sabato 8 ottobre 2016

Una perizia tutta sbagliata

Con questo articolo viene inaugurata una nuova etichetta, “Le dinamiche”, nell’ambito della quale cercherò di ricostruire l'insieme di azioni con cui il Mostro uccise le proprie vittime. A molti lettori potrà sembrare inutile e noioso leggere di ferite e sequenze di colpi, il lavoro è invece necessario, poiché potrà contribuire a far piazza pulita di alcune ipotesi tanto fantasiose quanto deleterie, come quella dei più assassini, ad esempio. Oltre agli articoli riguardanti le ricostruzioni corrette – naturalmente secondo il mio punto di vista, che in ogni caso chiunque potrà contestare – mi dedicherò anche alla critica di alcune ricostruzioni sbagliate. Proprio a una di queste, riguardante il delitto di Borgo San Lorenzo (14 settembre 1974, vittime Stefania Pettini e Pasquale Gentilcore) è dedicato il primo articolo.
Una volta svanite le speranze di trovare l’assassino tra i conoscenti delle vittime o tra i guardoni, il 12 ottobre  – un mese dopo i fatti, quindi con colpevole ritardo – il PM Vittorio La Cava affidò l’incarico di effettuare la perizia balistica al colonnello dell’esercito Innocenzo Zuntini, al quale fu chiesta anche una ricostruzione della dinamica omicidaria. Nella speranza che risultasse utile alle indagini in corso, un sintetico rapporto preliminare fu consegnato già il 18 successivo, mentre per il documento finale fu necessario attendere un paio di mesi. Grazie all’avvocato Vieri Adriani, è oggi disponibile una trascrizione di entrambi i documenti (scaricabili anche dalla pagina di download di questo blog).

Proiettili e ferite. Le foto seguenti fanno capire le condizioni in cui fu trovata la Fiat 127, con la portiera lato guida chiusa dall’interno e il relativo finestrino infranto, e la portiera lato passeggero spalancata. Come si vede, il corpo di Pasquale, con indosso calzini e slip, giaceva sul sedile di guida in posizione scomposta, mentre quello di Stefania, privo di qualsiasi indumento (ma gli slip li aveva strappati via l’aggressore), era supino a terra dietro la coda dell’auto. Lo schienale del sedile di guida era normalmente rialzato, quello del sedile del passeggero completamente reclinato.




Nella perizia, redatta con la collaborazione di chi aveva effettuato le autopsie (Mauro Maurri e Giovanni Marello), vengono elencate cinque ferite d’arma da fuoco su Pasquale, tutte con proiettile ritenuto: nell’ordine presunto di sparo, due trapassanti il braccio sinistro e poi entrate nel torace, una al fianco sinistro, una all’inguine sinistro e l’ultima in zona ombelicale. I tramiti dei primi tre proiettili seguivano più o meno la linea delle spalle, il quarto la intersecava a 45 gradi e infine il quinto diventava perpendicolare, come se il corpo della vittima avesse presentato dapprima il fianco sinistro allo sparatore, e poi avesse ruotato fino a mostrargli l’addome. Le ferite erano tutte molto gravi, particolarmente la seconda che aveva interessato anche il cuore.


Molto più confusa e incompleta risulta la descrizione delle ferite d’arma da fuoco su Stefania. La perizia elenca innanzitutto una “triplice ferita penetrante” al fianco destro, attribuita al rimbalzo di un proiettile frammentatosi in tre parti dopo aver colpito un ostacolo, vedremo tra breve quale e con quali modalità. Un altro proiettile avrebbe colpito il ginocchio destro, fuoriuscendo, e un terzo la gamba destra, da dove fu estratto, ma non viene ben precisata la direzione dei tramiti, anche se dal contesto risulta essere da destra a sinistra.


Infine due proiettili sarebbero stati estratti dalla spalliera del sedile di guida.

L’attacco. La dinamica ricostruita da Zuntini fa perno sulla convinzione che il vetro del finestrino lato guida fosse stato infranto da un proiettile proveniente dall’interno dell’auto, quindi sparato da destra, e questo perché la maggior parte dei frammenti sarebbero stati ritrovati fuori sull’erba e la bombatura di quelli rimasti in sede sarebbe stata rivolta verso l’esterno.

Per giudicare se il vetro è stato rotto dall’esterno oppure dall’interno, era sufficiente controllare in quale verso volgeva la bombatura dei frammenti ancora in sito. Nel sopralluogo lo scrivente poté controllare chiaramente che la bombatura era rivolta verso l’esterno; e che inoltre la grande maggioranza dei frammenti giaceva verso l’esterno dell’autovettura.
In base a quanto sopra si può quindi concludere che il vetro è stato rotto dall’interno dell’autovettura.
Tale punto, apparentemente di scarsa importanza, costituisce invece un elemento essenziale di partenza per la ricostruzione dell’incidente.

Questa ferrea ma opinabile certezza portò Zuntini a ipotizzare che anche tutti gli altri colpi fossero stati esplosi dal lato destro dell’auto. Quindi l’assassino avrebbe sorpreso i ragazzi mentre giacevano sul sedile di destra reclinato, lui su di lei, e avrebbe aperto la portiera iniziando a sparare. Pasquale sarebbe stato colpito sul lato sinistro del corpo con i primi tre colpi elencati, ma, nonostante le gravissime ferite, avrebbe avuto la reazione istintiva di girarsi facendo perno sul fianco destro e rialzando il busto, fino ad abbattersi sul sedile di guida dove venne rinvenuto. Durante il movimento sarebbe stato colpito dal quarto proiettile dopo 45 gradi di rotazione e dal quinto dopo 90. Altri tre colpi sarebbero andati a vuoto, quello finito contro il finestrino sinistro con rottura del vetro e persosi poi all’esterno, e i due estratti dalla spalliera del sedile di guida.
Eliminato Pasquale, lo sparatore avrebbe rivolto l’arma contro Stefania, non più protetta dal corpo del fidanzato, sparando un primo colpo, ma, forse per il suo stato di eccitazione, forse per la reazione di difesa di lei che potrebbe aver spostato la pistola, il proiettile sarebbe finito fuori bersaglio, sulla guida metallica di scorrimento del sedile (quindi con direzione dall’alto in basso), contro la quale si sarebbe frammentato colpendo di rimbalzo in tre punti la ragazza al fianco destro. Un secondo proiettile l’avrebbe colpita al ginocchio destro, tenuto in alto a difesa, fuoriuscendo e perdendosi attraverso il finestrino opposto rotto, oppure finendo dentro la spalliera del sedile di guida (nel testo è riportato “spalliera del sedile destro”, ma dal contesto si capisce che si tratta di un errore di scrittura). È logico che in questo secondo caso i colpi a vuoto contro Pasquale sarebbero da diminuire di uno. Sarebbe infine stato esploso il terzo colpo contro la ragazza (il decimo o undicesimo, quindi, secondo Zuntini), quello che la colpì alla gamba destra fermandosi contro la tibia.
Con la pistola scarica e Stefania ancora viva, l’assassino avrebbe poi estratto il coltello iniziando a colpirla con estrema violenza, fino a ucciderla, per poi assestare due fendenti anche a Pasquale, quasi sovrapposti, al fianco destro.

Gli errori su Pasquale. Sono molti gli elementi che convincono poco nella ricostruzione proposta da Zuntini, il quale, sarà bene metterlo in evidenza, aveva riconosciute e ottime competenze balistiche, ma non risulta sapesse qualcosa di studio della scena del crimine. In più non gli erano venuti in aiuto né il ritardo di un mese con il quale aveva esaminato l’auto, che quindi era già stata abbondantemente frugata e manomessa dai carabinieri, né la pessima documentazione autoptica, della quale in seguito si sarebbero lamentati in molti (la verifica però non è possibile, poiché non è ancora stata resa pubblica). Ad esempio, “per carenza di documentazione”, nella loro perizia riassuntiva del 1982-83 Arcese e Iadevito avrebbero dovuto accontentarsi di indicare soltanto i proiettili estratti e la zona di estrazione, non quella d’ingresso, mentre l’equipe De Fazio avrebbe scritto di verbali “non sempre ben leggibili, a volte incompleti e privi anche della risposta ai quesiti usuali perché rinviati alla relazione peritale, poi non eseguita”. 
Un gravissimo errore, la scelta del lato destro dell’auto per l’attacco, è manifesto già in partenza e condiziona malamente tutta la ricostruzione che segue. La portiera trovata aperta con il vetro ancora intatto costituiva un elemento di grave ostacolo, ma la perizia così risolve il problema:

La portiera destra che aveva il vetro alzato, era verosimilmente aperta perché in caso contrario “il guardone” avrebbe visto poco di quanto (erano già passate le ore 23) avveniva nell’autovettura.
Lo sparatore con l’arma in pugno, si è dunque presentato nel vano (già aperto oppure che ha aperto esso stesso) della portiera destra dell’autovettura Fiat 127.

