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venerdì 18 novembre 2016

Così brutto e cattivo: Maniac

Durante la prima metà degli anni settanta il personaggio del serial killer venne rappresentato in numerose pellicole, anche di produzione italiana, come quelle della famosa Trilogia degli animali di Dario Argento. Si trattava in genere di figure che rimanevano nascoste durante quasi tutta la proiezione, per svelare la loro identità poco prima del finale. Pertanto non era agevole identificarsi con loro, anche da parte di una mente insana, poiché la storia era comunque monopolizzata dai buoni, l’ispettore, il giornalista, il detective privato, e il cattivo si vedeva poco, almeno nella veste di assassino.
Nella seconda metà del decennio iniziarono a circolare lavori nei quali, viceversa, era il serial killer a rivestire il ruolo di protagonista, seguito con grande partecipazione durante le sue sciagurate imprese, delle quali veniva mostrato ogni dettaglio: inseguimenti mozzafiato, mutilazioni, sangue in abbondanza. Basti ricordare il Leatherface di Non aprite quella porta e ancor più il Michel Myers di Halloween, visti in Italia rispettivamente nel 1975 e nel 1979. Si trattava però di figure stereotipate, entrambe nascoste dietro una maschera, aliene, prive di qualsiasi connotazione interiore, con le quali rimaneva comunque difficile identificarsi.
Del tutto diverso era invece Frank Zito.


Influenze di Maniac. Nel maggio del 1980 fu presentato a Cannes Maniac, di William Lustig, un film rivoluzionario nell’ambito del genere, nel quale Frank Zito, il serial killer protagonista interpretato magnificamente da Joe Spinell, era mostrato fin dalle prime scene in tutta la sua crudeltà di assassino, ma senza maschera e con una vita di relazione in apparenza regolare. Il personaggio godeva anche di un buon approfondimento psicologico, mediante il quale quasi si giustificavano i suoi comportamenti criminali attribuendoli a un cattivo rapporto avuto con la madre, di cui erano testimoni numerose cicatrici che portava sul petto. Quindi, anche se malvagia, la sua figura non impediva il verificarsi del classico processo di identificazione da parte di uno spettatore che veniva indotto all’indulgenza. Tanto più se egli stesso era un serial killer, tanto più se anche lui assaliva coppiette appartate, come aveva fatto il Mostro di Firenze a Borgo San Lorenzo qualche anno prima.
Durante l’ora e mezza di spettacolo, Zito uccideva una coppia di fidanzati sulla spiaggia, una prostituta in albergo, una seconda coppia in auto, una donna inseguita in una stazione del metrò e infine una donna nell’appartamento di lei. Soprattutto la scena della coppia uccisa in auto potrebbe aver favorito nel Mostro un importante processo di immedesimazione. L’episodio era ambientato in una strada buia poco lontano da una discoteca, con sullo sfondo il suggestivo ponte intitolato a Giovanni da Verrazzano, a New York, ed è considerato un capolavoro dagli amanti del genere: l’assassino che correva e saltava sul cofano della vettura e con un colpo di fucile faceva esplodere la testa di Tom Savini, che come sua abitudine aveva interpretato una piccola parte nel film di cui era il curatore degli effetti speciali.


In altri momenti Frank Zito usava anche il coltello, un ulteriore elemento di similitudine con quanto era accaduto a Borgo. Ma c'è di più: c'è il sospetto che la visione di Maniac avesse costituito per il Mostro di Firenze una fonte di ispirazione. L’elemento che più induce a sospettare la nefasta influenza del maniaco del film sulle sciagurate imprese del killer fiorentino nella sua fase seriale degli anni ‘80 è la somiglianza del trofeo asportato dai corpi delle loro vittime femminili: Frank Zito il cuoio capelluto, il Mostro il pube con tutti i suoi peli.


Ancora oggi la scena in cui Zito taglia lo scalpo alla prostituta appena uccisa risulta altamente drammatica e coinvolgente. Accompagnata da una musica ossessiva, la lama scorre sulla pelle della fronte con esasperante lentezza, mentre il sangue esce copioso, fino a quando la mano tira i capelli e il trofeo si stacca. Meno insistita ma comunque ancora molto drammatica è una scena analoga riguardante l’ultima vittima, nella quale Frank Zito “arma” e usa un cutter, molto probabilmente lo stesso strumento usato dal Mostro per effettuare i suoi tagli.
Fu proprio la trovata dello scalpo a fare di Maniac un film molto chiacchierato all’epoca, anche perché i produttori la misero bene in evidenza, nei trailer e nella stessa locandina, dove campeggiava inequivocabile la figura minacciosa del killer con in mano il coltello e il trofeo insanguinati. I distributori italiani rincararono la dose, sostituendo il sottotitolo originale “Ti avevo avvertito di non uscire stanotte” con un ben più esplicito “A caccia di scalpi per le strade di New York”.


È difficile non lasciarsi andare alle suggestioni, dato lo scenario. La coincidenza di due serial killer, uno di celluloide che scalpa le proprie vittime femminili e uno reale che toglie loro il vello pubico, comparsi nel medesimo anno, non può lasciare insensibili. Anche perché si tratta di due comportamenti del tutto originali. Fino a quel punto al cinema erano stati soltanto i pellerossa a prelevare lo scalpo, mentre tra i serial killer veri non erano certo mancati i casi di mutilazione dei genitali femminili, inseriti però in contesti di grande efferatezza, dei quali esse costituivano soltanto una parte. Può darne l’idea questo frammento tratto dalla perizia De Fazio:

Sono descritti in letteratura scientifica numerosi casi in cui l'omicida agiva come se si immergesse in una "orgia di sangue", manipolando visceri ed organi (prevalentemente sessuali) del cadavere, masturbandosi con quelli, o semplicemente godendone alla vista, al tatto, all'odorato; in altri casi organi o visceri vengono morsi, masticati o addirittura mangiati: in entrambi i casi si tratta di comportamenti istintuali di natura antropofagica, attuati per lo più da soggetti gravemente patologici.

Il personaggio immaginario di Frank Zito non voleva dare e non dava affatto l’impressione del maniaco sessuale, ma piuttosto quella del pazzo paranoico. Nessun godimento veniva evidenziato durante il taglio del cuoio capelluto, né venivano mostrati atti collaterali di significato sessuale; il killer usava il trofeo per costruirsi, con l’aiuto di manichini, dei simulacri di donne di cui si circondava, quelle donne che un grave complesso edipico gli impediva di amare nella realtà.
Che cosa ne facesse il Mostro dei propri trofei non lo sappiamo, sappiamo però che anch’egli, durante l’operazione di asporto, non si lasciava andare a nessun atto di natura né sessuale né sadica. E come Zito portava via il cuoio capelluto, lui si prendeva il vello pilifero, più che altro limitandosi al pube (in un solo caso, a Calenzano, spingendosi anche più in basso, sempre comunque in una zona ricoperta di peli, per poi tornare a dimensioni minori nei due casi successivi). Così Mauro Maurri in un’intervista comparsa su “La Città” del 7 agosto 1984 (vedi): “Per l’esattezza, l'assassino non asporta la vagina ma il pube. Ignora la vagina, l'utero, le ovaie. Non li ferisce né tanto meno gli interessa asportarli”. E anche l’equipe De Fazio faceva notare “il precipuo interesse dell’autore per la cute e per i peli del pube”. Dell’evoluzione verso il seno sinistro e del suo significato avremo occasione di trattare in altra sede.

Il sentiero non battuto. A proporre per primo, pubblicamente, l’ipotesi di un Mostro di Firenze influenzato dalla visione del film Maniac fu Giuseppe Alessandri nel libro La leggenda del Vampa, pubblicato nel 1995. L’autore la applicò a Pietro Pacciani, della cui colpevolezza, come ben si sa, si riteneva sicurissimo.
   
