinzione del tipo di terreno e per di più limitato al solo intervallo temporale di cinque anni, per il quale veniva indicata una misura minima dello strato dezincificato di 20-25 micron (millesimi di millimetro). La misura per la cartuccia Pacciani risultò andare da un minimo di 0,2 micron a un massimo di 5, dalla quale, secondo Mei, si poteva trarre l’ovvia deduzione che il bossolo era stato interrato da meno di cinque anni. Ma su quanto potesse valere quel “meno” il perito non volle sbilanciarsi, invocando la mancanza di linearità della funzione di correlazione tra tempo e profondità dello strato, la cui velocità di accrescimento non è dunque costante. In realtà Mei non voleva scontentare il suo committente in ultima analisi il PM come purtroppo spesso succede. Avrebbe infatti osservato il giudice di secondo grado:

Si può convenire con il perito che la rimarcata variabilità dei fenomeni corrosivi non permetta una precisa determinazione temporale dell'inizio del periodo d'interramento, ma non si può convenire anche sul rifiuto di concludere per un tempo d'interramento ben inferiore ai cinque anni, quantomeno sotto un profilo di elevata probabilità.
Appare, in effetti ragionevole concludere, in presenza di un grande divario tra i valori dì dezincificazione rilevati sulla cartuccia repertata ed i valori di dezincificazione corrispondenti ad un periodo d'interramento di cinque anni, per un tempo d'interramento della cartuccia stessa nettamente inferiore ai cinque anni.

Non si può che essere d’accordo con Ferri, poiché anche un profano non può ignorare come la misura trovata da Mei, lontanissima da quella limite dei cinque anni, non possa che indicare un periodo d’interramento molto, molto più breve. Anche considerando il valore più basso dello strato di rame spugnoso dopo cinque anni, 20 micron, gli 0,2 minimi della cartuccia Pacciani sono 100 volte inferiori, i 5 massimi 4 volte. Se quindi si volesse dare per buono – e vedremo subito quanto bisogno ne aveva l’accusa – immaginare un periodo d’interramento prossimo ai cinque anni, dovremmo anche accettare una repentina impennata della velocità di dezincificazione nell’ultimo periodo, fino a portarsi ai valori noti; il che suona, più che improbabile, decisamente impossibile. In realtà tutto doveva far ritenere che la cartuccia Pacciani fosse rimasta interrata soltanto per qualche mese, ma, a dire il vero, era persino lecito pensare che non lo fosse mai stata, poiché l’ottone si ossida un po’ anche al semplice contatto dell’aria, soprattutto se umida, e quella cartuccia era stata prodotta non meno di dieci anni prima. Del resto le foto pubblicate mostrano una superficie del bossolo lucente, con ben evidenti tutte le ammaccature che furono oggetto di studio, e anche la posizione superficiale della cartuccia nel grumo di terra non faceva certo pensare ad anni trascorsi in fondo a un buco riempito pian piano dai detriti portati dal vento e cementati dall’umidità.
A questo punto è necessario riflettere sul fatto che Pacciani era entrato in carcere il 30 maggio 1987, 4 anni e 11 mesi prima del ritrovamento della cartuccia, e ne era uscito il 6 dicembre 1991, da meno di 5 mesi. Quindi, in base ai risultati dell’esame della dezincificazione del bossolo, soltanto in quest’ultimo periodo avrebbe potuto perdere la cartuccia. Ma non è pensabile che in un momento nel quale aveva l’intera SAM a fiatargli sul collo – e lui ben lo sapeva, visto che aveva anche trovato una microspia – si sarebbe messo a giocherellare nell’orto con la famigerata pistola fino a farla inceppare. Perché lo avrebbe fatto, e dove teneva nascosta quella fantomatica arma che le tre perquisizioni domiciliari subite mentre si trovava in carcere non erano riuscite a trovare?
L’iper colpevolista giudice di primo grado cercò di abbozzare qualche pallida ipotesi in grado di superare almeno in parte l’antipatica difficoltà.

È possibile, anzi possibilissimo, che invece la cartuccia sia caduta dalla tasca di un qualche indumento ove il prevenuto poteva averla riposta dopo che l'arma destinata ad accoglierla in canna si era inceppata; come pure è possibile che essa sia caduta da un indumento del Pacciani, che la Manni Angiolina poteva avere scosso o spazzolato fuori di casa durante l'ultima detenzione dei marito, ovvero anche, ipotesi non del tutto remota, la cartuccia poteva esse stata perduta da un complice dell'imputato che faceva capo alla casa di via Sonnino.

Ipotesi poco convincenti, e non certo possibilissime, in seguito sarcasticamente respinte dal secondo giudice. Del resto in fondo in fondo ne era consapevole lo stesso Ognibene, che infatti proseguiva così:

Come si vede è tutta una serie di ipotesi che si possono avanzare e che hanno, ciascuna, un proprio ambito di ragionevolezza ma che, proprio per questo, mostrano la loro globale insufficienza non essendo ancorate a dati rigorosamente obbiettivi. Ed allora la Corte non può che ancorarsi all'unico dato obbiettivo che la paziente analisi dei dati processuali consente dì considerare acquisito con tranquillante sicurezza: il dato rappresentato dal fatto che la cartuccia cal. 22 L.R. trovata il 29 aprile 1992 nell'orto dei Pacciani era stata inserita in epoca non nota nella pistola Beretta serie 70 usata per commettere la serie di duplica omicidi e, successivamente, in data anch'essa non nota ma collocabile tra l'aprile 1987 e l'aprile 1992, era finita interrata dentro il foro dei paletto di cemento dove poi è stata rinvenuta.

