venerdì 26 maggio 2017

Giuttari contro tutti

Nel precedente articolo, Firenze-Perugia andata e ritorno, dedicato all’apertura della nuova pista perugina sulla morte di Francesco Narducci, ci eravamo lasciati con la sorprendente “scoperta” che quella pista era nata senza alcun apporto di fatti nuovi, come invece per anni ci era stato fatto credere con le grottesche minacce telefoniche a una signora di Foligno. Qui riprendiamo il racconto dalla fine del 2001, quando Giuttari, acciaccato dal clamoroso fallimento della perquisizione nella villa dei C. ma tutt’altro che domo, cercava di agganciarsi alle novità arrivate da Perugia. Tra i suoi obiettivi avrebbe assunto sempre più rilevanza quello di affiancare il lavoro di Mignini dimostrando le frequentazioni fiorentine di Francesco Narducci, con un impegno però non privo di sgradevoli effetti collaterali che lo avrebbero messo in contrasto con i suoi superiori, sia della Procura sia della stessa Polizia. Vedremo quali furono i tentativi di porgli un freno, pressoché inutili, possiamo anticiparlo, poiché al solito Giuttari reagì con estrema efficacia, riuscendo alfine a ritagliarsi uno spazio autonomo in cui proseguire per la propria strada, libero da ogni condizionamento avverso.

La ripartenza. Il 3 dicembre 2001 Giuttari consegnò una nota riepilogativa a Canessa, con la quale chiedeva i permessi per proseguire con le sue indagini. Il documento non è ancora di dominio pubblico, se mai lo sarà, quindi dobbiamo accontentarci di fonti giornalistiche per intuirne il contenuto, che doveva essere un pot pourri di rara confusione (il peso della nuova pista perugina, appena agli inizi, non era ancora preponderante). Questo articolo di Fiorenza Sarzanini, uscito su “Il Corriere della Sera” del 23 gennaio 2002, ce ne dà un ampio sunto il quale, seppur forse condito con qualche riempitivo di fantasia, è da considerarsi affidabile, sia per la mancanza di successive smentite sia per il sempre dimostrato credito di cui la giornalista godeva negli ambienti giudiziari fiorentini.
Si parte con la sorprendente ipotesi dei due francesi morti a Scopeti che sarebbero venuti in Italia per partecipare a riti satanici. 

Nadine Mauriot e Jean Kraveichvili, l'ultima coppia uccisa dal «mostro» di Firenze, erano in Toscana per partecipare a riti satanici e messe nere. Qualcuno li «adescò» e li mise in contatto con una setta della zona. Ma poi li trasformò nelle vittime sacrificali. La nuova «verità» sugli omicidi seriali avvenuti nelle campagne fiorentine tra il 21 agosto 1968 e l'8 settembre 1985 emerge dall'ultimo rapporto che la squadra mobile ha consegnato un paio di settimane fa al pubblico ministero Paolo Canessa. Ed è raccontata da un testimone rintracciato in Francia dagli uomini guidati da Michele Giuttari. L'uomo, un investigatore privato che dopo il delitto dei due francesi venne in Italia per cercare la verità sull'omicidio, ha raccontato di essere riuscito a «infiltrarsi» nella setta. E ha fatto nomi e cognomi di professionisti e di altri «insospettabili» che avrebbero aderito alla congrega: è il livello «occulto» che per anni avrebbe cercato di depistare le indagini. E di negare che dietro gli omicidi agisse un gruppo di mandanti. Una pista che invece sin dal 1985 il Sisde, il servizio segreto civile, aveva delineato perfettamente individuando anche i luoghi dove queste persone si incontravano. Una «verità» di cui era a conoscenza anche l'allora direttore Vincenzo Parisi, poi diventato capo della polizia.

Di questo fantomatico infiltrato non si hanno ulteriori notizie, quindi si deve presumere che fosse stato un mitomane o comunque un bugiardo. Non sappiamo neppure se davvero avesse fatto dei nomi. In ogni caso della possibilità, collegata ai “cerchi di pietra” di Monte Morello, che Nadine Mauriot e Jean Kraveichvili fossero stati coinvolti in qualche cerimonia esoterica Giuttari ne avrebbe parlato ancora nel 2005, nel suo Il Mostro, quindi possiamo dare per assodato che fosse stata una sua effettiva ipotesi di lavoro. Dell'assoluta inconsistenza della pista di Monte Morello si è già detto qui.
L’articolo fornisce poi una lista di personaggi toccati dalle indagini, ognuno a suo diversissimo modo, sui quali si ritenevano necessari ulteriori accertamenti.