In casa Pacciani se ne sta a ore incollato alla televisione: guarda di tutto, ma soprattutto i film pornografici e quelli del genere horror, con tutto quel sangue che scorre. Le varie TV private trasmettono in continuazione rubriche di trailer, le promozioni cinematografiche; una sera una di queste scene lo fa sobbalzare: con gli occhi in fuori dalle orbite il Vampa scopre che è stato fatto un film su di lui! C'è infatti un trailer che viene trasmesso in continuazione e che parla di un tale in giro per New York a caccia di scalpi.
Il film si intitola Maniac, e la sequenza passata per televisione risulta a Pietro più che familiare: una coppia di giovani, appena uscita da una discoteca di New York, si ferma a conversare in auto sul ponte Giovanni da Verrazzano. Quando lui si fa più intraprendente allungando le mani e i due cominciano così a passare dalle parole ai fatti, un giustiziere sbucato dalla notte e armato di un fucile a pompa irrompe sulla scena e facendo fuoco attraverso i vetri fa fuori prima lui e poi lei.
Per tutto il mese di maggio il Vampa è costretto a subire questa scena di un minuto e mezzo bombardata dalle varie TV locali; finché non ce la fa più a trattenersi: ora glielo fa vedere lui a quell'usurpatore com'è che si fa. Prende la pistola, le dà una lucidata e la notte va a fagiani per vedere se è sempre lei.
È da troppo che non prova quell'ebbrezza.
È l'ora di tornare a vivere pericolosamente.

Due anni dopo fu Nino Filastò, che alla colpevolezza di Pietro Pacciani non credeva né aveva mai creduto, a riprendere l’argomento. Ne parlò in aula durante le prime battute del processo a Mario Vanni, del quale era difensore (3 giugno 1997, vedi).

Vengo a sapere da un collega che esiste un certo fascicolo intitolato “Maniac" scritto da un personaggio. Siccome di questo film avevo intravisto anch'io a suo tempo questa cosa, che cioè a dire precedeva all'inizio delle escissioni la presenza nelle sale, in una sala cinematografica cittadina, ma con riferimento solo all'ottobre dell'81, un certo film americano in cui esiste un serial killer di New York il quale uccide le coppie e poi porta via lo scalpo alle donne per rivestirne dei manichini, ho chiesto a questo collega che mi mandasse il fascicolo che è qui, che voi vedrete. Se ne avete voglia di vederlo, lo allegherete agli atti. […]
Benché la persona fosse anonima nello scritto, sono riuscito a rintracciarlo. E ci ho parlato, ed è un medico serissimo, giovane, che ha fatto – come risulta da quell' atto – nonostante che sia un po’ verboso, uno studio serissimo approfondendo dei fatti. Ecco perché l'ho chiamato a testimoniare, perché i testimoni si chiamano sui fatti.

Non c’è da stupirsi se il presidente non volle sapere nulla né del fascicolo su Maniac né del medico che lo aveva scritto. Filastò era però così convinto dell’intrigante ipotesi da utilizzarla per un racconto intitolato – e come poteva essere altrimenti? – Maniac, facente parte dell’antologia Toscana delitti e misteri (2000), scaricabile qui. In più ne trattò su Storia delle merende infami, nel 2005, indicando ancora come fonte d’ispirazione il medico anonimo.


Tempo dopo il misterioso medico anonimo avrebbe partecipato, con lo pseudonimo di De Gothia, al noto forum di Ale (l’immagine sopra era il suo caratteristico avatar), trattando con arguzia e competenza molti altri temi sul Mostro, e mettendo a disposizione di tutti altri lavori interessanti (ma quello su Maniac no). Oggi purtroppo non scrive più, essendo deceduto, però è finalmente disponibile il fascicolo che avevano avuto in mano sia Alessandri sia Filastò, dal titolo Maniac, il sentiero non battuto, scaricabile qui. Il documento, scritto nel 1994 e trasmesso con poca fortuna a qualche avvocato e a qualche giornalista, fa dell’autore il padre di questa interessantissima ipotesi. Credo sia anche il caso di scriverne nome e cognome, peraltro già contenuti nei ringraziamenti de La leggenda del Vampa: Stefano Galastri.

Aveva visto il film? Dopo aver individuato nell’operazione di scalpaggio l’elemento principe che rende probabile la nefasta influenza di Maniac sul Mostro di Firenze, lo scritto di De Gothia affronta un argomento di vitale importanza: poteva il futuro serial killer aver visto il film prima della sua prima escissione, avvenuta a Scandicci la sera del 6 giugno 1981? È una domanda inevitabile e scomoda per l’ipotesi in questione, poiché i documenti ci riportano che Maniac entrò nelle sale di prima visione soltanto a partire da luglio. Prima però c’era stata comunque una certa attività che lo aveva riguardato.
La versione originale del film, in lingua inglese, era stata presentata a Cannes nel maggio 1980. Per vederlo nelle sale si dovette però aspettare novembre in Germania e dicembre negli USA. A metà gennaio 1981 l’attrice protagonista, Caroline Munro, era a Roma per la presentazione sul mercato italiano, come si legge tra l’altro su “Stampa Sera” del 16 (vedi). Lo scritto di De Gothia riporta alcuni dati tratti da un periodico del settore, il «Giornale dello Spettacolo», secondo i quali il film fu proiettato in anteprima nazionale in una sala di Palermo dal 20 al 26 febbraio, e in tre sale di Roma dal 21 al 27, sempre di febbraio. 


Interessante è questa pubblicità, tratta da “Il Messaggero” del 21, riguardante una delle sale di Roma, che lo scritto di De Gothia riporta a conferma. La consultazione delle pagine degli spettacoli de “L’Unità”, reperibili tramite l’archivio storico on line, fornisce comunque la prova definitiva (qui la pagina del 21).
Alle anteprime nazionali di Palermo e Roma non seguì però la programmazione ordinaria, almeno non nell’immediato. Il motivo risiede nei problemi attraversati dalla società cui era stata affidata la distribuzione, la Eurocopfilms di Roma, che proprio in quel periodo probabilmente cessò l’attività. Maniac rimase così per diverso tempo in un limbo indefinito, dal quale iniziò a uscire a fine aprile, secondo De Gothia, quando alcune TV locali presero a trasmetterne in modo ossessivo gli spot pubblicitari, andando avanti anche per tutto il mese di maggio. In ogni caso il film ancora non usciva nelle sale. Evidentemente c’erano in ballo dei problemi legali che non ne consentivano la libera gestione.
Le notizie reperibili in rete sull’inizio della programmazione ordinaria sono scarse. In un articolo del 18 giugno di “Stampa Sera” (vedi) viene preannunciata una prima nazionale ad Alessandria per il 17 luglio, confermata dalla pagina degli spettacoli di quel giorno (vedi). Allo stato delle notizie note a chi scrive sembra quindi che il film, nel periodo dal 27 febbraio al 17 luglio, fosse rimasto assente dalle sale. Forse era passato in qualche cinema secondario, come ipotizza De Gothia in base a un ragionamento anche condivisibile, ma su questa flebile possibilità non si può contare granché. Infine, riguardo Firenze, Maniac venne proiettato in prima visione al Supercinema dal 28 agosto al 2 settembre (qui "La Nazione" del 30 agosto).
A questo punto possiamo tirare le prime conclusioni. Non contando Palermo per ovvie ragioni di distanza, non si può escludere che il futuro Mostro di Firenze fosse andato a vedere Maniac a Roma in febbraio, quindi ben prima di uccidere la coppia di Scandicci. La possibilità dovrebbe però legarsi a un personaggio con interessi particolari verso il cinema, anche soltanto di genere, attento ai festival (Cannes) e alle novità che arrivavano dall’estero, e per questo a conoscenza della trama del film, per il quale si sarebbe così incuriosito da recarsi a Roma per vederlo. A giudizio di chi scrive è però molto più plausibile l’ipotesi avanzata da De Gothia, secondo la quale fu la martellante pubblicità televisiva a far conoscere Maniac al Mostro.
Dopo un opportuno pronunciamento della Corte Costituzionale risalente al 1976, si assistette in Italia a un proliferare di TV private che trasmettevano via etere in ambito locale finanziandosi con la pubblicità. Per mancanza di leggi adeguate, la ferrea censura che aveva ingabbiato fino a quel momento le trasmissioni RAI non riusciva a intervenire sul nuovo mezzo. Addirittura venivano trasmessi film porno, quelli dei cinema a luci rosse. È ben noto il caso di Telereporter, costretta a smettere dopo l’intervento dei carabinieri (26 luglio 1985) inviati dalla Procura di Milano. Immaginare il futuro Mostro di Firenze che nei primi mesi del 1981 faceva zapping davanti al televisore non è difficile, come non è difficile immaginare che si fosse imbattuto in uno degli spot pubblicitari su Maniac. A giudicare da quanto è oggi reperibile su Youtube (vedi ad esempio la collezione raccolta qui) si trattava di vari filmati di poche decine di secondi fatti per catturare l’attenzione dello spettatore e impressionarlo con frammenti delle scene più forti. Sono compresi sia l’attacco alla coppia in auto, sia il taglio dello scalpo, come mostra il fotogramma sottostante, dove l’operazione è ben visibile e interpretabile, anche se il seguito, il distacco della cute (vedi una delle immagini precedenti), veniva risparmiato.


