venerdì 5 luglio 2019

La lettera di Pacciani a Vanni (1)

Una delle pagine più oscure della vicenda giudiziaria relativa ai delitti attribuiti al cosiddetto “Mostro di Firenze” è senz’altro quella della misteriosa lettera che Pietro Pacciani scrisse a Mario Vanni mentre era recluso nel carcere di Sollicciano  (30 maggio 1987 – 6 dicembre 1991) per la questione della violenza sulle figlie. Una lettera che nessun testimone lesse mai, e della quale Vanni non raccontò quasi nulla, ma che Lorenzo Nesi – definitosi suo  “amico fraterno”, in realtà colui che più di tutti contribuì a mandarlo all’ergastolo innocente – con la sua infinita capacità di maldicenza dipinse via via a tinte sempre più forti. La qual cosa consentì intanto al giudice del processo di primo grado a Pacciani di utilizzarla per una delle numerose malevoli ipotesi sulle quali si resse la relativa sentenza di condanna. Poi arrivò Lotti con le sue dichiarazioni compiacenti, e la questione della lettera crebbe d’importanza, diventando anche uno strumento di persecuzione contro l’avvocato Alberto Corsi, un povero cristo che non c’entrava nulla e che sì venne assolto ma che comunque, assieme alla propria famiglia, subì danni notevoli dalle ingiuste accuse.
Questo articolo cercherà di fare il punto sulla questione, sperando di contribuire, anche in virtù di alcuni documenti inediti, a togliere l’argomento dalle mani di chi ancor oggi lo usa per gettare fango sul povero Vanni, la cui memoria si spera possa prima o poi venire riabilitata.

Prima del processo Pacciani. Per quel che ne sa chi scrive, il primo a parlare della lettera di fronte alle forze dell’ordine fu lo stesso Mario Vanni, nell’interrogatorio del 10 luglio 1991 – il suo secondo, per il primo vedi qui –, appena dopo una perquisizione domiciliare dall’esito negativo. Si legge nel relativo verbale  (vedi e vedi):

Circa due anni fa almeno credo mi pervenne una lettera dal carcere di Sollicciano, spedita dal Pacciani Pietro il quale, oltre a ricordare i tempi in cui era libero ed era solito fare delle girate con me per consumare delle merende, mi pregava di contattare una donna abitante fuori del paese di San Casciano, per una sua eventuale testimonianza a favore del Pietro medesimo nel processo a suo carico per violenza carnale ai danni delle figlie. Io però ritenni di cestinare subito la lettera perché, dopo il suo arresto, non volevo più avere nulla a che fare con il PACCIANI. Pertanto non sono in grado di ricordare CHI FOSSE LA DONNA da lui indicata e dove questa abitasse.

A giudicare dal verbale, non sembra che il racconto di Vanni fosse nato come conseguenza di una precedente sollecitazione, sembra piuttosto frutto di una sua personale iniziativa, probabilmente nell’intento di mostrarsi collaborativo. Per il momento prendiamone atto, vedremo più avanti quali deduzioni possiamo trarne, anche sulla strana questione della donna da ricercare come testimone.
Quattro mesi dopo, l’8 novembre 1991, per la prima volta venne sentito il grande chiacchierone Lorenzo Nesi. Fu lui a presentarsi spontaneamente, come si evince dal relativo verbale (vedi):

Mi sono presentato spontaneamente stamani perché, dopo averci pensato un po', ho ritenuto mio dovere raccontare qualche particolare a mia conoscenza sul PACCIANI Pietro di cui ho letto notizie in questi giorni sui giornali. Per la precisione ero fuori Firenze, in Calabria, e al mio rientro a Firenze ho pensato utile venire a dire ciò che so.

E tra le altre cose raccontò della lettera:

Ricordo ancora un altro episodio relativo al periodo in cui il PACCIANI era in carcere per il fatto ai danni delle figlie e che mi è venuto in mente in questi giorni: una sera venne da me il VANNI un po' agitato, non so’ dire per quale esatto motivo, e mi chiese di accompagnarlo subito a Mercatale dalla moglie del PACCIANI perché questi gli aveva scritto una lettera dal carcere che conteneva cose molto brutte, almeno così mi disse, e doveva parlarne con la moglie. Mi fece vedere la busta che aveva in tasca ma non mi disse né io glielo chiesi quali erano le cose scritte dal PACCIANI. Mi limitai ad accompagnarlo a Mercatale e lo lasciai lì.

Che cosa potevano essere quelle “cose molto brutte”, e perché Vanni aveva voluto andare subito dall’Angiolina a parlargliene? Naturalmente il racconto di Nesi allertò i nostri investigatori, i quali vi lessero qualcosa di sospetto, e il 13 novembre successivo andarono a chiederlo direttamente a Vanni. Dal relativo verbale (vedi):

A proposito della lettera che mi scrisse il Pacciani dal carcere dopo essere stato arrestato nell'87 preciso che questa lettera mi fu recapitata dal portalettere alla mia abitazione di S. Casciano in Borgo Sarchiani. Questa lettera il Pacciani me la scrisse parecchio tempo dopo che era stato arrestato e fu l'unica lettera che ricevetti dal Pacciani mentre era detenuto. Penso che questa lettera mi sia giunta un paio di anni fa. Questa lettera io la lessi e la strappai.
Chiestogli se la fece leggero da qualcuno dapprima dice di no e dopo dice: sì la feci leggere al mio amico BERNARDONI Sandro che è un pensionato di banca e sta a S. Casciano in via Machiavelli; gliela feci leggere subito dopo averla ricevuta. Io ricordo che in questa lettera il Pacciani scriveva che si andava a fare le merende, che le figlie lo avevano accusato, mi diceva di cercare una donna, penso per portarla come testimone a suo favore. Io questa donna non la conoscevo, io questa donna non l’ho cercata: il Pacciani nella lettera ci metteva il nome di questa donna ma io non ricordo che nome era. Io non chiesi nulla a nessuno per rintracciare questa donna.

Di sua spontanea volontà Vanni non fece cenno all’episodio raccontato da Nesi, sul quale venne allora interrogato in modo diretto:

Chiestogli se portò questa lettera a casa del Pacciani a Mercatale, dapprima dice insistentemente di no dopo di che gli è stata letta una dichiarazione raccolta dal PM l’8.11.91 senza fare il nome del dichiarante, dice: in effetti mi ricordo che chiesi a Renzo, il NESI, che mi accompagnasse a Mercatale e gli parlai di questa lettera e il NESI mi accompagnò a Mercatale e io mostrai la lettera alla moglie del Pacciani.
ADR - Il NESI non entrò nella casa del Pacciani, mi lasciò davanti a casa e io poi ritornai da Mercatale a S. Casciano in autobus e gli autobus ci sono fino a tardi.
ADR - La lettera la riportai via con me e poi la strappai.
Viene chiesto al VANNI come mai sentì il bisogno di far vedere questa lettera alla moglie del Pacciani e il Vanni risponde: oh che lo so io, mi venne l’idea di andare là.
Il PM fa presente al VANNI che il suo comportamento non è sincero.
ADR - La moglie del Pacciani non sa leggere.
ADR - Al BERNARDONI io feci proprio leggera la lettera. Il BERNARDONI conosceva superficialmente il Pacciani.

Alessandro Bernardoni, un uomo anziano visto spesso intrattenersi con Vanni fuori da un bar, venne interpellato lo stesso giorno. Chi scrive non è in possesso del relativo verbale, è però certo che Bernardoni negò di aver letto la lettera, come si può dedurre da una successiva dichiarazione dello stesso Vanni che tra poco vedremo.
Riguardo il contenuto, Vanni parlò ancora di cercare una testimone a favore di Pacciani, della quale gli sarebbe stato indicato il nome ma che lui affermò di non conoscere, e di non aver fatto alcun tentativo per rintracciarla. Pare evidente, come parve evidente anche ai suoi interlocutori dell’epoca, la poca plausibilità dell’urgenza di andare dalla moglie di Pacciani se nella lettera si parlava soltanto di questa donna e delle merende. Forse Vanni stava cercando di nascondere qualcosa, ma che cosa? Il poveretto non si rendeva conto che proprio questa sua ritrosia nel raccontare tutta la verità stava contribuendo a scavargli la fossa.
Quello stesso 13 novembre, appena prima di Vanni, era stato ascoltato Walter Ricci (qui il verbale, qui quello del precedente interrogatorio del 5 novembre), che aveva rivelato l’identità di una sua fonte di informazioni: la moglie Laura Mazzei, parente di Mario vanni essendo le loro madri cugine. La donna venne interrogata il 22 novembre successivo, anche sulla lettera, riguardo la quale disse (vedi):

In effetti il Mario, tempo addietro, mi raccontò che aveva ricevuta una lettera dal Pacciani, che era in galera, nella quale veniva minacciato di morte, perché ritenuto responsabile, dal Pietro, delle accuse concernenti le violenze fatte alle figlie. Mario disse che la lettera lo aveva abbastanza spaventato. Io la lettera non l’ho vista, so solo quello che mi ha raccontato il Mario.

Addirittura minacce di morte! In ogni caso la testimonianza si accordava con il racconto di Nesi, che aveva dipinto un Vanni impaurito.
Il successivo 27 dicembre Vanni fu interrogato in procura da Vigna, Canessa e Perugini. Dal verbale (vedi):

Con riferimento a quanto dissi la scorsa volta io ho parlato con il Bernardoni e lui mi ha detto che io non gli feci leggere la lettera che mi aveva scritto il Pacciani ma a me sembra invece di avergliela fatta vedere. In quella lettera il Pacciani mi diceva: ti ricordi quando si andava a fare le merende… In effetti mi diceva anche di cercare una donna ma io non la conosco e non ricordo il nome.
Chiestogli allora come mai era impaurito dopo aver ricevuto questa lettera dice: mi prese lì per lì paura.

Ancora una volta la storia di questa donna.

La lettera al processo Pacciani. L’argomento della lettera venne affrontato in dibattimento al processo di primo grado contro Pietro Pacciani. Per primo toccò a Lorenzo Nesi, il 23 maggio 1994 (vedi):

Nesi: Mario Vanni mentre Pacciani era detenuto per violenza alle figlie venne da me un pomeriggio e mi disse che doveva andare dalla moglie di Pietro a Mercatale perché Pietro gli aveva scritto una lettera dal carcere in cui c’era delle cose bruttissime e io dissi: “Mario ho da fare!”. “Portami in tutti i modi perché io devo andare dalla moglie di Pietro perché… ”. E io l’accompagnai.
PM: Come mai questa grande fretta? Non si mise il dubbio? Dice: Come mai…
Nesi: Non lo so perché all’epoca Pietro Pacciani non era mica… Era in carcere per la violenza alle figlie ma… C’era una lettera che gli aveva scritto a Vanni, Vanni mi chiese…
PM: Ma come mai venne, mi perdoni, come mai venne da lei? Perché non andò da solo?
Nesi: Perché forse quella sera, mi ricordo bene, pioveva e Vanni mandava solo la Vespa e io lo portai io a Mercatale. Cioè Vanni…
PM: Ma la sua curiosità non si spinse a…
Presidente: Lo portò in auto?
Nesi: Sì, sì, sì… io lo lasciai a Mercatale non so cosa c’era scritto nella lettera…
PM: Però cosa le disse il Vanni? Perché quest’urgenza?
Nesi: C’era dei fatti gravi che doveva parlare con la moglie di Pacciani.
PM: E di questi fatti gravi che cosa si trattasse…
Nesi: Non lo so… Chiaramente chiedetelo a Vanni se gli ha avuto la lettera…
PM: Certamente. Lo chiederemo, lo chiederemo quando è il momento. Lei lo accompagnò e poi lo aspettò, quando uscì Vanni…
Nesi: No, io l’accompagnai e venni via.

