venerdì 19 luglio 2019

La lettera di Pacciani a Vanni (2)


Dopo averne esaminato la nascita e l’utilizzo nel processo Pacciani, vedremo adesso come la pista della lettera a Vanni andò a inserirsi nell’inchiesta successiva, dove si arricchì di particolari nuovi emersi da nuove audizioni, che poi vennero opportunamente stirati e deformati per adattarsi a un diverso contesto. Tali particolari riguardarono il presunto contenuto, l’intenzione manifestata da Vanni di rivolgersi a un avvocato e addirittura ai carabinieri e il numero delle lettere, forse due o anche più. Nel prosieguo si cercherà di esporre e commentare queste novità con un certo ordine.

“Fatti di sangue”. Dopo aver usufruito del suo secondo momento di gloria in dibattimento – 8 giugno 1994, qui la nota degli uomini della SAM che il precedente 27 maggio erano andati ad ascoltarlo –, passato qualche mese, appena uscita la sentenza di condanna Lorenzo Nesi ne visse un terzo sui giornali. Il 3 novembre 1994, infatti, uscì un articolo su “Repubblica” intitolato “Ma Pacciani non colpì da solo” contenente sue clamorose dichiarazioni. Il lettore può farsi un’idea dell’accaduto leggendo il documento che la SAM il giorno dopo inviò in procura (vedi), contenente sia l’articolo – stranamente non disponibile online sul sito di “Repubblica” –  sia le spiegazioni fornite da Nesi. Riguardo la lettera, Nesi ribadì le sue precedenti dichiarazioni.

È superfluo che io ripeta che confermo in maniera integrale quanto ho già riferito alla A.G. e a voi della Polizia nelle precedenti verbalizzazioni. In particolare mi riferisco al terrore esternato da VANNI Mario nel ricevere la lettera che il Pacciani gli inviò dal carcere, alla sua frequentazione insieme al Pacciani di un bar di Signa, ed alla loro annosa relazione con SPERDUTO Antonietta, vedova Malatesta.

Il 13 novembre 1995, in piena epoca di ricerca dei complici, Nesi ebbe modo di fornire il proprio aiuto ancora una volta, dando ulteriore dimostrazione della sua tendenza a fornire “racconti a rate”, come avrebbe scritto lo stesso Michele Giuttari ne Il Mostro. Riguardo la lettera, infatti, ecco le sue dichiarazioni come appaiono nel sintetico verbale riassuntivo (vedi).

Il NESI ha inoltre parlato a lungo della lettera ricevuta dal VANNI indirizzatagli dal PACCIANI, in particolare i motivi dell'urgenza di recarsi subito a casa dell'Angiolina mettendo in evidenza che, secondo quanto a sua conoscenza, l'Angiolina non sapeva leggere per cui ha capito solo che era una cosa che rendeva il VANNI molto agitato e che nella lettera si parlava di cose grosse di “fatti di sangue” precisando, comunque, che non aveva avuto modo di conoscere il contenuto esatto della lettera.

Sembra niente, ma la nuova espressione “fatti di sangue” – quando in precedenza Nesi aveva parlato soltanto di “fatti gravi” –, avrebbe costituito una notevolissima differenza nel peso assegnato alla lettera, che Nesi continuò ad affermare di non aver letto; ma allora, che dentro si parlava di “fatti di sangue” come faceva a saperlo, glielo aveva raccontato Vanni? Sembra davvero poco probabile, e in ogni caso c’è da chiedersi il perché non lo avesse detto durante la fase precedente, sia in istruttoria sia in dibattimento. Forse l’espressione era magicamente sorta nell’ambito di una delle numerose scorribande condotte all’interno dei propri ricordi – “Pensando con mente ferma e con mente lucida e chiara, in diversi giorni, mi ricordavo di diversi episodi di Pacciani, questo il metodo –, dove veniva su quel che veniva su, ricordo o invenzione che fosse, ed è un vero peccato che chi scrive non abbia disponibilità della trascrizione integrale del SIT per capir meglio il contesto in cui la locuzione era stata pronunciata. Ma vediamone lo spregiudicato utilizzo da parte della procura qualche tempo dopo.
In seguito alle rivelazioni di Fernando Pucci e poi di Giancarlo Lotti, il 12 febbraio 1996, con tanto di fanfara, Mario Vanni venne portato in carcere. Il 16 comparve davanti al giudice Valerio Lombardo per l’interrogatorio di garanzia. Purtroppo chi scrive ha disponibilità di una trascrizione OCR del relativo verbale piuttosto disastrata (vedi), per quanto possibile rimessa in condizioni migliori, dalla quale si evince comunque l’assoluta incapacità dell’individuo nel difendersi. Perché era colpevole? Il lettore giudichi pure da sé. Riguardo la lettera, diverse furono le domande di Lombardo, che accennò anche ai “fatti di sangue”, evidentemente contenuti nella richiesta d’arresto della procura:

Lombardo: Ma specialmente ci fu un episodio che Lei non ha mai voluto chiarire... cioè quando il PACCIANI era in carcere per il fatto delle figlie le scrisse una lettera, e Lei era talmente impaurito per questa lettera che ne parlò con quel suo amico veterinario... ne parlò con il LOTTI... aveva una gran paura, voleva andare addirittura dai carabinieri... fece delle allusioni, fatti gravi ... fatti di sangue..., doveva parlare anche con la moglie di PACCIANI poi non so se ci andò o non ci andò ... Che c'era scritto in quella lettera?
Vanni: C'era scritto che l'avevan messo dentro per via delle figliole.
Lombardo: Come?
Vanni: La lo fecer metter dentro per via delle figliole ... poi c'era scritto: ti rammenti delle merende...

Tre giorni dopo Vanni fu interrogato in carcere da tre magistrati, Fleury, Canessa e Crini (qui il verbale riassuntivo, qui una parte della trascrizione). Moltissime le domande sulla lettera, sempre quelle però le risposte. Vale la pena notare l’insistenza di Canessa sulle “cose di sangue”, locuzione sincretica delle “cose grosse” e dei “fatti di sangue” di Nesi.:

Canessa: Senta una cosa, sa cosa è? Il Nesi riferisce che in quella lettera si parlava di cose di sangue, di cose brutte, dice il Nesi, che gliel’ha riferito lei. Perché il Nesi dice che non l’ha vista. Quindi se il Nesi riferisce questo, non glielo può che aver detto lei. Dice il Nesi: “Vanni mi disse: ‘Portami di corsa’, perché in questa lettera si parla di cose brutte, cose di sangue”. Ecco perché lei non la portò ai Carabinieri, secondo quello che dice il Nesi. Perché lei disse al Nesi che si parlava di cose brutte, cose di sangue?
Vanni: Ma io non gliel’ho detto...
Canessa: Così ha riferito il Nesi. Il Nesi dice così. Dice: “Cose brutte, cose di sangue”, dice il Nesi. […]
Si può prendere le dichiarazioni rese dal Nesi, sono in questi atti, le ha rese anche nel dibattimento. Dice: “Vanni volle che lo portassi subito dall’Angiolina perché aveva ricevuto una lettera dal Pacciani in cui si disse: si parla di cose brutte, di cose di sangue”. Allora vede che lei... torna il discorso che prima andò dall’Angiolina, questa ci rimase male, perché si parlava di cose di sangue... […]
Quali erano queste cose di sangue che c’erano scritte in questa lettera? O quali erano queste cose brutte? Le scriveva lui, quindi sono fatti che riguardavano il Pacciani, o riguardavano anche lei, e per questo non le portò ai Carabinieri?
Vanni: Riguardavano il Pacciani. Delle figliole.
Canessa: E cos’erano le cose di sangue? L’ha detto lei al Nesi che erano cose di sangue, e lei ha ammesso di sì, l’ha detto ora, no? Però dice: “Riguardavano il Pacciani”. Cioè?
Vanni: Quelle cose che gli aveva fatto alle figliole.
Canessa: Alle figliole non aveva mica fatto cose brutte, cose di sangue, era bell’e in carcere per quelle lì, non c’era mica bisogno di correre. Dov’era la fretta?[…]
E non c’ha niente a che fare? E gli va a portare a casa una lettera alla moglie in cui si parla di cose di sangue, violente, brutte? O era una minaccia, perché nelle lettere... che voleva raccontare cosa faceva lui? Difficile, che gli raccontasse cosa faceva lui. Cosa gli raccontava di queste merende, giù? Cosa vuole dire: “Riguardavano il Pacciani”?[…]
Perché rimase male? Cos’erano queste cose brutte e di sangue?

Probabilmente la fortunata espressione ebbe anche una parte non indifferente nell’ispirare il titolo di due libri di grande successo, Compagni di sangue di Giuttari e Lucarelli e Dolci colline di sangue di Spezi.
Naturalmente Nesi ebbe la possibilità di illustrare i propri nuovi ricordi anche in dibattimento, il 4 luglio 1997 (vedi). Vediamo l’argomento dei “fatti di sangue”:

Nesi: Dunque, io ero a lavorare, era un pomeriggio verso le cinque. […] Venne Mario, mi disse: “Mi porti a Mercatale dall'Angiolina? Perché gli ho da fare... mi ha scritto Pietro dal carcere che gli devo portare una lettera”. Io: “Boh, un tu puoi andar da te?”, perché teniamo presente che Mario la mattina passava, però pioveva, sicché forse in Vespa non ci voleva andare. […] Io dico: “Tu passi di lì domattina”, passa a 500 metri, un chilometro. Va be', comunque insisté e io lo portai. “Che ti scrive Pietro di carcere?” […] E lui tirò fuori di tasca la lettera. Mentre io guidavo il furgone […] dice: “Guarda, m'ha scritto, bisogna porti questa lettera all'Angiolina”. Io non sapevo nemmeno che di carcere si pole scrivere, non lo so. “Icché vole?”. “Mah, c'è cose grosse, c'è fatti brutti e c'è cose di sangue”. Io, sa, Mario l'ho sempre...
PM: Di sangue.
Nesi: Sì, sangue, sangue. Sì, sì, questa è la realtà. Mario l'ho sempre preso come, come gli posso dire, non gli so trovare l'espressione giusta, come la persona che non sai mai se fa burletta, se dice le cose scherzando […]
PM: Lei, scusi, quando disse “fatti brutti, fatti di sangue”, gli chiese spiegazioni o no?
Nesi: No, no. Gliene ripeto, io lo portai a Mercatale. Gli dissi: “Ti devo aspettare, Mario? Ti devo aspettare?”.
PM: Lo portò a casa della...
Nesi: Lo portai davanti al bar a Mercatale, feci il giro così, me ne ricordo bene; pioveva, lo lasciai davanti al bar: “Ti devo aspettare?”. Di solito mi diceva: “Piglia un caffè, aspettami dieci minuti”. “No – mi disse – “vai via”. Io presi e venni via.
PM: Ma pioveva, era a piedi, e come tornava da Mercatale a San Casciano?
Nesi: Non lo so.

