Tra le ipotesi che vengono
formulate sull’identità del Mostro, o comunque su una sua generica
configurazione, quella di un individuo appartenente alle forze dell’ordine ha
oggi un grande seguito tra gli appassionati. Ne è incontestabile padre Nino Filastò,
il noto avvocato e mostrologo che difese Mario Vanni. Si tratta di una
convinzione da lui maturata, probabilmente, proprio mentre si preparava al
difficile processo, agli inizi del 1997, ma i cui semi erano già presenti nella
visione che aveva della vicenda di Enzo Spalletti e Fosco Fabbri, i due guardoni
coinvolti nelle indagini sul delitto di Scandicci. Secondo Filastò il primo
aveva visto qualcosa, e si era rifiutato di raccontarlo per paura di ritorsioni da
parte di un assassino potente e intoccabile,
il quale, quattro anni prima, aveva già minacciato il secondo. Ecco quanto ne
scrisse nel libro “Pacciani innocente”,
uscito alla fine del 1994:
Spalletti viene interrogato più volte dai
magistrati. Nel corso di un interrogatorio lo scontroso infermiere si lascia
scappare una frase sibillina. Con arroganza incongrua apostrofa i magistrati.
Essi lo saprebbero bene che lui non c’entra nulla con il duplice omicidio. Parole
larvate, ma dense di un significato recondito e inquietante: gli inquirenti lo
terrebbero in carcere per stornare l’attenzione da qualcun altro. […]
In seguito si saprà che durante la detenzione
di Spalletti alla moglie e al fratello sono arrivati strani messaggi telefonici.
Chi avrebbero dovuto proteggere
gli inquirenti accusando Spalletti? La risposta Filastò la trova nelle parole
dell’amico Fabbri:
Anche Fabbri viene interrogato di nuovo. Se
Spalletti è oscuro nel linguaggio, incomprensibile e quindi sospettabile per la
linea difensiva che ha scelto, l’amico Fosco riferisce invece un episodio il
cui significato, se fosse stato indagato a tempo debito, forse avrebbe potuto
portare qualche lume sul conto di quella losca congrega di cui, come si è
visto, parlerà la bellezza di tredici anni dopo nel corso della sua
requisitoria finale nel processo Pacciani il pubblico ministero dottor Canessa.
[…]
Circa quattro anni prima del delitto del campo
dell’Arrigo, dice Fabbri, egli fece un incontro stressante. […] A un tratto da
un’altra auto scese un uomo alto e robusto. Non sembrava aver voglia di
scherzare costui, non tanto per lo sguardo, intenso e minaccioso, ma perché aveva
in mano una pistola con cui minacciò il Fabbri.
[…] Cominciò, racconta Fabbri, con un ammonimento:
il bravo voyeur deve fare attenzione a non molestare, a non avvicinarsi troppo
alla coppia, a non essere troppo invadente. Se si comporta così sappia che non
commette alcun reato. Non c’è penale a guardare con un minimo di discrezione.
Semmai sono i guardati che sono in fallo. Poi se ne sarebbe andato, il
singolare viandante boschivo, pago di aver fornito, gratuitamente, tali
incoraggianti spiegazioni giuridiche, a parte lo scagazzo dell’arma puntata.
Ma chi era? Fabbri dice che in un primo momento
si era presentato come una guardia forestale, ma che in seconda battuta avrebbe
detto di essere un poliziotto tout court. Qui l’amico di Spalletti inserisce
una sua intelligente deduzione: ci sarebbe da credergli che era un poliziotto,
la sua osservazione circa la liceità dello sport voyeuristico non fa una grinza,
sotto il profilo penalistico (e non la fa difatti). […] Una persona così
addentro a una sottigliezza giuridica di quella specie, bisogna che un po’ di
competenza ce l’abbia. Non un uomo della strada, allora, bensì, e appunto, un
professionista di quel ramo, poliziotto magari, come aveva detto lui.
Ma nei capitoli finali del libro,
dove l’autore fa un ampia descrizione di quelle che a suo giudizio sarebbero
state le caratteristiche dell’assassino, di poliziotto non si parla affatto.
Evidentemente Filastò non aveva ancora maturato la sua futura convinzione, anzi,
doveva trovarsi in una fase di notevole incertezza, come si può desumere dagli
accenni possibilisti alla “losca
congrega” della quale aveva parlato Canessa, embrione della futura pista
dei “Compagni di merende” contro la quale si sarebbe poi dovuto battere in
difesa del Vanni.