Nesi ribadì di non aver letto la lettera, né di aver saputo da Vanni che cosa contenesse; “fatti gravi”, comunque, dei quali “doveva parlare con la moglie di Pacciani”. La giornata era piovosa, quindi Vanni preferì chiedere a Nesi di accompagnarlo in auto invece di usare il proprio scooter. Ma perché tutta questa urgenza?
Il 25 maggio l’argomento venne affrontato durante la deposizione di Laura Mazzei (vedi):

PM: Senta il Vanni le ha mai parlato di lettere a lui pervenute dal carcere da parte del Pacciani?
Mazzei: Sì una volta sì.
PM: Ci vuole spiegare in che termini? Qual era il contenuto? Che lettera era?
Mazzei: Il contenuto era che il Pacciani una volta che sarebbe uscito si sarebbe ribellato a Vanni perché Vanni aveva parlato troppo di lui.
PM: Ma lo aveva minacciato di morte?
Mazzei: Sì, minacciato, dice, quando esco di carcere ti sistemo io.
PM: Di morte signora?
Mazzei: Ecco di morte.
PM: E a lei queste cose gliele ha raccontate Vanni?
Mazzei: Sì, sì. Che aveva ricevuto questa lettera, sì.
PM: E nella lettera c’erano queste minacce di morte.
Mazzei: Sì.
PM: E il Vanni a queste minacce come aveva reagito?
Mazzei: Eh s’era un po’ impaurito, capirà… Quando uno ti fa certi discorsi, un po’…

Finalmente il giorno dopo, 26 maggio, Vanni stesso ebbe la possibilità di fornire le spiegazioni che tutti si attendevano (vedi). Perché mai Pacciani avrebbe dovuto minacciarlo addirittura di morte? Che cosa c’era scritto in questa lettera? E perché aveva sentito l’esigenza di correre dall’Angiolina a parlargliene?
Nel valutare l’interrogatorio bisogna tener conto dell’atmosfera in cui si svolse e del conseguente stato d’animo del teste. I colpevolisti a prescindere hanno buon gioco nell’evidenziarne le esitazioni, le reticenze, anche le bugie, ma gli innocentisti, come chi scrive, possono controbattere che quando Vanni si sedette per testimoniare era reduce da quattro anni di sfiancanti pressioni, che avrebbero fatto saltare i nervi a chiunque. Tra l’altro sapeva bene di essere sospettato di qualche forma di complicità – non per niente in istruttoria a un certo punto aveva dovuto richiedere l’assistenza di un legale – quindi a ogni domanda aveva paura di sgradevoli conseguenze per la sua risposta, di qui un comportamento guardingo ma in sostanza ingenuo, privo di qualsiasi efficacia. Che senso avrebbe avuto nell’ottica di una difesa consapevole il negare quello che già aveva ammesso in istruttoria, per esempio?
Dal comportamento aggressivo del PM ma soprattutto da quello del presidente – che invece, interpretando meglio il proprio ruolo istituzionale, avrebbe dovuto assumere una posizione di assai maggior neutralità – di sicuro Vanni non ebbe alcun aiuto per superare i propri timori. E vedremo che proprio nel caso della lettera questo impedì di avvicinarsi alla probabile verità, che non era dove conveniva all’accusa, era dov’era e basta.
Ma veniamo alla deposizione nella parte riguardante la lettera. Il PM iniziò con il chiedere al teste se era mai stato a casa Pacciani dopo la carcerazione per le molestie alle figlie.

PM: Senta una cosa, dopo che Pacciani era in carcere per l’episodio delle figlie lei è mai stato a casa della moglie di Pacciani?
Vanni: No. Non so’ mai stato.
PM: Un teste ci ha detto di averla accompagnata a casa di Pacciani, dove c’era la moglie perché lui era in carcere, mentre questi era in carcere.
Vanni: Ma codesto gli avvenne quando mi mandò una lettera.
PM: E allora scusi io le ho chiesto se ci è…
Vanni: Una volta.
Avv. Bevacqua: Faccia la domanda, scusi, Pubblico Ministero
PM: Io ho chiesto se è mai stato, lui ha detto: “Non sono mai stato”. Ora mi sta dicendo: “Sì la volta della lettera”. Me lo spieghi lei.
Vanni: Una volta.
PM: Come mai andò a casa della signora Pacciani che lei, a quel che ho capito, frequentava poco? Qual era il motivo?
Vanni: Io andetti per fargli vedere questa lettera.

Poi Canessa cercò di farsi svelare il contenuto della lettera, assieme al perché Vanni era corso dall’Angiolina con tale urgenza:

PM: Come mai lui in carcere le fece vedere questa lettera? Cosa c’era scritto in questa lettera? Primo, perché ci andò a fargliela vedere. Secondo cosa c’era scritto?
Vanni: Eh c’era scritto che s’andava a fa’ delle merende, ti rammenti quella cosa, quell’altra…
PM: E lei le merende le porta a far vedere alla moglie? Non ci è mai stato? Signor Vanni ma si rende conto di quello che ci sta dicendo?
Vanni: Ma io la portai così… perché io gli dissi: “Un ci ho a che vedere nulla diobono”.
PM: Vede’ nulla di che?
Vanni: A fa questa lettera, io così…
PM: Cosa diceva questa lettera?
Vanni: Gliel’ho detto, diceva: “Ti ricordi quando si andava a fa’ delle merende, di che giorni”, poi…
PM: Signor Vanni, non tocca a me, ma lei deve dire la verità.
Vanni: Disse che le figliole l’avevano rovinato, che lo so io…
PM: E allora perché lei portò la lettera alla moglie? La lettera era indirizzata a lei o alla moglie?
Vanni: A me.
PM: Perché se si parlava di merende la portò alla moglie?
Vanni: Perché mi venne l’idea di portalla così alla moglie.
PM: Per andare dalla moglie cosa prese, la sua Lambretta?
Vanni: Eh?
PM: Come andò a portare questa lettera alla moglie?
Vanni: Andetti co’ la Sita, co’ l’autobus.
PM: Io temo che lei stia dicendo non solo…

Vanni non voleva raccontare nulla del contenuto della lettera, è evidente, e neppure il perché ne fosse rimasto così spaventato. A quel punto intervenne Ognibene, con una cattivissima reprimenda che lo rese ancora più impaurito.

Presidente: Io l’ammonisco, guardi che lei è singolarmente reticente a dire poco.
PM: Forse senz’altro più che reticente.
Presidente: Capito? Quindi se lei va avanti così lei rischia un’incriminazione per falsa testimonianza con tutti i guai relativi.
Vanni: Io… O che ho a dire?
Avvocato Bevacqua: Presidente chiedo scusa ma, mi perdoni, credo che questa…
Presidente: No è reticente avvocato, costui è reticente quantomeno e lo è fin dall’inizio e su questo particolare ancora di più, dica la verità!
Vanni: Io la senta un n’ho fatto nulla di male.
Presidente: Ah non ha fatto nulla di male?
Vanni: No, nulla di male.
Presidente: Ma lei deve dire la verità. Perché portò la lettera alla signora Pacciani? Alla Manni Angiolina, perché?
Vanni: Ma per fargliene vedere
Presidente: Per fargliela vedere… Ma cosa c’era scritto lì dentro? Perché?
Vanni: Eh i che c’era scritto?
Presidente: Se era indirizzata a lei?
Vanni: Si. Eh c’era scritto, dice: ti ricordi quande s’andava a fa’ le merende?
Presidente: Ma cosa m’importa se c’era scritto, cosa c’era scritto? Perché la porto?
Vanni: Eh mi venne così di portalla.
PM: È vero allora che lei andò con la Sita?
Vanni: Si.
PM: Presidente chiedo innanzitutto la trasmissione degli atti di questa testimonianza e vado avanti con le contestazioni. Un teste dice che lei andò con una certa apparente fretta da lui e gli chiese di portarlo un pomeriggio, anzi una sera, subito di corsa con la macchina a casa della signora Pacciani, è vero o no?
Vanni: Sì.
PM: Mah allora guardi lei ha ammesso di aver mentito. Se ne rende conto o no?
Vanni: Però a tornare tornai con l’autobus.
PM: Ma io le ho chiesto come ci è andato non com’è tornato signor Vanni, per cortesia.
Vanni: Sì. E mi portò i’ Nesi. Mi portò i’ Nesi, Renzo.

Vanni era completamente nel panico e in confusione. Definirlo reticente sembra però azzardato, quantomeno sugli elementi che già aveva ammesso in istruttoria, come quello di essere stato accompagnato da Nesi. La frase “Però a tornare tornai con l’autobus” in risposta a Canessa che lo accusava di aver mentito sulle modalità del viaggio è indicativa, come dire: “Ho mentito sì, ma insomma, non del tutto…”: una risposta più da persona confusa che da persona reticente. Piuttosto si deve rilevare che né Canessa né Ognibene si mostrarono interessati a toccare né tantomeno ad approfondire la questione della donna che Vanni avrebbe dovuto cercare, così come risultava dai verbali d’istruttoria. Vedremo che probabilmente le ragioni del mistero stavano tutte lì.
L’interrogatorio proseguì poi sui medesimi binari:

PM: E allora non ho capito, il fatto che lei neghi queste circostanze, che apparentemente poi sono quelle che sono, ci fa capire che lei ha un atteggiamento non solo di reticenza ma di paura, come mai non ci voleva dire…
Presidente: Come mai dice queste cose… che non stanno né in cielo né in terra?
Vanni: Mah
Presidente: Mah, non lo sa neanche lei, meno male. Ha paura di qualcheduno?
Vanni: No, non ho paura di nessuno.
Presidente: Di chi dovrebbe avere paura lei? Di nessuno. E allora perché dice queste cose che non stanno né in cielo né in terra? Ripeto.
Vanni: Mah io insomma co’ i Pacciani non ci ho nulla a che vedere all’infori d’ave’ fatto qualche merenda, come ripeto.
Presidente: Ma nessuno l’accusa di avere nulla a che fare con quello che presuntamente avrebbe commesso il Pacciani, assolutamente.
PM: Proviamo ad andare avanti, a me interessa il contenuto di questa lettera. Lei oltre che il contenuto, i ricordi delle merende, ricorda se questo contenuto aveva un motivo per cui lei, come ci ha detto, andasse di corsa da questa donna? Tanto da chiedere un passaggio al Nesi anziché aspettare la Sita?
Vanni: Perché ero amico di Nesi, mi portò lui, non c’era la Sita subito…
PM: No, no, signor Vanni guardi io fino a un certo punto…
Presidente: Non svicoli eh? Non faccia finta di non capire.
PM: Non sta che peggiorando una situazione per la quale valuterà il giudice competente. Insisto: perché lei andò di corsa a chiedere un passaggio al Nesi a portare questa lettera, diretta a lei, alla signora Pacciani?
Vanni: Perché la Sita subito la non c’era.
PM: E come mai aveva necessità di andarci subito?
Vanni: I’ Nesi eh mi portò
PM: Come mai aveva necessità di andarci subito?
Vanni: Pe’ fargli vede’ questa lettera.
Presidente: Perché doveva andarci subito? O non poteva fargliela vedere il giorno dopo o una settimana o quando capitava?
Vanni: Eh mi venne idea di andare allora. Bah…
PM: Continuiamo con il contenuto di questa lettera, questa lettera conteneva delle minacce?
Vanni: No, no, niente minacce.
PM: Il Nesi ci ha detto il contrario.
Vanni: E che gli ha detto il Nesi?
PM: Questo, se permette, glielo dirò al momento opportuno. Io le dico che c’è stato riferito il contrario. Quando le mostrò la lettera, la signora Pacciani, cosa le disse?
Vanni: Mah, i che la disse? Dice, la mi disse: “I che t’ho a fare se t’ha mandato la lettera?”
PM: Scusi, lei gliela va a mostrare in fretta, quindi ci sarà un contenuto che lei le vuol far… rendere noto, a questo contenuto, che noi sappiamo da terzi, quale essere, non da lei, ma bontà sua lei sta tenendo questo atteggiamento, la signora Pacciani cosa le rispose?
Vanni: La mi rispose: “I che ti devo fare se t’ha mandato la lettera?”. Mah… Io presi e venni via. Subito. Presi l’autobus e venni a San Casciano.

È il caso di riportare anche la parte del controinterrogatorio di Bevacqua, dove si parlò ancora della lettera, dal quale si ha modo di intravedere la versione di Pacciani, al quale naturalmente Bevacqua doveva aver chiesto. Riguardo la censura, è bene precisare che, per quanto ne sa chi scrive, a norma di regolamento carcerario le lettere di Pacciani non avrebbero dovuto esserne interessate, poiché essa si applica soltanto a certe categorie di detenuti, come terroristi e mafiosi.

Bevacqua: Ecco, si ricorda se questa lettera che le ha mandato Pacciani dal carcere, quindi doveva passare sicuramente censura e tutto, va bene? O no?
PM: Non era sottoposto a censura.
Bevacqua: Sembra ci sia chi sa che cosa, si ricorda se il signor Pacciani lamentava il fatto che la moglie, le figlie non gli scrivevano? Oppure no?
Vanni: Sì, sì, diceva: “Le figliole m’hanno rovinato io non ho fatto nulla e purtroppo mi trovo”, dice, “in carcere”. Anzi mi disse, dice: “Riscrivimi”. Ma io ‘un ne scrissi nulla. La presi e la buttai via dopo, questa lettera.
Bevacqua: Quindi il contenuto di questa lettera era una lamentela del signor Pacciani il quale a torto o a ragione…
Vanni: Sì perché a me non m’interessava.
Bevacqua: Ecco, voleva che la moglie e le figlie gli parlassero, gli scrivessero, si facessero vive, nonostante quello che era successo? Era così il contenuto?
Vanni: Si.

Disse Bevacqua: “Voleva che la moglie e le figlie gli parlassero, gli scrivessero, si facessero vive”. Ma è chiaro che un contenuto di tale natura non avrebbe potuto giustificare la reazione di Vanni, quindi anche Pacciani – d’accordo o meno con il proprio avvocato – non voleva svelare il contenuto della lettera, almeno non del tutto.

La lettera nella sentenza Pacciani. A fronte della desolante carenza di vere prove a carico di Pacciani, il giudice di primo grado s’ingegnò come poteva nel costruire ipotetici scenari che avrebbero dovuto supportare il proprio verdetto di colpevolezza. In uno di questi parte importante ebbe la lettera. La sentenza parte dalla premessa che Pacciani, dopo la blanda perquisizione subita qualche giorno dopo il delitto del 1985, si fosse messo in allarme e avesse cercato di liberarsi di eventuali oggetti indizianti.

Certo nell'ultimo delitto il Pacciani aveva commesso non pochi errori e la stessa fortuna non lo aveva aiutato come sempre: il ragazzo francese stava quasi per fuggire; il Nesi lo aveva visto sulla Fiesta all'incrocio sulla via di Faltignano; era stata necessaria un'affannosa corsa nella notte su una macchina non sua per imbucare in Mugello la macabra missiva destinata a sviare le indagini.
Insomma un quadro generale in cui il Pacciani poteva avere ragionevoli motivi di temere eventuali complicazioni, complicazioni che si erano peraltro focalizzare, al momento, solo sull'ultimo delitto e che comunque erano destinate ben presto a svanire, visto che le indagini avevano ripreso la ormai consueta strada della pista sarda dove si sarebbero fatalmente e nuovamente arenate. È da pensare dunque che il Pacciani in una simile situazione si sia certamente preoccupato di mettere al sicuro e forse anche di distruggere o disperdere le prove più concrete ed importanti dei crimini commessi, come la pistola, le munizioni, forse i feticci, forse anche cose ed oggetti sottratti alle vittime, ma non è affatto detto che egli si sia disfatto di tutto ciò che proveniva o era servito per commettere i delitti. Perché non è affatto certo che egli potesse ricordare esattamente, a distanza di tempo e nel gran bazar delle innumerevoli e più disparate cose che egli aveva accumulato in casa o nei luoghi a sua disposizione, quali fossero con precisione tutte quelle che egli aveva portato via da quei luoghi insanguinati.

Secondo il giudice di primo grado, nel proprio lavoro di pulizia certamente Pacciani poteva essersi dimenticato di qualcosa, anche perché gli inquirenti avevano continuato a battere la pista sarda, e lui poteva aver abbassato un poco la guardia. Ma ecco che all’improvviso tutto cambiò.

Ma, mentre il trascorrere dei tempo e lo svariare delle indagini verso altre piste lo rassicurava, facendo scemare ogni residua preoccupazione, nella sua vita si era verificato all'improvviso un evento, per lui malaugurato ed imprevedibile, che aveva cambiato inaspettatamente il corso degli avvenimenti: il 30 maggio 1987, su ordine di cattura dei Procuratore della Repubblica di Firenze, era stato arrestato per i delitti continuati di violenza carnale, atti di libidine ed altro nei confronti delle figlie minori.
Pacciani resta in carcere ininterrottamente fino al 6 dicembre 1991: più di quattro lunghi anni di detenzione che segnano per lui, indubbiamente, una frattura netta con il mondo in cui era vissuto, con le persone che frequentava, con le cose che lo circondavano. Un periodo dunque in cui egli forzatamente è costretto ad interrompere i contatti con l'ambiente a lui noto e nel corso del quale viene anche inquisito per i reati di porto e detenzione illegale di armi e munizioni e sottoposto a due interrogatori da parte del Pubblico Ministero (in data 6.7.1990 e 27.11.1990), l'ultimo dei quali verte, in maniera quasi esclusiva, sui fatti relativi al duplice omicidio in danno dei giovani francesi. Si spiega allora come l'attenzione del Pacciani si sia concentrata su quest'ultimo fatto di sangue in relazione al quale l'alibi che egli aveva fornito si mostrava sempre più traballante e la sua responsabilità sempre più evidente. Lo dimostra […] la redazione ripetuta di quella sorta di "fogli di lumi" in cui in maniera nascosta e quasi criptica egli cerca di condensare i fatti relativi a quel delitto e i capisaldi della sua difesa.

Pacciani venne arrestato per la questione delle figlie, e mentre era in carcere iniziarono le indagini sulla sua attività di assassino. Secondo la sentenza, lui avrebbe cercato di correre ai ripari, come dimostrato dai suoi appunti relativi alla ricerca di un alibi per il delitto del 1985. Ma a casa sua ci doveva essere qualcosa di compromettente da togliere di mezzo. Ed ecco la lettera d’istruzioni per la moglie, fattale pervenire attraverso l’amico Mario Vanni, perfettamente consapevole di quello che stava facendo e perciò reticente nel non volerlo raccontare.

È in quel periodo poi che si verifica l'episodio raccontato dal teste Nesi Lorenzo, che una sera, mentre il Pacciani era ancora in carcere, si vide capitare il Vanni Mario il quale con fare concitato lo aveva pregato di portarlo immediatamente a Mercatale dalla Manni Angiolina, alla quale doveva recapitare con urgenza una lettera da parte dei marito. Narra il Nesi che il Vanni aveva insistito dicendogli che doveva portarlo in tutti i modi e che nella lettera il Pietro trattava di fatti gravi, di cose bruttissime per le quali egli doveva parlare con la Manni. Non è certo privo di significato che sul punto il Vanni  abbia reso una deposizione reticente e mendace, cercando di eludere le domande sul contenuto della lettera e di sminuirne la portata, confermandone così indirettamente l'importanza.

Ma evidentemente quella lettera non era servita, o non era bastata. La sentenza prosegue nel proprio ipoteticissimo scenario, mettendoci dentro altri fatti interpretati con evidente malevolenza.

Sta di fatto poi che, appena scarcerato, il 6 dicembre 1991, il Pacciani si precipita a sbarazzarsi di qualcosa di evidentemente compromettente per lui: è il misterioso episodio, avvenuto circa una settimana dopo, narrato dalle testi Mecacci Lucia e Lalletti Santina in Mecacci, madre della prima che abitavano a Mercatale in piazza dei Popolo, sopra all'appartamento dove il Pacciani era andato a stare con la moglie subito dopo la scarcerazione. Le testi riferiscono di aver sentito dei rumori di primo mattino, verso le 6.30 o anche prima, mentre era ancora buio. Affacciatesi alla finestra avevano visto alla luce dei lampioni il Pacciani il quale, con fare concitato, metteva sulle spalle della moglie un grosso involucro avvolto in una coperta, qualcosa di simile ad una grossa caramella, dicendole: “Pena poco, moviti, fai silenzio, stai zitta!”. Si erano poi diretti assieme verso il cassonetto percorrendo la strada a quell'ora deserta. Nella tarda mattinata le due testi erano andate al cassonetto ed avevano visto l'involucro depositato dal Pacciani: toccandolo avevano sentito una superficie dura; non avevano insistito anche perché avevano avuto paura per quel che si andava dicendo sul conto dell'imputato.

