sabato 6 maggio 2017

Firenze-Perugia andata e ritorno (1)

Nell’articolo Ville, messe nere, servizi segreti si è raccontato del tentativo di trovare i presunti mandanti dei delitti attribuiti ai Compagni di merende in una setta satanica, protetta da servizi segreti o comunque poteri forti, dalla quale le parti di donna escisse, i cosiddetti “feticci”, sarebbero state utilizzate nell’ambito di ipotetiche cerimonie esoteriche. Dopo un anno di strenue indagini, e tre precedenti in cui queste erano comunque andate avanti pur a singhiozzo, il bilancio era da giudicarsi fallimentare: da una parte nessun mandante neppure intravisto, dall’altra persone innocenti perseguitate e chissà quanti soldi dei contribuenti gettati al vento. Alla fine l’inchiesta era tornata al punto di partenza, potendo ancora contare soltanto sui deboli presupposti dell’eccessivo “patrimonio” di Pacciani e del “dottore” di Lotti, oltre alla fantasiosità di un investigatore che stava procedendo a grandi passi verso una fortunata carriera di scrittore di gialli.
A quel punto l’inutile e crudele perquisizione di villa C. poteva essere considerata alla stregua di una pietra tombale da posarsi senza rimpianti sulla ormai asfittica pista satanica. E invece no: forse per un incredibile colpo di fortuna, forse per qualcosa d'altro, improvvisamente le carte in tavola cambiarono.

Indagini a tutti i costi. A mettere la parola fine all’inchiesta, o perlomeno a mettere in opera un suo opportuno ripensamento, avrebbe dovuto essere la Procura che l’aveva in carico, quella di Firenze, la quale però, in quei mesi di autunno del 2001, era priva di una guida “forte”. Proprio nei giorni della fallita perquisizione alla villa dei C. il procuratore capo Antonino Guttadauro era andato in pensione, ostentando un atteggiamento grottescamente ottimistico sulle indagini: “La direzione è quella giusta. Alcuni tasselli stanno andando in ordine. Non so se arriveremo finalmente alla verità, perché sono passati troppi anni. Ma abbiamo chiesto rinforzi per le indagini”. D’altra parte per quattro anni aveva lasciato fare, delegando ogni decisione al sostituto Canessa. Il suo successore, Ubaldo Nannucci, aveva davanti a sé alcuni mesi di reggenza, quindi forse era impossibilitato a prendere drastiche decisioni immediate, con le quali comunque sarebbe stato il caso di andare cauti, se non altro per una questione d’immagine.
In seguito anche in Procura la musica sarebbe cambiata; nel frattempo a chiedere un freno alle indagini di Giuttari fu un prestigioso funzionario del Ministero dell’Interno, il prefetto Achille Serra, poliziotto di lunga esperienza con anche recenti trascorsi parlamentari. Lo fece attraverso un’intervista pubblicata il 27 ottobre da un quotidiano locale, “Il Giornale della Toscana”, di cui chi scrive non ha trovato copia. In ogni caso la notizia fu ripresa da vari quotidiani a più larga diffusione, come “La Repubblica” del 28, dove il suo pensiero fu così sintetizzato: “La squadra mobile non può lavorare solo sul mostro, deve puntare di più sulle investigazioni contro furti e rapine”. Il medesimo articolo riporta la risposta di Nannucci: “Non ho notizia che la squadra mobile non corrisponda alle altre esigenze investigative oltre all’inchiesta sul mostro; e poi nessuno dei miei colleghi mi ha segnalato cadute di impegno o di efficienza della squadra mobile”.
Non fu invece registrata alcuna reazione dal superiore diretto di Giuttari, il questore Giuseppe De Donno, che scelse il silenzio. In realtà De Donno non era affatto contento, come si sarebbe scoperto qualche anno dopo leggendo la sentenza di condanna a Giuttari e Mignini emessa dal giudice Maradei, poi annullata per incompetenza territoriale. Eccone un passo molto significativo:

De Donno ha precisato di essere stato Questore di Firenze dal luglio 2001 al luglio 2003. All'epoca Giuttari era capo della Squadra Mobile. De Donno non era contento di come Giuttari dirigeva la Squadra Mobile (verbale 29.1.2007):
«Io ero abituato ogni mattina alle ore 08:45 che avevo il briefing con tutti i funzionari e molto spesso ai fatti avvenuti nella notte alle mie domande non dava risposte immediate» perché si dedicava esclusivamente alle indagini sul mostro di Firenze. «Lui era totalizzato dalle indagini sul cosiddetto “mostro di Firenze”», trascurando le altre importanti competenze della Squadra Mobile: ad esempio, capitò che Giuttari, contrariamente a quanto De Donno riteneva spettare al capo della Squadra Mobile, non si recò sul luogo di un omicidio appena accaduto; o, ancora, Giuttari non organizzò alcuna operazione per fronteggiare “il problema dei vu' cumprà”, che in quel periodo teneva banco a Firenze.
Le stesse rappresentanze sindacali interne «si lamentavano di questa mancanza di colloquio con il dirigente e di questa mancanza di indirizzi nell'ambito della gestione, riferiti alla conduzione della Squadra Mobile».