Incredibilmente viene presa in esame la possibilità che i ragazzi fossero rimasti in auto a discutere per almeno due ore con la portiera destra aperta, mentre l’assassino li stava osservando. E quella portiera non l’avrebbero chiusa neppure dopo essersi spogliati per un rapporto intimo! Poteva essere stato un caldo soffocante a imporre loro tale assurdo comportamento? No, poiché si era nel pieno di una notte quasi autunnale, tra l’altro dopo una giornata in cui era piovuto. Non per niente Pasquale aveva portato un giubbotto e Stefania un maglione.
La perizia contempla anche la possibilità che fosse stato l’assassino a spalancare la portiera, quindi trovandola priva di sicura. Ma pare davvero improbabile che in un posto buio e sperduto come quello i ragazzi, pressoché completamente nudi, non si fossero chiusi dentro dall’interno. A riprova la portiera lato guida aveva la sicura abbassata, quindi non si vede perché non avrebbe dovuto trovarsi nello stesso stato anche l’altra. E nella remota ipotesi di una dimenticanza, ci si deve chiedere come avesse fatto l’assassino a prevederlo nel decidersi per un’azione che avrebbe potuto rovinare l’effetto sorpresa se non fosse andata a buon fine. Del resto in tutti gli attacchi successivi la prima pallottola avrebbe sempre colpito il vetro di un finestrino, mandandolo in frantumi.
La posizione di Pasquale prono sopra Stefania, intento nel coito oppure in procinto di iniziarlo, male si accorda con il fatto che entrambi i ragazzi indossassero gli slip. Anzi, è molto probabile che la giovanissima coppia non avesse ancora praticato rapporti completi, tenendo conto della testimonianza di un ragazzo che aveva frequentato non troppo tempo prima Stefania.
Se in linea teorica i due avrebbero potuto trovarsi lui sopra di lei anche senza congiungersi o volersi congiungere, ad affossare del tutto questa ipotesi sono i tramiti dei tre proiettili che colpirono Pasquale al fianco sinistro. Rispetto alla mano dello sparatore, infatti, la vittima si sarebbe trovata più in basso, quindi avrebbe dovuto rimanere colpita al dorso, come appare evidente dalla foto ricostruttiva che segue (causa l’impossibilità di poter disporre di una Fiat 127, per questa e altre foto si è usato una Renault Clio del 2000, assai simile per dimensioni).


Per provocare le tre ferite longitudinali al braccio e al fianco sinistri di Pasquale, lo sparatore avrebbe dovuto accucciarsi, in una posizione del tutto innaturale per un attacco improvviso.


Oppure dovrebbe essere stato il ragazzo, in reazione all’improvvisa apertura della portiera, a ruotare opportunamente il busto ponendosi con il fianco sinistro sulla linea di tiro, ma in questo caso avrebbe dovuto far leva sul braccio sinistro, il quale quindi non si sarebbe trovato aderente al fianco, come invece risulta dalla traiettoria dei due proiettili che lo attraversarono prima di entrare nel fianco stesso.


Anche la successiva rotazione volontaria che avrebbe fatto finire il ragazzo sul sedile del guidatore con la testa contro il finestrino è da escludere. Ecco la descrizione di Zuntini:

Prima che i due “partners” avessero modo di riaversi e di ricomporsi, lo sparatore ha aperto il fuoco con la sua pistola sui 2 giovani; poiché il corpo della V.M. copriva il corpo della sua compagna, esso fu il primo di essere colpito con i primi 3 colpi già esaminati al fianco sinistro, i quali colpi hanno infatti tutti una comune direzione da sinistra versa destra.
Le 3 ferite erano tutte gravissime, la 2, in particolare mortale, ma non tale da bloccare all’istante i centri nervosi e motorii della vittima; il leso pertanto iniziò un movimento di ribaltamento del corpo di circa 180 gradi, facendo perno sulla parte destra del corpo rimasta illesa, e verosimilmente aiutato anche istintivamente dalla V.F. che, terrorizzata, lo spingeva nello stesso verso con le sue mani.
Durante tale movimento di ribaltamento, dopo che il corpo aveva appena compiuto una rotazione di 45 gradi, fu esploso il quarto colpo alla regione inguinale e, dopo una rotazione di 90 gradi circa, fu esploso il quinto colpo che colpì il leso nella zona ombelicale.

Già ci sarebbe da contestare la possibilità che Pasquale avesse potuto compiere un movimento così ampio con addosso le gravi ferite causate dai primi tre colpi, delle quali una al cuore, ma a rendere non credibile la rotazione descritta da Zuntini è in ogni caso la presenza di ostacoli insormontabili nello stretto abitacolo. Il primo e più grosso era la gamba sinistra di Stefania.


A impedire l’ampio movimento che sarebbe stato necessario c’erano poi la leva del cambio, alta almeno venti centimetri sopra il piano di seduta, e il volante, in mezzo ai quali Pasquale avrebbe dovuto quasi cadere dall’alto (l’abitacolo nella foto sottostante è proprio quello di una Fiat 127).


In effetti, come si arguisce dal pomello nero nell’immagine sottostante, le gambe di Pasquale erano al di là della leva del cambio (la stessa foto vista nei convegni si allarga sulla destra e conferma questa impressione). Quindi sarebbe stato necessario un balzo, per scavalcare l’ostacolo, non una semplice rotazione, il che rende per di più poco plausibile che i due colpi successivi avessero colpito il poveretto nel modo lineare descritto dalla perizia (durante la rotazione, il primo dopo 45 gradi, il secondo dopo 90).


La disposizione delle macchie di sangue visibili nella stessa foto ci dà modo di rilevare un’altra grave incongruenza insita nella ricostruzione di Zuntini. Il rivolo che scende dal fianco seguendo la linea superiore del gluteo, evidenziato dalle tre frecce verdi, è dovuto alle due coltellate sovrapposte (freccia più alta) vibrate post mortem, con ferite ancora sanguinanti per effetto della gravità. Ma quel sangue di sicuro non fu responsabile del consistente e ben visibile impregnamento degli slip, nè nella parte alta nè nella parte bassa (frecce rosse a destra). La ricostruzione di Zuntini non è in grado di spiegare il fenomeno, come non è in grado di spiegare la presenza di ampie macchie sulla schiena, che non corrispondono ad alcuna ferita (frecce rosse in alto). Per quel sangue va quindi rintracciata una differente origine. Nel prossimo articolo vedremo che era di Stefania.

Gli errori su Stefania. Passiamo alle ferite di pistola su Stefania, che furono descritte in modo approssimativo e giustificate in modo poco convincente. Iniziamo dalle tre al fianco destro, dando la parola alla stessa perizia:

il proiettile impattò prima contro la guida di scorrimento del sedile con angolo di circa 45 gradi, rimbalzò verso l’alto, scindendosi in 3 frammenti di cui almeno uno passò fra sedile e spalliera, perforò quindi la stuoia ed ormai deformato, con forza viva ridotta, colpì unitamente agli altri 2 frammenti la lesa al fianco destro (frammenti non recuperati). È molto probabile che fu proprio la V.F. che in tale istante si trovava poggiata sul fianco destro, per contrastare il suo assalitore, a deviare l’arma che doveva essere a portata delle sue mani (come l’origine della traiettoria del proiettile ci indica); in alternativa il colpo impreciso e troppo basso fu frutto della precipitazione dello sparatore.

La foto sottostante di una vera Fiat 127 ci dà un’idea della posizione di Stefania al momento dello sparo – per problemi organizzativi l’attore è di sesso maschile – così come la immaginò Zuntini.


Sopra il sedile c’era una stuoia, qui purtroppo assente, sulla quale Zuntini rilevò la presenza di un foro all’altezza della giunzione tra seduta e spalliera. Secondo lui il foro era stato causato da almeno uno dei tre frammenti che avevano colpito Stefania al fianco.
Nella foto sottostante viene mostrata la guida metallica del sedile contro la quale il proiettile si sarebbe frammentato, con le possibili traiettorie.


A rendere già poco logica la ricostruzione di Zuntini è lo spazio ridottissimo, praticamente nullo, che si crea tra seduta e spalliera una volta che questa è tutta reclinata, poiché i due pezzi rimangono a contatto. Ma supponiamo che proprio in quel punto, facendosi largo tra le pieghe della fodera, fossero passati i tre frammenti. La domanda è: il foro nella stuoia da quanti frammenti era stato prodotto? Non è credibile che tutti e tre fossero rimasti così vicini da causare un solo foro, come invece sembrerebbe ritenere Zuntini quando scrive di “un foro di proiettili analogo agli altri, ma un poco più largo” e “in sede di autopsia fu rilevato sul fianco destro (quindi nella zona che era a contatto con quella del foro esistente sulla stuoia) una triplice ferita penetrante prodotta dai tre frammenti metallici”.  In effetti, nel passaggio riportato poco sopra, si legge della possibilità che soltanto uno dei frammenti fosse passato attraverso il foro (“3 frammenti di cui almeno uno passò fra sedile e spalliera”), ma in questo caso ci si deve chiedere da dove fossero passati gli altri due per colpire Stefania più o meno nella medesima zona.
In ogni caso a tagliare la testa al toro rendendo del tutto impossibile l’ipotesi di Zuntini c’è un elemento che basta da solo: la slitta contro cui avrebbe impattato il proiettile era coperta dal sedile, che si trovava più indietro rispetto all’immagine appena mostrata. Per convincersene basta guardare quella successiva, dove viene messa a confronto una foto della 127 originale – dalla quale si vede anche la stuoia – e la foto già utilizzata per illustrare la posizione di Stefania.


Più o meno i due sedili risultano arretrati allo stesso modo, anzi, quello originale leggermente di più. Ebbene, vediamo di quanto sporge la slitta in questa condizione.