Abbiamo visto che, secondo De Gothia, tali spot erano trasmessi in modo ossessivo a partire da fine aprile. Il suo scritto però non fornisce prove, se non la sua memoria e quella del fratello. Per fortuna, partendo da un accenno contenuto ne La leggenda del Vampa, chi scrive è riuscito a rintracciare una prova, indiretta ma assai significativa, delle affermazioni di De Gothia. Nella pagina degli spettacoli dell’edizione fiorentina de “La Nazione” del 30 agosto 1981 (qui), era comparsa una breve e impietosa recensione di Maniac a firma RPM, acronimo del giornalista Ranieri Polese Remaggi, dal titolo “Così brutto e cattivo: Maniac”. Leggiamola:

Che orrore questo signor Zito, Frank Zito di New York, il maniaco del film, brutto, sgradevole, butterato, con una faccia che ricorda un topo. Si muove come una bestia, fra strade malfamate e bassifondi di New York. Adocchia le prede, donne sole, battone; studia i loro movimenti, poi colpisce, cattivo, spietato, con il suo rituale disgustante. Per cui, dopo averle uccise, porta via lo scalpo e lo conserva a casa in una schifosissima collezione.
Pochi mesi fa, una tv privata trasmetteva il prossimamente di questo film. Fra alcune scene (un ragazzo e una ragazza in macchina di notte, assaliti e ammazzati con terribile violenza; la macabra cerimonia dello scotennamento) e i particolari del delitto di Scandicci qualcuno scorse delle analogie. Un brivido in più, insomma, per questo prodotto che gioca le sue carte (poche) su effettacci di macelleria.
Per due terzi è girato con la tecnica del cinema-verità: camera traballante, molte soggettive, sequenze casuali. Piene di efferatezze. Poi, comunque, il guizzo finale. Dal sordido realismo alla fiction, l’assassino che agisce per un maledetto complesso di Edipo, si reca al cimitero, e immagina che la mamma esca dalla tomba per castigarlo definitivamente. Un ricordo di Carrie di De Palma? Forse, ma non basta a rimediare l’impressione pessima di questa pellicola.

Evidentemente Remaggi non amava i film slasher, un genere nell’ambito del quale Maniac è considerato un capolavoro. Ma della sua recensione a noi interessa soltanto l’accenno al fatto che pochi mesi prima dell’agosto – quindi il fine aprile-maggio di De Gothia risulta ben compatibile – “una tv privata trasmetteva il prossimamente di questo film”. Si aggiunga che qualcuno si era già accorto delle analogie tra quel “prossimamente” e il successivo delitto di Scandicci, non soltanto di quella ovvia dell’attacco a una coppia in auto, ma anche di quella meno ovvia del taglio dello scalpo. Evidentemente gli spot, magari integrati da qualche discorso di qualche conduttore, erano bastati per dare un’idea del film.
Adesso possiamo tirare le conclusioni definitive del presente paragrafo: se non è probabile che il futuro Mostro di Firenze avesse visto Maniac prima del 6 giugno 1981, è però probabile che avesse visto gli spot che lo pubblicizzavano, attraverso i quali poteva aver ricevuto la sciagurata influenza della quale si sta qui discutendo.

Finzione e realtà nella stessa serata. Lo scritto di De Gothia prende in esame anche un altro importante elemento per valutare i possibili effetti di Maniac sul Mostro. Dopo la programmazione in agosto, il film tornò in sala a Firenze dal 15 al 22 ottobre, al Cinema Nazionale oggi scomparso. La data del 15 è confermata dalla riproduzione della relativa pagina degli spettacoli de “La Nazione” contenuta nello scritto di De Gothia. La ben più importante data del 22 è confermata invece dalla pagina scaricabile qui. Perché è così importante la data del 22? Perché quel giorno furono uccisi Susanna Cambi e Stefano Baldi.
Il delitto di Calenzano ha delle caratteristiche sue particolari rispetto agli altri. Avvenne in autunno pieno, innanzitutto, ad appena quattro mesi e mezzo di distanza dal precedente, e in un giorno infrasettimanale, il giovedì. Riguardo quest’ultimo punto, si è sempre pensato che lo sciopero generale previsto per il giorno successivo avesse equiparato quel giovedì a un sabato, ma non è del tutto vero. Forse lo è per la possibilità che avrebbe avuto il Mostro di rimanere a casa a riprendersi dopo la mattanza, ma non per quella di trovare più facilmente coppiette appartate, tanto più a estate ormai finita da un pezzo.
Un altro elemento peculiare è la modalità con cui furono scelte le vittime. Susanna e Stefano non erano frequentatori abituali del posto in cui si appartarono quella sera, ma vi si erano fermati per consumare un rapporto veloce mentre stavano andando a Firenze. Il Mostro doveva già essere lì, in un luogo dove sapeva di poter trovare delle vittime potenziali, in attesa non certo di loro ma di una coppietta qualsiasi. Ragionevolmente, a Borgo e a Scandicci era andato invece a colpo sicuro, su una precisa coppia adocchiata in precedenza.
Infine, quando l’attività del Mostro cessò, divenne evidente anche l’anomalia della zona geografica. Escludendo quello di Signa, gli altri delitti potevano essere raggruppati grosso modo entro due aree ben distinte: quattro nei dintorni di Scandicci e San Casciano e due nel Mugello, mentre quello di Calenzano appariva a sé, nella zona di Prato. Sulla questione aveva ragionato a lungo Ruggero Perugini, che così si domandava nel suo Un uomo abbastanza normale: “che cosa significavano quei due colpi spiazzati? Signa e Calenzano, 1968 e 1981, agosto e ottobre... anche Calenzano mi sembrava fuori posto, ma perché, perché?”.
Proviamo a rispondere ai dubbi di Perugini su Calenzano pensando al Mostro che quel 22 ottobre era andato a vedere Maniac allo spettacolo delle 21. Prima delle 22.30, quando iniziava l’ultimo, era fuori, carico della voglia di provare dal vero le emozioni appena vissute in sala attraverso il suo eroe di celluloide. Eccolo allora mettersi alla guida, con già dentro il bagagliaio pistola, coltello e soprabito adatto, per cercare una coppia qualsiasi da far fuori. Perché Calenzano? Per uno di questi due motivi. Il primo: aveva già visto il film in una o più delle serate precedenti, e aveva già cercato una coppia nei soliti luoghi senza trovarla, quindi sperava in miglior sorte cambiando zona. Il secondo: era già piuttosto tardi, quindi, dovendo raggiungere in tempi brevi un luogo adatto, con partenza dal Cinema Nazionale la campagna di Calenzano era la scelta migliore.


Il Cinema Nazionale si trovava nel centro di Firenze, in via dei Cimatori. Come si vede dalla figura, per arrivare nel luogo del delitto Google Maps suggerisce un percorso di 20.6 km effettuabile oggi in circa 29 minuti con traffico regolare. Si può immaginare che 35 anni fa in tarda serata ne bastassero anche 20, per una ragionevole media di 60 km all’ora. Susanna Cambi e Stefano Baldi erano usciti di casa attorno alle 22.30, ma la Golf di Stefano era stata vista ferma davanti al loro appartamento in ristrutturazione ancora alle 22.50. Quindi potevano essere giunti nella stradina della campagna di Travalle, distante poco più di un paio di chilometri, non prima delle 23, quando il Mostro aveva già avuto il tempo di portarsi nella zona.
Infine un breve cenno a un argomento tutto da sviluppare. Nella notte tra l'11 e il 12 febbraio 1982 veniva uccisa a coltellate nel proprio appartamento di Firenze Giuliana Monciatti, prostituta. Si trattò di un delitto gratuito, in apparenza privo di movente, il cui autore non è mai stato individuato, e in cui molti hanno creduto di vedere la mano del Mostro. Ma anche Frank Zito uccideva una prostituta, quindi anche in questo caso è inevitabile prendere in esame l'ipotesi di una possibile emulazione.

