sabato 4 agosto 2018

La diffida di Mignini e “Una strana frattura”

Dopo aver controllato a fondo la documentazione in mio possesso sull’argomento, che poi si riduce alla peraltro completissima sentenza Micheli a tutti ormai ben nota, ripropongo il mio articolo sulla formulazione di un’ipotesi inedita in grado di spiegare la frattura riscontrata al corno superiore tiroideo sinistro del corpo di Francesco Narducci, riesumato a 17 anni di distanza dalla morte. Anche se non ho potuto visionare il mio intervento sul forum “I mostri di Firenze” che ha provocato la reazione di Giuliano Mignini, e che non ricordo bene, immagino facessi riferimento a questo articolo, del quale sono sicuro comunque di aver riportato il link e nel quale non ho riscontrato inesattezze e falsità volontarie.
Inizio quindi con il riproporre integralmente l’articolo accorpando le due parti in cui era originariamente diviso, per poi approfondire il tema sul quale Giuliano Mignini ha dissentito: le opinioni ed eventuali certezze del professor Pierucci sulla vitalità della frattura in questione.

Una strana frattura. Sulla morte di Francesco Narducci è stato detto e scritto di tutto, ma in definitiva la questione rimane ancor oggi irrisolta: fu ucciso e i suoi familiari imbastirono la commedia del doppio cadavere per nascondere la verità, oppure si suicidò, e i suoi familiari semplicemente cercarono di evitare l'autopsia per credere e far credere a una disgrazia? Intanto l'ipotesi della disgrazia mettiamola da parte: nessuno ci ha mai creduto, né allora né dopo la riapertura delle indagini, poiché le modalità con le quali Narducci era andato incontro al suo tragico destino non consentono di annoverarla tra le eventualità ragionevoli. Restano quindi possibili i due soli scenari dell'omicidio e del suicidio, posti l'uno di fronte all'altro dal giudice Paolo Micheli nella sentenza uscita il 20 aprile 2010.
Secondo la prospettazione accusatoria del pubblico ministero Giuliano Mignini, Francesco Narducci era stato ucciso, secondo Paolo Micheli si era suicidato (chi scrive si trova decisamente d'accordo con questa seconda ipotesi). Il maggior argomento del quale disponeva Mignini per accreditare l’ipotesi dell’omicidio era senz’altro la frattura del corno superiore tiroideo sinistro scoperta nei resti di Narducci riesumati a 17 anni di distanza dalla morte. Secondo lui e i suoi consulenti la presenza di quella frattura non poteva che testimoniare un’azione di strozzamento.


Si trattava però di una frattura isolata, con tutte le strutture ossee e cartilaginee circostanti integre, il che rendeva poco probabile un’azione condotta con la forza necessaria a soffocare la vittima. I testi di medicina legale riportano dati statistici sulle morti da strozzamento in cui le rotture isolate di un corno tiroideo sono l’eccezione, come in “Asfissie meccaniche violente”, di Giancarlo Umani Ronchi e Giorgio Bolino, dove tra l'altro si legge: “Il riscontro di un’unica frattura di un corno superiore tiroideo […] in assenza di altri segni lesivi a carico delle strutture del collo, assume scarso valore diagnostico”. Va anche precisato che non fu possibile stabilire se la lesione era precedente o successiva alla morte, come ben specificato dalle seguenti considerazioni dello stesso consulente del PM, professor Giovanni Pierucci, che aveva eseguito l'autopsia: 

Di fronte ad una lesione del genere si pone classicamente il quesito della ‘vitalità’, vale a dire del periodo in cui essa fu prodotta: se dopo morte, ovvero prima della morte, e di quanto tempo prima (..). Di fronte all’assoluta irriconoscibilità della vitalità, noi abbiamo tentato di saggiare qualche proprietà fisico-chimica dell’emoglobina (..) con risultati peraltro nulli: coerentemente con l’entità dei fenomeni trasformativi. Questi sono risultati di tipo complesso, ed anche antitetico, tipo mummificazione e ‘saponificazione’ (..). Assai interessante, sul piano ‘bio-tanatologico’, un rigogliosissimo sviluppo fungino (..): anche le parti molli peri- e iuxta-tiroidee sono risultate sede di un rigogliosissimo sviluppo fungino, un vero e proprio feltro (..), idoneo ad ‘assorbire’ ogni traccia di reazione vitale. Per tale motivo, la prova sicura di una produzione vitale ovvero post-mortale della frattura in discussione non può essere fornita.
 
In ogni caso quella frattura c’era, di sicuro non poteva essersi prodotta da sola, quindi va giustificata.
Le possibili spiegazioni offerte dalla sentenza Micheli, che riprende e amplia quelle proposte dalla difesa della famiglia Narducci, sono molteplici. Innanzitutto non si esclude che fossero state le manovre di estrazione del complesso dove era contenuta – laringe, trachea, osso ioide –) a fratturare la fragile struttura. L’operazione però era stata condotta da Pierucci con estrema diligenza, senza che i consulenti delle parti avverse – si trattava di un incidente probatorio – avessero avuto qualcosa da ridire. Queste furono le dichiarazioni di Barbara Cucchi, tecnico di laboratorio (31 marzo 2004).