Come si vede, siamo in presenza di un incredibile concentrato di illazioni, in cui l’infinita cultura del sospetto del giudice di primo grado dipinge scenari nei quali niente è dimostrato. Vengono messi uno accanto all’altro tanti elementi di per sé spiegabili in tutt’altro modo, o comunque ritenuti indizianti quando indizianti non lo sono affatto. È il caso per esempio degli appunti sull’alibi per Scopeti, del tutto plausibili anche per un innocente che comunque deve difendersi, e dell’involucro depositato nel cassonetto di prima mattina, contenente chissà quali cianfrusaglie, delle quali Pacciani ragionevolmente voleva liberarsi senza avere addosso gli occhi della gente. E, quel che qui interessa, la lettera, sul cui contenuto si evitò accuratamente di approfondire quanto aveva raccontato Vanni in istruttoria, e che avrebbe potuto spiegare sia le sue reticenze, sia il silenzio di Pacciani.

Una ragionevole ipotesi. Abbiamo visto che l’esistenza della lettera era stato lo stesso Vanni a svelarla, nell’interrogatorio del 10 luglio 1991, il suo secondo, prima che ne parlasse Nesi il successivo 8 novembre. Non sono note testimonianze antecedenti nelle quali qualcuno ne avrebbe raccontato, quindi bisogna subito chiedersi il perché Vanni avrebbe tirato in ballo tale argomento se fosse stato in grado di comprometterlo. Il semplice buonsenso dovrebbe dirci che il contenuto della lettera non poteva riguardare alcunché di rilevante sotto il profilo penale. È comunque indubbio che Vanni non l’aveva raccontata tutta, ma qualcosa sì, l’aveva raccontata. Partiamo da questo, e vediamo dove è in grado di portarci.
Nella lettera Pacciani avrebbe chiesto a Vanni di cercare una donna in grado di testimoniare a proprio favore per la questione delle figlie; una donna abitante fuori San Casciano, della quale avrebbe scritto il nome ma che Vanni disse di non ricordare. È plausibile una storia simile? Poteva trattarsi di una donna con cui sia Vanni sia Pacciani avevano intrattenuto una relazione, e che avrebbe dovuto dimostrare, almeno nelle intenzioni di Pacciani, che lui aveva normali rapporti con donne adulte – “Sono un uomo perfetto”, avrebbe detto anni dopo, il 18 ottobre 1994, nel suo celebre monologo al processo –, e quindi non avrebbe avuto bisogno alcuno di insidiare le proprie figlie. Ed è anche facile ipotizzare chi poteva essere questa donna: Antonietta Sperduto, che non a caso abitava in via di Faltignano 5/A, quattro chilometri a nord dal centro del paese, quindi “fuori”. Lo stesso Vanni aveva raccontato della relazione intrattenuta con lei da entrambi, come si legge nel verbale del 10 luglio 1991.

Per completezza intendo precisare i miei rapporti con il PACCIANI: con costui andavo a fare merende ed a bere vino nelle osterie di San Casciano, Vadigondoli, Cerbaia, Montespertoli e paesi limitrofi. Io e lui ma separatamente, facevamo all’amore con una donna di Sambuca, Antonietta, vedova MALATESTA, il cui marito, Renato, ho saputo essersi impiccato. Io sebbene avessi acquistato in un negozio di Firenze un fallo di gomma unitamente al Pacciani, non portavo tale oggetto ai convegni amorosi con la Antonietta che abitava in una casa isolata. Ricordo che l’Antonietta era esperta in molti giochi amorosi.

Ora c’è naturalmente da chiedersi per quale motivo Vanni non aveva detto che la donna della lettera era proprio la Sperduto. Qui dobbiamo tener presente il suo comportamento sempre poco razionale, come sarebbe emerso anche in seguito, caratterizzato da inutili reticenze che finivano sempre per ritorcerglisi contro. In quel frangente suo precipuo intento doveva essere quello di allontanarsi il più possibile dalla figura di Pacciani, a causa del quale aveva appena subito una perquisizione domiciliare, e nella sua testa il dire di aver letto appena e subito cestinato la lettera, era in linea con tale intento: “Io però ritenni di cestinare subito la lettera perché, dopo il suo arresto, non volevo più avere nulla a che fare con il PACCIANI. Pertanto non sono in grado di ricordare CHI FOSSE LA DONNA da lui indicata e dove questa abitasse”.
Anche l’andare subito dall’Angiolina rientra nel quadro della plausibile reazione di un soggetto in preda alla paura di essere coinvolto nei guai dell’ex amico. Al tempo Pacciani non era indagato per la questione del Mostro, ma per Vanni anche le sole accuse per le figlie e la relativa carcerazione dovevano essere state sufficienti ad allarmarlo. L’urgenza di andare dall’Angiolina – forse lo stesso giorno in cui aveva ricevuto la lettera – si può spiegare con il bisogno di una persona ansiosa di chiamarsi fuori subito da una situazione percepita come pericolosa (e a conti fatti non si può dire che l’intuizione non fosse stata giusta). Insomma, attraverso il colloquio con Angiolina, Vanni intendeva far sapere prima possibile a Pacciani che con lui non voleva aver più niente a che fare.
Riguardo le minacce riferite alla Mazzei, addirittura di morte, c’è da dire che Pacciani potrebbe sì aver accompagnato le proprie richieste con qualche energica sollecitazione, che però nel racconto di Vanni alla parente doveva essere stata esagerata.
Da par suo Pacciani non negò della lettera, ma anche lui non la disse tutta su quanto conteneva, cercando di farla passare come un invito alla moglie a rispondere alle sue lettere. In questo caso va tenuto presente che l’individuo non aveva ammesso la propria relazione con la Sperduto, che era stata portata in aula a testimoniargli contro, quindi se la donna da cercare fosse stata lei è comprensibile che avesse evitato di raccontarlo.

Addendum: in un suo intervento il lettore Kozincev mi ha fatto notare come nel SIT del 22 novembre 1991 Laura Mazzei avesse attribuito le minacce di morte contenute nella lettera a presunte responsabilità di Vanni nella condanna subita da Pacciani per le molestie alle figlie. Vanni era forse stato chiamato a testimoniare in quel procedimento? Oppure si era rifiutato di testimoniare quello che Pacciani avrebbe voluto? Non lo sappiamo; certo però è che il passo di questo verbale contribuisce non poco a confinare la questione della lettera nell'ambito di quel solo procedimento, senza attinenza alcuna con quello successivo riguardante le accuse per i delitti delle coppiette.

Nella seconda parte vedremo come la lettera entrò nell’inchiesta successiva.

Segue

domenica 7 aprile 2019

Il punto sulla testimonianza di S.C.

Uno dei primi articoli pubblicati da questo blog, Se il buongiorno…, incentrato sull’estenuante interrogatorio cui venne sottoposta Sabrina Carmignani il 6 dicembre 1995, cerca di evidenziare in quale clima poco sereno iniziò l’inchiesta condotta da Michele Giuttari. L’impellente bisogno di trovare in tempi strettissimi gli sconosciuti complici di Pacciani, infatti, indusse l’investigatore ad adottare metodi fin troppo rudi per tirar fuori dalla testimone delle informazioni che in realtà lei non possedeva. Il principale documento su cui si basa lo scritto è un articolo a firma Mario Spezi, uscito sul settimanale “Gente” nell’aprile del 2004, contenente clamorose rivelazioni; il reperimento di altra documentazione e l’uscita recentissima del libro di Davide Cannella Winchester calibro 22, serie H (acquistabile qui), lo ha reso bisognoso di revisione e suscettibile di miglioramenti.
Prima di proseguire è necessaria una precisazione riguardo il libro citato. Cannella è il titolare dell’agenzia di investigazioni private “Falco” di Lucca, della quale più volte si avvalse Nino Filastò per effettuare indagini nell’ambito della difesa di Mario Vanni. Cannella intervistò vari personaggi, tra i quali, il 1° e il 5 aprile 2003, anche Sabrina Carmignani. Da qualche tempo il relativo rapporto è giunto nella disponibilità di chi scrive, con l’accordo però di non consentirne la consultazione in rete; un vero peccato, data la sua estrema significatività. Di quell’intervista ne parla Cannella nel proprio libro, con una sintesi che quindi, di per sé già pubblica, può essere riprodotta e commentata. Di altri passi del documento si eviteranno citazioni dirette, richiamandone soltanto i concetti o brevi frasi quando necessario.
Infine, si approfitterà di questa occasione per rendere disponibili tutti i documenti già noti, più alcuni mai pubblicati prima.

8 settembre 1985. Il giorno della scoperta dei cadaveri dei francesi, lunedì 9 settembre 1985, Sabrina Carmignani passò davanti alla piazzola in auto assieme alla madre, come raccontò lei stessa il 30 giugno 1997 in dibattimento (vedi e vedi):

PM: Senta, lei ricorda di essersi recata dai carabinieri di San Casciano, se non sbaglio, il giorno dopo che fu... anzi, il giorno stesso, la sera, in cui fu scoperto l'omicidio di Scopeti?
SC: Sì.
PM: È vero che si presentò lei spontaneamente?
SC: No, no. Io quel giorno stavo andando a Firenze e passai dagli Scopeti con mia madre. E quindi, insomma c'erano tutte le persone, domandando cos'era successo mi rivolsi a mia madre dicendo che il giorno prima io ero lì. Quindi mi sentì non so chi e mi portò in caserma.
PM: I carabinieri, comunque, li avvertiste voi o sua madre che lei era stata lì quel giorno.
SC: No. C'era, non so se era un poliziotto, o così, e mi disse di venire in caserma.

Sappiamo già quello che la ragazza raccontò ai carabinieri; in ogni caso il verbale delle sue dichiarazioni è consultabile qui in fotocopia, e qui in trascrizione. Per completezza è il caso di riportare anche il contenuto di due articoli di giornale, entrambi consultabili sull’emeroteca di “Insufficienza di prove”.
Dalla “Città” del 10 settembre 1985:

Una ragazza si era avvicinata col fidanzato al luogo del delitto. «L’ho vista domenica, credevo dormisse…»
[…] C’è però una testimonianza importante, quella di una giovane, Sabrina Carmignani, 18 anni, di San Casciano, che domenica pomeriggio, intorno alle 17, si è recata inconsapevolmente sul luogo del delitto con il suo ragazzo. I due erano in auto. «Ho visto – racconta emozionata – una persona distesa dentro alla tenda. Ci siamo fermati pochi minuti poi, pensando che la musica della nostra autoradio potesse disturbarla, ci siamo allontanati di qualche metro. Ma siamo rimasti lì per poco tempo, perché io avvertivo un’aria strana, inquietante. E così ho pregato il mio ragazzo di cambiare zona».
La giovane è rimasta quasi tutto il pomeriggio di ieri tra la folla, in attesa di qualche brandello di notizia. In serata i magistrati l’hanno interrogata. «Abbiamo sentito a lungo la ragazza – ha detto il sostituto procuratore Paolo Canessa – e ho notato che faceva un po’ di confusione».
Quella di Sabrina rimane comunque una testimonianza di eccezionale interesse, perché fa presumere che i due turisti francesi siano stati uccisi sabato notte, quando la luna era all’ultimo quarto, proprio una settimana prima che sparisse del tutto.