Secondo Nesi, dunque, Vanni gli avrebbe detto di andarsene, la qual cosa, secondo lui, sarebbe stata strana. Strana perché? Perché in altre occasioni invece gli avrebbe chiesto di aspettarlo – ma in quali? non certo in quelle di accompagnamenti a casa Pacciani, altrimenti li avrebbe raccontati! E in ogni caso di tutto questo al giro precedente nulla aveva detto. Dalla deposizione del 23 maggio 1994 al processo Pacciani (vedi):

PM: Lei lo accompagnò e poi lo aspettò, quando uscì Vanni…
Nesi: No, io l’accompagnai e venni via.
PM: O come? Non pioveva e lo lascia lì lei?
Nesi: Gli avrà preso l’autobus. Io… dottor Canessa l’accompagnai…
PM: Sì, sì, io… mi limito a cercar di capire. E lei non era nemmen curioso di sapere che cosa…
Nesi: No.
PM: No.
Nesi: Non me ne importava nulla.

Si capisce bene che Nesi, secondo questa prima deposizione, aveva accompagnato Vanni e l’aveva lasciato lì, con un comportamento del tutto naturale e privo di ombre. Del resto, a fronte della perplessità di Canessa per la pioggia, aveva osservato: “Gli avrà preso l’autobus. Io… dottor Canessa l’accompagnai…”, come dire, per il ritorno problemi suoi, io avevo già fatto anche troppo ad accompagnarlo.

Una o più lettere? Un secondo elemento di novità fu la scissione della lettera in più di un esemplare. Per primo ne parlò Walter Ricci, il 27 novembre 1995 (vedi). A interrogarlo Vigna e Canessa, la qual cosa fa ben capire l’importanza di ciò che in quel momento stava bollendo in pentola, con il processo di secondo grado a Pacciani alle porte e le provvidenziali rivelazioni di Pucci e Lotti ancora di là da venire.

Circa lettere ricevute da VANNI, spedite da PACCIANI, mi sembra di ricordare che il VANNI mi abbia parlato di due lettere in tal senso: io non le ho mai viste, il VANNI non me le ha mai fatte vedere.
Il racconto del VANNI era nel senso che in queste lettere PACCIANI, che era in carcere, scriveva a VANNI minacciandolo nel senso che non doveva dire nulla, se veniva interrogato, in merito ai loro rapporti.
Ho ricordi più precisi circa una di queste lettere nella quale, secondo il VANNI, il PACCIANI gli diceva di andare a casa dalla moglie a prendere o a portare qualcosa. Per quel che ricordo il VANNI ha esitato un po’ dicendo che non voleva andare dall'Angiolina ma il VANNI non mi ha mai raccontato se ci sia andato o meno. Si tratta di lettere pervenute prima della scarcerazione del PACCIANI avvenuta nel dicembre 1991.

Mai in precedenza Ricci aveva parlato della lettera. In questo SIT fornì invece vari particolari, alcuni inediti – più avanti ne vedremo altri –, tutti però dipendenti da ricordi poco definiti o da supposizioni personali. Le lettere avrebbero potuto essere addirittura due, ma l’espressione “mi sembra di ricordare” non lascia molto tranquilli. In una Pacciani avrebbe chiesto a Vanni di andare dall’Angiolina “a prendere o a portare qualcosa”: qualcosa cosa? e poi, a prendere o a portare? non è uguale. Infine, Vanni doveva andare dall’avvocato Corsi per “fargli vedere una cosa”: la lettera? forse, aveva pensato Ricci.
Ricci venne interrogato di nuovo il 6 maggio 1996 (vedi).

Circa lettere pervenute a VANNI dal PACCIANI che era in carcere ho già detto tutto ciò che so. Parlava sempre di una lettera di minaccia, che io però non ho mai visto, ne ha parlato a lungo per diverso tempo per cui sono portato a credere che si sia trattato di più di una lettera. Almeno due. La prima volta che mi parlò di questa lettera il discorso era il seguente: “BISOGNA CHE VADA DALL'ANGIOLINA IN TUTTE LE MANIERE PERCHÈ DEVO PRENDERE QUALCOSA”. Aggiungo però che su questo ultimo particolare non ricordo se dicesse se doveva prendere o portare qualcosa a casa dell'Angiolina. Di sicuro si riferiva a qualcosa che doveva fare a casa dell'Angiolina.

Era una lettera sola? Erano più d’una? “Ne ha parlato a lungo per diverso tempo per cui sono portato a credere che si sia trattato di più di una lettera”, disse Ricci, quindi che potessero essere state più d’una era soltanto una sua ipotesi basata peraltro su labilissimi elementi – il fatto che Vanni ne avesse parlato a lungo –, della quale, lo vedremo più avanti, avrebbero abusato i giudici. E sul portare, prendere o fare?
In ogni caso l’affidabilità della testimonianza Ricci sull’intero argomento lettera è davvero poco rassicurante. E per dimostrarlo basta compiere un altro salto in avanti nel tempo, fino alla sua deposizione, l’8 luglio 1997 (vedi).

PM: Senta, può darsi che lei abbia riferito di aver saputo da Vanni che le lettere erano due, anziché una?
Ricci: Mi sembra due, però io... di una sono sicuro; dell'altra no.
PM: Lei le ha mai viste queste...
Ricci: Mai.
PM: E ricorda che tipo di minaccia riferì Vanni a lei che era contenuta in queste lettere?
Ricci: Mah...
PM: Cosa doveva fare, perché lo minacciava?
Ricci: “Mi ha minacciato, mi ha minacciato. Ora quando esce me la fa scontare”. Però... in che maniera gliela facesse scontare, non lo so.
PM: Ma che cosa aveva fatto per cui...
Ricci: Perché aveva chiacchierato troppo, dice.

Sul fatto che le lettere fossero state due il teste continuò con i “mi sembra, però…”, tantoché possiamo tranquillamente archiviarlo come puro frutto di sue esternazioni gratuite. Nonostante questo, si noti come l’astuto Canessa avesse continuato a parlare di più lettere, e il motivo sarà chiaro tra breve.
Sul contenuto Ricci raccontò di minacce perché Vanni aveva parlato troppo, ma il PM non rimase soddisfatto, e lo incalzò contestandogli le dichiarazioni rese in istruttoria.

PM: Senta una cosa: lei, può darsi che relativamente al contenuto di una di queste lettere, ci fosse l'invito ad andare a casa della moglie di Pacciani?
Ricci: No.
PM: Lei ha riferito, dice: “Ho ricordi più precisi circa una di queste lettere, nella quale, secondo il Vanni, gli diceva di andare a casa della moglie a prendere o a portare qualcosa”. Questo ricordo come le è venuto?
Ricci: Mah, me lo avrà detto lui, senz'altro. Però io, in questo momento...
PM: Lei poi aggiunge: “Per quel che ricordo, il Vanni ha esitato un po' dicendo che non voleva andar dall'Angiolina, ma il Vanni non mi ha mai raccontato se ci è andato, o meno. Si tratta di lettere pervenute prima della scarcerazione del Pacciani che è del dicembre '91”. È così?
Ricci: Va bene...
PM: No, va bene...
Ricci: No, se c'è scritto costì...
PM: Lo ha detto lei.
Ricci: Non me lo ricordo. Che vuole...
PM: Ora gliel'ho riletta...
Ricci: Benissimo, benissimo.
PM: “Benissimo”, nel senso che è così?
Ricci: Sì, è così.

Come si vede, gli incerti – e probabilmente compiacenti – ricordi di Ricci in istruttoria divennero un’arma in mano al PM in sede dibattimentale, con il conseguente tradimento dello spirito del nuovo rito accusatorio. Il 27 novembre 1995 Ricci aveva rilasciato testimonianza davanti a due PM, Vigna e Canessa, in un clima di febbrile bisogno di novità, nel quale facilmente potrebbe essere stato condizionato, in modo più o meno consapevole, dalle esigenze dei propri interlocutori. Proprio per scongiurare casi come questo il rito accusatorio prevede che il teste debba ripetere le proprie dichiarazioni in dibattimento, e che solo queste valgano. Ma le possibili contestazioni a suon di verbali – che la legge prevede – molto spesso finiscono per vanificare questo buon proposito, probabilmente come nel caso di Ricci.
A gettare ombre inquietanti sulla testimonianza Ricci concorre anche un altro elemento. Nel verbale della prima audizione, il 13 novembre 1991, si legge il passo seguente: “A me il Vanni non ha mai detto di aver ricevuto lettere dal carcere da parte del Pacciani”. Nella trascrizione OCR del documento resa disponibile nella prima parte di questo articolo – di provenienza ufficiale, peraltro – chissà perché il passo risulta assente. La circostanza è emersa agli occhi di chi scrive al momento della rilettura della deposizione Ricci al processo ai compagni di merende, dove sia Pepi sia Zanobini glielo contestarono. Una successiva ricerca tra le carte di Francesca Calamandrei ha portato al reperimento di una copia scannerizzata del verbale (vedi), dove in effetti il passo c’è.
A questo punto il lettore ha abbastanza elementi per inquadrare da solo la testimonianza Ricci. È il caso di aggiungere anche la consultazione del verbale del SIT della moglie Laura Mazzei (6 maggio 1996, qui), nonché della sua deposizione al processo (qui). La donna ribadì nella sostanza quello che già aveva raccontato al processo precedente: “Ricordo che diceva che la lettera conteneva minacce, ma non ricordo altro”.
A contribuire alla scissione delle lettere in più esemplari si prestò anche Lorenzo Nesi, nella sua audizione del 28 febbraio 1996 davanti a Michele Giuttari. Dal relativo verbale (vedi):

Voglio precisare, a proposito del VANNI, ancora una volta l'episodio della lettera, già riferito nel corso del primo processo anche in dibattimento. Il fatto si è verificato nel seguente modo:
Era di pomeriggio e pioveva, ricordo questi particolari molto bene, mentre non so essere preciso sull'anno. Ricordo solo che il PACCIANI era detenuto. Il VANNI venne a trovarmi ed era in stato di evidente agitazione, tanto che avevo pensato che avesse bevuto e mi chiese con insistenza di accompagnarlo dalla moglie di PACCIANI. Io gli risposi: “Ma cosa vai a fare a quest'ora. Puoi allungarti domani mattina quando fai il giro della posta”.
Mario mi precisò che aveva urgenza in quanto gli era pervenuta una lettera dal PACCIANI, contenente, per come mi riferì, “fatti brutti, fatti di sangue, cose grosse” e mi soggiunse che si era “bello rotto i coglioni”, perché PACCIANI una volta gli diceva di fare una cosa e un'altra volta di fare un'altra cosa facendomi intendere in questo modo che egli aveva ricevuto più lettere dal PACCIANI. Io non conosco il contenuto di tale missiva, perché non mi venne fatto leggere, ma mi venne fatta vedere solamente la busta mentre lo stavo portando con il furgone a casa di Angiolina.
Giunto a Mercatale, lo lasciai in Piazza e gli chiesi se dovevo aspettarlo ricevendo risposta negativa.