In sostanza, appellandosi a presunte certezze sull’incameramento della cartuccia nella pistola del Mostro, certezze come vedremo tutt’altro che giustificate, il giudice di primo grado ignorò il problema del troppo breve periodo d’interramento. Che invece esiste, è gigantesco e incrementa a dismisura i sospetti sulla mancanza di genuinità della prova. Si tratta in sostanza della classica situazione cui ben si applica il detto: “il diavolo fa le pentole ma non i coperchi”…
Possiamo infine osservare che il grumo di terra rappresa che fu trovato attorno a una cartuccia rimasta sepolta da troppo poco tempo per darne giustificazione dà un valore aggiunto ai sospetti di Pacciani sull’uso dell’acido muriatico o comunque di una sostanza similare per provocarne un artificioso invecchiamento.

Lo studio della lettera “H”. Prima della distruzione del bossolo causa gli esami della perizia Mei, la cartuccia Pacciani era stata affidata nelle mani di due esperti balistici di grande prestigio: Ignazio Spampinato, generale dell’esercito, e Pietro Benedetti, tecnico del BNP, Banco Nazionale di Prova delle armi da fuoco di Gardone Val Trompia. Oltre al ben più importante studio sulle “microstrie”, del quale tratteremo più avanti, ai due periti fu richiesto un giudizio sul confronto delle punzonature a forma di “H” presenti sul bossolo della cartuccia Pacciani e sui bossoli del Mostro, approfondendo il sibillino giudizio di “compatibilità” ma “non esatta corrispondenza” formulato a caldo dalla Polizia Scientifica. Lo scopo ultimo era quello di verificarne l’eventuale appartenenza al medesimo lotto di produzione, e quindi la probabilità di aver fatto parte della medesima scatola.
Vale la pena ricordare che in base al parere fornito nel 1984 dalla casa costruttrice, le cartucce usate negli otto duplici omicidi del Mostro erano tutte di produzione anteriore al 1968 e corrispondenti a tre diversi lotti. Si è poi qui supposto che probabilmente a quei tre lotti corrispondevano tre diverse scatole, una per Signa, una per Borgo, e una per i delitti degli anni ’80. Le cartucce di quest’ultima erano le uniche in piombo nudo, per cui il termine di confronto con quella Pacciani, anch’essa in piombo nudo, avrebbe potuto limitarsi ai relativi bossoli. Ma la perizia mise dentro tutto, addirittura anche la cartuccia raccolta nell’ospedale di Ponte a Niccheri dopo Scopeti, e giunse a conclusioni molto confuse (una disamina dell’argomento, da parte di un esperto della materia, si può leggere qui).
Furono trovate alcune coincidenze, come la gambetta orizzontale superiore destra di larghezza minore delle altre, una minima inclinazione della barra centrale, più una terza poco comprensibile, e questo fece supporre che la matrice dalla quale erano derivati tutti i punzoni potesse anche essere la medesima. Furono altresì evidenziate alcune difformità, in modo però poco chiaro: la presenza nella cartuccia Pacciani di striature all’interno della lettera “H” assenti in alcuni bossoli del Mostro e presenti in altri, ma in numero decisamente inferiore; la larghezza delle gambe verticali assai maggiore nella cartuccia Pacciani rispetto a quella di alcuni dei bossoli del Mostro, ma non venne specificato se ve n’erano altri nei quali la differenza non sussisteva; la profondità e definizione dei lati della lettera “H” minore nella cartuccia Pacciani, anche in questo caso però rispetto ad alcuni dei bossoli del Mostro, senza specificare se per altri non era così. Nessuna di queste differenze e somiglianze venne associata a bossoli specifici, e inevitabilmente questo autorizza a ritenere che neppure uno aveva la lettera “H” del tutto identica a quella della cartuccia Pacciani, altrimenti i periti lo avrebbero ben riportato.
Sulla base della perizia il giudice di primo grado si ritenne convinto del fatto che su tutti i bossoli erano stati impiegati punzoni provenienti da una medesima matrice, e anche se questo non lo autorizzava “a sostenere con assoluta certezza che il reperto Pacciani appartenesse ad uno dei lotti di cui facevano parte le munizioni impiegate nei duplici omicidi”, così concluse:

Osserva la Corte come, fermo restando il valore relativamente identificativo, per le ragioni e nei limiti già visti, della lettera H impressa sul fondello dei bossoli, sta di fatto che non solo non esistono incompatibilità tra il reperto Pacciani e quelli degli omicidi ma, al contrario, esso si pone con gli stessi in un rapporto di compatibilità e di probabile connessione sia temporale che di fabbricazione.

Non si comprende dove stesse la connessione indicata dal giudice, poiché l’unica possibile sarebbe stata la dimostrata provenienza da una medesima scatola. Ma anche ammesso e non concesso che davvero la matrice d’origine fosse stata una sola per tutti i bossoli, da essa ne erano derivati milioni, e soltanto una perfetta coincidenza di ogni particolare della lettera “H” avrebbe potuto autorizzare il sospetto di provenienza da un’unica scatola (mai comunque la certezza). Ma non fu trovata nessuna coincidenza perfetta.
Per di più non vi furono certezze neppure riguardo la matrice, e sull’argomento l’attento e inflessibile giudice di secondo grado non mancò di censurare le conclusioni sia dei periti sia del giudice di primo grado:

V'è in primo luogo da rilevare che i periti Benedetti e Spampinato, evidenziate in tre punti le caratteristiche morfologiche generali coincidenti, ed in tre punti le differenze, hanno immotivatamente valorizzato soltanto le prime, ed ignorato le seconde, così giungendo a stabilire che si tratta di lettere "H" marcate con punzoni ottenuti dalla medesima matrice; ugualmente ha fatto il primo giudice.
Eppure, già il Gabinetto di Polizia Scientifica in sede di primo esame aveva rimarcato che la lettera stampigliata sul fondello della cartuccia sequestrata, presentava alla base interna dell'asse sinistro una piccola amputazione, causata molto verosimilmente dall'usura dello stampo, e che tale particolarità non trovava esatta corrispondenza nell'analoga anomalia presente nella stessa sede del fondello dei bossoli esaminati nella perizia Iadevito: tant'è che ipotizzava uno stato d'usura del punzone, progredito dallo stampo della prima "H" allo stampo delle seconde "H". I periti sono parsi ignorare tale rilievo, e nel contempo non hanno tratto alcuna conseguenza dalle differenze che essi stessi avevano rilevato: la prima delle quali veniva così descritta "all'interno della lettera H della cartuccia sequestrata al Pacciani si notano numerose microstrie, fenomeno rilevato soltanto su alcuni dei bossoli repertati, sui quali però le stesse sono presenti in quantità inferiore", e quindi sembrava essere comune a tutti i bossoli repertati. Così come hanno ignorato il possibile significato differenziante della depressione circolare concentrica rispetto alla circonferenza del bossolo, presente sul fondello della cartuccia (pag. 14 della perizia, lett. a), pur avendo rilevato l'impronta, e pur avendo ipotizzato che essa stesse ad indicare una peculiarità di fabbricazione della cartuccia.

Come si vede Ferri elencò un buon numero di differenze riscontrabili nelle perizie e del tutto ignorate sia dai periti in dibattimento sia e soprattutto dal giudice in sentenza.
Si può infine rilevare come nessuna indagine fu disposta né tantomeno eseguita sulla composizione chimica della polvere da sparo presente nel bossolo e nell’innesco, non sempre costante nel tempo per ogni modello di cartuccia. Un confronto con i valori reperibili presso la casa madre avrebbe forse potuto fornire una data di fabbricazione più o meno precisa.

Le microstrie. Ogni arma da fuoco che spara cartucce a proiettile unico lascia su di esse due firme univoche: l’impronta di percussione sul fondo del bossolo e le impronte di rigatura sulla superficie laterale del proiettile. La prima si presenta come un avvallamento dovuto al forte urto del percussore al momento dello sparo, le seconde hanno forma di solchi elicoidali incisi dalle rigature interne della canna, a rilievo e anch’esse elicoidali, necessarie per imprimere al proiettile un moto rotatorio attorno al proprio asse che lo mantenga, in virtù del conseguente effetto giroscopico, con la punta (ogiva) in avanti. Oltre a manifestare caratteristiche ben precise a seconda del modello dell’arma, in entrambi i casi le impronte vengono personalizzate dalle inevitabili imperfezioni e gradi di consumo dei rispettivi elementi incidenti – nel caso del proiettile anche da quelli delle superfici tra una rigatura e l’altra – rilevabili da un esame al microscopio e in grado di consentire l’associazione di bossolo e proiettile al particolare esemplare che li ha sparati, se non con certezza assoluta almeno con un elevatissimo grado di probabilità.


Con armi automatiche e semiautomatiche, ad aiutare il perito balistico concorrono altri due elementi identificativi: l’impronta di estrazione e l’impronta di espulsione, riguardanti entrambe il bossolo, e prodotte da componenti del carrello otturatore (o semplicemente otturatore), mentre questo si muove sotto l'effetto dei gas di sparo. La prima è dovuta a un piccolo dente, l’estrattore, che aggancia e tira il bossolo esploso liberando la camera di sparo, e ha la forma di una piccola incisione sul corpo cilindrico a poca distanza dal fondo. La seconda è dovuta all’espulsore, un congegno che spinge fuori dall’arma il bossolo vuoto, e si presenta anch’essa come una piccola incisione ma sul fondo (fondello).


La parte in alto della figura precedente, tratta dall’ottimo articolo consultabile qui, mostra il dente dell’estrattore che aggancia il collarino del bossolo e tira, e la punta dell’espulsore che successivamente spinge lo stesso bossolo inclinandolo e facendogli imboccare l’apposita fessura di uscita dall’arma. Viene anche indicato il percussore, in questo caso centrale, nel caso della Beretta del Mostro invece periferico, trattandosi di una cartuccia a percussione anulare. Il contatto di estrattore ed espulsore, fatti di metallo duro, generalmente acciaio, con il più tenero ottone del bossolo produce su quest’ultimo delle impronte, evidenziate in rosso nella figura. Tali impronte, come quella del percussore, vengono considerate primarie, anche se non hanno la medesima affidabilità, sia per la piccolezza delle incisioni sia per una loro maggiore variabilità nel tempo. Per una identificazione sicura dell’arma basata sui bossoli espulsi le tre impronte primarie dovrebbero coincidere tutte.
La cartuccia Pacciani naturalmente non poteva portare né le rigature sul proiettile, né l’impronta del percussore sul bossolo, visto che non era stata esplosa. Diverso è il discorso riguardante l’impronta di estrazione e l’impronta di espulsione. Se la cartuccia fosse stata inserita dentro un’arma e per qualche motivo non avesse funzionato, come in effetti l’accusa ipotizzava, per toglierla il mancato sparatore avrebbe dovuto tirare indietro a mano il carrello otturatore per poi lasciarlo tornare al suo posto sotto l’effetto della relativa molla. In questo modo avrebbe fatto entrare in opera sia l’estrattore che l’espulsore, con la conseguente produzione delle relative impronte. È però evidente che una scarrellatura manuale non può replicare le medesime caratteristiche di velocità e accelerazione del movimento di un otturatore spinto dai gas di scarico della cartuccia esplosa – ad esempio, il ritorno del carrello potrebbe essere accompagnato – quindi le relative impronte non è detto siano utilizzabili per confronti. In effetti sulla cartuccia Pacciani l’impronta di espulsione non c’era, e quella di estrazione non era come avrebbe dovuto essere, ci torneremo sopra. Alla luce di tutto questo, è facile concludere che, secondo le regole ufficiali della balistica forense, non sussisteva la minima possibilità di poter effettuare delle comparazioni di impronte tra la cartuccia Pacciani e i bossoli e i proiettili attribuiti alla pistola del Mostro. Ma gli inquirenti non si arresero così facilmente, e andarono alla ricerca di altri segni.
Già dal momento dell’introduzione della cartuccia nel caricatore, l’acciaio dei meccanismi interni dell’arma può provocare striature e graffi, sia sulla superficie del bossolo sia su quella del proiettile, i quali possono continuare a prodursi anche durante le successive fasi di avvicinamento e arrivo nella camera di sparo.


