Una volta buttata nel cestino la ricostruzione di
Innocenzo Zuntini (vedi),
comprese alcune asserzioni atte a far tornare i suoi conti sbagliati (in primis: proiettile sulla slitta del
sedile di destra e direzione destra-sinistra dei due finiti sulla
spalliera di guida), la pur complessa dinamica del delitto di Borgo San Lorenzo
può essere ricostruita in modo soddisfacente.
Dopo aver lasciato la sorella davanti a una discoteca
Pasquale passò a prendere Stefania vicino casa, a Pesciola: erano le 21.15. Pochi
minuti dopo la coppia fu vista per l’ultima volta mentre transitava attraverso un
passaggio a livello in direzione del luogo del delitto, dove era solita appartarsi. In quel periodo i ragazzi erano in crisi, le vacanze estive
avevano portato motivi di gelosia e ripensamento tanto da far loro decidere di vedersi
soltanto al sabato, quindi si può immaginare che dentro l’auto si fosse
discusso a lungo e anche in modo animato (i fazzolettini di carta ritrovati sul
pavimento e in una scarpa di Pasquale fanno ipotizzare il pianto di entrambi). All’avvicinarsi
dell’ora di partenza – Pasquale si era accordato con la sorella per passare a
riprenderla a mezzanotte – i dissidi furono messi da parte, almeno per il
momento. Proprio allora avvenne l’attacco, e non si trattò di un caso, essendo
molto difficile la coincidenza di un assassino capitato sul posto esattamente in
quei minuti. È da presumere invece che fosse lì da tempo, nascosto dal buio e
dalle piante, avesse assistito alle discussioni e si fosse deciso a uccidere forse proprio
per impedire una riconciliazione. Si tratterebbe di un comportamento mai più rilevato
nei delitti successivi, e che, assieme ad altri, potrebbe indicare un legame
con la vittima femminile – anche soltanto unilaterale – caratterizzato da
gelosia e bisogno di possesso.
I colpi di pistola.
Quando l’aggressore iniziò a sparare attraverso il finestrino anteriore
sinistro, i ragazzi stavano ultimando i preparativi per un contatto fisico,
probabilmente a luce accesa. Stefania era supina sul sedile del passeggero già
reclinato, Pasquale sedeva alla guida, in procinto di abbassare il
proprio. Entrambi erano in slip. Conosciamo l’ora dell’attacco, attorno alle
23.45, quando una coppia di coniugi, transitata all’altezza del posto sulla
vicina via Ponte d’Annibale, udì due colpi di pistola (la loro testimonianza è
riportata da La Nazione del 25
settembre, con tanto di avallo dell’allora capitano dei carabinieri Olinto
Dell’Amico, incaricato delle indagini sul campo). Anche se già inserita nel
precedente articolo, si riporta qui l’immagine con le cinque ferite di Pasquale
elencate dalla perizia Zuntini; va detto però che in quella Arcese-Iadevito uno dei due proiettili che colpì il braccio sinistro non fu passante. Infine per De Fazio c’era un colpo in più, lo vedremo.
Il vetro del finestrino si frammentò – in foto è stato
abbassato per eliminare deleteri riflessi – rimanendo in sede e oscurando la
visuale interna; di conseguenza l’aggressore fu costretto a una pausa nella
sequenza di sparo. Mentre lui cercava di togliere qualche frammento di vetro,
forse con l'aiuto della pistola, forse dando un pugno, Pasquale si ritirò spaventato verso la parte opposta, dove mise in atto un
tentativo di uscire dall’abitacolo abbassando la maniglia e quindi sbloccando
almeno la sicura, ma forse riuscendo anche a socchiudere o addirittura ad
aprire la portiera. Ecco perché in seguito l’aggressore sarebbe riuscito a
spalancarla. Nella foto sottostante, dove si cerca di dare un’idea delle probabili
posizioni dei ragazzi, si noti il braccio sinistro di Pasquale, usato per
spingersi, aderente al lato sinistro del tronco, e le gambe di Stefania ben
visibili allo sparatore.