Quindi, come Ricci, anche Nesi che le lettere fossero state più d’una lo aveva soltanto dedotto, peraltro da qualcosa cui in precedenza non aveva mai fatto cenno: il fatto che Vanni gli avesse detto di più richieste contrastanti ricevute da Pacciani. Il lettore giudichi da sé quanta credibilità possa essere assegnata a questo nuovo capitolo delle dichiarazioni di Nesi, che si spinse anche oltre, aggiungendo ai propri presunti ricordi le proprie considerazioni personali:

A proposito di questa lettera e dell'episodio connesso, ho fatto le seguenti deduzioni:
  sicuramente Mario aveva avuto il consenso del PACCIANI per andare a casa di questi mentre era detenuto perché, caso contrario, sicuramente non si sarebbe permesso, anche perché la sua visita sarebbe stata notata dai vicini di casa ed il PACCIANI l'avrebbe saputo;
  Mario doveva rimanere sicuramente molto tempo, altrimenti mi avrebbe fatto attendere anche perché avevo dato la mia disponibilità;
  Pacciani ha scritto a Mario e non direttamente ad Angiolina perché questa non sa leggere e scrivere, almeno così penso, ed il contenuto della lettera non doveva essere portato a conoscenza di altri, tipo le figlie;
  sicuramente si trattava di un fatto importante, perché altrimenti Mario sarebbe andato il giorno successivo anche perché era solito, per il lavoro che svolgeva, passare sempre da lì.

In dibattimento sul fatto che le lettere fossero state più d’una Nesi aggiunse poco:

PM: Le disse, il Mario, parlando di questa lettera, che ne aveva... le fece capire che ne aveva ricevute anche altre?
Nesi: Sì, sì, sì. Sì, sì.
PM: Da Pacciani.
Nesi: Sì, sì.
PM: E le disse per caso una frase tipo: “Si era bell'e rotto i coglioni...”.
Nesi: Sì.
PM: “…che il Pacciani scriveva”.
Nesi: Sì, sì. Cioè, lui si era rotto le scatole con questo Pacciani che dal carcere…
PM: Gli dava istruzioni.
Nesi: Io icché gli dava non lo so, dottore. Icché gli dava non lo so..
PM: Gli diceva di fare qualcosa.
Nesi: Mario era molto infastidito di questa corrispondenza con Pacciani.

Come si vede, Canessa lavorò molto alle più lettere, e i giudici glielo avrebbero riconosciuto.

Dall’avvocato o dai carabinieri. Torniamo al SIT di Walter Ricci del 27 novembre 1995. Un altro argomento nuovo introdotto dal teste fu quello dell’idea espressa da Vanni di far leggere la lettera a qualcuno competente.

Ricordo, in particolare, che quando il VANNI mi parlava di una di queste lettere faceva caldo, forse era settembre. Mi ricordo anche che diceva che doveva andare dall’avvocato, riferendosi all'avvocato CORSI di S. Casciano e che doveva fargli vedere una cosa. Conoscendo il VANNI ho pensato che, per avere un consiglio, gli abbia fatto vedere la lettera del PACCIANI.
>Sempre a tale proposito, ma è una mia supposizione, penso che una lettera di tal genere il VANNI l'abbia fatta vedere a qualcuno e mi viene in mente, in proposito, come possibile persona che gli abbia dato un consiglio, il MONTECCHI Ovidio, segretario di A.N. di S. Casciano che ha un grande ascendente su VANNI. Il MONTECCHI è una persona perbene, ha una pelletteria alla Sambuca e mi ricordo che nello stesso periodo, cioè prima della scarcerazione del PACCIANI, parlavano spesso la sera, da soli, in un angolo della piazza a S. Casciano e non so cosa dicessero.

Si comincia qui a capire il motivo per cui la procura avrebbe lavorato così tanto alla moltiplicazione della lettera, probabilmente fin già dal momento di compilare il verbale riassuntivo del SIT Ricci. Infatti, quali segreti di fiancheggiatore o addirittura complice avrebbe mai potuto contenere lo scritto di Pacciani se Vanni, a quanto ne sapeva Ricci, voleva chiedere consiglio a un avvocato? Tre settimane dopo, il 19 dicembre 1995, si volle verificare direttamente presso Alberto Corsi, avvocato civilista al quale tradizionalmente si rivolgevano tutti gli abitanti di San Casciano per un parere legale. Corsi negò di aver mai visto quella lettera (vedi):

Ricordo che nel periodo in cui VANNI cominciò ad essere oggetto di interrogatori sia da parte della P.G. e poi del P.M., il VANNI venne da me, dimostrandosi impaurito per quel che gli succedeva ma senza spiegarmi il motivo esatto delle sue paure. Mi sembra di ricordare che mi parlasse di domande che gli venivano fatte sulla pistola del PACCIANI.
Io ho solo cercato di tranquillizzarlo dicendo che lui era semplice testimone e che non aveva bisogno di difensore e che comunque io non mi occupavo di materia penale.
ADR - Non mi ha mai parlato, il VANNI, della lettera ricevuta dal PACCIANI e di cui ho letto sui giornali. Credo che quando venne da me la lettera doveva ancora arrivare. Su questo argomento non è mai entrato con me, neppure a livello di consiglio amichevole ed io ho appreso delle circostanze relative alla lettera dalla stampa e dalla TV.

Tutto sommato le dichiarazioni di Corsi risultavano tranquillizzanti per l’utilizzo della lettera in chiave accusatoria, ma qualche giorno prima, il 15, Michele Giuttari aveva interrogato Giancarlo Lotti, e un nuovo e peggiore problema si era aggiunto. Si legge nel relativo verbale  (vedi):

Mi risulta che i rapporti tra il PACCIANI ed il VANNI erano ottimi, però devo far presente che, quando il PACCIANI era detenuto per la questione delle figlie, il VANNI per un periodo di tempo mi sembrò seriamente preoccupato, in quanto dal carcere aveva ricevuto da parte del PACCIANI una lettera dal contenuto minaccioso, della quale non mi fornì dettagli. Mi disse solamente di questa lettera e che era sua intenzione farla vedere a qualcuno e che l'avrebbe portata ai carabinieri. Non so però se l'abbia fatto né tantomeno a chi l'abbia fatto vedere.

Dunque Vanni aveva parlato della lettera anche con Lotti, suo complice secondo le successive risultanze processuali. C’è innanzitutto da chiedersi il perché il futuro collaboratore di giustizia, in quel momento per nulla intenzionato a confessare, avrebbe messo una pulce nell’orecchio di Giuttari raccontandogli un episodio in grado d’inguaiarlo. Ma supponiamo pure che se lo fosse lasciato sfuggire per merito dell’abilità di Giuttari nel condurre l’interrogatorio. Ma allora, in quale modo si può inquadrare l’intenzione manifestata da Vanni di portare la lettera dai carabinieri? L’individuo avrebbe dovuto essere del tutto fuori di testa per anche aver soltanto immaginato un’azione del genere, quella cioè di consegnare alle forze dell’ordine su un piatto d’argento una pista in grado di svelare le proprie malefatte. Tra l’altro anche Lotti avrebbe corso il medesimo rischio, quindi anche lui doveva aver avuto qualche rotella fuori posto per non aver preso Vanni per il bavero sconsigliandolo caldamente. È chiaro che niente torna.
Un piccolo aggiustamento forse Lotti lo fece durante il ben noto interrogatorio dell’11 febbraio 1996, quello delle sue prime parzialissime ammissioni della sosta a Scopeti per fare pipì, e quindi fortuito spettatore del delitto. Si legge nel relativo verbale (qui):

Circa una lettera pervenuta al VANNI dal PACCIANI, di cui si è parlato anche nel processo a carico di quest'ultimo, io ricordo che una volta il VANNI mi disse che doveva portare una lettera ai carabinieri. Me lo disse di mattina. Mi disse che era arrivata da Firenze. Non mi disse chi gliel'aveva mandata. Non mi disse perché la voleva portare ai carabinieri.

Quindi, secondo queste dichiarazioni, Lotti non sapeva quale fosse stato il mittente della lettera, mentre in precedenza aveva detto che era Pacciani. Se a pensar male ci s’indovina, si potrebbe anche ritenere che il verbalizzante avesse tentato di distinguere tra la lettera di cui parlava Lotti e l’altra portata all’Angiolina, della quale invece aveva parlato Nesi. In ogni caso quell’intenzione di far vedere la lettera ai carabinieri era ormai sul tavolo, quindi si dovette farvi fronte.
Canessa affrontò l’argomento nel suo primo interrogatorio di Vanni in carcere (19 febbraio 1996), cercando un possibile rimedio al problema:

Canessa: Senta una cosa ancora, lei al G.I.P. l’altro giorno ha parlato di quella lettera che le arrivò e che lei voleva portare ai Carabinieri. Ricorda? Lei al dibattimento a carico di Pietro Pacciani, sentito, mi sembra, proprio da me sul punto, comunque nel corso degli interrogatori precedenti senz’altro, disse che con questa lettera un giorno, se è la stessa lettera non lo so, era andato anche a casa dell’Angiolina Pacciani, portato dal Nesi. Io le chiedo: è la stessa lettera, quella con cui andò dall’Angiolina, di quella che voleva portare ai Carabinieri, o sono due lettere diverse?
Vanni: No, è una sola.

Niente duplicazione della lettera, quindi, secondo Vanni, quella portata dall’Angiolina era la medesima che avrebbe voluto far leggere anche ai carabinieri. Ecco quindi le inevitabili ma inutili richieste di chiarimenti, avanzate dai tre PM e anche da Pepi, il difensore di Vanni.

Canessa: Come mai la voleva portare ai Carabinieri?
Vanni: Mi venne due idee...
Canessa: Due idee, che idee le vennero?
Vanni: Dapprima la volevo portare, poi dopo la strappai.
Pepi: Ci spieghi perché la voleva portare ai Carabinieri. Si parlava di un reato nella lettera? C’erano minacce? La si accusava di qualche cosa? Risponda. Cioè, dai Carabinieri si porta...
Canessa: Se uno ha paura.
Pepi: ... una cosa di cui i Carabinieri si fossero occupati, no?
Canessa: Per cautelarsi.
Pepi: Che gli si porta a fare una lettera ai Carabinieri? Uno riceve una lettera, che va con la posta ai Carabinieri?
Canessa: Per star tranquilli si va dai Carabinieri. Glielo disse all’Angiolina: “Guarda, porto la lettera ai Carabinieri”?
Vanni: No.
Canessa: Le venne in mente di portarla ai Carabinieri prima di andare dall’Angiolina o dopo che aveva parlato con l’Angiolina?
Vanni: Dopo.
Canessa: Come mai le venne in mente dopo?
Vanni: ... così...
Fleury: C’erano minacce contro di lei in questa lettera?
Vanni: No, no.
Fleury: Perché...
Canessa: Ce l’ha detto lui che lo minacciò anche per telefono. Allora, stia a sentire, parla di merende, parla delle ragazze, lei va dall’Angiolina, e poi la vuole, dopo, portare ai Carabinieri. Come mai questo meccanismo?
Vanni: Ho avuto quest’idea.