L’operazione è stata condotta dal prof. Pierucci in maniera professionale ed ineccepibile e nessuno dei presenti al momento ha avuto da ridire sull’operato svolto. Una volta posta in evidenza la parte interessata, il prof. Pierucci ha estratto la cartilagine tiroide, stando ben attento a non toccare i corni della stessa. Preciso ancora che il prof. Pierucci ha scarnificato completamente la cartilagine tiroide, estraendola con molta cautela e facilità, senza toccare minimamente i corni della stessa. Una volta estratta la parte veniva mostrata ai presenti i quali non hanno fatto alcuna osservazione. L’operazione è durata circa tre ore, data l’estrema cautela impiegata dal prof. Pierucci. Quando lo stesso ha mostrato la cartilagine prima descritta ben scarnificata, ha evidenziato la linea di frattura esistente nel corno superiore sinistro e nessuno ha obbiettato nulla, né sulla parte, né sull’operato del professore.

La sentenza propone due altre possibili spiegazioni. La prima riguarda i momenti appena precedenti la morte, quando Narducci, nel cadere o lasciarsi cadere in acqua, poteva aver urtato una sporgenza della barca.

Altra considerazione, che merita rilievo centrale, riguarda l’esclusione da parte del P.M. di qualunque ipotesi alternativa ad un’azione di strozzamento per spiegare la lesione appena ricordata: passi per l’impossibilità che a provocare la frattura sia stata proprio la manovra di dissezione compiuta dal prof. Pierucci, data l’indiscutibile professionalità da lui dimostrata anche nella circostanza; passi parimenti per l’impossibilità che sia derivata dagli spostamenti del cadavere all’atto della riesumazione o nelle fasi successive (visto che si trattava di una frattura consolidata e praticamente “ingessata” da tempo); ma non si vede perché l’evenienza di un urto del collo del Narducci su una superficie rigida od un ostacolo, prodottosi quando egli era ancora in vita, dovrebbe essere relegata a identico rango.
Di superfici idonee a determinare quel tipo di conseguenze, negli ultimi frangenti dell’esistenza terrena del gastroenterologo perugino, ce n’erano: si pensi al profilo dello scafo del natante dove egli si trovava, od a quello del parabrezza.
Se cadde o si lasciò cadere in acqua, intontito da una pesante dose di meperidina, perché non ammettere che poté urtare sul bordo o sul parabrezza della barca? E perché non considerare gli spigoli o una delle piccole bitte presenti sul bordo dello scafo, ovvero le smussature lungo l’andamento curvilineo del parabrezza, come un corpo solido capace di provocare una lesione di quel genere in un punto così determinato del collo? È chiaro che un urto contro una superficie “estesa”, come sottolinea il P.M., non avrebbe avuto la possibilità di produrre quella lesione: ma un’eventuale collisione contro un corpo solido di forma allungata sì, certamente interessando un’area ben localizzata e concentrata del collo e senza la necessità che per produrre una frattura fosse indispensabile esercitare una forza progressiva.

Lo scenario non convince, poiché ha probabilità bassissime. Forse una sporgenza di piccole dimensioni (come uno spigolo)  avrebbe potuto comprimere il corno tiroideo sinistro fino a romperlo, se urtata con molta forza, ma la coincidenza che l’urto fosse avvenuto proprio in quel particolare punto del collo, neppure troppo esposto, lascia assai perplessi.
La seconda spiegazione chiama in causa le modalità di recupero e successivi spostamenti del cadavere, con la sentenza che riporta queste considerazioni della difesa Narducci:

Chiunque abbia consuetudine coi cadaveri (..) sa quanto essi siano difficili da maneggiare (..). Un modo idoneo ed efficace per spostarli (anche soltanto metterli in cassa) è che di due persone una afferri il morto per le caviglie, l’altra per il collo (sotto la mandibola: qui c’è un’ottima presa; ed è una presa che agisce su di una regione anatomica e con modalità analoghe alle manovre di strozzamento o strangolamento effettuate sul vivente).
Non dimentichiamo, tra l’altro, che il nostro morto del lago non fu semplicemente spostato; fu caricato a bordo del natante dei Carabinieri, operazione che comporta trazioni ed afferramenti di notevole violenza.

Anche questo scenario convince poco. Due persone spostano un corpo inanimato afferrandolo per le caviglie e per le ascelle, non per il collo.
Senz’altro più appropriate paiono queste considerazioni di Micheli:

Non va dimenticato, inoltre, che il cadavere rinvenuto il 13 ottobre 1985 aveva la più volte menzionata cravatta, rimasta impressa nella memoria di vari testimoni e concordemente descritta come assai serrata: come si può escludere che la frattura del cornetto sinistro della tiroide sia derivata da quella, vuoi perché rimasta a cingere il collo mentre cominciava a gonfiarsi, vuoi magari perché afferrata anche per pochi attimi da chi stava esercitando una notevole forza di trazione per rendere possibile l’imbracatura del corpo, per sistemarlo sul telo parimenti descritto dal Baiocco o per riuscire direttamente nell’intento di sollevare il corpo stesso dalla superficie del lago e sistemarlo sulla barca dei soccorritori?

