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domenica 6 marzo 2016

Un Mostro poliziotto (1)

Tra le ipotesi che vengono formulate sull’identità del Mostro, o comunque su una sua generica configurazione, quella di un individuo appartenente alle forze dell’ordine ha oggi un grande seguito tra gli appassionati. Ne è incontestabile padre Nino Filastò, il noto avvocato e mostrologo che difese Mario Vanni. Si tratta di una convinzione da lui maturata, probabilmente, proprio mentre si preparava al difficile processo, agli inizi del 1997, ma i cui semi erano già presenti nella visione che aveva della vicenda di Enzo Spalletti e Fosco Fabbri, i due guardoni coinvolti nelle indagini sul delitto di Scandicci. Secondo Filastò il primo aveva visto qualcosa, e si era rifiutato di raccontarlo per paura di ritorsioni da parte di un assassino potente e  intoccabile, il quale, quattro anni prima, aveva già minacciato il secondo. Ecco quanto ne scrisse nel libro “Pacciani innocente”, uscito alla fine del 1994:

Spalletti viene interrogato più volte dai magistrati. Nel corso di un interrogatorio lo scontroso infermiere si lascia scappare una frase sibillina. Con arroganza incongrua apostrofa i magistrati. Essi lo saprebbero bene che lui non c’entra nulla con il duplice omicidio. Parole larvate, ma dense di un significato recondito e inquietante: gli inquirenti lo terrebbero in carcere per stornare l’attenzione da qualcun altro. […]
In seguito si saprà che durante la detenzione di Spalletti alla moglie e al fratello sono arrivati strani messaggi telefonici.

Chi avrebbero dovuto proteggere gli inquirenti accusando Spalletti? La risposta Filastò la trova nelle parole dell’amico Fabbri:

Anche Fabbri viene interrogato di nuovo. Se Spalletti è oscuro nel linguaggio, incomprensibile e quindi sospettabile per la linea difensiva che ha scelto, l’amico Fosco riferisce invece un episodio il cui significato, se fosse stato indagato a tempo debito, forse avrebbe potuto portare qualche lume sul conto di quella losca congrega di cui, come si è visto, parlerà la bellezza di tredici anni dopo nel corso della sua requisitoria finale nel processo Pacciani il pubblico ministero dottor Canessa. […]
Circa quattro anni prima del delitto del campo dell’Arrigo, dice Fabbri, egli fece un incontro stressante. […] A un tratto da un’altra auto scese un uomo alto e robusto. Non sembrava aver voglia di scherzare costui, non tanto per lo sguardo, intenso e minaccioso, ma perché aveva in mano una pistola con cui minacciò il Fabbri.
[…] Cominciò, racconta Fabbri, con un ammonimento: il bravo voyeur deve fare attenzione a non molestare, a non avvicinarsi troppo alla coppia, a non essere troppo invadente. Se si comporta così sappia che non commette alcun reato. Non c’è penale a guardare con un minimo di discrezione. Semmai sono i guardati che sono in fallo. Poi se ne sarebbe andato, il singolare viandante boschivo, pago di aver fornito, gratuitamente, tali incoraggianti spiegazioni giuridiche, a parte lo scagazzo dell’arma puntata.
Ma chi era? Fabbri dice che in un primo momento si era presentato come una guardia forestale, ma che in seconda battuta avrebbe detto di essere un poliziotto tout court. Qui l’amico di Spalletti inserisce una sua intelligente deduzione: ci sarebbe da credergli che era un poliziotto, la sua osservazione circa la liceità dello sport voyeuristico non fa una grinza, sotto il profilo penalistico (e non la fa difatti). […] Una persona così addentro a una sottigliezza giuridica di quella specie, bisogna che un po’ di competenza ce l’abbia. Non un uomo della strada, allora, bensì, e appunto, un professionista di quel ramo, poliziotto magari, come aveva detto lui.

Ma nei capitoli finali del libro, dove l’autore fa un ampia descrizione di quelle che a suo giudizio sarebbero state le caratteristiche dell’assassino, di poliziotto non si parla affatto. Evidentemente Filastò non aveva ancora maturato la sua futura convinzione, anzi, doveva trovarsi in una fase di notevole incertezza, come si può desumere dagli accenni possibilisti alla “losca congrega” della quale aveva parlato Canessa, embrione della futura pista dei “Compagni di merende” contro la quale si sarebbe poi dovuto battere in difesa del Vanni.
Tre anni dopo le idee dell’avvocato erano molto più chiare. Lo testimonia questa intervista uscita su “Visto” il 18 luglio del 1997. In ogni caso la teoria completa del “Mostro poliziotto” la possiamo trovare in “Storia delle merende infami”, uscito nel 2005, dove viene anche ripresa la vicenda di Fabbri e Spalletti, sulla quale è il caso di spendere qualche altra parola. I verbali degli interrogatori dei due personaggi non sono mai stati pubblicati, e, almeno a memoria di chi scrive, in nessun altro libro si fa cenno agli episodi riportati da Filastò nei suoi. Quindi dobbiamo fidarci. Però lascia perplessi il fatto che in “Storia delle merende infami” il personaggio che avrebbe spaventato Fosco Fabbri venga descritto con indosso una divisa (“Incontra un tale in divisa. F.C. non sa precisare quale divisa sia, da guardia forestale, ipotizza.”). Ma undici anni prima, in “Pacciani innocente”, di divisa non si parlava affatto, poiché il personaggio si sarebbe soltanto “presentato come una guardia forestale”, e “in seconda battuta avrebbe detto di essere un poliziotto”. Divisa contro parole, insomma. Si tratta di una differenza non da poco, farebbe bene a tenerla a mente chi oggi afferma con tono perentorio che Fabbri sarebbe stato minacciato da un poliziotto.
In ogni caso possiamo liquidare l'intera questione come irrilevante, poiché niente fa pensare che quell’individuo fosse stato il Mostro. L’episodio raccontato da Fabbri risaliva a quattro anni prima del delitto di Scandicci, quindi non è affatto lecito mettere i due fatti in relazione tra di loro. Ancora meno valore ha la velata accusa di Spalletti agli inquirenti, anche dando per buono che l’avesse lanciata davvero. Non si capisce per quale motivo l’uomo non avrebbe dovuto raccontare di aver visto un poliziotto all’opera, se lo avesse visto, senza rifugiarsi dietro frasi sibilline con le quali non poteva certo sperare di risparmiarsi i quattro mesi e mezzo di detenzione cui fu costretto. Tra l’altro in carcere Spalletti avrebbe rischiato grosso se il Mostro avesse potuto contare su qualche aggancio nell’ambiente giudiziario e avesse temuto la sua eventuale testimonianza. La semplice verità è che Spalletti non aveva visto nulla (vedi), e quella sua frase, se pronunciata, non aveva che il sapore della disperazione.
Ma in “Storia delle merende infami” Nino Filastò porta molti altri elementi a suffragio della sua teoria, a cominciare da una ricostruzione del modo con il quale l’assassino si sarebbe avvicinato alle proprie vittime.

Riesce sempre a colpire le sue vittime da distanza ravvicinata. Ma come ci riesce? A mio parere, questo è il punto nodale della questione, sciolto il quale non dovrebbero restare molti dubbi su una determinata qualità del mostro. Qualità almeno di genere, nel senso di categoria sociale e professionale.
L’estrema facilità con la quale riesce ad avvicinarsi alle coppie, anche dopo gli allarmi amplificati e i controlli serrati, fa pensare a due dinamiche alternative. La prima è che egli riesca ad avvicinarsi perché non desta sospetti nelle sue future vittime. Qualche cosa di evidente lo connota, segnala la sua natura apparentemente inoffensiva.
La seconda è che, in qualche modo, riesca a rendersi invisibile. Da notare che egli agisce quasi sempre nelle notti di novilunio, cioè al buio totale.
Le due ipotesi non si escludono a vicenda. Forse in qualche occasione si è avvicinato rassicurando le vittime, altre volte senza farsi scorgere, nel caso in cui ha dovuto lasciare la macchina ad una certa distanza.
Esaminiamo la prima ipotesi. Cosa potrebbe farlo apparire inoffensivo agli occhi delle vittime? Esattamente il contrario di ciò che lo potrebbe caratterizzare come potenziale fonte di minaccia. Solo un ruolo visibile in quanto esibito, e una ben determinata qualifica può essere rassicurante in senso opposto: l’aspetto di agente dell’ordine.

Le considerazioni dell’avvocato sono molto opinabili. Tanto per cominciare sarebbe stata una ben strana coincidenza se l’agente o il finto agente, in almeno quattro volte su cinque (Borgo, Scandicci, Calenzano, Vicchio, no a Baccaiano) fosse arrivato addosso alle proprie vittime con il lampeggiante in funzione proprio nel momento in cui esse si stavano preparando a fare l’amore, né prima né dopo. La singolare coincidenza pare piuttosto accordarsi meglio con qualcuno che era già sul luogo in attesa, nascosto tra la vegetazione. E poi, per quale motivo l’assassino avrebbe dovuto annunciarsi prima dell’aggressione? Non a caso agiva sempre in notti quasi senza luna, mentre la coppia era intenta nei preparativi con la luce interna probabilmente accesa. In quelle condizioni avvicinarsi all’abitacolo di nascosto diventava facile, contando sul buio e sulla complicità di qualche cespuglio, ma soprattutto sulla disattenzione di chi in quei frangenti si trovava in uno stato di comprensibile eccitamento. In ogni caso l’attacco era fulmineo, e le vittime non avevano alcuna possibilità di reazione. D’altra parte lo stesso Filastò ammette che in alcuni casi il Mostro potrebbe anche essersi avvicinato senza farsi scorgere. E perché allora non in tutti?
Ma proseguiamo con la descrizione di come si sarebbe svolto l’approccio del poliziotto assassino.

Niente di più consueto che imbattersi in un poliziotto in servizio, che fa la sua ronda notturna in funzione anti-mostro, o in quella più generica di controllo di polizia. Niente di più tranquillizzante. Lo si individua già prima di vederne la figura, di notare i suoi gesti e i suoi abiti. In che modo? Dalla macchina da cui discende, accostata a poca distanza da quella dei fidanzati, con l’inconfondibile segnale di riconoscimento: la bolla blu lampeggiante sul tettuccio. Da quella macchina l’uomo avanza con passo sicuro, e i ragazzi, che hanno appena iniziato i preliminari, cercano di ricomporsi pronti a mostrare i loro documenti all’agente in borghese. Quando apparirà la pistola calibro 22 sarà troppo tardi per rendersi conto dell’errore. Il falso, o vero, agente, ha già indotto il giovane ad aprire il vetro del finestrino per mostrare i suoi documenti, per questo è in condizione di sparare a distanza ravvicinatissima, quasi a bruciapelo, senza incontrare, mai, in nessun caso – eccetto la coppia di francesi, che non era in auto bensì in una tenda – alcuna reazione.

