Premessa.
Questo articolo è già uscito il 16 agosto 2019, ma rimase online per poco tempo. Fui infatti indotto a toglierlo, insieme a molti altri riguardanti le indagini sui mandanti,
dalle minacciose proteste dell'ex PM Giuliano Mignini, con il quale era iniziato uno scambio di mail. Successivamente gli altri articoli vennero
via via ripubblicati, con qualche aggiustamento dovuto anche al recupero di altra documentazione. Questo era l'ultimo e doveva toccare anche a lui, ma nel frattempo
avevo reperito nuovo materiale sulle note telefonate all'estetista, e quindi preferìì concentrarmi su quelle. Poi Mignini tornò all'attacco alzando i toni, davanti ai quali stavolta, convinto della bontà
e liceità delle mie argomentazioni, non cedetti, lasciando invariato tutto quel che c'era. Ma questo articolo rimase fuori, e continuò a rimanerci dopo l'apertura del canale Youtube.
Finalmente, dietro lo stimolo della mancata udienza predibattimentale del 19 marzo scorso, ho deciso di rimetterci mano ripubblicandolo integralmente, con soltanto qualche piccolo aggiustamento di stile.
Ho evitato di aggiornarlo con la nuova documentazione emersa, in particolare mi riferisco alla nota di Giuttari del 3 dicembre 2001, della quale qui si riporta soltanto un sunto giornalistico.
Ho preferito così, sia per lasciare intatto un documento che ha un suo senso così com'è,
sia perché ho intenzione di affrontarne i temi sul mio canale Youtube, dove riprenderò presto l'esame della pista esoterica.
Grazie soprattutto alla disinteressata disponibilità di Francesco Cappelletti, coautore dei due fondamentali libri Delitto degli Scopeti – Giustizia mancata e Mostro di Firenze – Al di là di ogni ragionevole dubbio, chi scrive ha potuto prendere visione di molti documenti inediti, attraverso lo studio dei quali sarà possibile, ancora una volta, dimostrare che non furono affatto dei fantomatici “poteri occulti” a ostacolare le indagini di Giuttari per proteggere i mai individuati “mandanti”. È bene premettere che il lettore non abbastanza motivato potrebbe annoiarsi, ma la ricerca della verità storica ringrazierà. Tutto ciò nello spirito di questo blog, il cui scopo dichiarato è quello di sgomberare il campo dalle troppe leggende nate intorno alla vicenda.
La ripartenza. Il 3 dicembre 2001 Giuttari consegnò una nota riepilogativa al PM titolare delle indagini, Paolo Canessa, con la quale chiedeva le deleghe per proseguire le indagini. Il documento non è nelle disponibilità di chi scrive, almeno per il momento, quindi dobbiamo accontentarci di fonti giornalistiche per intuirne il contenuto, che doveva essere un pot pourri di grande assortimento e dimensione (pare ben 260 pagine, dove il peso della nuova pista perugina, appena agli inizi, non era ancora preponderante). Un articolo di Fiorenza Sarzanini, uscito sul “Corriere della Sera” del 23 gennaio 2002, ce ne dà un ampio sunto da considerarsi tutto sommato affidabile, sia per la mancanza di successive smentite sia per il sempre dimostrato credito di cui la giornalista godeva negli ambienti giudiziari fiorentini.
Si parte con la sorprendente ipotesi dei due francesi morti a Scopeti che sarebbero venuti in Italia per partecipare a riti satanici.
Nadine Mauriot e Jean Kraveichvili, l'ultima coppia uccisa dal «mostro» di Firenze, erano in Toscana per partecipare a riti satanici e messe nere. Qualcuno li «adescò» e li mise in contatto con una setta della zona. Ma poi li trasformò nelle vittime sacrificali. La nuova «verità» sugli omicidi seriali avvenuti nelle campagne fiorentine tra il 21 agosto 1968 e l'8 settembre 1985 emerge dall'ultimo rapporto che la squadra mobile ha consegnato un paio di settimane fa al pubblico ministero Paolo Canessa. Ed è raccontata da un testimone rintracciato in Francia dagli uomini guidati da Michele Giuttari. L'uomo, un investigatore privato che dopo il delitto dei due francesi venne in Italia per cercare la verità sull'omicidio, ha raccontato di essere riuscito a «infiltrarsi» nella setta. E ha fatto nomi e cognomi di professionisti e di altri «insospettabili» che avrebbero aderito alla congrega: è il livello «occulto» che per anni avrebbe cercato di depistare le indagini. E di negare che dietro gli omicidi agisse un gruppo di mandanti. Una pista che invece sin dal 1985 il Sisde, il servizio segreto civile, aveva delineato perfettamente individuando anche i luoghi dove queste persone si incontravano. Una «verità» di cui era a conoscenza anche l'allora direttore Vincenzo Parisi, poi diventato capo della polizia.
Di questo fantomatico infiltrato non si hanno ulteriori notizie, quindi si deve presumere che fosse stato un mitomane o comunque un bugiardo. Non sappiamo neppure se davvero avesse fatto dei nomi. In ogni caso della possibilità, collegata ai “cerchi di pietra” di Monte Morello, che Nadine Mauriot e Jean Kraveichvili fossero stati coinvolti in qualche cerimonia esoterica Giuttari ne avrebbe parlato ancora nel 2005, nel libro Il Mostro, quindi possiamo dare per assodato che fosse stata una sua effettiva ipotesi di lavoro.
L’articolo fornisce poi una lista di personaggi toccati dalle indagini, ognuno a suo diversissimo modo, sui quali si ritenevano necessari ulteriori accertamenti.
Il dossier consegnato alla Procura è di oltre cento pagine ed è diviso in due parti. La prima riguarda le indagini che la squadra mobile ritiene di aver ormai concluso e per le quali chiede ai magistrati di procedere. L'elenco delle persone sotto inchiesta comprende le proprietarie della villa […] dove lavorò Pietro Pacciani e dove sarebbero stati compiuti riti magici; il giornalista Giovanni Spinoso, accusato di frode processuale per aver inviato ai carabinieri un biglietto anonimo che accusava Pacciani e un'asta guidamolla compatibile con l'arma usata dal «mostro» avvolta in un pezzo di stoffa uguale a quello trovato in casa del contadino di Mercatale; l'ex appuntato dei carabinieri di San Casciano, Filippo Toscano, sospettato di aver fornito a Mario Vanni i proiettili calibro 22; Maria Ines Pietrasanta, indagata per rapina per essere entrata il 22 gennaio del 1996 a casa di Pietro Pacciani, aver aggredito e narcotizzato sua moglie Angiolina, e aver portato via documenti. La donna è la vedova del professor Giulio Zucconi, primario di ginecologia all'ospedale Careggi di Firenze e titolare di un laboratorio a San Casciano, sospettato di aver avuto rapporti proprio con Pacciani. Anche il fratello di Zucconi è stato coinvolto nell'indagine. Si tratta di un ambasciatore ora in pensione che si sarebbe interessato in maniera sospetta agli accertamenti compiuti dalla Procura. Che interesse aveva? Era sua intenzione «coprire» qualcuno? Che cosa sa dei delitti del «mostro»?
Tutte persone risultate completamente estranee (per le proprietarie della villa vedi qui, per la Pietrasanta, il marito e il cognato vedi qui). Qualche parola su Giovanni Spinoso, unico personaggio tra quelli sopra elencati di cui non si è mai trattato su questo blog, e del quale si può leggere qualche notizia qui, per dire che non si comprende come la sua vicenda giudiziaria – creazione di false prove contro Pacciani – possa essere inserita nel contesto delle indagini sui mandanti. In ogni caso è bene specificare che il poveretto, dopo una lunga e penosa via crucis giudiziaria che distrusse la sua vita professionale e non, sarebbe stato assolto per non aver commesso il fatto.
Ma proseguiamo con l’articolo della Sarzanini.
Tutta la seconda parte del dossier consegnato ai magistrati riguarda i possibili mandanti degli omicidi che nel corso degli anni hanno poi cercato di sviare le indagini. Nell'elenco ci sono un avvocato, un medico e altri personaggi ritenuti «insospettabili» sul cui conto la polizia sollecita ulteriori accertamenti. È stato il nuovo testimone a fare i loro nomi, ma ulteriori riscontri sono arrivati rileggendo i documenti raccolti dal Sisde che – senza avvisare la Procura – dal 1985 in poi svolse un'inchiesta parallela sulla vicenda affidando anche due consulenze, una compiuta dal criminologo Francesco Bruno e l'altra da una 007 del «centro» di Firenze. Entrambe le relazioni arrivarono alla conclusione che gli omicidi fossero stati ordinati da una setta. Ma nessuna delle due fu consegnata agli inquirenti che continuavano a seguire la pista dei «compagni di merende».
Si parla dei dossier di Francesco Bruno e forse della moglie (potrebbe essere lei la“007 del «centro» di Firenze”), con la proposta di effettuare indagini su un paio di funzionari del SISDE, in ipotesi rei di aver fermato il percorso di tali dossier verso gli organi inquirenti; ma sicuramente in questa seconda parte assumeva grande rilevanza la nuova pista perugina (avvocato = Jommi, medico = Narducci), sulla quale però la procura di Perugia aveva imposto il segreto, quindi la Sarzanini evitò di scriverne. Maggiori informazioni le troviamo sulla nota 133/05/G.I.De.S. del 5 marzo 2005, scritta dallo stesso Giuttari:
Con nota n. 500/2001/S.M. del 3.12.2001, riepilogativa delle indagini sui mandanti, tra i personaggi di particolare interesse investigativo venivano indicati: Narducci Francesco […] (si chiedevano approfondimenti investigativi, in particolare sulla sua morte nel lago Trasimeno) e Jommi Giuseppe (nei cui confronti si chiedevano specifici approfondimenti anche mediante l’acquisizione dei tabulati telefonici delle utenze in suo uso, che però non venivano autorizzati. […])
La citata nota, articolata e dettagliata, oltre agli approfondimenti di cui sopra è cenno, conteneva una serie di proposte investigative, ritenute utili e opportune allo stato delle indagini per la loro prosecuzione, ma non aveva alcun seguito, poiché seguiva un nuovo lungo inspiegabile periodo di stasi operativa, protrattosi sostanzialmente per oltre un anno, di certo non attribuibile al P.M. titolare delle indagini, né tantomeno all’ufficio investigativo che lo stava collaborando, ma le cui cause meriterebbero un approfondimento nelle sedi competenti.
Le doglianze di Giuttari erano giustificate, poiché il procuratore capo Ubaldo Nannucci lesse la nota e tacque a lungo. Continuò a tacere anche di fronte a quella successiva, di quattro mesi dopo, nella quale Giuttari riprendeva in esame la figura di Francesco Calamandrei. Ancora dal documento GIDES:
Successivamente, con nota n. 500/02/S.M. dell’11.3.2002 relativa al p.p. n. 3212/96, redatta a seguito di una rilettura degli atti relativi alla vicenda e, in particolare, finalizzata a un ipotizzabile movente esoterico, prima ancora che affiorassero i molteplici riscontri ai rapporti che erano esistiti tra l’ex farmacista e il Narducci, si richiamava l’attenzione sul Calamandrei e, in modo particolare, sul materiale cartaceo allo stesso sequestrato nel corso della perquisizione del 1998 di cui si è detto.