In effetti la cravatta doveva trovarsi più o meno in corrispondenza dei corni tiroidei, ed era a diretto contatto con la pelle (appuntato di polizia Paolo Gonnellini, 22 ottobre 2003: “Stretta al collo l'uomo aveva una cravatta scura che si trovava al di fuori dei colli della camicia”), quindi il suo utilizzo per tirar su il cadavere dal lago, più che il gonfiarsi stesso del collo, avrebbe forse potuto produrre la frattura. Possibile, ma molto improbabile. Nel tirar su una persona esanime afferrandola per la cravatta la pressione maggiore viene esercitata sulla parte posteriore del collo, mentre una pressione minore, dovuta allo stiramento del cappio, viene esercitata sui lati. Ma i corni tiroidei si trovano in posizione latero-anteriore, non laterale, quindi non vengono interessati.
Ci sono poi le modalità di recupero descritte dal pescatore Ugo Baiocco in sede d’incidente probatorio (17 marzo 2006) a togliere ogni residuo dubbio: “i Carabinieri avevano un telo, poi con dei bastoni le guardie da una parte e i Carabinieri dall’altra gli hanno passato sotto al corpo questo telo... dicendo in gergo dialettale imbracato, come si può dire, e poi lo hanno tirato su col telo, non lo hanno preso mica a mano”. Una volta a bordo, il corpo fu adagiato su una barella, quindi negli spostamenti successivi di sicuro non fu preso per la cravatta.
In ogni modo causa di quella frattura così localizzata doveva essere stata una pressione altrettanto localizzata prodotta da una piccola superficie, e non dal cappio di una cravatta. Nondimeno Paolo Micheli c’era andato molto vicino, poiché la cravatta c’entra. Le testimonianze furono concordi nel descriverla molto stretta attorno al collo molto gonfio: “quello che mi colpì del cadavere fu la cravatta stretta al collo con il classico nodo al di fuori del colletto di camicia, proprio sotto il mento” (Paolo Gonnellini, 11 giugno 2002); “quello di cui sono assolutamente certo e lo ribadisco perché ho davanti ancora l’immagine di quel corpo, è che attorno al collo, sopra la camicia aveva una cravatta molto stretta al collo tanto che io pensai che il colore scurissimo del volto dipendesse dalla strozzatura della cravatta” (maresciallo di polizia Pietro Bricca, 11 giugno 2002); “portava una camicia con una cravatta che lo stringeva molto al collo divenuto edematoso e cianotico” (professor Antonio Morelli, 28 febbraio 2003); “il collo era gonfio e stretto da una cravatta” (Andrea Ceccarelli, cognato di Pierluca Narducci, 18 aprile 2005); “la testa e il volto del cadavere era molto gonfio e scuro. Anche il collo era particolarmente gonfio e mi sembra che avesse qualcosa al collo che stringeva” (Giancarlo Papi, fotoreporter de “Il Messaggero”, 23 novembre 2005).
Ai dati precedenti se ne aggiunge un altro: nel verbale di ricognizione vengono menzionati un giubbotto marrone, dei jeans, una camicia e delle scarpe marroni, ma non una cravatta. Perché? La spiegazione è semplice: quella cravatta così stretta attorno al collo era stata tagliata via per agevolare l’esame del cadavere da parte della dottoressa Daniela Seppoloni, che così dichiarò il 24 ottobre 2001:

Ricordo che il cadavere del Dr. Narducci non poteva essere spogliato perché gli abiti erano del tutto attaccati ma i Vigili recuperarono delle forbici e con questo attrezzo iniziammo a tagliare i vestiti, non completamente; ricordo che scoprimmo quasi tutto il braccio sinistro, una parte del braccio destro, parte del torace salvo le spalle, il collo, e poi abbassammo leggermente i pantaloni verso il basso, poco sotto l’ombelico di circa un paio di centimetri perché i pantaloni non andavano giù.

Nella lunga deposizione la dottoressa disse che non ricordava una cravatta, quindi il vigile dovette averla tagliata prima che lei, nella confusione del momento, avesse potuto notarla. Disse anche: “il Vigile che tagliava i vestiti aveva difficoltà a compiere la sua operazione per via del gonfiore del corpo”. Come poteva aver agito quel vigile per tagliare una cravatta affondata nella carne? Con il medesimo metodo che tutti – almeno i non mancini – avrebbero adottato: aveva messo la mano sinistra aperta sulla parte anteriore del collo, quindi, per farsi spazio e poter infilare le forbici tra la cute e il tessuto, aveva premuto fortemente con il pollice sotto il cappio della cravatta sul lato anteriore sinistro, nell'unico punto cedevole situato tra i duri pomo d'Adamo e muscolo sternocleidomastoideo; esattamente dove si trovava il corno tiroideo sinistro, il quale, già un po’ calcificato in una persona di 36 anni, a un certo punto si era fratturato.


Nel valutare la foto sopra si tenga presente che, per ovvi motivi, non si è potuto stringere il cappio per come sarebbe stato necessario. Per effetto del gonfiore del collo, la cravatta addosso al cadavere del lago doveva essere molto infossata, quindi la pressione che il vigile aveva dovuto adottare per farsi spazio era stata ben più forte, e l'affondamento del pollice ben maggiore. In più, a detta di almeno due testimoni (Morelli e Tomassoni), la cravatta in questione era di cuoio o di pelle, meno facile da tagliare di una in stoffa, quindi l'operazione poteva anche aver richiesto diverso tempo. 
Tra l’altro questo scenario soddisfa in pieno le convinzioni espresse dal professor Pierucci in fase di integrazione istruttoria (udienza preliminare del 3 giugno 2009) sul tipo di pressione, non istantanea ma continua e crescente, necessaria per rompere la struttura.

[…] vista la costituzione cartilaginea, osteo-cartilaginea in un soggetto relativamente giovane perché si verifichi una frattura è da presumere che la forza si sia esercitata in una maniera non istantanea ma per un brevissimo periodo sicuramente dell’ordine di secondi ma con il punto di applicazione della forza sempre nella stessa area o meglio areola e con una intensità crescente. [..]
Io insieme con il Professor Bacci avendo affrontato questo punto siamo arrivati alla conclusione che per poter esercitare quel tipo di frattura non è sufficiente ipotizzare l’intervento di una forza istantanea ma è necessaria una graduale e crescente applicazione della forza e su questa base abbiamo concluso secondo le nostre considerazioni.