Il dossier consegnato alla Procura è di oltre cento pagine ed è diviso in due parti. La prima riguarda le indagini che la squadra mobile ritiene di aver ormai concluso e per le quali chiede ai magistrati di procedere. L'elenco delle persone sotto inchiesta comprende le proprietarie della villa […] dove lavorò Pietro Pacciani e dove sarebbero stati compiuti riti magici; il giornalista Giovanni Spinoso, accusato di frode processuale per aver inviato ai carabinieri un biglietto anonimo che accusava Pacciani e un'asta guidamolla compatibile con l'arma usata dal «mostro» avvolta in un pezzo di stoffa uguale a quello trovato in casa del contadino di Mercatale; l'ex appuntato dei carabinieri di San Casciano, Filippo Toscano, sospettato di aver fornito a Mario Vanni i proiettili calibro 22; Maria Ines Pietrasanta, indagata per rapina per essere entrata il 22 gennaio del 1996 a casa di Pietro Pacciani, aver aggredito e narcotizzato sua moglie Angiolina, e aver portato via documenti. La donna è la vedova del professor Giulio Zucconi, primario di ginecologia all'ospedale Careggi di Firenze e titolare di un laboratorio a San Casciano, sospettato di aver avuto rapporti proprio con Pacciani. Anche il fratello di Zucconi è stato coinvolto nell'indagine. Si tratta di un ambasciatore ora in pensione che si sarebbe interessato in maniera sospetta agli accertamenti compiuti dalla Procura. Che interesse aveva? Era sua intenzione «coprire» qualcuno? Che cosa sa dei delitti del «mostro»?

Qualche parola su Giovanni Spinoso, unico personaggio tra quelli sopra elencati di cui non si è mai trattato su questo blog, e del quale si può leggere qualche notizia qui, per dire che non si comprende come la sua vicenda giudiziaria possa essere stata inserita nel contesto delle indagini sui mandanti. Tenuto conto sia del tipo di reato che gli veniva contestato – la costruzione di false prove contro Pacciani –  sia della sua posizione di genero di Renzo Rontini, si potrebbe al massimo sospettare che avesse voluto “dare una mano” alla giustizia.

Tutta la seconda parte del dossier consegnato ai magistrati riguarda i possibili mandanti degli omicidi che nel corso degli anni hanno poi cercato di sviare le indagini. Nell'elenco ci sono un avvocato, un medico e altri personaggi ritenuti «insospettabili» sul cui conto la polizia sollecita ulteriori accertamenti. È stato il nuovo testimone a fare i loro nomi, ma ulteriori riscontri sono arrivati rileggendo i documenti raccolti dal Sisde che - senza avvisare la Procura - dal 1985 in poi svolse un'inchiesta parallela sulla vicenda affidando anche due consulenze, una compiuta dal criminologo Francesco Bruno e l'altra da una 007 del «centro» di Firenze. Entrambe le relazioni arrivarono alla conclusione che gli omicidi fossero stati ordinati da una setta. Ma nessuna delle due fu consegnata agli inquirenti che continuavano a seguire la pista dei «compagni di merende».

Probabilmente in questa seconda parte assumeva grande rilevanza la nuova pista perugina (avvocato = Jommi, medico = Narducci), sulla quale però, come voleva la Procura di Perugia, non doveva filtrare alcuna notizia. Dalla nota 133/05/G.I.DE.S. del 5 marzo 2005, scritta dallo stesso Giuttari:

Con nota n. 500/2001/S.M. del 3.12.2001, riepilogativa delle indagini sui mandanti, tra i personaggi di particolare interesse investigativo venivano indicati: Narducci Francesco […] (si chiedevano approfondimenti investigativi, in particolare sulla sua morte nel lago Trasimeno) e Jommi Giuseppe (nei cui confronti si chiedevano specifici approfondimenti anche mediante l’acquisizione dei tabulati telefonici delle utenze in suo uso, che però non venivano autorizzati. […])
La citata nota, articolata e dettagliata, oltre agli approfondimenti di cui sopra è cenno, conteneva una serie di proposte investigative, ritenute utili e opportune allo stato delle indagini per la loro prosecuzione, ma non aveva alcun seguito, poiché seguiva un nuovo lungo inspiegabile periodo di stasi operativa, protrattosi sostanzialmente per oltre un anno, di certo non attribuibile al P.M. titolare delle indagini, né tantomeno all’ufficio investigativo che lo stava collaborando, ma le cui cause meriterebbero un approfondimento nelle sedi competenti.

Il procuratore capo Ubaldo Nannucci lesse la nota e tacque a lungo. Continuò a tacere anche di fronte alla nota successiva datata 11 marzo 2002, nella quale Giuttari richiamava i risultati della perquisizione del 1998 a Francesco Calamandrei, chiedendo il permesso per nuove indagini (probabilmente intercettazioni telefoniche). E così per qualche mese lo scalpitante commissario dovette accontentarsi del noioso lavoro di routine, come ci raccontano i titoli dei quotidiani dell’epoca: un bandito solitario arrestato dopo dieci anni, una banda che svaligiava ville, una sparatoria sul portone di casa, l’espulsione di cento stranieri e così via. Ma le notizie che arrivavano da Perugia, dove Mignini macinava a più non posso, lo rendevano impaziente di fare la propria parte sul versante fiorentino, visto che le due indagini erano ufficialmente collegate. Da Il Mostro:

L'attesa delle deleghe si è fatta insostenibile. Non mi manca il lavoro, come capo della Squadra Mobile, e le indagini sui mandanti sono solo una piccola parte dei miei compiti, ma non è accettabile che un intoppo burocratico - in mancanza di spiegazioni come altro devo interpretarlo? - si trasformi in un nuovo ostacolo.
Insisto per sapere perché la mia nota del 3 dicembre 2001 è ancora ferma. Canessa elude la domanda finché può, ma alla fine ammette che il procuratore Nannucci non intende approfondire gli accertamenti perché i fatti a sostegno della richiesta non sono altro che "illazioni". Stento a crederlo. È ridicolo, tanto più se si tiene conto di quello che sta accadendo a Perugia.
E poi il PM titolare delle indagini è Canessa, non Nannucci: è ora che si richiamino responsabilità e ognuno si assuma le proprie.
Il 21 maggio scrivo al PM. Voglio lasciare una traccia scritta di quello che si sta verificando. Richiamo la nota del 3 dicembre 2001 facendo presente che ancora non sono pervenute le deleghe richieste: a mio giudizio, sono utili per proseguire le indagini sui presunti mandanti e sono sempre in attesa di una decisione sull'opportunità di svilupparle nella direzione indicata.
Aspetto una risposta scritta, non mi accontento più delle parole. Quando riceve la lettera, Canessa mi dice con molta sincerità che è davvero amareggiato per la situazione che si è creata e mi assicura che farà di tutto per sbloccarla. Gli credo e lascio passare ancora alcuni giorni.

L’audiocassetta. Prima di prendere carta e penna per scrivergli, quello stesso 21 maggio Giuttari aveva organizzato un poco simpatico scherzetto alle spalle dell’ingenuo Canessa, registrando di nascosto la sua voce su cassetta mentre lo induceva a parlare (male) del suo capo Nannucci. Ecco la versione dell’episodio datane da Giuttari nel suo Confesso che ho indagato:

Quel giorno, mi ero incontrato con un informatore in piazza della Repubblica per ascoltare importanti notizie sulla vicenda del Mostro, alle quali mi aveva accennato al telefono. Aveva però posto come condizione di vedermi fuori dalla Questura e io avevo acconsentito.
Per l’occasione, mi ero munito di un microregistratore al fine di tenere traccia, a scopo esclusivamente personale, del contenuto del colloquio, considerato il posto abbastanza frequentato, dove tra l’altro non mi sarei potuto fermare a lungo.
Gli uffici della Procura erano allora proprio in piazza della Repubblica. Canessa doveva avermi visto e mi era venuto incontro, ragione per cui avevo salutato rapidamente l’informatore per accogliere il sostituto procuratore. Ero in un luogo pubblico e non potevo certo tirar fuori il registratore, quindi è stata ripresa la nostra lunga conversazione, oltre quaranta minuti, durante la quale Canessa spiega i motivi del blocco delle indagini da parte del suo capo.

Pretendendo che gli si creda, l’ex superpoliziotto fa un torto all’intelligenza dei propri lettori. Già suona poco plausibile che un informatore interessato a non dare nell’occhio, non volendo un incontro in Questura, accetti di parlare sulla piazza dove davano la stessa Questura nonché la Procura. Ma è soprattutto la giustificazione scelta per spiegare il non spegnimento del registratore che suona fasulla. “Ero in un luogo pubblico e non potevo certo tirar fuori il registratore”, scrive Giuttari, ma perché, chi l’avrebbe notato, e se anche qualcuno lo avesse notato, qual era il problema? E poi, come si presume che l’apparecchio, all’arrivo dell’informatore, fosse stato acceso mettendo una mano in tasca, al medesimo modo poteva essere spento.
In realtà quella cassetta fu registrata a scopo di futuro utilizzo, come poi sarebbe accaduto davvero tre anni dopo, quando Giuttari avrebbe convinto Mignini a inquisire Nannucci per presunte manovre di ostacolo alla giustizia. Com’è noto, sia Mignini sia Giuttari sarebbero stati inquisiti e condannati per questo e altri episodi. Nella relativa sentenza del giudice Maradei, poi annullata per incompetenza territoriale, si legge:

Va premesso che la registrazione del colloquio con Canessa fu volontaria e questo elemento avvalora la ricostruzione del tribunale.
Invero, Giuttari, come già accennato, lo ha sempre sin dall'inizio negato […] asserendo che quel giorno doveva, prima di incontrare Canessa, avere, sempre in Piazza della Repubblica, un primo contatto con un nuovo possibile informatore e che, non fidandosene, si era messo nella tasca della giacca un registratore per documentare quello scambio; poi accadde che Canessa arrivò in anticipo, Giuttari congedò l'informatore e fece per spegnere l'apparecchio, manovra che evidentemente eseguì malamente, tanto da lasciare acceso il registratore. Una simile versione dei fatti è, oltre che intrinsecamente davvero incredibile, priva di qualsiasi riscontro, visto che neppure si è mai saputo chi sarebbe stato il preteso informatore incontrato; infine, contraddetta da un argomento logico molto forte, ossia la oggettiva conservazione del nastro e il suo utilizzo. […]
La verità è che Giuttari non poteva certo ammettere, a costo di negare l'evidenza, la volontarietà del suo gesto, essendo in prima persona consapevole delle gravi censure di ogni genere a un simile gesto («non mi sarei permesso io di registrare un Pubblico Ministero, e l'ho detto prima, avrei avuto... solo il pensiero mi ripugna.»), tanto più grave se si pone mente al fatto che, con rara slealtà, fu posto in atto sorprendendo la buona fede di un magistrato che si era adoperato in prima persona presso i massimi vertici della Polizia per assecondare le sue aspirazioni professionali e consentirne il collocamento in disponibilità.