Come si vede l’arretramento del sedile l’ha del tutto coperta, come aveva coperto quella della 127 di Pasquale, quindi nessun proiettile avrebbe potuto colpirla.
Con la sua ingegnosa ricostruzione Zuntini cercò di giustificare un probabilissimo abbaglio di chi aveva effettuato l'autopsia: le tre ferite rilevate al fianco di Stefania non erano affatto dovute a frammenti di proiettili, ma ad altra causa, forse allo sfregamento del corpo su qualche asperità dell’auto al momento dell’estrazione da parte dell’assassino. Non sembra affatto un caso se quei tre frammenti non erano stati recuperati. Vale anche la pena osservare che nel primo rapporto di Zuntini frammenti e ferite erano cinque: “L’assassino [...] ha abbassato la mira e ha colpito la base del sedile di destra [...], il proiettile si è ivi frantumato in 5 piccole schegge che hanno colpito la donna al fianco destro”. Il che la dice lunga sulla confusione che dev’esserci stata nei risultati dell’autopsia.
Passiamo alle ferite al ginocchio e alla gamba destra, la prima con proiettile passante, la seconda con proiettile ritenuto, entrati entrambi con andamento “dal basso verso l’alto (per quanto avessero traiettorie pressoché orizzontali)”. La frase è oltremodo criptica, e non aiuta affatto a comprendere quale traiettoria avessero percorso i due proiettili. Erano entrati da destra o da sinistra? La perizia non lo dice, ma è chiaro che sottintende da destra. Anche in questo caso la documentazione autoptica doveva essere stata assai confusa. Dieci anni dopo De Fazio avrebbe interpretato i dati a lui disponibili in tutt’altro modo scrivendo di “alcune ferite da arma da fuoco, verosimilmente una al ginocchio dx, tre al fianco dx, una al ginocchio sx.”, e spostando quindi sul ginocchio sinistro la ferita alla gamba destra. In più avrebbe ipotizzato una provenienza dei due colpi da sinistra:

In via di ipotesi, tenuto conto della carenza di dati esaustivi, può essere proposta la seguente ricostruzione dinamica del caso. Dopo aver ucciso l'uomo con parecchi colpi di rivoltella sparati dal lato sinistro dell'auto […], e che possono aver attinto anche le ginocchia della ragazza, l'omicida si è portato sul lato dx. dell'auto ed ha esploso altri colpi all'indirizzo della donna (tranne che anche i colpi all'addome abbiano attinto la donna allorché l'omicida ha sparato stando sul lato sinistro dell'auto).

Bossoli e proiettili. Ma è soprattutto il punto del terreno nel quale furono raccolti i cinque bossoli a rendere la ricostruzione di Zuntini completamente sbagliata. Se è vero che al momento del recupero l’auto era già stata portata via, è anche vero che le tracce dell’accaduto dovevano essere ben evidenti sul terreno, se non altro i frammenti di vetro del finestrino rotto, e quindi dovette risultare piuttosto facile stabilire la posizione relativa dei bossoli. Al processo Pacciani Canessa disse (vedi): “Dobbiamo rifarci un po' agli atti di allora che sembra, dai verbali loro vedranno, sembra di capire che invece i bossoli sono sulla sinistra. Cioè dalla parte opposta dove lo sportello è chiuso”. D’altra parte lo stesso Zuntini scrisse: i “bossoli furono rinvenuti sul terreno, alla sinistra dell’autovettura, all’altezza della ruota posteriore sinistra, su un’area di circa 1 m quadroammettendo che il fatto “ad un esame superficiale potrebbe sembrare strano o inspiegabile” nell’ipotesi di un attacco da destra. La spiegazione data dal perito risulta improbabile e contorta: espulsi verso destra e all’indietro con un angolo di 45 gradi, i bossoli avrebbero urtato contro l’interno del vetro della portiera destra aperta (anch’essa di 40-50 gradi) rimbalzando fino a scavalcare l’autovettura e cadere sul lato opposto.
Zuntini scrisse di aver condotto delle prove ottenendo esattamente questo risultato, ma non gli si può credere. Un cilindretto in rapido moto rotatorio che urta contro una superficie dura può schizzare da ogni parte, e se in più si considera la mobilità dell’arma durante l’azione è del tutto improbabile che i cinque bossoli fossero finiti uno vicino all’altro dopo aver rimbalzato contro una portiera la quale, per giunta, avrebbe dovuto essere aperta esattamente di circa 45 gradi per poterli indirizzare verso il punto in cui sarebbero caduti. Guarda caso nel successivo delitto di Scandicci, dove non esiste alcun dubbio sul lato dell'attacco, il sinistro, i bossoli trovati all'esterno erano nella medesima posizione relativa di quelli di Borgo: “Sul terreno a sinistra dell'auto, a cm.90 dal centro della ruota posteriore 1 bossolo cal.22 tipo Winchester con fondello percosso; a cm.75 altro bossolo e a cm.85 altri 2 bossoli identici al primo” (perizia De Fazio). Semmai ci sarebbe da riflettere sulla loro poca distanza dal punto di sparo, meno di due metri invece dei canonici tre, ma per questo c'è una spiegazione che sarà discussa in un futuro articolo.
L’estrema improbabilità che il perito avesse condotto davvero la prova precedente ottenendo i risultati dichiarati costringe a guardare con sospetto anche altre sue affermazioni, la più importante delle quali riguarda la traiettoria dei due proiettili da lui stesso rinvenuti all’interno della spalliera del sedile di guida: fori d’ingresso e tracce del passaggio attraverso l’imbottitura ne indicherebbero una da destra verso sinistra, in accordo quindi con la posizione dello sparatore sul lato destro. I fori dei due proiettili erano stati notati quasi subito dai carabinieri, come risulta dal rapporto giudiziario del 18 settembre 1974 firmato dal capitano Olinto Dell’Amico:

Sull’autovettura era possibile rilevare, nella parte superiore del sedile anteriore sinistro, oltre ad un taglio da arma impropria bianca, anche due piccolissimi fori di entrata di piccoli proiettili, peraltro non rinvenuti all’interno né del sedile né dell’auto.

Come si vede i proiettili erano già stati cercati, e quindi l’imbottitura del sedile già frugata, si può immaginare con quale sconquasso della stessa, quindi non è detto che un mese dopo, quando Zuntini li trovò, fosse stato possibile determinarne la traiettoria.
Infine è del tutto da escludere che l’assassino avesse sparato dieci o undici colpi, poiché la sua pistola poteva contenerne al massimo nove, come sarebbe emerso con chiarezza negli episodi omicidari successivi, soprattutto a Baccaiano e Scopeti, dove la disponibilità di qualche cartuccia in più gli avrebbe fatto comodo. Si tratta di una grave contraddizione, rilevata anche dall’attentissimo giudice Francesco Ferri nella sua nota sentenza:

le conclusioni dei periti balistici relative al fatto del 1974, secondo le quali sarebbero stati esplosi dieci o undici colpi, si inseriscono in una perizia che non brilla per chiarezza, e non sono giustificate in base al numero dei bossoli repertati, cinque, né in base al numero dei proiettili repertati, otto, né in base al numero complessivo dei colpi riscontrati sui due cadaveri, otto, dei quali cinque per il Gentilcore e tre per la Pettini, né in base al numero dei proiettili ritenuti nei cadaveri, sei, dei quali cinque per il Gentilcore ed uno per la Pettini.

Alla fine si ha la netta impressione che Innocenzo Zuntini avesse fatto tornare i propri conti, non esitando a metter dentro qualche strategico aggiustaggio nei dati. A sua discolpa, è il caso di ribadirlo, c’è da dire che non fu favorito né dalla fretta con la quale dovette fornire le prime valutazioni, dalle quali in seguito evidentemente non fu più capace di staccarsi, né dai confusi risultati dell’esame autoptico. Non è un caso se al processo Pacciani la deposizione di Mauro Maurri (vedi), invece di chiarire, portò altra confusione, soprattutto riguardo le ferite sulla ragazza: quelle al fianco sarebbero state accompagnate da altrettante passanti al braccio destro, in compenso non fece alcuna menzione di ferite alle gambe. Ma l’anatomopatologo era andato a braccio, dichiarando di non aver riletto i documenti originali, o forse li aveva riletti ma non li aveva capiti bene neppure lui.

Abbiamo visto che De Fazio, nel 1984-85, respinse la dinamica proposta da Zuntini, postulando un attacco da sinistra. A concordare invece con il perito è il recente ebook di Valerio Scrivo, “Il Mostro di Firenze esiste ancora”, dove però non si menzionano le tre ferite al fianco di Stefania. Nel prossimo articolo chi scrive proporrà la propria ricostruzione, nel tentativo di eliminare i dubbi principali e soprattutto di evidenziare alcune importanti caratteristiche del futuro Mostro di Firenze al suo esordio.

lunedì 22 agosto 2016

La teste 'Gamma'

L’uscita dell’articolo “La teste Gamma” sull’ottimo blog dell’amico Omar Quatar (alias Frank Powerful) mi dà l’occasione per tornare sul tema della macchina rossa vista sotto la piazzola di Scopeti nella domenica ritenuta ufficialmente giorno del delitto. A dire il vero l’intenzione già l’avevo, per un particolare non di poco conto emerso nel recente libro “Al di là di ogni ragionevole dubbio”, di Cochi, Cappelletti e Bruno, e per la mia dimenticanza di un altro particolare, anch’esso dotato di un certo valore. Vedremo di entrambi, ma andiamo per gradi.
Nell’ambito di un più generale e lodevole disegno che si propone di rivedere in modo critico le indagini che portarono alla condanna di Vanni e Lotti, l’articolo citato affronta la questione della testimonianza di Gabriella Ghiribelli, della quale qui si era già trattato (vedi). L’autore è molto scettico sulla sua validità, anzi, al contrario di chi scrive è in generale molto scettico sul coinvolgimento nella vicenda di Giancarlo Lotti, ritenuto soltanto un povero diavolo che si lasciò fagocitare suo malgrado da un’inchiesta radicalmente sbagliata. Convinzione senz’altro rispettabile, anzi, condivisa dalla grande maggioranza di coloro che rifiutano la verità giudiziaria uscita dai due noti processi. Ma, almeno in questo caso e a parere di chi scrive, il buon Frank se ne è lasciato condizionare fin troppo, interpretando a senso unico il comportamento di una testimone che può, anzi, deve, esser letto in modo del tutto differente. Se ho ben capito, il suo pensiero è infatti quello di un avvistamento reale ma che riguardò un’auto non di Lotti. A Lotti la testimone l’avrebbe poi associata (dieci anni dopo) per “deduzione (apparentemente) logica”, dovuta a una sua reazione che vedremo, se non anche per “motivi di rivalsa” nei suoi confronti, dovuti al fatto di essere stata immischiata.
Pur costruito con la consueta serietà e abbondante citazione di fonti, purtroppo l’articolo rischia di portare acqua alla superficialità di molti che sulla rete dissertano della vicenda. Ecco perché mi sento costretto a contestarlo, sicuro che l’autore non se la prenderà, visto che è una persona seria e quindi il suo interesse primario dovrebbe restare sempre il perseguimento della verità, o almeno di quanto più vicino a essa si possa sperare di raggiungere.

