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giovedì 31 dicembre 2020

Era basso, parecchio basso

Come c’era da immaginarsi, il mio articolo Ma insomma, quant'era basso questo Salvatore? ha suscitato veementi proteste da parte dei vinciani, i quali, presi dal panico, hanno cercato di assorbire il colpo come meglio potevano, chi girandosi dall’altra parte, chi proponendo improbabili misurazioni alternative, chi preferendo attacchi personali, magari con l’aiuto di Lotti, che viene sempre bbbuono quando si vuol buttare all’aria il tavolo. In realtà l’informazione sull’altezza della sbarra in foto è di straordinaria importanza per il calcolo della statura di Salvatore Vinci. Già il metodo grossolano del conteggio dei pixel usato nell’articolo consente di escludere valori irreali come i 170 cm massimi di Torrisi. Il soggetto, infatti, si trova pressoché accosto alla sbarra, e lo scatto è da distanza di vari metri, pertanto la distorsione prospettica non può incidere che per pochi cm. In ogni caso quei pochi sono tutti in aggiunta alla statura reale, poiché, essendo il punto di fuga più o meno all’altezza degli occhi, i pixel aumentano di peso via via che da questi ci si allontana. Ecco allora che i 162 cm calcolati per la figura grezza andrebbero diminuiti, di quanto però è difficile dire.
Per un dato più preciso servirebbe un software adeguato, in grado di trasformare un’immagine 2D in un’immagine 3D. Ce ne sono molti, anche di gratuiti, l’unico problema è che si tratta di strumenti dall’apprendimento non immediato, dei quali purtroppo non ho mai avuto occasione di servirmi. In più i grossi impegni lavorativi del momento – che mi costringono a metter mano allo studio di nuovi strumenti di lavoro – non mi lasciano molte risorse mentali, oltre quelle che già dedico all’hobby del Mostro. Ciò nonostante, ho deciso di provarci lo stesso, iniziando intanto a farmi un giro per Youtube, in cerca di qualche tutorial. E ho trovato questo: Trasformare foto e disegni in scene 3D - Tutorial trailer.
Conquistato dalla chiarezza di esposizione dell’autore, Luca Malisan, mi ero abbastanza tranquillizzato sulla possibilità d’imparare in fretta l’uso degli strumenti consigliati “fSpy” e “Blender”, attraverso un video acquistabile a modico prezzo. Però nello stesso tempo mi è venuta un’idea maligna: visto che i miei bisogni si esaurivano con la risoluzione del problema contingente, perché non provare a chiedere il calcolo allo stesso autore? Tanto più che il peso della sua esperienza avrebbe contribuito a rendere il dato ancora più probante. Luca Malisan, infatti, sembra essere un’autorità in materia, come è facile arguire dai seguenti link:

Il sito
Il canale Youtube
Facebook
Instagram

Quindi, il 27 dicembre 2020, gli ho mandato una mail. Questa:

Buongiorno signor Malisan,
mi chiamo Antonio Segnini, sono un anziano informatico professionista ma il mio campo è molto diverso dal suo, occupandomi di software applicativo, quindi maschere di gestione dati e database. Ho un hobby che occupa gran parte del mio tempo libero, lo studio del caso del Mostro di Firenze, per il quale nutro la speranza che un giorno o l’altro si riesca a uscire dallo stato di totale confusione in cui ci si trova adesso.
Sono arrivato alla sua pagina attraverso Youtube, essendomi messo alla ricerca di un modo per calcolare l’altezza di uno dei sospettati storici attraverso una foto, della quale una gentile impiegata del tribunale di Cagliari mi ha fornito la dimensione di un particolare. La persona all’interno della gabbia si chiama (o probabilmente si chiamava, non si sa se è ancora vivo) Salvatore Vinci. La gabbia, ancora esistente, poggia su uno zoccolo di legno alto 10 cm, zoccolo sul quale sono poggiati i piedi di Vinci. La gentile impiegata ha misurato l’altezza della sbarra orizzontale alla quale Vinci è quasi appoggiato. La misura risulta di 127 cm. Non sono riuscito a capire se tale misura sia stata presa fino a sotto la sbarra o fino a sopra, ma il risultato poco cambia, credo. In ogni caso mi devo porre nella condizione più favorevole ad aumentare la statura di Vinci, poiché è quella della quale intendo confutare il valore eccessivo esistente agli atti (1.65-1.70) del quale abusano gli appassionati che lo vogliono identificare con il Mostro di Firenze, che vari indizi portano a considerare piuttosto alto.
Non conosco programmi 3D neppure semplici, come credo sia blender, e adesso non ho le risorse mentali per mettermi a imparare la materia, neppure attraverso i suoi tutorial per quanto fatti benissimo. Devo già mettermi a studiare nuovi software per il mio settore, tecniche di trasformazione degli applicativi tradizionali in pagine WEB, Angular, ASP.NET e compagnia bella, stiamo per decidere con alcuni amici. Poi, in fin dei conti, utilizzerei lo strumento soltanto per questo caso. Quindi chiedo un aiuto a lei, che è un esperto. Riuscirebbe a calcolare in modo più preciso di quel che ho fatto io alla grossa, contando i pixel sulla foto, la statura del soggetto (comprensiva di scarpe, naturalmente) fornendomi anche gli elementi a dimostrazione? La ricerca storica della verità sulla vicenda del Mostro di Firenze gliene renderebbe merito.
Questo è il link all’articolo del mio blog dove tratto la questione. La foto è quella, in caso gliela allego.
Naturalmente la ringrazierò caldamente sull’articolo che scriverò, qualsiasi sia il risultato, anche se non è favorevole alle mie convinzioni, che capirà dalla lettura dell’articolo. Quel che conta è raggiungere la verità, qualunque sia.

La ringrazio molto se potrà darmi il suo aiuto, e le faccio gli auguri per le feste che ancora mancano.
Saluti, Antonio Segnini.


Ho allegato sia la foto originale, sia la foto ritoccata con Paint.NET, sia quella con indicati i pixel del mio calcolo. Il giorno dopo è arrivata la risposta. Questa:

Buongiorno Antonio,
non ho molto tempo a disposizione, purtroppo. Ma la sua richiesta era tutto sommato semplice, finché si tratta di ottenere un'informazione approssimata, e quindi ho provato a cimentarmi con essa.
C'è qualche problema di lettura dell'immagine, soprattutto rispetto alla posizione dei piedi. Ho migliorato la fotografia attraverso un software di ingrandimento basato su intelligenza artificiale, che permette di aumentarne il dettaglio. A mio parere lo zoccolo non sopraeleva l'intera gabbia, ma è solo sotto alle sbarre, e il piano del pavimento è lo stesso sia all'interno che all'esterno. Questo in base alle proporzioni fisiche: da disegnatore ho una certa conoscenza dell'anatomia e il pavimento della gabbia non può essere 10cm più alto del pavimento esterno, altrimenti la distanza ginocchio-pavimento (la tibia) sarebbe troppo corta. Anche la tipica piega che si forma al pantalone al di sopra della scarpa è leggibile nella foto appena al di sopra dello zoccolo. Ho tracciato in rosso sottile alcune linee che possono approssimare l'andamento del corpo. Pertanto le scarpe sono quasi del tutto nascoste dallo zoccolo, oltre che essere scure, e quindi è difficile posizionare con precisione il punto di appoggio dei piedi. Ho comunque ipotizzato una posizione "base" per il calcolo dell'altezza, in base alla mia esperienza di disegno. In ogni caso è un approssimazione per eccesso, comprensiva anche dell'eventuale suola della calzatura.
Proiettando le linee prospettiche verso l'altezza nota (la sbarra e lo zoccolo) è quindi possibile valutare l'altezza della testa. Ho replicato i 10cm di altezza dello zoccolo come valore di controllo ed effettivamente sono coerenti con i 127cm indicati per la sbarra orizzontale. In base a questo l'altezza della persona è sicuramente inferiore ai 160cm. Approssimativamente 157cm, comprensivi della suola delle scarpe.
Va però evidenziato che la posa è rilassata, in appoggio su una sola gamba, e con la testa leggermente portata in avanti (è una normale compensazione dell'equilibrio, mettendo le mani dietro la schiena). È una posizione nella quale l'altezza si può ridurre di molto, penso anche di 4-5cm, rispetto alla classica posizione in cui si sta quando si viene misurati.
Non so quanto possa esserle utile, ma è quello che riesco a fare nel poco tempo che posso dedicare alla cosa.

Ricambio gli auguri di buone feste, e buona giornata.
Luca Malisan


Come si vede, Luca ha pensato che la striscia su cui si innestano le sbarre fosse lo zoccolo che intendevo io, ma comunque ha capito da solo come stavano le cose. Lo si vede bene dall’immagine allegata, dove i piedi del soggetto poggiano effettivamente sullo zoccolo di legno alto 10 cm posato sul pavimento. Ed è da quello zoccolo che sono state prese le misure, con un’approssimazione che Luca qualifica per eccesso, con tendenza quindi all’aumento del risultato (NB: tra l'altro si vede bene che la sbarra orizzontale è stata posta ad altezza 129 cm, contro i 127 misurati dalla signora Orrù).


Come già avevo previsto, la statura è risultata inferiore a quella calcolata con il mio sistema grossolano, addirittura di 5 cm, 157 contro 162. Ma da buon esperto di disegno e di figure umane, Luca ha fatto anche di più, valutando di quanto potrebbe essersi abbassata la testa di Vinci rispetto alla classica postura di misurazione dell’altezza, con il corpo disteso al massimo. Secondo lui si tratta di 4 o 5 cm, in questo caso più dei 2 che avevo immaginato io.
Con questi dati potremmo quindi racchiudere la statura di Vinci in una forbice di 161-162 cm, comprensiva di scarpe. Già, il problema delle scarpe: di quanto alzavano la statura del soggetto? Io avevo presunto un valore di 4 cm, ottenuto con la misurazione su una scarpa classica che ho in casa, considerando sia il tacco che la tomaia. “La storia del tacco alto 4 cm è semplicemente ridicola, un oltraggio all'intelligenza”, ha tuonato un vinciano DOC sul gruppo Facebook di Flanz, con una frase dalla quale sembrerebbe di arguire che senza scarpe Salvatore Vinci possa addirittura diventare più alto! A scanso di equivoci ho ripetuto la misurazione, estendendola a due tipi di scarpa e fotografandola. Ecco i risultati.

Scarpa 1: 3,2 cm


Scarpa 2: 4 cm


La scarpa 1 è di tipo estivo, la 2 di tipo invernale, quindi più massiccia. Non sappiamo quali scarpe calzasse Salvatore Vinci al momento della foto, però, indossando un vestito elegante, quasi sicuramente si trattava di un modello classico, essendo la metà d’aprile non si sa se estivo o invernale. Che fossero particolarmente basse è però difficile, anche perché in genere gli uomini minuti fanno caso al tacco delle loro scarpe, preferendo modelli che regalano un pelino di statura in più. In ogni caso consideriamo una fascia di 3-4 cm. Ebbene, combinando questa misura con quelle proposte da Luca Malisan, possiamo affermare che la statura di Salvatore Vinci va collocata tra una minima di 157 cm (157 più 4 di correzione postura meno 4 di scarpa) e una massima di 159 cm (157 più 5 di correzione postura meno 3 di scarpa).

Conclusioni. Dopo l’intervento di un esperto come Luca Malisan e dei suoi strumenti software, è lecito sostenere senza tema di smentita che la statura di Salvatore Vinci era sotto il metro e sessanta. A questo punto non c’è che da scoprire come i fanatici vinciani cercheranno di rigirare la frittata, poiché purtroppo questo succederà. Vorrei far notare che quando ho scritto a Luca, mi sono impegnato moralmente a pubblicare il risultato del suo calcolo in ogni caso. L’appassionato non può che desiderare il raggiungimento della verità. Quale soddisfazione si può trarre dal piegare i dati per far quadrare le proprie convinzioni? Come ci si può sentire dentro quando si è raggiunto l’obiettivo di convincere sapendo bene di aver truccato le carte? Se ciò è comprensibile – ma certo non giustificabile – in chi ci guadagna su, non lo è in chi si dedica allo studio della vicenda per pura passione. Salvatore Vinci non arrivava al metro e sessanta, a questo punto i conti si devono portare avanti con questo dato non negoziabile.
Ringrazio infinitamente Luca Malisan per il suo lavoro. Assieme a Efisia Orrù ha fornito un non indifferente contributo al raggiungimento della verità su questa incredibile vicenda di malagiustizia.

lunedì 21 dicembre 2020

Ma insomma, quant'era basso questo Salvatore?