E così per qualche mese lo scalpitante poliziotto dovette accontentarsi del lavoro di routine, come ci raccontano i titoli dei quotidiani dell’epoca: un bandito solitario arrestato dopo dieci anni (vedi), una banda che svaligiava ville (vedi), una sparatoria sul portone di casa (vedi), l’espulsione di cento stranieri (vedi) e così via. Ma le notizie che arrivavano da Perugia, dove Mignini macinava a più non posso, lo rendevano impaziente di fare a sua volta la propria parte in quel di Firenze, visto che le due indagini erano ufficialmente collegate. Lo scenario è ben descritto dal libro Il Mostro :
L'attesa delle deleghe si è fatta insostenibile. Non mi manca il lavoro, come capo della Squadra Mobile, e le indagini sui mandanti sono solo una piccola parte dei miei compiti, ma non è accettabile che un intoppo burocratico – in mancanza di spiegazioni come altro devo interpretarlo? – si trasformi in un nuovo ostacolo.
Pretendendo che gli credano, l’ex superpoliziotto fa un torto all’intelligenza dei propri lettori. Già suona poco plausibile che un informatore interessato a non dare nell’occhio, non volendo un incontro in questura, accetti di parlare sulla piazza dove davano la stessa questura nonché la procura. Ma è soprattutto la giustificazione scelta per spiegare il non spegnimento del registratore che suona fasulla. “Ero in un luogo pubblico e non potevo certo tirar fuori il registratore”, scrive Giuttari, ma perché, chi l’avrebbe notato, e se anche qualcuno lo avesse notato, qual era il problema? E poi, come si presume che, all’arrivo dell’informatore, l’apparecchio fosse stato acceso mettendo una mano in tasca, al medesimo modo poteva essere spento.
In realtà si deve senz'altro ritenere che quella cassetta fosse stata registrata a scopo di futuro utilizzo, come dimostrato dagli eventi di tre anni dopo, quando Giuttari convinse Mignini a inquisire Nannucci per presunte manovre di ostacolo alla giustizia. Com’è noto, sia il magistrato sia il poliziotto sarebbero stati incriminati e condannati per questo e altri inquietanti episodi; nella relativa sentenza del giudice Maradei, poi annullata per incompetenza territoriale, si legge:
Va premesso che la registrazione del colloquio con Canessa fu volontaria e questo elemento avvalora la ricostruzione del tribunale.
Invero, Giuttari, come già accennato, lo ha sempre sin dall'inizio negato […] asserendo che quel giorno doveva, prima di incontrare Canessa, avere, sempre in Piazza della Repubblica, un primo contatto con un nuovo possibile informatore e che, non fidandosene, si era messo nella tasca della giacca un registratore per documentare quello scambio; poi accadde che Canessa arrivò in anticipo, Giuttari congedò l'informatore e fece per spegnere l'apparecchio, manovra che evidentemente eseguì malamente, tanto da lasciare acceso il registratore. Una simile versione dei fatti è, oltre che intrinsecamente davvero incredibile, priva di qualsiasi riscontro, visto che neppure si è mai saputo chi sarebbe stato il preteso informatore incontrato; infine, contraddetta da un argomento logico molto forte, ossia la oggettiva conservazione del nastro e il suo utilizzo.
E dopo aver ascoltato la cassetta con il colloquio di cui sopra, un Canessa fino a quel momento all’oscuro e comprensibilmente amareggiato così commentò:
Quanto alle frasi relative ai “compagni di scuola” il riferimento è sia al dott. Vigna che al dott. Nannucci, entrambi compagni di scuola di Jommi; si tratta di quanto ho già riferito sopra; posso aggiungere che il dott. Nannucci sui compagni di università mi fece anche una battuta del tipo: “che ci posso fare se all’epoca all’università eravamo in pochi”.
[…] le sue pressanti intimazioni a Mignini – per tutte le citate note del 23.5.2006 e, soprattutto, del 18.9.2006: si rinvia ancora alla loro integrale lettura – travalicano ogni limite possibile nei rapporti fra ufficiale di p.g. e p.m., quasi che il primo possa, dalla sua posizione per legge semmai sottordinata nella conduzione delle indagini preliminari, dirigere l'attività del secondo, pretendendo addirittura il compimento di determinati atti, e dovrebbero trovare, se del caso, adeguata valutazione in sede disciplinare [...]
Nella nota del 18 settembre 2006, purtroppo non disponibile a chi scrive, la sentenza rileva “toni la cui perentorietà lascia francamente sconcertati”. Il risultato di tale squilibrio e della mancanza di controlli esterni furono indagini che, almeno nel loro ultimo stadio, con la ricerca dei mandanti dei delitti del Mostro nulla avevano a che fare, e che la sentenza Maradei avrebbe giudicato ritorsive contro giornalisti e funzionari pubblici ritenuti “nemici”. Ma anche le stesse indagini sui mandanti appaiono a tratti preda di comportamenti parossistici. Si pensi all’abuso di intercettazioni telefoniche, uno strumento che la legge giudica transitorio, non per niente rinnovabile di quindici giorni in quindici giorni, e che riserva ai casi in cui esistono indizi gravi. Ebbene, il telefono di Francesco Calamandrei, sul quale certamente non esisteva nessun indizio grave, sarebbe stato tenuto sotto controllo per un paio d’anni!
***********************
Nel precedente articolo, Firenze-Perugia andata e ritorno, dedicato all’apertura della nuova pista perugina sulla morte di Francesco Narducci, ci eravamo lasciati con la sorprendente “scoperta” che quella pista era nata senza alcun apporto di fatti nuovi, come invece per anni ci era stato fatto credere con le grottesche minacce telefoniche a una signora di Foligno. Tornati a Firenze, riprendiamo il racconto dalla fine del 2001, quando il superpoliziotto Michele Giuttari, acciaccato dal clamoroso fallimento della perquisizione nella villa dei C. ma tutt’altro che domo, cercava di agganciarsi alle novità arrivate da Perugia. Tra i suoi obiettivi, infatti, avrebbe assunto sempre più rilevanza quello di affiancare il lavoro del PM Giuliano Mignini, cercando di dimostrare le frequentazioni fiorentine di Francesco Narducci, con un impegno però non privo di sgradevoli effetti collaterali che lo misero in contrasto con i suoi superiori, sia della procura sia della stessa Polizia. Vedremo quali furono i tentativi di porgli un freno, pressoché inutili, possiamo anticiparlo, poiché al solito Giuttari reagì con estrema efficacia, riuscendo alfine a ritagliarsi uno spazio autonomo in cui poté proseguire per la propria strada, libero da ogni condizionamento avverso.Grazie soprattutto alla disinteressata disponibilità di Francesco Cappelletti, coautore dei due fondamentali libri Delitto degli Scopeti – Giustizia mancata e Mostro di Firenze – Al di là di ogni ragionevole dubbio, chi scrive ha potuto prendere visione di molti documenti inediti, attraverso lo studio dei quali sarà possibile, ancora una volta, dimostrare che non furono affatto dei fantomatici “poteri occulti” a ostacolare le indagini di Giuttari per proteggere i mai individuati “mandanti”. È bene premettere che il lettore non abbastanza motivato potrebbe annoiarsi, ma la ricerca della verità storica ringrazierà. Tutto ciò nello spirito di questo blog, il cui scopo dichiarato è quello di sgomberare il campo dalle troppe leggende nate intorno alla vicenda.
La ripartenza. Il 3 dicembre 2001 Giuttari consegnò una nota riepilogativa al PM titolare delle indagini, Paolo Canessa, con la quale chiedeva le deleghe per proseguire le indagini. Il documento non è nelle disponibilità di chi scrive, almeno per il momento, quindi dobbiamo accontentarci di fonti giornalistiche per intuirne il contenuto, che doveva essere un pot pourri di grande assortimento e dimensione (pare ben 260 pagine, dove il peso della nuova pista perugina, appena agli inizi, non era ancora preponderante). Un articolo di Fiorenza Sarzanini, uscito sul “Corriere della Sera” del 23 gennaio 2002, ce ne dà un ampio sunto da considerarsi tutto sommato affidabile, sia per la mancanza di successive smentite sia per il sempre dimostrato credito di cui la giornalista godeva negli ambienti giudiziari fiorentini.
Si parte con la sorprendente ipotesi dei due francesi morti a Scopeti che sarebbero venuti in Italia per partecipare a riti satanici.
Nadine Mauriot e Jean Kraveichvili, l'ultima coppia uccisa dal «mostro» di Firenze, erano in Toscana per partecipare a riti satanici e messe nere. Qualcuno li «adescò» e li mise in contatto con una setta della zona. Ma poi li trasformò nelle vittime sacrificali. La nuova «verità» sugli omicidi seriali avvenuti nelle campagne fiorentine tra il 21 agosto 1968 e l'8 settembre 1985 emerge dall'ultimo rapporto che la squadra mobile ha consegnato un paio di settimane fa al pubblico ministero Paolo Canessa. Ed è raccontata da un testimone rintracciato in Francia dagli uomini guidati da Michele Giuttari. L'uomo, un investigatore privato che dopo il delitto dei due francesi venne in Italia per cercare la verità sull'omicidio, ha raccontato di essere riuscito a «infiltrarsi» nella setta. E ha fatto nomi e cognomi di professionisti e di altri «insospettabili» che avrebbero aderito alla congrega: è il livello «occulto» che per anni avrebbe cercato di depistare le indagini. E di negare che dietro gli omicidi agisse un gruppo di mandanti. Una pista che invece sin dal 1985 il Sisde, il servizio segreto civile, aveva delineato perfettamente individuando anche i luoghi dove queste persone si incontravano. Una «verità» di cui era a conoscenza anche l'allora direttore Vincenzo Parisi, poi diventato capo della polizia.
Di questo fantomatico infiltrato non si hanno ulteriori notizie, quindi si deve presumere che fosse stato un mitomane o comunque un bugiardo. Non sappiamo neppure se davvero avesse fatto dei nomi. In ogni caso della possibilità, collegata ai “cerchi di pietra” di Monte Morello, che Nadine Mauriot e Jean Kraveichvili fossero stati coinvolti in qualche cerimonia esoterica Giuttari ne avrebbe parlato ancora nel 2005, nel libro Il Mostro, quindi possiamo dare per assodato che fosse stata una sua effettiva ipotesi di lavoro.
L’articolo fornisce poi una lista di personaggi toccati dalle indagini, ognuno a suo diversissimo modo, sui quali si ritenevano necessari ulteriori accertamenti.
Il dossier consegnato alla Procura è di oltre cento pagine ed è diviso in due parti. La prima riguarda le indagini che la squadra mobile ritiene di aver ormai concluso e per le quali chiede ai magistrati di procedere. L'elenco delle persone sotto inchiesta comprende le proprietarie della villa […] dove lavorò Pietro Pacciani e dove sarebbero stati compiuti riti magici; il giornalista Giovanni Spinoso, accusato di frode processuale per aver inviato ai carabinieri un biglietto anonimo che accusava Pacciani e un'asta guidamolla compatibile con l'arma usata dal «mostro» avvolta in un pezzo di stoffa uguale a quello trovato in casa del contadino di Mercatale; l'ex appuntato dei carabinieri di San Casciano, Filippo Toscano, sospettato di aver fornito a Mario Vanni i proiettili calibro 22; Maria Ines Pietrasanta, indagata per rapina per essere entrata il 22 gennaio del 1996 a casa di Pietro Pacciani, aver aggredito e narcotizzato sua moglie Angiolina, e aver portato via documenti. La donna è la vedova del professor Giulio Zucconi, primario di ginecologia all'ospedale Careggi di Firenze e titolare di un laboratorio a San Casciano, sospettato di aver avuto rapporti proprio con Pacciani. Anche il fratello di Zucconi è stato coinvolto nell'indagine. Si tratta di un ambasciatore ora in pensione che si sarebbe interessato in maniera sospetta agli accertamenti compiuti dalla Procura. Che interesse aveva? Era sua intenzione «coprire» qualcuno? Che cosa sa dei delitti del «mostro»?