Con l’aiuto della figura soprastante, che rappresenta la sezione di una semiautomatica con sette colpi nel caricatore e uno in canna, cerchiamo di seguire il viaggio della cartuccia all’interno dei meccanismi della pistola. Per prima cosa il caricatore vuoto viene tolto dal suo alloggiamento nel calcio dell’arma e riempito di cartucce spingendole a mano nella sua bocca situata in alto. Ogni cartuccia introdotta spinge le precedenti verso il basso, comprimendo nel contempo una molla, quella che in figura si vede raccolta in fondo. Poi il caricatore viene introdotto nel calcio, e, con un movimento manuale del carrello otturatore che viene arretrato e poi rilasciato, la prima cartuccia in alto, l’ultima a essere stata inserita, entra nella camera di sparo, mentre le sottostanti salgono spinte dalla molla di cui si è detto. I medesimi movimenti si ripetono a ogni sparo, con la differenza che il carrello otturatore si muove non più spinto dalla mano dell’uomo ma dalla pressione di parte dei gas dello scoppio.
Le impronte prodotte dagli sfregamenti della cartuccia contro l’acciaio dei meccanismi interni dell’arma durante il viaggio sopra descritto sono dette secondarie, non altrettanto idonee all’identificazione dell’arma come le tre primarie, ma comunque sempre di un certo interesse. In particolare, riguardo la cartuccia Pacciani, la polizia scientifica ne aveva individuata una sulla quale lavorare, la cosiddetta impronta di spallamento, che si produce nella fase finale del viaggio. Tale impronta è costituita da graffietti, detti in gergo tecnico microstrie, che si imprimono sul bordo del fondello per effetto dello strisciare della parte inferiore dell’otturatore mentre, dopo essere arretrato per lo sparo precedente, spinto dalla molla di recupero, torna in posizione, agganciando una nuova cartuccia e allineandola alla camera di sparo. Il movimento può avvenire anche in conseguenza di una manovra manuale, come quando si inserisce il primo colpo in canna dopo aver caricato l’arma, lo abbiamo visto. Sulla cartuccia Pacciani era avvenuto proprio questo: il carrello otturatore era stato tirato indietro a mano e rilasciato con il conseguente incameramento della cartuccia e la produzione delle microstrie (qui una trattazione approfondita dell’argomento).
Teoricamente l’impronta potrebbe consentire di identificare il singolo esemplare d’arma, poiché riproduce le imperfezioni della superficie incidente, individualizzate in sede di fabbricazione dall’intervento diretto dell’operaio che, lima alla mano, rifinisce il manufatto. Ma per i complessi giochi di forze che agiscono sulla cartuccia in fase di incameramento, il contatto tra le due superfici può avvenire con modalità molto variabili, e il più delle volte non avviene affatto. Nel caso dei 51 bossoli repertati negli otto duplici omicidi di Firenze, soltanto 13 riportavano l’impronta, per di più con non piccole differenze tra loro di profondità e continuità delle microstrie. Nel caso di armi a percussione anulare, come la Beretta del Mostro, a complicare i confronti si aggiunge la possibile cancellazione di una parte dell’eventuale impronta per opera del percussore, che va a battere proprio nella stessa zona, e, poiché la cartuccia ruota in modo casuale prima di fermarsi nella camera di sparo, la parte cancellata varia. Va da sé che la cartuccia Pacciani riportava un’impronta di spallamento completa, non essendo stata colpita dal percussore, mentre i bossoli del Mostro no, lo vedremo.
Nonostante le oggettive difficoltà del confronto, Spampinato e Benedetti tentarono comunque di percorrere l’impervia strada, dato che il GIP lo aveva specificatamente richiesto in conseguenza delle prime rilevazioni della scientifica che si era accorta di quelle microstrie. Allo scopo i periti condussero una preventiva verifica empirica, sparando numerosi colpi con tre Beretta simili a quella presunta del Mostro e caricate con cartucce analoghe. L’esame comparato dei bossoli li convinse che, in base ai fasci di microstrie componenti l’impronta di spallamento – naturalmente quando si produceva – era possibile distinguere un esemplare di pistola dall’altro. In più verificarono che l’impronta si produceva anche per un incameramento manuale, come del resto era avvenuto sul bossolo della cartuccia Pacciani.
Il passo successivo fu quello di verificare e confrontare le impronte di spallamento sui bossoli del Mostro. Sappiamo già che esse erano presenti soltanto in 13 esemplari su 51, ma in quei 13 i periti dichiararono di aver trovato “buona identità”.
Infine il confronto fu esteso alla cartuccia Pacciani, con risultati incerti, così riassunti dalla sentenza di secondo grado:

[I periti] pervenivano alla conclusione che, nella maggior parte delle comparazioni, sussisteva "una buona identità di andamento e di posizione reciproca fra le microstrie più profonde, presenti sulle superfici comparate. Tuttavia, tutta questa serie di confronti non si è potuta effettuare fra superfici omogenee, sulle quali cioè si potessero comparare le microstrie incise su un arco di circonferenza della medesima ampiezza" in quanto "su nessuno dei bossoli repertati è stato rilevato un settore di microstrie, avente la stessa larghezza di quello presente sul bossolo della cartuccia sequestrata presso il Pacciani", e ciò perché "sui bossoli repertati, buona parte della superficie ove erano impresse le microstrie è stata obliterata dall'impronta prodotta, dopo la fase dell'introduzione in canna della cartuccia, dall'urto del percussore"; inoltre, "in prossimità dei lati destro o sinistro dell'impronta del percussore di alcuni bossoli repertati sono state rilevate alcune microstrie, che presentano una lieve discontinuità con quelle presenti sulla cartuccia del Pacciani; questa anomalia però dovrebbe, con buone probabilità, essere stata causata dalla deformazione, con conseguente stiramento del metallo e incurvamento della superficie, provocata sul fondello dall'urto del percussore".
Concludevano, sul punto, i periti nel senso che "gli elementi raccolti nel corso di questa indagine non siano sufficienti, per formulare un giudizio di certezza in ordine alla provenienza degli elementi di colpo sopracitati dalla medesima arma. Per contro, la buona coincidenza di singoli fasci di microstrie presenti sui reperti comparati non consente di escludere questa possibilità".

La comparazione fu ostacolata dalla disomogeneità degli elementi, essendo l’impronta sulla cartuccia Pacciani completa e intonsa, quelle sui bossoli del Mostro obliterate e deformate dall’urto del percussore, e in alcuni casi anche ossidate. Seppure Spampinato e Benedetti riscontrarono “buona identità” e “buona coincidenza” tra le microstrie più profonde, conclusero comunque con un giudizio di incertezza, sia in un senso che nell’altro: in base al confronto di quelle microstrie non potevano né confermare né escludere che la cartuccia Pacciani fosse stata incamerata nella pistola del Mostro.


Sulla cartuccia Pacciani i periti trovarono un’altra impronta di un certo interesse, un piccolo solco rettilineo sul fondello del bossolo, provocato dal contatto con una delle labbra del caricatore all’atto dell’inserimento manuale nello stesso. La figura precedente schematizza il dispositivo a labbra, il cui scopo è quello di trattenere la cartuccia dopo il suo inserimento. L’impronta è trattata in balistica forense, ma è considerata di importanza minima, poiché è molto dipendente dal modo in cui viene inserita la cartuccia da chi carica l’arma, e spesso non c’è. Ma dentro il piccolo solco della cartuccia Pacciani fu trovata una microstria, dovuta, secondo i periti, a una particolarità costruttiva o di usura di una delle labbra del caricatore, e per questo individualizzante. Analogo solco e analoga microstria, coincidente “per alcuni tratti”, era riscontrabile su due dei 51 bossoli del Mostro. Tale parzialissima coincidenza, rientrante peraltro in un accettabile risultato probabilistico, era comunque priva di valore. È evidente che con l’esame di quest’ultima impronta i periti erano andati a raschiare il fondo del barile, dove ormai potevano trovare soltanto fuffa.
Alla fine, nonostante la loro disponibilità verso i bisogni dell’accusa, Benedetti e Spampinato non se la sentirono di affermare con certezza che la cartuccia Pacciani era stata incamerata nella pistola del Mostro, ma non per questo si salvarono dalle pesanti critiche del giudice di secondo grado, che lamentò la non applicazione di un metodo sicuro e codificato nelle comparazioni – del resto non esistente in letteratura per le tracce trovate sulla cartuccia Pacciani – sostituito dal “colpo d’occhio del perito”:

Orbene, v'è innanzitutto da rilevare che i periti parlano costantemente, nel loro elaborato, di microstrie o fasci di microstrie, ma non quantificano mai le microstrie o i fasci di microstrie o il numero di microstrie presenti all'interno di ciascun fascio, e soprattutto non indicano mai il limite oltre il quale deve ritenersi l'identità e sotto il quale non può ritenersi l'identità: ciò evidentemente non per loro ignoranza, ma perché mancano loro i parametri di riferimento, allo stadio attuale delle acquisizioni scientifiche in materia balistica.
Se poi si passa al diretto riscontro visivo delle microfoto di comparazione allegate alla relazione, si riscontrano i fenomeni descritti dai periti, ma non si evidenzia la presenza di fasci di microstrie, tra loro adiacenti, coincidenti per andamento e posizione reciproca. Ciò che emerge visivamente, dalle microfoto nn.162 e seguenti, è la coincidenza di singole microstrie, intervallate da palesi discontinuità e difformità; anche il reperto "5" Baldi-Cambi, nel quale secondo i periti "la quasi totalità delle microstrie presenti sulla superficie comparata hanno andamento e posizione reciproca coincidenti", presenta al controllo visivo singole strie coincidenti, intervallate da discontinuità e difformità. […]
L'enunciazione del principio, secondo il quale l'accertamento sulle tracce può essere solo qualitativo e va rimesso al colpo d'occhio del perito […] costituisce mera prospettazione di un modo di procedere, che può avere qualche valenza ai fini investigativi, ma non ne ha affatto sotto il profilo scientifico e sotto il profilo giuridico-processuale. […]
Se non v'è possibilità di controllo da parte del giudice, la valutazione finisce per essere affidata interamente all'interprete tecnico, e viene a mancare l'essenza stessa della giurisdizione; le stesse garanzie difensive per l'imputato vengono ad essere vanificate.