Come si vede, la giustificazione di Giuttari per non aver spento il registratore risultava allora un po’ differente rispetto a quella riportata in Confesso che ho indagato, e la circostanza non depone certo a favore della sua buona fede. È evidente che per il prolungato fermo indagini il commissario era entrato in fibrillazione e aveva perso il senso della misura. Quel giorno aspettava al varco Canessa per farlo parlare a ruota libera e far cadere il discorso sui presunti motivi che inducevano Nannucci a non concedergli le deleghe richieste (“aveva condotto il discorso con un'attenzione e un'intenzionalità specifiche”, si legge nella sentenza Maradei). Tra le frasi registrate ci sarebbe anche questa: “Un’altra cosa che è sempre brutta… sia pure dopo aver scritto questo, mi dice: quello era compagno di scuola… quell’altro ci ha fatto il liceo… il fratello era in classe al liceo… capiscimi!...”. Giuttari la riporta nel suo libro, a dimostrazione del fatto che il Procuratore Capo non voleva che si indagasse su alcuni suoi conoscenti elencati nella nota del 3 dicembre 2001, tra cui Giuseppe Jommi.
Difficile dire quanto avessero pesato le proprie conoscenze giovanili nella decisione di Nannucci di non concedere le deleghe richieste, risulta però evidente come gli elementi contenuti nella nota che le richiedeva fossero tanto fumo e poco arrosto, in definitiva “illazioni” o poco più. D’altra parte bastava guardare alla tremenda cantonata appena presa da Giuttari con la perquisizione nella “villa dei misteri” per comprendere la titubanza di Nannucci. Viene piuttosto da chiedersi: quanto c’è da fidarsi delle indagini di un poliziotto capace di una bassezza come quella della registrazione carpita? Sapendo bene quale fosse la sua ferma volontà d’inseguire a ogni costo i fantomatici mandanti, della quale anche la stessa registrazione truffaldina era figlia, quale valore può essere attribuito alle numerose testimonianze che appaiono fin troppo compiacenti verso il suo punto di vista?
In ogni caso la lettera scritta da Giuttari il 21 maggio dovette sortire il suo effetto, o più probabilmente a smuovere le acque furono le notizie giunte da Perugia dopo il deposito della perizia sugli atti relativi alla morte di Francesco Narducci e la conseguente riesumazione della salma. E così, attorno alla metà di giugno, fu finalmente concessa la desideratissima autorizzazione a effettuare indagini, limitate però alle frequentazioni fiorentine di Narducci. “Non è molto, ma voglio sperare che questa delega sia solo l'inizio e in ogni caso mi dà la possibilità di avviare la collaborazione con il PM di Perugia, destinata con il tempo a farsi sempre più stretta”, avrebbe commentato l’investigatore-scrittore su Il Mostro. Intanto il 17 giugno, assieme a Canessa, andava a Perugia per un vertice con Mignini.

Anche i topi aiutano Giuttari. Neppure il tempo di organizzarsi attorno all’autorizzazione appena ottenuta che Giuttari dovette affrontare un nuovo ostacolo, conseguenza della grottesca e macabra vicenda delle lesioni rinvenute su alcuni cadaveri esposti nelle Cappelle del Commiato, le sale mortuarie annesse all’ospedale di Careggi, a Firenze. Se ne può leggere un ampio resoconto su questo articolo, qui interessa evidenziare il conflitto tra Giuttari e Nannucci.
Le prime lesioni erano state scoperte il 23 giugno, e le indagini affidate alla Squadra Mobile, che aveva iniziato a interrogare i parenti dei deceduti. Pressati dallo sgomento dell’opinione pubblica, il 26, dopo la profanazione della terza salma, magistrati e investigatori (tra cui naturalmente Nannucci e Giuttari) si riunirono per fare il punto. In quella sede fu comunicato l’esito degli esami su della cenere ritrovata vicino a un cadavere, ritenuta in ipotesi un possibile residuo di rito satanico. Si trattava invece dei resti del tabacco di un sigaro o di una pipa, una notizia che doveva rimanere riservata e che invece il giorno dopo i giornali riportarono. Nannucci, ritenendo che la lingua lunga fosse stata quella di Giuttari, gli revocò le indagini affidandole alla Guardia di Finanza.
Da “La Repubblica” del  28 giugno:

Il procuratore della Repubblica Ubaldo Nannucci ha revocato al capo della squadra mobile Michele Giuttari la delega ad indagare sulle escissioni eseguite fra domenica e lunedì sulle salme di tre anziane donne nelle Cappelle del Commiato di Careggi. Questo significa che non sarà più il capo della mobile a coordinare le indagini su questa vicenda ripugnante che sembra opera di adepti ad una setta esoterica. Secondo quanto ha spiegato il magistrato, la decisione è stata presa perché la procura ritiene che sia stato Giuttari a rivelare ai giornali gli esiti di alcuni accertamenti compiuti nell'istituto di medicina legale, dei quali si sarebbe parlato l'altro ieri sera in una riunione fra magistrati e investigatori. Ieri i giornali hanno pubblicato la notizia che i resti bruciacchiati trovati sul velo che copriva una delle salme sarebbero residui di tabacco, parzialmente combusti. Il procuratore Nannucci e il sostituto Giulio Monferini non hanno chiesto spiegazioni ai cronisti (in tal caso avrebbero appreso che la notizia non proveniva da Giuttari) e hanno deciso di affidare ad altri le indagini. Il capo della squadra mobile non ha voluto fare commenti, limitandosi a dire di aver tenuto un comportamento ligio ai propri doveri. L'uscita di scena di Giuttari potrebbe creare qualche danno alle indagini, anche per il solo fatto della grande esperienza accumulata dal capo della mobile, che da 7 anni indaga sui misteri del mostro, in materia di esoterismo.