Osservazioni. Cominciamo con un’osservazione: che quella domenica un’auto assai simile alla Fiat 128 rossa di Lotti si fosse aggirata attorno alla piazzola è abbondantemente dimostrato dalla testimonianza dei coniugi De Faveri-Chiarappa. L’integrazione con la testimonianza di Sabrina Carmignani dimostra altresì che a metà pomeriggio quell’auto se n’era andata ed era poi tornata. Vista dai coniugi un paio d’ore prima, infatti, all’arrivo della Carmignani non c’era più, mentre più tardi gli stessi coniugi la videro ancora. Anzi, tutto lascia pensare che fosse proprio quella l’auto incontrata dalla Carmignani mentre se ne stava andando, poiché risultano compatibili alcuni particolari significativi. Nell’ottica di un delitto già avvenuto da uno o due giorni, quindi, non risulta poi troppo importante l’avvistamento Ghiribelli, definito da Frank addirittura una “pietra miliare”, per dimostrare l’interesse di Giancarlo Lotti verso la piazzola (sempre che l’auto fosse la sua, come logica vorrebbe, però, vista la descrizione resa dai coniugi sia di essa sia dei due individui che vi erano appoggiati, ben compatibili con lui e Pucci). Ma c’è di più. Considerato quell’interesse e il movimento di avanti e indrè del pomeriggio, risulta così improbabile che la stessa auto fosse tornata anche alla sera? A chi scrive pare proprio di no, e da questa probabilità la testimonianza Ghiribelli viene oggettivamente irrobustita. Insomma, la donna disse di aver visto un’auto che già altri prima di lei avevano visto, a diversa ora ma nel medesimo luogo, quindi appare francamente eccessivo lo scetticismo verso la veridicità del suo avvistamento di cui l’intero articolo è permeato. A meno di non ritenere che avesse saputo della testimonianza dei coniugi e sulla base di essa avesse inventato la propria. Vedremo però che si tratta di un’eventualità poco ragionevole, anzi, tutto lascia pensare che non soltanto la Ghiribelli avesse visto un’auto simile a quella di Lotti, ma avesse anche nutrito più di qualche sospetto che si fosse trattato proprio della sua.
Una seconda osservazione riguarda l’affidabilità generale della testimone stessa. È noto che nel 2003 Gabriella Ghiribelli sarebbe stata richiamata in causa da Giuttari, nella speranza di riceverne appoggio per le sue fallimentari indagini alla ricerca dei mandanti. La donna non si sarebbe fatta pregare, accontentando ad abundantiam l’investigatore con plateali e anche comiche invenzioni, come quella, ben nota, del dottore che mummificava i cadaveri, citata non a caso anche nell’articolo in oggetto. Basta, questo, a squalificarne le dichiarazioni rilasciate nell’inchiesta precedente, come superficialmente ritengono molti commentatori?
Fare di tutte le erbe un fascio è una tentazione irresistibile, comoda spesso per far tornare i propri conti, ma non è il modo migliore per cercare la verità. Chi ha mentito una volta non necessariamente ha mentito in ogni altra occasione, come chi ha detto il vero una volta non per questo può ritenersi sempre affidabile. A fare la differenza è anche il contesto. Innanzitutto la Ghiribelli che si prestò alle manovre di Giuttari sui fantomatici mandanti era giunta all’ultimo stadio del proprio percorso autodistruttivo di alcolista (sarebbe morta di cirrosi epatica di lì a un anno e mezzo), quindi è da credere che il suo contatto con la realtà fosse ormai molto precario. Sette-otto anni prima avrà anche bevuto qualche bicchiere di quello buono per tenersi su, ma di sicuro la sua situazione non era così drammatica, come del resto è desumibile dalla deposizione del 1997, dove apparve ancora abbastanza lucida.
In più ci sono le motivazioni. Fin dai primi mesi dell’inchiesta sui Compagni di merende la donna aveva dimostrato di essere molto sensibile al fascino della notorietà, lei che non aveva mai contato nulla, fronteggiando con grande disinvoltura giornalisti, giudici e avvocati. A parte qualche sporadica intervista, era poi ripiombata nell’anonimato. Essere chiamata di nuovo sul palcoscenico dovette renderla molto felice e soprattutto molto disponibile a raccontare di tutto, complice lo stato di ebbrezza nel quale si doveva sempre trovare. La Ghiribelli che fu interrogata a fine 1995 appare invece come una donna spaventata e infastidita dall’essere stata tirata in ballo in una storia molto pericolosa, e nella quale, a parere di chi scrive, aveva anche qualcosa da nascondere.

Primo interrogatorio. Ma veniamo a quel 21 dicembre 1995, quando Gabriella Ghiribelli si sedette di fronte agli uomini della SAM (o forse ex SAM). Nel suo articolo Frank lascia intendere che in quel momento, causa precedenti ammissioni e testimonianze, già si era attivata l’attenzione di Giuttari verso Giancarlo Lotti e la sua macchina rossa (“Non c’è da stupirsi che nel dicembre 1995, nell’approssimarsi del processo di appello a Pietro Pacciani, Giancarlo Lotti venga messo sotto torchio”), e quindi, per logica conseguenza, che dalla Ghiribelli ci si attendesse chissà quali importanti rivelazioni su di lui. Il che, naturalmente, non sarebbe andato a vantaggio della serenità dell’interrogatorio, dato il rischio di indebite pressioni. Ma non pare affatto così. In fin dei conti, in virtù della recente testimonianza De Faveri-Chiarappa, quella macchina rossa era stata collocata sotto Scopeti soltanto al pomeriggio, senza alcuna traccia di Pacciani. Peraltro, che Giuttari avesse già messo le mani sulla testimonianza Martelli-Caini – dove comparivano due auto a Vicchio la seconda delle quali “poteva essere rossa” – è assai improbabile. Il fresco capo della Mobile si era messo a studiare il caso da appena due mesi: si può credere che il suo pur innegabile fiuto lo avesse già indirizzato, tra la montagna di carte per lui sconosciute, proprio a quella oscura testimonianza in precedenza trascurata? Molto più probabile che l’avesse presa in considerazione a posteriori, durante i mesi successivi (a Lotti sarebbe stata contestata il 6 marzo 1996).
In ogni caso, quando il 15 dicembre il superpoliziotto aveva avuto di fronte Lotti, non gli aveva chiesto di alcuna auto rossa. Evidentemente l’argomento non era stato sviscerato neppure durante il precedente interrogatorio di Filippa Nicoletti, condotto da Canessa il 27 novembre, durante il quale alla donna era stato chiesto se Lotti avesse posseduto un’auto di quel tipo. Allo stato dei documenti emersi, la circostanza risulta soltanto dall’intercettazione della telefonata che le fece Lotti il giorno successivo al proprio interrogatorio, il 16 dicembre (Giuttari aveva avuto la buona idea di far mettere sotto controllo il telefono della Nicoletti):

Lotti: Ma a te cosa t'hanno chiesto?
Nicoletti: Più o meno quando ti ho conosciuto. Come ho fatto a conoscerti. Se io conoscevo le foto di persone che erano in un album. Se conoscevo la tua macchina. Se avevi una macchina rossa!
Lotti: La macchina rossa?... ah, sì! Ah! Io le ho avute! Ah, quel coupé, il 128! Ti hanno chiesto di quello?

Probabilmente la risposta era stata evasiva, e non c’è da stupirsene, poiché, di fronte agli inquirenti, la Nicoletti restava sempre molto abbottonata.
Torniamo però alla Ghiribelli e a quel 21 dicembre. Non c’era Giuttari a condurre l’interrogatorio, circostanza che costituisce ulteriore conferma della mancanza di grande interesse verso la figura di Giancarlo Lotti, dal quale era venuto il nome della donna. Mancanza di grande interesse confermata anche dai risultati dell’interrogatorio stesso e dal relativo verbale, di cui sono emersi alcuni sunti (vedi “Al di là di ogni ragionevole dubbio”, p.142), dove l’argomento principe sembra essere decisamente Salvatore Indovino, nella cui stamberga si forzò la teste a collocare anche Pacciani (Giuttari era senz’altro memore della frequentazione di Antonietta Sperduto, che abitava proprio accanto a Indovino, da parte di Vanni e Pacciani, e che su questo punto la testimonianza Ghiribelli fosse stata forzata è dimostrato tra l’altro, ma non solo, dal successivo interrogatorio, dove avrebbe decisamente contestato quella parte di verbale).
Di Lotti si parlò invece nella telefonata della sera, tra Ghiribelli e Nicoletti, della quale sono emersi vari frammenti, tra cui questo, ben noto, che comunque conviene riportare per la sua grande significatività:

Ghiribelli: Io l'unica cosa che posso dire è che una macchina arancione l'ho vista sotto le luci piccole piccole di strada, sai è una strada piccola. Potrebbe essere stata arancione, potrebbe essere stata rossa, scodata di dietro. Mi hanno fatto vedere la foto e l'ho riconosciuta.
Nicoletti: Si, ma è vecchia, quella macchina...
Ghiribelli: Appunto... ma è una cosa assurda!
Nicoletti: Ma ne ha cambiate tante di macchine, ne aveva una celestina, poi arancione, poi una rossa, poi ne ha presa un’altra rossa, una gialla ce n'aveva...
Ghiribelli: Senti, mi hanno domandato in Questura - ma il Lotti che macchine aveva? - e io gli ho detto rossa, una con la portiera rosa perché la portiera gli si era rotta e lui ne aveva presa una al disfacimento, e l'aveva messo questa portiera rosa.
Nicoletti: Sei sicura?
Ghiribelli: Son sicura di quello...
Nicoletti: Ma è stata quell'altra macchina che ha sostituito lo sportello! Quella che aveva prima di ora, quell'altra ancora prima era una sportiva...
Ghiribelli: Addirittura?