Imitatore di un lustmurderer. Il lettore ricorderà che alla fine dell’articolo La dinamica di Calenzano era stata avanzata un’ipotesi per certi aspetti rivoluzionaria, secondo la quale il Mostro di Firenze potrebbe non essere stato un vero e proprio lustmurderer, cioè un assassino che uccideva per libidine, ma soltanto un malvagio imitatore. L’ipotesi prendeva origine dalla constatazione che sulle scene dei crimini non c’era alcuna traccia di attività sessuale sulle vittime, né prima della morte né dopo. Adesso è chiaro quello che s’intendeva dire: è possibile che la serie omicidaria degli anni ’80 sia stata innescata proprio dalla visione di Maniac, mediante un processo di immedesimazione, favorito anche dall’attacco alla coppia in auto che richiamava il delitto di Borgo, un processo di ispirazione, il taglio del cuoio capelluto trasformato in quello del vello pilifero, e infine e più importante un processo di emulazione, dove il Mostro vero poteva aver desiderato anche per sé il successo mediatico di quello del film, le cui imprese, diffuse dai giornali, terrorizzavano l’intera città di New York.
L’ipotesi spiegherebbe bene la peculiarità di altri comportamenti del Mostro di Firenze, oltre la mancanza di libidine sulle scene dei crimini. Ad esempio, un individuo che non era preda dei tipici impulsi sessuali incontrollabili dei lustmurderer, al contrario di loro avrebbe potuto decidere razionalmente la cadenza dei propri delitti, nonché quando fermarsi, proprio come fece il Mostro di Firenze, le cui motivazioni erano evidentemente altre. A parere di chi scrive, si potrebbe pensare a un individuo frustrato nella quotidianità che cercava una rivalsa nell’uccidere e nel creare spavento nell’opinione pubblica. Quindi le mutilazioni potevano far parte di un macabro spettacolo, nel quale l'assassino esprimeva il proprio disprezzo per le donne e per tutti e con le quali accresceva l'effetto mediatico delle proprie sciagurate imprese. Si legge in un articolo del quotidiano “La Città” del 15 settembre 1985, all’indomani del delitto degli Scopeti:

Che se ne fa il mostro dei terribili trofei di morte? Il sostituto procuratore Francesco Fleury, confortato dal parere degli esperti che hanno eseguito l’autopsia sui cadaveri, spiega: “Il pube è facilmente conservabile, ma per quanto riguarda la mammella è sicuramente meno facile. Quasi impossibile… A quanto mi hanno riferito i medici legali nel seno vi sono molte parti grasse che impediscono la conservazione anche dentro un liquido”.
Alla luce di questa osservazione il magistrato avanza un’ipotesi: è possibile che il mostro non conservi i trofei. Si può pensare che dopo essersene impadronito, li getti via. Il suo gesto potrebbe essere esclusivamente uno spregio sul corpo della donna.

Chi scrive si trova in perfetta sintonia con quanto aveva ipotizzato 31 anni fa Francesco Fleury.

Addendum (3 marzo 2018). La recente messa in linea da parte di Rai Play (vedi) della registrazione della puntata di Telefono Giallo dedicata al caso del Mostro di Firenze, risalente al 6 ottobre 1987, ha portato alla luce un'informazione che si era perduta, e che riguarda l'argomento di questo articolo. Nel frammento, già sopra riportato, dell'intervento del 3 giugno 1997 di Nino Filastò al processo Vanni si legge: “di questo film avevo intravisto anch'io a suo tempo questa cosa, che cioè a dire precedeva all'inizio delle escissioni la presenza nelle sale, in una sala cinematografica cittadina, ma con riferimento solo all'ottobre dell'81”. In sostanza l'avvocato pareva attribuirsi una prima scoperta autonoma del collegamento tra Maniac e i delitti del Mostro, precedente lo stimolo ricevuto dalle ricerche di De Ghotia. Ebbene, l'intervista che concesse a Telefono Giallo, messa in onda nella puntata di cui sopra, sembra proprio dargli ragione.
Bisogna però dire che il punto di vista del Filastò del 1987 è piuttosto confuso, e Maniac è soltanto uno di cinque film che, secondo lui, il Mostro poteva aver visto prima di commettere uno dei suoi duplici omicidi. In sostanza Filastò, partendo dal dato di fatto che nel 1968 nel cinema di Signa dove erano entrati Barbara Locci e Antonio Lo Bianco trasmettevano un film con elementi sadico-sessuali, Nuda per un pugno d'eroi, immaginava che il Mostro, entrato come ultimo spettatore appena dopo la coppia, se ne fosse lasciato stimolare a uccidere. Era poi andato alla ricerca di altri film a contenuto analogo proiettati nelle sale del fiorentino nei giorni precedenti gli altri delitti, trovando La notte dei generali per Borgo, Schizoid per Scandicci, Maniac per Calenzano e infine Nightmare per Scopeti. Di Maniac aveva anche colto l'elemento più intrigante, quello dello scalpo, senza però considerarlo un suggerimento, ma soltanto una similitudine di tipo feticistico, anche perché il Mostro avrebbe visto il film dopo aver già mutilato Carmela De Nuccio.
La teoria del Filastò del 1987 appare poco logica e molto fantasiosa, per vari motivi sui quali non vale la pena indugiare. Tra l'altro non è vero che Nightmare inizia con l'assassino che taglia una tenda con il coltello, come afferma l'avvocato nell'intervista. Si vede invece in una brevissima sequenza la mano artigliata di Freddy Krueger mentre lacera una stoffa della cui funzione nulla è possibile dire. In ogni caso il cenno a Maniac di Filastò a Telefono Giallo nulla toglie al merito di De Ghotia nell'essere stato il primo ad aver ipotizzato l'influenza del film sul Mostro in forma plausibile, e soprattutto prima della prima mutilazione. Semmai il rimpianto forumista, durante le sue ricerche d'archivio, potrebbe aver colto un suggerimento nella recensione di Ranieri Polesi del 30 agosto 1981.

venerdì 9 dicembre 2016

La dinamica di Baccaiano (1)

Era quasi la mezzanotte di sabato 19 giugno 1982 quando Adriano Poggiarelli e Stefano Calamandrei, due giovani che stavano transitando lungo la buia via Virginio Nuova per raggiungere Baccaiano – una frazione del comune di Montespertoli – notarono sulla loro destra un’auto finita fuori strada, le ruote anteriori sulla banchina e le posteriori dentro il canaletto laterale di scolo, quindi inclinata con la coda in basso (come mostra la foto seguente, si tenga presente però che la portiera destra era chiusa).