Dalla “Nazione” dell’11 settembre:

«Domenica ero lì». Il racconto di una ragazza: «Poi è arrivato uno, solo, in auto…»
Forse altri occhi hanno visto la piazzola degli Scopeti, con i cadaveri straziati dal mostro, prima che il giovane Luca Santucci, il cercatore di funghi di San Casciano, facesse scattare l’allarme. Frequentatissima dalle coppiette, quella strada che passa in mezzo ai boschi e ai campi di olivi è molto battuta anche dai guardoni. È certo che qualcuno è stato sulla scena del delitto poche ore dopo il passaggio dell’assassino. Ma il desiderio di restare nell’ombra, di non immischiarsi in una vicenda sempre più sconcertante, ha avuto forse il sopravvento sul dovere che impone di chiamare i carabinieri. […]
Anche Luca, però, pensa di non essere stato il primo ad accorgersi dei due cadaveri. Altra gente è passata da lì. Ci accompagna da Sabrina Carmignani, diciannovenne segretaria d’azienda in cerca di primo impiego. Sabrina era stata nella piazzola del delitto domenica pomeriggio, insieme al suo ragazzo.
«Con la nostra macchina – dice – ci siamo fermati accanto alla Golf francese, ma non siamo scesi, in terra c’era troppo sporco, cartacce, stracci, lattine. Quella macchina e quella tenda ci rassicuravano, c’era qualcuno, non eravamo soli. Fra l’altro, dall’apertura della tenda, s’intravedeva la forma di una persona sdraiata, forse addormentata. Abbiamo spento la radio per non disturbare. Dopo un po’ il silenzio è stato rotto dal rombo di un motore. C’era una macchina che veniva avanti con un uomo solo sopra. Sappiamo che la zona è infestata dai guardoni e abbiamo preferito andar via».
Chi era il solitario automobilista giunto sul piazzale dopo Sabrina e il suo ragazzo? Ha visto qualcosa? Perché non parla?
«Quando ho saputo che il mostro aveva colpito agli Scopeti – conclude la ragazza – ho pensato subito alla tenda e alla macchina francese e a quella persona che credevamo addormentata».

Altre informazioni su quel pomeriggio vennero fornite dalla Carmignani alla SAM in un colloquio informale del 2 dicembre 1995 (vedi), del quale ci siamo già occupati nell’articolo Autunno1995. Leggiamo la parte che riguarda la descrizione della tenda e dell’auto sopraggiunta:

Subito dopo il loro arrivo, allorché si erano spostati un po' più in basso per non essere troppo vicini alla tenda (che appariva come abbandonata sebbene vi fosse parcheggiata accanto una vettura VW GOLF di colore bianco), era giunta e si era fermata sulla strada, all'altezza dell'ingresso alla piazzola, una vettura dall'apparenza non nuova, con i fari anteriori di tipo squadrato.
A questo punto gli scriventi mostravano alla CARMIGNANI la foto del modello FIAT 128 coupé con lo scopo di una eventuale individuazione del modello di vettura notato dalla ragazza in correlazione con le dichiarazioni già rese da altre persone (CHIARAPPA Vittorio e DE FAVERI Marcella): la giovane asseriva che avrebbe potuto trattarsi anche di quel tipo di vettura precisando che a suo tempo aveva parlato di FIAT REGATA solo perché tale modello, posseduto da sua madre, le richiamava alla mente l'auto sopraggiunta a causa dei fari squadrati.

Ce ne occuperemo estesamente più oltre, intanto però è il caso di riportare quanto dichiarato dalla Carmignani il 6 dicembre successivo sui medesimi argomenti. Dal verbale:

La CARMIGNANI dichiara:
Confermo le dichiarazioni del 9 settembre 1985 ed intendo fare alcune precisazioni.
Il pomeriggio del giorno 8 settembre, insieme al mio fidanzato, mi sono recata nella piazzuola degli Scopeti intorno alle ore 17 o forse un po’ prima in quanto faceva molto caldo, allo scopo di mangiare un panino ed una fetta. di torta in occasione del mio compleanno che ricorreva per l'appunto quel giorno.
Giunta sul posto, notai la Golf, da me descritta nel precedente interrogatorio, che si trovava parcheggiata a fianco ad una piccola tenda, ivi presente e che sembrava disabitata, in quanto si presentava sciupata e non ben stesa, nel senso che probabilmente i tiranti si erano un po’allentati.
Questa tenda mi è sembrata che fosse di colore grigio argentato, in quanto, in altra occasione, di notte, ebbi modo di notarne i riflessi alla luce dei fari dell'auto.
A.D.R.: Sicuramente avevo già notato la presenza di questa tenda in quel posto il giorno precedente e cioè il sabato sera, in quanto, transitando in auto da quel posto, ebbi modo di notarne la presenza.
La CARMIGNANI, quindi, prosegue nelle precisazioni:
Notai che la Golf si trovava con il frontale rivolto verso l'ingresso della piazzuola, per cui ritengo che fosse entrata a marcia indietro in considerazione della ristrettezza della stradina di accesso che non consente di fare agevole manovra all'interno della piazzola. Mentre mi trovavo in questo posto, ove mi sono intrattenuta, per i motivi che ho esposto, per circa mezz'ora, ho visto sopraggiungere un'autovettura, che, provenendo da San Casciano, si è immessa per un limitato tratto nella piazzuola, dopo di che, forse perché l'autista aveva notato la nostra presenza, ha fatto subito retromarcia posizionandosi più avanti, dopo pochi metri, a margine della strada asfaltata, sul margine della piazzuola con il frontale in direzione di Firenze.
Allorché ho lasciato il posto, dopo alcuni minuti dal sopraggiungere di quest'auto, uscita dalla piazzuola, nell'immettermi in direzione San Casciano, ebbi modo di notare di spalle la persona che si trovava alla guida e che mi diede l'impressione, dalla sua figura, che fosse di età matura e massiccio di corporatura.
Mi colpì il fatto che questa persona, pur essendoci molto caldo, indossava un giaccone del tipo di quelli che sono soliti indossare i cacciatori. Era comunque qualcosa di pesante e di colore verde. Posso affermare ciò in quanto ebbi modo di notare il braccio destro di questa persona che era appoggiato al volante nella parte alta.
A.D.R.: Ebbi modo di vedere l'auto allorché sporse con il frontale all'inizio della piazzuola. Tale frontale, per la presenza dei fari squadrati, mi sembrò simile a quello della Regata, tipo di macchina che era in possesso all'epoca di mia madre, ma posso affermare che non si trattava di Regata in quanto la macchina da me vista era più bassa.
In buona sostanza della Regata questa macchina aveva solamente i fari che mi sembrarono simili nel disegno. Notando l'auto nella sua parte posteriore quando uscii dalla piazzuola, vidi che essa presentava il retro piuttosto tronco.
Il colore di quest'auto era piuttosto sbiadito dal tempo ed era di una tonalità media, nel senso che non era né troppo scura e né troppo chiara. Era comunque una macchina che sicuramente era stata esposta alle intemperie, pioggia e sole, che ne avevano alterato il colore originale.
A questo punto l’Ufficio pone in visione alla CARMIGNANI due fotocopie, riproducenti il modello Fiat 128 Coupé sia nella parte frontale e laterale che in quella posteriore. La CARMIGNANI, dopo avere attentamente esaminato tali foto, dichiara:
Sì, il frontale ed il retro delle foto che mi si mostrano possono essere piuttosto compatibili con l'auto da me vista e descritta.[…]
A.D.R.: All'arrivo dell'auto di cui trattasi, posi attenzione solamente sulla vettura e quindi non posso escludere che vi fosse un'altra persona a bordo oltre al guidatore, da me notato particolarmente all'atto dell'uscita dalla piazzuola della mia vettura.

Ecco invece la parte delle dichiarazioni, riguardanti la tenda, rese in dibattimento durante l’interrogatorio di Canessa (30 giugno 1997):

PM: Vide la tenda? C'era? Si fermò lì?
SC: Sì, con la macchina io entrai proprio davanti alla tenda.
PM: C'era qualcuno?
SC: No, non c'era nessuno.
PM: Lei si trattenne un po' in questa...
SC: Sì, io andai lì davanti e non pensavo ci fosse nessuno, perché non sembrava una tenda abitata da persone, quindi volevo scendere. Però poi, un po' per il cattivo odore, un po' perché la tenda c'era tutto sporco, decisi di andare più indietro. Quindi mi spostai di lì e dopo... di lì a poco andai via.
PM: Quindi lei ebbe la sensazione se c'era qualcuno dentro o fuori questo non...
SC: La tenda era sciupata, era giù, non lo so… Non era tirata come una normale tenda. Era un po' sciupata.
PM: Quindi, lei non sa dire se c'era qualcuno dentro, ebbe l'impressione o... ?
SC: Più che altro l'impressione ci fosse dei materassini dentro, può darsi quelli che si usa, però non lo so.

Questo invece il controinterrogatorio del difensore di Vanni e una breve replica di Canessa:

Pepi: Lei prima parlando della tenda dei francesi ha detto che, nel giorno che poi si sarebbe verificato l'omicidio, di essere stata lì col suo fidanzato, mi sembra, e aver notato questa tenda come sciatta, un po' sciupata. Ecco, la domanda che le volevo chiedere, ma questa impressione l'ha avuta anche nei giorni precedenti, o nei giorni precedenti la tenda era montata come doveva essere, tirata, eccetera.
SC: No, no, nei giorni precedenti la tenda era una tenda normale, non era rotta e sciupata.
Pepi: Non è che abbia avvertito qualcosa di particolare già a quell'ora, tipo odori strani...
SC: Sì, era molto caldo quell'anno e mi ricordo che, appunto, era il mio compleanno, avevo delle torte, e non ci si poteva star lì perché c'erano molte mosche, poi era un puzzo veramente...
Pepi: Notevole.
SC: Sì.
Pepi: Ecco, non lo potrebbe specificare che tipo di odore è?
SC: Non lo so era un... cioè, più che altro dava l'impressione se c'è qualche animale morto da giorni, ecco, più o meno quello. È l'impressione che ho avuto al momento.
Pepi: Bene, la ringrazio, non ho altre domande.
PM: Scusi, un'altra domanda ancora: la tenda, se lei lo ricorda, era aperta o chiusa?
SC: La tenda era chiusa.
PM: Bene. E un'altra cosa, lei mi sembra abbia parlato che ha visto davanti un foglio di carta, qualcosa... ricorda?
SC: Sì, c'erano molti fogli, c'erano delle scarpe, mi sembra, un paio di scarpe da donna, mi sembra e c'erano anche dei pezzi di carta, cioè, c'era molto sporco davanti.
PM: Carta, mi scusi, come residui di mangiare. Carta o giornali o...
SC: Carta, pezzi di foglio, così, buttati per terra.
PM: Davanti alla tenda.
SC: Sì.