D’altra parte che Giuttari fosse fin troppo interessato alle indagini sul Mostro sarebbe divenuto evidente qualche tempo dopo con la costituzione del G.I.De.S., uno strano organo di polizia, del tutto sui generis, istituito apposta per lui e dedicato soltanto a quelle. L’argomento non è di poca importanza; è lecito infatti domandarsi se e quali disturbi potrebbe aver arrecato questo eccessivo interesse a certe discutibili scelte di strategia investigativa, come l’avventata ricerca di fantomatiche cappelle nella villa dei C. riguardo la quale si devono evidenziare alcune significative condizioni al contorno.
Sulla presenza di Giuttari al salotto di Bruno Vespa proprio nel bel mezzo della perquisizione si può innanzitutto osservare che fu quantomeno inopportuna. Tra l’altro non c’era nulla di certo da comunicare agli italiani, poiché quella sulle sette sataniche era un’ipotesi del tutto in divenire e priva di reali pezze d’appoggio. La stessa perquisizione era per sua natura un terno al lotto, nonostante Giuttari dovesse sentirsi molto sicuro di trovare qualcosa se non aveva esitato a rischiare di perdere la faccia davanti a milioni di telespettatori. Una sicurezza manifestata anche in precedenza, risultando chiaro che la RAI era stata avvertita già da qualche giorno dell’ingresso degli agenti nella villa, e aveva avuto il tempo di prepararsi. Lo dimostrano le preventive registrazione delle interviste ad A. e a C.F., realizzate, soprattutto la seconda, certamente non all’insaputa del capo della Squadra Mobile.
Ma perché Giuttari aveva sentito il bisogno di favorire la trasmissione di Vespa e poi di parteciparvi? È ineliminabile il sospetto che dietro ci fossero le sue ambizioni letterarie, come conferma anche il gustoso episodio, già evidenziato, nel quale trovò il modo d’indurre Vespa a tirar su Compagni di sangue dal proprio tavolo per mostrarlo ai telespettatori. Si trattava però di un libro vecchio ormai di tre anni, di per sé poco appetibile come oggetto da pubblicizzare. In effetti dietro c’era ben altro, come sarebbe apparso chiaro neppure tre mesi dopo.

Operazione Panorama. Nel numero 50 datato 13 dicembre 2001 il settimanale Panorama pubblicò un articolo di cinque pagine dal titolo “Mostro di Firenze, l’ultimo mistero”, con in chiusura un riquadro contenente una foto di Giuttari seduto nel salotto di Bruno Vespa e il seguente trafiletto:

Poliziotto con la penna. Un thriller di Giuttari arriva in edicola. Con Panorama.
Nell’aprile del 2000 arriva in Mondadori un libro firmato da Michele Giuttari, all’epoca ex capo della squadra mobile di Firenze perché il ministero dell’Interno, dal luglio del ’99, lo ha trasferito all’Ufficio stranieri di Firenze. È un momento difficile per Giuttari, che otterrà dal Tar di tornare al suo posto nell’agosto del 2000. Nell’anno di riposo forzato, il poliziotto, ormai lontano dalle indagini, ha scritto il libro “Accadde a Firenze”, un giallo appassionato che Panorama, alla luce dei nuovi sviluppi sul mostro, distribuirà con il prossimo numero. Il libro racconta di strani delitti, tutti a sfondo sessuale, avvenuti nel capoluogo toscano negli anni Ottanta. Ogni riferimento al mostro è puramente casuale, si dovrebbe dire. Ma così non è: l’anima del Cacciatore dei compagni di merende, infatti, riaffiora in ogni pagina a ricordarci chi è, veramente, l’uomo che sta lottando per incastrare killer e mandanti.


Il romanzo fu in effetti distribuito, la settimana successiva, con il titolo un po’ diverso di Assassini a Firenze, ancor più ammiccante ai delitti del Mostro, che in verità con la trama nulla c’entravano. Naturalmente non c’è da scandalizzarsi se la rivista, alla ricerca del massimo profitto, cercò di sfruttare al meglio l’immagine del “poliziotto che dà la caccia al Mostro”. C’è però da domandarsi se vale anche il contrario, quanto cioè fosse stato opportuno che il responsabile operativo di una difficile indagine in corso avesse potuto ricevere pubblicità dalla stessa per la propria nascente carriera di scrittore.
Come dichiarato nel trafiletto di Panorama e come ripetuto in prefazione, il romanzo era stato proposto a Mondadori già più di un anno e mezzo prima. Senz’altro l’agenzia cui si era rivolto Giuttari, la Bernabò oggi non più in attività, aveva offerto il manoscritto anche ad altri editori, nessuno dei quali si era mostrato interessato. In effetti il romanzo è pessimo – qualcuno lo definì argutamente “un mattinale di questura” – basti pensare che non è mai stato ristampato, nonostante la successiva fulgida carriera del suo autore, al quale va comunque riconosciuto il merito di aver poi affinato il proprio stile molto in fretta, magari con un piccolo aiuto degli editor che, come si sa, riescono a fare miracoli. Oggi è diventato quasi introvabile, neppure ne esiste copia scannerizzata, ma chi vuole rendersi conto di che cosa si sta parlando può leggersi inizio e conclusione qui.
È evidente che in Mondadori furono allertati dalla nascita della nuova pista satanica e dal clamore mediatico conseguente, quindi riconsiderarono il manoscritto da un punto di vista molto diverso. L’opera rimaneva priva di valore, ed era del tutto inidonea a uscire sul mercato nei classici formati di hard cover o paperback, mentre usata come regalo per un’operazione di traino della rivista Panorama andava benissimo. Possibilmente abbinata a un servizio esclusivo, magari poggiato su informazioni di prima mano che l’autore non poteva negare.
In effetti proprio così andò, anche se l’imprevisto fallimento della perquisizione alla villa con il conseguente traballare della pista satanica costrinse gli attori in gioco a correggere alquanto il loro tiro.