Fortuna vuole che nella sentenza Micheli sia contenuta una descrizione indiretta ma assai efficace della scena. Per documentare il capo d’imputazione numero 18 a carico della signora Adriana Frezza, suocera di Pierluca Narducci, viene riportato il contenuto di una telefonata intercorsa tra lei e l’amica Teresa Miriano, nella quale, parlando del figlio Andrea Ceccarelli, presente sul molo al momento del recupero del cadavere, così si espresse la stessa Frezza: “Ma Andrea se ricorda tutto… eh però… se ricorda… Se ricorda perfino che quando l’hanno tirato su gli hanno tagliato la cravatta e ha buttato fori delle cose dalla bocca…”. La pressione esercitata dal pollice del vigile del fuoco aveva fatto uscire dalla bocca i liquami contenuti nella faringe, quindi doveva essere stata molto forte.
Naturalmente niente assicura che davvero le cose andarono come qui si è ipotizzato. Si deve però ammettere che la ricostruzione è molto verosimile, e porta con sé una conseguenza clamorosa: quel corpo su cui fu esercitata una forte pressione in corrispondenza del corno tiroideo sinistro fino a determinarne la frattura era il medesimo sul quale quella stessa frattura sarebbe stata riscontrata nell’esame autoptico di 17 anni dopo. Cade pertanto l'ipotesi del doppio cadavere.
Non si può infine fare a meno di chiedersi che cosa sarebbe successo se fin dal principio qualcuno avesse avuto questa intuizione e avesse cercato di approfondirla. Si poteva rintracciare il vigile del fuoco che aveva tagliato la cravatta? Se la sua testimonianza avesse confermato lo scenario qui descritto, forse si potevano evitare anni di indagini sul doppio cadavere con montagne di danaro pubblico spese inutilmente.

La critica di Mignini. Ha scritto Mignini nella sua diffida:

[…] il soggetto sostiene erroneamente che il CT Prof. Giovanni Pierucci, che svolse nel lontano giugno 2002 l’accertamento autoptico sulla morte del medico Francesco Narducci, non sarebbe stato certo della vitalità della frattura del corno superiore sinistro della cartilagine tiroidea del Narducci accertata in sede di Consulenza, tuttavia basta richiamare una delle conclusioni della CT e cioè che “L’obbiettivata frattura del corno superiore sx….che si ritiene avvenuta in vita, rende quanto meno probabile che la causa della morte di NARDUCCI Francesco risieda in un’asfissia meccanica violenta prodotta da costrizione del collo….secondo una modalità omicidaria” (p. 52), per smentire il forumista […]

Ora, chiunque è in grado di rilevare l’evidente contraddizione dell’ex PM, quando scrive “il soggetto sostiene erroneamente che […] Pierucci […] non sarebbe stato certo della vitalità della frattura […]” e poi cita il seguente passo della sua perizia “L’obbiettivata frattura del corno superiore sx….che si ritiene avvenuta in vita […]”. Il verbo “ritenere” viene usato per esprimere un’opinione personale, per quanto essa possa essere forte, non una certezza. Certezza che invece viene espressa dall’aggettivo “obbiettivata”, con il quale Pierucci poneva sul piatto l’esistenza della frattura come dato certo. Quella non era una sua opinione personale, la frattura c’era, ma del fatto che fosse avvenuta in vita non si diceva certo, ma soltanto convinto. Del resto nella citazione della medesima perizia da me riportata si legge che “la prova sicura di una produzione vitale ovvero post-mortale della frattura in discussione non può essere fornita”.
Nella sentenza Micheli la citazione prosegue con altre frasi interessanti.

A nostro avviso […] la menzionata lesione laringea esprime unicamente l’applicazione locale di una violenza meccanica. Prima o dopo la morte? Abbiamo detto che questo dilemma non può essere risolto in base al comportamento della reazione vitale. Esaminiamo, quindi, i fattori fisici e logici di supporto all’una e all’altra delle tesi, prendendo anche in considerazione specifica gli apporti dei Consulenti di parte.

Dopo aver riconosciuto che il dilemma prima o dopo la morte non è risolvibile tramite esami medici della frattura, Pierucci si appresta a chiedere l’aiuto di altri strumenti, che poi sono quelli della plausibilità e della logica, andando anche a esaminare i pareri dei consulenti di parte.

In proposito riteniamo assai interessante il parere pro veritate del radiologo Prof. ENRICO SIGNORINI (..). Il radiologo pone la cronologia lesiva in fase post-mortale, ‘a partire dal momento successivo alla morte fino al momento della dissezione diretta del reperto avvenuta a circa 17 anni di distanza’. Quest’ultima evenienza ci sentiamo di escluderla, oltre che per la nozione del Consulente sottoscritto (..) di aver condotto con scrupolosa correttezza le manovre settorie del 12.6.2002 e la dissezione del 5.9.2002], per le attestazioni dei C.T. di tutte le parti che assistettero alle operazioni, e per le testimonianze di tutti i presenti (..).

Secondo il parere di Signorini, consulente per la famiglia Narducci, la frattura era avvenuta dopo la morte, forse addirittura al momento del prelievo dell’organo in sede autoptica. Ma Pierucci respinge quest’ultima possibilità, sicuro di aver operato con sufficienti cautele, quindi passa a esaminarne altre sempre post-mortali.