La macchinosità dell’operazione immaginata da Filastò è evidente. Non convince né poco né punto un assassino che si presenta in pompa magna, con tanto di luce lampeggiante che lo avrebbe sottoposto al rischio di attirare l’attenzione di eventuali testimoni, dei quali in ogni caso non fu mai trovata traccia. Non è poi chiaro il perché l’individuo, prima di sparare, avrebbe dovuto attendere l’apertura del finestrino. Tanto più che i vetri risultavano infranti dai colpi di pistola. Ma Filastò, per questo fatto, ha una spiegazione differente.

Un altro elemento anomalo che ricorre in quasi tutti i delitti, trova la sua spiegazione solo se si pensa alla volontà dell'assassino di depistare e confondere le indagini per coprire l'identità che lo accomuna agli inquirenti. I finestrini delle macchine, dal lato da cui egli spara, sono sempre completamente frantumati. Se l'omicida avesse sparato a finestrino chiuso, come nella tesi ufficiale della polizia, i vetri dovrebbero trovarsi rotti solo parzialmente.
I proiettili calibro 22, i più piccoli in commercio, è molto difficile che, attraversando un vetro, riescano a distruggerlo senza lasciare nemmeno un frammento in piedi. Del resto è così che è avvenuto col colpo sparato sul parabrezza della vettura di Mainardi, nell'omicidio di Baccaiano. Il vetro del parabrezza non si è frantumato, ma è rimasto visibile solo un foro con le classiche incrinature a raggiera. Perchè allora tutti quei finestrini disintegrati? […]
Lo scopo non può essere che quello di non far capire quale sia stata in realtà la dinamica. Il finestrino, sulla richiesta di controllo dei documenti, è stato abbassato, poi, una volta colpite le vittime, l'omicida lo ha richiuso e frantumato con un qualche oggetto contundente: un fazzoletto contenente alcune biglie di acciaio – lo strumento classico dei ladri d'auto – uno sfollagente con l'anima di piombo, la pietra trovata sul luogo del delitto di Calenzano...
Questo per far credere che i finestrini fossero stati gli spari a distruggerli, mentre erano chiusi, e non aperti, come in realtà erano. […]
L'assassino è esperto di indagini. Sa anche come depistare. Il finestrino aperto sarebbe un indizio della sua funzione.

Lo scenario appare sommamente contorto. Per di più, nel portare l’esempio del parabrezza della Fiat 147 di Paolo Mainardi, Filastò dimentica che si trattava di vetro laminato, costituito cioè da due strati con in mezzo una pellicola di plastica. Scopo di tale tecnica costruttiva è evitare che il parabrezza, a eventuali rotture ad auto in movimento, vada completamente in pezzi, con ovvi pericoli per la sicurezza. I finestrini laterali sono invece realizzati in semplice vetro temperato, il quale tende a scoppiare dividendosi in piccoli frammenti. Tra i più colpi sparati e le successive manovre di apertura della portiera, o comunque di accesso all'abitacolo, si spiega bene il perché in sede ne erano sempre rimasti pochi. A Baccaiano poi, con il Mostro che secondo Filastò si sarebbe messo alla guida, la preventiva rottura del finestrino, i cui frammenti erano sulla piazzola, non avrebbe avuto alcun senso.
Infine le schegge di vetro che più di una volta colpirono le vittime (almeno a Calenzano, Baccaiano e Vicchio) dimostrano che i finestrini furono infranti dai colpi di pistola.

sabato 12 marzo 2016

Un Mostro poliziotto (2)

Segue dalla prima parte

L’ipotesi di un Mostro in divisa che induceva le proprie vittime a presentare i documenti, chiedendoli oppure anche soltanto dietro lo stimolo di una luce lampeggiante, viene confermata, secondo Filastò, da due importanti indizi. Lasciamo la parola al suo libro “Storia delle merende infami”.

Come spiegare in altro modo il libretto di circolazione trovato sul tappetino della macchina di Stefania Pettini? Normalmente lo si tiene nel cassettino del cruscotto. Che ci faceva sul pavimento dell'auto, se non era finito lì dopo essere stato estratto per mostrarlo a qualcuno? Il portafogli di Claudio Stefanacci, il compagno di Pia Rontini, è stato forato da parte a parte da un proiettile. Il portafogli avrebbe dovuto trovarsi nella tasca posteriore dei pantaloni, dove invece non era. I pantaloni di Stefanacci stavano sotto il sedile. Il ragazzo ha dovuto prelevarlo da là sotto. A che scopo se non per mostrare i documenti, contenuti al suo interno, a qualcuno autorizzato a richiederne l'esibizione? Con tutta probabilità, quando l'uomo ha cominciato a sparare, il ragazzo, col portafogli in mano, ha tentato invano di farsi schermo con esso, per questo il foro. Non c'è una lesione da sparo nel gluteo in corrispondenza della tasca dei pantaloni, quell'oggetto era nella mano della vittima al momento del colpo di arma da fuoco. L'ipotesi alternativa potrebbe essere la rapina, ma nel portafogli i soldi c'erano tutti. Non resta quindi che l'esibizione dei documenti.

Ma si tratta di indizi del tutto inconsistenti. Cominciamo dal libretto di circolazione dell’auto di Borgo San Lorenzo. Innanzitutto, e ancora una volta, dobbiamo fidarci delle affermazioni dell’avvocato, poiché dalla documentazione nota, almeno a memoria di chi scrive, la circostanza non risulta. Al processo Pacciani l’ex maresciallo dei carabinieri Domenico Trigliozzi, intervenuto sulla scena del crimine (vedi), aveva parlato del ritrovamento del libretto, senza però precisare che era sul tappetino. D’altra parte lo stesso Filastò, nella propria arringa al processo Vanni (vedi), non aveva dato l’impressione di esserne particolarmente sicuro (“mi sembra che nel 1974 si trova nella macchina, a giro e non nel cruscotto dove sta sempre, il libretto di circolazione”). In ogni caso, quand’anche il libretto di circolazione fosse stato rinvenuto sul pavimento dell’auto,  la confusione di oggetti che era stata rilevata all’interno suggeriva l’ipotesi che l’assassino avesse frugato in giro, quindi anche nel cruscotto. E poi la patente, di solito esibita insieme al libretto, perché non sarebbe finita anch’essa sul tappetino?
Veniamo adesso al delitto di Vicchio. In questo caso si può senz’altro affermare che Filastò riporta circostanze non vere, poiché il portafoglio di Claudio Stefanacci era stato trovato nella tasca dei suoi pantaloni – riposti sul pianale posteriore – forata dal proiettile che li aveva colpiti. Risulta dalla deposizione al processo Pacciani di Giovanni Libertino (vedi), un poliziotto della Scientifica intervenuto sulla scena del crimine:

PM: Bene, ecco, benissimo. No, è per evitare dubbi. E questo portafoglio e questi pantaloni presentavano qualche rilievo interessante dal punto di vista del sopralluogo della Scientifica, o erano del tutto indifferenti?
Libertino: No, no, questo pantalone verde, sulla tasca posteriore destra c'era un foro da colpo da arma da fuoco di sicuro. Perché poi il proiettile era ritenuto all'interno, diciamo si era fermato nella parte interna della tasca. […] Cioè, aveva oltrepassato il portafoglio e si era fermato vicino alla fodera della tasca dei pantaloni, all'interno.

Dunque anche questo secondo indizio sul Mostro in divisa va a farsi benedire, ancor più del primo, già debolissimo. Ma l’inventiva di Filastò, il quale, non va dimenticato, è anche uno scrittore di gialli, ha creduto di scovare altri elementi a suffragio della sua teoria. Come la testimonianza di Luciano Calonaci, il quale avrebbe visto un’auto della Polizia dirigersi verso Baccaiano poco prima del delitto del 1982. Da “Storia delle merende infami”:

Anche il teste Luciano Calonaci, sentito per iniziativa della difesa a proposito dell'omicidio di Baccaiano, è stato arduo tentare di smontarlo. Al dibattimento del processo ai compagni di merende ha resistito impavido alle obiezioni del pubblico ministero, solo un po' stupito di essere trattato come un mentitore.
Il 6 giugno 1982 era appena uscito di casa, verso le 23, per andare in chiesa, dove era in corso la messa prima della processione che si sarebbe snodata lungo le vie del paese di Cerbaia. La casa di Calonaci è sulla via principale del paese, dalla porta d'ingresso s'accede subito sul marciapiede. […] Dalla direzione di Firenze arriva un'auto. Marcia con lentezza, quasi a passo d'uomo. "Pareva in perlustrazione", dice Calonaci. Un solo uomo a bordo, il guidatore. Una persona massiccia, con una camicia azzurrina. Quest'uomo pare sorpreso appena imbocca la strada illuminata, sorpreso dalla gran luce. S'accorge che Calonaci lo osserva. Allora s'ingobbisce, la testa fra le spalle, nasconde il volto. "Pareva fosse stato scoperto a rubare in chiesa", dice il testimone. Procede in direzione di Baccaiano. Tre quarti d'ora al massimo prima del duplice delitto, e la direzione è quella. La macchina, dice Calonaci, era della polizia. "Ci ho fatto caso", dice, "perché mi ha meravigliato che ci fosse una sola persona a bordo. In genere viaggiano sempre in due".

È vero che Calonaci, durante la propria deposizione (vedi), fu contestato dal pm Canessa, però ce n’erano i motivi. Il teste si era presentato alla SAM tre anni dopo i fatti, il 10 settembre 1985, lo stesso giorno in cui i giornali avevano riportato a tutta pagina la notizia dell’ennesimo delitto del Mostro, e, contrariamente a quanto da lui affermato durante l’interrogatorio di Filastò, dall’appunto redatto nell’occasione risultava che l’avvistamento era avvenuto il giorno precedente a quello del delitto. Altro motivo di perplessità era dato dalle incertezze sull’attribuzione dell’auto alla Polizia. Il teste non aveva individuato il modello, e neppure aveva notato delle scritte identificative, in sostanza lo aveva colpito soltanto il colore compatibile. Ma la presenza a bordo di un solo individuo, per di più non in divisaindossava una camicia bianca o azzurrina a mezze maniche lasciava notevoli dubbi sulla possibilità che si fosse trattato di un’auto della Polizia. C’è da dire piuttosto che quell’avvistamento doveva aver indotto Calonaci a lavorare a lungo con la propria mente quando sui giornali si ventilava, tra molte altre, l’ipotesi del Mostro nascosto tra le forze dell’ordine. Lo affermò lui stesso in aula, a domanda sul perché si fosse presentato alla SAM con tre anni di ritardo: “[…] io stavo dicendo come mai, ecco, perché ogni tanto leggevo sul giornale che questo tizio, detto "il mostro", che... forse gl'era un tizio che era vicino alla Polizia”. Diventa quindi lecito sospettare che un ricordo sempre più lontano nel tempo si fosse via via adattato alla voglia di fornire un contributo alle indagini. Tanto più dopo l’incontro con Bevacqua e Filastò, avvenuto il 27 aprile 1994, e la successiva pubblicazione di “Pacciani innocente”, dove anche Calonaci aveva trovato un proprio piccolo spazio.
In ogni caso l’episodio appare irrilevante rispetto all’omicidio di Baccaiano, nel quale la scena del crimine era sicuramente quella che meno si adattava all’approccio di un assassino poliziotto a bordo di un mezzo di servizio, poiché la piccolissima piazzola dove si erano appartati Antonella Migliorini e Paolo Mainardi non consentiva l’avvicinamento di altre auto. E poi i vari testimoni che vi transitarono davanti proprio nell’imminenza del delitto e subito dopo non videro alcuna auto della Polizia lungo una strada dove non avrebbe potuto nascondersi, vista la totale mancanza di aree di sosta.