Se anche Pasquale riuscì ad aprire la portiera per uscire
e sottrarsi alle pistolettate, l’aggressore non gli dette tempo,
scaricandogli addosso i rimanenti sette colpi e colpendolo con cinque.
I primi tre entrarono nel torace dal lato sinistro, due
attraversando prima il braccio corrispondente. Uno entrò nel cuore. Colpito a
morte, Pasquale si accasciò sul grembo di Stefania, compiendo una rotazione del
busto di 90 gradi, a metà della quale incassò un quarto colpo all’addome.
Infine, a rotazione ultimata, ricevette un quinto colpo centralmente in zona
ombelicale. Tutti e cinque i proiettili furono ritenuti ed estratti in sede
autoptica.
Assente sulla perizia Zuntini, su quella De Fazio viene riportato
anche un sesto colpo passante, con ingresso sull’addome e uscita al fianco
destro. Ma questo presunto foro di uscita potrebbe essere soltanto l’effetto in
foto dell’estrazione dal fianco destro di uno dei due proiettili entrati in
zona inguinale. Nella perizia riassuntiva Arcese-Iadevito si parla infatti di
un “proiettile
estratto dalla regione inguinale destra, ala iliaca destra”. Altrimenti quel proiettile fu anche uno dei due che colpì Stefania.
I due proiettili che non colpirono Pasquale, o che comunque non
furono ritenuti dal suo corpo, colpirono alle gambe Stefania. Una volta messa
da parte la fantomatica triplice ferita al fianco destro, rimane la grande
confusione nei documenti (perizia Zuntini, perizia De Fazio, deposizione Maurri
al processo Pacciani) sulle ferite che interessarono gli arti inferiori della
ragazza. Qui ci atterremo alla perizia Zuntini, secondo la quale un proiettile
passante l’avrebbe colpita al ginocchio destro e l’altro alla gamba destra
rimanendo schiacciato contro la tibia. Ignoreremo però le confuse indicazioni sulle traiettorie: “colpirono il ginocchio e la gamba destra dal basso verso l’alto (per quanto avessero traiettorie pressoché orizzontali)”. Naturalmente non è detto che Stefania fosse
stata colpita dopo il quinto colpo su Pasquale, con il suo corpo addosso; i due proiettili che finirono
su di lei erano anch’essi diretti al ragazzo e potevano essere due
qualsiasi della sequenza dei sette.
Il proiettile fuoriuscito dal ginocchio destro non fu
ritrovato all’interno dell’auto, nonostante ne fosse stata fatta una “ricerca
accuratissima”, secondo Zuntini. Se Pasquale, prima di essere
colpito a morte, aveva fatto in tempo ad aprire la portiera (oltre che a
sbloccarla), dopo uno o più rimbalzi il proiettile poteva essere caduto
direttamente nell’erba. Oppure era finito in qualche punto dell’abitacolo da
dove le manovre successive – estrazione dei vestiti e del corpo di Stefania –
lo avrebbero fatto scivolare fuori.
I fendenti di
coltello. Esploso l’ultimo dei nove colpi, l’aggressore girò rapidamente dalla
parte del passeggero, dove trovò la portiera, se non già aperta, almeno priva
di sicura (in questo secondo caso: o se n’era accorto, o semplicemente provò a
tirare la maniglia prima di passare a sistemi più cruenti, come rompere il
vetro). Si è discusso a lungo sui forum se Stefania avesse tentato la fuga
riuscendo almeno a posare i piedi sull’erba, ma non si vede come avrebbe potuto, con una gamba trapassata da due proiettili e il corpo di Pasquale che le
gravava addosso. In ogni caso l’aggressore non le dette alcuna possibilità, spalancò
la portiera e le mise una mano sulla bocca per farla smettere di urlare, come
indica il segno di un’unghia trovato alla sinistra delle sue labbra (perizia De
Fazio: “viene
descritto un segno da unghiatura, all'angolo mandibolare sx., in senso
trasverso, che potrebbe corrispondere al pollice della mano sx. dell'omicida”).
Il particolare è importante, poiché, assieme alle ferite di pistola probabile
effetto collaterale degli spari diretti a Pasquale, suffraga l’ipotesi che
l’aggressore non avesse voluto ucciderla subito, ma avesse avuto l’intenzione
di compiere su di lei qualche atto di libidine, anche soltanto di palpeggiarla.