Vanni continuava a far di tutto per acuire i sospetti dei propri interlocutori, come dimostrano anche gli inutili sforzi di Pepi per farlo ragionare nell’ottica di una miglior difesa.
Due giorni dopo Lotti fornì un aiutino alla procura, cambiando ancora le proprie dichiarazioni sulla lettera. Dal relativo verbale (21 febbraio 1996, vedi):

Per quanto riguarda la lettera ricevuta dal VANNI, ricordo che un giorno, di pomeriggio, il VANNI mi disse che aveva ricevuto una lettera che doveva portare a far vedere perché era minacciosa. Lui diceva che non sapeva se portarla ai Carabinieri o all’avvocato Alberto CORSI che anche io conosco. Mi diceva “dove la devo portare?” e io gli dissi che erano cose sue e di vedere come doveva far meglio. Gli dissi che doveva portarla ad una persona un po’ più̀ esperta che poteva dargli dei consigli.
Dopo un paio di giorni o tre, VANNI mi disse che l’aveva portata a vedere all’avvocato che lo aveva un po’ tranquillizzato però poi, quando gli chiedevo come stava, si mostrava sempre impaurito della lettera e io gli dicevo “perché sei impaurito se ti hanno tranquillizzato?”.

In precedenza Lotti aveva parlato soltanto di carabinieri, lo abbiamo visto. Questa volta si agganciò alle dichiarazioni di Walter Ricci, che per primo aveva accennato ad Alberto Corsi, affermando però qualcosa in più: Vanni gli aveva detto che la lettera all’avvocato gliel’aveva fatta leggere. A quel punto davanti alla procura si apriva un’unica strada: la possibile incriminazione di Alberto Corsi per favoreggiamento.

Uccidi per me! Si legge in Compagni di sangue:

M.R., pregiudicato per reati contro la persona e il patrimonio, di 32 anni, nel mese di maggio del 1996, dopo la scarcerazione, si presentava presso la stazione carabinieri di Rufina, riferendo spontaneamente di essere a conoscenza di alcuni elementi utili alle indagini, relative al “Mostro di Firenze”. In particolare, precisava che, negli anni '80, durante la sua detenzione nella casa circondariale di Sollicciano, aveva conosciuto Pietro Pacciani, all'epoca ristretto per motivi diversi di quelli attinenti alla vicenda del “Mostro”. Raccontò che Pacciani gli aveva confessato di essere responsabile dei delitti ai danni delle coppiette. Un giorno, gli aveva chiesto, qualora fosse uscito prima di lui dal carcere, di effettuare l'omicidio di una coppietta, utilizzando una pistola che lui gli avrebbe procurato. Il delitto gli avrebbe consentito di essere scagionato dall'accusa di essere il “Mostro di Firenze”. In cambio, Pacciani gli aveva promesso che gli avrebbe regalato una casa e parte dei soldi relativi al risarcimento dei danni morali derivati dalle ingiuste accuse. Gli confidava anche che nel luogo dove teneva la pistola nascondeva anche il coltello usato per le incisioni sui cadaveri.
I carabinieri informarono prontamente il Pubblico Ministero, che procedeva, insieme a me, all'interrogatorio del teste, che confermava le dichiarazioni rese ai carabinieri. Specificava di aver detto la verità e di non aver alcun motivo né richieste da avanzare alla giustizia.

Pare impossibile che un commissario di polizia e un pubblico ministero avessero anche soltanto per un momento creduto a panzane simili. E Vanni e la lettera? Prosegue il libro:

Alla domanda di precisare meglio i discorsi che Pacciani gli aveva confidato nel 1991, il testimone riferiva che gli aveva accennato solo che una volta fuori gli avrebbe dovuto risolvere un problema e, poi, quando anche lui fosse stato scarcerato, lo avrebbe dovuto aiutare ad ammazzare una persona, che lo aveva deluso e ingannato. In cambio gli avrebbe dato una casa e molti soldi. Ma non aveva avuto modo di approfondire l'argomento, perché era stato trasferito. Rientrato a Sollicciano nel 1994, era stato, per alcuni giorni al centro clinico, dove aveva rivisto Pacciani, che aveva subito iniziato ad inviargli lettere e bigliettini tramite i lavoranti della sezione. Aveva poi distrutto quelle lettere così come Pacciani stesso gli aveva chiesto di fare. I messaggi dicevano che lui ce l'aveva a morte con una persona, qualcuno che gli era stato accanto e ora, che lui era in carcere, non faceva niente per aiutarlo. Lo considerava un traditore. Gli spiegò che quest'amico si era rifiutato di uccidere una coppia, mentre lui era in carcere, per scagionarlo.

M.R., al secolo Massimo Ricci, era uno spudorato mentitore, non ci sono dubbi, non essendo per nulla credibile che il sospettosissimo Pacciani avesse rischiato di farsi denunciare vuotando il sacco con un estraneo. Peraltro lo squallido personaggio sarebbe tornato alla carica il 6 dicembre 1997 – mentre era in pieno svolgimento il processo ai compagni di merende – millantando confidenze ricevute in prigione da Vanni. Questi gli avrebbe raccontato che Pacciani lo stava ricattando con la minaccia di svelare una brutta storia di violenze a una ragazza handicappata. Canessa parve credergli, forse anche perché le parole di Ricci erano suffragate dalle dichiarazioni di due compagni di carcere extracomunitari, e ne richiese l’audizione. Per fortuna la pur accondiscendente Corte badò bene di respingere una richiesta che di sicuro avrebbe riempito l’aula di ridicolo. Di questa seconda fase delle rivelazioni di Ricci in Compagni di sangue non ci sono tracce, in ogni caso sorprende che invece ve ne siano della prima: ancora Giuttari dava credito a questo individuo?
Ma torniamo alle prime rivelazioni di Ricci, il cui SIT di fronte a Canessa e Giuttari è del 31 maggio 1996 (purtroppo chi scrive non ha disponibilità del verbale). Chi, se non Vanni, poteva essere l’amico che si era rifiutato di uccidere una coppia per scagionare Pacciani? E in quale altro modo Pacciani poteva aver chiesto a Vanni se non attraverso la misteriosa lettera? Non fu certo per caso se il 12 giugno successivo Lotti venne interrogato proprio su questo argomento. Si legge nel relativo verbale (vedi): 

Lei mi chiede ancora se con riferimento alla lettera inviata da Pacciani, che era in carcere, a Vanni di cui ho già parlato abbia capito o meno che Pacciani chiedeva a Vanni di fare qualcosa per scagionarlo quando era accusato di essere il mostro di Firenze. Io non so niente in proposito. Si dà atto che il P.M. informa il Lotti che anche su tale circostanza le indagini hanno fornito elementi in tal senso.
A.D.R. Anche di questa cosa non so niente. Si dà atto a questo punto che il Lotti si manifesta agitato e dice, come del resto ha fatto più volte sino ad ora, di soffrire di un dolore alla schiena che lo preoccupa da diversi giorni e che gli ha impedito di rispondere all'interrogatorio del 28 Maggio u.s..
Si dà atto a questo punto che l'interrogatorio viene sospeso dalle ore 18.45 alle ore 19.00 ed in tale lasso di tempo il difensore ha chiesto ed ottenuto di parlare con il proprio assistito.

Dunque nulla disse di sapere Lotti di quel che aveva raccontato Massimo Ricci, nonostante le energiche sollecitazioni degli inquirenti.
Per giudicare il successivo comportamento del presunto pentito va tenuto presente il suo status di quel periodo. Dopo essere stato costretto a confessare la propria partecipazione ai delitti di Scopeti e Vicchio, il 26 aprile 1996 aveva dovuto ammetterla anche per Giogoli e Baccaiano. A quel punto era stato lasciato a bollire a fuoco lento per un mese e mezzo, con lo spettro di finire in carcere a far compagnia a Vanni, e durante quel periodo la sua disponibilità ad assecondare ogni esigenza degli inquirenti doveva aver raggiunto i massimi livelli. Aveva soltanto da capire quel che loro si aspettavano da lui. E nel quarto d’ora di colloquio a due, Alessandro Falciani, il suo difensore del momento, dovette senz’altro averglielo spiegato. Infatti, così prosegue il verbale:

Alla ripresa dell'interrogatorio A.D.R.: In merito alla lettera che il Vanni disse di avere ricevuto da Pacciani, intendo fare delle precisazioni. Io la lettera come ho già detto non l'ho vista anche se più volte quando me ne parlò chiesi al Vanni di farmela leggere. Il Vanni mi disse che non poteva e che la doveva portare a qualcuno che si intendeva di quelle cose. Io capii che era sua intenzione portarla forse ai carabinieri ma la cosa mi sembrava improbabile o più probabilmente al suo avvocato.
Alle mie insistenze il Vanni diceva: “PERCHE' TE LA DEVO FARE LEGGERE?” al che io gli dicevo: “NON HAI FIDUCIA IN ME!” e lui mi diceva di no perché aveva paura che io lo raccontassi. Io comunque capivo che in quella lettera il Pacciani minacciava in qualche modo il Vanni e che chiedeva di fare qualcosa per farlo uscire dal carcere, ma il Vanni era così impaurito e preoccupato che non volle farmi vedere il contenuto di quella missiva. Voglio spiegare ancora che io ero curioso e che gli sono andato dietro per vedere dove la portava ed ho visto che si dirigeva verso lo studio dell'avv.to CORSI che si trova vicino al semaforo nei pressi della Cassa Rurale e la pensione “MERI”. Io gli chiesi se potevo andare anche io con lui ma lui mi disse di no e volle andare da solo anche perché era molto amico dell'avvocato CORSI e quando aveva bisogno di qualcosa la portava a lui.
Dopo diversi giorni mi disse che aveva lasciato la lettera ed io capii anche se non me lo ha detto espressamente, che l’aveva portata all'avvocato CORSI. Del resto erano molto amici da tanto tempo ed andavano a cena insieme anche con quelli del loro partito.