Passiamo adesso a un altro indizio, ancora meno significativo, e, se possibile, ancora più artificioso. Il 21 gennaio 1984 era stata uccisa, a colpi di pistola semiautomatica calibro 22, una coppia di fidanzati che si intratteneva in auto sulle rive del Serchio, nei pressi di Lucca. Lui era stato colpito alla gola da un unico proiettile, lei alla testa da due. A caldo, sui giornali, si era ventilata anche l’ipotesi di un duplice omicidio compiuto dal serial killer fiorentino, pur fuori stagione e fuori zona, se non altro per la tipologia delle vittime. In realtà tutto lasciava pensare che si fosse trattato di una rapina finita male, poiché l’assassino aveva preso il portafoglio del ragazzo e la borsetta della ragazza, abbandonandoli poco lontano dopo aver svuotato il primo. Inoltre non era stato usato il coltello, né per uccidere né per mutilare. Altro particolare differente la marca delle munizioni, non le tristemente note Winchester LR con la lettera “H” stampigliata sul fondo del bossolo, ma delle inusuali Lapua finlandesi. In ogni caso i successivi esami balistici avevano eliminato ogni residuo dubbio, stabilendo che la pistola non era quella del Mostro.
Ma per Nino Filastò “l'implacabile determinazione dell'omicida, le caratteristiche del luogo, il modo in cui venne usata l'arma da sparo, la borsetta della ragazza rovistata” (vedi) facevano comunque pensare all’opera del serial killer fiorentino, che non avrebbe ucciso per le solite ragioni maniacali, ma per lanciare un contortissimo messaggio che soltanto Filastò aveva capito. Da “Storia delle merende infami”:

Quanto alla diversità dell'arma, c'è da dire che secondo l'opinione di alcuni investigatori, opinione amplificata da alcuni quotidiani, Francesco Vinci, ancora in carcere con l'accusa di essere quantomeno l'assassino di Locci e di Lo Bianco, avrebbe fatto disseppellire da un barattolo, nascosto sottoterra secondo il metodo dei sequestratori sardi, la famosa Beretta, e commissionato l'omicidio dei due giovani tedeschi (settembre 1983) allo scopo di procurarsi un alibi.
Poiché gli inquirenti accreditavano questa ipotesi, lo sfortunatissimo Vinci restava in prigione, nonostante il duplice omicidio di Giogoli. Ammettiamo che il mostro, nel suo gioco al gatto col topo instaurato con gli investigatori,volesse fare intendere che anche stavolta si stava commettendo un errore, che Vinci doveva essere scagionato, e che i sardi non avevano niente a che fare con gli omicidi delle coppie. Quale altro sistema migliore di quello di commettere un duplice delitto sovrapponibile ai precedenti, ma con l'uso di un'arma diversa?

C’è innanzitutto da dire che si fa davvero una gran fatica a comprendere l’incredibile ragionamento dell’avvocato. Secondo lui il Mostro avrebbe ucciso a Lucca per dimostrare che Francesco Vinci era innocente, dopo il precedente e per certi aspetti inutile tentativo con i ragazzi tedeschi. Perché in quel caso gli inquirenti non avevano capito? Perché avevano avuto il dubbio che l’arma fosse stata usata da un complice allo scopo di scagionare il sospettato in galera. Ed ecco allora l’astuta soluzione: un nuovo delitto con un’arma differente! Non risulta però molto chiaro che cosa sarebbe potuto cambiare nel giudizio degli inquirenti per tale novità; in ogni caso, se davvero il delitto era un messaggio del Mostro, quantomeno questi avrebbe dovuto renderlo riconoscibile, con un’escissione, ad esempio. È vero che quella sera pioveva a dirotto, ma le vittime avevano un’auto grande (una Fiat 132), quindi la macabra operazione poteva anche essere compiuta al riparo dell’abitacolo. E poi, perché cambiare la marca delle munizioni tornando alle solite Winchester al delitto successivo? Si trattava di una componente del  messaggio?
Ma vediamo come il fatto si collega all’ipotesi del Mostro in divisa. Ancora da “Storia delle merende infami”:

Resta poi la coincidenza cronologica con la svolta prossima dell'inchiesta, e l'incarcerazione di Mele e Mucciarini che avverrà dopo soli due giorni. Se esiste il collegamento fra quest'ultima circostanza e l'omicidio dei fidanzati lucchesi – del resto mai risolto, il caso è stato archiviato fra gli insolubili – risulta una persona che può accedere a informazioni riservatissime. Difatti i giornalisti più accreditati avevano avuto, fino a quel momento, nient'altro che il vago sentore di un prossimo risultato investigativo determinante.

Secondo quest’altro incredibile ragionamento il Mostro, in quanto appartenente alle forze dell'ordine, sarebbe venuto a conoscenza dell’imminente arresto di Mele e Mucciarini, che avrebbe deciso di anticipare dimostrando con il delitto di Lucca che i due erano innocenti. Ma perché non attendere l’arresto? Il fatto di averlo anticipato – in realtà di cinque giorni, non di due, visto che Mele e Mucciarini furono condotti in carcere il 26 gennaio e il delitto era del 21 –  poteva rischiare di vanificare il messaggio, poiché gli assassini avrebbero potuto ben essere i due cognati essendo quel giorno ancora liberi.

Nino Filastò invoca altri elementi minori a supporto della sua personale teoria, ma non è davvero il caso di perderci altro tempo. Vale piuttosto la pena riflettere sulla difficoltà che avrebbe incontrato un Mostro poliziotto a usare un’auto di servizio, della quale certamente non avrebbe potuto disporre a suo piacimento, e a indossare una divisa d’ordinanza durante le aggressioni, per i comprensibili problemi dovuti all'imbrattamento di sangue. Quindi al massimo il soggetto poteva essere un poliziotto finto a bordo di una normale auto dotata di lampeggiante blu sul tettuccio (che si poteva comprare) e con indosso una divisa fuori ordinanza.

Addendum. La lettura dell'articolo La dinamica di Calenzano  dovrebbe fornire anche ai più restii una valida ragione per abbandonare la fascinosa ipotesi dell'avvocato. L'attacco avvenne dal lato passeggero, il destro, quindi è al passeggero che il finto o vero poliziotto avrebbe chiesto i documenti. Ma non c'è alcuna ragione valida per un simile comportamento, che appare invece del tutto illogico. Per di più la presenza di piante subito a ridosso della fiancata gli avrebbero lasciato pochissimo spazio, mentre dall'altra parte ne avrebbe avuto in abbondanza.

sabato 30 gennaio 2016

L'ombra nera (4)


Abbiamo visto come le testimonianze delle persone coinvolte nell’inchiesta precedente sui supposti rapporti di frequentazione tra Calamandrei e Narducci – e in genere sulla presenza di quest’ultimo nel fiorentino – non valessero nulla. In ogni caso gli sforzi di Giuttari per agganciare le promettenti indagini perugine su Narducci alle proprie su Calamandrei, in verità molto avare di risultati, non si limitarono a quell’ambiente.
Il 23 luglio 2003 fu sentito Pietro Ciulli, fratello di Mariella e quindi ex cognato di Calamandrei, il quale, di fronte alla fotografia di Narducci, dichiarò (dalla sentenza Micheli): 

Questo l’ho già visto insieme al Calamandrei, ma io non ci ho mai parlato. Può darsi che l’abbia visto o al matrimonio di mia sorella con Francesco o in farmacia dal Calamandrei. Era una persona molto distinta, sembrava quasi un Conte. 

La testimonianza appare priva di qualsiasi valore, trattandosi del riconoscimento di una persona che Ciulli non ricordava né quando né dove avesse visto, quindi facilmente indotto da suggestione e dal solito desiderio di non scontentare il proprio interlocutore. Si pensi soltanto al fatto che il matrimonio citato risaliva al 1969, quindi a 34 anni prima, quando il gastroenterologo umbro era uno studente ventenne!
Il 17 settembre fu ascoltata Tamara Martellini, ex moglie di Giovanni Ceccatelli, un vecchio amico di Calamandrei. Davanti a una foto di Narducci così parlò (dalla sentenza Micheli): 

Non mi è un viso nuovo, ma non riesco a ricordare francamente ove l’ho visto. Ora che lo sto riguardando ritengo di averlo visto in farmacia e nell’occasione aveva gli stivali di equitazione... Ora lo sto proprio rivedendo e sono proprio sicura di averlo vista all’interno della farmacia di Francesco Calamandrei. Sto rivedendo la scena. Era appoggiato al bancone e parlava con Francesco Calamandrei. Francesco mi salutò, ma non me lo presentò. C’erano anche altre persone, ma non so dire chi fossero. Era un giovane molto fine, delicato, era poco più alto di Francesco ed aveva un fisico da sportivo. Era piuttosto aristocratico. Circa l’epoca in cui lo vidi sicuramente fu entro la prima metà degli anni 80… il nome di Narducci Francesco non mi dice nulla, ma ribadisco che non mi fu presentato. Ricordo adesso che aveva una maglietta Lacoste blu e quindi era sicuramente d’estate. 

Anche questa testimonianza appare priva di valore. Già è molto difficile che una persona vista in una sola occasione e con la quale neppure si era parlato possa venire identificata a distanza di vent’anni attraverso una foto. In più, come avrebbe anche osservato il giudice Micheli, pare davvero miracolosa la memoria di chi aveva rammentato il tipo di calzature e di maglietta che quella persona indossava. Tra l’altro molto più della Martellini era stato il marito a frequentare Calamandrei, con il quale giocava spesso a tennis, ma Narducci in farmacia non l’aveva mai visto. In compenso concesse un contentino, poiché davanti a una sua foto così dichiarò l’8 ottobre (dalla sentenza De Luca): 

La persona raffigurata nella foto numero 10 ha un volto a me conosciuto, lo associo ad una persona vista, se non sbaglio a Viareggio assieme al Calamandrei, in occasione di una visita di una barca che Francesco voleva acquistare. 