Nelle altre fasi post-mortali non riteniamo possibile una lesione del genere: non nel trasporto della salma da Perugia a Pavia, né in occasione dei trasporti (a piedi) interdipartimentali (..), perché si trattava di spostamenti normalissimi. D’altronde (e proprio qui il richiamo del Prof. SIGNORINI ci sembra particolarmente importante), nel caso in discussione si trattava ‘di una piccola lesione isolata, senza alcun segno di traumatismo nei settori contigui, posizionata in sede protratta’ (..).

A ulteriore dimostrazione della mancanza di certezze di Pierucci, si riporta un passo dell’incidente probatorio del 3 giugno 2009, dove il professore rispose a una domanda dell’avvocato Zaganelli:

Zaganelli - Senta, lei è in grado di dire se questa frattura è avvenuta in vita o da morto del Narducci?
Pierucci - Ecco questo è il grande quesito che oggettivamente non si può risolvere, si può risolvere su base deduttiva, su base diciamo così di esclusione ma non in via positiva, in via positiva la produzione in vita la si dimostra attraverso i segni della vitalità, vitalità che è espressa macroscopicamente da una emorragia focale, circoscritta e istologicamente dalla visione, dalla obiettivazione del sangue che infiltra i tessuti, tessuti antistanti e tessuti direi intrinseci. Ecco, questo qui abbiamo detto che c’è stata colliquazione di tutte le strutture cellulari ecco non è più obiettivabile in assoluto quindi la certezza scientifica matematica della vitalità della lesione non ce l’ho ecco e non può avere... non ce l’ho e né potrei averla ecco in via diciamo deduttiva, in via diciamo così di sottrazione, di esclusione, ecco ci arriverei insomma.

D’altra parte nella medesima circostanza Pierucci così rispondeva a Micheli:

Micheli - Okay, veniamo alla interpretazione sempre di questa lesione non tanto come risultato (..) all’atto della dissezione ma come risultato di un possibile evento accidentale prima, per esempio nel momento in cui il corpo venne ripescato, nel momento in cui il corpo viene più o meno ancorato in una situazione magari che (..) se c’era o non c’era, da lì poi (..), secondo lei lesioni di quel genere è possibile che si producano attraverso una nota di ripescaggio, attraverso una nota di vestizione, spostamento (..)?
Pierucci - Secondo me no, beh intendiamoci tutto può essere ma mi sembra diciamo l’evenienza qua sta al limite dell’assurdo. (..) Perché questo ossicino, questa cartilagine è localizzata in maniera tale che non la si aggredisce facilmente se non si applica una violenza meccanica direi focalizzata.

A questo punto possiamo tirare qualche conclusione. Pierucci non era affatto sicuro della vitalità della lesione, ma soltanto convinto. Non ne era sicuro non avendo potuto dimostrarla con i propri esami medici, e ne era convinto poiché non vedeva in quale altro modo la stessa lesione potesse essersi prodotta dopo la morte, soprattutto per la sua circoscrizione a una regione anatomica molto ristretta (tra l’altro si potrebbe anche rivolgere la frittata, ed esprimere seri dubbi sul fatto che tale limitatissima lesione fosse stata prodotta da uno strozzamento: quando mai si è strozzata una persona con un solo dito?). E il fatto stesso che in perizia il professore si fosse soffermato a respingere come impossibili – a suo giudizio – le eventuali cause legate al trasporto del cadavere, è un’ulteriore conferma della sua mancanza di certezze di tipo medico.
Come si può non essere d’accordo con le valutazioni di Pierucci? Peccato però che né a lui né ad altri sembra fosse venuto in mente l'intervento sul taglio della cravatta, per uno scenario non soltanto altamente plausibile, ma anche, a giudizio di chi scrive, altamente probabile. L'eventuale azione del dito pollice del vigile che tagliò la cravatta spiegherebbe nel modo migliore le anomale caratteristiche della lesione, ma, di più, potrebbe addirittura costituire una dimostrazione inequivoca della non esistenza di secondi cadaveri.
Possibile che non ci sia nessun giornalista interessato a cercare quel vigile del fuoco e a chiedere a lui in quale modo tagliò quella cravatta, e se tagliandola avesse magari sentito un piccolo “crack”?

Spero che Giuliano Mignini voglia intervenire a confutazione di quanto da me scritto, senza minacciarmi di querele delle quali peraltro non mi pare sussistano gli estremi, sempreché il nostro sia ancora un paese libero, dove tutti possono esprimere le proprie opinioni, anche se a esprimerle è un signor nessuno come il sottoscritto e a respingerle è un signor qualcuno come lui. D'altra parte mi pare di tutta evidenza che i miei scritti si propongano soltanto di contribuire a far emergere una verità storica su una vicenda che ancor oggi costituisce una vera vergogna per la nostra civiltà giuridica, poiché è palese che la verità giudiziaria offerta ai parenti delle povere vittime e a tutti gli italiani è semplicemente ridicola.

A questo scritto seguirà con più calma quello riguardante le note telefonate di minaccia all'estetista. I miei denigratori che sui social mi descrivono come uno che si è messo la coda tra le gambe per la diffida di Mignini abbiano un momento di pazienza; sono abituato a prendermi le mie responsabilità, ma per ovvie ragioni non voglio incorrere nel rischio di accuse di diffamazione, anche perché non ho la minima intenzione di diffamare nessuno.
Riguardo invece i miei pochi affezionati lettori, anche solo una loro piccola attestazione di solidarietà mi farebbe davvero piacere.