Sull’auto sopraggiunta:

PM: Lei quanto si sarà trattenuta in quel posto?
SC: Più o meno, 20 minuti, una mezz'oretta.
PM: Una mezz'ora. E ricorda, in questo periodo, se sopraggiunse qualcuno?
SC: Sì, quando stavo andando via arrivò una macchina che imboccò la piazzola lì.
PM: Ricorda qualcosa di questa macchina?
SC: Non so che macchina era, l'ho vista solo davanti.
PM: Ricorda qualche caratteristica particolare?
SC: Era una macchina che mi sembrava vecchia, con la vernice un po' scolorita, tipo queste macchine vecchie scolorite dal sole. Non era una macchina nuova, cioè del tempo. Sicuramente risaliva a molti anni prima come modello.
PM: La tonalità di questa macchina, se era chiara o scura. Lei ha dato indicazioni alla polizia su questa macchina. Ricorda qualcosa di più, vuole che... magari se lo ricorda lei è meglio, altrimenti io le posso sollecitare – se la Corte lo consente – ciò che ha dichiarato. Volevo capire se ricorda qualcosa di suo, invece che essere sollecitata da.
SC: Si, diciamo che io l'ho vista davanti e quindi...
PM: I fari, non lo so, le caratteristiche...
SC: Sì, era una macchina che a quel tempo mi ha dato l'impressione di una Regata come...
PM: Invece era una Regata, oppure...
SC: No, non era una Regata era simile il muso davanti.
PM: Il muso davanti perché è basso, alto...
SC: Perché era abbastanza basso.
PM: Lei ricorda se aveva fari tondi, fari rettangolari, non so, mi sembra su qualcosa lei abbia detto... nel dise...
SC: Probabilmente aveva dei fari rettangolari.
PM: Sul colore sbiadito lei ha qualche ricordo più preciso o ha solo questo ricordo sbiadito?
SC: Poteva essere benissimo, non so, un rosso molto sbiadito, decolorato proprio.
PM: Senta una cosa, e c'era qualche persona? Lei vide chi la guidava? Arrivò... Che manovra fece questa macchina?
SC: Questa macchina entrò... Veniva da San Casciano e girò per entrare nella piazzola. Però c'era la mia macchina lì, quindi fece marcia indietro e proseguì non per San Casciano, nella direzione opposta.
PM: Lei vide se c'era un solo guidatore, se c'erano altre persone?
SC: Sì, mi sembra che c'era una persona dentro.
PM: Su questa persona ebbe la possibilità di capire o di notare qualcosa, o assolutamente non ha ricordi, o non vide niente di particolare?
SC: Quello che ricordo è che, comunque, sembrava un cacciatore. Cioè, abiti...
PM: Non era uno elegante, insomma, ben vestito.
SC: No, no.
PM: Senta una cosa, questa era esile, grosso, lei qualcosa ha detto, non so se...
SC: Abbastanza grosso, cioè, abbastanza grosso, non era comunque... […] Non esile.
PM: Lei, mi sembra, abbia detto massiccio, di età matura. Può essere che aveva questo ricordo?
SC: Si, sì. Poteva essere un cacciatore, un pescatore, di questi signori così, vestiti da... con questi abiti.
PM: Questo più per l'abbigliamento.
SC: Sì.

Per completezza di documentazione, è infine il caso di trascrivere quanto è riportato nel libro di Cannella riguardo quel pomeriggio (si ricorda che l’intervista è del 1° aprile 2003):

L'8 settembre 1985, verso le 16:30 io e il mio ragazzo dell'epoca, siamo andati nella tristemente famosa piazzola degli Scopeti, portando con noi una torta. L'8 settembre è il giorno del mio compleanno e ricordo benissimo quel maledetto anniversario. Appena scesi dalla nostra auto, vidi che quella piazzola, dove io ero stata già altre volte, non mi sembrava la solita di sempre. Vidi dapprima, una Volkswagen Golf bianca, ferma sul lato sinistro e poco prima di una tenda da campeggio. Tutto intorno mi pareva sporco e malandato. Pieno di cartacce. Diedi una rapida occhiata.
Vidi subito, davanti all'ingresso della tenda dei ragazzi francesi assassinati, che era tutto sporco. Uno sporco innaturale, come se davanti alla tenda vi fosse dell'olio, dell'unto, insomma. Mi colpirono, in mezzo a quello “sporco”, un paio di scarpette rosse da donna.
Ora mi rendevo conto del perché tutto mi sembrasse brutto, diverso dalle altre volte: si sentiva un puzzo terribile, come di cadavere e c’erano mosche dappertutto, tante, ed io me ne intendo di puzzo di cadaveri... Io, ho fatto l'infermiera in un obitorio.
Vista la situazione, decidemmo di andare via, da qualche altra parte. Mentre stavamo tornando, abbiamo visto una macchina, scolorita, imbucare anche lei lo stradello, per raggiungere la piazzola. Quando l'autista ha visto che sul posto c'eravamo noi, ha fatto manovra e se n'è andato.

Preparazione di un colpaccio. La nota della SAM (vedi), della quale si è già detto, è in grado di fornire maggiore chiarezza sull’interrogatorio del 6 dicembre. Il documento è datato 5, e rendiconta di un colloquio di tre giorni prima della Carmignani con Riccardo Lamperi e Alessandro Venturini. È il caso di evidenziarne la parte che avrebbe stimolato e condizionato il successivo interrogatorio, inerente la reazione della donna alla lettura delle dichiarazioni rese dai coniugi De Faveri-Chiarappa (il lettore ricorderà che la coppia aveva visto un’auto sportiva rossa e due individui stazionare per l’intero pomeriggio della domenica del delitto sotto la piazzola di Scopeti).

La giovane ascoltava in silenzio quanto verbalizzato dal CHIARAPPA, mentre, alla descrizione dell'individuo “... un po' più alto del precedente e meno grezzo dell'altro..”, SPONTANEAMENTE, senza alcuna sollecitazione, dichiarava: “È quello lì di San Casciano... come si chiama... Torsolo...” precisando subito dopo che si trattava del suo compaesano VANNI Mario, personaggio a lei ben noto come “guardone” frequentatore della piazzola degli Scopeti. Di questo la CARMIGNANI era sicura perché anche lei si recava spesso in quel luogo di pomeriggio e di notte.

L’uso dell’avverbio “spontaneamente” – in maiuscolo nel testo originale – vuole evidenziare l’assoluta mancanza di imbeccamenti da parte di Lamperi e Venturini, confermata dal primo a chi scrive; quindi senz’altro fu la stessa Carmignani a prendere l’iniziativa di pronunciare il nome di Vanni, avendo associato la sua figura a uno dei due individui descritti dai coniugi, e questo perché, a suo dire, era nota la sua fama di “guardone” e lei stessa lo aveva visto in precedenza sulla piazzola. È chiaro però che la donna non disse di averlo visto quella domenica.
Sappiamo già che Sabrina Carmignani non volle firmare il verbale di quel colloquio; perché? La sua motivazione dichiarata fu quella di non voler “entrare in alcun modo nel processo a carico di PACCIANI Pietro per timore di rappresaglie contro il suo bambino da parte di personaggi a lui collegati ancora in libertà”. Ma chi avrebbe potuto vendicarsi su di lei, Mario Vanni? È oltremodo difficile credere che davvero la donna avesse potuto temere la reazione di “Torsolo” o degli altri fantomatici fiancheggiatori di cui già i giornali avevano timidamente vociferato, mentre pare assai più verosimile attribuirle il desiderio, dovuto a ragioni del tutto personali e legittime, di evitare il proprio coinvolgimento nel circo mediatico cui aveva assistito durante il processo Pacciani. Ma proprio quel “timore di rappresaglie”, che in ipotesi poteva anche averla indotta a tacere qualcosa, dovette funzionare da grande stimolo per le speranze di chi in quel momento voleva trovare a tutti i costi nuovi spunti investigativi, quindi la testimone venne riconvocata in questura per il 6 dicembre.
In quel periodo Sabrina Carmignani stava affrontando problemi legali con il marito e padre del proprio bambino, da cui si era già separata (si trattava della stessa persona che aveva condiviso con lei l’esperienza sulla piazzola di Scopeti). Ad assisterla era lo studio legale in cui operava Aldo Colao, avvocato di parte civile per conto della famiglia Mainardi nel passato processo Pacciani e nel futuro processo ai compagni di merende, che però, da penalista, non doveva interessarsi direttamente al suo caso, che abbisognava invece di un civilista. Secondo le dichiarazioni rilasciate della stessa Carmignani a Cannella, Colao sarebbe stato convinto di averle sentito dire anni prima che aveva visto Vanni sulla piazzola. Nello stesso documento si legge che, la sera del 5 dicembre 1995, Colao le telefonò – “per puro caso”, secondo lei, ma vedremo che non era affatto così – venendo a conoscenza del suo previsto colloquio del giorno dopo con Giuttari. Alle 6 di mattina Colao la chiamò di nuovo, offrendosi senza successo di accompagnarla, e quando arrivò in questura e fu fatta attendere, lui era già dentro la stanza con Giuttari.
Nonostante quello che si legge sul verbale (“Si dà atto che la CARMIGNANI, debitamente invitata, è comparsa accompagnata dall’avv. Aldo Colao, che assiste all'audizione”) è evidente che il ruolo di Colao non dovette certo essere stato quello di assistere Sabrina Carmignani – che non ne aveva bisogno e neppure glielo aveva chiesto – ma di dare manforte nel tirarle fuori le informazioni che ci si attendeva da lei (“Disse: ci parlo io”, si legge nel rapporto Cannella). E a confermare tale ipotesi concorre il contenuto di un articolo di Amadore Agostini uscito sulla “Nazione” del 25 gennaio 1996 (vedi). L’informatissimo giornalista scrisse di una cena della sera precedente alla quale avrebbe partecipato addirittura Ruggero Perugini – presente anche lui all’interrogatorio, lo vedremo tra breve – assieme a “un legale di parte civile del processo e qualche altro personaggio che ruota attorno alla vicenda del mostro”. A quella cena si dovevano essere accese grandi speranze per un’inchiesta appena partita e ancora nebulosa – è bene ricordare che al momento Ghiribelli, Lotti e Pucci erano personaggi ancora di là da venire –, supportate magari da qualche progetto strategico per affrontare una testimone che, di fronte alla SAM, si era rivelata assai coriacea. Ecco perché è difficile pensare che la telefonata di Colao fosse stata casuale.