Vanno anche registrate un paio di testimonianze tanto articolate quanto fantasiose, la prima delle quali a opera di Jacqueline Malvetu, o Malvedu. Dopo aver visto un programma televisivo sul Mostro (“Blu notte”, condotto da Carlo Lucarelli) il 19 aprile 2004 la donna si presentò negli uffici del GIDES per raccontare una strana storia della quale sarebbe stata protagonista verso la fine del mese di agosto 1985, aggiustata poi in varie altre audizioni. Durante una notte trascorsa in tenda in un boschetto di Firenze (dietro l’Abbazia di San Miniato al Monte) qualcuno l’avrebbe importunata costringendola a fuggire. Due uomini, dei quali uno riconosciuto per Calamandrei, sarebbero intervenuti in suo soccorso, mettendola in guardia per la presenza in zona del maniaco delle coppiette e portandola in una casa dove avrebbe dormito e dove avrebbe incontrato un terzo uomo, riconosciuto per Narducci. La Malvetu fu poi anche intervistata da “Chi l’ha visto”, e sentita altre volte dagli inquirenti, ai quali lei stessa si rivolgeva dopo aver preso spunto da qualche servizio giornalistico. Nei suoi racconti comparvero via via altri personaggi riconosciuti in foto: Giancarlo Lotti, Fernando Pucci, Giulio Zucconi, Robert Parker e il futuro procuratore capo di Firenze Ubaldo Nannucci che all’epoca l’avrebbe interrogata, circostanza questa del tutto inverosimile, se non altro perché non risulta che il magistrato avesse mai preso parte alle indagini sul Mostro.
Gli investigatori dettero molta importanza alla testimonianza della Malvetu, come dimostra la nota GIDES scaricabile qui, dove le sue dichiarazioni vengono esaminate minuziosamente, finendo per occupare lo spazio di ben 10 pagine su 156 totali, il che sembra francamente eccessivo. La lettura dell’inizio di un successivo verbale (9 luglio 2005) firmato di fronte a Mignini basta e avanza per convincersi di quanto poco quelle dichiarazioni potessero considerarsi affidabili. Dalla sentenza Micheli: 

Mi presento spontaneamente perché mi sono ricordata. Nel mese di giugno ho cercato la casa. Sono andata a Firenze, Perugia, Assisi e Pistoia. Ho paura e non dormo. Voglio contribuire ad aiutare l’indagine. Satanismo e nazismo. Conflitto tra ebrei e francescani. Rete gigantesca. Pucci e il nome dell’agenda. Ho visto una trasmissione televisiva sulle indagini “Mostro di Firenze – Caso Narducci”. Ho tanti particolari. Perché sono andata a cercare in quei posti? Sono andata a Monte Ridolfi, da Pucci Fernando, amico di Lotti. Un mese sono andata a Firenze al GIDES. Stava verbalizzando Alessandro Borghi, poi è venuto Castelli. Era tardi ed ero stanca e non ho voluto firmare il verbale. Insistevo a dire che i miei erano flashes e che ero stata drogata: una perdita di memoria dovuta agli anni, poi una perdita dovuta all’amnesia traumatica e poi a farmaci. Quella sera andò via a mezzanotte. Castelli m’ha rimproverata. Il GIDES ha fatto le foto dove ero col sacco a pelo e la tenda. Allora vidi le persone sempre diverse. 

In ogni caso il giudice De Luca così liquidò le informazioni testimoniali rese dalla donna: “esse rientrano nell’ambito di quelle dichiarazioni farneticanti e fantasiose, spesso presenti nell’ambito del presente procedimento penale”.
In apparenza assai più lucide e plausibili, ma ritenute anch’esse farneticanti da De Luca (e a ragione) sono le dichiarazioni di Elisabetta Marinacci, figlia del noto musicista jazz Gino e lei stessa musicista, una testimone scovata da Gabriella Carlizzi (con strane modalità, a dire il vero) e sentita tre volte a Perugia (11 aprile, 20 aprile, 4 maggio 2005). Nei primi mesi del 1981 la donna aveva accompagnato a Firenze il padre (paraplegico da quindici anni a seguito di un grave incidente automobilistico) per delle visite specialistiche in prospettiva di un difficile intervento chirurgico. Era poi passata da San Casciano, dove aveva fatto tappa nella farmacia di Francesco Calamandrei, amico del genitore. Dentro aveva trovato il titolare assieme a un altro uomo, riconosciuto in foto per il giornalista Mario Spezi, il quale, intervenendo nella discussione sui problemi gastrici del padre legati all’uso della sedia a rotelle, aveva consigliato di rivolgersi a un bravo gastroenterologo di Perugia, Francesco Narducci. Tramite una telefonata, il giornalista aveva combinato un appuntamento per due giorni dopo. Nel momento in cui stava andando via, la Marinacci avrebbe sentito Spezi chiedere a Calamandrei, alludendo al padre: “Anche il maestro è uno dei nostri?”. Il che faceva pensare a qualche organizzazione segreta della quale i due avrebbero fatto parte.
Riempiti quei due giorni d’attesa con una visita alla città di Siena, Elisabetta e Gino Marinacci erano tornati nella farmacia di San Casciano, dove il dottor Narducci aveva visitato l’uomo prescrivendogli un farmaco. Appena un anno dopo il musicista si era operato e poco dopo era morto. Di Narducci la figlia non aveva saputo più niente.
La testimonianza di Elisabetta Marinacci potrebbe anche sembrare valida e significativa, poiché per una volta il fantomatico Narducci si era qualificato con i propri nome, cognome e professione, quindi dubbi sulla sua identità non avrebbero ragione di esistere. Ma la presenza nel racconto di strani passaggi del tutto fuori contesto lascia pensare che la donna non fosse troppo lucida. Aveva raccontato, infatti, di essere stata rapita due anni prima dell’episodio di San Casciano da un uomo che l’avrebbe segregata per quattro mesi, e con il quale avrebbe concepito un figlio. Aveva nominato anche due ex Presidenti della Repubblica e vari famosi musicisti accreditandoli come amici di famiglia. Questo il parere di Micheli: 

Si tratta di elementi che fanno sorgere qualche legittimo interrogativo sulla linearità della deposizione, altrimenti precisa e inappuntabile pur dovendosi tenere conto della singolarità dell’origine del racconto (la dott.ssa Pasquali Carlizzi che si interessa del direttore d’orchestra cui era dedicata la scuola media dove insegnava la Marinacci, quindi - e non si capisce il passaggio - si mette a chiedere a quest’ultima che rapporti avesse il padre con l’ambiente fiorentino, stando a quel che risulta dal menzionato verbale del 20 aprile 2005).
Ergo, nel caso si fosse reso necessario l’esame della teste in un eventuale giudizio (ma necessario non è comunque: per le ragioni più volte ribadite, è del tutto indifferente in questo processo accertare se il Narducci e il Calamandrei si conoscessero o no) sarebbe stato indispensabile verificare l’idoneità della Marinacci ad offrire una narrazione scevra da possibili contaminazioni di fantasia.

Né De Luca né Micheli sembrarono accorgersene, ma è il caso di notare anche l’assoluta improbabilità che proprio nel momento della sua visita improvvisata alla farmacia di Calamandrei la Marinacci vi avesse trovato dentro Mario Spezi, il quale neppure abitava a San Casciano. Era lì mentre l’amico stava servendo i clienti? A far che? In ogni caso si sarebbe trattato di una coincidenza fortunatissima per la sua futura audizione nell’ambito dell’inchiesta sui mandanti.
Ultima testimonianza da prendere in esame è quella di un ex carabiniere, Roberto Giovannoni, presentatosi spontaneamente alla Procura di Perugia per raccontare un episodio risalente al 1977. Mignini ne rimase assai colpito, e trasmise il verbale a Crini e Canessa, i quali però nella loro ricostruzione non ne tennero conto. Vediamo allora la sintesi contenuta nella requisitoria del magistrato perugino. Dalla sentenza Micheli:

[…] una delle dichiarazioni più significative e incontrastabili è quella dell’allora Carabiniere Roberto Giovannoni che il 01.10.2005 ha riferito che, trovandosi in servizio a San Casciano a scorta della principessa Beatrice d’Olanda e della sua famiglia, notata un’auto bianca targata “PG”, con lo stemma dei medici, di fronte alla Farmacia del Calamandrei, vicino alla quale, come se la custodisse, c’era Mario Vanni ed entrato nella Farmacia per chiedere spiegazioni sulla sosta dell’auto, incontrò il Calamandrei e il Narducci ed ebbe un colloquio con quest’ultimo che si qualificò esattamente come Francesco Narducci, gli disse di essere proveniente da Foligno, di essere rappresentante di una ditta farmaceutica di Prato e gli confidò di avere un appartamento nei pressi del casello autostradale di “Firenze – Certosa”, nei pressi appunto della Certosa, mentre il Calamandrei lo osservava con disappunto per l’eccessiva loquacità dimostrata col Carabiniere.

La scena descritta da Giovannoni appare surreale, con Mario Vanni in divisa da postino a far la guardia, chissà perché, all’auto di Francesco Narducci, tra l’altro un’Alfa Romeo, quando questi all’epoca possedeva una BMW. C’è poi da chiedersi per quale motivo un carabiniere avrebbe dovuto allarmarsi per un fatto normalissimo come l’auto di un medico parcheggiata davanti a una farmacia, tanto da entrare nell’esercizio, “armato di tutto punto e in divisa”, e chiedere “con voce perentoria di chi fosse”. Appare strano anche il comportamento, insolitamente ciarliero rispetto alle sue abitudini note, del presunto Narducci, il quale, dopo essersi qualificato con le proprie reali generalità, di seguito avrebbe fornito notizie inesatte, come quelle di provenire da Foligno e di essere un rappresentante farmaceutico. Nello scenario ipotizzato dalla pista esoterica suona poi male l’anno in cui sarebbe avvenuto l’episodio, il 1977. Fino ad allora erano stati uccisi soltanto i due poveretti di Borgo San Lorenzo, senza alcuna mutilazione alla ragazza, mentre il primo feticcio era di quattro anni dopo. Quindi, che senso avrebbe avuto in quel momento un sodalizio tra mandanti (Narducci e Calamandrei) ed esecutori (Vanni)?
E allora forse non è un caso se non furono rintracciati altri testimoni in grado di confermare il racconto dell’ex carabiniere, né la commessa e i due clienti che si sarebbero trovati in quei momenti in farmacia, né il compagno di missione del quale Giovannoni non ricordava l’identità. E poi, perché il testimone si era presentato, spontaneamente, soltanto nell’autunno del 2005, quando la vicenda Narducci era sui giornali già da quasi quattro anni, con diversi e clamorosi passaggi anche in televisione? In fin dei conti l’uomo era un ex rappresentante delle forze dell’ordine, che certamente leggeva i giornali; forse anche troppo però, tantoché la sentenza Micheli osserva: “Se si considera che il Giovannoni […] trae dai giornali alcuni degli spunti che offre, sovviene il dubbio che anche nel suo racconto vi siano possibili elementi di fantasia”.
L’elenco delle testimonianze sulla frequentazione tra Narducci e Calamandrei finisce qui, senza che tra di esse se ne possa rintracciare una chiara e affidabile, per un motivo o per un altro. Un ragionamento va poi fatto sui luoghi principali che Narducci avrebbe frequentato a San Casciano: Villa la Sfacciata, dove per la Ghiribelli avrebbe dormito, la trattoria Ponte Rotto, presunto teatro di cene in comitiva secondo i racconti di Nesi e Pucci, e infine la farmacia di Calamandrei, nei cui annessi ambulatori avrebbe effettuato delle visite. Ebbene, nessuno tra gestori, lavoratori e frequentatori abituali dei tre ambienti lo aveva mai visto, il che è davvero strano. Neppure si era mai trovato alcun paziente che fosse stato in cura da lui. A questo proposito risultano molto significative le testimonianze di due dipendenti della farmacia.
Il 1° ottobre 2003 era stato interrogato dal GIDES Francesco Giuntini, che dal gennaio 1978 all’ottobre 1983 aveva lavorato per Calamandrei in qualità di ragazzo di bottega. Di fronte a un album di 10 foto aveva dichiarato (dalla sentenza De Luca):

La persona raffigurata nella foto nr. 1 mi ricorda qualcuno, forse un medico che ho visto in farmacia, la faccia mi dice qualcosa ma non saprei essere più preciso. La persona raffigurata nella foto nr. 5 è una faccia che io ho conosciuto, potrebbe essere di una persona di San Casciano che ho visto all’interno della Farmacia ma non riesco a ricordare bene in che contesto. Tutto le altre foto appartengono a persone che io non ho mai visto.