Tutte persone risultate completamente estranee (per le proprietarie della villa vedi qui, per la Pietrasanta, il marito e il cognato vedi qui). Qualche parola su Giovanni Spinoso, unico personaggio tra quelli sopra elencati di cui non si è mai trattato su questo blog, e del quale si può leggere qualche notizia qui, per dire che non si comprende come la sua vicenda giudiziaria – creazione di false prove contro Pacciani – possa essere inserita nel contesto delle indagini sui mandanti. In ogni caso è bene specificare che il poveretto, dopo una lunga e penosa via crucis giudiziaria che distrusse la sua vita professionale e non, sarebbe stato assolto per non aver commesso il fatto.
Ma proseguiamo con l’articolo della Sarzanini.
Tutta la seconda parte del dossier consegnato ai magistrati riguarda i possibili mandanti degli omicidi che nel corso degli anni hanno poi cercato di sviare le indagini. Nell'elenco ci sono un avvocato, un medico e altri personaggi ritenuti «insospettabili» sul cui conto la polizia sollecita ulteriori accertamenti. È stato il nuovo testimone a fare i loro nomi, ma ulteriori riscontri sono arrivati rileggendo i documenti raccolti dal Sisde che – senza avvisare la Procura – dal 1985 in poi svolse un'inchiesta parallela sulla vicenda affidando anche due consulenze, una compiuta dal criminologo Francesco Bruno e l'altra da una 007 del «centro» di Firenze. Entrambe le relazioni arrivarono alla conclusione che gli omicidi fossero stati ordinati da una setta. Ma nessuna delle due fu consegnata agli inquirenti che continuavano a seguire la pista dei «compagni di merende».
Si parla dei dossier di Francesco Bruno e forse della moglie (potrebbe essere lei la“007 del «centro» di Firenze”), con la proposta di effettuare indagini su un paio di funzionari del SISDE, in ipotesi rei di aver fermato il percorso di tali dossier verso gli organi inquirenti; ma sicuramente in questa seconda parte assumeva grande rilevanza la nuova pista perugina (avvocato = Jommi, medico = Narducci), sulla quale però la procura di Perugia aveva imposto il segreto, quindi la Sarzanini evitò di scriverne. Maggiori informazioni le troviamo sulla nota 133/05/G.I.De.S. del 5 marzo 2005, scritta dallo stesso Giuttari:
Con nota n. 500/2001/S.M. del 3.12.2001, riepilogativa delle indagini sui mandanti, tra i personaggi di particolare interesse investigativo venivano indicati: Narducci Francesco […] (si chiedevano approfondimenti investigativi, in particolare sulla sua morte nel lago Trasimeno) e Jommi Giuseppe (nei cui confronti si chiedevano specifici approfondimenti anche mediante l’acquisizione dei tabulati telefonici delle utenze in suo uso, che però non venivano autorizzati. […])
La citata nota, articolata e dettagliata, oltre agli approfondimenti di cui sopra è cenno, conteneva una serie di proposte investigative, ritenute utili e opportune allo stato delle indagini per la loro prosecuzione, ma non aveva alcun seguito, poiché seguiva un nuovo lungo inspiegabile periodo di stasi operativa, protrattosi sostanzialmente per oltre un anno, di certo non attribuibile al P.M. titolare delle indagini, né tantomeno all’ufficio investigativo che lo stava collaborando, ma le cui cause meriterebbero un approfondimento nelle sedi competenti.
Le doglianze di Giuttari erano giustificate, poiché il procuratore capo Ubaldo Nannucci lesse la nota e tacque a lungo. Continuò a tacere anche di fronte a quella successiva, di quattro mesi dopo, nella quale Giuttari riprendeva in esame la figura di Francesco Calamandrei. Ancora dal documento GIDES:
Successivamente, con nota n. 500/02/S.M. dell’11.3.2002 relativa al p.p. n. 3212/96, redatta a seguito di una rilettura degli atti relativi alla vicenda e, in particolare, finalizzata a un ipotizzabile movente esoterico, prima ancora che affiorassero i molteplici riscontri ai rapporti che erano esistiti tra l’ex farmacista e il Narducci, si richiamava l’attenzione sul Calamandrei e, in modo particolare, sul materiale cartaceo allo stesso sequestrato nel corso della perquisizione del 1998 di cui si è detto.
E così per qualche mese lo scalpitante poliziotto dovette accontentarsi del lavoro di routine, come ci raccontano i titoli dei quotidiani dell’epoca: un bandito solitario arrestato dopo dieci anni (vedi), una banda che svaligiava ville (vedi), una sparatoria sul portone di casa (vedi), l’espulsione di cento stranieri (vedi) e così via. Ma le notizie che arrivavano da Perugia, dove Mignini macinava a più non posso, lo rendevano impaziente di fare a sua volta la propria parte in quel di Firenze, visto che le due indagini erano ufficialmente collegate. Lo scenario è ben descritto dal libro Il Mostro :
L'attesa delle deleghe si è fatta insostenibile. Non mi manca il lavoro, come capo della Squadra Mobile, e le indagini sui mandanti sono solo una piccola parte dei miei compiti, ma non è accettabile che un intoppo burocratico – in mancanza di spiegazioni come altro devo interpretarlo? – si trasformi in un nuovo ostacolo.
Insisto per sapere perché la mia nota del 3
dicembre 2001 è ancora ferma. Canessa elude la domanda finché può, ma alla fine
ammette che il procuratore Nannucci non intende approfondire gli accertamenti
perché i fatti a sostegno della richiesta non sono altro che “illazioni”. Stento
a crederlo. È ridicolo, tanto più se si tiene conto di quello che sta accadendo
a Perugia.
E poi il PM titolare delle indagini è Canessa,
non Nannucci: è ora che si richiamino responsabilità e ognuno si assuma le
proprie.
Il 21 maggio scrivo al PM. Voglio lasciare una
traccia scritta di quello che si sta verificando. Richiamo la nota del 3
dicembre 2001 facendo presente che ancora non sono pervenute le deleghe richieste:
a mio giudizio, sono utili per proseguire le indagini sui presunti mandanti e
sono sempre in attesa di una decisione sull'opportunità di svilupparle nella
direzione indicata.
Aspetto una risposta scritta, non mi
accontento più delle parole. Quando riceve la lettera, Canessa mi dice con
molta sincerità che è davvero amareggiato per la situazione che si è creata e
mi assicura che farà di tutto per sbloccarla. Gli credo e lascio passare ancora
alcuni giorni.
L’audiocassetta. Prima di prendere carta e penna per scrivergli,
quello stesso 21 maggio Giuttari aveva organizzato un poco simpatico scherzetto
alle spalle dell’inconsapevole Canessa, registrando di nascosto la sua voce su
cassetta mentre lo induceva a parlare (male) del suo capo Nannucci. Ecco la
versione dell’episodio datane da lui stesso in Confesso che ho indagato:
Quel giorno, mi ero incontrato con un
informatore in piazza della Repubblica per ascoltare importanti notizie sulla
vicenda del Mostro, alle quali mi aveva accennato al telefono. Aveva però posto
come condizione di vedermi fuori dalla Questura e io avevo acconsentito.
Per l’occasione, mi ero munito di un
microregistratore al fine di tenere traccia, a scopo esclusivamente personale,
del contenuto del colloquio, considerato il posto abbastanza frequentato, dove
tra l’altro non mi sarei potuto fermare a lungo.
Gli uffici della Procura erano allora proprio
in piazza della Repubblica. Canessa doveva avermi visto e mi era venuto
incontro, ragione per cui avevo salutato rapidamente l’informatore per
accogliere il sostituto procuratore. Ero in un luogo pubblico e non potevo
certo tirar fuori il registratore, quindi è stata ripresa la nostra lunga
conversazione, oltre quaranta minuti, durante la quale Canessa spiega i motivi
del blocco delle indagini da parte del suo capo.
Pretendendo che gli credano, l’ex superpoliziotto fa un torto all’intelligenza dei propri lettori. Già suona poco plausibile che un informatore interessato a non dare nell’occhio, non volendo un incontro in questura, accetti di parlare sulla piazza dove davano la stessa questura nonché la procura. Ma è soprattutto la giustificazione scelta per spiegare il non spegnimento del registratore che suona fasulla. “Ero in un luogo pubblico e non potevo certo tirar fuori il registratore”, scrive Giuttari, ma perché, chi l’avrebbe notato, e se anche qualcuno lo avesse notato, qual era il problema? E poi, come si presume che, all’arrivo dell’informatore, l’apparecchio fosse stato acceso mettendo una mano in tasca, al medesimo modo poteva essere spento.
In realtà si deve senz'altro ritenere che quella cassetta fosse stata registrata a scopo di futuro utilizzo, come dimostrato dagli eventi di tre anni dopo, quando Giuttari convinse Mignini a inquisire Nannucci per presunte manovre di ostacolo alla giustizia. Com’è noto, sia il magistrato sia il poliziotto sarebbero stati incriminati e condannati per questo e altri inquietanti episodi; nella relativa sentenza del giudice Maradei, poi annullata per incompetenza territoriale, si legge:
Va premesso che la registrazione del colloquio con Canessa fu volontaria e questo elemento avvalora la ricostruzione del tribunale.
Invero, Giuttari, come già accennato, lo ha sempre sin dall'inizio negato […] asserendo che quel giorno doveva, prima di incontrare Canessa, avere, sempre in Piazza della Repubblica, un primo contatto con un nuovo possibile informatore e che, non fidandosene, si era messo nella tasca della giacca un registratore per documentare quello scambio; poi accadde che Canessa arrivò in anticipo, Giuttari congedò l'informatore e fece per spegnere l'apparecchio, manovra che evidentemente eseguì malamente, tanto da lasciare acceso il registratore. Una simile versione dei fatti è, oltre che intrinsecamente davvero incredibile, priva di qualsiasi riscontro, visto che neppure si è mai saputo chi sarebbe stato il preteso informatore incontrato; infine, contraddetta da un argomento logico molto forte, ossia la oggettiva conservazione del nastro e il suo utilizzo.
Come si vede, la giustificazione
di Giuttari per non aver spento il registratore risultava allora un po’
differente rispetto a quella riportata in Confesso
che ho indagato, e la circostanza non depone certo a favore della sua buona
fede. In ogni caso, a portare luce sulla questione è un documento datato 18
agosto 2005, intestato “GIDES”, dove viene riportato il contenuto della
cassetta, il medesimo utilizzato da Mignini per inquisire Nannucci (vedi).
Vi si legge (“…inc…” = incomprensibile):
OGGETTO: Trascrizione in forma integrale.
OGGETTO: Trascrizione in forma integrale.