Le accuse a Vigna. Proviamo adesso a dare un’occhiata al contenuto dell’articolo di Panorama dove si annunciava la distribuzione di Assassini a Firenze. Il sommario è questo:

Piero Luigi Vigna, oggi procuratore antimafia, avrebbe depistato le indagini. Lo dice un testimone che racconta di aver visto oltre dieci anni fa il magistrato trattare con una banda di sardi. È credibile? Oppure è una calunnia? Dovranno accertarlo gli inquirenti. Alle prese anche con un nuovo scenario su assassini e mandanti.

Viene poi raccontata la vicenda di un misterioso personaggio che si sarebbe deciso a raccontare la propria verità stimolato dalla trasmissione di Vespa sul Mostro.

Non ha un nome la gola profonda che irrompe nel giallo dei gialli. La sua identità è ovviamente tenuta top secret. Ha già parlato con gli inquirenti, ha consegnato il suo “segreto”. Quale? Piero Luigi Vigna, mentre era pubblico ministero presso la procura di Firenze, avrebbe deviato le indagini per coprire alcuni responsabili dei delitti.
È una novità clamorosa nell’infinita storia del mostro che fa il paio con un nuovo scenario delineato dagli investigatori in un corposo dossier depositato in procura: una nuova ricostruzione di almeno due dei delitti delle coppiette che apre ipotesi inedite su assassini e mandanti.
Secondo quanto risulta a Panorama, la procura di Firenze ha già in almeno un verbale il nome di Vigna nel quale viene indicato come presunto depistatore. […]
Pur essendo praticamente blindata, dalla procura trapelano alcune indiscrezioni. In questi giorni ci sarebbero stati diversi summit tra il procuratore Ubaldo Nannucci e il pubblico ministero Paolo Canessa. Insieme stanno valutando le dichiarazioni e l’attendibilità della gola profonda. Questo segmento dell’inchiesta sta vivendo un momento delicatissimo. E così si spiega l’eccezionale riserbo che lo circonda.

È comprensibile che la testimonianza fosse stata tenuta segreta, se non altro in attesa delle opportune verifiche sull’attendibilità della persona. E infatti nulla fu comunicato ai giornali, se non a Panorama, al quale, facile immaginarlo, le informazioni arrivarono proprio attraverso Giuttari. Verso la fine dell’articolo compaiono le sue personali ipotesi sulla doppia pistola e sulla mano diversa per le prime due escissioni, innanzitutto. C’è poi un passo della sentenza Maradei dove, descrivendo i contrasti di Giuttari con De Donno, il giudice scrive:

[…] nondimeno, non mancarono scontri, come, a esempio, quando, verso la fine del 2001, De Donno, dinanzi alle proteste di giornalisti locali, che si dolevano del fatto che Giuttari avesse rilasciato in esclusiva a Panorama (che una settimana dopo allegò al numero del settimanale un libro scritto da Giuttari) dichiarazioni in merito all'indagine sul "mostro", giudicò scorretto il comportamento di Giuttari, questi all'indomani «[...] minacciò sulla stampa querele perché non mi dovevo permettere di fare valutazioni sulla sua cosa».

Dunque i giornalisti che frequentavano assiduamente Questura e Procura, e ai quali era stata celata la clamorosa testimonianza, protestarono per le informazioni sulla stessa fornite da Giuttari soltanto a Panorama. A capir meglio come andarono i fatti ci aiuta un articolo de “La Repubblica” di qualche tempo dopo (27 marzo 2002), quando la gola profonda che aveva accusato Vigna fu arrestata per calunnia e venne fuori il suo nome.

Calunnia nei confronti di Pier Luigi Vigna, ex procuratore di Firenze, oggi procuratore nazionale antimafia. È  l’accusa che ha portato in carcere il pittore bolognese Franco Mandelli, 60 anni, l'uomo che sostiene che il procuratore Vigna avrebbe depistato le indagini sugli omicidi dei fidanzati, e che afferma di conoscere molti segreti sui delitti del mostro, ed in particolare il luogo in cui sarebbero nascoste la Beretta calibro 22 e il coltello usati per uccidere e mutilare le vittime. Franco Mandelli è stato arrestato la notte scorsa a Monzuno dagli investigatori della squadra mobile di Firenze guidata da Michele Giuttari, su ordine del presidente della sezione Gip Francesco Carvisiglia, che ha accolto la richiesta del Pm Paolo Canessa. […]
Mandelli sostiene di aver avuto accesso, attraverso i suoi parenti sardi e le loro frequentazioni, a molti segreti sui sequestri di persona, sui delitti del mostro, nonché sui rapporti fra criminali ed inquirenti, anche i più inconfessabili. Il 26 settembre 2001, assistendo ad una trasmissione di Porta a Porta sui misteri del mostro di Firenze, decide di raccontare ciò che sa (o sostiene di sapere). Chiama la Rai, entra in contatto con altri giornalisti. Su Panorama del 13 dicembre 2001 esce un servizio sulle sue presunte «rivelazioni». Nel frattempo, il 23 novembre, Franco Mandelli le aveva raccontate a verbale davanti al capo della Mobile di Firenze Michele Giuttari.