Da queste parole si evince innanzitutto che gli uomini di Giuttari avevano chiesto alla Ghiribelli delle macchine di Lotti. Le erano anche state mostrate delle foto, tra le quali di sicuro quella di una Fiat 128 coupè che lei aveva riconosciuto. In più la donna confessò all’amica di aver visto quell’auto in una “strada piccola”, di notte. Dato il contesto e gli eventi successivi, non si può che pensare alla piazzola di Scopeti la domenica sera del delitto. Ma, sorprendentemente, nel verbale conseguente di questo avvistamento non v’è traccia. La circostanza è emersa nel libro Al di là di ogni ragionevole dubbio, dove gli autori scrivono in nota a p. 143: “Dal verbale del SIT della Ghiribelli di quello stesso giorno non risultano domande sulle auto né un riconoscimento fotografico” (per amor di precisione è il caso di far notare a Frank un piccolo errore del suo articolo: anche Giuttari ne Il Mostro scrive di argomenti non riportati nel verbale, ma si riferisce ad altro, mentre tace del tutto sulla macchina rossa).
A questo punto, come accadeva con il mitico Lubrano, la domanda sorge spontanea: possibile che un fatto così clamoroso come l’avvistamento di un’auto sotto la piazzola di Scopeti nella notte del delitto (o comunque ritenuta tale) non fosse stato oggetto neppure di verbalizzazione? Evidentemente, durante l’interrogatorio, se anche la Ghiribelli aveva – forse – attribuito a Lotti il possesso di un’auto Fiat 128 riconosciuta nell’album fotografico che le era stato mostrato (ma la notizia doveva già esser nota ai suoi interlocutori), sul fatto che l’avesse vista “sotto le luci piccole piccole di strada” nella notte fatidica aveva taciuto. Perché?

Secondo interrogatorio. Anche se nei propri libri non lo scrive, a far ruotare le antenne di Michele Giuttari verso Giancarlo Lotti è logico che fu proprio l’intercettazione appena citata. Tanto più che due giorni dopo le due donne si sentirono ancora, e fecero un nome nuovo, Fernando, meravigliandosi che Lotti non lo avesse ancora “messo di mezzo”. A questo punto Giuttari iniziò probabilmente a valutare in modo diverso l’avvistamento De Faveri-Chiarappa, dal quale risultava che vicino alla macchina rossa c’erano due uomini, e quindi a sospettare che Lotti la sapesse più lunga di quanto aveva voluto far credere. Tra l’altro l’investigatore ha sempre dato la massima importanza a quell’avvistamento, trattandone in modo approfondito sia in aula che nei propri libri (senza però rendersi conto di come la versione di Lotti ne venisse assai indebolita; invece i giudici di primo e secondo grado, più accorti, bellamente la ignorarono).
Il 27 dicembre il superpoliziotto interrogò personalmente Gabriella Ghiribelli, ottenendo quello che non avevano ottenuto i suoi uomini: la nota dichiarazione sull’auto vista sotto Scopeti. Ecco il frammento che interessa riportato da “Il Mostro”:

Ritornando da Firenze, la sera prima del giorno in cui fu diffusa la notizia del duplice omicidio degli Scopeti intorno alle ore 23:30, insieme al mio protettore dell'epoca, proprio in corrispondenza della tenda - da me notata anche nei giorni precedenti -, ebbi modo di constatare la presenza di un'auto in sosta di colore rosso o arancione con la portiera, lato guida, di altro colore sempre sul rossiccio, ma più chiaro dell'intero colore del mezzo. Devo precisare che il colore dell'auto mi sembrò un po' alterato in quanto su di essa si rifletteva la luce dei fari dell'auto su cui stavo viaggiando. Quando si seppe la notizia in San Casciano del duplice omicidio, Norberto mi disse di tacere per non trovarci entrambi nei guai e fu per questo che non dissi nulla, anche perché ero terrorizzata e nessuno mi aveva fatto domande.

Il libro riassume poi ulteriori precisazioni, sul tipo di auto (“sportivo con la coda tronca”), e sulla posizione (“con la parte anteriore rivolta in direzione di San Casciano”, come avevano visto al pomeriggio i coniugi), e racconta del riconoscimento fotografico di una Fiat 128 coupè uguale a quella che all’epoca aveva posseduto Lotti.
Come a dimostrare che non stava raccontando palle, la Ghiribelli riferì poi di un altro episodio, che per Frank Powerful è importante per dimostrare la sua poca attendibilità, e che invece per lo scrivente dimostra esattamente il contrario. Il frammento di verbale è riportato da Cappelletti a p. 144 del libro già citato:

Circa tre mesi fa ho avuto modo di notare la macchina del Lotti e vedendo che aveva la portiera di colore rosa mi venne spontaneo dire al Lotti in tono scherzoso ‘Vuoi vedere che sei tu il mostro?’ (…) Il Lotti rimase male e mi disse: ‘Cosa c’entra la mia macchina con quella che hai visto te?’. In seguito il Lotti è venuto a trovarmi con altra macchina e mi spiegò che l’aveva cambiata perché l’altra non funzionava più.

La dichiarazione risulta già utilizzata da Nino Filastò, che per screditare la teste la riportò in “Storia delle merende infami”, commentandola in questo modo:

[…] che va dicendo, Gabriella? Che dopo circa undici anni da quell'avvistamento, Lotti andrebbe ancora in giro con la medesima auto rossa? Tenendola insieme come? con lo spago e la gomma da masticare, visto che sappiamo […] che la 128 rossa davvero posseduta dal Lotti, cadeva già a pezzi nel 1985?
Si capisce bene da quest'aggiunta che la testimone è ultra-collaborativa, le piace arricchire, dettagliare.

L’avvocato non si smentisce mai, e ancora una volta dimostra tutta la propria faziosità (con la quale comunque non riuscì a risparmiare a Vanni l’ergastolo, è sempre bene tenerlo presente). Dalle parole riportate nel verbale non si evince affatto che la Ghiribelli avesse confuso l’auto del 1985 con quella del 1995, una Fiat 131, anch’essa rossiccia ma di fisionomia del tutto differente. Basti il particolare della coda tronca, al posto della quale la 131, una berlina a tre volumi, aveva un ampio bagagliaio. In realtà l’unica perplessità suscitata dalle parole della Ghiribelli riguarda semmai il pasticcio che potrebbe aver fatto sulla portiera di colore differente dal resto della carrozzeria, che sembra improbabile Lotti avesse cambiato a entrambe le auto (sull’argomento torneremo tra breve). Al buon Frank certamente non si può attribuire la medesima faziosità di Filastò, in virtù di quest’uscita della Ghiribelli giunge però a conclusioni analoghe, postulando che sotto Scopeti la donna non avesse visto affatto una Fiat coupè 128 rossa, ma forse qualcosa di simile a una Fiat 131, di cui non a caso riporta la foto. Ma prima di discutere dell’interpretazione di Frank è necessario introdurre un ulteriore particolare.

Le reazioni di Lotti. A proposito delle intercettazioni bisogna dire che, almeno a quanto se ne sa, non riguardarono l’utenza Ghiribelli, mai messa sotto controllo. La donna fu ascoltata soltanto nei colloqui con Filippa Nicoletti, e, a partire da metà gennaio circa, con Giancarlo Lotti, dopo l’inizio del monitoraggio dell’apparecchio del Bar Centrale di San Casciano al quale questi si appoggiava. Da un interrogatorio successivo (8 febbraio 1996) si sarebbe però venuti a sapere che quello stesso 21 dicembre la Ghiribelli aveva chiamato anche Lotti, invitandolo a vedersi a Firenze. Così avrebbe raccontato l’episodio in aula il 3 luglio 1997 (vedi):

È andata così: che a me mi son venuti gli inquirenti a casa, quelli della SAM, […] dice: “guarda, ti devi presentare” […] Mi sono presentata lì con loro, addirittura, e mi hanno detto che Giancarlo aveva fatto il mi’ nome. Perché probabilmente gli avevano domandato a Giancarlo se frequentava qualche donna e lui ha detto di me. Cioè, questo deduco io, almeno a essere coerente, no?
Senonché, quando io son tornata, io naturalmente agli inquirenti ho detto la verità. Ho detto: “sì, io quella macchina l'ho vista quella sera, era scodata” perché torno a ripeterle, signor Giudice, che io non mi intendo affatto di macchine, sicché che tipo di macchina fosse proprio non lo so. Quando son tornata a casa - visto che mi hanno fatto il nome di Giancarlo, perché si vede che gli aveva fatto il mio, io ho telefonato a Giancarlo a San Casciano e gli ho detto: “Giancarlo, puoi venire un attimo a Firenze, ti devo parlare?” Dice: “sì”. Arrivato a Firenze gli faccio: “ma che discorsi fai te nei miei riguardi?” Dice: “no, mi hanno domandato se io frequentavo qualche ragazza, ho detto che frequentavo anche te, oltre alla Filippa”, mi fa Giancarlo. Dico: “ma non è che, allora, quella macchina rossa che io ho visto, scodata, che fosse la fosse tua?”. E lui mi fa: “che, non ci si può fermare nemmeno a pisciare?”.
Parole sue testuali, lineari. Con questo ha ammesso che la macchina era veramente sua. Ma io l'ho saputo proprio il giorno che mi hanno interrogato quelli della Squadra Anti Mostro.