Che il Mostro di Firenze fosse piuttosto alto non è una certezza assoluta ma è una certezza ragionevole. Su questo blog se ne è già parlato: il foro di proiettile sul finestrino centrale della fiancata destra del furgone di Giogoli ci dice che era alto sul metro e ottanta (vedi), valore confermato dalle impronte di ginocchia sulla Panda di Vicchio (vedi). La qual cosa costituisce un elemento di grave incompatibilità con la figura di Salvatore Vinci, che notoriamente era più basso. Già, ma quanto più basso? A giudicare dalle foto e da qualche sparso cenno sui giornali, parecchio. Però la sua statura esatta non è nota. In questo articolo semiserio vedremo il resoconto dell’indagine personale di chi scrive.

La valutazione di Torrisi. Un dato approssimato si legge nel rapporto Torrisi, in concomitanza con la presentazione di due avvistamenti che potevano ricondurre a Vinci. Uno riguarda il delitto di Giogoli:

È il caso di evidenziare che, verso le ore 21,00-21,15 del 9 settembre 1983, ora in cui può essere fatto risalire l'omicidio dei due tedeschi, di via dei Giogoli di Scandicci, la teste SIMONCINI Laura, percorrendo in autovettura la parallela e sottostante via del Vingone, ha potuto distinguere sotto i fari un individuo scendere, proveniente verosimilmente dalla zona del delitto, un uomo dall'età di 40-45 anni, dall'altezza di mt. 1,70, indossante una maglietta celeste con delle strisce rosse orizzontali, pantaloni scuri, capelli folti, lisci e tirati indietro.
Salvatore, che secondo il nostro parere potrebbe corrispondere alla descrizione della donna, avrebbe avuto una maglietta a fondo bleu (celeste) con delle righe orizzontali.


Ecco invece un avvistamento a Baccaiano:

Un'altra descrizione molto attendibile di un uomo sospetto avente una statura di mt. 1,65-1,70 circa, dai capelli scuri, con pantaloni chiari e con maglietta fino al petto chiara e dopo a strisce scure, è stata fatta al Giudice Istruttore il 6.1.1983 da due testi: MANETTI Bruno e FALTERI Carlo Alberto. Essi, infatti, verso le ore 22,30-22,45 del 19.6.1982, in concomitanza con l'ora del duplice delitto MAINARDI-MIGLIORINI, perpetrato in località Baccaiano, agro di Montespertoli, nel percorrere a bordo di una motovespa la strada provinciale, proveniente da Montespertoli in direzione di Baccaiano, all'uscita di una curva ad ampio raggio, a circa un centinaio di metri dal posto del delitto, si sono trovati improvvisamente davanti ad un uomo sulla strada, sopra descritto, il quale, al suono del clacson della vespa, nello spostarsi per paura, ad un tratto è scivolato nella cunetta laterale della strada.
Anche qui, può sembrare una semplice coincidenza, se fosse la sola, che la persona indicata ha le medesime caratteristiche fisiche del VINCI Salvatore, il quale, all'epoca, secondo la descrizione della PIERINI Ada dovrebbe essere in possesso di una maglietta a fondo rosso mattone scuro, con delle strisce chiare sul davanti di color beige-nocciola.


Dopodiché il colonnello si sbilancia:

Il VINCI Salvatore è alto mt. 1,65-1,70, ha carnagione scura, capelli neri brizzolati, pettinati all'indietro, viso rotondo, corporatura media.

Ecco dunque l’unico dato numerico a oggi disponibile sulla statura di Salvatore Vinci: 1,65-1,70. Si tratta di un valore affidabile? L’approssimazione lascia poco tranquilli, anzi, induce a pensar male. Sembra molto strano, infatti, che le forze dell’ordine non conoscessero l’esatta statura del loro indagato, con tutta la documentazione cui avevano accesso. Tanto per fare un esempio, sulla carta d’identità il dato compare, quindi anche all’anagrafe, i cui archivi sono un libro aperto per polizia e carabinieri. Sia come sia, considerata l’endemica tendenza di Torrisi ad arrotondare un po’ troppo i dati, viene comunque il maligno sospetto di una chiusura d’occhi strategica, con l’inserimento di una valutazione a spanne che veniva comoda per far coincidere la figura di Vinci con il personaggio delle due testimonianze, nonché e soprattutto con quella presunta di un Mostro non basso. Naturalmente i vinciani di oggi se ne approfittano, prendendo per buono il dato di Torrisi nella sua misura maggiore. In fin dei conti un metro e 70 non è poi così lontano da uno e 80, che a sua volta si può sempre rivedere al ribasso, alla faccia dei buchi sul furgone e degli aloni sulla portiera della Panda, che chiunque potrebbe aver lasciato, anche solo per dispetto.
E a noi, poveri antivinciani, che ci resta da fare? Come possiamo controbattere il diluvio di argomentazioni sulla colpevolezza a prescindere di Salvatore, del quale bisogna essere noi a dimostrare l’innocenza, non loro la colpevolezza? Senza troppe illusioni che possa diventare il punto di partenza per una valutazione più serena, il dato certo della statura potrebbe almeno aiutare. Ebbene, pareva un’impresa impossibile, invece chi scrive è riuscito a trovarlo, questo misterioso dato, e con certezza, entro un range di non più di un paio di centimetri. Vediamo come.

La foto. L’idea è nata dall’intervento di un lettore, il famigerato Hazet, che tempo fa ha chiesto di poter recuperare un’immagine vista su un articolo del blog che non ricordava.

Antonio, se non vado errato, in un tuo articolo avevi pubblicato un’immagine presa dal processo di Cagliari, dove si vede A FIGURA INTERA il SV dietro le sbarre e poco fuori da esse, un carabiniere. Non la ritrovo più ed ero convinto di averne salvato una copia (già anni e crash di hd fa). Non è mica che mi puoi indicare il tuo articolo o la fonte etc. Grazie mille.

Il riferimento era a una foto scattata il 13 aprile 1988 nell’aula di corte d’assise del tribunale di Cagliari, durante il noto processo per il presunto omicidio di Barbarina Steri. Questa:


Da perfetto ingenuo ho fornito il link, senza sospettare alcun intento malevolo. Stavo invece consegnandomi al mio nemico già con le manette ai polsi, e l’ho capito subito dalla sua entusiastica reazione: “Muy muy muy tenchiù! Quella foto mi vale oro” (indubbiamente un ragazzo simpatico, Hazet, chissà come si chiama, non fosse anche un rompiscatole logorroico di prima categoria, e soprattutto un vinciano di quelli sempre con la squadra anche quando perde otto a zero…). E alla successiva domanda di una lettrice: “Anche il carabiniere non era altissimo! Ma quale è l'altezza minima richiesta per i cc? 1.70?”, così ha risposto: “1.71 per la precisione, e la banda circolare del berretto, è di 4,5cm”.
Ecco dove voleva arrivare il perfido Hazet, e io c’ero caduto come un pollo! A quel punto sono stato assalito dal terrore… Supponendo che il cappello del carabiniere e la testa di Vinci fossero più o meno alla stessa altezza, quello che poteva sembrare un mostrino di un metro e sessanta diventava all’improvviso un mostrone di almeno uno e 75, con indosso un bel paio di stivali da cowboy sufficiente anche per Giogoli e Vicchio!

L’altezza minima di un carabiniere. A quel punto ho sperato di potermi salvare confidando nella solita partigianeria vinciana di Hazet. Così sono andato a cercare in rete l’informazione sull’altezza minima per essere accettati nell’arma dei carabinieri, scoprendo che sì, Hazet era stato il solito partigiano, poiché i limiti sono 1,70 per gli ufficiali e 1,65 per tutti gli altri; non ho capito bene se siano ancora in vigore, però, e soprattutto quali fossero negli anni ’70, quando si presume si fosse arruolato il soggetto della foto. E allora, spiegando bene i miei bisogni al fine di evitare malintesi, ho mandato questa mail all’indirizzo dei contatti indicato sul sito dell’arma:

Buongiorno, sono uno studioso dilettante della vicenda del Mostro di Firenze. Sono interessato a sapere quale fosse l’altezza minima prevista per l’arruolamento nell’arma negli anni ’70-’80, e se eventualmente fossero possibili deroghe.
Spiego qual è il problema. Un personaggio che all’epoca venne indagato, Salvatore Vinci, era piuttosto basso, e un paio di indizi importanti non erano compatibili con la sua bassa statura. Però questa statura non è nota con precisione, si parla di 1.65-1.70, ma le foto danno l’impressione che fosse più basso.
In questa foto si vede il personaggio (quello in gabbia) in prossimità di un carabiniere, che anche lui non pare molto alto. In ogni caso sarebbe interessante sapere quanto al minimo poteva essere la statura di questo carabiniere, per poter valutare la minima del personaggio.
La foto è del 1988.
Vi ringrazio se potete rispondermi. Saluti. Antonio Segnini.


E il giorno dopo ecco già la cordialissima risposta:

Gentile Signor Segnini, in relazione alla sua e-mail, la informiamo che, in linea generale, la disciplina previgente in ordine al requisito dell'altezza richiesto per l'immissione nel ruolo dei Carabinieri prevedeva il limite minimo di metri 1,65.
Le inviamo cordiali saluti.


Grazie davvero ai curatori del sito e a tutti i carabinieri che ci aiutano a vivere tranquilli. Ma torniamo a Salvatore Vinci. Dunque, dopo la conferma dell’1,65, potevo già tirare un mezzo sospiro di sollievo: il mostrone da un metro e 75 tornava nei limiti di Torrisi, con un minimo di 1,69. Era già qualcosa, ma non ancora abbastanza per farmi dormire sonni tranquilli.
Ed ecco un pensiero stupendo farsi strada nel mio animo inquieto: e se la gabbia avesse avuto un suo pavimento interno rialzato rispetto a quello esterno? Di più: conoscendo la misura da quel pavimento alla sbarra orizzontale cui era addossato Vinci, con una semplice proporzione sulle misure della foto si sarebbe potuto calcolare la sua statura, naturalmente scarpe comprese. A quel punto il pensiero stupendo è diventato una folle speranza.

L’impiegata gentile. I miei lettori già sanno che un paio di anni fa mi procurai la sentenza del sunnominato processo (Omicidio o suicidio?). Dopo una formale richiesta al tribunale di Cagliari e il disbrigo delle necessarie incombenze economiche il documento mi fu inviato, sia in versione pdf sia in versione cartacea, più leggibile. A far sì che l’operazione andasse a buon fine provvide un’impiegata di nome Efisia Orrù. Lo stringato scambio di mail formali non m’impedì di rendermi conto che la signora (io me la immagino così, una bella signora di mezza età, ma potrebbe anche essere una ragazza nel fiore degli anni) era una persona gentile. E allora ho deciso di osare, chiedendole aiuto fuori dagli schemi ordinari tramite questa mail:

Buongiorno signora Orrù, non so se si ricorda di me, Antonio Segnini. Mi fece avere un paio d’anni fa una preziosissima sentenza sull’assoluzione di Salvatore Vinci. Provo a chiederle un secondo favore. Guardi l’immagine sottostante, presa nel suo tribunale nel 1988.
Sarebbe in grado di dirmi, o di indicarmi qualcuno in grado di farlo, a quale altezza rispetto al piano interno si trova la sbarra orizzontale della gabbia? Avrà già capito che mi serve per valutare l’altezza di Salvatore Vinci, che è il personaggio all’interno.
La ringrazio se potrà aiutarmi. Saluti. Antonio Segnini.


Nonostante l’idea positiva che mi ero fatto della disponibilità della signora, speranze non ne avevo molte. E invece, dopo una settimana o poco più, ecco la risposta:

Buongiorno, certo che mi ricordo di Lei…
Sono autorizzata a esaudire la sua richiesta, nel pomeriggio mi recherò in aula (sempre ammesso che non vi sia udienza) e poi le farò sapere.
Saluti Efisia.


Ho risposto subito, con una mail però fin troppo calorosa, alla quale ne è seguita un’altra maggiormente utile, dove, a scanso di equivoci e abbondando, richiedevo tre misurazioni.

Mi scusi Efisia, rettifico la mia mail di stamattina. Avrei bisogno se possibile di tre misure:

1. Dallo zoccolo interno (se c’è) fino alla sbarra orizzontale.
2. Dal pavimento esterno fino alla sbarra orizzontale (se non c’è lo zoccolo interno chiaramente è la stessa di prima)
3. Dalla cima della fascia in basso, compreso il profilo sopra, fino alla sbarra orizzontale.

Le misure può prenderle tutte anche fino al sotto della sbarra, se vuole anche al sopra, basta sia sempre uguale e che me lo comunichi.
Le metto la figura con le misure 2 e 3, da aggiungere la 1 interna.
Grazie ancora. Antonio Segnini.