In questa sede la storia di Mandelli poco interessa. Per pura curiosità si può accennare al fatto che, poco prima dell’arresto, l’individuo aveva incontrato Gabriella Carlizzi per altre importanti rivelazioni, su pistola e pista sarda, ma la donna aveva prontamente avvertito sia Giuttari sia Canessa, e forse proprio per questo si era proceduto a metterlo dove doveva stare, in galera. Qui interessa dare una valutazione sul comportamento poco limpido di Giuttari, che aveva passato a Panorama informazioni tanto infamanti e tutte da verificare su un magistrato prestigioso come Vigna, tra l’altro proprio colui che aveva fatto la sua fortuna. Evidentemente si era trattato di un ripiego; sia Panorama sia Giuttari contavano su un esito positivo della perquisizione nella villa dei C., e su quello avrebbero ben più volentieri imbastito l’articolo.
Il lettore può tirare da sé le proprie conclusioni. A chi scrive sembra ampiamente giustificato il già espresso sospetto di una inopportuna interazione, nella figura di Giuttari, tra interessi dello scrittore e doveri dell’investigatore. Il che rende ancora più discutibili delle indagini prive di risultati e condotte senza riguardo alcuno per il destino di persone rimaste o risultate innocenti.

La straniera. È nato prima l’uovo o la gallina? Come anche il lettore constaterà, è inevitabile pensare al famosissimo paradosso quando si percorre la storia che sta per essere raccontata nei prossimi paragrafi.
Abbiamo visto che nel mese di ottobre 2001 le indagini sui mandanti avevano alquanto traballato, dopo il colpo della perquisizione fallita nella villa dei C.. Dal patetico recupero della vecchia storia dei cerchi di pietra al ridicolo prelievo del pezzo di muro in via dei Serragli, dalla grottesca perquisizione del casolare addobbato per la festa di Halloween ai roboanti quanto fasulli annunci sull’accertato omicidio di Pacciani, era tutto un pencolare di qua e di là; in poche parole: non si sapeva che pesci prendere. Fino ai primi di novembre. Da Il Mostro:

Maria ha 70 anni portati bene. Il taglio degli occhi e la carnagione denunciano la sua provenienza dai mari del Sud.
Ha cercato varie volte di contattarmi lasciando detto in Questura che aveva notizie sulla vicenda del “mostro di Firenze” e che voleva incontrarmi. L'accontento appena posso. La ricevo insieme al commissario Vinci il 6 di novembre.
Dice di essere criminologa. E di aver già reso anni prima dichiarazioni alla SAM su alcuni fatti che adesso, dopo aver letto sui giornali che l'indagine sta andando avanti, vuole ripetere e precisare.
Lo sappiamo: agli atti ci sono due verbali, redatti il 4 luglio e il 17 novembre del 1990. Il commissario Vinci glieli legge e lei conferma tutto. Ma vuole che si sappia che durante la sua convivenza con un noto professionista fiorentino di cui era stata l'amante, citato negli atti, era arrivata a sospettare che l'uomo avesse rapporti con qualcuno direttamente implicato nei delitti del “mostro”.
Ci parla in particolare di un “Francesco di Foligno”, amico dell'amante e che a Perugia, per quanto aveva potuto appurare, era indicato come il “mostro di Firenze”. Spinta da naturale curiosità aveva incaricato un'agenzia di investigazioni privata di scoprire chi fosse in realtà il chiacchierato amico.
Scoprì che si trattava di un medico, di ottima famiglia, professore all'università di Harvard, annegato nel lago Trasimeno un mese dopo l'ultimo delitto del “mostro”.
All'epoca delle prime dichiarazioni Maria aveva suggerito al dottor Canessa di indagare dove fosse Francesco nelle date dei duplici omicidi, ma non sa se le verifiche fossero poi state fatte e quali ne fossero eventualmente gli esiti.
Faccio immediatamente ricercare negli archivi dell'ex SAM tutto quello che risulta sull'amante della donna e sul medico di Foligno.

La storia potrebbe sembrare sempre la stessa: tramite il pretesto di una nuova audizione si era andati a recuperare un fascicolo vecchio e sepolto da anni. Qualcosa di simile a quello che era successo con Rontini e Calamandrei, insomma, di cui si è già trattato qui. In questo caso, però, dalle parole di Giuttari parrebbe di capire che la testimone si fosse fatta avanti di propria iniziativa. E in effetti si legge sul verbale corrispondente:

Nei giorni scorsi mi sono messa in contatto con l’ufficio della Squadra Mobile allo scopo di poter parlare con il dott. Giuttari e riferire fatti relativi alla vicenda del “Mostro di Firenze”, già in passato raccontati agli inquirenti e nel contempo puntualizzare alcuni dettagli ed episodi, all’epoca appena accennati e non da me approfonditi; dettagli ed episodi che oggi alla luce delle novità investigative che ho avuto modo di seguire sulla stampa, potrebbero essere rilevanti e comunque utili per chi sta indagando. È proprio per questi motivi, ritenendo mio dovere civico offrire il mio contributo alla causa della Giustizia, che ho cercato il contatto con il dott. Giuttari e, oggi, invitata dall’Ufficio, mi sono presentata.