Che l’episodio, collocato dalla Ghiribelli al 23 dicembre, fosse accaduto davvero non pare ci possano essere ragionevoli dubbi. In fin dei conti la donna lo raccontò anche in aula, sotto giuramento, con il rischio quindi di venire incriminata per falsa testimonianza, per di più sapendo bene che prima o poi sarebbe stato sentito anche Lotti, il quale avrebbe potuto smentirla. Ma soprattutto, a confermare la circostanza, c’è un’intercettazione del 25 gennaio, dove la Ghiribelli, chiamando Lotti al telefono del Bar Centrale, disse: “‘non ci si può neanche fermare a pisciare’, lo hai detto tu”, ricevendo in risposta un “che c’entra!”, che altri non era se non un’ammissione. Anche Frank, in ogni caso, pare crederci, anzi, inserisce l’episodio nel contesto della sua interpretazione del riconoscimento dell’auto di Lotti. Sarebbe stata infatti la “malaugurata scusante addotta dal Lotti “Non ci si può nemmeno fermare a pisciare”, un Lotti che già al suo esordio si dimostra un maestro nell’incastrarsi da solo nel ruolo di reo confesso e chiamante in correità” a dare certezza alla Ghiribelli. Il che può anche esser vero, e, postulando che nella donna i primi dubbi fossero nati proprio nell’interrogatorio di due giorni prima, quando gli uomini della SAM le avevano chiesto delle auto di Lotti, potrebbe andare a favore di un avvistamento da lei erroneamente interpretato. Però si dovrebbe accettare il fatto che Lotti non sarebbe riuscito a negare una mai avvenuta sosta a Scopeti, non soltanto di fronte ad agguerriti inquirenti forti delle precedenti rivelazioni di Fernando Pucci (Vigna e altri, 11 febbraio 1996), ma neppure di fronte a una sua amica,  in un normale colloquio a due. Poco verosimile. In ogni caso, a confutare questa interpretazione, c’è anche altro: tutto lascia ritenere che Gabriella Ghiribelli stesse sospettando di Lotti già da molto tempo, probabilmente proprio dal momento in cui, dieci anni prima, aveva visto quell’auto rossa scodata sotto la piazzola di Scopeti.

I sospetti della Ghiribelli. Abbiamo visto che, come a rafforzare la veridicità del proprio racconto, il 27 dicembre Gabriella Ghiribelli aveva riferito a Giuttari dell’episodio di tre mesi prima in cui aveva detto a Lotti, in tono scherzoso: “Vuoi vedere che sei tu il mostro?”. Si trattava di un fatto accaduto davvero? Non si vede perché no. Anzi, rispondendo ad Aldo Colao, in aula la donna avrebbe detto anche di più:

Colao: Dunque, lei, signora, si ricorda di aver detto a Giancarlo Lotti, in qualche circostanza: “vuoi vedere che sei tu il mostro”?
Ghiribelli: Sì, più di una volta.
Colao: Ecco, ci vuole spiegare il perché?
Ghiribelli: No, perché siccome lui viaggiava sempre così, e poi parlava spesso di questa storia, una cosa e un'altra, gli faccio... Ma Giancarlo ha sempre negato, fino a quella sera famosa che io fui chiamata dagli inquirenti e allora dico: “bah, io l'avevo già vista questa macchina”. Fino a quella sera lì non ho mai saputo. Ma si deve rendere conto che io sono stata sedici anni a frequentare un essere del genere.

Dunque la Ghiribelli, poiché Lotti “viaggiava sempre così, e poi parlava spesso di questa storia, una cosa e un'altra”, si sarebbe insospettita, magari non seriamente, abbastanza comunque da pungolare lo stesso Lotti più di una volta. È fuori luogo ritenere che i suoi sospetti sarebbero nati proprio da quell’avvistamento sotto Scopeti? A chi scrive pare di no, e la precisazione con Colao, “Fino a quella sera lì non ho mai saputo”, suona come il tentativo di negare ciò che invece conseguiva da quello che era stato appena detto. E quando il 21 dicembre la Ghiribelli si era seduta davanti agli uomini di Giuttari tutto lascia pensare che temesse qualche conseguenza per il proprio silenzio durato dieci anni. Questo spiegherebbe bene il perché non avesse raccontato dell’avvistamento. Certo, al momento del processo il pericolo era ormai passato da tempo, ma è comprensibile che l’ormai personaggio Ghiribelli non avesse avuto alcuna intenzione di rovinare la propria immagine di fronte a tutti ammettendo una precedente bugia, e ricevendo almeno una censura morale per non aver parlato. In questa chiave si possono senz’altro interpretare le fin troppo numerose precisazioni della donna in aula sulla sua ignoranza riguardo le auto di Lotti (che invece l’articolo di Frank prende a riprova dell’inattendibilità dell’avvistamento).
Quando, sei giorni dopo, la donna fu interrogata da Giuttari, era ormai agli atti l’intercettazione nella quale aveva riferito l’episodio alla Nicoletti, dunque non poteva più tacere. Non si sa se il superpoliziotto gliela contestò, in ogni caso dovette fargli capire che qualcosa sapeva, e la Ghiribelli vuotò il sacco. La sua paura di possibili conseguenze è comunque dimostrata dalla bugia sull’anno in cui aveva conosciuto Lotti, guarda caso il 1986, proprio quello successivo al delitto degli Scopeti, potendo così ben giustificare che avesse sì visto l’auto rossa scodata, ma senza attribuirla a Lotti poiché, appunto, non lo avrebbe conosciuto ancora. In seguito sia Pucci che Lotti che la stessa Ghiribelli avrebbero spostato questa conoscenza ben più indietro nel tempo. Facendo due conti sulla risposta appena citata alla domanda di Colao (“sono stata sedici anni a frequentare un essere del genere”) si giunge al 1979-1980, ad esempio.
Ulteriore dimostrazione di quanto la donna temesse spiacevoli conseguenze è data dal suo silenzio con Giuttari riguardo l’incontro con Lotti di quattro giorni prima, quando lui aveva detto la citata frase “che, non ci si può fermare nemmeno a pisciare?”. Come abbiamo già visto, avrebbe raccontato di quell’incontro soltanto l’8 febbraio, molto presumibilmente dietro sollecitazione degli inquirenti, dopo che il 25 gennaio precedente era stata intercettata mentre ne parlava al telefono con lo stesso Lotti. Sembra piuttosto difficile conciliare questo comportamento con una ricostruzione che vede la donna inventare o comunque ingigantire per rivalsa contro Lotti.
Il fatto che l’avesse subito associata a Lotti spiega bene anche il perché, a distanza di 10 anni, la Ghiribelli ricordasse bene quell’auto vista di notte, dietro una curva, per qualche secondo appena, lei che, a suo dire, di auto non s’intendeva per nulla (in effetti neppure aveva la patente). Avendola già in mente come quella guidata in quel periodo da Lotti, anche soltanto pochi secondi le erano bastati per riconoscerla. A quel punto era rimasta nella sua memoria, dove forse anni dopo si era creata confusione sulla portiera di colore diverso, che Lotti doveva aver cambiato soltanto sul 131 del 1995, di analogo colore. Di quest’ultimo fatto si può avere ragionevole conferma dalla telefonata del 21 dicembre con la Nicoletti, dove la Ghiribelli aveva attribuito al 128 la portiera di colore diverso, ricevendo in risposta questa esclamazione: “Ma è stata quell'altra macchina che ha sostituito lo sportello! Quella che aveva prima di ora, quell'altra ancora prima era una sportiva”, dalla quale si potrebbe arguire appunto che la sostituzione avesse riguardato soltanto il 131 (la Nicoletti senz’altro conosceva molto meglio le auto di Lotti).