Per quale altro motivo, infatti, avrebbe dovuto impedirle di urlare tappandole
la bocca, quando una coltellata al cuore sarebbe stata ben più efficace? Tanto
più che il pollice a sinistra comporta una posizione dell’assassino addosso
alla vittima e quindi all’interno dell’abitacolo, con la mano destra libera di toccarla,
come ben mostra la foto sottostante.
Se l’individuo avesse soltanto voluto zittire la ragazza, le
avrebbe messo la mano sulla bocca rimanendo più al di fuori, di conseguenza con il pollice a destra.
Anche questo comportamento, che non si sarebbe mai più
ripetuto, suggerisce un possibile legame almeno unilaterale, in cui
l’aggressore espresse una volontà di possesso. Forse per un morso ricevuto alla
mano, o anche soltanto per una strenua resistenza che non riusciva a domare, a
un certo punto però si scatenò in lui una furia selvaggia, in preda alla quale
mise mano al coltello e colpì la poveretta con feroci fendenti al volto, al
collo e al torace – questi ultimi con tale forza da sfondarle lo sterno – fino
a ucciderla. L'assenza di ferite vitali all'addome conferma la posizione di Pasquale accasciato sul grembo di Stefania, che quindi risultava coperto.
Spostamento di Pasquale e manipolazione
di Stefania. Alla concitata sequenza di eventi conclusasi con il
decesso dei due ragazzi seguì una pausa di vari minuti, durante la quale
l’aggressore dovette dare un’occhiata all’intorno per controllare l’eventuale
arrivo di gente attratta dagli spari e dalle urla. Il molto sangue perso da
Stefania in quei lunghi minuti imbrattò il sedile e il dorso di Pasquale. Viene
così spiegata l’origine sia delle macchie sul dorso del ragazzo sia dell'impregnamento degli slip che la perizia
Zuntini aveva ignorato non essendo in grado di ipotizzarne una.
Intenzione dell’aggressore era manipolare il corpo esanime
di Stefania; per estrarlo fu costretto a spostare quello di Pasquale che lo
bloccava, spingendone il tronco verso il lato opposto. Durante la manovra è molto probabile che avesse agganciato il corpo con la mano
sinistra aggrappandosi con la destra allo specchietto retrovisore, il quale si
ruppe (La Nazione del 16 settembre
riportò la notizia del suo ritrovamento a terra, davanti al sedile del
passeggero). Non si può fare a meno di domandarsi perchè non usò la sinistra per ancorarsi al montante e la destra per spingere: era forse mancino?
Una ferita allo zigomo sinistro indica l’impatto del corpo
di Pasquale contro il bordo inferiore del finestrino e i frammenti di vetro
ancora in sede, parte dei quali caddero sull’erba, mentre quelli rimasti
assunsero una leggera bombatura verso l’esterno (due effetti che erroneamente
Zuntini avrebbe attribuito a un proiettile arrivato da destra).
Nella prima delle due foto si può notare lo specchietto mancante. Un altro elemento che conforta l'ipotesi sopra proposta viene riportato da "Calibro 22", dove si dice che il braccio sinistro di Paquale era incrociato sotto la sua gamba sinistra (chi scrive non conosce però la fonte). Si tratta di una posizione ben spiegata dallo spostamento descritto, con il braccio penzoloni che finisce sotto la coscia.
Dopo aver spostato il corpo di Pasquale, per sicurezza il
killer gli vibrò due coltellate al fianco destro; poi estrasse quello di
Stefania adagiandolo a terra, sotto lo sportello, dove lo lasciò per diversi
minuti – come attesta la consistente macchia di sangue ivi rinvenuta – andando
a controllare per la seconda volta che non stesse arrivando qualcuno.
Verificato che tutto era tranquillo spostò quindi Stefania dietro l’auto, in
posizione più riparata rispetto alla prospicente strada di transito,
prendendola per i piedi e trascinandola, come testimonia una strisciata di
sangue e la posizione assunta dalle sue braccia. Poi le strappò gli slip, le
allargò le gambe e iniziò a esplorarne orrendamente il corpo con il coltello.