La donna si chiamava Jorge Maria Alves, brasiliana, l’amante Giuseppe Jommi, avvocato fiorentino, e il medico morto nel lago Trasimeno Francesco Narducci. Quando nel 1990 Maria Alves era andata alla SAM a raccontare i propri sospetti sull’amante, la loro quasi ventennale relazione, iniziata negli anni ’60, era già finita da tempo, e male, con anche una dura battaglia giudiziaria intrapresa su tutti i fronti della quale la stessa denuncia alla SAM faceva parte. Chi scrive non ha la disponibilità dei due verbali di cui parla Giuttari, ma un’idea del loro contenuto può trarsi da un paio di annotazioni della questura, invece disponibili, che riguardano quello del 4 luglio. La prima, datata 5, accompagna la trasmissione del verbale in Procura. Vi si legge:

Nel corso del colloquio, iniziato alle ore 11.45 e terminato alle ore 14.00, la Alves Jorge, molto sicura di sé e loquace sino alla logorrea, ha evidenziato alcuni episodi a suo dire estremamente significativi.
In particolare, ha raccontato che la sera dell’8 settembre 1985, quando ancora non si sapeva nulla del duplice omicidio avvenuto a Scopeti, lo Jommi, incontrato dalla donna in questa piazza Davanzati le avrebbe detto che non aveva alibi e le avrebbe anche chiesto se era a conoscenza del delitto. La donna nella circostanza non avrebbe dato alcun peso alle dichiarazioni dell’uomo.
Molto tempo dopo, tuttavia, e precisamente nel dicembre del 1989, la Alves Jorge, leggendo il libro di M. Spezi “Delitti in Toscana”, aveva saputo che il delitto in argomento era stato scoperto da un cercatore di funghi alle ore 15.00 del lunedì successivo.
La donna ha altresì riferito sul conto del suo ex amante alcune considerazioni secondo le quali lo Jommi non è il cd. “mostro di Firenze”, anche se psicologicamente potrebbe esserlo, in quanto il vero “mostro” è un suo amico di Perugia, tale Narducci Francesco, suicidatosi qualche anno fa nel lago Trasimeno.
Si fa riserva, infine, di comunicare con la massima tempestività l’esito degli accertamenti tuttora in corso

Con la seconda annotazione, firmata da Ruggero Perugini e datata 18 settembre 1990, viene comunicato alla Procura l’esito degli accertamenti nel frattempo espletati. Vi viene innanzitutto precisato che “Agli atti di quest’Ufficio lo Jommi risulta: immune da pregiudizi penali e psicopatologici; non ha mai posseduto armi da sparo; di buona condotta morale e civile”. Viene poi descritta la sua famiglia, una moglie e due figli, e le sue discrete proprietà immobiliari, tra cui un appartamento in Firenze dove aveva vissuto in affitto la famiglia di Susanna Cambi, vittima del Mostro a Calenzano (la qual cosa sarebbe stata fonte di future e ingiustificate illazioni).
Infine il documento riprende e commenta le dichiarazioni della Alves.

Per quanto concerne, inoltre, l’incontro avuto dalla Alves con lo Jommi in questa piazza Davanzati la domenica 8 settembre 1985, si significa che sempre nel corso del colloquio del 5.5.90 [è un errore: 4.7.90] la Alves spontaneamente aveva mostrato agli scriventi un’agenda del 1985, nella quale, alla pagina relativa alla citata domenica, vi era annotato un appunto manoscritto che riguardava l’incontro avuto con il suo amante.
Lo Jommi, secondo la Alves, nella circostanza avrebbe dichiarato che vi era stato in provincia di Firenze un altro duplice omicidio a danno di giovane coppia.
A specifica domanda posta dagli scriventi, la donna precisava che la prima parte dell’annotazione, e cioè quella concernente l’incontro, era stata scritta immediatamente dopo che aveva visto lo Jommi, mentre quella relativa alla frase pronunciata dal legale fiorentino (il duplice omicidio) era stata scritta quando era venuta a conoscenza (nel dicembre del 1989 leggendo il libro di Spezi “Delitti in Toscana”) che l’omicidio in argomento era stato consumato il sabato.
È doveroso sottolineare che la vicenda così come raccontata dalla teste suscita qualche perplessità in quanto la Alves si è ricordata del particolare sopra menzionato a distanza di circa quattro anni dall’incontro con lo Jommi Giuseppe.
Per quanto riguarda, infine, il suicidio del medico di Perugia, asseritamente amico dello Jommi, si segnala che la Procura della Repubblica di Firenze a suo tempo fu dettagliatamente informata sul caso.