Come è facile immaginarsi, durante il vertice del 26 Giuttari e Nannucci si erano duramente scontrati sulla linea investigativa da seguire. Per Giuttari l’occasione era troppo ghiotta per non approfittarne evocando scenari da messe nere (nonostante che alla fine sarebbe emersa la responsabilità di semplici topi, sia ne Il Mostro sia in Confesso che ho indagato ancora si allude all’intervento di entità misteriose). Dal canto suo Nannucci temeva che le indagini sulla profanazione delle salme sarebbero diventate un ulteriore capitolo della ricerca dei mandanti, quindi, leggendo le indiscrezioni uscite sui giornali del giorno dopo, prese la palla al balzo ed estromise Giuttari. La fretta però gli fece commettere un grosso sbaglio, poiché a parlare erano stati i consulenti di medicina legale.
Naturalmente Giuttari reagì di conseguenza, e non esitò a minacciare il Procuratore Capo di querela per diffamazione, costringendolo a rimangiarsi le accuse.
Da “La Repubblica” del 2 luglio:

Non c'è nessun «conflitto personale» fra il procuratore della Repubblica Ubaldo Nannucci e il capo della squadra mobile Michele Giuttari, le cui «qualificate competenze» sono «ben note all'ufficio». Sono i passi essenziali di un comunicato diffuso ieri dal procuratore Ubaldo Nannucci, dopo quattro giorni di tensione crescente. Quattro giorni scanditi dalla decisione del procuratore di revocare al capo della mobile la delega per le indagini sulla profanazione delle salme alle Cappelle del Commiato e di affidarle alla Guardia di Finanza, dalla sfida del profanatore che ha colpito altre due salme a dispetto della vigilanza rafforzata, e dall'intervento dell' avvocato di Giuttari, Giovanni Maria Dedola, che ha preannunciato querela per diffamazione contro il procuratore Nannucci. Il legale imputava al procuratore di aver tolto le indagini a Giuttari con una motivazione «offensiva, infondata e priva di qualsiasi fondamento».
Giovedì scorso, annunciando l'allontanamento di Giuttari dalle indagini, il procuratore aveva attribuito alla responsabilità del capo della mobile la pubblicazione sui giornali dei risultati delle analisi della sostanza trovata sulla prima delle salme profanate (era tabacco). Ora, nel comunicato che è anche un'offerta di pace, il procuratore precisa: «Con riferimento alle notizie di stampa ampiamente pubblicizzate circa un presunto ed affatto inesistente conflitto personale tra questo procuratore e il dirigente della Squadra Mobile dottor Giuttari, intendo chiarire che in nessun modo si è attribuito e tanto meno voluto attribuire al dottor Giuttari la fuga di notizie che ha dato occasione al provvedimento. Qualora nel corso delle indagini dovesse risultare l'utilità di avvalersi delle qualificate competenze del dottor Giuttari, ben note all'ufficio, per l'accertamento dei gravi fatti oggetto di indagine, il collega titolare del procedimento vi farà sicuramente ricorso».
Il comunicato del procuratore fa seguito ad un colloquio con il prefetto Achille Serra e ad un incontro che si è svolto ieri mattina in procura con il questore Giuseppe De Donno. «Si è trattato di una visita molto cordiale», ha spiegato il procuratore: «Al questore ho fatto presente che non esiste alcuna pregiudiziale verso la questura e verso il personale della squadra mobile». La visita in procura, ha detto poi il questore, «è stata un atto di deferenza perché ero sicuro che il procuratore non avesse alcuna riserva mentale nei confronti della polizia. Il comunicato poi diffuso è un fatto estremamente positivo per un rasserenamento dei rapporti personali, non per quelli tra le istituzioni, che erano già tranquilli».

Questore, Squadra Mobile e romanzi. A rendergli la vita difficile in quei mesi a cavallo tra 2002 e 2003, Giuttari non aveva di fronte soltanto Nannucci, ma anche il proprio capo diretto, il questore Giuseppe De Donno, il quale giudicava eccessivo e a scapito di necessità più stringenti il suo impegno nelle indagini sul Mostro. Qui sono già stati proposti un paio di significativi frammenti tratti dalla sentenza Maradei dove viene ricostruito il clima tra i due. Eccone qualche altro:

I contrasti fra De Donno e Giuttari nel periodo in esame 2002-2003 furono in qualche modo percepiti anche ai vertici della Questura di Firenze. Sul punto sono stati escussi sia Salvatore Fabio Cilona all'epoca vice-dirigente della Squadra Mobile (di cui era dirigente Giuttari), sia Giancarlo Benedetti, all'epoca dirigente della D.I.G.O.S.. Essi hanno, in sintesi, riferito del forte impegno personale che Giuttari all'epoca dedicava all'indagine sui mandanti del mostro di Firenze, tanto che, nei consueti incontri mattutini che si tenevano fra i dirigenti delle varie divisioni, partecipava talora Cilona, quale suo sostituito. De Donno è stato descritto come uomo schivo e dotato di forte autocontrollo. Entrambi i testi hanno riportato - per lo più, però, come mera voce di corridoio - un disagio fra De Donno e Giuttari, incentrato, da parte di De Donno, sull'eccesso di energie dedicate all'indagine sul mostro di Firenze da parte di chi, come Giuttari, aveva una competenza generale come quella della Squadra Mobile. Benedetti è stato più specifico e ha poi precisato che, da un certo momento (che non ha saputo datare), Giuttari non partecipò più agli incontri mattutini «[...] perché credo c'aveva una frattura con il questore [...]», che, per quel poco che si poteva percepire dall'esterno, derivava appunto dal fatto che De Donno non gradiva che Giuttari si spendesse in via esclusiva nell'indagine del "mostro": «[...] il questore diciamo era un po' indispettito perché il dottor Giuttari, che era un ottimo investigatore, si era buttato del tutto, a corpo morto sull'indagine del mostro e mi pare una volta il questore disse ... cioè trascurando, secondo quanto diceva il questore, la dirigenza insomma della Mobile. [...]»).

Sempre dalla stessa sentenza è il caso di leggere un altro gustoso frammento relativo a una conversazione telefonica avvenuta il 28 gennaio 2005 tra i giornalisti Mario Spezi e Rosario Poma: 

In essa, Poma riferisce a Spezi di confidenze fattegli da De Donno in merito al periodo in cui era stato Questore di Firenze. Ecco i passi salienti:
 «[…] Pino De Donno s'incominciava ad incazzarsi, lui diceva: "Senta Giuttari, lei a me mi deve raccontare dici guarda io ho diretto la Squadra Mobile, sono stato alla Squadra Mobile qui di Firenze, ho diretto la Squadra Mobile di Taranto, ho diretto la Squadra Mobile di Bari. Lei a me mi deve raccontare le cose concrete!"
Spezi Mario Casa: (Ride)
Rosario Poma: Questi spiriti cose ecc. a me non interessano, lei mi racconta le cose, quando ci sono cose concrete, lei ha il dovere di informarmi punto e basta! [...] E una volta, inc., quella volta lì gli disse "senta queste sono, mi fa perdere tempo lei a raccontarmi queste cose", quindi quello se n’è andato, difatti quando lui è stato trasferito lui, inc. (parlano contemporaneamente), era tutto contento, hai capito?».

È indubbio che l’impegno richiesto al capo della Squadra Mobile di una grande città come Firenze doveva essere molto oneroso, quindi non sembra affatto difficile immaginare che le lamentele di De Donno avessero avuto un fondamento. Peraltro, oltre alle indagini sui mandanti, a distogliere l’attenzione di Giuttari dalle incombenze del lavoro quotidiano doveva essere anche la sua nascente carriera di scrittore. Si sa che il manoscritto del suo secondo e ben più impegnativo romanzo, Scarabeo, iniziò a circolare tra gli editori nella primavera del 2003, quindi il periodo di preparazione aveva coinciso proprio con i mesi nei quali De Donno più si doleva del suo scarso impegno. A meno che le duecento pagine del libro non fossero state in gran parte opera di un ghost writer, Giuttari, che per di più doveva impadronirsi di un mestiere nuovo, vi aveva dovuto dedicare centinaia e centinaia di ore di lavoro, diretto e indiretto, poiché, come sa bene chi si diletta a scrivere romanzi, la mente fa fatica a disimpegnarsene anche lontano dalla tastiera.
E dunque, per motivazioni che nulla avevano a che fare con il tentativo di proteggere qualche personaggio amico o potente – eterna litania dell'odierno scrittore – con decorrenza 7 gennaio 2003 venne deciso il trasferimento di Giuttari alla Questura di Prato, nella posizione di vicequestore, quindi ancora una volta con un avanzamento di carriera. Ma lui, lontano dalle vicende del Mostro, non avrebbe accettato neppure un posto da Presidente della Repubblica, e infatti non accettò, cercando l’appoggio dei suoi unici ma decisivi alleati: Paolo Canessa e Giuliano Mignini. I due PM intervennero presso Nannucci facendo presente il danno che avrebbe comportato la perdita di Giuttari per le indagini sul Mostro, e riuscirono a farne differire di tre mesi il trasferimento. Ma questa non era certo una soluzione in grado di accontentare il tenace commissario, che continuò a premere sui suoi sostenitori, i quali il 2 dicembre scrissero una lettera congiunta a De Donno per chiedere la cancellazione totale del trasferimento.
Intanto i problemi di criminalità a Firenze aumentavano, e alcuni sindacati di polizia ne attribuivano parte della responsabilità anche a Giuttari. Da “La Repubblica” del 10 gennaio 2003:

«Tirate fuori i soldi, è una rapina». Una frase secca per portare via 7.500 euro dalla Cassa di Risparmio di viale Petrarca. Due malviventi, ieri mattina verso le 11, non hanno nemmeno tirato fuori le armi e sono fuggiti in macchina. Nella banca non c'erano clienti, una cassiera ha avuto un leggero malore per lo spavento. È la quinta rapina in tre giorni: l'assenza di armi o violenza non è bastata a allontanare le polemiche sull'escalation criminale. I sindacati di polizia puntano, in modo diverso, il dito sulla squadra mobile, che si occupa delle indagini. «È vero che alla mobile ci sono problemi – dice Ivo Aramu del Sap – La sezione dovrebbe avere input migliori. Non voglio togliere nulla alle indagini sul Mostro del dirigente Michele Giuttari ma ci sono anche crimini più "ordinari" da seguire». La vede in modo simile Roberto Varallo del Consap: «I fatti dimostrano che il dirigente non va, ma perché i suoi superiori non prendono provvedimenti?». Chiede un intervento dall'alto anche Antonio Lanzilli del Siulp: «La mobile va ristrutturata».