L’incontro tra aula libera e disponibilità della signora Efisia non si è concretizzato subito, c’è voluto una settimana. Ed ecco finalmente una mail con le misure cercate (qui l’immagine):

Buongiorno, alla fine… ci sono riuscita.
Dallo zoccolo interno alla sbarra abbiamo 127 cm.
Dallo zoccolo esterno alla sbarra abbiamo 137 cm.
Lo zoccolo è di 10 cm.
La misura della sola sbarra verticale è di 126 cm.
Spero di esserle stata di aiuto, la saluto e le auguro un buon fine settimana.


Probabilmente tutte le misure sono state prese fino a sotto la sbarra orizzontale, ma per sicurezza ho voluto chiedere. Non sono riuscito a farmi capire, in ogni caso la signora mi ha mandato un’altra mail preziosa che chiarisce le modalità con le quali ha preso le misure:

Sono entrata dentro la gabbia, esiste un rialzo di 10 cm. in legno, da lì ho preso i primi 127 cm. Dalla tavola alla sbarra orizzontale.
Quelli esterni (137 cm.) dal pavimento alla sbarra orizzontale.


La situazione è chiara. La gabbia poggia su uno zoccolo di legno alto 10 centimetri. Sul quello zoccolo stavano i piedi di Salvatore Vinci, la qual cosa spiega bene il perché la sua testa si trovasse allineata con il cappello del carabiniere, forse un soggetto ai limiti minimi di statura. In ogni caso ecco il dato vero, quello importante: dal punto di appoggio dei piedi di Salvatore alla sbarra c’erano 127 cm. In mancanza di una specifica, si è qui presunto che la misura sia stata presa sotto la sbarra, con il che il calcolo favorirà una maggiore altezza di Salvatore (ma non di molto, di solo un terzo di centimetro).
Grazie davvero, Efisia!

Il calcolo. A questo punto non rimaneva che procedere con i calcoli. Rinunciando a imparare programmi complicati (non è il momento, già devo fare i conti con nuovi software per questioni di lavoro) ho usato il buon vecchio Paint.NET, che fornisce le coordinate di ogni pixel, con l’origine posta nell’angolo in alto a sinistra. L’immagine è di 900x724 pixel. Una volta ingrandita a tutta pagina e muovendomi sulla sbarra al centro di Salvatore ho ottenuto i valori di 200 px per la cima della testa, 276 px per il fondo della barra orizzontale, 550 px per la cima dello zoccolo.


Il lettore può ripetere le misurazioni basandosi sulla foto pulita mostrata all’inizio (naturalmente salvandola dopo averla ingrandita). A questo punto possiamo dire che la parte dai piedi al sotto della sbarra vale 550 - 276 = 274 px, mentre la parte dal sotto della sbarra alla cima della testa vale 276 - 200 = 76 px. La statura totale è quindi 274 + 76 = 350 px (a riprova: 550 – 200 = 350). A questo punto non resta che convertire questo valore, sapendo che a 274 pixel della foto corrispondono 127 centimetri della realtà: 350 x 127 / 274 = 162,22 cm.
Il soggetto è in piedi dritto, dunque la misura dovrebbe essere molto vicina a quella reale, ma consideriamo pure una postura non del tutto distesa, e portiamola a 164 cm. A questo punto però dobbiamo togliere il rialzo delle scarpe, che per modelli normali, tra tacchi e tomaia, viaggia almeno sui 4 cm (misurare per credere!). Alla fine non siamo troppo lontani dalla realtà se indichiamo la vera statura di Salvatore Vinci in 160 cm, arrotondata per eccesso.

Di nuovo a Giogoli. Con in tasca questa misura torniamo davanti al furgone dei poveri ragazzi tedeschi, e concentriamoci sui due fori di proiettile sui finestrini opachi, entrambi misurati dalla scientifica in 140 cm di altezza rispetto al suolo. Quando il Mostro li esplose doveva trovarsi per forza in una posizione simile a quella dell’attore in foto: occhi vicini alla striscia trasparente in alto e braccio con la pistola addotto.


La misura presa da Efisia Orrù ci consente di calcolare in modo agevole l’altezza degli occhi di Salvatore Vinci con già indosso le scarpe e una postura naturale. L’unico valore da cambiare rispetto al calcolo precedente è quello degli occhi al posto della testa: 226 pixel. Abbiamo così un'altezza degli occhi di 550 – 226 = 325 px. Convertendo otteniamo 325 x 127 / 274 = 150,17 cm.
Diamo adesso un’occhiata all’immagine sottostante.


Neanche a farlo apposta il foro sul finestrino trasparente della fiancata destra, il cui vetro crollò durante lo spostamento, era proprio ad altezza di 150 cm. Il che ci consente di tracciare sul finestrino opaco adiacente una striscia corrispondente con precisione all’altezza degli occhi di Salvatore Vinci, comprensiva di scarpe. Se si considera che la distanza del foro sottostante rispetto alla cornice fu misurata in 10 cm, si vede come dalla linea rossa all’inizio della striscia trasparente più in alto ne manchino quasi altrettanti. Infine è bene ricordare che non c’era alcun rialzo sul terreno, il quale anzi pare in leggera pendenza sfavorevole.
A questo punto la domanda sorge spontanea: in quella situazione, poteva l’occhialuto Salvatore Vinci mirare al gluteo del povero Horst, o a qualsiasi altro bersaglio che Scuffio o altri vogliano proporre? Sarebbe stato sufficiente alzarsi in punta di piedi? Al lettore intelligente, vinciano o non vinciano che sia, l’ardua risposta.

Considerazioni a margine. Se qualcuno si chiede il perché l’attore in foto impugni la pistola con la mano sinistra, guardi la posizione del foro sul finestrino opaco, e troverà la risposta. Dall’altra parte la situazione è opposta, dunque la pistola era nella mano destra.


Un mostro destrimane e un mostro mancino stessa altezza – entrambi i fori erano a 140 cm, il che peraltro, da un confronto visivo, depone per un terreno in pendenza, più basso sulla fiancata destra – o un unico mostro ambidestro? Orca miseria, non vorrei ricordarmi male, ma mi sembra che all’incidente probatorio qualcuno alto un metro e 78 – senza scarpe – su domanda dell’avvocato Santoni Franchetti con quale mano mangiasse, aveva risposto: “O la sinistra o la destra, secondo”…

domenica 22 novembre 2020

Salvatore Vinci a Signa - Approfondimenti (2)

Segue dalla prima parte

Prima di procedere con la seconda parte dell’articolo, è il caso di esaminare il verbale del primo interrogatorio di Salvatore Vinci, all’una e venti della notte tra il 23 e il 24 agosto, giunto purtroppo in mio possesso in ritardo (grazie Francesca!). Si tratta di una copia disastrata, con delle parti illeggibili, però si riesce a recuperarne alcune frasi molto significative [Edit: una copia migliore è poi giunta in mio possesso, ancora grazie Francesca]:

Oltre a Silvano Vargiu e Nicola un mio dipendente, mi ha visto nel Bar Sport il gestore che si chiama Cecchino ed altri clienti che al momento non sono in grado di indicare con esattezza. [...]
Presso il predetto circolo oltre al gestore vi era un prete che faceva una partita a scacchi con altra persona che non conosco.


Quindi, chiamando in causa vari personaggi che pare difficile sia riuscito a corrompere, i due gestori e addirittura un prete, è lo stesso Vinci a fornire ai carabinieri gli elementi per smentire il suo alibi! Strano, no, per un assassino che voleva salvarsi?
Ma adesso andiamo alla seconda parte.

La vergogna di Stefano Mele. Torniamo sugli interrogatori di Mele del 1985, quando Salvatore venne tirato di nuovo in ballo. Cominciamo col fare piazza pulita della leggenda della vergogna, nata dalle considerazioni di Rotella e Torrisi e ben rappresentata nel libro Dolci colline di sangue di Mario Spezi, principale responsabile della sua propalazione.

I nuovi interrogatori cui fu sottoposto Stefano Mele, che rimase in carcere solo cinque mesi, diedero altri clamorosi risultati. Finalmente, il piccolo sardo che dal primo momento aveva puntato l'indice contro Salvatore Vinci, e che non aveva mai avuto la forza di confermare l'accusa, lo indicò decisamente come l'uomo che nel 1968 aveva la pistola.
Ma soprattutto consegnò a Rotella la chiave del mistero del '68: la sua vergogna. La vergogna che si sapesse che aveva avuto rapporti omosessuali con Salvatore Vinci. Di fronte ai tradimenti della moglie non si era limitato a sopportare e a chiudere tutti e due gli occhi. Aveva partecipato. Salvatore Vinci aveva coinvolto anche lui nei loro affollati giochi erotici anche omosessuali. Stefano Mele confessò di avere avuto rapporti a tre, anche con Salvatore Vinci e sua moglie, di essere stato con loro due, portandosi addirittura appresso il figlio Natalino, alle Cascine, o sulle piazzole di sosta dell'autostrada, per raccogliere amanti occasionali per Barbara perché loro potessero guardare.
Questa era la ragione, più forte dell'odio, della paura, della prigione e anche del sacrificio degli affetti famigliari, per cui Stefano non aveva potuto accusare Salvatore Vinci.


Dunque Mele avrebbe taciuto sulla partecipazione al delitto di Salvatore per paura di dover confessare i loro rapporti omosessuali (Torrisi: “Nel mutismo ostinato di MELE Stefano, in tutti questi anni, è la profonda vergogna che possano venire fuori i risvolti della sua depravazione sessuale e di VINCI Salvatore”). Ma allora perché lo aveva accusato per primo? Quel 23 agosto 1968 si sarebbe dunque assistito, assieme a quello singolo di Mucciarini, al doppio masochismo di Stefano Mele, che oltre a prenotarsi una condanna per omicidio avrebbe creato i presupposti per la messa in luce delle sue terribili vergogne! Tutto questo dimenticandosi del piano che aveva preparato la sera prima, dove le accuse a Francesco Vinci gli avrebbero risparmiato entrambi gli spiacevoli inconvenienti. Come si vede, questo scenario di Salvatore Vinci diabolico assassino è un continuo far tornare dei conti che non tornano.
Che Mele si fosse vergognato dei suoi rapporti omosessuali con Vinci è senz’altro verosimile. Non per niente attese fino alla prospettiva di dover tornare in galera per confessarli. Ma rivediamo le condizioni in cui si svolsero quegli interrogatori. Il 30 maggio 1985 l’ometto, ormai stremato da un’indagine infinita che da tre anni gravava tutta sulle sue spalle, si trovò di fronte gli agguerritissimi Rotella, Torrisi e Izzo che volevano Salvatore a tutti i costi – soprattutto i primi due, il terzo ci credeva meno – e che per convincerlo gli sventolavano davanti un mandato di cattura per calunnia contro Francesco. Mele era libero da 4 anni, dopo averne trascorsi 13 in gattabuia, si può immaginare quanto felice fosse di fronte alla prospettiva di doverci tornare. Quindi grattò nel fondo del barile, cercando di tirar su più o meno tutto quello che ancora nascondeva, tra cui gli inverecondi giochini con la moglie e Salvatore. Ebbene, a quel punto aveva vuotato il sacco, il tremendo segreto che gli avrebbe impedito di denunciare il suo antico rivale e amante era uscito alla luce del sole, quindi avrebbe potuto denunciarlo. E il motivo ce l’aveva, grosso come un condominio di Sesto San Giovanni: evitare la galera. E invece nisba! Ecco un altro conto che non torna, ecco un’altra stampella da inventarsi per tenere su la baracca.
Niente da fare, dunque, per convincere Mele ci voleva l’arresto; che infatti scattò immantinente. Rotella e colleghi sperarono che cinque giorni di cella potessero bastare, ma s’illudevano: nel nuovo incontro del 4 giugno il caparbio ometto continuò a tener fuori Salvatore. Per quale motivo non voleva ancora decidersi? Quale altro inverecondo segreto si celava nel rapporto tra i due? Forse il fatto che nel delitto Salvatore non c’incastrava nulla e l’ometto esitava a inventarsi nuove bugie? Ma la pazienza è la virtù dei forti, e ai suoi interlocutori non mancava, anche perché la sera se ne tornavano a casa mentre per lui c’erano le quattro pareti della cella. Così il 12 successivo finalmente Stefano Mele si decise e consegnò Salvatore Vinci. Servirebbe un’altra pezza per spiegare il ritardo di due settimane rispetto alla confessione del terribile segreto. In ogni caso Mele non ebbe subito il suo compenso, poiché dovette attendere ancora a lungo prima di ottenere gli arresti domiciliari.