Negli anni successivi la donna aveva cercato altre volte di coinvolgere l’ex amante nelle indagini sul Mostro, rivolgendosi anche ai magistrati della Procura, tra cui Fleury e lo stesso Vigna. A livello di pura curiosità, si rifletta sulla frase, tratta dal libro di Perugini, già evidenziata in altro articolo: “Per non parlare delle Marielle, delle Marie, delle Margherite e di tutte le donne, fra i quindici e i settantacinque anni, il cui nome cominciava per M, che persero e ci fecero perdere il sonno con le loro continue telefonate”. Ebbene, se tra le Marielle c’era senz’altro la Ciulli, è ragionevole ritenere che tra le Marie ci fosse la Alves, mentre chi scrive non ha notizia di alcuna Margherita (qualche lettore forse potrebbe svelare il mistero).
L’argomento sarà oggetto di un futuro articolo, possiamo però anticipare che sia Giuttari sia Mignini sarebbero stati molto più disponibili ad ascoltare le accuse, di livello sempre crescente, di Jorge Maria Alves, tantoché l’avvocato Jommi avrebbe corso il serio rischio di finire nelle peste come Francesco Calamandrei, del quale però, per sua fortuna, non aveva l’aggravio di una moglie schizofrenica. In ogni caso, per il momento, lasciamo perdere Jommi, e occupiamoci del secondo personaggio tirato in ballo dalla signora brasiliana.

Voci di popolo a Perugia. Come è ben noto, gli archivi della SAM erano pieni di lettere anonime con le quali le forze dell’ordine venivano invitate a indagare su mille possibili “mostri”; tra di esse la più famosa è senz’altro quella del settembre 1985 riguardante Pacciani (senza per questo poter generalizzare, si tenga però presente che dietro c’era soltanto un vicino astioso, anni dopo scoperto). Anche Francesco Narducci, il medico di Perugia indicato dalla Alves come il vero Mostro, era stato oggetto di lettere anonime, ben più numerose dell’unica su Pacciani. Anzi, sulla sua identificazione come Mostro di Firenze si era diffusa nel Perugino un’insistente voce popolare.
Chi era Francesco Narducci? Non è questa la sede per tracciare un ritratto del personaggio, del resto ben noto agli appassionati, basti ricordare che si trattava di un giovane gastroenterologo di ottima famiglia morto durante un’escursione solitaria sul lago Trasimeno l’8 ottobre 1985, un mese dopo il delitto degli Scopeti. Per dare un’idea “incontaminata” di quali erano i sospetti su di lui poco prima della sua “riscoperta” si legga questa interessante lettera scritta a Oreste del Buono da un lettore de “La Stampa” e pubblicata il 7 settembre 2001:

Egr. Sig. Oreste del Buono, ho letto in questi giorni su tutti i maggiori quotidiani, La Stampa in primis, la possibilità della riapertura delle indagini sul caso (sembrava risolto con gli arresti di Pacciani, Vanni e Lotti) del “mostro di Firenze”. Per la verità la notizia non mi ha sorpreso in quanto un paio di anni addietro, trovandomi in vacanza sul Lago Trasimeno e facendo una lunga chiacchierata con un simpatico proprietario di un ristorantino sul lago, avevo sentito parlare di strani fatti “sfuggiti” agli inquirenti (?) e riguardanti il suicidio di un medico chirurgo inizialmente indagato, personaggio legato da parentela a facoltosi industriali del luogo. Il fatto era avvenuto molto prima della morte di Pacciani, il corpo del medico suicida era stato rinvenuto vicino all’Isola Polvese dove aveva lasciato il suo motoscafo prima di gettarsi in acqua. La gente del posto aveva raccontato che la polizia, indagando sul caso, sarebbe venuta in possesso di una misteriosa lettera-confessione.

A favorire i sospetti su Francesco Narducci erano stati molti fattori combinati, tra i quali:
  • il mistero della sua morte, un sospetto suicidio privo di apparenti motivazioni che si cercò di far passare poco verosimilmente per disgrazia; 
  • la frettolosità con cui il cadavere, recuperato dal lago dopo cinque giorni, fu sepolto, senza neppure un’autopsia, come se la famiglia avesse temuto l’emergere di qualche circostanza imbarazzante;
  • la sua professione di medico, come si sa da sempre associata nell’immaginario popolare alla figura di un assassino che mutilava le proprie vittime femminili;
  • la sua notorietà in ambito locale, che enfatizzò ogni altro elemento di sospetto.

I fattori sopra elencati, più magari altri di secondaria importanza, vanno considerati alla stregua dei componenti di una bomba pronta per ricevere l’innesco e poi deflagrare. Il che avvenne nell’autunno del 1986, non appena risultò evidente che per quell’anno il Mostro non avrebbe ucciso, mentre nei cinque precedenti lo aveva sempre fatto. Naturalmente tutti si chiesero il perché, e molti pensarono e sperarono che fosse morto. Qualcuno, compresi alcuni autorevoli commentatori tra i quali Giorgio Abraham, presero anche in esame la possibilità del suicidio per rimorso o paura di essere scoperto. Ecco quindi che i Perugini cominciarono a sentirsi autorizzati a credere che il vero Mostro fosse proprio il loro, quel Francesco Narducci del quale forse già in vita qualche malalingua aveva spettegolato, ma soprattutto morto suicida appena un mese dopo l’ultimo delitto, lasciando una confessione scritta che la famiglia aveva fatto sparire. In effetti le indagini espletate dalle forze dell’ordine di Firenze partirono a inizio 1987 e non prima. 
Dalla sentenza Micheli, dove si riporta un passo della requisitoria di Mignini:

Vi è l’Appunto del M.llo Salvatore Oggianu, delle ore 10 circa del 3.02.1987, con cui il Maresciallo riferisce della telefonata dell’Ispettore Sirico della Squadra Mobile di Firenze che voleva sapere se i CC di Firenze fossero informati sul suicidio avvenuto “pochi giorni orsono nel Lago Trasimeno” (ma è il 1987….). I CC di Firenze rispondono di non saperne nulla e si rivolgono al Nucleo Operativo CC di Perugia e in particolare al Brig. Fringuello che li informava del suicidio avvenuto l’8.10.1985, al Trasimeno, del Prof. Francesco Narducci, coniugato con Francesca Spagnoli.
Il Fringuello riferisce anche che, alcuni giorni prima, era stato contattato da un familiare del medico che gli aveva riferito che lo stesso aveva uno studio medico in Firenze e che, negli ultimi tempi prima del suicidio, si era comportato in modo molto strano.

A conoscenza di chi scrive si tratta del primo interessamento certo a Narducci da parte della SAM e dei carabinieri di Firenze, nonostante si sia parlato su libri e forum – ma soprattutto nella requisitoria di Mignini – anche di fantomatiche indagini precedenti, riguardo le quali non esiste però alcuna documentazione affidabile (delle indagini perugine si tratterà più avanti). Passò poco più di un mese e gli esiti degli accertamenti dei carabinieri furono comunicati a Vigna, come risulta da questa annotazione datata 19 marzo 1987:

Oggetto: Notizie segnalate a Perugia e Foligno su Narducci Francesco in relazione ai noti “duplici omicidi” attribuiti al cosiddetto “mostro di Firenze”.
Poiché lo stesso Narducci è stato dalla voce pubblica delle due citate città indicato come “interessato ai noti omicidi attribuiti al cosiddetto mostro di Firenze”, se ne dà doverosa notizia alla S.V. per ogni valutazione e per i conseguenti accertamenti che riterrà di dover far svolgere.
Per una più completa visione dei fatti si trasmettono:
  • Rapporto giudiziario nr. 200/1 redatto dall’Arma di Magione (PG) il 19.10.1985 in relazione al decesso di Narducci Francesco;
  • Referto richiesto alla Conservatoria dei registri immobiliari di Firenze circa la possidenza di appartamenti in questa provincia, risultato, contrariamente a quanto era stato riferito per vie brevi, del tutto negativo.

Nel documento si parla di “voce pubblica” di Perugia e Foligno, che quindi, forse tramite lettere anonime forse per altre vie, doveva essere giunta anche all’orecchio della SAM, peraltro in modo parziale o comunque deformato, visto che Sirico riteneva che il presunto suicidio fosse un fatto di appena pochi giorni prima. E se gli accertamenti richiesti dai carabinieri di Firenze a quelli di Perugia erano stati indotti dalla voce pubblica, la stessa voce pubblica ricevette da quegli accertamenti ulteriore vigore. La notizia arrivò infatti alla stampa e venne pubblicata in alcuni articoli usciti in occasione dell’arrivo di una lettera di un falso Mostro a Silvia Della Monica.
Così il 12 aprile 1987 “Il Corriere dell’Umbria”, quotidiano di Perugia (questo e i due trafiletti successivi vengono ripresi da 48 small di Alvaro Fiorucci):

I cacciatori del mostro hanno indagato sulla morte di Francesco Narducci. Un accostamento, nonostante l’esplicita ammissione di magistrati e polizia, che ha fatto ipocritamente inorridire anche quelli che con gli stessi argomenti imperversavano nei bar, nei salotti e nelle redazioni dei giornali appena due ore dopo il ritrovamento del corpo di Francesco Narducci. […] Da quel giorno non si è smesso di parlare di quella morte misteriosa perché legata ad una scomparsa misteriosa. Accanto a testimonianze più o meno fasulle arrivano le voci incontrollate. E la spiegazione di questi funerali frettolosi: hanno nascosto le prove del suicidio, la famiglia sapeva tutto, Narducci aveva lasciato un messaggio. Poteva bastare. Il resto serviva solo alla fantasia che rimane tale anche dopo la sortita di magistrati e polizia che indagano sul mostro di Firenze, i quali fanno intendere soltanto ora di aver investigato inutilmente sulla morte (anzi si parla esplicitamente per la prima volta di suicidio) di Francesco Narducci.