Pareva la scena di un incidente stradale, ma in un primo momento, visti i fari spenti e l’assenza di persone all’intorno, i due non si fermarono. Arrivati in paese e trovato deserto il bar dove erano diretti, presi da uno scrupolo decisero di tornare indietro, raggiungendo il luogo del presunto incidente dopo appena qualche minuto dal precedente passaggio. Il tempo di scendere a terra e furono raggiunti, con provenienza dalla direzione opposta, da una coppia di fidanzati, Concetta Bartalesi e Graziano Marini, anch’essi insospettiti dall’auto fuoristrada e anch’essi tornati indietro a controllare.
Quasi immediatamente i quattro giovani si resero conto che quella non era la scena di un incidente stradale. Dietro il vetro in frantumi del finestrino anteriore sinistro un ragazzo respirava a fatica, seduto alla guida con il busto appoggiato alla spalliera inclinata, mentre sul divanetto posteriore sedeva una ragazza priva di conoscenza. Ma, soprattutto, c’era un buco sul parabrezza, al quale Bartalesi e Marini associarono gli schiocchi che avevano udito provenire dal posto poco prima del loro precedente transito. Intuendo che c’era stata una sparatoria, presi dal panico i quattro corsero a telefonare ai Carabinieri e al Pronto Soccorso, lasciando la scena del crimine incustodita. Dopo quindici, venti minuti iniziò ad arrivare gente, e poi l’ambulanza.
Entrati nell’abitacolo attraverso la portiera del passeggero forzata con il piede di porco in dotazione, i paramedici constatarono il decesso della ragazza, mentre estrassero il ragazzo incosciente ma vivo. Purtroppo però non c’era più nulla da fare neppure per lui: giunto in ospedale in coma irreversibile, otto ore più tardi morì.
Antonella Migliorini e Paolo Mainardi, 20 e 22 anni, fidanzati da tempo, avevano trascorso la serata a cena da un amico di famiglia, l’ultimo ad averli visti vivi, per poi uscire, attorno alle 22.30, a bordo della loro Fiat 147, una 127 economica a due porte costruita in Brasile. Si erano appartati quasi subito in un piccolo spiazzo erboso a fianco di un lungo rettilineo su una provinciale di medio scorrimento, via Virginio Nuova, a un chilometro circa da Baccaiano. A parte il lato d’ingresso il posto era circondato da fitti cespugli, quindi assicurava una ragionevole protezione da sguardi indiscreti, ma non era troppo isolato, rimanendo l’auto comunque ben visibile dalla strada. A detta degli amici intervistati nei giorni successivi, Antonella aveva terrore del Mostro, e sembra logico ritenere che la scelta di un luogo con simili caratteristiche fosse dovuta proprio a quello.
Purtroppo la loro accortezza non risultò sufficiente.

Un complicatissimo scenario. La ricostruzione della dinamica del delitto ha presentato da sempre notevoli problemi, sia per la sua intrinseca complessità dovuta allo spostamento dell’auto durante l’azione, sia per l’intervento dei paramedici che soccorsero Paolo, i quali fecero quel che andava fatto ma alterando in modo irrimediabile la scena del crimine. La presenza al suo interno di bossoli e frammenti di vetro attesta senza dubbio alcuno che l’attacco era iniziato sulla piazzola antistante, dove la 147 sostava con il muso rivolto verso i campi e la coda verso la strada. Così l’aveva vista Francesco Carletti, che vi era passato davanti attorno alle 23.40. Pochi minuti dopo, quando erano transitate le auto dei due amici e dei fidanzati, la 147 si trovava dalla parte opposta con le ruote posteriori nel fosso, dove evidentemente era finita a marcia indietro. La figura sottostante schematizza lo scenario e l’azione.


I pallini rossi indicano i nove bossoli, contrassegnati da lettere dell’alfabeto che non vogliono indicare alcuna sequenza temporale. Le lettere “F”, “G”, “H”, “I” replicano quelle utilizzate dalla Scientifica così come si evince dalle foto sottostanti. La seconda immagine è costituita dall’accostamento di due fotogrammi televisivi di un filmato non noto a chi scrive, pubblicata su Calibro 22, dove si vedono tutti e quattro i bossoli ritrovati sull’asfalto, di cui “F” dalla parte della piazzola. Riguardo invece quelli ritrovati in piazzola, dei quali non sono emerse foto, da Storia delle merende infami si apprende che “A”, “B” e “C” erano tutti vicini, a 11 metri dalla ruota anteriore destra della 147 presa come punto di riferimento nella relazione della Scientifica, mentre “D” era a 10 metri.
Il bossolo “X” fu raccolto all’interno dell’auto, sul tappetino posteriore destro.

 
 

Sui proiettili repertati si sa poco – nella perizia Arcese-Iadevito si parla di sei frammenti e di una “parte” – mentre sono esaurienti le descrizioni delle ferite.


Antonella fu colpita due volte alla fronte: il proiettile “A”, non mortale, attraversò la cute e fuoriuscì, mentre il proiettile “B” la prese frontalmente penetrando nella cavità cranica e uccidendola. Varie escoriazioni e piccole ferite, delle quali la più importante lacero-contusa al naso con fratture delle ossa (“C”), furono dovute ai frammenti di vetro del finestrino infranto (perizia De Fazio: “Sul cadavere sono state anche riscontrate piccole escoriazioni multiple e piccole ferite da taglio sparse riferibili all'azione dei frammenti del cristallo frantumato”).
Va segnalata infine un’ecchimosi a una gamba – quasi certamente la destra – nelle vicinanze del piede.


Paolo fu colpito da quattro proiettili: “A” alla spalla sinistra con ingresso da dietro, “B” alla tempia sinistra con ingresso sopra e dietro l'orecchio e attraversamento dell’encefalo (l’unico mortale), “C” all’orecchio sinistro, non penetrato e rimbalzato in basso verso la mandibola, “D” alla punta della mandibola, sulla sinistra e dal basso in alto, con fuoriuscita dallo zigomo sinistro. Anche in questo caso la perizia De Fazio parla di piccole ferite da frammenti di vetro, in particolare nella zona della tempia e dell’orecchio sinistri. In più furono osservati lividi e abrasioni sul tronco e agli arti superiori.
Né Antonella né Paolo avevano addosso ferite d’arma bianca.


Ai sei proiettili che raggiunsero le vittime ne vanno aggiunti due che colpirono i fari anteriori della 147, sparati ad auto già fuoristrada poiché i relativi frammenti di vetro furono ritrovati lì sotto, mentre al foro sul parabrezza probabilmente corrisponde una delle ferite già descritte. Per pareggiare i conti con i nove bossoli ne manca uno, quindi: più avanti vedremo dove andò a finire.
Ulteriori elementi da tenere in considerazione riguardano l’auto. Il cambio era in retromarcia e il freno a mano inserito solo in parte. Le ruote anteriori erano sterzate verso destra, in una posizione ben compatibile con lo spostamento ad arco di cerchio della vettura. Lo sportello lato passeggero era bloccato dall’interno, quello di guida no, quantomeno così l’aveva trovato la Scientifica. Ma vedremo che con tutta probabilità era bloccato anche quello, e la relativa sicura si era sollevata nel momento in cui un soccorritore aveva tirato la maniglia dall’interno. All’intervento del medesimo soccorritore si deve anche il sedile di guida semireclinato, in origine in piedi come quello del passeggero. Infine le chiavi, che, furono trovate nel campo dietro l’auto in una posizione purtroppo non ben precisata.
Sul sedile posteriore della 147 venne recuperato l’orologio di Antonella con il cinturino privo di una delle due maglie di giunzione, rinvenuta in ospedale tra i capelli di Paolo, “arcuata e deformata(De Fazio). Dal pavimento fu invece raccolto un profilattico annodato contenente sperma, e di sperma era sporco un fazzoletto di carta anch’esso trovato in macchina.

La ricostruzione ufficiale. Nella sentenza di primo grado contro Pacciani è riassunta la ricostruzione ufficiale:

[…] il ragazzo, forse già ferito, ma non mortalmente, dai colpi di arma da fuoco, era riuscito a mettere in moto l'auto e ad inserire la retromarcia, abbandonando la piazzola sterrata, cercando di immettersi sulla strada provinciale. Non vi era purtroppo riuscito perché l'omicida lo aveva inseguito esplodendo contro lui e la ragazza una serie di colpi che avevano ucciso quest'ultima, trovata seduta nella parte posteriore dell'auto, e ferito mortalmente lui. A macchina ferma l'omicida aveva sparato due colpi contro i fari anteriori; aveva poi danneggiato con un oggetto metallico e a punta i fanalini di posizione anteriori, sfilando anche le chiavi dal cruscotto.

La ragionevole anche se grossolana dinamica presuppone dunque che fosse stato Paolo Mainardi, sorpreso alla guida e forse ferito, a tentare la fuga, finendo per incagliarsi nella fossa sul lato opposto della strada dove il Mostro avrebbe terminato la sua azione di morte. Ma chi all’epoca fu incaricato di ipotizzare una ricostruzione (forse Arcese e Iadevito con l’aiuto di Maurri) dovette far fronte a non pochi dubbi, come appare evidente da quanto ne scrisse De Fazio un paio d’anni dopo.