I sottoscritti Ispettore Capo della Polizia di
Stato Michelangelo CASTELLI e Assistente della Polizia di Stato ARENA Davide,
entrambi in servizio presso l'ufficio in intestazione, come da disposizioni
impartite dal proprio dirigente, con il presente verbale danno atto di
trascrivere in forma integrale il colloquio registrato in data 21 maggio 2002
in Firenze - piazza della Repubblica - ed intercorso inizialmente trai il 1°
Dirigente della Polizia di Stato Dr. Michele GIUTTARI ed una persona di sesso
maschile non identificata e, successivamente, sempre tra il Funzionario di
Polizia e il Dr. Paolo CANESSA sostituto Procuratore presso la Procura della
Repubblica di Firenze.
La conversazione in oggetto è masterizzata su
nr. 1 CD marca SONY cd-r 700 mb 80 min.
Gli interlocutori vengono indicati come segue:
UOMO = uomo non identificato MICHELE GIUTTARI
= Dr. Michele GIUTTARI P.C. = Dr. Paolo CANESSA
UOMO = ....e poi
lui....in Polizia.....poi ha l’altro fratello che è oculista...inc... (rumori e
fruscii in sottofondo)... siii poi c’ha una sorella....di cognome
MICHELE
GIUTTARI = La saluto che.....
UOMO = Arrivederci!
MICHELE
GIUTTARI = Arrivederci.. tante cose! Arrivederci..
A questo punto il Dr. Michele GIUTTARI, dopo
avere congedato l’uomo, incontra il Dr. Paolo Canessa e tra i due inizia un
colloquio che di seguito viene trascritto.
MICHELE
GIUTTARI = Questo mi ha fermato.... Sa io sono un suo ammiratore
PAOLO
CANESSA = ....inc....
MICHELE
GIUTIARI = ...ma lo sa ho letto il suo libro ma... in televisione
sembra più alto!
PAOLO
CANESSA = ...ride....
MICHELE
GIUTTARI = ....è amico....ora mi stava raccontando di Ippolito il
collega vicario...inc... siamo dello stesso paese.... di Marano.... amico dello
zio di Ippolito... quindi mi stava raccontando
PAOLO
CANESSA = ...ride....
MICHELE
GIUTTARI = ….ride....sì lo sai mi ha guardato….inc...ah io sono un
suo ammiratore...(ride)....... mannaggia!
PAOLO
CANESSA = ....inc.....
MICHELE
GIUTTARI = Te le ha date le note?.... io penso sia doveroso lasciare
traccia...anche
da parte mia!
PAOLO
CANESSA = …inc...
MICHELE
GIUTTARI = Non può finire così......
La situazione è chiarissima.
Mentre davanti alla procura stava aspettando l’arrivo di Canessa, Giuttari
venne approcciato da uno sconosciuto ammiratore, amico dello zio del collega
“Ippolito”, con il quale si mise a parlare. Nel momento in cui vide arrivare
Canessa, accese il registratore che teneva in tasca, congedò l’uomo – “La saluto che.....”
– e iniziò a discutere con il magistrato. Dopo qualche breve frase riguardante
l’ammiratore, andò diritto all’argomento che gli premeva: “Te le ha date le note?”. Di lì in
avanti cercò di far cadere il discorso sui presunti motivi che inducevano
Nannucci a non concedergli le deleghe richieste. “Aveva condotto il discorso con un'attenzione e
un'intenzionalità specifiche”, si legge nella sentenza Maradei, e
anche:
La verità è che Giuttari non poteva certo
ammettere, a costo di negare l'evidenza, la volontarietà del suo gesto, essendo
in prima persona consapevole delle gravi censure di ogni genere a un simile
gesto («non mi sarei permesso io di registrare un Pubblico Ministero, e l'ho
detto prima, avrei avuto... solo il pensiero mi ripugna.»), tanto più grave se
si pone mente al fatto che, con rara slealtà, fu posto in atto sorprendendo la
buona fede di un magistrato che si era adoperato in prima persona presso i
massimi vertici della Polizia per assecondare le sue aspirazioni professionali
e consentirne il collocamento in disponibilità.
A dire il vero non pare che
Canessa si fosse sbottonato più di tanto, però un paio di frasi in un certo
senso “compromettenti” se l'era lasciate sfuggire, quelle stesse frasi che tre anni dopo
sarebbero state evidenziate nell’incriminazione di Nannucci ad opera di Mignini.
Un’altra cosa che è sempre brutta… sia pure
dopo e dopo aver scritto questo mi dice: “quello era compagno di scuola…
quell’altro ci ha fatto il liceo… lo ZUCCONI il fratello era in classe al
liceo… capiscimi ehh… oh… insomma… io!”
Hai capito!... UN UOMO LIBERO NON TI DELUDE!!! QUESTO NON È LIBERO!!!
Secondo Giuttari, queste frasi
avrebbero dimostrato che il procuratore capo Nannucci non voleva che si
indagasse su alcuni suoi conoscenti elencati nella nota del 3 dicembre 2001,
tra cui Giuseppe Jommi e Giulio Zucconi.
Difficile dire quanto avessero
pesato le proprie frequentazioni giovanili nella decisione di Nannucci di non
concedere le deleghe richieste. Nella sua futura memoria difensiva (fine
settembre 2006) avverso l’incriminazione di Mignini si legge:
È invece totalmente falso che il sottoscritto
abbia mai avuto vincoli di antica amicizia con il ginecologo Zucconi (deceduto).
Questo signore non è mai stato da me conosciuto.
Ho bensì conosciuto il fratello, compagno di
liceo, che non ho più visto dalla maturità e del quale non ho più saputo
alcunché fino a quando non ho letto l’annotazione Giuttari del dicembre 2001. In
tale circostanza ho appreso che era divenuto ambasciatore presso non so quale paese. Leggo pure che Jommi e Zucconi
ginecologo sarebbero stati miei compagni di classe. Né l’uno né l’altro furono
mai miei compagni di classe.
In realtà Jommi fu compagno di
università, sia di Nannucci sia di Vigna. Così dichiarò Canessa di fronte ai
magistrati di Genova il 21 novembre 2005:
Faccio presente che, a suo tempo, quando il dott.
VIGNA era ancora a Firenze, parlando degli elementi di sospetto sull’avv.
JOMMI, il collega mi fece presente che lo conosceva e che era un suo compagno di scuola; quando riferii tale circostanza,
più recentemente, al dott. NANNUCCI anche quest’ultimo mi disse che lo
conosceva essendo stato suo compagno di Università.
Ciò nonostante escludo che il dott. NANNUCCI
abbia effettuato pressioni nei miei confronti per omettere atti di indagine nei
suoi confronti.
E dopo aver ascoltato la cassetta con il colloquio di cui sopra, un Canessa fino a quel momento all’oscuro e comprensibilmente amareggiato così commentò:
Quanto alle frasi relative ai “compagni di scuola” il riferimento è sia al dott. Vigna che al dott. Nannucci, entrambi compagni di scuola di Jommi; si tratta di quanto ho già riferito sopra; posso aggiungere che il dott. Nannucci sui compagni di università mi fece anche una battuta del tipo: “che ci posso fare se all’epoca all’università eravamo in pochi”.
In ogni caso gli eventi successivi
avrebbero detto che nulla di quanto era contenuto nella multinominata nota di Giuttari del 3 dicembre 2001
avrebbe portato a qualche risultato, quindi le eventuali titubanze di Nannucci
– il quale, non va dimenticato, aveva appena avuto sotto gli occhi il disastro
della perquisizione fallita nella villa dei C. – non erano certamente del tutto
fuori luogo. Pare piuttosto legittimo chiedersi quanto ci sia da fidarsi degli interrogatori di un poliziotto capace di una bassezza come quella della
registrazione carpita.
Torniamo però alle indagini. La lettera scritta da Giuttari il 21 maggio 2002 dovette sortire il suo effetto, o più probabilmente a smuovere le acque furono le notizie arrivate da Perugia dopo il deposito della perizia sugli atti relativi alla morte di Francesco Narducci e la conseguente riesumazione della salma. Si tenga anche presente che proprio in quei giorni nelle telefonate a Dorotea Falso comparvero i primi riferimenti a Francesco Narducci accostato a Pietro Pacciani, di sicuro una coincidenza, ma, bisogna dirlo, caduta proprio a proposito per i desideri di Giuttari. Sia come sia, con una lettera di Canessa datata 14 giugno 2002, arrivò finalmente la desideratissima autorizzazione a effettuare indagini, limitate però alle frequentazioni fiorentine di Narducci.
Con riferimento alle indagini in corso concernenti il procedimento n 3212/96 RG Mod. 44 ed i successivi procedimenti strettamente collegati relativi alle indagini a carico di ignoti quali mandanti dei delitti addebitati al cd. Mostro di Firenze ed in particolare alle proposte investigative della S.V. in data 3 dicembre 2001, in considerazione degli attuali sviluppi dell’indagine collegata della Procura di Perugia (proc.to 17869101 Mod.44) segnalo la urgente necessità di approfondire gli accertamenti in merito al possibile coinvolgimento in tali fatti del Prof. Francesco Narducci deceduto nell’ottobre 1985.
Appare in particolare necessario provvedere alla seguente attività di Polizia Giudiziaria:
Torniamo però alle indagini. La lettera scritta da Giuttari il 21 maggio 2002 dovette sortire il suo effetto, o più probabilmente a smuovere le acque furono le notizie arrivate da Perugia dopo il deposito della perizia sugli atti relativi alla morte di Francesco Narducci e la conseguente riesumazione della salma. Si tenga anche presente che proprio in quei giorni nelle telefonate a Dorotea Falso comparvero i primi riferimenti a Francesco Narducci accostato a Pietro Pacciani, di sicuro una coincidenza, ma, bisogna dirlo, caduta proprio a proposito per i desideri di Giuttari. Sia come sia, con una lettera di Canessa datata 14 giugno 2002, arrivò finalmente la desideratissima autorizzazione a effettuare indagini, limitate però alle frequentazioni fiorentine di Narducci.
Con riferimento alle indagini in corso concernenti il procedimento n 3212/96 RG Mod. 44 ed i successivi procedimenti strettamente collegati relativi alle indagini a carico di ignoti quali mandanti dei delitti addebitati al cd. Mostro di Firenze ed in particolare alle proposte investigative della S.V. in data 3 dicembre 2001, in considerazione degli attuali sviluppi dell’indagine collegata della Procura di Perugia (proc.to 17869101 Mod.44) segnalo la urgente necessità di approfondire gli accertamenti in merito al possibile coinvolgimento in tali fatti del Prof. Francesco Narducci deceduto nell’ottobre 1985.
Appare in particolare necessario provvedere alla seguente attività di Polizia Giudiziaria:
1) sarà svolta ogni
possibile verifica in merito all’auto di proprietà del Narducci tg PG435418 ed alla
eventuale presenza della stessa sul territorio fiorentino ivi compreso il possibile
rilevamento di quella targa nei noti servizi di controllo del territorio a suo
tempo espletati;
2) saranno svolte tutte
le verifiche possibili in merito alla disponibilità del Narducci di un immobile
o comunque domicilio, anche solo in uso, in territorio di Firenze o la sua eventuale
presenza in alberghi o residence;
3) tramite la
Questura di Perugia sarà acquisita una foto del Narducci da mostrare ai condomini
dello stabile di Firenze ove è stato fatto dalla S.V. il sopralluogo con gli ufficiali
di PG della Questura di Perugia che erano venuti a Firenze per accertamenti
nell‘ottobre 1985.
4) saranno svolti
tutti i conseguenti accertamenti del caso volti a verificare l'esistenza di qualsiasi
collegamento del Narducci con il territorio fiorentino ed in particolare con i fatti
per i quali si procede ad indagini.