Dal medesimo quotidiano del giorno successivo:

Una ridda di illazioni e dicerie ha coinvolto il medico perugino morto nel Trasimeno nel giallo del maniaco di Firenze. […] L’insistente vociare sulla sua morte è persino arrivato a solleticare la curiosità e l’interesse della speciale squadra anti mostro insediata a Firenze. Gli inquirenti toscani hanno voluto vederci chiaro, sulle rive del Trasimeno e a Perugia ha indagato anche Paolo Canessa, uno dei magistrati che indaga sul maniaco, ma non ha raccolto un solo elemento che lo convincesse a proseguire il soggiorno investigativo. Di Francesco Narducci era stata chiacchierata una sua vita privata fiorentina. Che anzi dalle parti di Lastra a Signa, alla periferia di Firenze, avesse affittato un appartamento in cui la polizia dopo la sua morte avrebbe rinvenuto alcune sezioni di tessuto umano conservate in teche colme di paraffina e c’era chi trovava il tempo per elettrizzare il simposio rivelando che il dottor Narducci prima di uccidersi aveva lasciato un messaggio in cui si autoaccusava dei delitti attribuiti al cosiddetto mostro.
Ma la lettera, inutile dirlo, non è stata mai trovata e questo, grottescamente, ha contribuito ad alimentare fandonie prodotte oltre i confini della farneticazione.

Nonostante che nei due articoli si fossero criticate le voci malevoli e si fosse riportato l’esito negativo delle indagini, la loro uscita sul principale quotidiano di Perugia non dovette far altro che amplificare i sospetti della gente. I quali ricevettero ulteriore impulso dall’intervento minaccioso di Narducci  padre sul medesimo quotidiano del 14 aprile:

Leggo vostra corrispondenza del 12 e del 13 aprile. Protesto con sdegno contro il contenuto e la forma delle notizie da voi divulgate. È falsa e assurda ogni correlazione tra la morte di mio figlio e i fatti di Firenze, così come è falso che mio figlio si sia suicidato. Faccio espressa riserva del diritto di querela.

È bene comunque precisare che le indagini fiorentine sul possibile coinvolgimento di Narducci nei delitti del Mostro non si erano chiuse in quei giorni dell'aprile 1987. La parola fine arrivò il 4 luglio 1988, con una nota inviata a Vigna dal colonnello dei carabinieri Vittorio Rotellini, dove si riportava l’esito di un accertamento secondo il quale, al momento del delitto di Calenzano, il gastroenterologo si trovava negli Stati Uniti. Nella stessa nota si dichiarava che nessun automezzo o motomezzo a lui appartenuto era mai stato soggetto a controlli durante i servizi preventivi anti mostro. Pertanto questa era la conclusione: “Dalle risultanze di cui sopra si può escludere che il Narducci Francesco possa essere responsabile dei duplici omicidi avvenuti in provincia di Firenze”.
Prima dell'arrivo della nota di cui sopra, il nome di Francesco Narducci era emerso in una lista di 256 nominativi, compilata dai carabinieri, dal titolo “Elenco di tutte le persone segnalate da anonimi e non dopo il duplice omicidio Stefanacci-Rontini del 29.7.1984, trattate da questo ufficio, escluse quelle segnalate con elenco compilato in data 17.6.1987”. Si è fantasticato sin troppo su questa circostanza, cercando di approfittarne per retrocedere ad appena dopo il delitto di Vicchio l'ingresso di Narducci sotto le attenzioni delle forze dell'ordine fiorentine. Non è così. Non esiste alcun motivo per non ritenere che Narducci fosse in elenco causa le indagini effettuate su di lui in quello stesso 1987.
Negli anni successivi altre segnalazioni e altre lettere anonime avrebbero continuato a sottoporre la figura di Narducci all'attenzione degli inquirenti fiorentini, peraltro sempre più orientati a cercare la soluzione del caso in un soggetto di caratteristiche del tutto opposte, Pietro Pacciani. E sempre, sulla base di quel documento del 1988, la loro reazione sarebbe stata negativa. Di Jorge Maria Alves abbiamo visto. È di tre anni dopo, 28 ottobre 1993, la consegna di un dossier in Procura da parte di Valerio Pasquini, un investigatore privato che aveva approfondito la vicenda Narducci con ricerche in loco. La sua speranza, andata delusa, era stata quella di ricavarne un utile tramite pubblicazione su qualche rivista.
Si ritiene di fare cosa gradita ai numerosi appassionati alla figura di Narducci la messa a disposizione di tale documento, scaricabile qui assieme a varia altra documentazione al contorno. Il parere di chi scrive è che si tratti nella sostanza di una raccolta di chiacchiere, in ogni caso il lettore potrà giudicare da sé. Molto probabilmente fu proprio dalla lettura del dossier Pasquini che Giuttari trasse le maggiori informazioni sulla vicenda Narducci, lo avesse letto dopo l’audizione della Alves, come lui afferma, oppure ben prima, come sembra logico sospettare.

3 commenti:

  1. È pazzesco qualsiasi persona che si presentasse nelle sale della questura per riferire notizie sul mostro veniva subito presa in considerazione senza verificarne un minimo di attendibilità..i soldatini partivano in pompa magna senza tener conto del danno che potevano arrecare a persone e cose qualora tali "dritte' si fossero rivelate infondate.. triste per chi ci capita in certe situazioni

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  2. Valerio Pasquini, secondo alcuni, sarebbe appartenuto alle forze dell'ordine. Prenderei per buona la tua versione (investigatore privato) ma ti chiedo conferma.
    Grazie per il dossier.

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    1. Io ho preso per buona la versione di Mignini, che così scrive nella sua requisitoria, come viene riportato dalla sentenza Micheli. E non ho motivo di dubitarne, considerati gli eventi noti.

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