Come si vede, l’aggancio con le panzane di Ricci c’è: in quella lettera Pacciani “chiedeva di fare qualcosa per farlo uscire dal carcere”. In più Lotti – o meglio, il Lotti del verbale! – si allontanò in modo definitivo dall’ipotesi che Vanni avesse avuto intenzione di portare la lettera ai carabinieri, e fornì invece nuovi elementi per incastrare il povero Alberto Corsi. Corsi venne ascoltato di nuovo il 15 giugno (vedi), quindi tre giorni dopo le nuove rivelazioni di Lotti, per essere poi iscritto il 27 nel registro degli indagati, con il sospetto che non avesse voluto rivelare il contenuto della lettera.
Il 4 luglio la notizia sulla richiesta di compiere un omicidio uscì in modo clamoroso sui giornali (qui una piccola raccolta). Il 15 Canessa interrogò Vanni, mettendolo di fronte alle rivelazioni di Ricci. Dal relativo verbale (vedi) si comprende come, a ragione, Vanni fosse caduto dalle nuvole di fronte alle assurde contestazioni. Leggiamone qualche gustoso frammento:

Canessa: Ecco, le leggo dei pezzi in qua e là, sempre di questa persona. “Mi diceva che gli dovevo risolvere un problema fuori e aggiungeva che quando saremmo stati entrambi fuori lo avrei dovuto aiutare ad ammazzare questa persona e mi avrebbe ricompensato. Capii che era stato deluso ed ingannato da questa persona che lo aveva tradito ma non mi disse all’epoca, poi l’ha spiegato dopo, in che cosa lo aveva deluso. Mi diceva che gli avrebbe dato parecchio denaro ed una casa”. Poi spiega, io glielo leggo a pezzi. Lui gli chiede anche che gli doveva fare un omicidio lui, lui questa persona e poi dice: “La seconda volta che ci parlammo, mi ha riferito che quel suo amico l’aveva tradito perché già nel ‘92 e nel ‘93 per lettera gli aveva chiesto di scagionarlo facendo un omicidio e dato che lui era fuori ma il Pacciani in carcere aveva ricevuto un messaggio che gli aveva risposto: “Perché non ti ammazzi?”, mi disse che questo amico fuori gli doveva fare l’omicidio perché lui e Pacciani... – questo gliel’ho già letto – avevano fatto prima gli omicidi insieme. Pacciani mi ha detto che con questa persona erano come fratelli, hanno la stessa età, non mi ha detto che lavoro fa, né tanto meno chi. Mi ha detto però che per ammazzarlo, questa persona, doveva ammazzare lei...”
Vanni: Accidenti, dico...
Canessa: “...lo avrei dovuto innescare tramite una prostituta alle Cascine, lo avrei poi dovuto far portare in montagna in un posto lontano dove avrei dovuto fingere come una rapina, poi sarebbe uscito fuori lui Pacciani e lo avrebbe scannato e poi avremmo dovuto ammazzare anche la donna e per questo era necessaria una prostituta. Lei mi chiede di spiegare meglio perché Pacciani mi diceva queste cose...”
Vanni: Io, la senta, non ne so nulla di queste...
Canessa: Aspetti, lei non ne sa nulla, però questa... […]
Vanni: È un pazzo quello.
Canessa: Sarà un pazzo, comincia a essercene troppi perché è la stessa cosa che dice Lotti, anche Lotti dice che dal carcere Pacciani voleva che faceste un omicidio e questo dice la stessa cosa. Siccome lei gli disse, secondo quello che dice questa persona: “Perché non ti ammazzi?”, questo era talmente inviperito che dice: “Va be’, allora al Vanni ci penso io”. […]
Vanni: A far fuori me, eh. Almeno... Questa l’è grossa, non la sapevo. Io so che non gli ho fatto mai nulla né a lui, né al Lotti e né a altri, ho sempre fatto il mio dovere per bene.

Il 21 ottobre Vanni fu interrogato da Vigna, naturalmente anche sulla lettera. Nel relativo verbale (vedi) si legge una novità:

È vero che l'avvocato CORSI lesse la lettera. Io la stavo leggendo lì in paese, o al Bar Italia o in piazza, e capitò il CORSI che visto che avevo ricevuto una lettera mi chiese di leggerla. La lesse e poi mi consigliò di strapparla e io dopo la strappai e la buttai via.

Vanni dunque ammise di aver fatto leggere la lettera all’avvocato Corsi, ma, se davvero fu così – Corsi lo avrebbe sempre negato – le circostanze appaiono tutt’altro che favorevoli a una interpretazione “cattiva” del contenuto. Pare possibile, infatti, che Vanni avesse tenuto in mano una lettera così compromettente mentre si trovava in piazza o in un bar? Dell’interrogatorio è qui disponibile una stralcio di trascrizione, un’attenta lettura del quale è caldamente raccomandata a chi ancora crede alla colpevolezza del povero cristo.
Torniamo però a Lotti e alla richiesta di Pacciani di compiere un omicidio. Il presunto pentito venne interrogato il 19 febbraio 1997 nella forma dell’incidente probatorio, la cui trascrizione in tre fascicoli è scaricabile qui, qui e qui. Nel primo fascicolo l’argomento viene affrontato nelle pagine 93-98, durante l’interrogatorio del PM:

PM: Lei ha mai sentito parlare di una lettera di minacce che era arrivata a Vanni?
Lotti: Sì, me l’aveva descritto, questa lettera... non so, se lo minacciava dal Pietro... Queste erano cose sue, io non potevo intervenire su cose...
PM: Lei l’ha vista questa lettera?
Lotti: Eh, io ho visto la lettera. Però...
PM: L’ha letta?
Lotti: No, io no.
PM: E sa qual era il contenuto di questa lettera?
Lotti: No, lui dice che minacciava questo Pietro, non lo so. E che... Non l’ho capita per bene.
PM: In questa lettera che tipo di minacce c’era e perché?
Lotti: No, se voleva farlo sortir fuori, non lo so. Questo... Io ho sentito questo discorso qui.
PM: Ecco, che era una lettera con cui Pietro chiedeva che Vanni lo facesse sortir fuori.
Lotti: No, che lo minacciava così, come mi ha riferito lui. Poi io non ho... Lui, sono quei discorsi che mi ha fatto così. Poi non lo so.

Come si vede, al fatto che Pacciani avesse chiesto a Vanni di compiere un omicidio per farlo uscire dal carcere Lotti fece soltanto un timidissimo cenno: “No, se voleva farlo sortir fuori, non lo so”. Canessa tentò poi di approfondire, ma, avendo capito che la strada era molto impervia – e quindi rischiosa per la credibilità del teste – passò subito alla questione Corsi, sulla quale il lettore interessato può farsi la propria idea da solo, anche e soprattutto attraverso il controinterrogatorio di Zanobini, riportato alle pagine 43-62 del fascicolo 3. In ogni caso il GIP accolse la richiesta della procura e rinviò a giudizio Alberto Corsi per favoreggiamento.
Interrogando Lotti in dibattimento il 27 novembre 1997 (vedi), Canessa affrontò anche il tema della lettera, prendendola molto alla larga. A un certo punto chiese dell’omicidio.

PM: Senta una cosa, lei dice che Vanni aveva paura che lo ammazzasse. Il Vanni gli ha mai spiegato meglio il contenuto di questa lettera? Cosa doveva fare perché non lo ammazzasse?
Lotti: Mah, io... Questo che m'ha detto lui gl'è così. Quello... e basta, non c'è altro. Non lo so.
PM: Lei però dice - le contesto e stimolo il suo ricordo su questo - dice: “Quando Pacciani era in carcere, Vanni aveva una grande paura” - interrogatorio 12/06/96 – “che succedesse qualcosa anche a lui, Vanni, e che Pacciani parlasse. Aveva paura di finire in carcere anche lui, Vanni. Lotti aggiunge che Vanni diceva sempre: 'se fo così, bene, sennò vado dentro anch'io'. E che lo stesso Vanni gli aveva spiegato che Pacciani voleva che facesse un omicidio per farlo uscire e che lo minacciava che altrimenti prima o poi lo avrebbe ammazzato; e che avendo paura di ciò era andato più di una volta dall'avvocato Corsi”. È così?
Lotti: Quello che m'ha spiegato, è così.
Presidente: Cioè, cosa? Cosa ha spiegato?
PM: È una minaccia piuttosto forte. Cioè, gli chiedeva di fare un omicidio?
Presidente: Lotti, spieghi un po' questo discorso.
Lotti: Quello delle minacce...
Presidente: Eh, quei discorsi che ha letto il Pubblico Ministero. Come sta la cosa?
Lotti: Sì. Come c'è scritto lì...
Presidente: Ce lo ripeta lei.
Lotti: Che lo minacciava, sennò lo faceva... lo ammazzava.
Presidente: Lo minacciava...
Lotti: No, sennò lo ammazzava... sul punto della lettera.

Ancora una volta venne tradito lo spirito del rito accusatorio, con la subitanea lettura di un verbale d’istruttoria fin già dalle prime avvisaglie dei tentennamenti del teste. Ma nonostante questo Lotti parve comunque non ricordare nulla di quella richiesta d’omicidio contenuta nella lettera. E Canessa fu costretto a insistere con le stimolazioni (il lettore tenga presente che il testo non riporta le legittime proteste dei difensori di Vanni e Corsi).

PM: Le ho contestato che lei ha riferito che nella lettera ci sarebbe stata una richiesta di Pacciani a Vanni di fare un omicidio. È così?
Lotti: Sì. Ma questo fatto quando sarebbe?
PM: Non ne ho la più pallida idea io, l'ha detto lei.
Lotti: No, ma dico, sul delitto o altra cosa della lettera?
PM: Non lo so.
Presidente: No, sulla lettera, sulla lettera. Parliamo della lettera ora.
Lotti: No, sennò poi...
PM: Lei ricorda questi discorsi quando glieli ha fatti? Innanzitutto se glieli ha fatti. Secondo, quando glieli ha fatti.
Questo, come fo a ricordammi preciso quande.
Presidente: Ma gli ha fatto un discorso di questo tipo, riferendosi alla lettera? O gli ha fatto un discorso di quel tipo indipendentemente dalla lettera?
Lotti: Sì, indipendentemente dalla lettera.
Presidente: Eh, allora ci spieghi come. Cosa gli ha detto il Vanni.
Lotti: Che lo minacciava sul fatto della lettera, così.
Presidente: Quello, lo abbiamo capito. Siccome lei dice, secondo il Pubblico Ministero, che avrebbe parlato anche di, diciamo di un ordine dato dal Pacciani di ammazzare un'altra persona per farlo uscire dal carcere. È vero questo? E se è vero, in che termini è vero. Cosa sa di questo punto lei?
Lotti: Che doveva sortire una persona, ma lui doveva sortire?
Presidente: Lui, Pacciani.
Lotti: Sì.