La foto 1 era di Narducci, la foto 5 di Jacchia. Si tratta di riconoscimenti che lasciano il tempo che trovano per la loro sostanziale inconsistenza, per di più accresciuta dalla mancanza di garanzie riguardo le modalità con le quali avvennero. Riguardo Narducci si tenga presente che la sua foto era comparsa più volte sui giornali, quindi che al teste paresse di averlo già visto si potrebbe anche spiegare così. Piuttosto va registrato un fatto oltremodo significativo: chi tutti i giorni di lavoro si trovava nella farmacia di Calamandrei non aveva mai sentito parlare di Francesco Narducci, e neppure lo aveva visto per come avrebbe dovuto. Questa considerazione vale ancora di più per Paola Bagni, commessa dal 1972 al 1990, che di Narducci non sapeva nulla e neppure gli era parso di averlo visto una volta messa di fronte alla sua foto.
Se sulle frequentazioni fiorentine di Narducci non esistono testimonianze convincenti, men che meno ne esistono di quelle perugine per Calamandrei. Durante la perquisizione della sua casa (20 gennaio 2004) gli erano stati sequestrati una guida turistica dell’Umbria, un libro sull’Umbria e un biglietto da visita di un negozio antiquario situato in provincia di Perugia. Ebbene, quei tre oggetti potevano sì far sospettare che Calamandrei fosse stato in Umbria, regione confinante con la Toscana e piena di meraviglie artistiche, ma non si era trovato nessuno in grado di ricordare di averlo visto assieme a Narducci. In compenso il nome del farmacista aveva fatto capolino tra le chiacchiere riportate il 28 novembre 2003 da un pescatore del lago Trasimeno, Secondo Sisani. Dalla sentenza Micheli:

Io ho sentito che il cadavere del Narducci fu rinvenuto alcuni giorni prima della domenica 13 ottobre 1985 nelle acque del Lago Trasimeno verso l’Isola Polvese con le mani e piedi legati. […] Queste cose mi sono state dette da un gruppo di amici che frequentavano con me il Circolo dei Pescatori. […] Queste persone dicevano che il Narducci era coinvolto nelle vicende dei delitti del Mostro di Firenze. Dicevano che era tutta una tresca e sicuramente avranno detto che era stato il gruppo di Firenze a farlo fuori. Qualcuno diceva anche che Pacciani era pilotato da loro. A quel tempo il nome Pacciani non mi diceva niente, ma quando, qualche anno dopo, la televisione e i giornali cominciarono a parlare di Pacciani mi ricordai di questo nome.
Ricordo anche che parlavano di un farmacista della zona di San Casciano. Questi discorsi sono stati fatti nel corso di un certo lasso di tempo dalla morte del Narducci fino ai processi di Firenze e il riferimento al farmacista l’ho sentito fare più di una volta. Parlavano di un farmacista che stava verso Firenze.
Mi pare anche che parlarono anche di un tedesco coinvolto nel giro, ma non ricordo se la cosa fu detta nel 1985 o successivamente.

Si trattava delle solite malevoli dicerie che circolavano a Perugia su Narducci, neppure collocate in modo sicuro nel tempo. E magari il pescatore vi aveva aggiunto del suo, come capita quasi sempre in questi casi. In verità la sentenza De Luca non menziona neppure questa testimonianza, presa invece in esame dal giudice Micheli, che così la bocciò: “È difficile che fosse la verità, trattandosi di chiacchiere neppure collimanti con le altre che avevano parlato di un rinvenimento del vero Narducci il pomeriggio, e non la mattina del 9 ottobre”.
Per completare il quadro sui presunti legami tra Narducci e Calamandrei vanno infine prese in esame due intercettazioni telefoniche contenute nella nota GIDES già citata. Della prima non vengono riportate frasi, si dice soltanto: “telefonata delle ore 12.59.31 del 10.5.2004: l’indagato tra l’altro dice al suo avvocato che il Narducci lui non lo conosceva”. Nella seconda, del 10 gennaio 2005, Calamandrei così rispose a un’amica che gli aveva chiesto notizie in merito: “che vuoi che ne sappia io… sinceramente non lo so però io so una cosa per certo, io non lo conosco… non l’ho mai visto, eppure ci sono… gente che spergiura che mi hanno visto insieme a lui… persone amici miei”.
Secondo Giuttari le due telefonate dimostrerebbero “le falsità del Calamandrei sulla mancata conoscenza del Narducci (che ormai sembra anche inutile ripeterlo può invece considerarsi un dato certo)”. Ma, al di là dell’opinabile affermazione su una conoscenza certa che certa non è affatto, stupisce che le due telefonate possano essere considerate una prova della falsità di Calamandrei sul punto. Riguardo le parole dette all’amica, giudichi da sé il lettore se suonano sincere; a chi scrive sembra di sì, in ogni caso l’uomo potrebbe aver avuto tutte le sue buone ragioni per non condividere con un’amica (non sappiamo neppure quanto) informazioni così delicate. Sull’altra telefonata, invece, sembra davvero strano che Calamandrei fosse stato così sciocco da nascondere la compromettente conoscenza con Narducci anche al proprio legale, rinunciando così al suo aiuto nel preparare un’efficace difesa sul punto. Quindi, alla fine, queste due telefonate sembrano piuttosto un elemento in più a favore della buonafede di Calamandrei nel negare ogni conoscenza con Narducci.

Siamo giunti alla fine dell’articolo sulla cosiddetta “ombra nera” che avrebbe macchiato l’assoluzione di Francesco Calamandrei dall’accusa di essere il mandante dei Compagni di merende. A chi scrive sembra che non esista alcuna ombra nera, poiché non c’è alcuna testimonianza in grado di offrire anche solo una piccola certezza sulla frequentazione tra Narducci e Calamandrei. Quindi il povero farmacista di San Casciano, secondo forse soltanto a Mario Vanni nella poco invidiabile posizione di maggior danneggiato dalle indagini sbagliate sui delitti del Mostro, va considerato assolto in modo netto e totale.

martedì 9 ottobre 2018

Il dottore di Lotti e il patrimonio di Pacciani (1)

Qualcuno avrebbe dato soldi a Pietro Pacciani in cambio delle parti mutilate, anzi, di più, per ottenere quelle parti avrebbe anche commissionato i delitti. Questo era il presupposto della cosiddetta “pista esoterica”, il filone d’indagine, aperto già pochi mesi dopo l’ingresso di Giancarlo Lotti nella vicenda, che si proponeva di individuare gli eventuali mandanti. A tutt’oggi non si sa bene se tutti i suoi numerosi rami germinati nel tempo si siano chiusi, da recenti notizie giornalistiche parrebbe di no, in ogni caso possiamo individuarne la fine reale nel pronunciamento sugli ultimi scampoli dell’inchiesta Narducci, 16 luglio 2014. Si tratta quindi di ben 18 anni di sforzi che non solo non hanno portato alla scoperta di alcun mandante, ma neppure hanno chiarito se mai mandanti vi siano stati. In compenso la forsennata e spesso impietosa attività investigativa ha messo in croce decine di persone, causando ad alcune di loro danni devastanti. In più, quanti milioni di euro appartenenti alla collettività sono stati spesi inutilmente? Qualcuno si sarà preso o si prenderà mai la briga di calcolarli? Chi scrive ha studiato a lungo la documentazione disponibile riguardo gli eventi accaduti in questo lunghissimo periodo, facendo spesso enorme fatica a orizzontarsi. Nonostante la disponibilità di due fondamentali sentenze in quel momento non ancora pronunciate – De Luca su Calamandrei, Micheli su Narducci – rimane valido quanto aveva scritto con mano felice Mario Spezi nel 2006 nel suo Dolci colline di sangue:

Il problema maggiore a raccontare quest’ultima parte della storia è che ogni capitolo sembra diverso da quello precedente e non si capisce se devono essere tenuti tutti in vita o se l’ultimo sostituisce quanto detto prima. Tutti insieme mettono a dura prova la capacità di sintesi di chiunque, perché la scena è molto affollata, i personaggi assai diversi e spesso senza apparenti rapporti tra loro. Le storie di ognuno sono complicatissime e non solo sono slegate l’una dall’altra, ma a volte sembrano contraddirsi.

Insomma, un vero e proprio minestrone, diventato alla fine, a forza di aggiungere ingredienti, una brodaglia indigesta dal sapore indefinibile, della quale si proverà in questa sede a isolarne almeno le parti fondamentali. Partiremo esaminando la consistenza, o meglio, l’inconsistenza, dei due elementi che ne costituiscono i presupposti: il “dottore” di Giancarlo Lotti e il patrimonio di Pietro Pacciani.

Nasce il “dottore”. Il punto d’origine della pista esoterica potrebbe essere individuato nella ormai ben nota “lettera spontanea” di Giancarlo Lotti, dove il presunto pentito scrisse di un “dottore” che avrebbe acquistato da Pacciani le parti di donna escisse. Il condizionale però è d’obbligo, lo vedremo più avanti. Intanto diamo un’occhiata alla lettera, trasmessa dalla Polizia Giudiziaria al PM il 15 novembre 1996 e pubblicata molti anni dopo da Giuttari ne Il Mostro:

Sono venuti a casa via Lucciano, ano pichito a la porta. Chi e. Siamo noi. Chi. Mario. Pietro Pacciani. Che volete da me. Devi venire con noi. Perché devo venire. Se no si parla. Che vacevi in quella piazzetta che la strada. verso il bardella. Ti inculavi Fabrizio. Sono andato con loro.

La strada che va a Giovoli. Siamo arivati vicino ale piazetta dove avenuto omicidio. Io sono ceso da la machina. Mario e Pacciani erano gia cesi e andavano il fulgone. Poi mi a chiamato. Vieni qui. Perche. Vieni devi sparare tu. Io. Allora mi a dato la pistola in mano. Spara e o sparato diverse colpi. Se li o presi bene. Poi mia presa la pistola di mano. Andate verso la parte sinistra. Altri spari. Poi aperto lo sportelo. A visto che erano due omini. Allora sie incazzato come una bestia. Allora io mi sono alotanato verso la machina. Pietro mi a detto va via. Si vado via. Perche vai via. Poi sono salito in machina. Sono andato a casa.

Andato a letto. Ma no mi riuciva dormire. Dove li date queste cose della donna. Il seno vagina o fica Mario volio sapere chi le date dottore che si serviva Pietro Pacciani. Vi pagava in soldi. Ma quello no mi voleva dire per che ne faceva di vagina e se perche fate cose mostrose. Ma io no. Le altri fatte. Non avete rimorsi. A me mi fato schifo e co bestie come voi Mario e Pacciani per me vi farrei sparire per sempre dalla circlazino.