Movente. Tra gli sforzi dei vinciani per tenere in piedi il loro traballante scenario uno dei più grossi è senz’altro quello di proporre un valido movente (sforzo che poi diviene enorme nel caso dei delitti successivi, ma questa è un’altra storia). Le parole magiche sono gelosia e vendetta. Si fa presto a dire gelosia e si fa presto a dire vendetta, ma a fronte di quali elementi? Da quanto si può arguire dalle numerose testimonianze, nel mondo erotico – sentimentale di Salvatore Vinci non c’era posto per la gelosia, almeno intesa nel senso classico. Come si fa ad attribuire tale sentimento a uno che faceva congiungere la moglie, madre dei suoi figli, con degli sconosciuti alle Cascine?
A quanto se ne sa, il rapporto di Salvatore con Barbara Locci era iniziato attorno al 1960 – quando l’uomo, rimasto vedovo in Sardegna, aveva raggiunto il fratello Giovanni a Lastra a Signa – e la sua evoluzione nel tempo non è ben chiara. Ma quel che si può sostenere con certezza è che non fu per nulla esclusivo, né da una parte né dall’altra. Antonio Lo Bianco non era certo il primo amante diverso da Salvatore che la donna aveva frequentato. Bisogna piuttosto riconoscere che il sentimento di gelosia attribuito all’individuo proviene esclusivamente dalle parole di Stefano Mele. Non si conoscono altri indizi. Francesco sì che lo aveva dimostrato di tenerci alla donna, era anche finito in carcere per questo, Salvatore mai.
La prima dichiarazione in tal senso è nell’interrogatorio della mattina del 23 agosto 1968. Il verbale delle 11:35 registra una versione in cui Mele cercava di attribuire il delitto al solo Vinci, e non a caso così riporta:

Il Vinci Salvatore faceva l’amante geloso di mia moglie. Più di una volta ha minacciato mia moglie di morte perché non voleva che andasse con altri. La minaccia è stata fatta in mia presenza e più di una volta era stata fatta anche a mia moglie da sola e mia moglie mi aveva riferito le minacce del Vinci e mi aveva espresso la paura che il Vinci le aveva prodotta talché questa più di una volta mi disse anche che un giorno o l’altro la avrebbero ammazzata.

In quel momento, accusandolo di essere l'assassino, Mele aveva tutto l’interesse ad assegnare un movente di gelosia a Vinci, lo stesso che il giorno prima aveva attribuito al fratello e a Carmelo Cutrona. Ebbene, considerato il contesto, quale credito si può concedere alle sue affermazioni? Nello stesso verbale si legge che Salvatore avrebbe cercato di ucciderlo lasciando il gas aperto – è credibile? – come avrebbe fatto con la giovane moglie in Sardegna e che nel febbraio, mentre lui era in ospedale, si sarebbe installato in casa sua. Ebbene, a installarsi in casa sua, lo vedremo tra poco, era stato Francesco!
Nel verbale della sera, redatto dopo la confessione e il sopralluogo, non c’è invece traccia della gelosia di Vinci, che però torna in quello della mattina del 24: “In realtà il Salvatore era nei confronti di mia moglie più geloso di me. Questo l’ho già dichiarato ieri mattina ai carabinieri”. Di lì a poco arrivò la ritrattazione e il trasferimento delle accuse su Francesco, e di quella gelosia non si parlò più. Fino al 12 giugno 1985, quando l’ometto voleva uscire di galera. Purtroppo chi scrive non ha disponibilità del verbale, quindi bisogna accontentarsi del cenno che ne fece Torrisi:

Il MELE conclude affermando, ancora, che Salvatore ha partecipato al delitto perché “era più marito lui di me”, e che parecchie volte gli è capitato di andare a dormire fuori casa e lui ha dormito con sua moglie.

Alla fine va preso atto dell’evidenza che un movente di per sé poco compatibile con un personaggio come Salvatore Vinci è supportato soltanto dalle parole di Stefano Mele, pronunciate in due circostanze altamente sospette. Nient’altro porta a ritenere l’individuo geloso di Barbara Locci. Anzi, no, forse qualcosa c’è: l’anello di fidanzamento esibito al processo del 1970. Dal rapporto Torrisi:

Successivamente il VINCI, richiamato in aula a richiesta dell'avvocato RICCI, difensore del MELE, a specifica domanda risponde che l'anello che porta al dito gli è stato dato dal MELE nel primo giorno della sua relazione, allorquando, uscendo con la LOCCI, il MELE gli ha detto di mancargli solo l'anello per far coppia. Lo stesso prosegue affermando che l'oggetto è rimasto in suo possesso per qualche tempo, poi lo ha restituito ed infine gli è stato reso nel secondo periodo della sua relazione e cioè nei primi del 1968, su consenso della LOCCI, in cambio di una somma di denaro riscossa per lavori effettuati insieme e non consegnatagli dal MELE.
Il MELE, a questo punto, dichiara rivolto al teste:
“Dì la verità Salvatore, tu sei venuto sul posto di lavoro e mostrando l'anello mi hai detto che te lo aveva dato mia moglie”, ed il VINCI così risponde:
“Sì, adesso mi ricordo, le cose sono andate così, però insisto nel dire che non è stata una ricompensa per denaro che dovevo avere”.


Su questo grottesco episodio Torrisi costruisce la solita montagna di congetture.

L'episodio dell'anello che il VINCI Salvatore, durante il processo porta al dito, particolare evidenziato dall'avvocato RICCI verosimilmente su suggerimento del MELE, è alquanto singolare e la spiegazione data nella circostanza dai due stessi interessati non è plausibile, né risulta sia stata attribuita alcuna importanza o data interpretazione di sorta. L'anello, a nostro avviso, deve assumere un ben preciso significato, che prescinde dal valore reale, così come vorrebbe far credere lo stesso interessato.
L'anello nella mano del VINCI Salvatore non può che condensare tre volontà perfettamente convergenti, e cioè quella di chi lo accetta, e l'altra di chi lo dona, ed a donare l'anello nella circostanza è la LOCCI con il consenso espresso o tacito del marito, il vero possessore; l'anello è suo, se è vero che questi, rivolto alla moglie ed al VINCI Salvatore – sono sue affermazioni al dibattimento – dice loro, accompagnando la frase con un gesto di approvazione, che gli manca l'anello per far coppia. La verità è – ci sembra questo il momento per anticipare delle risultanze di grande peso processuale, acquisite nel decorso anno – che fra la LOCCI Barbara, il MELE Stefano ed il VINCI Salvatore intercorre, sin dall'inizio della loro conoscenza, risalente all'estate del 1960, un rapporto sessuale a tre, in cui i due uomini interpretano reciprocamente anche il ruolo della donna e dell'uomo. Ecco i veri motivi per cui la LOCCI nell'ultimo periodo nega i rapporti al marito ed automaticamente all’alter ego VINCI Salvatore, per rivolgere le sue attenzioni ai più giovani Francesco VINCI e Antonino LO BIANCO, i quali cercano proprio lei e non anche il marito, e questo affronto non può essere ulteriormente tollerato. Ecco quindi l'abituale giustiziere: è il solito VINCI Salvatore a decretare la condanna della donna.


Qui si inizia a comprende quale gelosia intendesse Torrisi: non la classica conseguente alla profanazione di intimità femminili, che nel caso di Salvatore non aveva senso, ma quella dovuta al tentativo della donna di liberarsi dal giogo dello stesso. Un giogo spudoratamente ostentato tramite l’esibizione dell’anello. È indubbio che la fantasia iper colpevolista del militare fosse senza freni, d’altra parte doveva arrangiarsi con quel che passava il convento. È un fuori tema, ma come non pensare ai 17 fichi d’india inviati da Ada Pierini ai coniugi Biancalani, dove Torrisi volle veder rappresentato l’intero campionario dei presunti omicidi di Salvatore, otto coppie più la moglie! Il bello è che i vinciani di oggi sull’anello gli danno credito, come il lettore Phoenix, che lo assurge a prova di colpevolezza, pur minore.
Ma torniamo al movente, che Torrisi spiega meglio più avanti.

Se la MASSA Rosina, moglie del VINCI Salvatore, ha compiutamente illustrato le abitudini del marito, fra cui quella di essere stata condotta con frequenza alle Cascine per farle fare quello che il VINCI aveva già praticato con la Barbara, ciò significa che la circostanza è certa e la si deve considerare come un vero caposaldo processuale. A chi non può tornare gradito quel tipo di rapporto è sicuramente alla LOCCI, la quale, potendo disporre di amanti più giovani e meno complessati dal punto di vista sessuale, preferisce ribellarsi a quella vita, andando a coltivare i piaceri del sesso con gli altri, fuori di casa.
Ecco, quindi, il vero movente del delitto del 1968: la gelosia del VINCI, il quale non può ancora permettere che la donna si sottragga ai suoi voleri, e lo dice lo stesso MELE che la moglie da circa due mesi gli nega i rapporti, ed ora possiamo comprendere come negandoli al marito, li nega contestualmente al vero “proprietario” della famiglia, così definito da Stefano.


Si tratta di illazioni supportate dal nulla, tutte partenti dalle sole parole di Stefano Mele e sviluppate secondo una grossolana convenienza accusatoria. Nella stessa sentenza Rotella viene descritta una situazione nei mesi precedenti il delitto in cui il protagonista era Francesco, e non certo Salvatore:

Nel novembre dell'anno precedente, uno degli amanti, Francesco Vinci, è stato tratto in arresto, per denuncia di concubinato con lei, e dopo pubblica sorpresa e relativa scenata, dalla moglie Vitalia Muscas (poi divenuta Melis). Mele non ha battuto ciglio. Anzi si è fatto custode di una motoretta (Lambretta) dell'altro durante la sua detenzione.
Uscito dal carcere, Vinci ha ripreso, senza darsi problemi, la relazione. Successivamente Mele, subito un incidente, in febbraio è stato in ospedale e, durante questo periodo, l'altro (Mele dirà che si tratta di Salvatore, fratello di Francesco, ma poi, e anche in questa istruttoria, s'intende che si tratta di Francesco) si è installato in casa sua. La storia è durata sino a fine primavera e forse durava ancora. La Locci, intanto, incurante della gelosia manifesta dell'amante, men che di quella, se vi è, occulta del marito, è passata ad altri uomini, ultimo colui che è stato ucciso insieme a lei, Antonio Lo Bianco.


In questo frammento Rotella descrive un gustoso episodio che da una parte esclude Salvatore dallo scenario, e dall’altra rafforza il movente della famiglia Mele:

Mucciarini dice che si era recato, mesi prima del delitto, a saldare, a L. a Signa, debiti del Mele, per conto del suocero. Il negoziante gli aveva chiesto anche il saldo del conto di 'quell'altro' e cioè dell'uomo che viveva, in quel periodo, in casa Mele, e cioè Francesco Vinci. Tale ultima cosa era nota già durante la degenza ospedaliera di Stefano, nel febbraio 1968, a Palmerio e Maria Mele, che avevano incontrato F. Vinci in ospedale. Gli amanti della Locci erano perciò considerati in guisa di sfruttatori.

Dov’era dunque Salvatore in quei mesi del pre-delitto, nei quali la Locci gli avrebbe suscitato un sentimento di così travolgente gelosia da fargli nascere il desiderio di ucciderla? Quello stesso Salvatore che il giorno prima prendeva in giro il fratello dicendogli: “Che per caso vai dalla Locci?”. Qualcosa l’uomo ammise, al processo, come ci riporta Torrisi:

Egli, infatti, afferma di aver ripreso a frequentare la casa ed anche la relazione con la donna, di aver dormito una sera in casa sua, mentre il marito è in ospedale, di aver avuto in quel periodo, nonostante le minacce alla donna da parte di Francesco, qualche rapporto con lei, subito troncato dopo l'uscita dal carcere del fratello.

Naturalmente Salvatore potrebbe aver mentito o quanto meno minimizzato, ma non ne esiste prova. Lo scenario pare quello di un individuo che approfitta fin che può della situazione per soddisfare i propri bisogni sessuali, senza nulla di sentimentale, in linea del resto con i comportamenti attestati negli anni successivi dalle indagini dello stesso Torrisi. Peraltro, quand’anche avesse portata la Locci alle Cascine per farla congiungere con altri uomini, dove sta scritto che a lei sarebbe dispiaciuto? E il fatto che nell’agosto la donna si fosse interessata al gruppo dei siciliani che lavoravano assieme al marito, è sufficiente a dimostrare una rottura traumatica dei suoi rapporti con Salvatore? Peraltro pare fuori luogo ipotizzare che si aspettasse qualcosa in più di qualche rapporto sessuale da un padre di tre figli! E neppure da un Cutrona o da un Barranca.
La lettura dell’articolo Omicidio o suicidio? rende bene l’idea dei pericoli insiti nel lasciarsi trasportare dai luoghi comuni. Nel caso della moglie, un movente di gelosia e vendetta Salvatore l’avrebbe anche avuto, ma nonostante ciò non la uccise, e neppure si ha notizia di scenate, anzi, lasciò che portasse avanti la sua relazione mentre lui probabilmente si divertiva col fratello, coltivando magari la speranza d’infilarsi in mezzo ai due amanti, prima o poi, chi lo sa? Il personaggio era interessato al sesso e basta, pertanto, che motivo avrebbe avuto per uccidere Barbara Locci rischiando l’ergastolo e privandosi di una donna che la dava via senza problemi e che un domani poteva sempre tornargli comoda?