Il ragionamento di Ferri è ineccepibile: non esistendo precise regole che consentano confronti inequivoci – e se non ne esistono vuol dire che al momento non è possibile formularne – ogni valutazione è affidata al giudizio personale dell’esaminatore, senza possibilità di verifica, ed è quindi priva di valore giuridico. Non a caso, osservò ancora Ferri,

non risultava nel mondo un solo caso di identificazione tramite l'impronta di spallamento, con riferimento ad una pistola e con riferimento ad un'arma non repertata, e nel caso dell'omicidio Kennedy l'impronta di spallamento era accompagnata dall'impronta dell'estrattore, e si riferiva ad un fucile repertato.

L’inceppamento. La prima ipotesi sul modo in cui si erano prodotti i gravi danni della cartuccia Pacciani – proiettile disassato e libero di ruotare rispetto al bossolo – fu formulata dalla Polizia Scientifica nella relazione del 2 maggio, secondo la quale il responsabile sarebbe stato il bossolo precedente rimasto bloccato nella camera di sparo causa qualche malfunzionamento. La cartuccia Pacciani vi avrebbe sbattuto contro, spinta dal ritorno del carrello otturatore, deformandosi e inceppando l’arma. In effetti il piombo morbido del proiettile riportava un’ammaccatura, però di forma concava, e non piatta, come avrebbe dovuto essere se prodotta dall’urto contro la superficie piana del fondello di un bossolo.


Nel tentativo di riprodurre analoghe deformazioni, i periti cercarono in tutti i modi di provocare un inceppamento “naturale” nelle tre pistole sotto test, cioè sparando, ma non vi riuscirono. Ricorsero allora, con miglior fortuna, a spostamenti manuali del carrello otturatore, potendo subito verificare come la dinamica ipotizzata dalla scientifica fosse da escludersi. Con un bossolo dentro la camera di sparo, non soltanto non riuscirono a ottenere l’ammaccatura concava della cartuccia Pacciani, come era prevedibile, ma anche due scalfitture dovute all’inceppamento e presenti in entrambi i casi furono trovate ad altezze differenti.
Si procedette quindi a verificare un’ipotesi alternativa, a camera di sparo libera e cartuccia mal posizionata in cima al caricatore. I risultati furono decisamente migliori e le due scalfitture assunsero una posizione più prossima a quella della cartuccia Pacciani. L’impronta concava sul proiettile, però, non fu possibile riprodurla neppure così, e per essa continuò a mancare una spiegazione accettabile. In dibattimento l’imbarazzo di Benedetti e Spampinato apparve evidente (vedi). Dopo il tentativo d’imbeccata del colpevolista Ognibene, non raccolto – “A questo punto si inserisce il Presidente. Ma... queste deformazioni potevano anche preesistere?” – Benedetti buttò lì la ridicola e disperata ipotesi della caduta sopra un sassolino: “Signor Avvocato, potrebbero... Se in teoria, nell'infilare o nel mettere... o nel cadere nel terriccio ci fosse stato un sassolino, o nell'introdurlo ci fosse stato un sassolino, forse poteva anche far questo”.
I due periti si trovarono spiazzati anche di fronte a un’incisione riscontrata alla base del bossolo, proprio dove normalmente avrebbe dovuto trovarsi l’impronta di estrazione. Ma sulla cartuccia Pacciani quell’impronta era larga il doppio del normale, per una Beretta della serie 70, tantoché i due periti si rifiutarono di ritenerla riferibile all’azione di un estrattore, senza però riuscire a darne una spiegazione alternativa. La difesa colse la palla al balzo, e contestò tutto il loro lavoro alla radice, rovesciando il ragionamento: possedendone le caratteristiche di forma e posizione, e mancando una spiegazione di diversa origine, l’impronta andava ritenuta di estrazione, ma poiché una Beretta della serie 70 ne produceva di forma differente, si doveva concludere che la cartuccia non era stata incamerata in un’arma di quel tipo.
Il giudice di primo grado, al solito, fu più realista del re, e suppose che la manovra di estrazione della cartuccia Pacciani avesse prodotto un’impronta più marcata perché manuale, anche se, a dire il vero, nelle prove condotte da Benedetti e Spampinato il fenomeno non era emerso, almeno non nelle medesime proporzioni. Ma sembra comunque ragionevole ritenere che la strada indicata da Ognibene fosse quella giusta, tanto più che le pressioni sulla povera cartuccia, piena di incisioni e scalfitture di ogni tipo, dovettero essere state particolarmente forti per riuscire a disincastrarla. Forse anche il segno concavo sull’ogiva era frutto del medesimo tentativo, una spinta con un perno metallico infilato dentro la canna. In ogni modo appare chiaro che sulla cartuccia Pacciani doveva essere stato compiuto un grosso lavoro di manipolazione. Lo stesso Benedetti, illustrando in dibattimento le manovre che furono necessarie per riprodurre deformazioni e tracce simili, involontariamente ne dette un’idea:

Allora abbiamo cercato di riprodurre queste tracce manualmente, cioè introducendo la cartuccia nel caricatore in modo che il fondello del bossolo si trovasse vicino alla parte anteriore delle labbra del caricatore, e il proiettile invece disposto più in alto, inclinato in modo che non potesse entrare nella camera di cartuccia. Lasciando andare l'otturatore noi abbiamo riprodotto, come dimostrano anche le fotografie, impronte e deformazioni, direi, molto simili a quelle trovate sul reperto.