Delle tre ricostruzioni proposte dai Periti medico-legali, nella perizia eseguita nell'83, la terza appare per alcuni versi la più convincente, in quanto esplicativa del fatto che il Mainardi, quando fu attinto dai colpi di arma da fuoco, si trovasse sul sedile anteriore, al posto di guida: tale ricostruzione implica infatti che il primo colpo sia stato sparato contro il parabrezza e possa essere quindi uscito dal finestrino dello sportello di sx., il cui vetro sarebbe quindi stato frantumato dall'interno, e che poi vi siano stati da un canto gli spostamenti e le manovre del Mainardi per mettere in moto l'auto, dall'altro lo spostamento dell'omicida nel fianco sx. dell'auto, per sparare all'interno di questa, in rapida successione, i colpi che hanno attinto le due vittime, mentre l'auto si muoveva in retromarcia lentamente in quanto verosimilmente era innestato il freno a mano, e l'omicida si teneva a contatto dell'auto, forse appoggiato a questa correndole a fianco e sparando i colpi in rapida successione.

Si capisce subito che i periti dovettero aver combinato un gran pasticcio, nelle loro tre versioni, se De Fazio ne privilegiò una che già partiva male, con un improbabile primo colpo verso il parabrezza il cui bossolo avrebbe dovuto trovarsi isolato in mezzo ai cespugli davanti all’auto. E non era lì. 


Vedremo che l’errore sarebbe stato ripetuto da altre ricostruzioni, alternative a quella ufficiale. Pur senza menzionare il problema del bossolo, De Fazio respinse l’ipotesi, confermando però la posizione di Paolo alla guida.

Tale interpretazione contrasta tuttavia col reperto di minute e numerose escoriazioni in zona temporo-auricolare sx. evidentemente prodotte da frammenti di vetro, proiettatisi quindi all'interno dell'auto, verosimilmente in un momento in cui il Mainardi si trovava al posto di guida, ovvero sul sedile posteriore con la testa protesa in avanti, forse nell'atto di protendere il braccio verso la parte anteriore dell'auto. Vi è un particolare che non è stato tenuto in considerazione nella ricostruzione dinamica dei fatti: l'orologio della Miglìorini è stato trovato sul sedile posteriore dell'auto, col cinturino libero ad una estremità, in quanto mancante della barretta che la tiene fissa al corpo dell'orologio; tale barretta è stata rinvenuta, arcuata e deformata, tra i capelli del Mainardi, da uno dei medici dell'ospedale in cui fu ricoverato.
Appare quindi verosimile che il polso sinistro della Migliorini si trovasse, nel momento in cui fu infranto il vetro dello sportello sx., a contatto con i capelli del Mainardi, e come appoggiato sul suo capo, in modo da essere investito da parte delle scheggie di vetro, una delle quali verosimilmente ha deformato e liberato la barretta che poi è stata trovata tra i capelli dell'uomo. Tale circostanza diviene possibile ove si ipotizzi non già la vicinanza della coppia per effusioni (non si capisce infatti in quale posizione reciproca potessero trovarsi le due vittime secondo tale ipotesi), ma una situazione diversa, forse di all'erta, in cui l'uomo si trovava seduto al posto di guida e la donna, forse per l'istintiva ricerca di un contatto rassicurante, si protendeva dal sedile posteriore cingendo con la mano sinistra il capo del compagno.

Le osservazioni di De Fazio sui frammenti di vetro e sull’orologio di Antonella sono molto acute, e senz’altro condivisibili. Ma anche lui non affrontò il vero problema di ogni ricostruzione che avesse collocato Paolo Mainardi al posto di guida: i soccorritori intervenuti dopo mezz’ora lo avevano trovato a sedere sul divanetto posteriore.

Paolo Mainardi seduto dietro. Nelle ore immediatamente successive al delitto, la notte stessa, furono interrogati i quattro ragazzi che per primi si erano fermati accanto alla 147. Tutti dichiararono di aver visto Paolo Mainardi sul sedile di guida. D’altra parte anche le macchie di sangue indicavano la stessa cosa. In un documento redatto dal Pubblico Ministero alle 2 di notte si poteva leggere: “Gli ufficiali di P.G. presenti riferiscono che, sul sedile anteriore di guida, in base a dichiarazioni assunte in loco, era adagiato il corpo di un giovane identificato in Mainardi Paolo”. Si può immaginare lo sconcerto degli inquirenti quando, uno o due giorni dopo, interrogarono i quattro soccorritori, i quali dichiararono all’unisono di aver trovato Mainardi seduto dietro. Si trattava di un adulto, Lorenzo Allegranti, che guidava l’ambulanza, e tre ragazzi neppure maggiorenni (Silvano Gargalini, Marco Martini e Paolo Ciampi - EDIT: in realtà Gargalini aveva 29 anni, come mi è stato fatto notare dal lettore Pardo), tutti volontari della Croce d’Oro di Montespertoli. Nell’articolo La sentenza CdM e Baccaiano (paragrafo: “Secondo e terzo riscontro”) sono già state evidenziate le enormi pressioni di chi li aveva interrogati affinché cambiassero versione, tanto da ottenere che Martini, dopo tre ore e mezza di eroica resistenza, firmasse quel che volevano: “Non sono in grado, invece, di precisare l'esatta posizione del corpo del Mainardi in origine in quanto, al momento del mio intervento, il corpo stesso era già stato spostato dal mio collega”. Ma in precedenza a “Paese Sera” (21 giugno) il ragazzo aveva dichiarato: “Ricordo benissimo che, per togliere il corpo di Paolo dalla macchina, abbiamo dovuto spostare in avanti i sedili anteriori. Lui stava seduto accanto ad Antonella su quelli posteriori”.
Il problema fu presto dimenticato, anzi, probabilmente già De Fazio non ne fu messo al corrente, considerando che nella sua perizia non se ne fa menzione. Anche al processo Pacciani non si sentì parlare dei quattro soccorritori. Fu Nino Filastò, nell’intento di confutare le dichiarazioni di Giancarlo Lotti, a chiamarli a deporre al processo Vanni (vedi qui: Allegranti, Gargalini, Martini, Ciampi). Ebbene, tutti, compreso chi suo malgrado aveva firmato verbali compiacenti (Martini e Ciampi) furono concordi nel dichiarare che Paolo Mainardi era seduto dietro. Chi ha letto l’articolo poco sopra citato sa già come andò a finire: i giudici non si impressionarono affatto e si voltarono dall’altra parte.
Eppure le parole soprattutto di Martini e Gargalini furono efficacissime nel dimostrare il primo le pressioni subite all’epoca e nel raccontare il secondo le manovre di soccorso. A entrare in auto erano stati lui avanti e Martini dietro, ed entrambi avevano sollevato il ferito passandolo a Ciampi e Allegranti che erano fuori. Per una serena valutazione del loro operato si tenga presente che si trattava di volontari giovanissimi – a parte l’autista – addirittura al loro primo intervento, quindi è comprensibile che il servizio svolto non fosse stato perfetto, per l’inesperienza e soprattutto per l’emozione.
Va segnalato, ad esempio, l’inutile scardinamento della portiera destra. Mentre Gargalini constatava che la portiera del passeggero era bloccata Martini tentava di aprire quella di guida, trovando bloccata anch’essa, quasi sicuramente per la levetta della sicura abbassata, tanto è vero che lo stesso Gargalini poi l’aprì facilmente dall’interno usando la maniglia (“gli sportelli forzavano e non si aprivano, oppure era chiusa. Io, questo, in particolare, non lo so. Io so che, dalla parte di là, l'ho forzata; dalla parte di là ho tirato la maniglia dall'interno e si è aperto lo sportello”). Non è ben chiaro in quale momento Gargalini avrebbe aperto la portiera di guida, che fu trovata effettivamente senza sicura, ma chiusa. Forse fu lui stesso a richiuderla, o forse qualcuno dall’esterno, anche semplicemente appoggiandovisi sopra.
Proviamo in ogni caso a sintetizzare il racconto di Gargalini con l’aiuto di qualche foto ricostruttiva, ripresa a bordo di una vera Fiat 127. Purtroppo nell’orario in cui il demolitore ha concesso l’uso dell’auto non era disponibile una figura femminile, quindi il lettore dovrà metterci un po’ d’immaginazione.