Tre anni dopo le idee dell’avvocato
erano molto più chiare. Lo testimonia questa intervista
uscita su “Visto” il 18 luglio del
1997. In ogni caso la teoria completa del “Mostro poliziotto” la possiamo
trovare in “Storia delle merende infami”,
uscito nel 2005, dove viene anche ripresa la vicenda di Fabbri e Spalletti,
sulla quale è il caso di spendere qualche altra parola. I verbali degli
interrogatori dei due personaggi non sono mai stati pubblicati, e, almeno a memoria
di chi scrive, in nessun altro libro si fa cenno agli episodi riportati
da Filastò nei suoi. Quindi dobbiamo fidarci. Però lascia perplessi il fatto che in “Storia delle merende infami” il
personaggio che avrebbe spaventato Fosco Fabbri venga descritto con indosso una
divisa (“Incontra
un tale in divisa. F.C. non sa precisare quale divisa sia, da guardia forestale,
ipotizza.”). Ma undici anni prima, in “Pacciani
innocente”, di divisa non si parlava affatto, poiché il personaggio si sarebbe
soltanto “presentato
come una guardia forestale”, e “in seconda battuta avrebbe detto di essere un poliziotto”.
Divisa contro parole, insomma. Si tratta di una differenza non da poco, farebbe
bene a tenerla a mente chi oggi afferma con tono perentorio che Fabbri sarebbe
stato minacciato da un poliziotto.
In ogni caso possiamo liquidare
l'intera questione come irrilevante, poiché niente fa pensare che quell’individuo
fosse stato il Mostro. L’episodio raccontato da Fabbri risaliva a quattro anni
prima del delitto di Scandicci, quindi non è affatto lecito mettere i due
fatti in relazione tra di loro. Ancora meno valore ha la velata accusa di
Spalletti agli inquirenti, anche dando per buono che l’avesse lanciata davvero.
Non si capisce per quale motivo l’uomo non avrebbe dovuto raccontare di aver
visto un poliziotto all’opera, se lo avesse visto, senza rifugiarsi dietro frasi sibilline con le quali non poteva certo sperare di risparmiarsi i quattro mesi e mezzo di detenzione cui fu costretto.
Tra l’altro in carcere Spalletti avrebbe rischiato grosso se il Mostro
avesse potuto contare su qualche aggancio nell’ambiente giudiziario e avesse
temuto la sua eventuale testimonianza. La semplice verità è che Spalletti non
aveva visto nulla (vedi),
e quella sua frase, se pronunciata, non aveva che il sapore della disperazione.
Ma in “Storia delle merende infami” Nino Filastò porta molti altri
elementi a suffragio della sua teoria, a cominciare da una ricostruzione del
modo con il quale l’assassino si sarebbe avvicinato alle proprie vittime.
Riesce sempre a colpire le sue vittime da
distanza ravvicinata. Ma come ci riesce? A mio parere, questo è il punto nodale
della questione, sciolto il quale non dovrebbero restare molti dubbi su una
determinata qualità del mostro. Qualità almeno di genere, nel senso di
categoria sociale e professionale.
L’estrema facilità con la quale riesce ad
avvicinarsi alle coppie, anche dopo gli allarmi amplificati e i controlli
serrati, fa pensare a due dinamiche alternative. La prima è che egli riesca ad
avvicinarsi perché non desta sospetti nelle sue future vittime. Qualche cosa di
evidente lo connota, segnala la sua natura apparentemente inoffensiva.
La seconda è che, in qualche modo, riesca a
rendersi invisibile. Da notare che egli agisce quasi sempre nelle notti di
novilunio, cioè al buio totale.
Le due ipotesi non si escludono a vicenda.
Forse in qualche occasione si è avvicinato rassicurando le vittime, altre volte
senza farsi scorgere, nel caso in cui ha dovuto lasciare la macchina ad una
certa distanza.
Esaminiamo la prima ipotesi. Cosa potrebbe
farlo apparire inoffensivo agli occhi delle vittime? Esattamente il contrario
di ciò che lo potrebbe caratterizzare come potenziale fonte di minaccia. Solo
un ruolo visibile in quanto esibito, e una ben determinata qualifica può essere
rassicurante in senso opposto: l’aspetto di agente dell’ordine.
Le considerazioni dell’avvocato
sono molto opinabili. Tanto per cominciare sarebbe stata una ben strana
coincidenza se l’agente o il finto agente, in almeno quattro volte su cinque (Borgo,
Scandicci, Calenzano, Vicchio, no a Baccaiano) fosse arrivato addosso alle proprie
vittime con il lampeggiante in funzione proprio nel momento in
cui esse si stavano preparando a fare l’amore, né prima né dopo. La singolare
coincidenza pare piuttosto accordarsi meglio con qualcuno che era già sul luogo
in attesa, nascosto tra la vegetazione. E poi, per quale motivo l’assassino
avrebbe dovuto annunciarsi prima dell’aggressione? Non a caso agiva sempre in
notti quasi senza luna, mentre la coppia era intenta nei preparativi con la luce interna probabilmente accesa. In quelle condizioni avvicinarsi all’abitacolo
di nascosto diventava facile, contando sul buio e sulla complicità di qualche
cespuglio, ma soprattutto sulla disattenzione di chi in quei frangenti si trovava
in uno stato di comprensibile eccitamento. In ogni caso l’attacco era fulmineo,
e le vittime non avevano alcuna possibilità di reazione. D’altra parte lo
stesso Filastò ammette che in alcuni casi il Mostro potrebbe anche essersi
avvicinato senza farsi scorgere. E perché allora non in tutti?