24 commenti:

  1. Antonio, ti seguo sempre con interesse, anche se la tua tesi, come ben sai, non la condivido. I post sul caso Narducci non li ho commentati perché conosco poco quell'aspetto e attualmente non mi interessa approfondirlo. Sul confine tra diritto di critica, libertà di opinione e diffamazione, consiglio un atteggiamento prudente e lascio che se ne occupino gli avvocati, ovviamente nella speranza che ciò non sia necessario.
    Colgo l'occasione per ringraziarti della documentazione che hai pubblicato.

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    1. Non saprei che altro dire. Mi auguro che tu non abbia noie per il tuo lavoro di ricerca storica e ovviamente che il lavoro continui perché prezioso per gli appassionati.

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    2. Non ci sono problemi, non ho proprio niente da temere, a breve affronterò anche il problema della telefonate. Ciao.

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  2. Per quanto mi riguarda non ho mai riscontrato nessuna intenzione diffamatoria nei suoi articoli e non credo che possa essere intentata nessuna azione legale nei suoi confronti. Ammiro anche la passione e l'ostinazione con cui difende le sue idee. Nell'articolo in questione, ci sono un paio di contraddizioni a mio modo di vedere. Lei dice che Pierucci non era certo, ma soltanto convinto della vitalità della lesione. Però a me sembra nelle sue (di Pierucci) parole di individuare una convinzione che sconfina nella certezza, non essendogli apparsa credibile nessuna ipotesi su una frattura post mortem. Poi c'è un altro punto in cui lei dice: Quando mai si è strozzata una persona con un solo dito? Questa però è una sua ipotesi. Nessuno ha visto come il vigile tagliò la cravatta. O mi sfugge qualcosa?

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    1. Sono d'accordo sulla quasi certezza di Pierucci, che però non era dovuta a evidenze mediche o chimiche o quel che si vuole, ma a semplici considerazioni sulla non plausibilità di tale frattura nel percorso del cadavere dal recupero alla riesumazione. Pierucci si chiede in quale frangente potesse essersi mai verificata tale frattura così localizzata, e non ne trova uno. Ebbene, la mia ipotesi gli mostra dove, e se si pensa anche alla descrizione della scena data dalla signora Frezza, l'ipotesi non è affatto teorica, è meritevole di verifica.
      Riguardo lo strozzare una persona con un dito, in pratica sarebbe dovuto succedere proprio così per poter giustificare quella singola lesione, con tutti gli organi intorno completamente integri. In teoria sarebbe stato anche possibile che qualcuno avesse premuto con un dito sulla zona mentre Narducci era in vita stordito dalla meperidina, ma lo scenario mi pare del tutto artificioso. Se strozzi qualcuno gli sconquassi tutto e basta.
      Che nessuno avesse visto come il vigile tagliò la cravatta non è vero. Almeno Andrea Ceccarelli, figlio della signora Frezza, lo vide, e se qualcuno con la voglia di andare a fondo a questa storia provasse a contattarlo, non io perchè non è questo il mio mestiere, se ne potrebbe sapere qualcosa in più.
      Alla fine la mia ipotesi non è dimostrata, sono d'accordo, ma è di gran lunga quella più in grado di spiegare la lesione, non soltanto più delle deboli ipotesi di Micheli e della difesa dei Narducci, ma anche più dello stesso strozzamento, il quale, ripeto, ben difficilmente non avrebbe interessato altre parti del collo.

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  3. Trovo saggio il consiglio di Omar: "atteggiamento prudente" che comprende chiarezza riguardo i termini effettivi della faccenda, per prevenire equivoci ed incomprensioni in un momento di tensione. La diffida non ha riguardato gli articoli di questo blog ma un singolo intervento nel forum "I Mostri di Firenze" -o meglio- poche righe del post. Leggendo gli ultimi paragrafi dell'articolo, credo sia utile che tu recuperi il post in questione e -come era nelle tue intenzioni- lo sottoponga a verifica obiettiva. Spero -ovviamente- non vi siano strascichi legali.

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    1. Onestamente non ricordo quel mio intervento. Può darsi che mi sia lasciato prendere dal nervosismo, anche perchè ogni volta che faccio capolino nel forum dei mostri ricevo attacchi di ogni tipo. Se tu riesci a procurarmelo mi faresti un favore, visto che è stato tolto e che io neppure posso accedere essendo stato bannato.
      In ogni caso Giuliano Mignini, di cui a questo punto attendo notizie, nella sua diffida esprime delle critiche anche sui due argomenti che mi stanno a cuore. Uno è quello qui discusso, e l'altro riguarda le telefonate dell'estetista. Non credo di avergli dato del bugiardo, se l'ho fatto me ne scuso, però mi dovrebbe spiegare, a me e a tutti gli italiani che con le loro dichiarazioni dei redditi fanno marciare anche la magistratura, quali furono i motivi della riesumazione della vicenda Narducci nell'ambito della vicenda del Mostro di Firenze, poiché, secondo la documentazione in mio possesso della cui validità sono più che sicuro, la motivazione delle telefonate non regge. E francamente è quella a cui tutti pensano. Che cosa fece tirare fuori Narducci dal mazzo dei sospettati storici? E perchè si è diffusa questa motivazione delle telefonate se la prima volta che Narducci vi venne nominato erano trascorsi già molti mesi?
      Tra non molto presenterò la mia documentazione, dalla quale ognuno potrà farsi le proprie idee. E Giuliano Mignini se vorrà potrà fare le proprie contestazioni.

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    2. Non è magari che qualcuno del forum che voleva mettermi nei guai ha taroccato il mio intervento?