“Non è molto, ma voglio sperare che questa delega sia solo
l'inizio e in ogni caso mi dà la possibilità di avviare la collaborazione con
il PM di Perugia, destinata con il tempo a farsi sempre più stretta”,
avrebbe commentato l’investigatore-scrittore su Il Mostro. Intanto il 17 giugno, assieme a Canessa, andò a Perugia
per un vertice con Mignini.
Lettere anonime e gomme bucate. Oltre ai conflitti con i magistrati
e i propri superiori, in quei mesi di controverse indagini Giuttari dovette anche
sopportare le minacce di qualche anonimo, in forma di lettere e danneggiamenti
alla sua auto. Tre lettere scritte a stampatello, presumibilmente dalla
medesima persona, gli arrivarono il 6 settembre e il 7 settembre 2001 e il 17 gennaio 2002. Questo il testo di una delle tre (vedi,
ma i due disegni potrebbero essere di lettera differente):
La tua presunzione, la tua stupidità, la tua
cretinite acuta, non temono confronti. Quando questa ennesima bufala, frutto
della tua mente ottusa, sa(rà) evidente per tutti, si spera che questa volta ci
sia qualcuno che abbia la capacità di farti cambiare mestiere. C’è da
vergognarsi di vivere in un paese dove il potere della polizia sia nelle mani
di imbecilli come te.
Torna a Montelepre a dare la caccia ai tuoi
compari, ladri di galline, che a Firenze quelli come te vengono impiegati in
altri lavori!
P.S. Se la fronte spaziosa è sinonimo di
intelligenza, nel tuo caso è da consigliarti di non andare per boschi, i
cacciatori potrebbero scambiarti per un cinghiale.
Usando un normografo, un
probabilmente diverso anonimo si fece vivo verso la metà di aprile del 2002. La
busta risultava bruciacchiata con la brace di una sigaretta. Ecco il testo riportato
dallo stesso Giuttari nei propri libri:
Eccellentissimo dottore,
Le rose stanno sbocciando di nuovo.
I grossi Frati di Montemurlo vendono ancora
mantelli usati e portano le loro elemosine dai fondi dei Tintori al banco di
Prato.
Rose e Mantelli impazziranno da Figline a S.
Felice come da Borgo a Mercatale.
E tu poveruomo sai solo fumare sigari toscani.
Da Il Mostro si viene a sapere che la lettera venne esaminata da un
“esperto”. Questa la sua interpretazione:
“Le rose stanno sbocciando di nuovo”
significa: “Hanno voglia di ricominciare ad uccidere”; “Vendono ancora mantelli
usati” si può riferire al fatto che utilizzino ancora i mantelli usati in riti
come le Messe Nere; “Rose e mantelli impazziranno da Figline a S. Felice come
da Borgo a Mercatale” si può interpretare come un chiaro riferimento alla
ripresa dei delitti perché la Rosa è il simbolo del sangue, il mantello è
utilizzato nei riti (messe nere) e, quindi, ci saranno sacrifici umani come in
passato.
Ma forse l’esperto si sbagliò,
oppure l’anonimo aveva scherzato, poiché non si ha notizia della ripresa di
sacrifici umani.
Poi le gomme dell’auto. Il 13
giugno 2002 Giuttari presentò la seguente denuncia-querela:
Ieri pomeriggio, recatomi in questo viale
Fratelli Rosselli n.11, all’interno dello scalo di Firenze Porta a Prato, nei
pressi della caserma della Polizia Ferroviaria, ove parcheggio abitualmente la
mia autovettura LANCIA Delta targata AP 715 DX, mi sono reso conto,
avvicinatomi all’auto, che le ruote erano completamente a terra. Ho quindi verificato
che i pneumatici presentavano un foro presumibilmente di punteruolo.
Preciso che la citata auto, a me intestata, è
utilizzata esclusivamente da me e l’ho sempre lì parcheggiata, lasciandola
ferma anche per diversi giorni.
Per quanto sopra chiedo che vengano perseguiti
i responsabili per il reato di danneggiamento e per quelli che saranno
ravvisati.
A d.r. Non ho sospetti su alcuno, anche se il
fatto è, a mio parere, certamente riconducibile alla mia attività professionale
di Dirigente della Squadra Mobile della Questura di Firenze.
A d.r. Non ho altro da aggiungere.
Infine, anche se il momento
storico è successivo a quello qui considerato, è il caso di aggiungere la
foratura della gomma anteriore destra dell’auto di Giuttari, avvenuta il 22 dicembre
2003 e così raccontata nella sua denuncia orale.
Il 22.12.2003 alle ore 19.00 negli Uffici del
G.I.De.S.. Davanti al sottoscritto Ufficiale di P. G., V. Sov. Michele Natalini
è presente il Dr. Michele GIUTTARI, meglio indicato in oggetto, il quale espone
quanto segue: -“In data odierna, verso le ore 12.00, ho prelevato la mia autovettura
parcheggiata nel garage coperto sito all’interno del Complesso “Il Magnifico”
per recarmi a casa dovendo partire per un periodo di ferie all’estero, già
programmate. Alle successive ore 12.20, parcheggiavo l’auto in via Curtatone,
accanto alle aiuole nelle vicinanze dell’omonimo Bar. Verso le ore 17.00, riprendevo
l’auto svoltando in via il Prato dove, dopo aver percorso un breve tratto, improvvisamente
la gomma anteriore destra si afflosciava. Dopo essermi accostato al marciapiede
ho chiamato due collaboratori, il V. Sov. Michele NATALINI e l’Ass. C. Alessandro
BORGHI, ed unitamente a loro ho sostituito la ruota portandomi presso il
gommista sito in via Toselli per la riparazione. Il gommista, dopo aver
controllato la gomma, mi faceva notare un piccolo buco che era stato praticato
lateralmente e mi riferiva che, viste le dimensioni e la posizione dello stesso,
era stato fatto sicuramente con dolo escludendo così un evento accidentale. Denuncio
pertanto, a tutti gli effetti il danneggiamento patito chiedendo all’A.G. di
valutare l’opportunità di disporre una consulenza tecnica al fine di accertare
l’arco di tempo necessario per lo sgonfiamento totale della gomma e ciò al fine
di poter verificare se il danneggiamento è stato compiuto nel garage ove l’auto
si trovava parcheggiata da giorni ovvero durante il tempo in cui la stessa è stata
ferma in via Curtatone.
A d.r. Non ho sospetti su alcuno, ma posso
affermare che con tutta probabilità l’atto possa rappresentare un gesto di
ritorsione e, comunque, di sabotaggio, per l’impegno investigativo nella nota
indagine sui fatti attribuibili al cd. “Mostro di Firenze” e su quelli
dell’inchiesta perugina collegata. […] Allego la ricevuta fiscale del pagamento
della nuova gomma.
Chi scrive non sa se la
consulenza tecnica sui tempi di sgonfiamento della gomma venne poi
effettivamente disposta ed effettuata.
Anche i topi aiutano Giuttari. Ritorniamo alla seconda metà del
mese di giugno 2002, quando finalmente Giuttari poté iniziare l’attività
d’indagine sulle frequentazioni fiorentine di Francesco Narducci. Ma il
poliziotto non ebbe neppure il tempo di organizzarsi attorno all’autorizzazione
appena ottenuta che dovette affrontare un nuovo ostacolo, conseguenza della grottesca
e macabra vicenda delle lesioni rinvenute su alcuni cadaveri esposti nelle
Cappelle del Commiato, le sale mortuarie annesse all’ospedale di Careggi, a
Firenze. Se ne può leggere un ampio resoconto su questo
articolo; qui interessa evidenziare il conseguente conflitto tra Giuttari e
Nannucci.
Le prime lesioni erano state
scoperte il 23 giugno, e due giorni dopo c’era stato un vertice cui avevano
partecipato il PM Giulio Monferini, Giuttari, un collaboratore di questi
(probabilmente il suo braccio destro Fausto Vinci) e Giovanni Marello, l’anatomopatologo
che aveva esaminato i corpi. Nel conferire delega d’indagine alla squadra
mobile, Monferini aveva espressamente vietato di riportare gli elementi della
discussione alla stampa, che già da un paio di giorni si era impadronita della
notizia. Ma quegli elementi uscirono subito alla luce del sole, e Monferini
ritirò la delega appena conferita. Ecco la relativa comunicazione a Giuttari.
Al
responsabile della Squadra Mobile di Firenze.
Rilevato che sono apparse notizie giornalistiche
nella giornata del 26/6/2002 al telegiornale regionale della Rai (Tg 3 regione
Toscana) edizione delle ore 19,30 nonché su diversi quotidiani, tra tutti la
Nazione e la Repubblica del 27/6/2002, aventi tutte contenuto particolarmente
delicato in ordine allo sviluppo e al merito delle indagini fino ad ora svolte
e in particolare veniva riportato:
1) che gli investigatori ipotizzano che ad
operare le profanazioni dei cadaveri fossero almeno tre correi , uno dei quali
con funzioni di palo.
2) che l'accesso per la profanazione sarebbe avvenuto
in due giorni distinti, il 22/23 giugno e il 23/24 giugno
3) che gli ignoti si sarebbero introdotti da
un ingresso di servizio delle cappelle del Commiato, incustodito e accessibile
mediante l'uso di un facile espediente per aprire la porta;
4) che le analisi sulle sostanze combuste trovate
vicino a uno dei cadaveri sono tabacco da pipa o da sigaro.
Rilevato che tutte tali circostanze attengono
al delicato momento della istruttoria e erano coperte dal più assoluto riserbo;
Rilevato che di tali circostanze erano a
conoscenza il dottor Giuttari, quale capo della squadra mobile di Firenze e un
suo collaboratore, di cui allo stato si ignora l'identità, che con il sottoscritto
ebbero nella giornata di ieri alle ore 13.00 circa un colloquio investigativo
proprio vertente su tali circostanze, nel corso del quale il sottoscritto ebbe
modo di raccomandarsi di mantenere con la stampa e con chiunque il più assoluto
riserbo;
Rilevato che sole tali persone erano a
conoscenza delle predette circostanze, oltre che, per il solo punto n. 4 il ct
medico legale che ha svolto gli accertamenti;
Ritenuto che tali fughe di notizie hanno compromesso
in modo grave l'indagine e che si deve prendere atto che non sono state
adottate dal responsabile del servizio di pg delegato adeguate misure di
cautela per tutelare il segreto istruttorio in tale delicata fase delle indagini;
Ritenuto pertanto che il sottoscritto quale
titolare della indagine, per tutelare il segreto istruttorio, non essendo lo
stesso garantito dalla attuale gestione delle indagini del servizio delegato,
debba revocare la delega di indagini conferita alla Squadra Mobile di Firenze;
Revoca la delega di indagini conferita in data
25/6/2002 alla Squadra Mobile di Firenze.
Dietro la decisione di Monferini ci
doveva essere senz’altro il procuratore capo Nannucci, che aveva colto la palla
al balzo per mettere i bastoni fra le ruote di Giuttari, temendo, e a ragione,
che la vicenda delle salme sfregiate avrebbe costituito uno stimolo ulteriore
alle indagini sui mandanti da lui aborrite. La fretta però gli fece commettere un
grosso sbaglio. Immediata e fermissima la risposta di Giuttari, in una lettera
del giorno stesso. Questo l’inizio:
Con riferimento al provvedimento di cui
all’oggetto, notificato a questo dirigente in data odierna, nel manifestare
alla S.V. sicuramente stupore, sia per la gravità dell’atto in sé, sia per le
modalità seguite e per la sua adozione e per la sua preventiva comunicazione
agli organi di stampa, si intende puntualizzare quanto segue.