Ancora un elemento importante si aggiunge a dimostrare le manipolazioni subite dalla cartuccia: prima dell’inceppamento che l’avrebbe deformata, era stata normalmente introdotta in canna e poi normalmente scaricata. Le microstrie dell’impronta di spallamento, infatti, non potevano che essersi prodotte così. Questo voleva dire che Pacciani avrebbe tolto una cartuccia inesplosa ma non inceppata – residuo di uno degli omicidi? – sulla quale erano rimaste impresse le microstrie, e poi l’aveva reinserita in un successivo momento facendola inceppare. Benedetti affermò che incameramenti multipli erano normali, ad esempio per le forze dell’ordine che scaricavano le loro armi dopo una missione, però fu costretto ad ammettere che in nessuno dei bossoli del Mostro erano state trovate doppie impronte, quindi per nessuno di essi si poteva dimostrare un doppio incameramento (il che poteva voler dire che l’individuo, dopo ogni omicidio, lasciava le munizioni residue nel caricatore); per la cartuccia Pacciani invece sì, e la difesa non mancò di sottolineare la strana coincidenza. Il giudice di primo grado risolse la questione sulla base di un calcolo probabilistico: le impronte di spallamento sui bossoli del Mostro si erano prodotte soltanto in 13 casi su 51, e quindi, se qualcuna di quelle 13 cartucce fosse stata reintrodotta, su di essa avrebbe potuto benissimo non rimanere un’altra impronta, oppure la prima volta non era rimasta e la seconda sì. Si tratta di un’ipotesi senz’altro valida che però si va ad aggiungere a molti altri aggiustaggi che si rendono necessari per far quadrare dei conti che tornano poco.

Conclusioni. In conclusione possiamo senz’altro affermare che sulla cartuccia Pacciani non c’era neppure un’impronta che potesse ricondurre in modo sicuro – ma neppure probabile – alla pistola del Mostro, anzi, la miriade di graffietti, ammaccature e strisciamenti vari non poteva che confermare l’impressione di una prova preparata a tavolino. Qualcuno con quella cartuccia aveva giocato a lungo, questo è indubbio. Era stato Pacciani a gingillarcisi introducendola nella pistola con la quale aveva compiuto i duplici omicidi, oppure l’aveva manipolata qualche entità nascosta per poi spingerla nel foro di quel paletto rotto sopra il quale avrebbe camminato Perugini?
A tanti anni di distanza è arrivato ormai il momento di guardare ai fatti con serenità, senza paura di ipotizzare lo scenario inquietante che essi indubbiamente lasciano intravedere. Il che vale anche per gli attori dell’epoca, che in tutta buona fede avevano collaborato a incastrare colui che credevano fosse il famigerato Mostro. Non potendo disporre di un bossolo esploso dalla introvabile Beretta, e non potendone “costruire” uno data l’univocità di ogni percussore, si cercò di procurarsi qualcosa di comunque indiziante. Una semplice cartuccia nuova, seppure del tipo di quelle usate dal Mostro, sembrò troppo poco, quindi se ne manipolò una cercando di imprimerle dei segni che potessero almeno far sorgere dei dubbi. Ecco allora che l’impronta di spallamento, presente soltanto una volta su quattro tra i 51 bossoli del Mostro, nel caso della cartuccia Pacciani c’era. E così anche il solco sul fondello con dentro la microstria, che invece era rimasta impressa soltanto due volte, e nella cartuccia Pacciani, guarda caso, c’era.
Fu soltanto una coincidenza che due impronte di solito più mancanti che presenti fossero entrambe presenti? Quelle due impronte, per la loro ambigua qualità individualizzante, e magari con la scelta delle più simili dopo diverse prove, potevano costituire l’elemento indiziante cercato. E così probabilmente andò.

8 commenti:

  1. In una trasmissione radiofonica ( che si puo trovare anche su youtube) partecipa anche un carabiniere che partecipo alle indagini ( non ricordo il nome ma nella trasmissione lo dice ) e lui afferma chiaramente " Sono quasi certo di sapere che mise la pallottola nel campo di Pacciani, era un mio collega che partecipo anch lui alle indagini , ma non si capiva bene da che parte stesse, era un po di la e un po di qua. Non posso fare il nome perché senno mi prendo una marea di denunce." La trasmissione si chiama la notte del mistero ed è una puntata sulla quale fanno un approfondimento sulla nuova pista dell ex legionario. In proposito vorrei chiederti un altra cosa ( magari vado fuori tema) nella stessa trasmissione questo carabiniere spiega come Vigilanti entra nelle indagini, tu che cosa ne pensi del suo coinvolgimento?

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    1. Non conosco il video che indichi, e ti dico la verità non ho neppure tanta voglia di cercarlo, vista la marea di sciocchezze sul tema caricate su Youtube. Di Vigilanti penso che sia l'ennesima bufala.