La sgrammaticatissima lettera va divisa in tre parti ideali, quelle che nella trascrizione soprastante risultano separate. Con la prima Lotti cerca una giustificazione, fino a quel momento mai fornita in modo plausibile, al suo andare con Vanni e Pacciani­: dopo averlo visto mentre si intratteneva in macchina con un uomo, i due avrebbero minacciato di “parlare” se non fosse andato con loro. Nella seconda racconta il delitto di Giogoli, confessando la propria diretta partecipazione alla sparatoria, pur costretto da Pacciani.
Nella terza parte esce fuori il “dottore” che avrebbe acquistato le parti escisse da Pacciani. Era la prima volta in cui Lotti affrontava il tema, almeno a quanto risulta dagli atti. L’interrogatorio conseguente, condotto il 16 novembre da Vigna e Canessa, fu videoregistrato e nella parte relativa al “dottore” secretato, come si vede anche dalla trascrizione OCR disponibile su questo blog (qui). Ne avrebbe scritto Giuttari ne Il Mostro:

«E il dottore che si serviva di Pietro Pacciani cosa vuol dire, signor Lotti?»
Dice di aver saputo che le parti asportate dal corpo delle ragazze uccise venivano consegnate da Pacciani a un dottore che gliele pagava.
«Chi è questo dottore?»
Afferma di non saperlo, ma che una volta era stato nella piazza di San Casciano. Era buio e si era fermata una macchina, racconta. L'autista aveva fatto un cenno con la mano e Vanni gli si era avvicinato mentre lui era rimasto distante a osservare. I due avevano discusso un po'. Poi, quando Vanni era tornato, su sua richiesta gli aveva spiegato che era il dottore a cui Pietro consegnava quelle cose e che stava andando proprio a casa di Pietro. Vanni non aveva voluto aggiungere altro.
Siamo allibiti, quasi increduli.
È la prima volta che Lotti parla di un suo pieno e diretto coinvolgimento nell'esecuzione di un delitto, e questo, più o meno coscientemente, ci aspettavamo che prima o poi accadesse. Ma è anche la prima volta che accenna a un "committente", un "dottore" che avrebbe pagato Pacciani per ottenere i macabri feticci.


Una menzogna colossale. Questa vicenda del “dottore” altro non era che una menzogna bella e buona, come moltissimi elementi inducono a supporre. Innanzitutto non si comprende per quale motivo il presunto pentito avrebbe atteso mesi e mesi prima di raccontare il fatto. In questo caso non è possibile invocare la motivazione di un tentativo di nascondere le proprie responsabilità, come fecero i giudici di primo grado in varie altre occasioni, poiché si trattava di un argomento per lui del tutto neutro. Anzi, il parlarne non avrebbe fatto altro che migliorare il suo status di collaboratore di giustizia. E invece la prima spiegazione fornita sull’utilizzo dei “feticci”, nell’interrogatorio dell’11 marzo 1996, era stata questa:

Mario mi disse che le parti della donna che lui aveva asportato li aveva portati a casa Pietro per nasconderli nel garage mettendoli in un involto. Mario mi disse che Pacciani voleva farli mangiare alle figliole ma non so se effettivamente lo abbia fatto.

Ma come, non si trattava forse dello stesso Mario che Lotti aveva anche visto incontrare il “dottore” in piazza, Vanni, insomma? Quando ascoltò la “dolorosa confessione”, Giuttari gliene chiese conto? Forse Lotti a marzo non se lo era ricordato, oppure, più probabilmente, non lo aveva ancora inventato. In ogni caso in aula sia il PM sia, e soprattutto, gli avvocati di parte civile – comprensibilmente interessati a un argomento che prometteva una lunga prosecuzione del loro mandato – avevano cercato di ottenere maggiori informazioni; senza successo, però. Il “dottore” Lotti lo aveva visto da lontano e seduto dentro un’auto, quindi non poteva descriverlo nemmeno un po’ (“Un l'ho vista per bene, la persona come l'era”, “Gl'era a sedere. Se gl'era calvo o no, un lo so”), non sapeva che tipo di dottore fosse, se medico oppure no (“A me m'hanno detto un dottore. Come fo’ a capirlo se gl'era un dottore di medicina, o di coso”), né da dove provenisse (“A me un m’hanno mica detto se gl'era di Firenze, o se gl'era di Prato, o di coso”). Mentre l’avvocato Curandai si dannava per ottenere qualche informazione in più, a un certo punto era intervenuto il presidente, anche lui disperato. Vale la pena leggere il frammento (vedi):

Curandai: Coraggio, coraggio, coraggio. Bisogna tirarla fuori, questa verità. Questo è il momento opportuno. Mi scusi, io insisto perché rappresento una delle parti...
Presidente: L'avvocato vuol sapere se sa qualcosa di questo dottore, di questo medico.
Lotti: Mah, a me m'aveva detto un dottore, però le altre cose non le so io.
Curandai: Ma io ho l'impressione che le sappia le cose, lei, invece. Le dica, le dica, è il momento opportuno.
Presidente: Ora, senza volermi inserire nelle domande che poi arriverà il mio turno, ma possibile che una persona come il Vanni, come il Pacciani, vengano a parlare a lei di tante cose e lei non ha, neanche per curiosità, dice, non fa nessuna domanda? Si limita così. Perché lei ha confessione di tutti. Abbia pazienza, eh.
Lotti: Ma se un me l'hanno detto...
Presidente: Lei le cose le sa molte di più, caro Lotti. Eh, se non le vuol dire è un altro discorso e non gliele possiamo strappare con le mani, con le tenaglie. Però qualcosa in più dovrebbe dire. Per suo interesse, interesse di tutti, per la Giustizia.
Curandai: Se sa qualcosa di più, ce lo dica, serenamente.
Presidente: Com'è la domanda, allora. Se non vuol rispondere, che si può fare? Andiamo.
Curandai: No, ma sta riflettendo. Forse...
Lotti: No, non sto riflettendo. Se dico una cosa e io non so altro, i' che devo dire cose che un so?

(Audio)

Era giustificata la convinzione di presidente e avvocato che Lotti stesse nascondendo qualcosa? Si può esser sicuri di sì, visto il suo comportamento, ma di sicuro non ulteriori informazioni sul “dottore”, che se avesse posseduto non si capisce per quale motivo avrebbe dovuto tenere per sé, poiché il tirarle fuori gli sarebbe stato soltanto di beneficio. Vale la pena ricordare che la battaglia del suo avvocato per fargli ottenere la pena minima contava principalmente sui vantati meriti di collaboratore di giustizia. Si può poi senz’altro concordare con la perplessità del presidente sul fatto che Lotti non avesse mai chiesto nulla a Vanni riguardo il fantomatico personaggio, se non altro per semplice e legittima curiosità. Queste considerazioni amplificano il sospetto che dietro il racconto del “dottore” si nascondesse soltanto una menzogna. Anche perché durante l’interrogatorio del 16 novembre 1996 aveva detto qualcosa in più, come dimostra l’immagine successiva, dove viene riportata la parte di verbale fino a oggi mancante.


Quindi Vanni avrebbe identificato il personaggio come “un dottore che curava Pietro”, e ne avrebbe anche fatto il nome, che però Lotti non ricordava. Ecco spiegata l’insistenza di Curandai in dibattimento, di fronte a un Lotti che stava dicendo ancora meno di quel poco che aveva detto in istruttoria. Che cosa era successo, il presunto pentito non ricordava più che Pacciani aveva venduto i “feticci” al proprio medico curante? Oppure aveva intuito che non era il caso di insistere su una strada poco gradita ai suoi interlocutori? Di sicuro la storia del “dottore che curava Pietro” non era piaciuta a Giuttari, che forse non a caso la tace nel resoconto su Il Mostro, poiché poco si sarebbe accordata con tutte le sue indagini successive.
Torniamo all’incontro con il fantomatico “dottore”, e concentriamoci sull’automobile che l’uomo avrebbe guidato. Lotti era un appassionato di automobili, che cambiava spesso e dentro le quali trascorreva gran parte del proprio tempo libero. In varie occasioni aveva dimostrato di masticare assai bene la materia, in termini di modelli e cilindrate. Crediamo pure al fatto che non avesse potuto vedere bene il “dottore” seduto dentro, l’auto però l’aveva vista, quindi ci si sarebbe aspettati che almeno quella l’avesse identificata, o almeno descritta. E invece no. Ecco il punto del dibattimento nel quale il PM aveva cercato di farsi dire qualcosa al riguardo:

PM: Che macchina era lo ricorda, l'ha vista, è in grado di spiegarcelo? Se lei l'ha vista che era a 10 metri...
Lotti: Le macchine le conosco però... mi pare un'Alfa.
PM: Un'Alfa era? Cioè un'Alfa Romeo? Mi sa che un'Alfa Romeo è una marca, quindi bisognerebbe...
Presidente: Il tipo, il tipo.
PM: Lei ricorda... Era un'Alfa Romeo grossa, piccola, chiara, scura?
Lotti: Tanto piccola no.
PM: "Tanto piccola no", scusi, era grossa, o media? Ci sa indica... Se lei le conosce, dovrà pure indicarci...
Lotti: Sì, le conosco, però mica tutte...
PM: Un'Alfa, scusi, c'ha in mente qualche tipo di Alfa che poteva essere quella?
Lotti: Non mi ricordo se era a quattro porte, o tre porte.
PM: Cioè, tre porte... o un coupé, o una berlina non ce lo sa dire?
Lotti: Di preciso no.
PM: Le sembrò grossa?
Lotti: Grossa, sì.
PM: Grossa. Chiara, o scura?
Lotti: Mi pare sullo scuro.
PM: Lo scuro per lei, scusi, cos'è? Nera, blu, marrone?
Lotti: Scura... Può essere anche nera o un altro colore.
PM: Nera, blu,marrone. Colori di questo genere?
Lotti: Su un colore così.
PM: Lei ha presente l'Alfetta dell'Alfa Romeo? Una macchina così?
Lotti: Dell'Alfa ce n'è diverse.
PM: Ho capito. Io ho provato a dirgliene una che mi è venuta in mente. L'ha vista lei, io non c'ero.
Lotti: Mi pareva a quattro porte.