Questo ufficio e questo dirigente non hanno
assolutamente rivelato alla stampa notizie coperte da segreto e ciò è
desumibile, tra l’altro, da precisi riscontri oggettivi, evidentemente non
tenuti nella dovuta considerazione da parte della S.V. e che non sarebbero
dovuti sfuggire all’attenzione di codesto ufficio.
Segue un’analisi minuziosa di tutti
gli articoli di giornale sul tema, attraverso la quale Giuttari riuscì a
dimostrare che nessuna indiscrezione, tra quelle ipotizzate nel documento di
revoca, era uscita dal suo ufficio. Qualcosa poteva essere trapelato da
Marello, qualcosa dai due tossicologi che avevano esaminato cenere e macchie di
nicotina, altro dedotto dagli stessi giornalisti in base a pareri espressi da
Francesco Bruno, altro ancora risultava addirittura pubblicato prima del
vertice a quattro. Insomma, Nannucci aveva fatto il classico autogol, e lo
avrebbe pagato caro. Così si conclude il documento di Giuttari:
In conclusione, alla luce di quanto sopra esposto e che è suffragato da precise circostanze e riscontri oggettivi, questo ufficio, nel pieno rispetto delle funzioni della S.V., non può esimersi dal respingere le accuse, infondate e totalmente gratuite, mosse con il provvedimento in questione. Come pure non può esimersi dal respinge l’affermazione, anch’essa infondata, che questo ufficio possa “avere compromesso in modo grave l’indagine”, come sostenuto dalla S.V.. L’individuazione di responsabilità per eventuali danni subiti dalle indagini avrebbe dovuto essere indirizzata casomai altrove, e non certo all’interno di questa Squadra Mobile, che stava propinando ogni possibile sforzo, nella piena osservanza dei propri doveri d’ufficio, a portare avanti le indagini su fatti, senza precedenti e di inaudita gravità.
In conclusione, alla luce di quanto sopra esposto e che è suffragato da precise circostanze e riscontri oggettivi, questo ufficio, nel pieno rispetto delle funzioni della S.V., non può esimersi dal respingere le accuse, infondate e totalmente gratuite, mosse con il provvedimento in questione. Come pure non può esimersi dal respinge l’affermazione, anch’essa infondata, che questo ufficio possa “avere compromesso in modo grave l’indagine”, come sostenuto dalla S.V.. L’individuazione di responsabilità per eventuali danni subiti dalle indagini avrebbe dovuto essere indirizzata casomai altrove, e non certo all’interno di questa Squadra Mobile, che stava propinando ogni possibile sforzo, nella piena osservanza dei propri doveri d’ufficio, a portare avanti le indagini su fatti, senza precedenti e di inaudita gravità.
Tanto si doveva per correttezza professionale
e per tutelare la dignità professionale di questo dirigente e dei suoi
collaboratori; tutela, che ci si appresta ad azionare nelle competenti sedi.
Dopo essersi reso conto
dell’errore Nannucci cercò di rimediare. Da “Repubblica” del 2 luglio:
Non c'è nessun «conflitto personale» fra il
procuratore della Repubblica Ubaldo Nannucci e il capo della squadra mobile
Michele Giuttari, le cui «qualificate competenze» sono «ben note all'ufficio».
Sono i passi essenziali di un comunicato diffuso ieri dal procuratore Ubaldo
Nannucci, dopo quattro giorni di tensione crescente. Quattro giorni scanditi dalla
decisione del procuratore di revocare al capo della mobile la delega per le
indagini sulla profanazione delle salme alle Cappelle del Commiato e di
affidarle alla Guardia di Finanza, dalla sfida del profanatore che ha colpito
altre due salme a dispetto della vigilanza rafforzata, e dall'intervento
dell'avvocato di Giuttari, Giovanni Maria Dedola, che ha preannunciato querela
per diffamazione contro il procuratore Nannucci. Il legale imputava al
procuratore di aver tolto le indagini a Giuttari con una motivazione
«offensiva, infondata e priva di qualsiasi fondamento».
Giovedì scorso, annunciando l'allontanamento
di Giuttari dalle indagini, il procuratore aveva attribuito alla responsabilità
del capo della mobile la pubblicazione sui giornali dei risultati delle analisi
della sostanza trovata sulla prima delle salme profanate (era tabacco). Ora,
nel comunicato che è anche un'offerta di pace, il procuratore precisa: «Con
riferimento alle notizie di stampa ampiamente pubblicizzate circa un presunto
ed affatto inesistente conflitto personale tra questo procuratore e il
dirigente della Squadra Mobile dottor Giuttari, intendo chiarire che in nessun
modo si è attribuito e tanto meno voluto attribuire al dottor Giuttari la fuga
di notizie che ha dato occasione al provvedimento. Qualora nel corso delle
indagini dovesse risultare l'utilità di avvalersi delle qualificate competenze
del dottor Giuttari, ben note all'ufficio, per l'accertamento dei gravi fatti
oggetto di indagine, il collega titolare del procedimento vi farà sicuramente
ricorso».
Il comunicato del procuratore fa seguito ad un
colloquio con il prefetto Achille Serra e ad un incontro che si è svolto ieri
mattina in procura con il questore Giuseppe De Donno. «Si è trattato di una
visita molto cordiale», ha spiegato il procuratore: «Al questore ho fatto
presente che non esiste alcuna pregiudiziale verso la questura e verso il
personale della squadra mobile». La visita in procura, ha detto poi il
questore, «è stata un atto di deferenza perché ero sicuro che il procuratore
non avesse alcuna riserva mentale nei confronti della polizia. Il comunicato
poi diffuso è un fatto estremamente positivo per un rasserenamento dei rapporti
personali, non per quelli tra le istituzioni, che erano già tranquilli».
Ormai però era tardi, non essendo
certamente Giuttari tipo da perdonare simili affronti. Gli estremi per una
querela per diffamazione c’erano tutti, e il superpoliziotto aveva già
dimostrato di non temere alcuna battaglia legale condotta contro qualsiasi
avversario. In ogni caso per il momento decise che la buonissima carta era
meglio tenersela in tasca.
Questore, squadra mobile e romanzi. A rendergli la vita difficile
in quei mesi a cavallo tra 2002 e 2003, Giuttari non aveva di fronte soltanto
Nannucci e i foratori di gomme, ma anche il proprio capo diretto, il questore Giuseppe De Donno, il
quale giudicava eccessivo e a scapito di necessità più stringenti il suo
impegno nelle indagini sul Mostro. Qui
sono già stati proposti un paio di significativi frammenti tratti dalla
sentenza Maradei dove viene ricostruito il clima tra i due. Eccone qualche
altro:
I contrasti fra De Donno e Giuttari nel
periodo in esame 2002-2003 furono in qualche modo percepiti anche ai vertici
della Questura di Firenze. Sul punto sono stati escussi sia Salvatore Fabio
Cilona all'epoca vice-dirigente della Squadra Mobile (di cui era dirigente
Giuttari), sia Giancarlo Benedetti, all'epoca dirigente della D.I.G.O.S. Essi
hanno, in sintesi, riferito del forte impegno personale che Giuttari all'epoca
dedicava all'indagine sui mandanti del mostro di Firenze, tanto che, nei
consueti incontri mattutini che si tenevano fra i dirigenti delle varie
divisioni, partecipava talora Cilona, quale suo sostituito. De Donno è stato
descritto come uomo schivo e dotato di forte autocontrollo. Entrambi i testi
hanno riportato - per lo più, però, come mera voce di corridoio - un disagio
fra De Donno e Giuttari, incentrato, da parte di De Donno, sull'eccesso di
energie dedicate all'indagine sul mostro di Firenze da parte di chi, come
Giuttari, aveva una competenza generale come quella della Squadra Mobile.
Benedetti è stato più specifico e ha poi precisato che, da un certo momento
(che non ha saputo datare), Giuttari non partecipò più agli incontri mattutini
«[...] perché credo c'aveva una frattura con il questore [...]», che, per quel
poco che si poteva percepire dall'esterno, derivava appunto dal fatto che De
Donno non gradiva che Giuttari si spendesse in via esclusiva nell'indagine del
“mostro”: «[...] il questore diciamo era un po' indispettito perché il dottor
Giuttari, che era un ottimo investigatore, si era buttato del tutto, a corpo
morto sull'indagine del mostro e mi pare una volta il questore disse ... cioè
trascurando, secondo quanto diceva il questore, la dirigenza insomma della
Mobile. [...]»).
Sempre dalla stessa sentenza è il
caso di leggere un altro gustoso frammento relativo a una conversazione
telefonica avvenuta il 28 gennaio 2005 tra i giornalisti Mario Spezi e Rosario
Poma:
In essa, Poma riferisce a Spezi di confidenze
fattegli da De Donno in merito al periodo in cui era stato Questore di Firenze.
Ecco i passi salienti:
«[…]
Pino De Donno s'incominciava ad incazzarsi, lui diceva: “Senta Giuttari, lei a
me mi deve raccontare dici guarda io ho diretto la Squadra Mobile, sono stato
alla Squadra Mobile qui di Firenze, ho diretto la Squadra Mobile di Taranto, ho
diretto la Squadra Mobile di Bari. Lei a me mi deve raccontare le cose
concrete!”
Spezi Mario Casa: (Ride)
Rosario Poma: Questi spiriti cose ecc. a me
non interessano, lei mi racconta le cose, quando ci sono cose concrete, lei ha
il dovere di informarmi punto e basta! [...] E una volta,
inc., quella volta lì gli disse “senta queste sono, mi fa perdere tempo lei a
raccontarmi queste cose”, quindi quello se n’è andato, difatti quando lui è
stato trasferito lui, inc. (parlano contemporaneamente), era tutto contento,
hai capito ?».
È indubbio che l’impegno
richiesto al capo della squadra mobile di una città grande come Firenze doveva essere
molto oneroso, quindi non sembra affatto difficile immaginare che le lamentele
di De Donno avessero avuto un qualche fondamento. Peraltro, oltre alle indagini sui
mandanti, a distogliere l’attenzione di Giuttari dalle incombenze del lavoro
quotidiano doveva essere anche la sua nascente carriera di scrittore. Si sa che
il manoscritto del suo secondo e ben più impegnativo romanzo, Scarabeo, iniziò a circolare tra gli
editori nella primavera del 2003, quindi il periodo di preparazione – non è
irragionevole immaginare attorno all’anno, mese più mese meno – aveva coinciso
proprio con quello in cui De Donno più si doleva del suo scarso impegno. A meno
che le duecento pagine del libro non fossero state in gran parte opera di un ghost writer, Giuttari, che per di più
doveva impadronirsi di un mestiere sostanzialmente nuovo, vi aveva dovuto dedicare centinaia e
centinaia di ore di lavoro, diretto e indiretto, poiché, come ben sa chi si
diletta a scrivere romanzi, la mente fa fatica a disimpegnarsene anche quando è lontana
dalla tastiera.
A ogni buon conto, come era accaduto qualche tempo prima con Canessa, Giuttari mise mano ad apparecchiature da 007 e registrò quattro conversazioni con De Donno (24 e 28 settembre 2002, dicembre 2002, 1° aprile 2003). Di queste certo non potrebbe mai dire che erano state casuali! La sentenza Maradei le critica duramente.