Il 18 gennaio Giuttari dovette subire un nuovo attacco dalle alte sfere, questa volta soltanto verbale ma assai bruciante per il suo prestigio (e al momento giusto se ne sarebbe ricordato...). Durante l’apertura dell’anno giudiziario il procuratore generale Gaetano Ruello fece un polemico accenno alle indagini sul Mostro:

A Firenze sono stati compiuti ben 16 omicidi. Per 9 vi è l’iscrizione di indagati a registro generale mentre 7 risultano allo stato a carico di ignoti. E si continua ancora a indagare sui delitti del “mostro di Firenze” e su fatti che sembrano ad essi connessi, con la prospettiva di veder condannato, quando sarà, qualche arzillo novantenne.

Il prefetto di Firenze intervenne sulla medesima falsariga, mentre Nannucci fu costretto a far buon viso a cattiva sorte e a difendere le indagini oggetto di critica, che alla fin fine era stato il suo ufficio ad aver autorizzato. In ogni caso Giuttari se ne sbatteva, protetto com’era dai due PM per i quali doveva indagare. Intanto, come era accaduto qualche tempo prima con Canessa, mise mano ad apparecchiature da 007 e registrò quattro conversazioni con De Donno (24 e 28 settembre 2002, dicembre 2002, 1° aprile 2003). Di queste certo non potrebbe mai dire che erano state casuali! La sentenza Maradei le critica duramente.

È altresì certo che in quel periodo Giuttari per ben quattro volte registrò di nascosto colloqui con De Donno: non già per documentare la commissione di reati o altri atti illegittimi in atto, giacché le registrazioni restarono per vari anni nella esclusiva disponibilità di Giuttari. Non può il tribunale che rilevare non solo l'oggettiva slealtà di un simile comportamento da parte di un alto funzionario di polizia nei confronti del suo questore; ma soprattutto, al contempo, la indiscutibile preoccupazione che ovviamente suscita la scoperta che Giuttari abbia tenuto da parte tali registrazioni per anni, comportamento che, fra l'altro, non è stato isolato, essendo emerso come Giuttari abbia anche registrato un colloquio col p.m. Canessa. La callida captazione di conversazioni e, ancor più marcatamente, la loro conservazione per anni, sin quando non sopraggiunse l'occasione di usarle (occasione o motivo che non esistevano al momento della loro formazione), rivelano in Giuttari un ben preciso atteggiamento di fondo di tipo vendicativo verso De Donno: si confezionano possibili prove da usare se e quando sarà possibile.

Il 17 febbraio 2003 Canessa e Mignini scrissero una seconda lettera a De Donno, poi andarono a parlare con il vicecapo della polizia, Antonio Manganelli, con il quale finalmente fu trovato il rimedio a ogni conflitto: rifacendosi a una legge che consentiva la messa in disponibilità – per un periodo di al massimo quattro anni ­– dei dirigenti di polizia per assegnarli a incarichi speciali, il 2 aprile 2003 Giuttari fu tolto dalla guida della Squadra Mobile e assegnato a Canessa e Mignini per investigare solo ed esclusivamente sui mandanti dei delitti del Mostro e sulla morte di Narducci. Il termine, poi ampiamente prorogato, era il 31 dicembre di quello stesso anno.

Il G.I.De.S.. La legge prevedeva anche la concessione di eventuali uomini e mezzi ritenuti necessari all’espletamento delle indagini. Giuttari prese con sé otto agenti, tutti scelti da lui meno uno: Michelangelo Castelli ispettore capo, Alessandro Borghi vice sovrintendente, Joseph Costa vice sovrintendente, Ermanno Zoppi vice sovrintendente, Vincenzo Mele assistente capo, Silvio De Iorio agente scelto, Davide Arena agente scelto, Tiziana Colucci agente scelto. Gli furono anche assegnate tre auto e un ampio immobile – in viale Gori 60 a Firenze, all’ultimo degli otto piani di un enorme palazzone detto “Il Magnifico”, un tempo un hotel e fin dal 2000 interamente affittato a caro prezzo dalla Polizia che lo usava per vari uffici e come dormitorio per i suoi agenti – dove venne attrezzata l’ambitissima e in futuro usatissima sala intercettazioni.
La struttura ebbe anche un nome, G.I.De.S. (Gruppo Investigativo Delitti Seriali), leggibile sui documenti stampati, ma che non aveva alcuna valenza giuridica, come viene ben spiegato dalla sentenza Maradei:

Non era stata creata alcuna stabile autonoma struttura funzionale della Polizia di Stato, ma solo distaccato un funzionario, quantunque dotato di uomini e mezzi, a disposizione di due Autorità giudiziarie, per lo svolgimento di specifiche indagini di particolare rilevanza. Il gruppo nasceva dunque non già come autonoma ramificazione del Dipartimento della Pubblica Sicurezza dell'Amministrazione dell'Interno, ma come gruppo di ausilio a un singolo ufficiale di p.g. che, intuitu personae (ossia per la fiducia goduta presso i pubblici ministeri di Firenze e Perugia e per l'indubbia conoscenza di indagini così delicate e complesse), era stato temporaneamente destinato a compiti particolari. Il nome G.I.De.S. (Gruppo Investigativo Delitti Seriali), da chiunque scelto e imposto, evoca una competenza generale in tema di delitti seriali che, in realtà, non è mai esistita; così come fa pensare a una articolazione stabile della Polizia di Stato, che, del pari, non è mai esistita. Il "gruppo", quale dotazione a servizio di Giuttari, era dedicato a indagare sui soli casi, per quanto di eccezionali importanza e complessità, del mostro di Firenze e dell'omicidio Narducci e per un tempo predeterminato, che non avrebbe potuto superare i quattro anni.

In sostanza il G.I.De.S. era lo stesso Giuttari, il quale apponeva la propria firma su quasi tutti i documenti ed era comunque responsabile per ogni operazione effettuata dalla struttura. Probabilmente il nome lo aveva scelto lui stesso per dare maggior enfasi alle proprie iniziative, tra l’altro allargandole in apparenza in un campo che non gli competeva (quello di tutti delitti seriali). Indipendentemente dal suo stato giuridico, la struttura non era comunque niente male per inseguire fantomatici mandanti che neppure si sapeva se esistessero davvero, e che in ogni caso nessuno aveva mai visto. Si trattò della classica soluzione all’italiana, con la quale si addossava alla collettività il peso di un conflitto che regole burocratiche obsolete non consentivano di dipanare in altri modi. Il risultato più importante, quello che premeva davvero, fu un nuovo capo della Squadra Mobile di Firenze, Gianfranco Bernabei, finalmente pronto ad affrontare senza distrazioni gli infiniti problemi di una storica città che denunciava un certo affanno davanti al mutare dei tempi. Dal canto suo Giuttari ottenne quel che aveva sempre voluto: la possibilità di dedicarsi a tempo pieno alle indagini sul Mostro, senza doversi preoccupare di tediosi problemi come quello dei vu cumprà o delle bande che svaligiavano appartamenti.
Oltre allo spreco di risorse pubbliche, nella soluzione adottata c’era comunque un altro grosso inconveniente: l’eliminazione di ogni controllo dell’operato di Giuttari da parte della Polizia. Il che gli dava un’autonomia eccessiva, favorita anche da un rapporto personale con i due pubblici ministeri, soprattutto con Mignini, molto squilibrato a suo favore. Intuibile anche da vari altri indizi, la circostanza emerge chiara tra le righe di un passo della sentenza Maradei:

[…] le sue pressanti intimazioni a Mignini - per tutte le citate note del 23.5.2006 e, soprattutto, del 18.9.2006: si rinvia ancora alla loro integrale lettura - travalicano ogni limite possibile nei rapporti fra ufficiale di p.g. e p.m., quasi che il primo possa, dalla sua posizione per legge semmai sottordinata nella conduzione delle indagini preliminari, dirigere l'attività del secondo, pretendendo addirittura il compimento di determinati atti, e dovrebbero trovare, se del caso, adeguata valutazione in sede disciplinare [...]

Nella nota del 18 settembre 2006, purtroppo non disponibile a chi scrive, la sentenza rileva “toni la cui perentorietà lascia francamente sconcertati”.
Il risultato di tale squilibrio e della mancanza di controlli esterni furono indagini che, almeno nel loro ultimo stadio, con la ricerca dei mandanti dei delitti del Mostro nulla avevano a che fare, e che la sentenza Maradei avrebbe giudicato ritorsive contro giornalisti e funzionari pubblici ritenuti “nemici”. Ma anche le stesse indagini sui mandanti appaiono a tratti preda di comportamenti parossistici. Si pensi all’abuso di intercettazioni telefoniche, uno strumento che la legge giudica transitorio, non per niente da rinnovarsi di quindici giorni in quindici giorni, e che riserva ai casi in cui esistono gravi indizi. Ebbene, il telefono di Francesco Calamandrei, sul quale certamente non esisteva nessun grave indizio, sarebbe stato tenuto sotto controllo per un paio d’anni!

3 commenti:

  1. Probabilmente Giuttari ha coltivato negli anni un'ossessione ed una mania collegate ad una forma di narcisismo ed egocentrismo ben oltre la media. Più che una vicenda d'interessi materiali la sua pare una vicenda di tipo blandamente psichiatrico che ha sfruttato con astuzia e tenacia la burocrazia poliziesca per la propria autoaffermazione: non a caso Lotti e Pucci sono stati i suoi referenti primari...

    RispondiElimina
    Risposte
    1. vorrei scrivere tante "buone"cose sul superpoliziotto e qui , come del resto su altri blog e forum , non si puo'..ti lascio cmq immaginare..

      Elimina
    2. Temo siano le stesse cose che vorrei scrivere io...

      Elimina