Il ruolo di Galli. Anche se aveva negato di aver riconosciuto l’auto di Lotti, il 27 dicembre la Ghiribelli cercò comunque di giustificarsi per non aver riferito del suo avvistamento alle forze dell’ordine, ammettendo di aver capito che avrebbe potuto essere importante. Abbiamo visto che lo fece chiamando in causa il suo protettore di allora, Norberto Galli, il quale glielo avrebbe proibito per paura di guai, dati i loro “mestieri”. Tra l’altro Galli era già stato condannato per sfruttamento della prostituzione, quindi il discorso appare accettabile.
Ne “Il Mostro” Giuttari ci racconta di un coreografico interrogatorio seduta stante, con l’uomo prelevato da casa propria in tarda serata. Stranamente Galli confermò sì l’avvistamento, ma lo raccontò in modo un po’ differente. In auto assieme a lui ci sarebbe stato Salvatore Indovino, mentre, come risulta da “Al di là di ogni ragionevole dubbio”, la presenza di Gabriella Ghiribelli non la dette per certa. Dallo stesso libro si apprende che avrebbe visto sotto la piazzola “un’autovettura di colore chiaro, di media cilindrata, dalla forma un po’ squadrata di cui non ricordava il modello”. A fine interrogatorio, secondo “Il Mostro”, a domanda diretta avrebbe comunque ammesso di aver vietato alla Ghiribelli, alla notizia del delitto, di andare dai Carabinieri.
Nell’ipotesi formulata in questa sede, quella cioè di una Ghiribelli che davvero aveva visto, o comunque era convinta di aver visto, l’auto di Lotti, come va interpretato il comportamento di Galli? Il suo interrogatorio dimostra innanzitutto che l’avvistamento riferito dalla Ghiribelli era reale. I due avevano effettivamente visto un’auto sotto la piazzola di Scopeti la domenica notte fatidica, non ci sono dubbi. Ma perché Galli non descrisse la medesima auto della Ghiribelli, soprattutto per il colore? Si potrebbe pensare che, guidando, vi avesse fatto meno caso. Aggiustando un po' il tiro, in dibattimento avrebbe così raccontato (vedi): “nel passare, io ho visto così, con la coda dell'occhio il culo di una macchina però non potrei dire di che colore era […] sembrava senza bagagliaio posteriore […] A me è sembrata una macchina piccola, di media cilindrata, come la mia, insomma”. Ma anche lui conosceva la Fiat 128 rossa di Lotti, come risulta dall’interrogatorio dell’8 febbraio (“Al di là di ogni ragionevole dubbio”, p. 148). Per di più con la Ghiribelli ci sarà stato senz’altro uno scambio d’impressioni, se non la sera stessa almeno il giorno dopo, quando avevano discusso sull’opportunità di andare dai Carabinieri. Insomma, quel che è certo è che se la Ghiribelli aveva riconosciuto l’auto di Lotti, Galli di sicuro ne era al corrente, che anche lui l’avesse riconosciuta oppure no. Quindi tutto lascia supporre che anch’egli avesse cercato di nascondere i propri o gli altrui sospetti, parlando di auto chiara e addirittura mostrandosi incerto sulla presenza della donna.
Sul ruolo assegnato a Salvatore Indovino si può invece immaginare una perversa interazione con le aspettative di Giuttari, che nel sedicente mago aveva individuato una fonte inesauribile di suggestioni. Nell’interrogatorio dell’8 febbraio la Ghiribelli lo avrebbe escluso categoricamente, e in dibattimento Galli avrebbe corretto un po’ il tiro: “Non mi ricordo di preciso questo particolare, perché in quel periodo lui stava poco bene e si andava a fargli la puntura, si faceva la puntura”.
Infine la taglia. È noto che poco dopo il delitto fu promessa una ricompensa di 500 milioni a chi avesse fornito informazioni sufficienti a far catturare il Mostro. Certo, apparirebbe ben strano se Galli e Ghiribelli, essendo sicuri della colpevolezza di Lotti, con la speranza d’incassare una somma così grande non lo avessero denunciato. Ma evidentemente sicuri non erano né potevano esserlo (in effetti avevano soltanto visto la sua auto, e lui poteva essere lì anche da semplice guardone), e Galli, che decideva, preferì comunque non aver niente a che fare con le forze dell’ordine.

Conclusioni. Siamo arrivati in fondo. Scopo dell’articolo era quello di fornire un’interpretazione differente da quella, a parere di chi scrive profondamente sbagliata, data dal compagno d'avventura (o di sventura) Frank Powerful alle dichiarazioni di Gabriella Ghiribelli su Giancarlo Lotti. Il lettore può giudicare la bontà del risultato. Se il responso risulta negativo, come ultima mia speranza lo invito a conciliare quell’interpretazione con la risposta a queste quattro domande riassuntive:
  • Perché la Ghiribelli aveva più volte pungolato Lotti con la domanda se era lui il Mostro?
  • Perché nell’interrogatorio del 21 dicembre la Ghiribelli aveva taciuto sul suo presunto avvistamento?
  • Perché Lotti, di fronte ai sospetti della Ghiribelli, il 23 dicembre non aveva negato di essersi fermato sotto la piazzola?
  • Perché la Ghiribelli non aveva riferito a Giuttari, il 27 dicembre, dell’ammissione di Lotti conseguente alla sua frase “Non ci si può nemmeno fermare a pisciare”?
Infine, ma questo dovrebbe far parte di un articolo apposito che mi piacerebbe molto leggere (anche se Frank già ne accenna nell’attuale), andrebbe spiegato il perché Fernando Pucci, il 2 gennaio successivo, avrebbe accampato analoga scusa per una sosta anche da lui ammessa. Coincidenza oppure versione concordata?

Addendum. Colgo l’occasione di questo articolo riguardante l’auto rossa di Lotti per riportare un elemento del quale mi ero dimenticato. Tra le testimonianze recuperate da Giuttari c’era anche quella del fotografo americano James Taylor (vedi). Da un verbale redatto nella caserma dei Carabinieri di San Casciano il 9 settembre 1985, alle ore 19.50, quindi poco dopo la scoperta dei cadaveri dei due francesi, era emerso che l’uomo, transitando la notte del delitto (0.15-0.45), aveva visto parcheggiata nei pressi della piazzola di Scopeti (ma non sembra proprio sotto) una Fiat 131 di colore argento (era quella l'auto vista anche da Galli e Ghiribelli? chi scrive, naturalmente, ritiene di no). Assieme a Taylor c’era la sua ragazza, Luisa Gracili, riguardo la quale nella medesima caserma era stato rintracciato un appunto redatto dal comandante e datato al giorno successivo, 10 settembre, con su scritte le sue generalità (nome, cognome, data e luogo di nascita, indirizzo di residenza, telefono) e la frase: “Dice di aver notato, visto spesso nel luglio e ultimamente, un'auto FIAT 128 rossa. Non ricorda la targa, con nessuno a bordo”.
Ascoltata in dibattimento (vedi), Luisa Gracili, avvocatessa, non rammentò nulla di quel biglietto, ma era sicuramente lei la persona cui esso faceva riferimento, vista la coincidenza delle generalità anagrafiche. Nessun dubbio anche sul fatto che l’avvistamento avesse riguardato la piazzola di Scopeti e un’auto parcheggiata nei pressi, considerando la data dell’appunto e la residenza della testimone a San Casciano, motivo per il quale passava sempre da lì tornando a casa dopo le proprie attività giornaliere a Firenze. Purtroppo però la mancanza di qualsiasi ricordo da parte sua impedì di aggiungere altri particolari, tra i quali il più importante sarebbe stato senz’altro il tipo di 128, se berlina o coupè. La mancanza della specifica dovrebbe far propendere per il modello berlina, senz’altro il più diffuso, e quindi far escludere che potesse essersi trattato della macchina di Lotti; c’è da dire però che il colore rosso è tradizionalmente più adatto a un’auto sportiva piuttosto che a una berlina. In ogni modo non può non tornare in mente la frase pronunciata da Lotti, di propria iniziativa, il giorno del suo interrogatorio con Vigna: “la sera prima dell'omicidio sono passato agli Scopeti da me”. Aveva messo le mani avanti a fronte di altre possibili testimonianze che ancora non gli erano state contestate?

domenica 12 giugno 2016

Una strana malattia

Ho già avuto modo di occuparmi del delitto di Signa, soprattutto nell’articolo “La scatola di cartucce”, dove ho elencato le principali ipotesi che vengono formulate per risolvere il mistero del passaggio della pistola. Secondo quella oggi forse più accreditata, non ci sarebbe stato alcun passaggio di pistola, poiché anche nel 1968 a Signa a uccidere sarebbe stato il Mostro e quindi Stefano Mele, i suoi familiari e i suoi rivali non avrebbero avuto nulla a che fare con quel delitto. Non la pensava in questo modo il giudice Mario Rotella, il quale, nell’ambito della cosiddetta “pista sarda”, sull’uccisione di Barbara Locci e Antonio Lo Bianco aveva indagato e ragionato a lungo, proponendosi non tanto di scoprirne l’autore o gli autori, quanto di trovare il serial killer che con la stessa pistola stava ancora uccidendo. Sappiamo bene che non lo trovò, e purtroppo proprio quel suo bisogno di fermarlo, del resto comprensibile, gli fece anche perdere il filo della vicenda di Signa, per la quale era invece arrivato a dei risultati molto interessanti, direi definitivi. Nella nota sentenza del 1989, pur ammettendo la propria sconfitta, Rotella ribadì però che in ogni caso il delitto di Signa era differente dagli altri.

Non è […] possibile ipotizzare la serie omicidiaria eliminando le differenze, vuoi trascurando talune variabili o forzandole in una spiegazione di comodo, vuoi creando costanti artificiali. È il modo più sicuro per allontanarsi dalla verità, per quanto quella che s'intravvede possa contrastare l'immagine maggiormente suggestiva che se ne sia fatta.
Per esempio, supponendo un solo esecutore in tutti i casi, dal 1974 in poi, non è possibile ipotizzare che fosse solo anche nel precedente del 1968. Può essere un'ipotesi di lavoro d'indagine di P.G., insomma di ricerca generica (v. la ricerca dell'origine della pistola — cfr.i volumi d'indagine agli atti), ma non può fondare alcun convincimento giurisdizionale in corso d'istruttoria, senza travisare il tema specifico della prova.
Sono in sintesi insuperabili i dati obiettivi raccolti subito dopo il fatto del 1968, per i quali esso ha caratteristiche tali da non poter essere assimilato, all'evidenza, ai delitti successivi, se non per le costanti ravvisate [di questa evidenza sono, per esempio, convinti i periti intorno al tipo d'autore nominati dal p.m. nel 1984, che definiscono la serie 'maniacale' circa i delitti dal 1974 in poi].