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    3. Vedo che il post in questione è del 16 luglio di prima mattina ma ovviamente non ho il testo. Dati i tuoi dubbi su eventuali "taroccamenti", credo sia meglio che la copia conforme dell'intervento tu la richieda direttamente agli amministratori senza intermediazioni.

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  4. Confidando nel diritto di opinione e apprezzando lo sforzo di ricostruzione storica di Segnini, cito alcune osservazioni ineccepibili dalla sentenza Micheli, senza aggiungere ulteriori commenti:
    "... deve notarsi che la meperidina o petidina non è uno stupefacente qualunque, ma proprio quello di cui, nell'ultimo periodo della sua vita, pare che il NARDUCCI facesse uso, almeno stando alla quantità di confezioni del medicinale che egli risulta avere ritirato in breve tempo... A quel punto, si dovrebbe ritenere che chi lo uccise si premurò prima di fargli assumere proprio quella droga: ma se lo scopo era quello di stordirlo, al fine di rendere la presa per il collo più efficace e ridurre le sue possibilità di difesa, una sostanza valeva l'altra. Guarda caso, però, era quella che normalmente la vittima designata già usava di suo: e chi poteva saperlo, visto che certamente il NARDUCCI non era andato propalando in giro di avere quell'abitudine?... Che invece il medico perugino avesse (tanta) meperidina al seguito, e intendesse consumarla in mezzo al lago, è assunto intuitivamente più che compatibile con una ben diversa ricostruzione dei fatti: egli voleva uccidersi, partì in barca ancora nel pieno della lucidità, quindi si stordì con quella droga ed infine si lasciò scivolare fuori dalla barca."

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  5. Antonio, riconosco nel tuo approccio la volontà di ricercare onestamente la verità, un'attività lodevole che merita ogni supporto. Sul caso specifico della diffida, non posso dire se Magnini abbia ragione o meno, dato che non ho letto il tuo messaggio contestato. La mia speranza è che persone come lui, Perugini o Giuttari, che si sono occupate direttamente del caso del Mostro, entrino in contatto diretto con la comunità che ancora fa ricerca. Mi pare che, invece, l'atteggiamento sia: siamo dei professionisti, non possiamo prendere seriamente le opere di dilettanti in rete. Non hanno torto, visti i deliri che molti "mostrologi" sparano in svariati siti. Ma le analisi che riporti in articoli come questo penso che meritino dialogo. Spero che Mignini intervenga proprio qui iniziando un confronto sui fatti. La Verità lo merita.

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  6. Gentile signor Segnini,
    Seguo il suo blog da un paio di anni anche se non sono mai intervenuto con dei commenti in quanto non mi ritengo sufficientemente preparato.
    Apprezzo moltissimo il suo lavoro e le auguro di cuore di non avere problemi giudiziari.
    Un affettuoso saluto
    Christian

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  7. Pur non condividendo minimamente gli esiti dei suoi pur assai validi e precisi studi (come sa, alludo alla tesi, da lei difesa con caparbietà assoluta, di Lotti unico mostro - tesi che per me è insostenibile sotto tutti gli aspetti), spero davvero che non abbandoni proprio ora e che non entri in conflitto con le autorità competenti. Da lettore critico e attento del suo blog, La esorto ad andare avanti col suo prezioso e infaticabile lavoro di revisione (a tale proposito aspetto la dinamica del delitto degli Scopeti), e di farlo con tutta la serenità possibile, incompatibile con lo spettro di procedimenti giudiziari lunghi, costosi e dall'esito incerto. Anche per questo mi associo a chi le consiglia prudenza, cosa che d'altronde avevo già fatto io, sia pure indirettamente e implicitamente, in un mio raro intervento dello scorso giugno. Prudenza e rispetto per gli inquirenti sempre, ma con la sacrosanta libertà di dissentire con educazione e, possibilmente, su basi oggettive. Cose che d'altronde ho sempre riscontrato nei suoi articoli, pur a volte "duri", su questo blog. Tuttavia, non ho letto, né ho potuto farlo, l'intervento sul blog dei mostri, oggetto della diffida del dottor Mignini, intervento sul quale quindi non posso né voglio esprimermi. Un caro saluto e in bocca al lupo

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  8. Grazie a tutti per l'incoraggiamento. Nei miei articoli sono duro quando ho la possibilità di esserlo, quando cioè metto sotto esame critico certi strafalcioni che fanno inorridire, come certe valutazioni delle deposizioni di Lotti, o certe interpretazioni del tutto partigiane di testimonianze. Cerco sempre di essere però educato e corretto. Purtroppo nel confronto acceso su un forum la prudenza non sempre prevale, in ogni caso ho visionato il mio intervento, non mi pare così denigratorio. A breve comunque pubblicherò tutte le mie spiegazioni.

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  9. Ricevo da Francesca Calamdrei, che non riesce a inviare il suo intervento via commenti Blog:

    Ciao Antonio, non devi prendertela quando ti "attaccano” per le tue idee e quindi come anche altri hanno fatto ti consiglio prudenza e tanta pazienza nel rispondere, ma sono convinta che non era tua intenzione offendere nessuno, spero che riuscirai a risolvere senza problemi.Questa vicenda ha creato tanto interesse e tante fazioni e spesso si usano termini che non si vorrebbe presi dal momento e tentando di sovrastare le tante ipotesi altrui.
    I tuoi articoli sono sempre tanto attenti a rispettare la verità giuridica e dimostri sempre una grande conoscenza e rispetto su ciò che scrivi. In fin dei conti tutti dovremmo ricordarci che su Narducci comunque esiste una sentenza, che raccoglie tutte le indagini del caso, appunto quella da cui hai tratto le tue deduzioni e io tengo sempre a ricordare che le famiglie delle persone coinvolte ancora soffrono per le accuse ai loro cari, che continuano ad essere oggetto di discussioni malgrado sia stata espressa una verità giuridica. Io non sono capace neppur di valutare le parole delle relazioni legali sull’osso, se rotto perché strozzato o no, ma vorrei ricordare che a escludere lo strangolamento esistono secondo il giudice anche altre prove, vedi sentenza Micheli pag 446 "In linea di principio, è comunque possibile che dalle parti dell’imbarcazione ferma passò prima il TICCHIONI, con l’ignoto a fargli un cenno di saluto, e poco dopo il DOLCIAMI, che non vide più nessuno a bordo.