L’interrogatorio. A ulteriore dimostrazione delle grandi speranze riposte nella testimonianza di Sabrina Carmignani fu la presenza di una folla di giornalisti, fotografi e cineoperatori nei corridoi della questura, che non potevano essersi trovati lì per caso, ma erano stati debitamente avvertiti e poi fatti entrare dall’agente di guardia. Si può soltanto pensare, quindi, che qualcuno contasse su un clamoroso colpo di scena, del quale intendeva far partecipi tutti gli italiani (è facile per il lettore immaginare chi, considerando analoghi comportamenti futuri).
Non è ben chiaro quante persone fossero state presenti all’interrogatorio, che andò avanti addirittura per sei ore. Il verbale nomina Giuttari, Riccardo Lamperi e Aldo Colao, ma di sicuro c’era anche Ruggero Perugini, come scrissero i giornali del 7: “la Repubblica” (vedi): “I due sono entrati nell'ufficio del capo della squadra mobile, Michele Giuttari, e dopo qualche minuto, nella stanza sono stati raggiunti dai poliziotti più anziani della squadra antimostro, e da una vecchia conoscenza dell’ inchiesta: Ruggero Perugini”; “Corriere della sera” (vedi): “[…] questo nuovo capitolo della vicenda "mostro" […] ha richiamato a frotte giornalisti, fotografi e cineoperatori. Incuriositi anche dalla presenza all'interrogatorio, stando alle indiscrezioni non smentite, di Ruggero Perugini”;  “La Stampa” (vedi): “All'interrogatorio sarebbe stato presente, ma soltanto come osservatore, anche Ruggero Perugini”; “La Nazione” (vedi): “Nella stanza di Giuttari c’era anche l’ex capo della SAM, Ruggero Perugini”.
In un articolo di un mese dopo sulla “Nazione”, Amadore Agostini raccontò di più (25 gennaio 1996, vedi):

Ruggero Perugini arriva precipitosamente a Firenze nel segreto più assoluto. Incontra solo Giuttari, la pubblica accusa, un terzetto di fidatissimi. Ecco che lo stesso investigatore, ora ufficiale di collegamento della Dia con l’Fbi, si precipita a precisare di essere in città per affari strettamente personali. Eppure lo incontrano a una cena alla quale prende parte un legale di parte civile del processo e qualche altro personaggio che ruota attorno alla vicenda del mostro. La mattina seguente è sempre Ruggero Perugini a partecipare attivamente all’interrogatorio di una super test dell’85. È lui che fa domande che “consiglia” parte del verbale.

Del resto lo affermò anche la stessa Carmignani di fronte a Cannella: Perugini entrò dopo mostrandosi “molto interessato a questa cosa”. E che la presenza di Perugini non fosse stata dichiarata nel verbale posto agli atti conferma l’assoluta irritualità di quell’interrogatorio, già gravemente compromesso dalla presenza di Aldo Colao. Ma che cosa c’entrava con la nuova inchiesta il poliziotto che aveva inseguito Pacciani secondo vecchie logiche che si stavano ripudiando, e che per di più era stato trasferito a tutt’altro incarico? È opinione personale di chi scrive che Vigna considerasse Giuttari ancora troppo acerbo sulla vicenda, e che quindi avesse preferito affiancargli qualcuno già ben addentro. Sul ruolo di Perugini le cronache giornalistiche sono contrastanti, in ogni caso, fosse chi fosse a porre le domande, le pressioni per far dire alla donna che quella domenica aveva visto Mario Vanni sulla piazzola di Scopeti dovettero essere state enormi. Dal libro di Cannella:

Quando raccontai la cosa alla Polizia, questi, invece di ringraziarmi, mi misero subito sotto torchio: volevano che dicessi in tutti i modi di avere visto alla guida della macchina scolorita Mario Vanni. Io ho detto loro che non potevo dire quello che non avevo visto, ma loro hanno insistito pesantemente dicendomi... “Dillo che era lui alla guida dell'auto scolorita! Lei lo sa cosa ha fatto il Vanni? Via lo dica! Lei non parla perché ha paura!”. Io risposi: “Paura di cosa? Se avessi visto il Vanni Mario, in quella macchina o qualcuno che conoscevo ve lo direi, ma non posso dire quello che non ho visto!” Pensi che roba! E tutto questo, in quel periodo… quando stavo passando un momento difficile per la mia vita. Avevo un bambino piccolo e un mare di difficoltà di tutti i tipi.
Mentre mi trovavo in Questura, un poliziotto mi prese da una parte e senza troppi giri di parole mi disse che, se non avessi collaborato con loro, mi avrebbero tolto il bambino. Poi, non contenti, mi chiusero dentro ad una stanza, al buio e iniziarono a proiettami le diapositive dei due ragazzi assassinati, mentre si trovavano sul tavolo anatomico durante l'autopsia! Un poliziotto da dietro mi diceva: “Guarda cosa ha fatto. Tu lo vuoi proteggere! Dillo che lo hai visto nella piazzola.” Credo stessi per vomitare. Sono infermiera ma quelle immagini mi hanno letteralmente scioccata! Non avevo mai visto niente di simile in tutta la mia vita. Ma erano tutte quelle ingiustificabili pressioni, verso una persona che stava facendo il suo dovere… Ma loro volevano trovare uno che gli dicesse cose che uno non ha visto… Se uno vuole maneggiare le persone... Non va bene così!

Di tali pressioni non c’è però traccia alcuna nel verbale (vedi), che d’altra parte è reso in forma riassuntiva, come quasi sempre. Vediamo che cosa vi si trova riguardo Mario Vanni, argomento affrontato in conseguenza a domande sull’avvistamento di due individui da parte dei coniugi De Faveri-Chiarappa. Fin da subito si esclude che quel pomeriggio la Carmignani avesse visto persone differenti dal guidatore dell’auto sopraggiunta dopo il suo arrivo.

La CARMIGNANI dichiara:
Quel pomeriggio non ho visto nessuna persona, all'infuori di quella da me descritta a bordo della macchina che corrisponde per quanto riguarda la coda tronca ed il colore sbiadito, che, per quanto riguarda l'auto da me notata, non era né troppo scuro né troppo chiaro.
A.D.R.: Non ho mai visto coppie di uomini rispondenti alle caratteristiche che mi dite e che sono peraltro piuttosto generiche, ma ho visto cacciatori, cercatori di funghi e di tartufi anche perché nella zona degli Scopeti vengono esercitate dette attività. Se ricordate bene chi scoprì la coppia di francesi uccisa, tale Luca Santucci, era andato in quel posto a cercare i funghi.

Si passa poi a Vanni e Pacciani, dei quali la teste si dice sicura di aver visto in paese il primo, di non ricordare se avesse mai visto il secondo, se non in televisione, e di poter escludere con certezza di averli mai visti assieme.

Mi viene chiesto se a San Casciano e dintorni e, comunque, in zona, io possa ricordare persone che presentano caratteristiche fisiche similari a quelle descrittemi e se, anche in epoca diversa, li abbia potuti notare nella zona degli Scopeti più volte.
Al riguardo posso affermare che, facendo mente locale ai noti personaggi venuti alla ribalta nel noto processo, da me seguito anche in televisione, mi viene in mente come descrizione tanto l'imputato del processo quanto un altro mio compaesano, che si chiama VANNI Mario, detto in paese “Torsolo”. Voglio però precisare che i due io non li ho mai visti insieme né in paese né nelle vicinanze della piazzuola degli Scopeti.
Mi viene chiesto se io, prima del processo, conoscessi queste due persone.
Riferisco che, quando vidi in televisione il PACCIANI, questi mi sembrò una faccia già vista ma non riuscii a focalizzare dove e in che occasione, mentre, quando vidi il VANNI, del quale non conoscevo il nome, riconobbi subito in questi la persona che in paese era conosciuta con il soprannome di Torsolo.
Voglio sottolineare di nuovo che né in paese né fuori ho mai visto il PACCIANI ed il Torsolo assieme e che mi son venuti alla mente soltanto grazie alla enorme pubblicità data da televisione e giornali alla vicenda giudiziaria del “Mostro”.

Infine le domande si fanno più specifiche sulla piazzola degli Scopeti. La testimone esclude di avervi mai visto Pacciani, mentre le era capitato di vedere Vanni mentre camminava lungo la strada prospiciente, ma in occasione di feste, quando vi stavano passeggiando anche altre persone.

Mi viene chiesto se avessi visto nella zona degli Scopeti singolarmente il PACCIANI ed il Torsolo.
Per quanto riguarda il PACCIANI, posso ribadire di non averlo mai visto nella zona degli Scopeti e di non avere memoria del dove e quando potessi, nel caso, averlo visto prima e comunque sono propensa ad escludere di averlo incontrato in quella zona.
Per quanto riguarda il Torsolo, invece, posso affermare che si tratta di un personaggio a me più familiare, anche se fra di noi non c'è mai stata conoscenza diretta, dico familiare perché era una persona di cui in paese si parlava sia per le sue vicende familiari, raccontavano infatti gli anziani che lui avesse buttato per le scale la moglie incinta ed avesse avuto dei problemi per questo motivo, sia perché era noto come uno dei guardoni del paese.
Mi chiedete se io abbia mai avuto occasione di vedere il Torsolo agli Scopeti ed io confermo che effettivamente ricordo di averlo visto in quella zona in diverse epoche e, per quanto possa ricordare, sempre a piedi che camminava lungo la strada. Tengo a precisare che collego queste occasioni, per quanto io ricordi, a giorni di festa, in cui diverse persone di San Casciano, non solo, quindi, il Torsolo, passeggiavano lungo quella strada.
Quello che voglio dire, cioè, è che io non l'ho mai visto solo o in atteggiamento che destasse in me il sospetto che stesse facendo il guardone e questo voglio precisarlo avendo prima riportato quella che era una voce del paese sulle sue abitudini.

Il verbale sintetizza due altri argomenti affrontati nel corso del lungo interrogatorio. Vediamo brevemente quello delle lettere anonime, che va a spiegare quanto riportato dalla “Nazione” del 25 gennaio 1996 (vedi).

Dopo qualche giorno dal delitto di Scopeti, a seguito di articoli di stampa che riferivano la mia presenza sul posto del delitto e pubblicavano anche la mia foto, pervennero presso la mia abitazione alcune lettere anonime dal contenuto molto strano. In particolare, in queste lettere, tre o quattro, si facevano apprezzamenti su di me e specificatamente su parti anatomiche del mio corpo e, quindi, il loro contenuto era a sfondo prettamente sessuale.
Nell'ultima di queste lettere, l'anonimo, adducendo che ciò era esclusivamente nel mio interesse, mi diede un appuntamento a San Casciano per le ore 11 nel piazzone dei giardini, invitandomi ad indossare la mini gonna ed una maglietta scollata.
Andai all'appuntamento con l'accordo dei carabinieri, ai quali mio padre aveva consegnato le lettere, anzi preciso forse di un gruppo di ex carabinieri, investigatori privati, ma non si presentò nessuno probabilmente perché era transitata e si era fermata nel posto convenuto un'auto della polizia.
Dopo l'ultimo episodio sopra riferito non ho più ricevuto lettere minatorie.

Quelle lettere sarebbero state poi oggetto di investigazione. La sera stessa venne interrogata la madre della Carmignani (vedi), che dette qualche labile indizio – tipo di pubblicità presente sulla “Nazione” – su come rintracciare l’agenzia investigativa alla quale erano state consegnate le lettere. Uomini della SAM si recarono quindi alla Biblioteca Nazionale di Firenze per effettuare ricerche sulle pagine del quotidiano, ma senza successo (vedi). In ogni caso sembra evidente che quelle lettere anonime nulla avessero avuto a che fare con il Mostro.
L’altro argomento è quello del motorino.