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  2. Riascoltando la deposizione spontanea di Pacciani del 18 ottobre 1994, a un certo punto l'imputato diceva che il paletto non era stato rotto durante la perquisizione, ma era stato lui a trinciarlo con una martellata. Possibile che non sia stato accertato nemmeno questo fatto: quando era stato rotto il paletto e da chi?
    Farei una considerazione sulla sentenza Ferri e una sulla cartuccia.
    Non le sembra la contraddizione più evidente della sentenza (dopo l'accettazione della possibile provenienza del block notes dal Prelle-shop) l'iniziale considerazione dei giudici: "Qui non si intende riconoscere fondamento ad un'ipotesi di frode processuale, pur prospettata in modo trasparente dalla difesa dell'imputato, e non perché si riponga affidamento aprioristico sulla correttezza degli Ufficiali di P. G., ma semplicemente perché la difesa stessa non ha fornito elementi obbiettivi, a sostegno della sua gravissima prospettazione, né questi sono emersi dal processo", se per gli stessi giudici una polizia "disonesta ma accorta, avrebbe collocato la cartuccia proprio lì dove è stata ritrovata, sì da fare apparire accidentale la perdita da parte del Pacciani, problematico il ritrovamento da parte dello stesso Pacciani, e casuale il rinvenimento da parte degli ufficiali di P.G."? Le considerazioni sono certamente sensate, ma fanno a pugni con la premessa.
    A proposito della cartuccia, nell'ipotesi che non provenisse dall'arma usata dall'assassino, posto che come lei ha giustamente rilevato non era possibile servirsi di uno dei bossoli repertati sui luoghi dei delitti, non era più sensato collocare nella casa di Pacciani dei proiettili calibro 22 Winchester serie H privi di impronte piuttosto che giocare con una sola cartuccia lasciandovi segni di dubbio valore indiziante?

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    1. Attenzione, Ferri fa il ragionamento su dove una polizia disonesta ma accorta eccetera eccetera non per alludere che lo avrebbe fatto davvero, ma per confutare l'affermazione della sentenza di primo grado che non lo avrebbe potuto fare. Si tratta di una differenza sottile: la difesa non lo ha dimostrato, io quindi non posso sostenerlo, però, caro Ognibene, non dirmi che non sarebbe stato possibile... Quindi, anche se non è dimostrabile, il sospetto rimane legittimo.
      Se invece sarebbe stato più furbo nascondere in casa delle cartucce intonse non saprei, probabilmente Ognibene avrebbe valorizzato anche quelle, con la sua logica iper colpevolista. Io credo che in origine si fosse davvero sperato che in quella zona dell'orto ci poteva essere la pistola, anzi, mio personale parere che quel mancato ritrovamento fece saltare il fosso a qualcuno, che di lì in avanti imboccò una strada alla tanto peggio tanto meglio. Ecco quindi l'asta guidamolla e il blocco attorniato da testimonianze fin troppo benevole (e non credo che un investigatore intelligente come Perugini non si fosse reso conto di quanto benevole).

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  3. A me sembra malevolo il ragionamento di Ferri: tutte le osservazioni fatte sulla cartuccia e sui dubbi della genuinità dell'elemento di prova portano proprio a ritenere che per il giudice la cartuccia fosse stata collocata nel paletto da un poliziotto zelante. Non sembra anche a lei? Quindi la sottigliezza che lei rileva è una furbizia del giudice, che il sasso del sospetto lo getta eccome nello stagno. Le dirò di più: se seguiamo fino in fondo il ragionamento dell'acuto Ferri neppure della buona fede di Perugini dovremmo essere certi: il giudice metteva in discussione anche il luccichìo che aveva attratto l'attenzione dell'investigatore. Ma se non aveva scoperto l'oggetto casualmente, allora Perugini sapeva già dove l'avrebbe trovato e quindi era al corrente di tutto... (sono considerazioni che Ferri si è guardato bene dal fare ovviamente).
    Se Ognibene era ipersospettoso (davvero troppo, concordo) nei confronti di Pacciani, Ferri lo era nei confronti degli inquirenti, a mio modesto avviso. In realtà Ognibene escludeva l'ipotesi del dolo compiuto da un poliziotto perché la cartuccia non poteva che provenire dall'arma del delitto (secondo le sue valutazioni certamente discutibili), che non poteva ovviamente essere nella disponibilità di nessuno se non dell'assassino. Inoltre secondo Ognibene difficilmente un poliziotto avrebbe collocato il proiettile in un foro di un paletto di cemento, ma in luogo dove fosse più facile da individuare (e francamente questa mi sembra un'osservazione sensata).

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    1. Concordo sulla posizione di Ferri, la mia osservazione infatti voleva mettere in evidenza la sottigliezza ma il risultato finale non cambia.
      Guardi, le confesso che non ho le idee molto chiare su quali fossero stati gli attori in gioco e quali i loro ruoli. Posso soltanto dire che per me quella cartuccia è stata messa lì da qualcuno all'insaputa di altri, ma non di chi comandava, non mi faccia scrivere il nome perchè non ce n'è bisogno. E per rendere il tutto maggiormente verosimile, chi comandava aveva tutto l'interesse a tenere all'oscuro più attori possibili, compreso Perugini. Mi rendo conto che è un sospetto molto grave, che non mi sentirei di esprimere alla luce del sole, al di là di eventuali problemi legali.

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  4. Francamente sono un po' sorpreso della mancanza dell'elemento più importante fra tutti dell'analisi della "cartuccia Pacciani", che io stesso identificai e feci inserire nei motivi aggiunti di appello del processo Pacciani, cioè la presenza di tracce sul bossolo della cartuccia interrata NON descritte dai periti nella loro relazione tecnica.
    Qui trovi tutti i dettagli:

    https://mostro-di-firenze.blogspot.it/2009/01/dossier-processo-pacciani-le-perizie.html

    ed in particolare qui:

    https://mostro-di-firenze.blogspot.it/2009/01/cartuccia-pacciani-studio-delle-tracce.html

    Ciao

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    1. In effetti la mia analisi si è basata sulla perizia di primo grado, in ogni caso avevo già inserito un rimando alle tue pagine poco sotto il capoverso "Lo studio della lettera “H”. "

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