(Audio)

È del tutto pacifico che Giancarlo Lotti non avesse visto alcuna auto, non è possibile dubitarne dopo aver letto la trascrizione dell’avvilente confronto. Si tenga presente peraltro che in istruttoria Lotti l’aveva collocata a una distanza di tre o quattro metri (“Ero a qualche metro di distanza, saranno stati tre o quattro metri”), e non dei dieci indicati dal PM.
Le perplessità riguardo il “dottore” aumentano ancora quando si riflette sulle modalità con le quali il fantomatico personaggio avrebbe incontrato Vanni. Perché si era fermato in piazza? Disse Lotti in risposta a Colao: “Per chiedere a uno di noi per andare da Pietro a Mercatale, e andette il Vanni”. Sembra insomma che il “dottore” avesse chiesto indicazioni per trovare la casa di Pacciani, come poi aveva confermato Lotti a domanda di Mazzeo: “Voleva indicazioni sull'abitazione del Pacciani. Dico bene?”, “”. Ma la scena appariva del tutto inverosimile e grottesca. Che si fosse trattato o no del suo medico curante, come compratore abituale delle parti escisse – anzi, secondo le successive ipotesi investigative, come mandante dei delitti commessi al fine di ottenerle – il personaggio avrebbe dovuto conoscere bene Pacciani. E invece, dopo l’ultima scellerata impresa dei suoi prezzolati complici, tale individuo ancora avrebbe ignorato dove abitava il capo della scalcagnata banda. Si tratta di un’eventualità davvero improbabile, ma prendiamola pure per vera e proseguiamo. Lotti non aveva spiegato il motivo per il quale il “dottore” stava cercando Pacciani – forse per ritirare i feticci, forse per pagarli avendoli già dissepolti dalla buca in cui sarebbero stati nascosti, oppure per programmare nuove imprese –, in ogni modo era la prima volta che si recava a casa sua, visto che non sapeva dov'era. È credibile che fosse arrivato a San Casciano senza saper bene dove andare, avesse incontrato Mario Vanni – non si sa se per caso o per un precedente accordo, scenari entrambi del tutto assurdi – e avesse rischiato di farsi vedere assieme a lui in una piazza centrale del paese soltanto per chiedere informazioni sul percorso?
Come ben si comprende, il racconto di Giancarlo Lotti risulta ridicolo, inverosimile da qualunque parte lo si guardi, e quindi la figura del “dottore” va ritenuta una pura invenzione. Eppure proprio quella avrebbe costituito il pretesto principale per tutte le indagini successive, il che fa inevitabilmente venire il sospetto che dietro la menzogna di Lotti ci fosse il tentativo di compiacere le esigenze degli inquirenti.

La vera partenza della pista esoterica. Riprendiamo il racconto che Giuttari fa ne Il Mostro della clamorosa rivelazione di Lotti sul “dottore”. Si tenga presente che si tratta di eventi della metà di novembre 1996.

Non ci sono abbastanza elementi investigativi per poterla seriamente affrontare, ma la dolorosa confessione, frutto forse anche della pressione di don Fabrizio su un animo indebolito e stanco di nascondersi, travolto dal suo stesso stillicidio di parziali ammissioni, mi mette inevitabilmente la fatidica pulce nell'orecchio.
A scanso di equivoci chiedo alla Procura l'autorizzazione a eseguire accertamenti di natura patrimoniale e finanziaria nei confronti di Pacciani, Vanni e Lotti.


Il libro di Giuttari contiene tanti adattamenti dei fatti reali, magari anche soltanto per esigenze letterarie, e questo è uno. Il riferimento non è alla “dolorosa confessione” e a tutto quel che segue, il leitmotiv solito per spiegare il contraddittorio comportamento di Lotti, ma agli “accertamenti di natura patrimoniale e finanziaria nei confronti di Pacciani”. Quando l’ex investigatore afferma di averne chiesto l’autorizzazione in seguito al clamoroso racconto sul “dottore” – che gli avrebbe messo “la fatidica pulce nell'orecchio” – di sicuro sta dimenticando qualcosa, poiché quell’autorizzazione l’aveva già chiesta sei mesi prima, come si evince dal seguente documento, datato 20 maggio 1996.


Due giorni dopo Canessa rispondeva in modo positivo concedendo le deleghe richieste:


In più il PM prese carta e penna e scrisse ai direttori di vari uffici postali per richiedere la documentazione riguardante i risparmi di Pacciani. Ecco le tre lettere relative a Scandicci (22 maggio), Cerbaia (25 maggio) e San Casciano (25 maggio):


Seguirono a ruota vari interrogatori dei soggetti coinvolti nelle operazioni di natura economica di Pacciani, per il danaro guadagnato, per quello risparmiato e per quello speso. Tra i primi, il 27 maggio, i precedenti proprietari delle due case acquistate nel 1979 (piazza del Popolo) e 1984 (via Sonnino), dei quali furono anche acquisiti gli estratti conto bancari.
Il 12 giugno Giuttari inviò a Canessa un prospetto riepilogativo di tutte le sue ricerche, dal quale il patrimonio mobiliare di Pacciani risultava ammontare a lire 152.740.380. Andremo più avanti a guardare dentro l’interessante documento, per adesso teniamolo in sospeso (il lettore può scaricarlo qui).
Anche in Compagni di sangue Giuttari aveva posticipato la data dei controlli sul patrimonio di Pacciani, ma soltanto di un mese o poco più.

Gli accertamenti nei confronti di Pacciani erano stati eseguiti ancor prima delle dichiarazioni riguardanti il mandante. Prendevano le mosse dal sequestro di buoni postali effettuato nel corso di una perquisizione domiciliare a carico di Suora Elisabetta, la suora laica dell'ordine "Figlie della Carità", che aveva seguito, durante la detenzione, il Pacciani e che aveva continuato a seguirlo fino alla sua morte.

Si ammetteva che i controlli avevano preceduto la “lettera spontanea”, ma anche questa non era la verità, come dimostrano i documenti prima presentati. In ogni caso il sequestro dei buoni postali custoditi da suor Elisabetta costituisce un altro tassello della sconcertante vicenda, che vale la pena approfondire. Leggiamo ancora Il Mostro, dove Giuttari racconta che il 28 giugno era stata registrata una per lui “interessante” conversazione telefonica tra suor Elisabetta e Pacciani, nella quale si parlava di buoni postali affidati dall’uomo alla religiosa.

Quando Pacciani accenna a Lotti e a Vanni, lo invita alla prudenza dicendo: «Se loro hanno il telefono sotto controllo, prendono i provvedimenti».
Concetto ribadito poco più avanti: «Bisogna stare attenti a dire tutte queste cose per telefono, Pietro, perché senz'altro ha il telefono sotto controllo».[…]
E la telefonata si fa ancor più interessante verso la fine, quando suor Elisabetta gli dice che dovranno incontrarsi presto per andare all'ufficio postale a rinnovare i «fondi» di Pacciani che lei ha in deposito.
«Poi presto ci vediamo per andare alla posta... riprendo tutto... mettiamo a posto le cose, se lei vuole lasciarli a me questi fogli li riprendo io.»
Pacciani le risponde che si metteranno d'accordo per andare la prossima settimana.
Non è il primo riferimento ai fondi. Già in altre telefonate, registrate nei giorni immediatamente precedenti, la suora ha chiesto a Pacciani quando sarebbero andati alla posta ricevendo in risposta vaghe assicurazioni che avrebbero sistemato tutto in seguito.
La ripetizione mi insospettisce, perché se si tratta di piccoli risparmi, come abbiamo immaginato in un primo momento, tanta insistenza non sarebbe forse giustificata.


Giuttari sapeva bene però che non si trattava affatto di “piccoli risparmi”, ma erano i 152 milioni e rotti calcolati dai suoi uomini un paio di settimane prima, quindi non fu certamente l’intercettazione in oggetto a insospettirlo. Del resto già ai tempi di Perugini, durante la maxi perquisizione dell’aprile-maggio 1992, erano stati ritrovati buoni e libretti postali in rilevante quantità – per un totale di circa 120 milioni di lire, dettagliati dallo stesso Giuttari nella sua richiesta del 20 maggio – ma non si era provveduto ad alcun sequestro. Dopo il rientro di Pacciani in carcere, quei documenti – in gran parte buoni postali – erano finiti in custodia presso i carabinieri di San Casciano, dai quali suor Elisabetta si era recata a ritirarli su regolare delega del proprietario. Rinnovare dei buoni postali scaduti o non più convenienti è un’operazione del tutto normale, e la religiosa quella intendeva fare, ma Giuttari ci volle vedere del torbido, e richiese e ottenne un decreto di perquisizione (vedi).
In sostanza suor Elisabetta veniva sospettata di complicità, se non per aver partecipato ai delitti, almeno per averne gestito i proventi! Alle 7 di mattina del 3 luglio gli uomini di Giuttari frugarono in lungo e in largo il centro di accoglienza “Il Samaritano”, dove operava la religiosa e dove anche Pacciani era stato ospite per un breve periodo dopo la sua assoluzione. Suor Elisabetta, ancora in gamba ma pur sempre una donna di 62 anni, fu poi portata in Questura e torchiata per ben 13 ore. Dal “Corriere della Sera” del 5 luglio 1996:

"Sono allibita”, si è sfogata, “finalmente ho avuto l’opportunità di toccare con mano l’incapacità totale degli investigatori a seguire un filo logico nelle loro domande". Non ha voluto aggiungere altro e il resto dello sfogo lo ha raccolto l’avvocato Nino Marazzita, il legale che assiste Pacciani. "Immagino che tutto quel tempo trascorso in Questura”, ha detto Marazzita, “servisse agli inquirenti per intimorirla. Forse si aspettavano che alla fine crollasse e dicesse «il mostro di Firenze sono io»”. L’avvocato ha aggiunto che qualche giorno fa la suora era stata derubata per strada della borsetta nella quale c’era la sua agenda. "Ovviamente questo non vuol dire che ci siano legami con la perquisizione", ha concluso.[…]
Cercavano, gli inquirenti, il "tesoro" che il contadino di Mercatale ha affidato alla religiosa. Si tratta di 150 milioni in buoni postali e libretti di risparmio intestati a Pacciani e alla moglie che sarebbero stati versati tra l’80 e l’85, il periodo in cui il mostro compì sei duplici omicidi. Con gli accertamenti su quel capitale gli uomini della squadra mobile fiorentina cercano di verificare se esiste nel giallo del mostro un misterioso personaggio che avrebbe pagato per far commettere i delitti e per assistervi. Da una prima analisi sui documenti sequestrati, risulterebbe che le somme di denaro sarebbero state versate in contanti e frazionate presso uffici postali di Mercatale, della Rufina e di Firenze.


La legittima curiosità del lettore per l’episodio del furto della borsetta può essere soddisfatta, almeno in parte, dalla seguente gustosa intercettazione di una telefonata del 4 luglio tra la suora e Marazzita:

Suora: Comunque le volevo dire anche questo, che ho l’impressione che questo scippo che mi è stato fatto due giorni fa… troppo dolcemente mi è stato fatto...
Marazzita: Le è stato fatto uno scippo di cosa, della borsetta?
Suora: Della borsa, sì, che avevo con me. C’era dentro un taccuino con tutti i telefoni.
Marazzita: Ah beh… allora non è occasionale questo scippo…
Suora: Io credo che l’hanno fatto loro, poi una macchina che arriva… dolcemente… carica questo. Se ne vanno tranquillamente… troppo calma la cosa.
Marazzita: E che cosa c’era nella borsa?
Suora: Avevo il taccuino con segnato tutti gli indirizzi, telefoni… poi avevo un milione e cinquecentomila lire che ero andata a ritirare la pensione della mia mamma… Non è tanto per i soldi, mi interessava avere i miei indirizzi, i miei numeri di telefono… ma io sono convinta… e questa convinzione è venuta anche ad altre persone… che loro…
Marazzita: La coincidenza… la coincidenza è molto sospetta, no? Si attaccano a tutto ormai, mi guardo i giornali e poi la richiamo.
Suora: Va bene grazie… eh sì, questi sono disperati, non sanno a che attaccarsi…


Torniamo però alla perquisizione. Oltre ad appunti, agende, memoriali e lettere, fu sequestrato il discreto gruzzolo, intestato a Pacciani e famiglia, di 157,890,039 lire, corrispondenti a 81,543 euro nominali e 119 mila circa rivalutati a oggi (2018). Discuteremo tra breve della possibilità che quel danaro fosse stato frutto di oneste o nascoste attività, adesso interessa mettere bene in evidenza il fatto che gli inquirenti avevano cominciato a metterlo in relazione a un eventuale compenso per la vendita dei “feticci” già molti mesi prima della “lettera spontanea” di Lotti, come si è dimostrato. Il che, assieme a certe perplessità che suscita la genesi di tale lettera, rende più che probabile l’inversione di causa ed effetto: non fu l’accenno di Lotti al “dottore” a provocare la partenza delle indagini sui soldi di Pacciani, ma furono quelle indagini già iniziate da molti mesi a indurre il falso pentito a offrire il proprio aiuto agli inquirenti inventandosi il “dottore”.