Una pistola scomparsa. Cerchiamo adesso di guardare dentro il più grande mistero che accomuna tutti gli otto duplici omicidi. Si legge nel verbale di Stefano Mele della sera del 23 agosto 1968, quello in cui viene riportata la sua confessione con Salvatore complice:

A questo punto Salvatore evidentemente a conoscenza della relazione esistente tra mia moglie Barbara ed Enrico mi disse: – PERCHÉ NON LA FAI FINITA?
Io risposi: – COME FACCIO SENZA NULLA IN MANO? SAPENDO CHE ENRICO AVEVA PRATICATO LA BOXE.
Salvatore a questo punto replicò: – IO HO UNA PICCOLA ARMA. [...]
Una volta fermata la macchina Salvatore aprì una borsa e mi diede una pistola dicendomi: – GUARDA CHE CI SONO OTTO COLPI. [...]
Non appena salii in macchina dissi a Salvatore le seguenti parole: – SONO BELLI E SISTEMATI. Salvatore mi chiese del bambino e io risposi che era salvo. In relazione alla pistola preciso che non appena ebbi sparato la buttai via. Non posso precisare il posto preciso però sicuramente nei pressi della macchina. Preciso che buttai via l’arma di iniziativa. Vinci Salvatore mi chiese della pistola e quando gli dissi che la avevo buttata via ebbe a rispondermi: – PAZIENZA.


Inutile ribadire che la versione del delitto a due con incontro fortuito la sera stessa non stava in piedi. Ed è difficile pensare che fosse farina del sacco di Mele, o comunque del solo Mele, che, è sempre bene tenerlo a mente, la sera prima aveva preparato il figlio ad accusare Francesco. In qualche modo ci doveva essere lo zampino dei veri complici, i parenti, lo abbiamo già visto. Ma quel dettaglio della pistola lasciata sul posto che cosa nascondeva? Perché specificarlo, quando l’azione di gran lunga più sensata sarebbe stata quella di restituire l’arma al proprietario? Era stato un capriccio? I vinciani, che al contrario dei negazionisti non credono a un Mele deficiente che parla a vanvera, dovrebbero fornire adeguata spiegazione a questo imbarazzante dettaglio. Che interesse aveva l’ometto a introdurlo sapendo bene quanto facilmente sarebbe stato smentito? Tra l’altro, nel momento in cui lo raccontò si deve immaginare che i suoi interlocutori fossero rimasti molto sorpresi, visto che di quella pistola non avevano trovato traccia. La qual cosa, tra parentesi, la dice lunga su quanto assurda sia la pretesa di chi, come Filastò e discepoli, considera le confessioni di Mele frutto di schiaffoni!
La mattina dopo, il 24, si procedette a una ricerca approfondita, con anche l’intervento di Vigili del Fuoco e militari del Genio. Senza risultati, lo sappiamo bene.



Alle 9:50 Caponnetto interrogò Mele, che guarda caso proprio sulla pistola cambiò versione, affermando di averla restituita al proprietario. Il buonsenso dice che tale cambiamento fu conseguenza della comunicazione del mancato recupero. Ma i vinciani lo contestano, affermando che alle 9:50 la ricerca non era ancora finita. In verità di tale operazione non sono noti gli orari. Si può presumere che, per evitare il caldo di agosto, fosse partita a ridosso del sorgere del sole (5:30) – l’abbigliamento che si vede in foto lo testimonia – ma non si sa quando ebbe fine. Può anche darsi che alle 9:50 ancora no, ma è impensabile che Caponnetto non si fosse informato dello stato delle ricerche – via telefono, via radio o alle brutte con un piccione viaggiatore – prima di interrogare Mele, il dato era troppo importante.
Ma leggiamo il verbale, che dopo alcuni preliminari entra nel vivo: “Non ho nessuna difficoltà a dichiarare subito che confermo in ogni sua parte la dettagliata confessione da me resa ieri sera presso la stazione dei CC. di Lastra a Signa”. Dunque Mele in prima battuta non ha alcuna modifica da proporre alla confessione della sera precedente. Allora Caponnetto inizia a leggergliela. Intanto il verbalizzante fa una pausa, come si evince dal testo ma anche dal differente incolonnamento della scrittura a mano quando riprende:

Ricevo a questo punto lettura integrale di dette dichiarazioni. C'è un solo particolare che non risponde a verità in quelle mie dichiarazioni, e precisamente quello in cui riferivo ad essi il modo con cui mi ero disfatto della pistola. In verità io non buttai via l'arma, ma la riconsegnai a Salvatore Vinci, appena raggiunsi la sua macchina in sosta, dopo aver compiuto il duplice omicidio.

La lettura del verbale della sera prima con grande probabilità si era interrotta proprio nel punto in cui Mele diceva di aver buttato via l’arma, a circa 2/3. Lo si deduce dal fatto che quello presente riporta verso la fine: “Si dà atto che a questo punto viene ripresa ed ultimata la lettura del verbale dell’interrogatorio Mele delle ore 11:35 del 23 agosto 1968”. Era stato lo stesso Mele, di sua iniziativa, a bloccare la lettura per il cambio di versione sul destino della pistola? Per un nuovo capriccio, oppure per rimediare a quello della sera precedente? Veramente difficile crederlo. Anche perché il verbale così prosegue:

Mi si chiede perché io abbia dichiarato diversamente ai CC; avevo la testa un po’ confusa ed ero stanco. Prendo atto che mi si contesta che nel riferire ai CC le circostanze in cui mi sono liberato dell’arma, io sarei stato molto preciso e circostanziato, e tutt’altro che confuso, tanto da riferire perfino testualmente le parole con cui il Salvatore avrebbe commentato la notizia da me datagli del getto dell’arma. Capisco che l’obiezione che mi viene mossa è giusta; non so cosa rispondere. Certo è che l’arma la riconsegnai a lui. Può darsi che la parola “pazienza” che io attribuii a Salvatore come commento alla notizia del rigetto dell’arma, egli l’abbia invece pronunciata come commento alla notizia del duplice omicidio.

Nessuna funambolica arrampicata sui vetri dei vinciani o di qualsiasi altro potrà mai eliminare l’evidenza: la sera prima Mele aveva sostenuto con sicurezza di aver gettato l’arma sul posto, e la mattina dopo, di fronte alla notizia che quell’arma non si era trovata, aveva raccontato un’altra storia, peraltro molto più plausibile. Perché?
Ad aprire uno spiraglio sull’interpretazione di questa sorprendente circostanza è il verbale dell’interrogatorio di Natalino del 21 aprile 1969:

Chiestogli chi c’era con il padre il bambino insistentemente dice che con il padre c’era lo “Zio Piero” da Scandicci;
Chiestogli chi abbia sparato il bambino [dice] “Piero”.
Il bambino dice altresì che lo zio Piero era venuto con una bicicletta celeste ed il padre con una bicicletta marrone.
Il bambino dice ancora che la rivoltella fu gettata nel fosso vicino e che lui andò via con il padre che lo portò in braccio.


Secondo Natalino la pistola venne dunque “gettata nel fosso vicino”. Due giorni dopo il fanciullo venne interrogato di nuovo. Va tenuto presente che nel frattempo aveva ricevuto la visita di un parente, con grande probabilità la zia Maria, la quale, per togliere Mucciarini dai suoi racconti, aveva cercato di fargli cambiare “Piero” in “Pietro”. Ed ecco ancora la pistola:

Mostrandosi più disinvolto il bambino ricorda sempre a domande degli inquirenti che la rivoltella fu buttata dallo zio Pietro in un fosso vicino alla macchina.
Riconosce nella foto nr. tre allegata al rapporto dei C.C. il punto ove era la macchina e indica il fosso sulla destra della macchina poco più avanti di essa.


Stavolta Natalino precisò che a gettare la pistola fu Piero Mucciarini. Si tratta di un clamoroso incastro con la confessione del padre del 23 agosto dell’anno prima, di fronte al quale la persona cui non piace far tornare i solitari deve riflettere a lungo, prima di passar oltre, come invece fanno quasi tutti crogiolandosi nei luoghi comuni, che hanno l’indubbio vantaggio di risultare sempre tanto rassicuranti… Ma aggiungiamo qualche altro tassello.

Una pistola comprata? Si legge nel verbale dell’interrogatorio di Mele del 12 giugno 1985 (vedi):

Egli sostiene di aver dato 400.000 lire (a Vinci) per comprare la pistola, di non sapere se ce l’avesse da prima o se l’abbia comprata; che suo fratello (Giovanni) non è a conoscenza che lui ha dato quattrini a Salvatore per comprare la pistola e che l’idea dell’arma, come anche quella di uccidere è venuta a Salvatore.

Secondo l’ipotesi proposta in questo articolo, quel giorno Mele aveva accusato Salvatore Vinci soltanto perché era l’unico modo per uscire dal carcere. Che bisogno aveva di precisare due dettagli così ininfluenti, quello di aver consegnato al presunto complice 400 mila lire per l’acquisto della pistola, e che il fratello ne era all’oscuro? Siamo un po’ nelle stesse condizioni di 17 anni prima, quando, ancora accusando Salvatore, aveva raccontato della pistola lasciata sul posto. È credibile che l’ometto fosse tipo da introdurre nelle sue narrazioni degli elementi inutili ma specifici senza che ce ne fosse bisogno?
Oppure mettiamoci nell’ottica del vinciano che crede alla partecipazione di Salvatore. Visto che da non negazionista non liquida le dichiarazioni di Mele come deliri, dovrebbe spiegare questo passaggio della sua confessione. Si tenga conto che una Beretta della serie 70 costava nel 1968 sulle 25 mila lire. Dovremmo quindi immaginare che il gelosissimo e vendicativo Salvatore, mentre stava architettando un duplice omicidio che avrebbe potuto mandarlo all’ergastolo, coglieva l’occasione per ciulare dei soldi all’ingenuo Stefano, raccomandandogli di non dir nulla al fratello, che altrimenti avrebbe potuto risentirsi! Una situazione davvero grottesca…
In realtà si deve pensare che si trattasse degli ultimi segreti custoditi dall'ometto, inseriti nello scenario che volevano i suoi interlocutori. Vediamo di approfondire, cominciando dall’osservazione che la cifra non è casuale. Dal rapporto Matassino:

Viena accertato comunque che il Mele Stefano in data 21 giugno 1968 ha riscosso la somma di lire 480.000 dalla Società Assicuratrice Tirrenia sede di Firenze, quale rimborso spese per sinistro stradale.
Immediatamente dopo i fatti in narrativa l'unica somma rinvenuta è quella di lire 24.625 nel borsellino della donna, reperito a bordo dell'autovettura, somma che viene consegnata al Mele Stefano. Questi non fornisce chiare giustificazioni circa il modo in cui è stato speso il danaro; si limita a dire che i soldi venivano spesi dalla moglie.
Si accerta, comunque, che le uniche spese da lui sostenute consistono in lire cinquantamila pagate a tale LISI Lionello per un debito relativo ad acquisti di generi alimentari.


Se la matematica non è un’opinione, le 400 mila lire che Mele avrebbe consegnato a Salvatore corrispondevano più o meno ai soldi scomparsi: 480.000 – 50.000 – 24.625 = 405.375. Soldi che avrebbero costituito il movente primario dello stesso Mele, secondo l’ipotesi di Gerardo Matassino, il quale, dopo aver descritto la perenne ed estrema povertà dell’individuo, scrive:

Immaginiamocelo però adesso con una disponibilità piena della somma di circa mezzo milione. Anche se per molti questa cifra ai tempi attuali rappresenta ben poco, per il Mele è invece l’inverosimile. È il raggiungimento di un sogno che aveva accarezzato per tutta una vita.
Riprendiamolo ora in esame mentre impotente assiste allo svanire di questa tanto agognata e dolce realtà. Egli stesso ci dice che la moglie quando esce con gli amanti è sempre lei a pagare. Questo particolare viene anche confermato da altri testimoni. La moglie stessa, donna abituata ad una vita di stenti, perché oltretutto non si è mai concessa per danaro, fa presto ad abituarsi ad una vita facile e nuova ed in breve tempo dilapida il capitale del marito.
Che le sfortune del Mele inizino con la riscossione della famosa somma sembra non vi siano dubbi. Di giorno in giorno, ogni qualvolta la moglie spende una parte dei soldi, nel Mele si fa sempre più viva la volontà di agire. Egli comunque riesce sempre a frenarsi fino a quando la fatidica sera del 21 agosto ‘68 non si accorge che la moglie, per uscire con l’amante di turno, ha prelevato l‘ultima parte dei soldi. È questa la goccia che fa traboccare il vaso. L’uomo perde il lume della ragione. Ha sopportato per tanti anni la moglie infedele, ma non riesce a passare sopra al fatto che è stata la causa prima che ha distrutto il suo sogno finalmente realizzato e si vendica uccidendola unitamente al suo ultimo amante.