Una volta scardinata la portiera destra, Gargalini si sporse verso Antonella e ne verificò la morte (“la donna dietro lì, al lato destro, tasto il polso, tasto la carotide: non c'era segni di vita”). Poi cercò di tirare su il sedile del passeggero per accedere al vano posteriore e compiere la medesima verifica su Paolo, ma non trovò la leva di sblocco (“quei sedili, di solito, ci vuole una leva per tirarla. Io non la trovavo, con la furia”). A dire il vero la leva era in una posizione di facile accesso, sul lato esterno della spalliera, ma evidentemente il ragazzo la cercò in basso, dove invece si trovava quella per regolare l'inclinazione dello schienale.


Visto che non riusciva ad alzare il sedile del passeggero, il ragazzo entrò posizionandosi sull’altro (“io sono salito sul sedile, allora,  a questo punto, a sinistra”), senza però riuscire ad arrivare a Paolo (“non arrivando a fare quello che dovevo fare”). Si tenga presente che il sedile in foto era tutto indietro e non scorreva, quindi in realtà lo spazio tra soccorritore e ferito poteva essere maggiore.
 

Gargalini decise quindi di reclinare la spalliera con la leva in basso (“Ho reclinato il sedile di dietro, per poter arrivare meglio alla persona”).


Verificato che Paolo era ancora vivo, Gargalini uscì e cercò ancora una volta di trovare la leva di sblocco dei sedili, finalmente riuscendovi. Quindi i due sedili furono basculati in avanti e lui entrò nel vano posteriore iniziando le manovre di estrazione. A seguire entrò anche Martini, mentre Ciampi e Allegranti erano fuori sul lato destro dell’auto in attesa di prendere il ferito.
I sedili furono poi rimessi al loro posto, non si sa bene da chi e quando, probabilmente dalla Scientifica. Nella foto sottostante si vede bene quello del passeggero abbassato mentre quello di guida sembrerebbe ancora basculato in avanti. In altra foto risulta invece abbassato.


A questo punto appare evidente che i quattro soccorritori non potevano essersi sbagliati asserendo di aver trovato Paolo seduto dietro. Per quale motivo, infatti, si sarebbero inventati una manovra così articolata e del tutto plausibile? È altrettanto evidente l’ottusità degli inquirenti dell’epoca e dei giudici del processo Vanni nel non voler credere alle loro parole.

La ricostruzione di Filastò. Persa la battaglia in tribunale, nel libro Storia delle merende infami l'indomabile Nino Filastò propose in seguito la propria personalissima ricostruzione, secondo la quale Paolo Mainardi non sarebbe stato sorpreso al posto di guida, ma sul divanetto posteriore, dove la coppia aveva fatto l’amore e forse ancora stava per farlo. Il Mostro, dopo aver sparato i primi colpi in piazzola credendo di aver ucciso entrambi i ragazzi, si sarebbe messo al volante alla ricerca di un posto più riparato dove portare a termine l’ambita mutilazione. Durante il percorso a marcia indietro però Antonella, ancora viva, si sarebbe agitata costringendolo a sparare e facendogli perdere il controllo dell’auto finita in fossetta, con il tentativo di ripartenza impedito dalle ruote anteriori motrici prive di aderenza.
I punti deboli di questa artificiosa ricostruzione sono innumerevoli, qui conviene limitarsi solo ai principali. Che la coppia avesse scelto i sedili dietro per fare l’amore è assurdo. Già riesce difficile credere che i ragazzi si sarebbero chiusi in trappola sul sedile posteriore, per di più di un’auto a due porte, per di più con Antonella che aveva paura del Mostro. Sarebbe successo due anni dopo a Vicchio, ma Pia Rontini e Claudio Stefanacci probabilmente contavano sul fatto che il Mostro fosse in galera, e inoltre furono sorpresi in una fase preparatoria, quando ancora non avevano finito di preparare l'ampio giaciglio che, tramite smontaggio dello schienale posteriore, la loro Panda metteva a disposizione.
Ma a rendere del tutto impossibile l’ipotesi di Filastò sono le dimensioni del divanetto posteriore: 128 cm di larghezza e 45 di profondità. Le due foto sottostanti, con protagonista una persona di altezza media (1.75), lo dimostrano con chiarezza (purtroppo la prima è stata rovinata dai riflessi del sole sul parabrezza molto sporco).

 

Chi scrive non ha trovato una fonte diretta, è comunque diffusa la convinzione che i due ragazzi fossero piuttosto robusti. Ad esempio di Paolo “ragazzone robusto” si legge in Il Mostro di Firenze di Cecioni e Monastra, mentre per Wikipedia addirittura sarebbe stato alto quasi due metri. Di Antonella che sarebbe pesata 90 kg si legge invece nel documento di De Gothia che a breve andremo a trattare. I quasi due metri e i novanta chili saranno senz’altro delle esagerazioni, in ogni caso si può ragionevolmente escludere per entrambi una costituzione particolarmente minuta.
Come abbiamo già visto, l’auto era dotata di molto più comodi sedili reclinabili, del resto previsti proprio per situazioni del genere, ai quali non si comprende davvero il perché Antonella e Paolo avrebbero dovuto preferire il divanetto posteriore. Rimane da spiegare la posizione di Antonella: perché era dietro? Vedremo nella seconda parte dell’articolo una logica spiegazione.
Ma se anche la coppia avesse adottato strane posizioni da kamasutra sul divanetto posteriore, a dimostrare che al momento dell’attacco Paolo era seduto davanti intervengono due fattori decisivi: il vetro anteriore andato in frantumi – i cui frammenti ferirono la faccia di entrambi – e le copiose macchie di sangue rinvenute sul sedile di guida, attribuite con troppa disinvoltura da Filastò alla fase di soccorso. In quel frangente il sedile era basculato in avanti, quindi al massimo un pur imponente fiotto di sangue lo avrebbe macchiato sul retro. In ogni caso la presenza di una strisciata lungo la portiera, lo vedremo a tempo debito, dimostra che il ragazzo aveva sanguinato a lungo mentre si trovava sul sedile anteriore.
Risulta inoltre poco ragionevole che il Mostro avesse deciso di spostarsi dalla piazzola, dove la vegetazione all’intorno risultava più che sufficiente ai suoi scopi: bastava trascinare il corpo di Antonella per appena un paio di metri e nessuno lo avrebbe visto mentre la mutilava. D’altra parte andare in giro con un’auto dal vetro anteriore sinistro infranto, il parabrezza forato da una pallottola e due cadaveri a bordo certamente non sarebbe stato un buon sistema per diminuire i rischi di essere colto sul fatto.
Va infine segnalata un’ultima gravissima incongruenza che riguarda i due bossoli raccolti tra la piazzola e la strada (“D” e “F”), poiché la loro posizione, nell'ambito della dinamica proposta da Filastò, presupporrebbe che lo sparatore fosse uscito dall’auto incastrata nel fosso e avesse attraversato nuovamente l’asfalto per sparare da lontano: a quale scopo e verso quale bersaglio?