In un’azione per niente convulsa e durata a lungo, affondò per moltissime volte
la punta nella carne – in totale si contarono ben 96 coltellate – con vari
livelli di profondità forse in diminuzione, come se la residua rabbia fosse andata
via via scemando. In zona pubica le ferite, molto leggere, assunsero una
disposizione a mezzaluna che seguiva i contorni del vello pilifero.
Come probabile atto finale dello sciagurato rapporto,
l’assassino strappò un tralcio da una delle viti situate nel campo adiacente e
lo inserì nella vagina, senza affondare e senza insistere, quasi volesse
saggiarne la consistenza.
La borsetta. Conclusa
la manipolazione del cadavere, l’individuo rimase ancora per qualche tempo
sulla scena del crimine, rovistando dentro l’auto. Fu in questa fase che sparse
all’intorno alcuni indumenti delle vittime, tra cui i pantaloni di entrambi più
un altro paio di Pasquale avvolti in carta di lavanderia, che furono ritrovati
vicino a una pianta, sembra ben ripiegati uno sopra l’altro. Qualcuno ha
avanzato l’ipotesi che fossero stati i ragazzi a riporveli, prima d’iniziare il
loro rapporto fisico. Ma la camicetta di lei e il giubbotto di lui erano invece
a terra in disordine, quindi pare assai più logica un’azione dell’assassino, il
quale aveva prelevato i tre pantaloni dal lunotto oppure dal divanetto
posteriore senza scompigliarli troppo. Che cosa stava cercando? Probabilmente
la borsetta di Stefania, che si può ipotizzare non risultasse immediatamente visibile
anche se era piuttosto grossa. Poteva trovarsi dietro il sedile del passeggero,
ad esempio, nascosta dalla relativa spalliera reclinata. L’assassino la cercò dapprima
sotto i vestiti, dai quali, se piccola, avrebbe potuto essere coperta. Alla fine
la trovò e poi fuggì, portandola con sé. Ma dopo aver percorso circa 300 metri cambiò
idea e la gettò nel campo di granoturco a lato della strada, dove fu ritrovata il
giorno dopo, chiusa. Anzi, è probabile che non fosse mai stata neppure aperta;
di sicuro non rovistata, poiché al suo interno fu ritrovato un pullover di Stefania che altrimenti sarebbe
stato tolto.
Nella foto sopra – tratta dal mitico blog di Master Calibro
22 – dove si vede il pullover
rinvenuto dalle forze dell’ordine, si possono apprezzare le dimensioni
abbastanza importanti della borsetta, causa possibile del ripensamento
dell’assassino nel volerla portare via. Vediamo perché, cominciando con il
riflettere sul seguente passaggio del rapporto dei carabinieri datato 18
settembre:
Su segnalazione telefonica fatta alla Stazione di Borgo
S.Lorenzo, alle ore 18,30 del 15/9/1974, militari dello stesso reparto
rinvenivano, a circa 300 metri dal luogo del reato, in un campo di granoturco,
sulla destra della strada che da Rabatta conduce a Sagginale, la borsa della
Pettini Stefania, dentro la quale si trovavano le cose sopra menzionate, nonché
il pullover.
La borsa si trovava per terra, accanto ad una pianticina di
granoturco, la quale si trovava piegata a causa, presumibilmente, della caduta
su di essa, nella parte superiore, della borsa stessa che si ritiene vi sia stata
lanciata dalla strada.
La borsa era a circa 5 metri dal ciglio stradale…
Nella foto sopra – anch’essa tratta da “Calibro 22” – si
vede la borsa prima di essere raccolta. La freccia rossa tracciata a penna sembra
indicare la piantina rotta di cui parla il rapporto dei carabinieri.
L’impressione di chi vide l’oggetto a terra fu dunque
quella di un lancio effettuato dalla strada durante la fuga. Anche se nelle
discussioni in rete sono state avanzate ipotesi differenti, ad esempio di un
soggetto che fuggiva a piedi oppure che aveva fermato l’auto ed era sceso (ma
perché?), la logica dice che l’assassino si trovava a bordo di un mezzo in
movimento mentre si stava dirigendo verso la provinciale SP41.