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  10. Prosegue intervento di Francesca Calamandrei:

    Qualche considerazione, tuttavia, deriva necessariamente dalla sovrapposizione dei due racconti in ordine al momento in cui i due testimoni ripresero la via di casa: se alle 17:00, minuto più minuto meno, il NARDUCCI era tranquillamente seduto sulla sua barca, tanto da mettersi a salutare un pescatore di passaggio, e di lì a poco scomparve, l’ipotesi che egli venne aggredito e addirittura strozzato da qualcuno sembra assai difficile da sostenere.
    Quel qualcuno avrebbe dovuto essere ben visibile o al TICCHIONI o al DOLCIAMI, almeno nell’atto di avvicinarsi o di allontanarsi dal natante del medico: nessuno dei due pescatori, invece, notò altre imbarcazioni in zona. ".
    Pag 3 "Il giudicante, come risulterà nelle pagine seguenti, è dell’avviso che FRANCESCO NARDUCCI si suicidò: ipotesi che si può formulare adesso, dopo consulenze, riesumazioni e migliaia di pagine di atti istruttori, ma che certamente non era possibile esprimere con certezza all’atto del rinvenimento del cadavere …”
    Ricordiamoci tutti che quel giudicante è appunto il giudice, che ha emesso una sentenza oramai definitiva su questo caso. Facciamo riposare i morti e vivere in pace le loro famiglie rispettando la giustizia e non le chiacchiere e le supposizioni ! Grazie Antonio per le tue ricostruzioni.

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    1. Cara Francesca, grazie del tuo intervento, che mi sta particolarmente a cuore visto che arriva da una persona che ha sperimentato sulla propria pelle le assurdità di un'indagine indegna di un paese civile.
      Riguardo Narducci, concordo in toto con la tua descrizione, non c'era alcun natante intorno al motoscafo del poveretto, ma forse un piccolo sottomarino tascabile sì, a questo non ci avevi pensato, vero?

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    2. un sottomarino? sai che non ci avevo pensato? doveva essere proprio tascabile visto che il trasimeno ha una profondita' media di 5/6 metri..un saluto Antonio

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  11. Caro Antonio, leggo il tuo blog da qualche settimana. Mi sono “appassionato” a questo mistero tutto italiano quando, per caso, ho ritrovato una puntata di Blu Notte, il noto programma di Lucarelli, dedicato alla vicenda. Cercando un po’ sul web (questione di minuti, a dire il vero), volendo approfondire, un commento entusiasta mi indica il tuo blog. Il tuo lavoro, senza troppi giri di parole, è encomiabile. In particolare la ricostruzione delle scene del crimine: complimenti sinceri.
    Per quanto riguarda la diffida oggetto del post, poco da dire. Il tuo lavoro è prezioso, chi passa di qui se ne rende conto, anche chi non condivide le tue tesi ti rende “l’onore delle armi”, se così si può dire. Continua così.
    Grazie.

    Danny

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    1. Grazie a te. A proposito di ricostruzioni, in questo momento sono impegnato in quella di Scopeti, attesa con impazienza da alcuni miei lettori. Oramai è questione di giorni.

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  12. Permettimi di dirti, egoisticamente: finalmente! Scherzi a parte, penso un po' tutti ritengano quest'ultima ricostruzione la più determinante tra tutte, forse alla pari di quella di Baccaiano.
    Se posso esprimere un mio modesto parere su tutta la vicenda, il tuo punto di vista mi sembra il più corretto, il più coerente, per quanto possibile.
    Tutti siamo condizionati dalle prove, dalle testimonianze ascoltate. E ognuno può essere influenzato più da un indizio rispetto che un altro, anche per predisposizione personale.
    Io ad esempio, ritengo il profilo dell'FBI molto importante (anche se da interpretare, ovviamente) per capire con chi si ha a che fare, in casi del genere; tra i tuoi commentatori molti, invece, ho letto giudizi anche molto negativi, quasi di scherno rispetto alla tecnica del profiling. C'è sempre della soggettività, anche nell'oggettività.
    Una domanda, una curiosità: ascoltando e leggendo i vari dibattimenti nei processi, spesso si raggiungono vette di tragicomicità (passami il termine!) veramente incredibili. Per uno come me, decisamente non esperto, leggere risposte come "mmm", "boh", risposte imboccate dai PM, e quant'altro, è veramente strano. Chiedo a te/voi: succede così spesso?
    Grazie ancora.

    Danny

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    1. Credo che le mie conoscenze di tribunali siano più o meno come le tue, al di là della vicenda del Mostro non ho seguito altro.
      Riguardo il profiling è mia ferma convinzione che il Mostro di Firenze non fosse un vero e proprio lustmurderer, ma un malvagio imitatore che uccideva per rabbia e divertimento. Questo credo che impedisca, almeno in parte, l'aderenza a una tipologia standardizzata.

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