La reazione che Matassino attribuisce a Stefano Mele è traslabile sui suoi parenti. Non a caso c’era Mucciarini con lui, mentre aveva raggiunto Prato per incassare la cifra, evidentemente a garanzia della sua buona conservazione fino a Lastra a Signa. Mele ne avrebbe dovuto utilizzare parte per le riparazioni della casa, che ne aveva bisogno, dopo i danni dell’alluvione del 1966, soprattutto al tetto. Il padre gliel’aveva comprata a buon prezzo proprio per questo. Pare ragionevole ritenere che la sparizione di quelle 400 mila lire fosse stata la classica goccia che aveva fatto traboccare il vaso. Ma probabilmente la Locci non ne era responsabile, e il fatto che si fosse portata dietro ben 25 mila lire (250 euro di oggi) è perché aveva paura che sparissero anche quelle!
Le 480 mila lire erano il rimborso per l’incidente in cui Mele si era rotto una gamba, nel febbraio, mentre faceva il passeggero sulla Lambretta condotta da Francesco Vinci. Una Fiat 500 li aveva investiti, e il guidatore – per fortuna assicurato, in tempi di RCA non ancora obbligatoria – si era preso la colpa. Per il rimborso c’era però un problema: Francesco non aveva la patente. Per questo era subentrato Salvatore che aveva preso il suo posto nella denuncia. Quindi entrambi i Vinci erano a conoscenza del futuro rimborso, un piccolo tesoro sul quale volentieri avrebbero messo le mani.
A questo punto il lettore non inquadrato e che non si accontenta dei luoghi comuni ha tutti gli elementi per completare il giallo di Signa, tutto sommato piuttosto semplice, non fosse per quella pistola ricomparsa sei anni dopo. Ed è proprio qui che vanno abbandonati i luoghi comuni, cui del resto pare davvero stupido ricorrere in una vicenda che non ha eguali al mondo.
Chi non riesce può sempre mettere nel salvadanaio qualche euro per comprare il mio futuro libro… se mai uscirà.

NB: Per i commenti vale quanto riportato in fondo alla prima parte. Infine. I vinciani fanatici (e ho il sospetto che siano tanti, forse la maggioranza) di sicuro mi detesteranno, dopo questo articolo. Per farmi perdonare almeno un po’ rendo disponibile una sentenza credo inedita in rete, una piccola chicca per comprendere ancor meglio il personaggio che così tanto ottenebra la loro mente.

sabato 21 novembre 2020

Salvatore Vinci a Signa - Approfondimenti (1)

Sul recente articolo Salvatore Vinci a Signa sono stati numerosi gli interventi degli agguerritissimi “Vinciani”, in particolare due di essi, Phoenix e Hazet, la cui competenza risulta di ottimo livello. Purtroppo in entrambi pare inarrestabile la tendenza ad annegare le loro argomentazioni in ragionamenti chilometrici, il che tra l’altro non è un buon segno riguardo il contenuto, e rende comunque difficili sia la lettura sia la risposta. Sono poi evidenti i molti tentativi di forzare i dati, attraverso espedienti dialettici.
In questo articolo esamineremo le loro argomentazioni più significative, e approfondiremo alcuni temi importanti. È bene ricordare l'ipotesi in cui chi scrive si sta muovendo. Il delitto di Signa fu architettato ed eseguito in completa autonomia dalla famiglia Mele, come ammise Stefano. Poi l’ometto aggiunse Salvatore Vinci, a parere di chi scrive soltanto per uscire di galera, dove Rotella lo aveva mandato con il pretesto della calunnia contro Francesco Vinci. In ogni caso è opportuna una rilettura dell’articolo citato.

Marcello Chiaramonti. Cominciamo con il chiarire la questione del presunto alibi di Marcello Chiaramonti, marito di Teresa Mele. Ripassiamo in breve il contesto. Dopo il ritrovamento nel suo portafoglio del noto biglietto dello “zio Pieto”, il 24 gennaio 1984 Stefano Mele si decise a tirare in ballo i propri parenti, dopo averli protetti per 16 anni pagando anche per loro. Raccontò che quella sera erano lui, suo fratello Giovanni e Piero Mucciarini, marito della sorella Antonietta. C’era però il problema della macchina, che cercò di risolvere attribuendola al fratello (Mucciarini era senza patente). Quando i controlli portarono alla scoperta che Giovanni la macchina non l’aveva – comprò la prima negli anni ’70 – venne fuori che l’unico della famiglia a disporne era Marcello Chiaramonti. A quel punto Mele ammise che c’era anche lui.
Dalla sentenza Rotella:

Il primo a porre il problema è stato Mucciarini. Il 27 gennaio 1984 dichiara:
“In questi giorni mi sono posto il problema del veicolo. Stefano dice che si andò a commettere il delitto con la vettura, ma nessuno di noi tre aveva la vettura e la patente. Perciò due sono le cose: ragioniamo o vi era uno al mio posto o vi era una persona che guidava la macchina”.
D.R.: “Non saprei dire se amici o parenti. L'altro mio cognato che allora aveva 25 anni all'incirca, era un giovane molto serio, che aveva lavorato con Giovanni alla segnaletica del Giuntini, aveva macchina e patente e precisamente una Prinz N.S.U.” […]
Sulla scorta di questa indicazione di Mucciarini, l'inquisizione ritorna su Stefano ed egli dichiara, ancora nei limiti astratti di credibilità, senza indicazioni o sollecitazioni, che in effetti era stata adoperata l'autovettura di Marcello Chiaramonti, l'altro cognato, marito di Teresa Mele. Spiegava anzi che era presente anche lui e che non ne aveva voluto parlare prima per tenerlo fuori.
Marcello Chiaramonti, intanto già udito quale teste, si è difeso con tutta l'onestà e la limpidezza che gli ha concesso l'essere inquisito per un delitto gravissimo, libero e con la paura di perdere la libertà.



Che all’inizio Mele avesse tentato di tener fuori l’allora giovane Chiaramonti, il quale con grande probabilità si era limitato a guidare, è plausibile, tenuto conto di quanto forte fosse stata su di lui l’influenza dei legami di sangue. Si trattava del marito di sua sorella, padre di suoi nipoti, che da tempo si era costruito una vita a Piombino rimanendo ai margini delle questioni di famiglia: perché mandare in carcere anche lui? In effetti Rotella in carcere non ce lo mandò, evidentemente due Mostri erano già fin troppi. Poi, dopo il delitto di Vicchio, di sicuro avrebbe fatto volentieri a meno della sua presenza nel gruppo degli assassini, visto che rendeva non indispensabile la Fiat 600 del nuovo sospetto Mostro, Salvatore Vinci. Non è certo un caso se in sentenza non ne approfondì la posizione. Torrisi invece si dimostrò meno scaltro – lui all’assurda carovana di due auto ci credeva – e il suo rapporto fornisce qualche interessante notizia.

Il quinto elemento si deve identificare in CHIARAMONTI Marcello, rimasto a guardare le autovetture – una di esse è la sua – come si evince dalle dichiarazioni del MELE Stefano del 12 giugno 1985. Lo stesso CHIARAMONTI Marcello sentito dal magistrato subito dopo l'omicidio di Vicchio, è stato sull'orlo di essere tratto in arresto su mandato di cattura per reticenza – e lo stesso interessato manifesta le sue preoccupazioni in tal senso se è vero che aveva dato incarico al suo capo reparto di giustificarlo, almeno per un mese, se non avesse preso servizio –, in quanto la sua deposizione e quella della moglie (sono i primi ad andare a trovare Stefano a casa il primissimo mattino, il giorno dopo il delitto, non appena leggono i giornali) è tutt'altro che convincente.

I vinciani di oggi hanno lo stesso problema di Rotella, e si sentirebbero molto meglio senza Chiaramonti. Ecco allora il tentativo di accreditargli un alibi. Scrive Hazet: “Chiaramonti risultò con un alibi”. Poi, credendosi smentito dal compagno Phoenix, in un chiaro lapsus freudiano: “Quale documento / dichiarazione / deposizione smentirebbe l'alibi del Chiaramonti? A me non ne risulta nessuno nemmeno che ne metta dubbio. Se ne hai info diverse, potresti indicarmene i link”. Al che Phoenix risponde: “Non mi risulta io abbia mai smentito (né citato documenti in tal senso), né abbia mai messo in dubbio, l’alibi di Chiaramonti”.
Si tratta di un tentativo di truccare le carte, che lo stesso Phoenix asseconda forse in modo involontario, forse no. In alcun documento noto si parla di alibi di Chiaramonti, né smentito né verificato. Vista la mancanza di notizie si deve presumere che – nel 1984, a distanza di 16 anni – al massimo l’uomo potesse averne fornito uno banale, come l’essere rimasto a casa con la moglie, quindi inutile. La qual cosa non lo mette in automatico sulla scena del crimine, però neppure lo toglie, come invece lasciano intendere le sibilline argomentazioni dei due vinciani. Pertanto, in una ricostruzione storica, la Fiat 600 di Salvatore Vinci risulta non indispensabile al compimento del delitto.

La zappa sui piedi. La pillola più indigesta che i vinciani si sono trovati a dover ingoiare leggendo il mio articolo è stata senz’altro quella di Piero Mucciarini il quale, favorendo la confessione di Stefano Mele del 23 agosto 1968 con Salvatore Vinci complice, si sarebbe dato la zappa sui piedi. Una considerazione semplice, addirittura banale, che però rischia di far crollare tutto il loro castello di argomentazioni (succede spesso che il Diavolo si nasconda nei dettagli…). Vediamo in questo caso qual è il rimedio, partendo da Phoenix, che si lancia in un’incredibile serie di considerazioni al contorno in fondo alle quali finalmente arriva al sodo:

Questi sono i fatti. I comportamenti di Mucciarini sono i classici comportamenti illogici (e non precostituiti, dal momento che non s’aspettava d’esser visto da Natalino) di chi, non essendo un delinquente incallito, è preso dal panico.
E poi... sicuri sicuri che Mucciarini c’entri qualcosa con le accuse di Stefano Mele a Salvatore Vinci? Potrebbe anche esser che vedendo Stefano Mele crollare, abbia presenziato per dare un po’ di sostegno ed assicurarsi che non faccia il SUO di nome


Vediamo invece il sodo di Hazet, che prima cita la mia considerazione “Indicare il proprio complice come autore del delitto è un'azione priva di senso”, poi la contesta:

SOLO SE:
- sei un criminale incallito
- sei uno a cui non manca la fantasia e la velocità di reazione intellettiva
- non sei appena passato dallo stato “la scampo e me ne torno a casa perché ho un alibi” a quello di “m'hanno sgamato e mi tocca andare in galera”.
È infatti di solito proprio al momento di un tracollo che si commettono 'cavolate' con la bocca e si inguaiano i complici.
È proprio per quello che gli investigatori chiedono alibi, fanno verifiche, investigano, fanno eseguire ricostruzioni, sentono testimoni, ed INTERROGANO ed insistono sugli elementi dubbi che non li convincono.


La tremenda arrampicata sui vetri di entrambi è palese. Nella sostanza viene descritto un Mucciarini così terrorizzato per non si sa quale imminente catastrofe, da cercare di salvarsi consegnando ai carabinieri la chiave per la scoperta di tutti gli altarini: uno dei componenti della banda! Il quale, si badi bene, fino a quel momento nessuno aveva tirato in ballo, tantomeno i carabinieri che invece erano andati a prendere il fratello. Phoenix prova anche a crearsi una seconda via di fuga, lanciando l’ipotesi che Mucciarini avesse affiancato Mele soltanto per assicurarsi che non facesse il suo nome. Peccato che quello di Salvatore lo avrebbe inguaiato comunque!
Ma vediamo di ricostruire un po’ meglio gli eventi, facendo anche delle ipotesi, però logiche. Il giorno dopo il delitto, 22 agosto, Stefano Mele si dichiarò estraneo, tacendo su Salvatore Vinci e lanciando qualche velata allusione su Francesco e su Carmelo Cutrona. Entrambi erano presenti in caserma, con la differenza però che Cutrona lo aveva fatto convocare lui, mentre Vinci i carabinieri erano andati a prenderlo di loro iniziativa. Da notare che il dichiararsi estraneo di Mele rientra perfettamente nel solco del suo desiderio di scamparla alla galera, affiancandosi all’ingenuo alibi della malattia e alle istruzioni date a Natalino sul viaggio da solo.
La sera padre e figlio si ritrovarono e tornarono a casa, dove avrebbero trascorso un’ultima notte assieme (Mele doveva ripresentarsi in caserma alla mattina dopo). E lì accadde qualcosa di molto importante, ai fini della comprensione del giallo. Si legge nel verbale dell’interrogatorio di Natalino del 21 aprile 1969:

Chiestogli se c’era anche Vinci Francesco dice di sì.
Chiestogli allora di ricordare chi abbia visto quella sera, ricorda oltre il papà, la mamma, l’uomo che era in macchina che lui chiama anche “Zio”, lo zio Piero e non menziona il Vinci Francesco.
Chiestogli perché non lo abbia ricordato risponde “Me lo disse il babbo di dire di averlo visto”.