Nella prima piantina sono rappresentati il luogo del
delitto e quello in cui fu ritrovata la borsetta, nella seconda il campo si
allarga per mostrare l’innesto di via Ponte d’Annibale sulla provinciale SP41,
da cui la fuga poteva proseguire per qualsiasi destinazione.
Dal punto in cui fu raccolto l’oggetto riusciamo a dedurre
un dato molto importante. Due elementi di grande rilievo sono il lato della
strada, il destro, e la consistente distanza dal ciglio, cinque metri, in
ragione dei quali si può ipotizzare che il fuggitivo viaggiasse su un mezzo a
due ruote, una moto, un motorino oppure uno scooter,
quindi. Se fosse stato a bordo di un’auto la borsetta sarebbe stata ritrovata o
in mezzo alla strada oppure sul lato sinistro, poiché l’individuo alla guida avrebbe
aperto il finestrino dalla propria parte, la sinistra, e l’avrebbe
semplicemente lasciata cadere fuori. Non ci sarebbe stato alcun valido motivo
per effettuare l’operazione attraverso il finestrino opposto, tanto più che le
auto dell’epoca, almeno quelle di normale cilindrata, non disponevano ancora di
alzacristalli elettrici, quindi la manovra di apertura durante la guida sarebbe
risultata molto difficoltosa. Ma supponiamo pure che il finestrino destro fosse
già aperto, situazione possibile anche se improbabile. Ebbene, nello spazio
angusto di un abitacolo, per di più mentre stava guidando, l’individuo non
avrebbe mai potuto lanciare la borsa con la forza necessaria a farle compiere un
volo di cinque metri, ammesso che fosse riuscito a imbroccare l’apertura senza
sbattere prima da qualche parte (volante, specchietto retrovisore, cornice del
finestrino).
L’ipotesi che l’aggressore si fosse trovato alla guida di
un mezzo a due ruote spiega bene anche il suo quasi immediato pentimento
riguardo l’intenzione di portarsi via l’oggetto. Abbiamo visto che si trattava
di una borsa piuttosto grande, quindi per niente facile da trasportare su una
motocicletta. Metterla sotto il giubbotto non sarebbe stato possibile. Altre
collocazioni, ad esempio sul serbatoio per una moto oppure tra le gambe per uno
scooter, potevano creare intralcio
alla guida. In ogni caso la borsetta sarebbe rimasta allo scoperto, ben
visibile soprattutto a un eventuale controllo delle forze dell’ordine, che avrebbero
richiesto una giustificazione. Tutti questi problemi a bordo di un’auto non ci
sarebbero stati, quindi non ci sarebbe stato neanche motivo di gettarla via
senza neppure averla frugata.
Resosi conto quasi subito delle difficoltà di trasporto,
l’assassino decise quindi di liberarsi della borsetta: l’afferrò con la mano
destra e la lanciò – con forza e magari con rabbia – nel campo a lato, lontano
dalle ruote del suo mezzo, tra le quali avrebbe potuto finire pericolosamente. È
chiaro che nelle condizioni descritte un lancio di cinque metri sarebbe
risultato fattibile.
Reggiseno e auto.
In questa ricostruzione non si è ancora preso in esame l’argomento del reggiseno
di Stefania, assai dibattuto tra gli appassionati in rete. Affrontiamolo
iniziando dalla perizia De Fazio:
Non si fa menzione, nella descrizione degli indumenti
rinvenuti sul luogo del delitto, del reggiseno della ragazza, né è noto se la
ragazza fosse abituata a portarlo o meno. In linea di mera ipotesi, quindi, si
può anche pensare che l'oggetto sia stato asportato e trattenuto dall'omicida.
Quindi nella documentazione consultata dagli esperti di
Modena non c’era traccia di un reggiseno, tanto da lasciarli incerti sul
possibile valore feticistico di un oggetto che non si sapeva se l’assassino
avesse portato via oppure no.