Una lettera molto poco spontanea. Che l’iniziativa di scrivere la “lettera spontanea” fosse stata tutta di Giancarlo Lotti non è da credere neppure un po’. Cominciamo con l’indagare sulla sua strana genesi, partendo da questa nota di Canessa del 7 novembre.


Quindi Lotti, che alloggiava in un appartamento segreto presso la questura di Arezzo, l’8 novembre venne trasferito a Firenze, e non per un giorno soltanto. Il 15 successivo, con la nota seguente, la PG trasmise al PM la sua “lettera spontanea”.


Dalla nota si deduce che Lotti era stato sistemato in una struttura alberghiera di pertinenza della questura di Firenze, dove ancora il 15, quindi da una settimana, continuava ad alloggiare. Quali erano stati i motivi che avevano indotto gli inquirenti a tale cambio di residenza? Che cosa aveva inteso Canessa con la locuzione “incombenti relativi alle indagini in corso” della sua nota? Non suona un po’ strano che proprio in quella settimana al presunto pentito fosse venuta l’ispirazione per scrivere la famosa e densa di conseguenze “lettera spontanea”? Si tenga presente che nello scriverla di sicuro non aveva consultato il proprio legale, in quel momento Alessandro Falciani, il quale anzi, proprio per il contenuto della lettera sarebbe giunto alla grave decisione di rinunciare all’incarico. Si tratta di una vicenda inquietante, che vale la pena approfondire per quel poco che ne consentono le tracce contenute nelle cronache dei giornali.
Abbiamo visto che nella lettera Lotti aveva ammesso di aver sparato a Giogoli, costretto da Pacciani: “Vieni devi sparare tu. Io. Allora mi a dato la pistola in mano. Spara e o sparato diverse colpi.”. Il 16 novembre, davanti a Vigna e Canessa, aveva poi spiegato meglio, confermando il grave episodio. Il suo difensore c’era? A leggere il verbale parrebbe proprio di sì: “Si dà atto che è presente l'avv. Alessandro FALCIANI del Foro di Firenze, difensore di fiducia del LOTTI”. Ma allora non si spiega il contenuto di questo articolo uscito sulla “Nazione” del 3 gennaio 1997, dove per la prima volta si raccontava dell’ammissione di Lotti di aver sparato anche lui.

Secondo l’avvocato Falciani, che è difensore del Lotti dal maggio 1996, in nessuno degli interrogatori ufficiali il pentito avrebbe ammesso di aver sparato in occasione di uno dei duplici omicidi del “mostro”. Anche l’avvocato Neri Pinucci, primo difensore di Lotti, non ha memoria di confessioni di questo tipo.
Il dubbio appare lecito: la procura potrebbe aver interrogato Lotti senza avvocato? “No, non credo proprio”, replica l’avvocato Falciani. “Lotti è un pentito, inserito nel programma di protezione, che ha ammesso le sue responsabilità. È un indagato, quindi non può essere sentito come informatore o persona informata sui fatti. Quando rilascia dichiarazioni che devono essere messe a verbale, deve farlo alla presenza di un legale. Fa parte delle regole del gioco”.
Ma si parla anche di un interrogatorio al quale Lotti sarebbe stato sottoposto il 23 dicembre, due giorni prima di Natale. “Non ne so niente”, replica Falciani. Gli unici interrogatori del pentito ai quali l’avvocato ha partecipato risalgono al giugno e al luglio scorsi. In entrambi Lotti fece molte ammissioni circa i delitti del “mostro”, ai quali disse di aver partecipato in qualità di “palo”. Ma mai ha confessato di aver sparato.
Il sospetto, dunque, è che Lotti possa aver cambiato avvocato. Un’ipotesi che però Falciani tende ad escludere. “Io sono il suo legale di fiducia, se mi avesse sostituito avrei ricevuto una revoca, cosa che non è avvenuta”.


In base all’articolo, mai smentito, sembra proprio di poter concludere che Lotti fu interrogato senza l’assistenza di un legale, sia il 16 novembre sia il 23 dicembre, nonostante la legge lo imponesse essendo indagato. Ma in entrambi i verbali è dichiarata la presenza di Falciani, quindi, dove sta la verità? È comunque un fatto che Falciani si dimise. Dalla “Nazione” del 5 gennaio 1997:

Giancarlo Lotti […] è rimasto senza difensore. L’avvocato Alessandro Falciani […] se ne è andato sbattendo la porta. Ha rinunciato all’incarico per essersi trovato in mezzo al guado delle polemiche seguite alla fuga di notizie, nonostante avesse coerentemente e correttamente mantenuto il segreto sulla clamorosa confessione di “Katanga” che ha segnato la nuova svolta delle indagini. La rinuncia all’incarico è stata comunicata sia al procuratore Vigna, il quale ha espresso il suo rammarico e riconosciuto il “comportamento esemplarmente corretto dell’avvocato Falciani”, sia alla direzione del servizio centrale di protezione dei pentiti cui è affidato Lotti. Già martedì, comunque, la difesa di “Katanga” sarà affidata a un altro penalista.

Sarà vero che Falciani si era arrabbiato soltanto per la fuga di notizie, e non perché non era stato presente alla confessione del suo assistito? Bisognerebbe chiedere a lui.
Torniamo però a quello strano trasferimento di Lotti a Firenze. A parere di chi scrive c’era dietro la nota perizia Fornari-Lagazzi. I colloqui dei due consulenti con Giancarlo Lotti, in totale cinque, erano terminati con quello del 29 ottobre, quindi, nonostante la data della perizia sia 20 novembre, si può ritenere certo che i risultati ufficiosi del lavoro fossero stati presentati già a cavallo tra ottobre e novembre. Il documento è ormai ben noto, tutti possono leggerlo e trarre le loro conclusioni; a chi scrive pare che gli elementi principali di novità che gli inquirenti avevano potuto desumere dal lavoro dei due periti fossero questi: Lotti aveva latenti tendenze omosessuali (“sicuramente presenta pesantissime istanze di carattere omosessuale”) e, soprattutto, stava nascondendo qualcosa.

Quali consulenti del P.G., dobbiamo mettere in luce come si sia ricavata la netta impressione che egli sia in grado di dare molte più risposte ed informazioni di quanto finora fornite, ma che giochi con astuzia nel centellinare il suo dire; infatti non dice più di tanto e, al contempo, gode di tutti i vantaggi di una persona inserita in un programma di protezione; di qui il ferreo, impenetrabile, non scalfibile suo atteggiamento di chiusura e di rifiuto ad “andare oltre”.

Considerando il lavoro che avevano fatto sui soldi di Pacciani, la convinzione dei periti dovette sembrare agli inquirenti la miglior dimostrazione della bontà delle loro intuizioni. Quindi non ci vuole molto a ipotizzare un colloquio informale dei primi di novembre in cui Lotti venne posto davanti alle conclusioni dei periti, durante il quale, con l’aiuto di qualche inconsapevole suggerimento – nato magari anche dalle notizie giornalistiche sul tema – fece capolino l’ammissione che sì, quei troppi soldi di Pacciani nascondevano un “dottore” che lo pagava. E per rendere più credibile il clamoroso ma fin troppo tardivo racconto Lotti si rassegnò a pagare un prezzo, che poi poteva anch’esso risultare parte di quanto avrebbe nascosto fino a quel momento: a Giogoli aveva sparato anche lui. Infine, nell’intento di limitare i danni, venne buona la storia dell’omosessualità, con la quale tentò di trovare una pur maldestra giustificazione, alla quale comunque Giuttari parve credere (da Il Mostro: “Si spiega così la minaccia, il ricatto subito, la necessità di ubbidire che prima aveva solo giustificato limitandosi a dire «lo sanno loro». Il quadro ambientale si completa sempre più. Lotti ha tendenze omosessuali.”; e non è certo un caso che in nota venga richiamata proprio la conclusione della perizia Fornari-Lagazzi sulla presunta omosessualità di Lotti).
L’abbozzo di tali argomenti in possibili colloqui informali ben giustificherebbe il successivo trasferimento di Lotti a Firenze, dove questi vennero meglio definiti nella “lettera spontanea” e nel successivo interrogatorio. È pensare troppo male? Forse, ma a chi scrive pare lecito che si possa anche pensar male, almeno a fronte di elementi poco chiari come in questo caso, e soprattutto ben ammettendo che si tratta soltanto di ipotesi, sulle quali ognuno è libero di formulare un proprio giudizio. In ogni caso le perplessità suscitate dallo scenario in cui nacque la “lettera spontanea” di Lotti lasciano molti dubbi sul “dottore”, una figura già di per sé poco credibile. Ma non per i giudici di primo grado del processo Vanni, che su quella figura chiesero di indagare, anche perché

le indagini di carattere finanziario, eseguite dalla PG sul conto di Pacciani, hanno portato ad una situazione economica del tutto incompatibile con la sua condizione di contadino, che lavorava i terreni altrui e che guadagnava appena il sufficiente per vivere, essendo risultato che lo stesso Pacciani ha acquistato in quegli anni un immobile urbano in Mercatale Val di Pesa per il prezzo di £. 35.000.000 milioni di allora (anno 1984) ed ha poi investito la somma di £.157.890.038 in "buoni postali", disseminandoli tra i vari uffici del circondario (Mercatale, Montefiridolfi, San Casciano, Cerbaia e Scandicci), chiaramente per tener nascosta tanta provenienza di denaro, non sicuramente di fonte lecita.

È arrivato dunque il momento di guardare dentro i risparmi di Pacciani, per valutarne l’effettiva entità e scoprire se davvero poteva esserci stata correlazione tra i prelievi degli organi dalle donne uccise e il danaro da lui investito. Ma prima il lettore si goda un’ultima chicca: la copia manoscritta della “lettera spontanea” di Lotti, fino a oggi mai pubblicata.


Come si vede, una parte del documento allegato agli atti risultava censurata, e, di certo non a caso, era proprio quella relativa al “dottore”, di gran lunga la più importante e clamorosa.

Segue