A ogni buon conto, come era accaduto qualche tempo prima con Canessa, Giuttari mise mano ad apparecchiature da 007 e registrò quattro conversazioni con De Donno (24 e 28 settembre 2002, dicembre 2002, 1° aprile 2003). Di queste certo non potrebbe mai dire che erano state casuali! La sentenza Maradei le critica duramente.
È altresì certo che in quel periodo Giuttari
per ben quattro volte registrò di nascosto colloqui con De Donno: non già per
documentare la commissione di reati o altri atti illegittimi in atto, giacché
le registrazioni restarono per vari anni nella esclusiva disponibilità di
Giuttari. Non può il tribunale che rilevare non solo l'oggettiva slealtà di un
simile comportamento da parte di un alto funzionario di polizia nei confronti
del suo questore; ma soprattutto, al contempo, la indiscutibile preoccupazione
che ovviamente suscita la scoperta che Giuttari abbia tenuto da parte tali
registrazioni per anni, comportamento che, fra l'altro, non è stato isolato,
essendo emerso come Giuttari abbia anche registrato un colloquio col p.m.
Canessa. La callida captazione di conversazioni e, ancor più marcatamente, la
loro conservazione per anni, sin quando non sopraggiunse l'occasione di usarle
(occasione o motivo che non esistevano al momento della loro formazione),
rivelano in Giuttari un ben preciso atteggiamento di fondo di tipo vendicativo verso
De Donno: si confezionano possibili prove da usare se e quando sarà possibile.
Un nuovo trasferimento. Con un procuratore capo e il suo superiore
diretto entrambi avversi alle indagini sui mandanti – ma certamente non per
volerli difendere – per Giuttari il portarle avanti poteva sembrare un’impresa
disperata. E infatti al rientro dalle ferie estive 2002 il Ministero
dell’Interno tornò alla carica, notificandogli una promozione a questore
vicario e il trasferimento alla questura di Prato, con decorrenza 7 gennaio
2003. Ne Il Mostro l’evento viene
collocato al 3 dicembre 2002, in realtà va anticipato di qualche mese. Dalla
sentenza Maradei:
Nel corso del 2002, l'opportunità di un
trasferimento (mai voluto) gli fu prospettata dallo stesso Questore di Firenze,
Giuseppe De Donno; se ne trova menzione anche nel file di testo “appunto
giovanni agosto 02.doc”, creato il 15.8.2002, con ultimo salvataggio il
16.8.2002, rinvenuto sul computer di Giuttari e trascritto (prod. p.m., faldone
13, foglio 5).
Il 3.10.2002 Giuttari fu nominato Vicario del
Questore di Prato con decorrenza dal 7.1.2003 […]
Per tale trasferimento era
necessario il nulla osta di Nannucci, che De Donno chiese a lui e a Gaetano
Ruello, procuratore generale. Così la vicenda venne ricostruita dallo stesso
Nannucci nella già citata memoria difensiva:
Il 7 settembre 2002 il Questore De Donno
chiedeva al procuratore e al dott. Ruello parere sul trasferimento di Giuttari
ex articolo 14 DL 271 (doc. 2) norma che com’è noto stabilisce a II comma che
se l’allontanamento è necessario per progressione in carriera il consenso non
può essere negato. Nella specie si trattava di passaggio da capo della Mobile a
vice questore.
Sottoposi la questione al collega Canessa, che
in data 30 settembre mi faceva presente che pur non avendo titolo per
interferire nelle decisioni dei vertici della Polizia di Stato, riteneva indispensabile
ribadire la necessità che un eventuale trasferimento del dott. Giuttari avrebbe
dovuto essere procrastinato “di qualche mese” in modo che la Squadra Mobile ...“possa
quanto meno concludere le attività di riscontro” (doc.3).
Nella stessa data Giuttari mi faceva pervenire
una nota diretta al Questore e a me per conoscenza nella quale riferiva che il
1° agosto il dirigente superiore dott. Giannella aveva manifestato la “forte determinazione”
di procedere al trasferimento alla Questura di Prato con funzioni di vicario;
che era state colto da malattia;
che aveva appreso da notizie di stampa che il procuratore
era orientato a fargli proseguire le indagini in corso;
che diverse erano le deleghe che a causa della
malattia non erano state sfogate;
che al Giannella durante il colloquio aveva
detto che aveva ancora bisogno di un arco di tempo di due tre mesi, giusto per
lasciare il lavoro nelle migliori condizioni possibili.
Alla. luce di quanto sopra (doc. 4) nella
stessa data 30 settembre scrivevo al dott. Ruello dicendo che in linea di
massima non ritenevo potesse costituire impedimento assoluto al trasferimento
la circostanza di ulteriori sviluppi delle indagini (lo stesso Giuttari nella
nota aveva dato atto che occupava l’ufficio da ben sette anni) ma al tempo
stesso pregavo di valutare che, concesso il nulla osta, si richiedesse l’applicazione
del dr. Giuttari alla Questura di Firenze per un periodo di tre mesi che era
quello stesso indicato da Giuttari per concludere le indagini più serie. Per migliore
informazione trasmettevo insieme le lettere di Canessa e di Giuttari (doc. 5).
In questo scenario piuttosto
complesso andò a inserirsi la carta che per tre mesi Giuttari si era tenuto in
tasca: la possibile querela a Nannucci per la vicenda delle Cappelle del Commiato, che infatti venne
presentata il 24 settembre. È bene evidenziare che ne Il Mostro, forse per ragioni letterarie, tale presentazione pare invece
immediata.
Ne parlo con il mio questore, che mi consiglia di andare dal procuratore a chiarire. «Sa, il procuratore è sempre il procuratore» mi dice. Sono molto restio. Non mi sembra di aver niente da chiarire. Anzi, più ci penso e più sono tentato di prendere la situazione di petto. Decido di denunciarlo con un articolato esposto-querela indirizzato alla Procura della Repubblica di Genova, competente per legge per fatti in cui sono coinvolti magistrati del distretto di Firenze.
Ne parlo con il mio questore, che mi consiglia di andare dal procuratore a chiarire. «Sa, il procuratore è sempre il procuratore» mi dice. Sono molto restio. Non mi sembra di aver niente da chiarire. Anzi, più ci penso e più sono tentato di prendere la situazione di petto. Decido di denunciarlo con un articolato esposto-querela indirizzato alla Procura della Repubblica di Genova, competente per legge per fatti in cui sono coinvolti magistrati del distretto di Firenze.
Dopo qualche giorno alla Procura di Firenze si
viene a sapere dell'esistenza del mio esposto e sia Canessa che altri
autorevoli magistrati mi sollecitano a rimettere la querela per evitare uno
scontro tra servitori dello Stato.
Alla fine mi lascio convincere, ma prima
chiedo una lettera di chiarimenti da parte del procuratore.
Nannucci questa volta è solerte e ricevo la
lettera.
Ed ecco la lettera, datata 17
ottobre 2002, nella quale Nannucci riconobbe il proprio errore di non aver
interpellato Giuttari prima del provvedimento incriminato, che addirittura era stato
trasmesso alla stampa prima ancora della notifica al diretto interessato.
Gent.mo Dott. Giuttari,
Nel momento in cui Ella sta per lasciare le funzioni
di Dirigente della Squadra Mobile di Firenze, mi permetta di esprimerLe, al di là
di passate incomprensioni nelle quali mi assumo la mia parte di responsabilità,
il più vivo rammarico per il Suo trasferimento ad altra sede.
Per quanto non abbia avuto modo di seguire personalmente
il Suo lavoro, so, sulla base degli atti che ho potato conoscere, quanto grande
sia stato il Suo impegno in indagini difficili e delicatissime per fini di
giustizia, e di quanta intelligenza abbia dato prova nella ricerca di possibili
filoni investigativi e di ricostruzione dei fatti.
Tra le qualità che a mio personale giudizio caratterizzano
in modo estremamente positivo l'attività che Lei ha svolto, e per le quali mi è
grato adesso di dargliene atto, v'è la perspicacia con cui ha esplorato settori
ed ambienti ritenuti in qualche modo meritevoli di approfondimenti investigativi,
senza timori reverenziali e senza subire alcun condizionamento psicologico quale
la posizione di alcuni soggetti, sfiorati dalle sue investigazioni, poteva far
temere; in ciò dimostrando assoluta fedeltà al proprio ruolo e alle esigenze di
imparzialità della giustizia.
Io per primo sono rimasto profondamente
dispiaciuto dal clamore con cui sulla stampa è stata data la notizia del provvedimento,
che ha cagionato a Lei, ma, mi creda, anche a me, grande amarezza. Di ciò desidero
con profonda sincerità esprimerLe tutto il mio rammarico, non come magistrato
ma come persona. D’altro canto, essendo impossibile mantenere riservata la decisione
del collega, circondarla di silenzio avrebbe provocato ogni sona di illazione,
ancor più nociva di quelle che si sono verificate. L’unica mia imprevidenza, di
cui tuttora mi dispiaccio, è di non averLa informata direttamente; se l’avessi
fatto, tutto si sarebbe – ne sono certo – immediatamente chiarito. In ogni caso posso
assicurarLe che non intesi mai ledere la sua onorabilità di funzionario e di
professionista.
Spero comunque di potere avere con Lei
migliori occasioni di conoscenza, e di poterLe confermare di persona tutta la
mia stima, insieme agli auguri per i nuovi compiti che La attendono.
Con viva cordialità
Questa la risposta di Giuttari, datata
18 ottobre.
Gentile Signor Procuratore,
La ringrazio tanto per la belle parole di cui
il valore più alto è nel riconoscimento della mia professionalità al servizio
dello Stato.
La Sua lettera, in particolare, mi testimonia,
con parole molto significative, la mia assoluta impermeabilità a
condizionamenti di qualsiasi natura nell’interesse superiore dello Stato.
Le assicuro che, sino all’ultimo giorno di
servizio nelle attuali funzioni, continuerò con il solito impegno e con la
solita fedeltà a condurre le attività di polizia giudiziaria in perfetta
sintonia con i Sostituti Procuratori titolari delle indagini.
Con i miei più sinceri e rispettosi saluti
Il giorno dopo Giuttari dichiarò
la remissione della propria querela (Fabio Vinci dovrebbe essere in realtà
Fausto Vinci, almeno così si legge dove c’è la firma).
Il 19 ottobre 2002, alle ore 11.20, presso gli
uffici della Squadra Mobile della Questura di Firenze, davanti al sottoscritto
Uff.le di P.G. Dr. Fabio Vinci, Vice Questore Aggiunto, è presente il dr. Michele
Giuttari, il quale ai sensi dell’art. 340 c.p.p. dichiara di voler rimettere a
tutti gli effetti la querela da lui proposta in data 24 settembre 2002 avanti
la Procura della Repubblica di Genova contro il dott. Ubaldo Nannucci.
Il presente verbale, riletto, confermato e
sottoscritto, verrà immediatamente trasmesso all’A.G. procedente ex art. 340/1°
c.p.p.
Leggendo la sua lettera di scuse,
appare chiara la certezza di Nannucci sul futuro trasferimento di Giuttari, pur
procrastinato al 7 gennaio 2003 in ragione delle esigenze di terminare le
indagini in corso. Ma il magistrato aveva fatto i conti senza l’oste, poiché
Giuttari non aveva alcuna intenzione di andarsene da Firenze rinunciando alla propria creatura, cioè all'inchiesta sui mandanti. Anche
perché dalla sua parte aveva sia Canessa sia Mignini, che non a caso indirizzarono una
lettera congiunta ai suoi superiori nella quale facevano presente la necessità
di mantenerlo al proprio posto, pena la compromissione delle indagini in corso.