Dieci anni più tardi, in questo passaggio della
deposizione della madre di Stefania al processo Pacciani (vedi),
si venne a sapere qualcosa di diverso:
Avv.Santoni: Un'altra domanda,
mancava anche un indumento di sua figlia che fu ritrovato successivamente o no?
Bruna Bonini: Mancava un
reggipetto rosso, che io, dopo svariati giorni, ho detto: "La Stefania indossava
un reggipetto rosso", cosa che non avevano trovato, l'hanno ritrovato dopo
diversi giorni, ma questo sarà stato tutto scritto no?
Avv.Santoni: Certo, ma era
importante ora risentirlo.
Dove era stato ritrovato il reggiseno mancante? Santoni
aveva sottomano un documento che ne parlava e che l’equipe De Fazio non aveva
potuto esaminare? Non si sa. Anche il ben informato Master su “Calibro 22” dichiara di non
saperne nulla. Alla fine si potrebbe pensare che all’origine del problema ci fosse
stata una semplice svista dei carabinieri, che nel loro verbale di sequestro non
avevano inserito il reggiseno. Letto il documento, la signora Bonini ne aveva
rilevato la mancanza, per poi ricevere qualche giorno dopo la notizia di un ritrovamento
successivo, in realtà mai avvenuto poiché il reggiseno già c’era.
Ad aggiungere ulteriore mistero sul tema ci ha pensato il
recente libro di Valerio Scrivo, nel quale si afferma che “l’indumento fu recuperato 50 m oltre il luogo
dove era stata ritrovata la borsetta”, con tanto di piantina. Non
viene però fornita alcuna indicazione sulla fonte, supporto doveroso a notizie
del tutto inedite, soprattutto in una vicenda piena di frottole come questa.
Allo stato delle attuali carenti informazioni è quindi
poco utile ragionare sul reggiseno, che in ogni caso potrebbe anche essere
stato gettato via lungo la strada, non per difficoltà di trasporto,
naturalmente, ma per motivi di natura psicologica, ad esempio rabbia e
delusione causa la forzosa rinuncia alla borsetta.
Un ultimo cenno alle auto che sarebbero state viste vicino
al luogo del delitto. Così nel rapporto dei carabinieri del 18 settembre:
D.P. e L.F. riferiscono spontaneamente che verso le ore 7
del 15 c.m. (giorno del rinvenimento dei cadaveri) transitando per località
Sagginale, notarono due autovetture, di cui una Giulia targata NA, nonché
alcune persone ferme nei pressi del luogo del reato.
C.W. ed altri suoi amici, transitando per la località
“Sagginale” verso le ore 00.30 del 15 c.m. (ora antecedente o conseguente al
reato, o concomitante), hanno notato un’autovettura ferma sulla strada, a luci
spente, con la luce interna accesa, con la parte anteriore rivolta verso
l’imbocco di una strada campestre distante circa 50 metri dal tratturo che
conduce al posto del delitto. Poteva trattarsi di una Simca, o di una BMW, o di
una Giulia, forse di colore grigio.
Quale il possibile collegamento delle tre auto con il
delitto? Su quelle viste alle 7 di mattina non vale la pena spendere troppe parole,
anche se in rete, nell’ambito delle sciocchezze esoteriche, se ne è comunque
discusso: al massimo si trattava di gente che si era accorta dei cadaveri, come
o tramite il contadino che era corso a cercare aiuto. Senz’altro più
inquietante è l’avvistamento di mezzanotte e mezza, ma anche in questo caso è
difficile immaginare un collegamento con il delitto, che era stato compiuto da
circa tre quarti d’ora. Per l’assassino sarebbe stato fuori da ogni logica,
infatti, rimanere tutto quel tempo in sosta vicino alle proprie vittime, tanto
più con la luce interna accesa; “come se fosse usanza de’ malfattori trattenersi più del
bisogno nel luogo del delitto”, aveva scritto Manzoni in “Storia della colonna infame”, una frase
che Francesco Ferri avrebbe ripreso più volte nel suo “Il caso Pacciani”.