La sconfitta di Rotella dette modo agli investigatori arrivati dopo (Perugini e i magistrati della Procura), di ignorare il suo lavoro, ipotizzando il medesimo assassino anche a Signa, e quindi l’innocenza di Stefano Mele. Ecco il pensiero di Perugini espresso nel libro “Un uomo abbastanza normale”:

Anticipo subito che mi presi la libertà di considerare l'omicidio del 1968 come commesso dalla medesima mano anche se per quel fatto era già stato condannato Stefano Mele, marito della donna uccisa. E questo perché, tutto sommato, non credo alle favole: ivi compresa quella di una pistola che viene per accidente trovata (assieme alle relative munizioni) da uno sconosciuto di passaggio. Che siccome ha, vedi caso, qualche piccola mania, se ne serve per ammazzare altre sette coppiette di innamorati. Con l'aggiungere, poi, che quella di un consapevole passaggio di mano dell'arma più che un'ipotesi la considero una farneticazione, credo di aver chiaramente espresso il mio punto di vista a questo riguardo.

Come si vede un colpo di spugna assoluto sulla pista sarda, smaccatamente strumentale al fronteggiare l'indimostrabilità di qualsiasi legame tra i sardi e Pietro Pacciani. Pur con intenti del tutto differenti, altri si sono poi messi sulla stessa lunghezza d’onda, fino all’ultimo arrivato, Valerio Scrivo, che nel suo interessante ebook Il Mostro di Firenze esiste ancora riporta un ambizioso tentativo di individuare il luogo dove il serial killer fiorentino avrebbe fatto base, includendo anche il delitto del 1968 nella serie. Peccato che anche lui chiuda gli occhi di fronte al lungo elenco di pesanti indizi che impediscono di eliminare Stefano Mele e i suoi complici, chiunque fossero stati, dalla scena del crimine di Signa. In questa sede ne esaminerò soltanto un paio o tre.
È ben noto l’aforisma (del quale non sono riuscito a rintracciare l’origine) “Il diavolo si nasconde nei dettagli”. Ebbene, che Mele fosse coinvolto nel delitto viene dimostrato da un dettaglio al quale di solito non si fa troppo caso, ma che invece a mio parere risulta determinante: il tentativo da parte sua di costruirsi un ingenuo alibi. Di per sé un falso alibi non è un indizio di colpevolezza troppo significativo, poiché potrebbe essere stato originato dal tentativo di sopperire a un alibi mancante. È insomma comprensibile che un innocente, non in grado di dimostrare di esserlo, possa anche mentire per discolparsi. È molto più sospetta, invece, la preventiva costruzione di un falso alibi, la quale dimostra che la persona era a conoscenza in anticipo di un misfatto di cui poteva essere accusata, e di conseguenza che vi aveva anche partecipato, altrimenti si sarebbe procurata un alibi vero.
Il 21 agosto 1968 Stefano Mele si recò al cantiere edile dove lavorava come manovale. Attorno alle 11 accusò un malore (conati di vomito e bruciori di stomaco) in conseguenza del quale si fece accompagnare a casa dal collega Giuseppe Barranca. Al pomeriggio passò a trovarlo uno degli spasimanti della moglie, Carmelo Cutrona, che poi testimoniò di averlo visto a letto. Quella notte la moglie e Antonio Lo Bianco furono uccisi, e quando Natalino suonò alla porta di De Felice, la prima cosa che disse fu che il babbo era ammalato a letto. E continuò a ripeterlo in seguito, allo stesso De Felice, alla moglie, al vicino di casa Manetti e anche al carabiniere Giacomini. Infine la mattina dopo, quando i carabinieri lo andarono a prendere, fu Mele stesso a ribadirlo: della moglie e del figlio non sapeva nulla, dopo il loro mancato rientro non era andato a cercarli perché era a letto ammalato. Però di quel terribile male che lo aveva costretto a tornare a casa dal lavoro e gli aveva impedito di cercare la moglie e il figlio non c’era più traccia!
Non è possibile ignorare la valenza probatoria di un simile comportamento. Con la sua strategica malattia Stefano Mele aveva tentato di costruirsi un alibi preventivo, quindi sapeva di sicuro che quello era il giorno del delitto, ed è quasi altrettanto sicuro che al delitto anche lui aveva partecipato. Questa seconda considerazione deriva dal fatto che, dopo aver faticato tanto per precostituirsi un alibi, avrebbe potuto completarlo facendosi vedere nell'intorno dell'ora del delitto, ad esempio suonando a un vicino di casa per telefonare o comunque chiedere aiuto.
Chi oggi ritiene Stefano Mele innocente considera la combinazione di una malattia sopravvenuta proprio nel giorno in cui sarebbe stata uccisa sua moglie nient’altro che una coincidenza. Si tratta però di un tentativo di far tornare dei conti che non tornano, a mio parere intellettualmente disonesto. Escludendo il caso di infortunio, quante volte può essere accaduto a una persona media, nell’arco della propria vita lavorativa, di tornare a casa dal lavoro per un sopraggiunto malore? Ognuno di noi può chiederselo, e sono sicuro che le risposte potranno andare da zero alle dita di una sola mano. Normalmente chi sta male al lavoro non ci va, e se ci va viene via soltanto per un aggravamento sostanziale della sintomatologia, che normalmente lo porta a transitare da un pronto soccorso. I problemi di stomaco accampati da Mele non parevano certo gravi, sia perché non esiste alcuna testimonianza di colleghi di lavoro che lo avevano visto, ad esempio, in preda a convulsioni da vomito, sia perché alla mattina dopo era già guarito.
È possibile che il malore accusato da Stefano Mele fosse soltanto un modo per abbandonare il posto di lavoro a fronte di una semplice mancanza di voglia di lavorare? Questa infatti potrebbe essere una spiegazione alternativa, anch'essa in grado di giustificare una malattia inesistente. Ma la famiglia Mele versava in un grave stato d’indigenza, pertanto è poco credibile che l’uomo avrebbe rischiato di mettersi in cattiva luce in un cantiere dove aveva iniziato a lavorare appena da un paio di settimane. D’altra parte il suo principale lo avrebbe definito “buon lavoratore anche se utile per lavori non impegnativi”, quindi, per quanto gli era possibile, pareva darsi da fare. E comunque ricadremmo sempre nella sorprendente e sospetta coincidenza di un evento molto improbabile accaduto proprio nel giorno in cui gli sarebbe stata uccisa la moglie.
Anche l’insistenza con la quale Natalino disse del babbo ammalato a letto agli adulti che lo soccorsero è molto sospetta. Possibile che, dopo un’esperienza traumatica come quella di aver abbandonato la propria madre morta per intraprendere un viaggio di oltre due chilometri nel buio della notte, fin dalla primissima frase pronunciata davanti a De Felice affacciato alla finestra avesse detto del padre ammalato? E poi lo avesse ribadito più volte nel corso delle ore successive? La spiegazione più logica appare quella di un adulto, e chi se non lo stesso padre, che glielo aveva raccomandato fino a un momento prima di lasciarlo suonare.

Come si sa di lì a breve Stefano Mele avrebbe iniziato un balletto di confessioni e dichiarazioni contrastanti in mezzo alle quali gli investigatori di allora non seppero districarsi, e che in seguito furono interpretate come l'effetto di pressioni e paure. Ma non va dimenticato che esistono almeno un altro paio di indizi di colpevolezza di Stefano Mele precedenti la sua prima confessione. Si legge nel rapporto giudiziario dei carabinieri, il cosiddetto Matassino (21 settembre 1968):

Si è del parere che addirittura il Mele si è recato da solo sul posto, in bicicletta, e dopo aver lasciato il bambino, ripercorso lo stesso tratto di strada fatto per l’andata, ha ripreso la bicicletta ed è ritornato a casa.
A giustificare questa ipotesi stanno alcune macchie di grasso, tipico grasso di catena di bicicletta, che il Mele presenta su ambedue le mani al mattino del 22.8.68, quando viene accompagnato in Caserma per le quali, a nostra richiesta, non sa dare alcuna giustificazione. Le stesse infatti può essersele procurate nel rimettere in sesto la catena della bicicletta evidentemente saltata dagli appositi ingranaggi. Si precisa che il Mele non è idoneo a condurre motomezzi di sorta.

Dopo un mese di accuse, confessioni e ritrattazioni, i Carabinieri si erano convinti che Stefano Mele avesse fatto tutto da solo, e che avesse raggiunto il luogo del delitto in bicicletta, visto che non possedeva un mezzo a motore né era capace di guidarlo. Ecco quindi che i residui di grasso riscontrati sulle sue mani la mattina dopo il delitto furono interpretati come effetti dell’azione di aver rimesso in sede una catena di bicicletta saltata via. Ma si trattava di una convinzione sbagliata, per tutta una serie di ragioni che per ora non è il caso di esaminare. Piuttosto quelle tracce di grasso testimoniavano di un possibile tentativo di eliminare i residui di sparo che Mele sapeva di avere sulle mani. E in effetti la prova del guanto di paraffina, condotta peraltro a un po’ troppa distanza di tempo dal momento del delitto (16 ore), evidenziò sulla sua mano destra una “colorazione azzurra in una zona di circa tre millimetri in corrispondenza della piega della pelle tra il pollice e l’indice”, e quindi una leggera positività.
Quella prova oggi non si fa più, poiché non risulta affidabile. Esistono infatti troppe sostanze (saponi, solventi, fertilizzanti) in grado di reagire allo stesso modo della polvere da sparo, e quindi risulta elevato il rischio d’incorrere in un falso positivo. Però la colorazione azzurra sulla mano destra di Stefano Mele fu riscontrata proprio nella zona lambita dai gas scaricati di una pistola semiautomatica mentre il carrello otturatore arretra per espellere il bossolo.
Dunque Mele non soltanto era stato presente al delitto, ma aveva anche sparato. Si tratta di un dato di fatto sul quale non è possibile soprassedere, neppure di fronte alla difficoltà di spiegare il mistero del passaggio della pistola. A meno di non distorcere la realtà. Anche perché esistono molti altri indizi, alcuni assai pesanti, che collocano l'uomo sulla scena del crimine.