L’unico momento in cui Mele poteva aver detto quella frase al figlio era proprio la sera del 22 agosto, poiché dalla mattina successiva sarebbe rimasto sempre sotto custodia. Non si sa se l’idea l’avesse avuta già in testa come seconda fase dell’ammaestramento, o se gli fosse venuta il giorno stesso accorgendosi dell’interesse dei carabinieri verso Francesco Vinci, fatto sta che preparò il figlio ad accusarlo. In sostanza Francesco avrebbe compiuto il delitto da solo, per poi accompagnare Natalino e minacciarlo affinché stesse zitto. Ma una volta a casa il fanciullo si sarebbe confidato con il padre, il quale era pronto per riferire il tutto ai carabinieri alla mattina dopo. Tale piano non è una semplice ipotesi, è una certezza, come dimostrano numerosi elementi emersi in seguito, tra i quali la versione adattata del 24, alla quale non a caso si accompagnò la richiesta di chiederne conferma allo stesso Natalino.
La mattina dopo, 23, Piero Mucciarini, Marcello Chiaramonti e Teresa Mele andarono a casa di Stefano. Non si sa a quale ora, sappiamo però che l’interrogatorio del congiunto risale alla tarda mattinata, il verbale riporta le ore 11:35. Non si sa neppure se Chiaramonti se ne fosse andato a portare la moglie e il bambino a Scandicci, e se poi fosse tornato subito indietro (erano appena 10 minuti di macchina), oppure fosse rimasto con loro. In ogni caso almeno Mele e Mucciarini ebbero tutto il tempo di discutere prima di recarsi insieme in caserma, forse a piedi, visto che si trovava a poche centinaia di metri. Ebbene, quali potevano essere stati i motivi per i quali Mucciarini si sarebbe così allarmato da compiere il passo falso di convincere il cognato a confessare coinvolgendo Salvatore? Mele era pronto ad accusare Francesco, e non sembra avesse alcuna intenzione di mandare tutto a monte, anzi, era ben convinto di continuare a dichiararsi innocente, il suo piano lo dimostrava. Non a caso, pur virando su Salvatore, in una prima fase aveva cercato di accreditarlo come assassino unico, lo dimostra il verbale delle 11:35, suscitando però i sospetti dei carabinieri che lo avevano incalzato costringendolo alfine a dichiararsi colpevole e ad assegnare all’altro il ruolo di complice istigatore.
In realtà si può solo pensare che il piano di Stefano non fosse quello dei suoi familiari, rappresentati in quel momento da Mucciarini. In effetti la pretesa di affidarsi all’appoggio di Natalino, che avrebbe dovuto raccontare una nuova storia, era davvero eccessiva e non avrebbe funzionato. È chiaro che a quel punto gli inquirenti avrebbero interrogato il fanciullo più a fondo, e il rischio che venisse fuori quello che non doveva venir fuori – l’aver visto lo zio Piero – era troppo grosso. Ecco il motivo del cambio di versione, dove per Natalino niente sarebbe dovuto cambiare. Cambiava tutto invece per Stefano, che avrebbe dovuto accollarsi l’omicidio, per la soddisfazione dei carabinieri e la tranquillità dei Mele. Con un paio di inconvenienti, però: la macchina e la pistola. Mele da solo non era un assassino credibile, ci voleva un complice.
Perché i Mele preferirono Salvatore a Francesco? Innanzitutto l’automobile a quattro ruote del primo era senz’altro da preferire al Gabbiano 50 tre marce a manopola del secondo, che invece di ruote ne aveva soltanto due. L’immagine di Stefano e Francesco stretti sulla sella del motorino – che in prima, sulla salita in uscita dalla piazza del cinema, smarmitta cercando di non farsi seminare dalla Giulietta di Lo Bianco – avrebbe scoraggiato chiunque. In verità Francesco possedeva anche una Lambretta, che già sarebbe stata meglio, ma in quel periodo era ferma dal meccanico.
Poi c’era la pistola, sulla quale più avanti dovremo tornare.
È comunque evidente che anche il piano dei Mele aveva molti punti deboli. Un possibile alibi di Salvatore, in primis. Poi Natalino. Con Mele reo confesso sarebbe stato difficile mantenere l’esatta versione del risveglio a cose fatte senza aver visto nessuno. Tra l’altro c’era il corpo della Locci che era stato aggiustato. La povertà della documentazione non ci consente di ricostruire il confronto di Mele con gli inquirenti, che però proprio cretini non dovevano essere, quindi è probabile che si debba alle loro perplessità se Mele raccontò di essere stato visto dal figlio dopo aver spostato i corpi, e di essere fuggito lasciandolo sul posto. Il che poteva costituire motivo di sospetto sull’attendibilità del racconto dello stesso, che del padre non aveva parlato. Di punti deboli il piano ne aveva altri, ma probabilmente la speranza dei Mele era riposta nell’aiuto che avrebbe fornito il ritrovamento della pistola…
Le cronache ci raccontano di un Mucciarini attivo nel favorire la confessione di Stefano con dentro Salvatore (il maresciallo Ferrero al processo del 1970: “Alla confessione si giunse attraverso l’opera di persuasione fatta da un cognato del Mele, Mucciarini Piero. Il Mucciarini si presentò spontaneamente in caserma”). E non c’è motivo di non crederlo, dato che quello stesso giorno l’uomo intervenne anche su Natalino. Ancora dalla deposizione di Ferrero, che andò più volte a trovare il fanciullo in istituto prima degli interrogatori della primavera 1969:

Il bambino aggiunse di essere sceso dall'auto e di aver visto fra le canne “Salvatore”. Ho interrogato altre volte il bambino e il bambino fece il nome di uno “zio Pierino” come autore del delitto, abbandonando la versione sul Salvatore e dicendo che questo “zio Pierino” aveva una figlia a nome Daniela.

Si legge nel verbale dell’interrogatorio di Natalino del 21 aprile 1969: “Prima di allontanarsi rinnovata la domanda se lo zio Piero gli abbia detto di non dire qualcosa il bambino dice «Mi disse di avere visto Salvatore fra le canne»”. Quando Mucciarini lasciò la caserma di Lastra a Signa tornò a Scandicci – con grande probabilità assieme a Chiaramonti che era andato a prenderlo – dove, assieme agli altri, cercò di annullare in Natalino la versione con Francesco inserendone una con Salvatore. Si può solo pensare che lo avesse fatto quel giorno stesso, poiché all’indomani Stefano avrebbe abbandonato la versione con Salvatore, quindi non avrebbe avuto più senso.
Tra l’altro è probabile che i primi giorni Natalino fosse stato ospite di Chiaramonti. In ogni caso i due cognati erano vicini di casa, quindi ritenerli l’uno all’oscuro delle iniziative dell’altro è improponibile. Dove fosse Giovanni non si sa bene, forse era tornato al suo lavoro a Mantova, ma è molto più probabile che fosse invece ospite della sorella Maria. A questo punto la domanda sorge spontanea: erano tutti scemi i Mele, come evidentemente ritengono i vinciani, Phoenix e Hazet in testa?

L’alibi. Tra gli indizi che collocherebbero Salvatore Vinci sulla scena del crimine c’è l’assenza di un alibi, aggravata dalla presentazione di uno fasullo (però non precostituito). Ho già scritto che di per sé né la mancanza di un alibi né un alibi fasullo non precostituito possono considerarsi prova di colpevolezza. Ma vediamo di approfondire, cominciando dalla lettura del rapporto Torrisi.

Il 24 agosto 1968, alle ore 01:20, VINCI Salvatore, sentito in merito alle accuse mossegli poco prima dal MELE, nel negare ogni addebito sostiene che la sera di quel mercoledì 21.8.68, uscito di casa, sita in località “La Briglia” di Vaiano, verso le ore 20,30, si è intrattenuto presso il locale bar Sport, sino alle ore 22:15, in compagnia di VARGIU Silvano e di un certo Nicola (ANTENUCCI), suo dipendente, di essersi recati successivamente con i due amici a Prato, presso il Circolo dei preti, ove sarebbero rimasti a giocare fino alle ore 24, facendo rientro a casa. Egli conclude affermando di aver saputo dell'omicidio il mattino del giorno successivo, perché un suo operaio aveva il giornale e lo stava leggendo.

Purtroppo il verbale dell’interrogatorio non è nella disponibilità di chi scrive, ma si deve presumere che per “mattino successivo” s’intendesse quello del 23, quando i giornali pubblicarono la notizia. Così prosegue il rapporto Torrisi:

Il 24 agosto 1968, alle ore 02:00, a meno di un'ora dall'interrogatorio del suddetto, ANTENUCCI Nicola, sentito in merito, conferma la circostanza richiamata dall'altro, precisando che dalle ore 22:15 alle ore 00:30, ora in cui si erano divisi, prima di dirigersi a casa, il VINCI Salvatore non si è allontanato da lui.

Quindi l’amico Nicola Antenucci confermò l’alibi di una serata a tre trascorsa per locali. Ma, risentito dal PM Antonino Caponnetto attorno alle 16:50 di quello stesso giorno, si contraddisse, collocando la serata al martedì mentre il delitto era avvenuto di mercoledì. Il magistrato però aveva già preso atto del cambio di versione di Mele – passato dalle accuse contro Salvatore a quelle contro Francesco – pertanto non la fece troppo lunga: ritenendo che il ragazzo stesse confondendosi, lo aiutò a far tornare i conti nella serata del delitto. L’altro amico, Silvano Vargiu, venne interrogato soltanto il 27 maggio 1969, e nella circostanza confermò la serata a tre collocandola nel giorno del delitto. Entrambe le testimonianze vennero confermate al processo del 1970.
Alla ripresa delle indagini tutto venne rimesso in discussione, con nuovi interrogatori sia ad Antenucci che a Vargiu. Entrambi confermarono la serata, ma il primo rifece i conti e la collocò al martedì, mentre il secondo ammise di averla posta al mercoledì soltanto perché era stato Salvatore a chiederglielo, un mese dopo il delitto. In realtà i suoi ricordi non gli avevano consentito allora e non gli consentivano neppure adesso una collocazione sicura.
Dunque Salvatore Vinci non aveva un alibi – anzi, diciamo che non lo fornì, il che non è proprio la stessa cosa, lo vedremo – ma ne dette uno fasullo, che vale la pena analizzare. Innanzitutto balza agli occhi il fatto che il diabolico personaggio non si fosse preoccupato di precostituirsene uno, cosa che invece aveva cercato di fare il meno furbo Stefano Mele con la storia della malattia. A ben vedere già la mancata preparazione di almeno un abbozzo di alibi in un delitto premeditato costituisce più indizio d’innocenza che di colpevolezza. Ma soprattutto sconcerta il tipo di alibi scelto, che più raffazzonato di così non poteva essere.
Partiamo dalla constatazione che i due amici non erano stati istruiti come necessario, con Antenucci confuso tra il martedì e il mercoledì e Vargiu addirittura istruito un mese dopo (se Salvatore fosse rimasto agli arresti, come se la sarebbe cavata?). Ma supponiamo pure che i due amici avessero retto la parte, con Vargiu avvertito dallo stesso Antenucci. Ebbene, una serata trascorsa in luoghi pubblici come un bar e un circolo dei preti – in questo caso fino alla chiusura del locale, da cui i tre sarebbero stati buttati fuori, secondo Vargiu – avrebbero prodotto mille testimoni da interrogare, con cinquecento di loro che si sarebbero ricordati del martedì ma non del mercoledì. Questo nel caso in cui le accuse contro Salvatore fossero continuate. Gli inquirenti, infatti, si erano accontentati della conferma di Antenucci, addirittura favorendola, soltanto perché le accuse di Mele avevano cambiato bersaglio, e loro si erano convinti dell’estraneità di Salvatore. Ma se quelle accuse fossero continuate, col cavolo che si sarebbero fermati ad Antenucci! Come minimo avrebbero interrogato i proprietari dei locali e vari clienti.
Poi si deve notare che Salvatore disse di essere rientrato a casa, una volta lasciati gli amici a mezzanotte. Quindi la moglie Rosina avrebbe dovuto confermare il suo rientro per mezzanotte e mezzo circa, si deve pensare previo accordo. La qual cosa sarebbe stata sufficiente a escluderlo dal delitto – che proprio a quell’ora andava collocato – considerando la mezz’ora necessaria a raggiungere casa sua, a Vaiano. In sostanza bastava l’accordo con la moglie – un alibi debole, certo, però a basso rischio di smentita – magari anticipando di poco l’orario per maggior sicurezza. Invece no, Vinci il diabolico si va a impelagare nell’inutile e fragile posticipo di una serata pubblica, smentibile in quattro e quattr’otto!
In realtà si può solo pensare che l’individuo fosse stato preso alla sprovvista, senza certezze sull’orario del delitto, e avesse arrangiato un alibi alla meglio. E quell’alibi con grande probabilità era provvisorio. Si potrebbe anche ritenere che non ne avesse avuto uno, ad esempio perché era stato alle Cascine in cerca di avventure erotiche, ma la testimonianza della moglie al processo Pacciani ( vedi) fa supporre altro:

Avvocato Santoni Franchetti: È stata sentita lei dai carabinieri in quel periodo signora? O dalle forze dell'ordine? Sentita, interrogata?
Rosina Massa: Sì, nell'85.
Franchetti: Ecco, perché lei ha detto sicuramente, stavo cercando ma non lo trovo, però, mi vuol confermare se nel '68, il giorno in cui c'è stato l'omicidio a Lastra a Signa...
Massa: Mio marito non era a casa. Quello voleva sapere?
Franchetti: Non era a casa. E quando è rientrato suo marito a casa?
Massa: Io di preciso l'orario non me lo ricordo, però non era rientrato.
Franchetti: Ma rientrava sempre a casa suo marito?
Massa: È rientrato il giorno dopo, succedeva spesso, spariva due, tre giorni e poi...