Considerazioni
finali. Come spero il lettore abbia avuto modo di rilevare, la
ricostruzione del delitto fornita da questo articolo sostanzialmente fila – ogni
critica costruttiva è comunque ben accetta – la qual cosa costituisce un motivo
in più per buttare nel cestino la perizia Zuntini. Per qualcuno può risultare
difficile accettare il fatto che l’allora colonnello dell’esercito avesse un
po’ truccato le carte, ma così fu, altrimenti una dinamica del tutto
alternativa come questa non avrebbe mai potuto risultare convincente. Del resto
la lunghissima epopea delle indagini sui delitti del Mostro ha visto mille occasioni
in cui gli addetti ai lavori hanno interpretato a loro favore dei dati più o
meno controversi.
La ricostruzione proposta fa emergere in modo chiaro un
fatto importante: l’assassino non voleva uccidere Stefania, almeno non subito,
almeno non con la pistola. I due proiettili che la raggiunsero alle gambe non
erano diretti a lei, ma a Pasquale, e la colpirono soltanto per l’imprecisione
dello sparatore, che mandò fuori bersaglio quattro colpi su nove. Il suo
attacco fu estremamente disordinato, il che dovrebbe far riflettere chi vede in
lui il medesimo assassino di Signa, dove invece si evidenziò grande freddezza e
precisione, almeno per i primi sei colpi (un articolo sulla dinamica completa
di quel delitto è in programma, come di tutti gli altri, ma il lettore dovrà pazientare
un po’, poiché ho intenzione di pubblicarla dopo l’ultimo, quello di Scopeti).
Torniamo però al desiderio dell’assassino di tenere in
vita Stefania, un fatto che rende il delitto di Borgo assai diverso dai
successivi, nei quali ogni volta la donna sarebbe stata uccisa immediatamente,
senza che si fosse manifestato verso di lei alcun interesse se non quello di
toglierle il macabro trofeo. Con Stefania no. Sono vari i comportamenti che suggeriscono
un interesse particolare dell’assassino nei suoi confronti. Ripassiamoli, con qualche
necessaria ma plausibile supposizione:
- Prima dell’attacco, stette a lungo ad ascoltare i ragazzi mentre litigavano.
- Attaccò proprio quando i due fecero pace preparandosi per un rapporto intimo.
- Sparò soltanto a Pasquale, colpendo Stefania senza volerlo.
- Cercò di palpeggiare Stefania ancora viva.
- La accoltellò poi con violenza estrema, ben maggiore di quella necessaria a ucciderla.
- Si soffermò a lungo sopra il suo corpo inanimato, penetrandolo con una certa delicatezza.
- Si impadronì della sua borsetta.
Forse non è un caso se Stefania aveva confidato alle
proprie due cugine e amiche di essere stata seguita da uno sconosciuto. Il
giorno stesso del ritrovamento dei cadaveri, così aveva parlato Tiziana Bonini
di fronte al maresciallo Trigliozzi:
Non mi risulta di episodi particolari o di conoscenze fatte
da Stefania a Firenze, ad eccezione di un caso che la stessa ebbe a riferirmi,
relativamente ad un tale che l’avrebbe seguita dalla Stazione Ferroviaria di
Firenze fino alla sua sede di lavoro. Stefania mi riferì di questo tale, che a
suo dire non aveva mai visto in precedenza, senza descriverlo. Questo fatto me
lo riferì mesi fa, ma non sono in grado di riferire sulla data esatta.
Subito dopo Carla Bartoletti aveva precisato meglio la
data della confidenza e aggiunto un altro elemento, la presunta età del
misterioso personaggio:
Prima che io e Stefania e Tiziana andassimo al mare, a
Rimini, dove siamo state dall’8 al 17 agosto 1974, verso il mese di giugno, la
Stefania, parlando con me, mi riferiva che in precedenza, a Firenze, era stata
seguita da uno sconosciuto, dell’apparente età di 35 anni, che “le faceva paura”,
dalla stazione centrale fino a Novoli, dove lavorava.
Se Stefania aveva sentito il bisogno di riferire
l’episodio alle cugine, doveva esserne rimasta particolarmente colpita. Come ne
sarebbero rimasti colpiti gli esperti di Modena, tanto da farne cenno nella
loro perizia.

