Altre ricostruzioni. Quella di Filastò non è certo l’unica ricostruzione alternativa che riconosce valide le testimonianze dei soccorritori. Anche il compianto Mario Spezi in Dolci colline di sangue ne abbozzò una, ad esempio. Paolo sarebbe stato sì sorpreso alla guida, ma, una volta rimasto bloccato nel fosso, sarebbe stato spostato sul divanetto posteriore dal sopraggiunto Mostro che poi avrebbe preso il volante per portarsi in un luogo riparato ove effettuare l’escissione. Le ruote però avrebbero girato a vuoto, costringendolo a rinunciare. Come la classica coperta troppo corta, la dinamica proposta da Spezi elimina qualche problema rispetto a quella di Filastò ma ne introduce altri, il primo dei quali è l’estrema difficoltà – se non addirittura l’impossibilità – dello spostamento di un corpo inanimato dal vano anteriore a quello posteriore nell’angusto abitacolo dell’utilitaria. E poi, perché tanta fatica quando sarebbe bastato lasciarlo scivolare a terra nel fosso?
Nelle lunghe discussioni in rete sono stati abbozzati altri tentativi di ricostruzione, e in due casi sono nati dei documenti che adesso circolano tra gli appassionati. Il primo a provarci fu il mitico De Gothia con La notte dei salami, uno scritto arguto e piacevole dove però si sommano vari errori e inverosimiglianze che il lettore può scoprire da sé. Va comunque riconosciuto al compianto padre dell’ipotesi Maniac di aver notato ed evidenziato un particolare importante scoperto su una foto della 147 scattata dopo il trasporto in una caserma dei carabinieri di Signa: delle macchie di sangue sul longherone esterno sinistro, ormai note sui forum come “colature di De Gothia”. Tra poco ne tratteremo, giungendo però a conclusioni del tutto differenti da quelle del loro scopritore.
Partendo dalle citate colature integrate con una misteriosa macchia di sangue sull’asfalto vista in un filmato dell’epoca, un forumista noto come Accent ha proposto un’incredibile ricostruzione dal titolo Il Mostro e la legge di Murphy (ne esistono due versioni, con la seconda che cerca di eliminare qualche grave difetto della prima). Il tentativo è interessante per alcuni dati raccolti – anche inediti, come quelli sulle caratteristiche dell’auto – e da ammirare è la grande fantasia con cui l’autore ha cercato di far quadrare i conti, ma il tutto è terribilmente artificioso, e il risultato finale è pessimo. Ecco un breve campionario delle ingegnose invenzioni contenute nel documento e di qualche loro punto debole.
Secondo Accent a far muovere l’auto in retromarcia sarebbe stato il motorino di avviamento azionato da Antonella. Dopo un primo tentativo di Paolo seduto accanto a lei sul divanetto posteriore, neutralizzato dai primi spari del Mostro, la ragazza si sarebbe gettata sulla chiave di accensione girandola per tentare la fuga. Si può già osservare che l'azione, al di là della sua inverosimiglianza – a chi sarebbe venuta in mente in quel contesto di massima sorpresa e spavento, per di più confidando che fosse innestata la retromarcia? – risulta con tutta probabilità anche impossibile. Se davvero i due ragazzi avevano scelto il divanetto per fare l'amore, per farsi un minimo di spazio avrebbero almeno basculato in avanti i sedili anteriori, con il che la chiave di accensione sarebbe risultata inaccessibile.
Ma andiamo avanti. Secondo Accent il Mostro  avrebbe inseguito l'auto che singhiozzava a marcia indietro riuscendo a colpire Antonella di striscio alla fronte attraverso il parabrezza. Ad auto ferma avrebbe quindi ingaggiato una strenua lotta con la disgraziata fino a colpirla con un pugno al naso provocandole la ferita di cui si è già detto (che però era lacero-contusa, quindi poco compatibile con un pugno). Dopo aver finito Antonella con un proiettile, sarebbe poi entrato per togliere l'auto dalla strada – è a questo punto, con l'apertura della portiera, che viene collocata la formazione delle colature e della macchia sull'asfalto – ma la poca conoscenza del mezzo e l'eccitazione lo avrebbero fatto finire in fossetta. A questo punto si immagina un infruttuoso tentativo di ripartenza – però assai improbabile, vista la posizione del cambio ritrovato in retromarcia, del freno a mano in parte tirato e delle ruote girate a destra – e gli spari ai fari. Ma tutte queste azioni condotte sulla strada non sarebbero potute avvenire nei tempi ristrettissimi, dell'ordine del minuto o due, che il Mostro aveva avuto a disposizione tra un passaggio di auto e un altro, lo vedremo più avanti.
Qualche parola infine sulla ricostruzione più ambiziosa e recente, pubblicata da Valerio Scrivo nel libro Il Mostro di Firenze esiste ancora. Il tentativo di conciliare la posizione di Paolo sul sedile anteriore a inizio attacco con  quella sul sedile posteriore rilevata dai soccorritori è lodevole, ma purtroppo anche macchinoso e pieno di punti deboli, dei quali qui si evidenziano soltanto i principali.
La sparatoria viene divisa in tre fasi. Inizialmente vengono esplosi i tre colpi corrispondenti ai bossoli raccolti in piazzola (“A”, “B” e “C”): il primo infrange il vetro senza colpire nessuno, il secondo colpisce la spalla di Paolo che comunque riesce a partire, il terzo, ad auto in movimento, attraversa il parabrezza e provoca la ferita di striscio alla fronte di Antonella. Come è facile intuire, passando dal primo colpo al terzo, la canna della pistola avrebbe dovuto cambiare direzione, da laterale a frontale in rapporto all’auto (gli angoli della traiettoria sulla superficie dei due vetri non avrebbero potuto essere troppo lontani dai 90 gradi, altrimenti il proiettile sarebbe scivolato via, soprattutto sul duro e già inclinato parabrezza). Però i tre bossoli erano vicini tra loro, indice di una canna rimasta più o meno ferma. Infine puzza la coincidenza di un proiettile sparato contro il parabrezza dell’auto in movimento che colpisce proprio la fronte della ragazza seduta dietro, per di più dall’altra parte rispetto al foro sul vetro. In ogni ricostruzione bisogna sempre diffidare dei colpi fortuiti, anche se in qualche caso possono certo esserci stati. In realtà vedremo che questo fu sparato mirando e colpendo la testa di Paolo.
Nella seconda fase immaginata da Scrivo vengono esplosi i due colpi contro i fari, corrispondenti ai bossoli raccolti tra piazzola e asfalto (“D” e “F”). Qui torna poco sia la mira dello sparatore, che a distanza di vari metri e non da fermo (i due bossoli erano lontani tra loro, indice di movimento) colpisce con precisione i fari che per di più lo stavano abbagliando, sia la motivazione: con le vittime ancora vive, perché sprecare due delle sei cartucce residue per abbuiare i fari? In realtà anche questi due colpi furono sparati a contatto, e i bossoli corrispondenti non sono certo i due immaginati da Scrivo.
La ricostruzione che si concretizza nella terza fase è la più macchinosa di tutte, e non potrebbe essere altrimenti, visto che si propone di spiegare lo spostamento di Paolo, l’enigma massimo. Ad auto incastrata nella fossa, il Mostro impone al ragazzo di uscire e passare sui sedili posteriori, ma, ancora prima che si sieda, gli spara tre colpi alla testa facendolo accasciare dove sarebbe stato soccorso (bossoli “I”, “G”, “H”). Infine con l’ultima cartuccia, mettendo la mano dentro l’abitacolo, dà il colpo di grazia ad Antonella ancora viva (bossolo “X”). Tutto questo perché vuole mettersi alla guida e spostare l’auto da lì, forse riportandola nella stessa piazzola, per ritardare la scoperta del delitto e quindi raggiungere a piedi con maggior tranquillità la propria auto parcheggiata lontano. Ma davvero il Mostro si sarebbe preoccupato per una improbabilissima caccia all’uomo organizzata in quattro e quattr’otto? In effetti, se mai ci fu, sappiamo bene che l’ipotizzato tentativo di ripartenza non andò a buon fine, ma non si assistette a nessuna caccia all’uomo, tantomeno immediata.
Si può poi ripetere la considerazione già fatta per la finestra temporale minima: mentre il Mostro avrebbe minacciato Mainardi per costringerlo a uscire stavano avvicinandosi le auto dei due amici e dei fidanzati. Vedremo nella seconda parte quanto stretti furono i tempi dall’uscita di strada della 147 alla fermata di Poggiarelli e Calamandrei, tanto che risulta fuori luogo immaginare qualsiasi azione complessa da parte del Mostro in quei frangenti.
In ogni modo ad affossare del tutto l’ingegnosa ipotesi di Scrivo sono i bossoli, gli impietosi censori di ogni ricostruzione artificiosa: “I”, “G” e “H”, con lo sparatore nella posizione da lui immaginata, avrebbero dovuto finire in mezzo ai campi, come mostra la figura sottostante, e invece furono ritrovati sulla strada, davanti al muso dell’auto.


Comunque tutte le ricostruzioni elaborate, compresa quella ufficiale, soffrono di un grosso inconveniente: non riescono a conciliare la testimonianza dei ragazzi intervenuti per primi, secondo la quale Paolo Mainardi era al posto di guida, con quella dei paramedici arrivati poco dopo che invece lo trovarono seduto dietro, e dunque costringono gli ideatori a rifiutare una delle due. Vedremo che l’apparentemente impossibile conciliazione è invece possibile, ma prima è necessario mettere i cosiddetti puntini sulle i riguardo alcune importanti questioni.

Segue