Dunque Salvatore Vinci aveva trascorso tutta la notte fuori, come del resto faceva spesso. Difficile dunque si fosse intrattenuto in giro per cespugli o bagni pubblici con ignoti. Molto più facile che avesse dormito assieme a qualcuno, una coppia probabilmente, per dei fantastici trenini con la locomotiva che poteva girarsi o stare in mezzo. Il tutto alla faccia della Locci che era soltanto una piccola parte del suo multiforme universo erotico. Quella coppia – o quell’uomo, o quella donna – non sarebbe certo stata contenta di essere tirata in ballo, e Salvatore in ballo non la tirò, almeno per il momento, inventandosi un alibi provvisorio. Certo, se le cose si fossero messe male la faccenda sarebbe cambiata. Si tratta di un’ipotesi inverificabile – che provocherà le accese proteste dei vinciani, così contenti di pascersi in mezzo alle loro – ma sappiamo bene che il personaggio era aduso a tale tipo di rapporti, dunque risulta molto plausibile.
Del resto, se davvero Vinci avesse partecipato al delitto, dove sarebbe rimasto per il resto della notte, a contare le lucciole dall’abitacolo della sua 600? E perché non era tornato a casa, tenuto conto del rischio di vedersi arrivare i carabinieri alla mattina presto, come era accaduto al fratello? Ecco il patetico rimedio di Hazet:

Come 'autista' fino almeno alle 02:00 c'aveva da fare (ripescare Stefano Mele e avvicinarlo a casa; e prima aveva dovuto riavvicinare a casa Piero Mucciarini). E una volta riaccompagnato verso casa Mele, aveva ancora da fare un cosa assai importante come gli anni successivi dimostreranno: non distruggere l'arma, ma imboscarla.
Ed un'arma sporca di duplice omicidio non te la nascondi nel giardino di casa.


Lasciamo perdere che Hazet faccia le sue considerazioni ignorando l’auto di Chiaramonti, concediamoglielo pure. Dunque Vinci si sarebbe accollato l’onere di prelevare Mele alle 2 di notte da vicino casa De Felice per portarlo a Lastra a Signa. In quanto tempo? 15 minuti, a meno di sollazzi che si presume in quel momento non fossero prioritari. Poi si sarebbe occupato di nascondere la pistola. Dove? Forse vicino Milano, considerato che gli ci sarebbe voluta tutta la notte!

Nicola Antenucci. Molto interessante risulta l’esame del racconto di Nicola Antenucci sui giorni precedenti il delitto, nei quali Salvatore avrebbe dovuto trovarsi quanto meno in uno stato di nervosismo, visto cosa bolliva in pentola, ma che invece pare fossero scorsi nella più assoluta normalità dei suoi non convenzionali standard. Antenucci venne interrogato più volte, alla ripresa delle indagini, manifestando alcune incertezze, fino a quando non riuscì a ricostruire gli eventi. Forse le incertezze passate erano sincere, forse no, in ogni caso non c’è motivo di non credere al suo racconto finale, che scorre via liscio. Dal rapporto Torrisi:

Il 18 ottobre 1985, l'ANTENUCCI, dopo aver avvertito telefonicamente questo comando, chiede ed ottiene di essere sentito dal Giudice Istruttore e spontaneamente dichiara di essere in grado, finalmente, dopo aver attentamente meditato, di poter ricostruire tutta quella settimana, partendo dalla domenica mattina del 18 agosto 1968, proprio ad iniziare dall'incontro casuale di Salvatore VINCI al bar-circolo della Briglia. Ivi, infatti, mentre l'ANTENUCCI gioca con gli altri ha modo di conoscere il VINCI Salvatore, il quale, chiestogli della sua posizione di lavoro ed appreso che egli è momentaneamente in malattia, gli offre di lavorare per qualche giorno con lui. La sera, ritornando nello stesso locale, avuto modo di conoscere anche l'operaio di Salvatore, il BIANCALANI Saverio, fissano e prendono accordi per l'inizio del lavoro al mattino del giorno successivo.
Lunedì 19 agosto, eseguita la prima giornata di lavoro, i tre si rivedono la sera ed assieme vanno a fare una partita a biliardo a Prato, al circolo ACLI, trasferendosi con l'autovettura del VINCI Salvatore. L'ANTENUCCI prosegue affermando che anche il martedì sono stati al lavoro sino alle ore 20:30-21:00, e dopo, mentre il BIANCALANI è andato a casa dei suoi genitori, lui è invitato a cena, per la prima volta, in casa del VINCI. Quasi alla fine della cena, arriva Francesco e poco dopo tutti e tre si portano al solito circolo, ove incontrano il VARGIU Silvano ed il BIANCALANI. Dopo aver consumato il caffè, Francesco si allontana e proprio in quel momento si sente Salvatore dire al fratello “…che per caso vai dalla LOCCI?…” senza ottenere risposta. Poco dopo, mentre il BIANCALANI dice di non sentirsi bene e rimane alla Briglia, loro tre, e precisamente Salvatore, Silvano e lui, si portano al circolo di Prato, ove si intrattengono a tarda sera, sino a quando, come lui stesso afferma, non li buttano fuori, per la chiusura del locale.
Il giorno dopo, mercoledì 21, prosegue l'ANTENUCCI, egli si reca al lavoro direttamente con il suo motorino, ove rimane con gli altri due ad operare sino alle ore 20:30 - 21:00. La sera, tutti e tre, VINCI, BIANCALANI e lui, si allontanano con i rispettivi mezzi, e lui si reca a Prato a visitare una sua cugina, IPPOLITO Giovanna, rimanendo ospite a cena. Lo stesso, al termine, si allontana, recandosi presso la “casa del popolo”, ove si intrattiene sino a tarda sera.


Nicola Antenucci era un diciottenne sbandato che viveva per strada dormendo nelle case abbandonate della zona di Vaiano. Vinci lo avrebbe ospitato per due anni con tanto di moglie apparecchiata, naturalmente alle sue condizioni. Ma rimaniamo ai giorni precedenti il delitto. E dunque il diabolico Salvatore, per nulla angosciato dal programma a rischio ergastolo di tre giorni dopo, la domenica mattina vede una giovane preda e, seduta stante, la ghermisce. Dopo il primo approccio con il pretesto del lavoro, due sere dopo – e siamo a martedì – Antenucci assaggia le pietanze preparate da Rosina. Alla fine della cena arriva Francesco, assieme al quale i due novelli amici vanno al bar.
Vale la pena notare quanto improbabile sia la favola secondo la quale i rapporti tra i due fratelli si sarebbero guastati causa il comune interesse per Barbara Locci. Semmai si sarebbero guastati poi, a causa della sua morte e di una pistola che poteva inguaiare entrambi, ma questa è un’altra storia. Il lettore non inquadrato è il caso che rifletta sulla suggestiva immagine di Salvatore mentre prende in giro il fratello che se ne sta andando – “Che per caso vai dalla Locci?” – il quale non raccoglie… Quella stessa Locci della quale Salvatore sarebbe stato gelosissimo e che il giorno dopo avrebbe dovuto uccidere? Un gran bravo attore, dunque, oltre che diabolico assassino!
La serata prosegue fino a tardi, e il giorno dopo, quello dell’omicidio, Salvatore lavora come se niente fosse fino alle 20:30 - 21:00. Sembra dunque che non avesse avuto alcun bisogno d’incontrarsi con i complici per definire gli ultimi accordi – come minimo verificare se l’occasione fosse quella buona, con Barbara che effettivamente sarebbe uscita in compagnia del nuovo amante – ma forse si sentono per telefono. Di sicuro non sembra davvero che in pentola stia bollendo qualcosa di così grave come un duplice omicidio…
Dunque Nicola trascorse la serata del delitto per conto suo, mentre Salvatore non si sa dove fosse andato. Leggiamo ancora il rapporto Torrisi, dove il ragazzo narra del dopo delitto:

Egli, continuando nel suo racconto, chiarisce che il giorno dopo, e cioè giovedì, è andato nuovamente al lavoro, trovando sul posto il BIANCALANI, mentre il VINCI, che giunge più tardi, si allontana con una scusa prima di mezzogiorno, senza fare più ritorno.
Ultimata la giornata lavorativa, fanno rientro alla Briglia, ed il giorno dopo, venerdì 23 si ripresenta al suo posto di lavoro, ove già trovasi il BIANCALANI Saverio. Poco dopo, non vedendo arrivare Salvatore, l'ANTENUCCI chiede notizie a Saverio, e questi gli dice “…non lo sai che è successo?…” ed alla sua risposta negativa, replica che c'è anche nel giornale, facendo riferimento al duplice omicidio di Signa, ed affermando che Salvatore è implicato nell'omicidio, aggiungendo testualmente: “Vedrai che chiameranno anche te… ma mi raccomando, non fare il mio nome, perché io non voglio essere messo in mezzo”.
Egli precisa che i Carabinieri gli hanno chiesto solo se la sera del 21 è stato a giocare a biliardo con Salvatore e Silvano, e che lui, non sapendo collocare esattamente la sera del delitto in rapporto a quella del biliardo, fa confusione perché convinto che il 21 è martedì.


Dunque, il giorno dopo la mattanza Salvatore – forse di ritorno da un lunghissimo viaggio per imboscare la pistola, forse reduce da un’estenuante conta delle lucciole, oppure, più probabilmente, da una bella cavalcata in mezzo a delle fresche lenzuola – si presenta al lavoro al mattino tardi, senza neppure passare da casa, ma rimane poco e se ne va con una scusa senza più farsi vedere. Anche in questo caso il comportamento di un diabolico assassino a rischio di ricevere la visita dei carabinieri avrebbe dovuto improntarsi alla massima normalità, e invece Salvatore va non si sa dove. È legittimo ritenere che quella mattina fosse stato messo al corrente dell’accaduto, compresa la convocazione del fratello in caserma, magari con una telefonata sul luogo di lavoro. Non sappiamo se prima di andarsene chiese ad Antenucci di posticipare la serata del martedì, si dovrebbe ritenere di sì, o forse anche no, oppure glielo chiese la sera quando e se si rividero, o la mattina successiva. Quel che pare certo è la stranezza di uno scaltro assassino che si costruisce un alibi tanto assurdo in un modo così assurdo.
Tiriamo le conclusioni sulla narrazione di Antenucci, che non può scagionare Vinci, però contribuisce a descrivere un individuo che non stava certo preparando un delitto, e che da quel delitto venne preso alla sprovvista. Dopo aver trascorso una notte di fuoco e aver appreso la notizia, Salvatore aveva cercato di saperne di più, ecco il motivo della sua assenza dal lavoro nel pomeriggio. Come minimo sarà andato a chiedere a casa del fratello.
Ma perché Salvatore Vinci era così preoccupato se non c’entrava nulla con il delitto? Come ex amante di Barbara Locci preoccupato poteva esserlo, senz’altro, ma si è già osservato che in quel caso gli sarebbe convenuto andare avanti con dei comportamenti normali. Quindi forse proprio nulla non c’entrava.

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NB: I commenti che rimangono nel solco di una normale educazione saranno tutti pubblicati. Ci si scordi però che il sottoscritto si faccia venire il mal di testa per decifrare sproloqui di mille righe pieni di sigle. Se si pretende una risposta si deve scrivere in modo semplice e sintetico.