Lotti si stava confondendo tra due argomenti differenti, entrambi panzane. Nelle sue compiacenti dichiarazioni d’istruttoria, infatti, c’era anche quella dell’omicidio di Giogoli che sarebbe stato chiesto da Francesco Vinci a Pacciani e Vanni per farlo uscire dal carcere. Ecco allora la sua domanda al presidente – “Che doveva sortire una persona, ma lui doveva sortire?” – prontamente soddisfatta: “Lui, Pacciani”. A questo punto il PM e il presidente potevano anche sperare che la retta via fosse ormai stata imboccata, ma non era ancora così:

Presidente: E il Vanni cosa doveva fare?
Lotti: Che doveva fare? Questo...
Presidente: Gli ha detto qualcosa il Vanni, o no? Lei ha riferito una versione al Pubblico Ministero, che l'ha letta ora il Pubblico Ministero. Noi gli chiediamo di spiegarci un po' meglio questa storia. Perché sembrava che fosse detto in quella lettera.
Lotti: Non mi ricordo di preciso quello che ho detto.
Presidente: Scusi, aspetti un po'. Sembrava che fosse detto in quella lettera di cui ha parlato. Ora dice: 'in quella lettera no'. Allora, cosa gli ha riferito il Vanni di questo, diciamo, desiderio del Pacciani dal carcere?
Lotti: No, riferiva che doveva sortire uno, una persona di dentro. Però non so chi doveva sortire: se doveva sortire Pietro, o no. Questo non riesco a spiegare. Non lo spiego bene io.
Presidente: Non lo spiega bene no.
PM: No, non lo spiega per niente bene Lotti. È un discorso che è relativo a quella lettera, o è un discorso che non ha niente a che vedere con quella lettera?
Lotti: Per me c'ha a che vedere la lettera, compreso questo fatto.
PM: È nel discorso della lettera. Ho capito. E erano discorsi che le faceva Vanni e che lui, Vanni, aveva paura di essere ammazzato dal Pacciani se non faceva qualcosa.
Lotti: Sì, se non faceva qualcosa.
PM: Qualcosa era fare un omicidio.

Seguirono le veementi ma inutili proteste di Filastò per lo “spettacolo indecoroso”. È chiaro che Lotti non ricordava bene le fandonie raccontate in istruttoria, alla cui verbalizzazione non è neppure detto avesse partecipato in modo del tutto consapevole.

La lettera nella sentenza. La sentenza inizia a trattare della lettera sposando fin da subito l’ipotesi della sua moltiplicazione, dando per scontato che le incertissime sensazioni di Lorenzo Nesi e Walter Ricci fossero corrispondenti alla realtà.

Risulta infatti che il Pacciani, quando era in carcere in espiazione di una pena detentiva riportata per violenze sessuali in danno delle figlie, ha scritto più lettere al Vanni, tanto che costui, ad un certo momento, non ne poteva più e si mostrava molto seccato di tali continui scritti.
A riferirlo è stato in particolare il teste Nesi Lorenzo, che è amico “fraterno” del Vanni […]

Di Nesi fu creduta anche la sparata dei “fatti di sangue”.

Durante il viaggio, il Vanni aveva tirato fuori da una tasca la lettera del Pacciani, dicendo che aveva urgenza di portarla dall'Angiolina perché essa parlava di “cose brutte”, di “fatti brutti”, di “cose di sangue”.

A quando risaliva questa lettera? Nesi non era stato in grado di specificarlo con esattezza. Ecco allora che i giudici ricorsero alle parole dello stesso Vanni:

Ha invece ricordato l'epoca lo stesso Vanni che, interrogato sulla predetta lettera dal PM in data 21.10.1996, ha confermato l'episodio ed ha nel contempo precisato che si trattava della “fine del ‘91”, quando il Pacciani stava per uscire dal carcere per la condanna per le figlie.

Ma se andiamo a leggere il passo corrispondente, scopriamo che le cose stanno in modo un po’ diverso:

Vigna: Abbia pazienza, Vanni, segua me: quando gli scrive questa lettera siamo alla fine del’91.
Vanni: Sì. Va bene.
Vigna: Bene. Il Pacciani era bell’e stato condannato. Era in carcere esattamente dal 1987...
Vanni: Io non me ne ricordo.

Era stato Vigna a parlare della fine del ’91, Vanni aveva solo annuito senza troppo riflettere. In realtà, come abbiamo visto nella prima parte, Vanni aveva parlato della lettera già nel SIT del 10 luglio 1991, sul cui verbale si legge: “Circa due anni fa almeno credo mi pervenne una lettera dal carcere di Sollicciano, spedita dal Pacciani Pietro”. Quindi l’anno era il 1989, a meno di non fare appello al trucco delle più lettere. D’altra parte anche Francesca Bartalesi, nipote di Vanni, aveva collocato la lettera più indietro negli anni durante l’udienza del 14 luglio 1997 (vedi):

PM: Quando le fece questo discorso, eravate a casa sua, eravate fuori, c'erano altre persone...
Bartalesi: No, l'unica cosa che mi ricordo è che eravamo fuori, all'aria aperta. Però...
PM: Eravate solo voi due?
Bartalesi: Mi sembra. Però non sono sicura, non me lo ricordo, sono passati tanti anni.
PM: Tanti anni, lo sa collocare nel tempo? Quattro-cinque-sei-sette...
Bartalesi: No, molti di più. Una decina d'anni, insomma, tanti. Una decina d'anni per dire parecchio, ecco. Ora con precisione...
PM: Suo zio poi ha parlato... Abbiamo focalizzato fine '90, un'epoca così. Anni '90-'91. Può essere? Lo ha detto suo zio, eh, o altri testi.
Bartalesi: No, per me... '91, sono sei anni? No, sono... A quello che posso ricordarmi io, per me sono passati di più, più anni.

Ma perché ai giudici, e agli inquirenti prima di loro, interessava collocare la lettera alla fine del ’91?

La suddetta lettera è stata quindi scritta dal carcere, quando il Pacciani era già indagato per i duplici omicidi di cui è processo, risultando che lo stesso Pacciani è rimasto in carcere per i reati in danno delle figlie dal 30 maggio 1987 al 6 dicembre 1991 e che in data 29 ottobre 1991 si è visto notificare in carcere I' informazione di garanzia per i vari duplici omicidi e per i relativi reati connessi.

È chiaro che l’interesse era quello di interfacciare la figura di un Pacciani già consapevole di essere sotto indagine per i delitti del Mostro. Ecco allora l’ipotesi dei giudici sul contenuto della lettera.

Si è trattato comunque di una cosa molto urgente (non certo delle “’merende” o del motivo per cui il Pacciani era finito in carcere, per giunta quattro anni prima), atteso che il Vanni non ha potuto aspettare nemmeno la mattina successiva e che ha voluto subito farsi accompagnare e lasciare a Mercatale, nonostante che piovesse e che non avesse neanche un mezzo per far ritorno a San Casciano.
Sicché è facile dedurre che si è trattato di andare a casa del Pacciani per prendere o rimuovere qualcosa, tenuto anche conto del fatto che il teste Ricci Walter, genero di una cugina del Vanni, ha parlato di due lettere scritte dal carcere dal Pacciani al Vanni, ed esattamente di una con cui lo aveva minacciato perché “aveva chiacchierato troppo” e di un’altra con cui gli aveva invece ingiunto “di andare a casa della moglie a prendere o a portare qualcosa...” (cfr. verb. ud. 8.7.97, fasc. 20, pagg. 19, 20 e 21).

Come in mille altre occasioni, la sentenza trucca le carte. Walter Ricci aveva parlato dubitativamente di due lettere (“Mi sembra due, però io... di una sono sicuro; dell'altra no”), senza distinguerle affatto tra quella portata all’Angiolina e un’altra contenente minacce. Si tratta di un’invenzione dei giudici.
Continua la sentenza, parlando della lettera in cui Pacciani avrebbe ingiunto a Vanni “di andare a casa della moglie a prendere o a portare qualcosa”:

Si è trattato, inoltre, di una questione di estrema gravità, ritenuta tale sia dal Pacciani che dal Vanni, data l’urgenza con cui quest'ultimo si è precipitato a Mercatale.
È insuperabile, quindi, il collegamento logico coi delitti di cui è processo, atteso che il Pacciani già sapeva di essere indagato
per tali fatti e che lo stesso Pacciani, a detta del Lotti, custodiva in casa la pistola dei delitti […].
Va inoltre segnalato che la lettera è stata immediatamente distrutta, come afferma lo stesso Vanni, e che pertanto anche tale fatto conferma il contenuto compromettente della missiva, segno evidente che il Pacciani aveva conferito al Vanni un incarico particolare, che poteva essere affidato solo ad un complice, coinvolto nelle stesse vicende (verosimilmente, si è trattato della pistola, nel fondato timore che essa venisse rinvenuta in occasione di qualche perquisizione).

Si tratta di pure illazioni, indegne di una sentenza emessa in un pase civile come l’Italia del 1997. E come la mettiamo con il proposito di Vanni di portare la lettera a un avvocato o addirittura ai carabinieri? Qui la sentenza chiede aiuto alla moltiplicazione delle lettere, dichiarata fin dalla prima riga in cui tratta dell’argomento.

Né si può ritenere che tale lettera sia stata la stessa di cui parla il Lotti in relazione alla posizione di Corsi Alberto, perché il comportamento del Lotti appare obbiettivamente non conseguenziale, nel senso che ha spinto il Vanni ad andare dall'avv. Corsi o da altri e quindi tenuto una condotta contraria a quella ipotizzabile nel caso in cui si fosse trattato invece della stessa lettera, dato che anche il Lotti avrebbe avuto tutto l'interesse a non farla conoscere ad altri, per il timore di essere prima o poi coinvolto anche lui.

Ma come? Lotti aveva parlato di una sola lettera contenente la richiesta di compiere un omicidio, quindi il suo comportamento contraddittorio rimane incancellabile. Ma, per non dover affrontare il conseguente problema, di tale argomento la sentenza tace del tutto.
Arrivano infine le sorprendenti conclusioni:

La predetta lettera del Pacciani dal carcere, con tutto quello che ne è seguito a Mercatale, costituisce quindi una prova inconfutabile dell'intesa esistente tra lo stesso Pacciani ed il Vanni anche successivamente al duplice omicidio di Scopeti, nonostante che fossero passati da esso ben sei anni.
Ma tale lettera costituisce anche l'anello di congiunzione e comunque il corollario di tutte le prove come sopra analizzate a carico del Vanni, prove che conducono tutte nella stessa direzione e che pertanto inchiodano lo stesso Vanni alla sua responsabilità.

Addirittura la lettera assurta ad anello di congiunzione di tutte le prove contro il povero Vanni! Basterebbe solo questo a dimostrare la faziosità di una sentenza che si colloca ai livelli più bassi della nostra civiltà giuridica recente.
Infine solo un breve cenno alla conclusione della vicenda di Alberto Corsi, il quale, soprattutto grazie alla concretezza del proprio avvocato Gabriele Zanobini che non si perse dietro l’individuazione di mostri alternativi a quelli presentati dall’accusa, venne assolto con le seguenti motivazioni:

Nessuno ha potuto riferire che il Vanni sia stato realmente dall’avv. Corsi per fargli vedere la lettera del Pacciani e che l'avv. Corsi, dopo aver letto la lettera, abbia consigliato al Vanni di distruggerla o di strapparla. […]
Comunque sia, il Corsi non appare raggiunto da alcun elemento di prova, per tutte le ragioni già indicate, per cui se ne impone l'assoluzione con formula piena.