Ma proseguiamo con la descrizione
di come si sarebbe svolto l’approccio del poliziotto assassino.
Niente di più consueto che imbattersi in un
poliziotto in servizio, che fa la sua ronda notturna in funzione anti-mostro, o
in quella più generica di controllo di polizia. Niente di più tranquillizzante.
Lo si individua già prima di vederne la figura, di notare i suoi gesti e i suoi
abiti. In che modo? Dalla macchina da cui discende, accostata a poca distanza
da quella dei fidanzati, con l’inconfondibile segnale di riconoscimento: la
bolla blu lampeggiante sul tettuccio. Da quella macchina l’uomo avanza con
passo sicuro, e i ragazzi, che hanno appena iniziato i preliminari, cercano di
ricomporsi pronti a mostrare i loro documenti all’agente in borghese. Quando
apparirà la pistola calibro 22 sarà troppo tardi per rendersi conto
dell’errore. Il falso, o vero, agente, ha già indotto il giovane ad aprire il
vetro del finestrino per mostrare i suoi documenti, per questo è in condizione
di sparare a distanza ravvicinatissima, quasi a bruciapelo, senza incontrare, mai,
in nessun caso – eccetto la coppia di francesi, che non era in auto bensì in
una tenda – alcuna reazione.
La macchinosità dell’operazione
immaginata da Filastò è evidente. Non convince né poco né punto un assassino che si presenta in pompa magna, con tanto
di luce lampeggiante che lo avrebbe sottoposto al rischio di attirare l’attenzione
di eventuali testimoni, dei quali in ogni caso non fu mai trovata traccia. Non
è poi chiaro il perché l’individuo, prima di sparare, avrebbe dovuto attendere l’apertura
del finestrino. Tanto più che i vetri risultavano infranti dai colpi di
pistola. Ma Filastò, per questo fatto, ha una spiegazione differente.
Un altro elemento anomalo che ricorre in quasi
tutti i delitti, trova la sua spiegazione solo se si pensa alla volontà
dell'assassino di depistare e confondere le indagini per coprire l'identità che
lo accomuna agli inquirenti. I finestrini delle macchine, dal lato da cui egli
spara, sono sempre completamente frantumati. Se l'omicida avesse sparato a finestrino
chiuso, come nella tesi ufficiale della polizia, i vetri dovrebbero trovarsi
rotti solo parzialmente.
I proiettili calibro 22, i più piccoli in
commercio, è molto difficile che, attraversando un vetro, riescano a
distruggerlo senza lasciare nemmeno un frammento in piedi. Del resto è così che
è avvenuto col colpo sparato sul parabrezza della vettura di Mainardi,
nell'omicidio di Baccaiano. Il vetro del parabrezza non si è frantumato, ma è
rimasto visibile solo un foro con le classiche incrinature a raggiera. Perchè
allora tutti quei finestrini disintegrati? […]
Lo scopo non può essere che quello di non far
capire quale sia stata in realtà la dinamica. Il finestrino, sulla richiesta di
controllo dei documenti, è stato abbassato, poi, una volta colpite le vittime,
l'omicida lo ha richiuso e frantumato con un qualche oggetto contundente: un
fazzoletto contenente alcune biglie di acciaio – lo strumento classico dei
ladri d'auto – uno sfollagente con l'anima di piombo, la pietra trovata sul
luogo del delitto di Calenzano...
Questo per far credere che i finestrini
fossero stati gli spari a distruggerli, mentre erano chiusi, e non aperti, come
in realtà erano. […]
L'assassino è esperto di indagini. Sa anche
come depistare. Il finestrino aperto sarebbe un indizio della sua funzione.
Lo scenario appare sommamente contorto. Per di più, nel portare l’esempio del
parabrezza della Fiat 147 di Paolo Mainardi, Filastò dimentica che si trattava di vetro laminato, costituito
cioè da due strati con in mezzo una pellicola di plastica. Scopo di tale tecnica costruttiva è evitare che il parabrezza, a eventuali
rotture ad auto in movimento, vada completamente in pezzi, con ovvi pericoli per la sicurezza. I finestrini laterali sono invece
realizzati in semplice vetro temperato, il quale tende a scoppiare dividendosi in piccoli frammenti. Tra i più colpi sparati e le successive manovre di apertura della portiera, o comunque di accesso all'abitacolo, si spiega bene il perché in sede ne erano sempre rimasti pochi. A Baccaiano poi, con il Mostro che secondo Filastò si
sarebbe messo alla guida, la preventiva rottura del finestrino, i cui frammenti
erano sulla piazzola, non avrebbe avuto alcun senso.
Infine le schegge di vetro che più di una volta colpirono le vittime (almeno a Calenzano, Baccaiano e Vicchio) dimostrano che i finestrini furono infranti dai colpi di pistola.