Per il momento ottennero altri tre mesi di respiro, poiché il trasferimento
venne posticipato al 7 marzo.
Intanto i problemi di criminalità
a Firenze aumentavano, e alcuni sindacati di polizia ne attribuivano parte
della responsabilità anche a Giuttari. Da “Repubblica” del 10 gennaio 2003:
«Tirate fuori i soldi, è una rapina». Una
frase secca per portare via 7.500 euro dalla Cassa di Risparmio di viale
Petrarca. Due malviventi, ieri mattina verso le 11, non hanno nemmeno tirato
fuori le armi e sono fuggiti in macchina. Nella banca non c'erano clienti, una
cassiera ha avuto un leggero malore per lo spavento. È la quinta rapina in tre
giorni: l'assenza di armi o violenza non è bastata a allontanare le polemiche
sull'escalation criminale. I sindacati di polizia puntano, in modo diverso, il
dito sulla squadra mobile, che si occupa delle indagini. «È vero che alla
mobile ci sono problemi – dice Ivo Aramu del Sap – La sezione dovrebbe avere
input migliori. Non voglio togliere nulla alle indagini sul Mostro del
dirigente Michele Giuttari ma ci sono anche crimini più “ordinari” da seguire».
La vede in modo simile Roberto Varallo del Consap: «I fatti dimostrano che il
dirigente non va, ma perché i suoi superiori non prendono provvedimenti?».
Chiede un intervento dall'alto anche Antonio Lanzilli del Siulp: «La mobile va
ristrutturata».
Il 18 gennaio Giuttari dovette
subire un nuovo attacco, questa volta soltanto verbale ma assai bruciante per
il suo prestigio. Durante l’apertura dell’anno giudiziario il procuratore
generale Gaetano Ruello fece un polemico accenno alle indagini sul Mostro:
A Firenze sono stati compiuti ben 16 omicidi.
Per 9 vi è l’iscrizione di indagati a registro generale mentre 7 risultano allo
stato a carico di ignoti. E si continua ancora a indagare sui delitti del
“mostro di Firenze” e su fatti che sembrano ad essi connessi, con la prospettiva
di veder condannato, quando sarà, qualche arzillo novantenne.
Il prefetto di Firenze intervenne
sulla medesima falsariga, mentre Nannucci fu costretto a far buon viso a
cattiva sorte e a difendere le indagini oggetto di critica, che alla fin fine
era stato il suo ufficio ad aver autorizzato.
La soluzione. Tutti contro Giuttari, dunque, ma non Canessa e
Mignini, che continuarono con il loro pressing su De Donno e sui vertici della
Polizia. Purtroppo la documentazione in possesso di chi scrive non è esaustiva
su questo particolare periodo; si ha notizia di una lunga lettera scritta a
quattro mani a De Donno, il 2 dicembre 2002, e di successivi incontri dei due
PM sia con l’onorevole Alfredo Mantovano, già magistrato e in quegli anni sottosegretario
al Ministero dell’Interno nel governo Berlusconi, sia con Antonio Manganelli,
vice capo della Polizia. Il punto di svolta fu una ulteriore lettera del 17
febbraio 2003, in virtù della quale “il Capo del Dipartimento della Pubblica Sicurezza dott. De
Gennaro redasse un appunto per il Sig. Ministro, in esito al quale il Ministro,
con provvedimento del 2 aprile 2003, collocò in disponibilità il dott. Giuttari” (dalla memoria difensiva di Nannucci).
Il provvedimento del Ministro
dell’Interno, in quel momento Giuseppe Pisanu, si rifaceva all’art. 64 del
decreto legislativo n. 334 del 4 ottobre 2000 (vedi), che
consentiva la messa in disponibilità – per un periodo di tre anni prorogabile al
massimo di un altro anno – dei dirigenti di polizia per assegnarli a incarichi
speciali. Quindi Giuttari, a partire dal 2 aprile 2003, venne tolto dalla guida
della squadra mobile e assegnato a Canessa e Mignini per investigare solo ed
esclusivamente sui mandanti dei delitti del Mostro e sulla morte di Narducci.
Il termine, poi più volte prorogato fino al suo massimo, era il 31 dicembre di
quello stesso anno.
Nell’ambito dell’incarico
assegnato, era prevista la concessione di eventuali uomini e mezzi ritenuti
necessari al suo espletamento. Giuttari prese con sé otto agenti, tutti scelti
da lui meno uno: Michelangelo Castelli ispettore capo, Alessandro Borghi vice
sovrintendente, Joseph Costa vice sovrintendente, Ermanno Zoppi vice
sovrintendente, Vincenzo Mele assistente capo, Silvio De Iorio agente scelto,
Davide Arena agente scelto, Tiziana Colucci agente scelto. Gli furono anche
assegnate tre auto e un ampio immobile – in viale Gori 60 a Firenze, all’ultimo
degli otto piani di un enorme palazzone detto “Il Magnifico”, un tempo hotel e fin
dal 2000 interamente affittato a caro prezzo dalla Polizia che lo usava per
vari uffici e come dormitorio per i suoi agenti – dove venne attrezzata l’ambitissima
e in futuro usatissima sala intercettazioni.
La struttura ebbe anche un nome,
G.I.De.S. (Gruppo Investigativo Delitti Seriali), leggibile sui documenti
stampati, ma che non aveva alcuna valenza giuridica, come viene ben spiegato
dalla sentenza Maradei:
Non era stata creata alcuna stabile autonoma
struttura funzionale della Polizia di Stato, ma solo distaccato un funzionario,
quantunque dotato di uomini e mezzi, a disposizione di due Autorità
giudiziarie, per lo svolgimento di specifiche indagini di particolare
rilevanza. Il gruppo nasceva dunque non già come autonoma ramificazione del
Dipartimento della Pubblica Sicurezza dell'Amministrazione dell'Interno, ma
come gruppo di ausilio a un singolo ufficiale di p.g. che, intuitu personae
(ossia per la fiducia goduta presso i pubblici ministeri di Firenze e Perugia e
per l'indubbia conoscenza di indagini così delicate e complesse), era stato
temporaneamente destinato a compiti particolari. Il nome G.I.De.S. (Gruppo
Investigativo Delitti Seriali), da chiunque scelto e imposto, evoca una competenza
generale in tema di delitti seriali che, in realtà, non è mai esistita; così
come fa pensare a una articolazione stabile della Polizia di Stato, che, del
pari, non è mai esistita. Il "gruppo", quale dotazione a servizio di
Giuttari, era dedicato a indagare sui soli casi, per quanto di eccezionali
importanza e complessità, del mostro di Firenze e dell'omicidio Narducci e per
un tempo predeterminato, che non avrebbe potuto superare i quattro anni.
In sostanza il G.I.De.S. era lo
stesso Giuttari, il quale apponeva la propria firma su quasi tutti i documenti ed
era comunque responsabile di ogni operazione.
Probabilmente il nome lo aveva scelto lui stesso per dare maggior enfasi alle
proprie iniziative, tra l’altro allargandole in apparenza in un campo che non
gli competeva (quello di tutti i delitti seriali). Indipendentemente dal suo
stato giuridico, la struttura non era comunque niente male per inseguire
fantomatici mandanti che neppure si sapeva se esistessero davvero e ipotizzati
collegamenti tra la morte violenta di un medico umbro e i delitti del Mostro di
Firenze, fino a prova contraria frutto di semplici chiacchiere della gente. Si
trattò della classica soluzione all’italiana, con la quale si addossava alla
collettività il non indifferente peso economico di un conflitto che non si era riusciti a dipanare in
altri modi. Il risultato più importante, quello che premeva davvero, fu un
nuovo capo della squadra mobile di Firenze, Gianfranco Bernabei, finalmente
pronto ad affrontare senza distrazioni gli infiniti problemi di una storica
città che denunciava un certo affanno davanti al mutare dei tempi.
Dal canto suo Giuttari ottenne quel che aveva sempre voluto: la possibilità di dedicarsi a tempo pieno alle indagini sul Mostro, senza doversi preoccupare di tediosi problemi come quello dei vu cumprà o delle bande che svaligiavano appartamenti. Rimanendo tra l'altro a Firenze, una città dove si trovava più che bene e dove aveva anche comprato casa. In più ebbe modo di curare con maggior tranquillità la propria fortunata carriera di scrittore, che in quel periodo vide la pubblicazione di un libro all'anno: Scarabeo nel 2004, poi La loggia degli innocenti, Il Mostro e infine Il basilisco nel 2007.
Dal canto suo Giuttari ottenne quel che aveva sempre voluto: la possibilità di dedicarsi a tempo pieno alle indagini sul Mostro, senza doversi preoccupare di tediosi problemi come quello dei vu cumprà o delle bande che svaligiavano appartamenti. Rimanendo tra l'altro a Firenze, una città dove si trovava più che bene e dove aveva anche comprato casa. In più ebbe modo di curare con maggior tranquillità la propria fortunata carriera di scrittore, che in quel periodo vide la pubblicazione di un libro all'anno: Scarabeo nel 2004, poi La loggia degli innocenti, Il Mostro e infine Il basilisco nel 2007.
Oltre allo spreco di risorse
pubbliche – ci si deve domandare infatti se le indagini sulle fumose ipotesi
dei mandanti avessero potuto giustificare anche soltanto un decimo dei costi di una
struttura come quella del G.I.De.S. – nella soluzione adottata c’era comunque
un altro grosso inconveniente: l’eliminazione di ogni controllo dell’operato di
Giuttari da parte della Polizia. La qual cosa gli dava un’autonomia eccessiva,
favorita anche da un rapporto personale con i due pubblici ministeri,
soprattutto con Mignini, molto squilibrato a suo favore. Intuibile anche da
vari altri indizi, la circostanza emerge chiara tra le righe di un passo della
sentenza Maradei:
[…] le sue pressanti intimazioni a Mignini – per tutte le citate note del 23.5.2006 e, soprattutto, del 18.9.2006: si rinvia ancora alla loro integrale lettura – travalicano ogni limite possibile nei rapporti fra ufficiale di p.g. e p.m., quasi che il primo possa, dalla sua posizione per legge semmai sottordinata nella conduzione delle indagini preliminari, dirigere l'attività del secondo, pretendendo addirittura il compimento di determinati atti, e dovrebbero trovare, se del caso, adeguata valutazione in sede disciplinare [...]
Nella nota del 18 settembre 2006, purtroppo non disponibile a chi scrive, la sentenza rileva “toni la cui perentorietà lascia francamente sconcertati”. Il risultato di tale squilibrio e della mancanza di controlli esterni furono indagini che, almeno nel loro ultimo stadio, con la ricerca dei mandanti dei delitti del Mostro nulla avevano a che fare, e che la sentenza Maradei avrebbe giudicato ritorsive contro giornalisti e funzionari pubblici ritenuti “nemici”. Ma anche le stesse indagini sui mandanti appaiono a tratti preda di comportamenti parossistici. Si pensi all’abuso di intercettazioni telefoniche, uno strumento che la legge giudica transitorio, non per niente rinnovabile di quindici giorni in quindici giorni, e che riserva ai casi in cui esistono indizi gravi. Ebbene, il telefono di Francesco Calamandrei, sul quale certamente non esisteva nessun indizio grave, sarebbe stato tenuto sotto controllo per un paio d’anni!