La lettera in appello e dopo. La sentenza d’appello non menziona neppure la lettera, che la stessa accusa ritenne di nessun valore probatorio. Ecco uno stralcio della requisitoria di Daniele Propato (20 maggio 1999, vedi):

Vi è poi la lettera Nesi, ricevuta da Vanni, il quale ha precisato la data, fine del '91, ci sono un sacco di lettere che escono dal carcere, Pacciani è in carcere condannato per fatti relativi alle figlie, però ad un certo punto, riceve un'informazione di garanzia per i reati di questo processo e quindi può esserci. È stato in carcere dal 30 maggio '87 al 6 dicembre '91, il 29 ottobre riceve l'informazione di garanzia. Di questa lettera ne sappiamo ben poco, così come non si sa se la lettera strappata, della quale si è parlato con l'avvocato, ma della quale non conosciamo il contenuto, non possiamo dire, come si dice in sentenza, che la fretta di andare dall’Angiolina  accompagnato sotto la pioggia dal Nesi Lorenzo, dimostra l'urgenza di recarsi a casa. E che doveva fare? Doveva far sparire qualche cosa? E che cosa doveva far sparire? La pistola. Ma se avessimo avuto questa lettera allora questo sarebbe stato un elemento forte, ma questa lettera non l'abbiamo e di questa lettera si dice parli di “gravi fatti di sangue”, dall'altra parte si dice che il Pacciani avrebbe rimproverato Vanni: “Tu parli troppo” io non ho trovato da nessuna parte qualche elemento di conforto a questa faccenda.

Se non altro a livello di pura curiosità, va infine menzionata una coda riguardante la lettera, a opera di Lorenzo Nesi il chiacchierone, il quale, durante l’inchiesta sui mandanti, offrì molte volte il proprio contributo. Si legge nel verbale della sua testimonianza del 22 maggio 2003 resa di fronte a Giuttari (vedi):

Dai discorsi che mi fece Vanni all’epoca ho dedotto alcune cose che reputo possano interessarvi. Mi spiego meglio. All’epoca Vanni faceva spesso riferimento a Calenzano, dove si recava la sera e talvolta lo accompagnai anch’io, lasciandolo in un bar, i1 Tucano, per riprenderlo dopo qualche ora sempre allo stesso posto. Questo si verificò dopo che aveva ricevuto la lettera. Cercai di sapere i motivi di quelle visite, ma lui non volle mai darmi spiegazioni. Altro fatto che mi incuriosì e che più volte, sempre dopo la lettera, quando si ragionava sui delitti del Mostro, mi diceva testualmente “la verità sta coi morti” senza aggiungermi altro.
Dedussi da tutti i discorsi che la pistola dovesse essere custodita nella bara di qualche persona deceduta e sepolta nel cimitero di Calenzano.
A Calenzano lo accompagnai sempre nel pomeriggio quando Vanni non lavorava. Secondo quello che ho capito Vanni certamente custodiva e continua a custodire tutti i segreti di questa vicenda del Mostro, ma non volle mai spingersi oltre con me, anche se qualche volta ebbi l’impressione che fosse lì per lì pronto ad aprirsi data l’amicizia che ci legava. Voglio ancora precisare che questi discorsi Vanni me li fece quando ancora non si sapeva che Pacciani era indagato per la vicenda del Mostro, ma sicuramente Pacciani lo aveva capito e si sentiva il fiato di Perugini addosso. In pratica ancora non c’erano state le perquisizioni a casa del Pacciani, che era detenuto per le violenze alle figlie. Pensai successivamente che la famosa lettera del Pacciani in realtà non contenesse minacce come si pensò ma indicazioni date dal Pacciani al Vanni per andare a prendere qualcosa di compromettente, credo la pistola od altro, dall’abitazione e portarla in un posto sicuro. […]
A proposito sempre della lettera ho riflettuto molto e mi sono convinto che in effetti non dovesse contenere minacce perché in questo caso, conoscendo bene Vanni, l’avrebbe sicuramente conservata e magari al momento opportune esibirla anche per dimostrare che aveva detto la verità sul punto. Voglio precisare anche – e di questo ne sono proprio certo – che Vanni non butta mai nulla di posta siano lettere, cartoline od altro.

Non si ha notizia di effettive ricerche tra le bare del cimitero di Calenzano…

Conclusioni. L’articolo finisce qui. La documentazione fornita o indicata è abbondante, quindi il lettore ha la possibilità di tirare le proprie conclusioni. A giudizio di chi scrive la “misteriosa” lettera di Pacciani a Vanni costituisce un perfetto esempio di come nella vicenda giudiziaria relativa ai delitti attribuiti al cosiddetto Mostro di Firenze si siano costruite fantasiose architetture basate sul nulla.

33 commenti:

  1. Antonio, lasciando perdere le assurdità scritte nella sentenza e il vergognoso comportamento degli inquirenti, secondo te perchè Vanni disse di aver fatto vedere la lettera a Corsi, il quale durante il processo ha sempre negato di averla vista? Manipolazioni o "incomprensioni" durante gli interrogatori di Vanni oppure uno dei due mentiva?

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    1. Ciao Lorenzo, lasciami discuterne con qualcuno, poi ti dirò cosa penso.

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  2. Ottimo articolo e altri documenti inediti, ancora un passo avanti nella direzione che più mi interessa, la ricostruzione storica dell'iter delle indagini.
    L'unica cosa che continuo a non comprendere è per quale ragione mai, essendo ben consapevole del ruolo del Lotti quale falso testimone manipolato - e poi abbandonato al suo destino - dagli inquirenti, anzi portando importanti contributi in questo senso, tu possa continuare a vederlo come astuto assassino.

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    2. mah, io posso avere una idea "secondo me", ma proprio perché "secondo me" lascia il tempo che trova. comunque, tanto per rispondere, se Antonio vorrà pubblicare, ovviamente non è obbligato, penso che se Pacciani e Vanni avevano fama in paese di andare in giro a fare i guardoni, forse (forse!) qualcosa di vero ci può essere. e potrebbe (potrebbe!) essere l'esigenza di far tacere questo a Vanni l'oggetto di una lettera, con minacce che quasi avevano spinto Vanni ad andare dai CC o da un avvocato; cosa poi a quanto sembra non fatta, forse perché imbarazzante. Ma naturalmente una lettera di questo tipo non c'era motivo di farla conoscere, con urgenza, alla moglie di Pacciani.
      Se il teste GP (noto e conclamato guardone; udienza del 29 giugno 1994) ammette, tra molti dinieghi, che pacciani gli aveva chiesto di andare al lago per guardare le donne nude, se l'uomo col braccio fasciato che molestava Iandelli poteva essere ragionevolmente identificato in Pacciani (fosse o non fosse lui) qualche idea ce la possiamo fare.
      ma solo coì, tanto per rispondere, perché idee precise non ne ho e a questo punto mi fido poco sia dei verbali di PG (anzi pochissimo) che di quello che dichiarano i testi in udienza.

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  3. Le "certe cose" avrebbero anche potuto essere rapporti con prostitute o comunque donnine facili.
    Si può disquisire quanto si vuole su quello che avrebbe potuto contenere la lettera, ma non si può ignorare la questione della donna da cercare. Per quale strano percorso psicologico Vanni si sarebbe inventato una storia del genere nel momento in cui lui stesso, di propria iniziativa stando alla documentazione, aveva raccontato della lettera?
    Alla questione del voyerismo non credo. Nonostante gli sforzi sovrumani dell'accusa e dei giudici, che sostanzialmente cercarono di truccare le carte, la lettera si colloca interamente all'interno della vicenda delle molestie alle figlie, e non in quella dei delitti del Mostro, che è successiva. Ora io mi domando che cosa avesse a che fare la questione del voyerismo con quelle accuse.
    Piuttosto bisogna tener conto della situazione neurologica di Mario Vanni. Dalla sentenza di assoluzione di Francesco Calamandrei si viene a sapere che già nel 1996 Vanni aveva subito una TAC che non doveva aver avuto esiti troppo felici, se nel 2000 si parlava di "peggiorameto" rispetto ad essa.
    Si legge nella sentenza:

    debbono qui esaminarsi le perizie cui è stato sottoposto il Vanni nel corso degli anni: in primis la C.T.l . effettuata dal prof. Marchi, disposta il 21.10.2000 dal Presidente del Tribunale di Sorveglianza di Firenze, dove si parla di “stato di coscienza che appare ipovalido, alternando momenti di lucidità a momenti di confusione e difficile comprensione”. E alla visita del Vanni da parte dello psichiatra in data 4.1 1.2000: “L’elemento di maggiore evidenza è dato dallo stato
    neuropsichiatrico nel quale emerge una situazione di deterioramento cognitivo su base vasculopatica cerebrale”. Si proseguiva: “Abbiamo visto come le T. A.C hanno evidenziato una sofferenza diffusa su base vascolarie che dimostra peggioramento su quanto era emerso ad alcune T.A.C.eseguite nel 1996".
    Ancora: “L’aggravamento del quadro vasculopatico cerebrale è confermato anche dagli episodi confusionali e di assenza e di apatia segnalati nel 1998”. Altra perizia veniva effettuata dal prof. Pieri Cioni sul Vanni un anno dopo, esattamente
    il 31.10.2001 e così concludeva: “In particolare le condizioni neurologiche sono peggiorate dal settembre del 2000, quando ebbe luogo la precedente visita. Si conferma l’accentuato decadimento mentale".

    Ora, mi pare abbastanza lecito immaginare che già dall'inizio degli anni '90 la malattia di Vanni avesse iniziato il proprio corso.

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    2. Pacciani non sapeva di essere entrato nel mirino degli investigatori prima dell'89-90, almeno, non risulta che lo sapesse.
      Fare di tutte le erbe un fascio è pericoloso. Vanni continuò a parlare della questione della donna da cercare per tutte e tre gli interrogatori del '91. Anche a considerarlo già con qualche rotella in meno, anzi, anche per questo, sembra difficile che nella sua mente sia nata questa storia di pura invenzione. Se lei si sente tranquillo a pensarlo faccia pure.
      Rimane comunque il censurabile comportamento di giudici e magistrati che in seguito evitarono accuratamente di entrare in argomento.

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    4. Caro Marletti, come sempre, a lei non interessa tanto la verità, ma confermare le sue opinioni.
      Innanzitutto, se al processo Vanni avesse potuto contare su una difesa efficace non sarebbe stato condannato all'ergastolo sulla sola base degli sproloqui di Lotti. Poi ha letto anche lei gli inutili tentativi di Pepi di farlo ragionare. Evidentemente anche lo stesso Pepi non aveva avuto modo di capire che cosa c'era dietro quella storia della donna da cercare.
      In ogni caso, devo prendere atto che lei ritiene quella storia una pura invenzione di Vanni? Lo scriva chiaro e finiamola qui.

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    1. In questo caso la verità è sotto gli occhi di chi la vuol vedere: una pseudoprova, la lettera, creata dal quasi nulla.