Agli Scopeti, ebbi modo di osservare anche nei giorni precedenti all'08.09.1985, appoggiato ad un albero proprio all'inizio della piazzuola entrando sul lato destro e proprio in corrispondenza al posto in cui ho notato l'autovettura da me descritta in sosta, un motorino di cui conservo ancora un ottimo ricordo e che descrivo come segue, precisando che già, circa tre quattro anni fa, lo avevo già descritto ai carabinieri di San Casciano. Si trattava di un vecchio modello, con serbatoio a goccia posizionato in diagonale sulla canna e sellino piuttosto largo nella parte posteriore di colore nero. Aveva i parafanghi larghi e grossi che coprivano le ruote ed era di colore sul rosso/mattone opaco, nel senso che il colore risultava sbiadito dall'usura e dalle intemperie.
Ho avuto modo di notare questo motorino fermo in quel posto per un periodo di tempo che colloco circa tre/quattro giorni prima del giorno 8 settembre 1984.

I lettori più informati ricorderanno di sicuro  il tormentone del camaleontico motorino di Pacciani, cangiante non soltanto per colore ma anche per marca, poiché, da Cimatti Minarelli qual era in origine, aveva assunto anche le sembianze di un Gilera e di un Beta. A Scopeti lo aveva visto il teste Edoardo Iacovacci, secondo la cui sospettosissima testimonianza sarebbe stato appoggiato alle frasche nella mattinata di sabato. Ma il motorino visto dalla Carmignani arrivava decisamente fuori tempo massimo, ormai tale tipo di indizi era destinato al dimenticatoio, quindi non ci fu alcun bisogno di fronteggiare l’ennesimo cambiamento di colore (rosso, contro il celeste di Iacovacci).

Un doppio verbale? A leggere il verbale si direbbe che per i giornalisti, fotografi e cineoperatori che avevano invaso la questura di Firenze di pappa ce ne fu davvero poca. Però a qualcuno arrivò un’indiscrezione clamorosa: la domenica del delitto la testimone aveva visto sulla piazzola di Scopeti un complice di Pacciani. Lo scrisse “La Stampa”: “La misteriosa testimone avrebbe raccontato di aver visto uno dei «compagni di merende» di Pacciani nella zona degli Scopeti a San Casciano”; “L’Unità” (vedi): “La testimone, secondo le indicazioni raccolte, avrebbe riferito che diverse ore prima del duplice omicidio della coppia francese […] ha notato nei pressi degli Scopeti dove i due turisti avevano una tenda canadese un amico del Pacciani”; magari anche altre testate non nella disponibilità di chi scrive, ma soprattutto “La Nazione”:

La ragazza a suo tempo avrebbe raccontato di aver notato una persona del posto aggirarsi nei paraggi degli Scopeti poche ore prima dell’omicidio della coppia di francesi l’8 settembre 1985. Si scoprirà più in là negli anni che quell’uomo era un “compagno di scorribande” del Pacciani, ascoltato anche al processo. Una testimonianza “dimenticata” e che in oltre sei ore è stata puntualizzata.

Autore dell’articolo era l’informatissimo Amadore Agostini, che nelle pagine di cronaca fiorentina rincarò la dose, parlando anche di “verbale”:

La ragazza infatti avrebbe messo a verbale allora un racconto che suonava all’incirca così: ho visto un tale (risulterà essere uno dei “compagni di merenda” di Pacciani) proprio sul luogo dove poche ore più tardi i due ragazzi sarebbero stati trucidati.

Una volta letti questi articoli, Sabrina Carmignani, arrabbiatissima, telefonò in questura, ottenendo un incontro con il PM per il 14 dicembre. Ecco la relativa nota (vedi):

Mi sono presentata spontaneamente stamattina previo appuntamento insieme al mio compagno Bacci Riccardo […] perché giorni fa sono stata sentita come persona informata sui fatti in Questura ed il giorno successivo sono apparse sulla stampa cittadina delle notizie relative alla mia testimonianza senza per la verità che si facesse il mio nome nelle quali mi si mettevano in bocca cose che io non avevo in realtà riferito alla polizia.
Ho avuto quindi il dubbio che il verbale da me sottoscritto in Questura e da me non riletto non riportasse correttamente il mio pensiero. Mi viene a questo punto data lettura dell'intero verbale datato 6.12.1995 e posso confermare che tale verbale riporta esattamente ciò che io ho dichiarato.

Si presume che Sabrina Carmignani avesse preso visione del verbale poi messo agli atti e la cui trascrizione OCR è stata resa disponibile qui. Ma era il medesimo da lei firmato alla fine dell’interrogatorio? A leggere il rapporto di Cannella si direbbe di no, poiché lei ne ricordava uno ben più corposo: “Il verbale era in più pagine e io dissi «Scusi e gli altri fogli dove sono?»”; “Non parliamo più di questa storia”, fu la risposta di Canessa.
Quasi un anno dopo, la Carmignani venne contattata da Pino Rinaldi, uno degli autori del programma televisivo “Chi l’ha visto”. Non venne realizzato alcun servizio, a quanto sembra per espresso desiderio della stessa donna, però il contenuto del loro colloquio fece da base a un articolo di Mario Spezi pubblicato dal settimanale “Gente” del 22 aprile 2004 (vedi), dove si legge:

Sabrina Carmignani, occhi e carattere fermi, non cedette di un millimetro, nonostante l’interrogatorio si fosse protratto per lunghissime ore, fino a notte fonda. Era sicura di quello che aveva detto e non aveva riconosciuto nessuno a bordo dell’auto rossa. Alla fine, esausta e confusa, firmò un verbale che, ricorda: “era un pacco di fogli alto mezzo centimetro”.
Qualche giorno dopo, leggendo “La Nazione”, trasalì […] si infuriò, telefonò al commissario Giuttari, disse che avrebbe raccontato tutto alla stampa, che sarebbe successo un “quarantotto”. […]
Sabrina Carmignani, comunque, fu gentilmente invitata in questura, dove fu ricevuta da un magistrato. Con lei era il suo nuovo compagno Riccardo […]. La giovane donna chiese al magistrato di vedere il verbale cui faceva riferimento l’articolo de “La Nazione” e quello le mostrò un solo foglio con poche righe molto vaghe. Sabrina si infuriò di nuovo, disse che quello non era il verbale che aveva firmato, ricco di molte più pagine. In quel foglio non c’era né quello che lei aveva raccontato, né quello che avrebbe letto il giornalista. Il magistrato sarebbe apparso confuso e si sarebbe scusato. Chissà, forse il verbale, di certo conforme alle dichiarazioni della testimone, era stato smarrito.
“Alla fine”, dice Sabrina Carmignani, “il magistrato fece firmare a me e a Riccardo un foglio in cui c’era una dichiarazione con la quale ci impegnavamo a non parlare mai con la stampa. Non volevamo più grane. Firmammo”.

Tre mesi dopo, il 17 luglio, Sabrina Carmignani scrisse una lettera di smentita a Canessa: “Sono stata contattata alcuni mesi fa dal suddetto giornalista [Spezi] nonché da altro giornalista di nome Rinaldi, ai quali ho confermato di non aver nulla da aggiungere rispetto a quanto già narrato agli inquirenti ed alla Autorità Giudiziaria”. Chi scrive non ha certo la pretesa di stabilire se davvero esistettero due verbali, con il primo che conteneva la falsa ammissione di aver visto Mario Vanni e il secondo che era andato a sostituirlo. Si possono comunque fare alcune considerazioni.
Difficilmente Mario Spezi poté inventarsi le dichiarazioni della Carmignani, che, tra l’altro, per smentirle attese tre mesi. Del resto, seppur in modo indiretto, anche Pino Rinaldi avallò quelle dichiarazioni; lo fece il 5 maggio 2005 di fronte a Giuliano Mignini, nell’ambito dell’inchiesta Narducci dove risultava indagato per ostacolo alle indagini, quindi in un contesto nel quale non avrebbe avuto motivo per non smentirle. Dalla sentenza Micheli:

Ho avuto anche un aspro scontro con lo Spezi in quanto ha pubblicato a mia insaputa sul settimanale “Gente”, delle indiscrezioni avute da Sabrina Carmignani, teste del delitto degli Scopeti a proposito di un interrogatorio a cui la stessa era stata sottoposta. Io avevo deciso di rispettare la volontà della ragazza che non venissero pubblicizzate le sue indiscrezioni, ma Spezi ha voluto fare ugualmente lo scoop a mia insaputa.

Se vogliamo metterci dal punto di vista della Carmignani, c’è da domandarsi per quale motivo una donna che non aveva mai fatto niente per comparire sui giornali – al contrario di moltissimi altri testimoni – avrebbe dovuto inventarsi la storia del doppio verbale. Se poi si va a esaminare la sua deposizione si trova ulteriore conferma nello scambio con Aldo Colao (vedi). Eccone una estrema sintesi, più che sufficiente a capire:

Colao: Signorina scusi, lei ha visto anche altre persone, fisicamente, che giravano nei paraggi quand'era sul posto?
Carmignani: No.
Colao: E, un certo... una persona che aveva un nome curioso in paese. Un nome strano. L'ha visto? Che è qui presente in aula?
Carmignani: No, non mi ricordo. 
Colao: Ma, è contestabile perché nel verbale che la signorina rese, parla d'aver visto un certo “Torsolo”.
Carmignani: No. Io non ho mai detto di avere visto “Torsolo” il giorno... Io... Il signor Vanni è di San Casciano, l'ho visto più volte in paese, ma io quel giorno non l'ho mai visto.
Colao: In quel posto lì, nella piazzola... in fondo alla piazzola.
Carmignani: No.
Colao:  Ma, il PM dovrebbe contestarlo questo, perché nel verbale che lei rese...
Carmignani: Ma, quale verbale?
Colao: Nel verbale che rese, diciamo, alla Polizia Giudiziaria.

A questo punto intervenne Canessa, che non contestò alcun verbale.

PM: Volevo sollecitare, invece di fare contestazioni, eventuali ricordi suoi di aver visto persone, fra le quali Vanni, in zona, in epoche precedenti.
Carmignani: Sì, ho visto persone, ma non potrei dire che ho visto Mario Vanni.
PM: Benissimo.
Carmignani: Poteva essere chiunque, anche lei.
PM: Benissimo. Perfetto. Era questo che volevo sapere. Io la ringrazio.

Quindi fu di nuovo la volta di Colao.

Presidente: Avvocato Colao può continuare, grazie.
Colao: Ho finito, se il PM non contesta quanto già a verbale, io non ho il verbale.
Presidente: Io non lo so, io non ho il verbale.
Colao: Ma me ne ricordo bene dell'interrogatorio.
Carmignani: Scusate, quale verbale dice che io ho visto Mario Vanni sul luogo del delitto?
PM: No, no, non è...
Carmignani: Io non lo conosco, non so quale verbale sia.
PM: Siamo pienamente d'accordo, signora.

Come si vede, Colao stava parlando proprio dell’interrogatorio del 6 dicembre 1995 (“me ne ricordo bene dell'interrogatorio”), nel cui verbale era convinto apparisse l’avvistamento di Mario Vanni. Sarà stato un falso ricordo? Assai improbabile, era trascorso appena un anno e mezzo. Forse,  durante la verbalizzazione, Colao aveva capito male e non aveva riletto il documento. In ogni caso, se mai esistette, quel verbale venne fatto sparire subito, come dimostra la nota riassuntiva di Giuttari indirizzata a Canessa appena tre giorni dopo l’interrogatorio (vedi), che infatti non ne riporta traccia.