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    2. Aggiungo e poiu chiudo.
      Le ho mostrato come sono nati i "fatti di sangue". Le ho mostrato come sono nate le più lettere. Le ho mostrato come è nata la storia di fare l'omicidio. Tutti elementi basati sul nulla, sulle chiacchiere di Nesi, sulle sensazioni di Ricci, sulle bugie di Lotti. Cosa vuole di più per togliere questa lettera tra le prove contro Vanni e Pacciani?

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  5. Conclusa la lettura della seconda parte e dei tanti documenti inediti, farei alcune osservazioni.
    Si direbbe che nessuno credesse al racconto di Vanni, che pur tra tentennamenti e momenti di scarsa lucidità ha sempre affermato che la lettera verteva sulla questione delle figlie. Non ci credevano Vigna e Canessa, ma neppure la difesa di Vanni. La storia della donna meritava uno sforzo maggiore da parte di tutti.
    L'avvocato Corsi (udienza dell'11 dicembre 1997) era convinto, dalla sua ricostruzione della vicenda, che la lettera risalisse al 1991, quando Pacciani era ormai in procinto di uscire dal carcere. Che abbia fatto confusione con un'altra storia, quella delle minacce rivolte a Vanni per telefono da Pacciani dopo la scarcerazione? O si sia fidato degli inquirenti che ormai avevano posticipato la lettera di due anni?
    Devo fare mea culpa su Nesi, di una malignità davvero senza pari, fino al punto di insinuare che Vanni fosse l'anonimo che inviò l'asta guidamolla poiché usava le parole "berve" e "bischero" presenti nella lettera anonima (Sit del 28 febbraio 1996).
    La testimonianza più attendibile mi sembra quella di Laura Mazzei, citata nella prima parte dell'articolo: "In effetti il Mario, tempo addietro, mi raccontò che aveva ricevuto una lettera dal Pacciani, che era in galera, nella quale veniva minacciato di morte perché ritenuto responsabile, dal Pietro, delle accuse concernenti le violenze fatte alle figlie" (Sit del 22/11/1991).
    Perché Pacciani ce l'avesse con Vanni non lo sappiamo (Vanni non ha voluto o potuto rivelarlo), ma l'argomento della missiva credo fosse proprio quello.

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    1. Mi fa piacere che su Nesi abbia aperto gli occhi. La cattiveria della persona era infinita.
      Riguardo l'argomento della lettera, devo dire che quel passo del sit Mazzei non l'ho valorizzato per come meritava. Bene ha fatto lei a evidenziarlo, e male fecero gli inquirenti a neppure prenderlo in considerazione.
      Forse faccio un addendum alla prima parte.

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    2. Mi chiedo perché il Nesi si sia così impegnato a mettere nei guai una persona che non gli aveva fatto nulla e lo considerava un grande amico. Magari ci sono cose dietro che noi non sappiamo? Chissà se segretamente prova dei rimorsi per aver contribuito, e non poco, a mandare all'ergastolo un povero innocente.

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    3. Ci sono persone maldicenti per loro natura. Se in più ci metti la smania di protagonismo la miscela diventa altamente esplosiva.
      Io sono toscano, quindi mi posso permettere di dire quello che penso dei toscani: tra di loro si nascondono le persone più maldicenti che si possa immaginare.

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    5. Laura Mazzei era cugina della madre di Vanni, se ho ben capito. È quindi plausibile che Vanni si fosse confidato con lei.
      Nella prima audizione la memoria della donna era più fresca, è naturale che col passare degli anni il ricordo si sia affievolito. Esattamente il contrario di quello che accadde con gli altri testi: col marito Ricci, che nulla disse della lettera fino al 1995, le missive si moltiplicano come i pani e i pesci. Con Nesi le "cose molto brutte" si tramutano dopo quattro anni in "fatti di sangue".
      A me la storia sembra questa: Pacciani scrive a Vanni nell''89 e lo minaccia per qualche ragione oscura che nulla ha a che vedere con le indagini sul mostro, che ancora non lo riguardavano. Vanni va con la lettera da Angiolina e le dice: senti un po' cosa mi ha scritto tuo marito. Io non voglio averci a che fare, parlaci tu. Poi è in dubbio se andare a sporgere denuncia nei confronti di Pacciani, ma per paura della sua reazione o per quieto vivere rinuncia e strappa la lettera.
      La vicenda per la quale Pacciani era in carcere era di certo molto brutta, e avrà cercato qualunque appiglio per venirne fuori. Posso immaginare che, in uno stato di totale esasperazione, ritenesse responsabile anche Vanni di non averlo aiutato.
      Due furono i momenti in cui Pacciani minacciò Vanni: uno in forma epistolare, l'altro telefonicamente dopo la scarcerazione. In questa seconda occasione Pacciani gli promise che gliela avrebbe fatta pagare per aver parlato troppo (del pistolone, del fucile o altro), non nella lettera.
      Questo ho capito dalla lettura dei documenti e dell'articolo, di cui condivido totalmente le conclusioni.
      Lascio a Segnini (o agli altri lettori) la facoltà di fare delle aggiunte o dei rilievi.

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  6. Non era più logico per il Vanni, invece di parlare della lettera a destra e a manca, andare direttamente dal Lotti che era coinvolto come lui nei delitti? Invece non gli fa vedere nemmeno cosa dice la lettera...mah
    E se davvero fosse stata spedita nel 91, quando ormai Pacciani era indagato per i delitti del mostro, gli inquirenti non avrebbero dovuto leggere tutta la corrispondenza in entrata e in uscita?

    E scrive cose così compromettenti col rischio che vengano intercettate dalle forze dell'ordine? Mah

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  7. Una cosa che mi ha sempre fatto riflettere è il fatto che Vanni si sia rifiutato di rivelare il contenuto della lettera agli inquirenti, mi verrebbe da pensare che temeva potesse iguaiarlo in qualche modo, eppure quando la ricevette non aveva le stesse paure, tanto che voleva addirittura portarla ai carabinieri, quindi cosa era cambiato? Io la butto lì, anche se sono il primo a pensare che sia tirata per i capelli, è possibile che il Pacciani sapendo che lo avevano puntato come possibile mostro, abbia chiesto a Vanni di cercare una coppia e simulare un attacco del mostro, senza arrivare ad uccidere ma solo a spaventare, nell'assurda convinzione che questo potesse scagionarlo agli occhi degli inquirenti? Questo potrebbe spiegare perché quando la ricevette non temeva che portandola dai carabinieri si sarebbe messo nei guai, ma anni dopo ovviamente il discorso era assai diverso, confessare una cosa del genere non gli avrebbe certo giovato, cosa ne pensa?

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    1. Francamente non ce lo vedo Pacciani ad architettare un trucco di questo tipo, però chissà...

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    2. Buongiorno Antonio, avrei una domanda che mi sono sempre posta e colgo l'occasione per fargliela: ma visto che Pacciani era sospettato di essere il mdf, non era possibile intercettare le lettere che scriveva?
      La ringrazio come sempre se mi vorrà rispondere
      Grazie
      Stefania

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    3. Non ho capito la domanda. Intende dal carcere? Francamente non so se la sua corrispondenza fosse legale che gliela leggessero, mi pare di no.

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    4. Sì Antonio, intendo dal carcere. Se non sbaglio era già fortemente sospettato di essere il mdf e quindi avrebbero avuto tutti i motivi di leggere le lettere che inviava.
      Immagino che non fosse legale farlo, però quando si sospetta qualcuno di aver commesso un crimine, viene messo il telefono sotto controllo e anche le microspie nella sua abitazione, quindi perché non leggere le sue lettere, soprattutto quelle che inviava agli amici?
      Certo che se questo è un regolamento carcerario che non può essere violato, Pacciani ha avuto cmq un bel coraggio a scrivere qualcosa di compromettente al suo amico Vanni.
      Anche se questi fosse stato suo complice c'era cmq sempre il rischio che la lettera saltasse fuori.

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    5. Non lo so, probabilmente al momento della lettera Pacciani non era ancora controllato fino in fondo. In ogni caso che gli leggessero le lettere non è dimostrabile. Certo, mettendosi nei suoi panni scrivere una lettera di invito a un omicidio sarebbe stato davvero da stupido. Un motivo in più per buttare nel cesso tutta questa storia.

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    6. Mi sembra che se n'era già parlato.
      A me risulta che l'art. 18 dell'Ordinamento Penitenziario (L. 375/77) nella formulazione vigente all'epoca (91-92) fosse il seguente:
      "Art. 18. (Colloqui, corrispondenza e informazione). I
      detenuti e gli internati sono ammessi ad avere colloqui e
      corrispondenza con i congiunti e con altre persone, anche
      al fine di compiere atti giuridici.
      I colloqui si svolgono in appositi locali, sotto il
      controllo a vista e non auditivo del personale di custodia.
      Particolare favore viene accordato ai colloqui con i
      familiari.
      L'amministrazione penitenziaria pone a disposizione dei
      detenuti e degli internati, che ne sono sprovvisti gli
      oggetti di cancelleria necessari per la corrispondenza.
      Puo' essere autorizzata nei rapporti con i familiari e,
      in casi particolari, con terzi, corrispondenza telefonica
      con le modalita' e le cautele previste dal regolamento.
      I detenuti e gli internati sono autorizzati a tenere
      presso di se' i quotidiani, i periodici e i libri in libera
      vendita all'esterno e ad avvalersi di altri mezzi di
      informazione.
      La corrispondenza dei singoli condannati o internati puo'
      essere sottoposta, con provvedimento motivato del
      magistrato di sorveglianza, a visto di controllo del
      direttore o di un appartenente all'amministrazione
      penitenziaria designato dallo stesso direttore.
      Per gli imputati i permessi di colloquio fino alla
      pronuncia della sentenza di primo grado, la sottoposizione
      al visto di controllo sulla corrispondenza e le
      autorizzazioni alla corrispondenza telefonica sono di
      competenza dell'autorita' giudiziaria, ai sensi di quanto
      stabilito nel secondo comma dell'articolo 11. Dopo la
      pronuncia della sentenza di primo grado i permessi di
      colloquio sono di competenza del direttore dell'istituto.
      Le dette autorita' giudiziarie, nel disporre la
      sottoposizione della corrispondenza a visto di controllo,
      se non ritengono di provvedervi direttamente, possono
      delegare il controllo al direttore o a un appartenente
      all'amministrazione penitenziaria designato dallo stesso
      direttore. Le medesime autorita' possono anche disporre
      limitazioni nella corrispondenza e nella ricezione della
      stampa".
      Mi sembra di capire che, in assenza di un decreto ad hoc la corrispondenza non poteva essere controllata, almeno formalmente; su come poi funzionasse in pratica, mi rimane qualche dubbio.

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    7. Grazie Omar, preciso ed informato come sempre.
      Nel caso che il magistrato di sorveglianza decidesse per il controllo della corrispondenza, il detenuto aveva il diritto di esserne informato?
      Grazie per la risposta

      Stefania

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    8. Non saprei, la norma è cambiata più volte negli anni, bisognerebbe interpellare un avvocato attivo ante 2000.

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  8. Eh infatti era proprio quello che pensavo anch'io.

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