martedì 18 aprile 2017

Ville, messe nere, servizi segreti (1)

Giuttari torna e pensa al mostro”. Così s’intitolava un trafiletto de “La Repubblica” del 10 agosto 2000 sul ritorno definitivo del coriaceo poliziotto alla guida della Squadra mobile. All’interno questa sua bellicosa dichiarazione: “sono pronto a calarmi in pieno nelle attività investigative […] anche per dare un nuovo impulso alle indagini legate ai duplici omicidi che stavo seguendo personalmente su delega del pm Paolo Canessa”. Giuttari aveva dunque tutte le intenzioni di riprendere a pieno ritmo la ricerca dei misteriosi mandanti – vedi Dal “dottore” alla setta – dopo due anni di tira e molla con i funzionari del Ministero dell’Interno che avevano cercato di fermarlo. Ma dal dire al fare c’è di mezzo il mare. Nell’anno e poco più successivo, infatti, sarebbe riuscito a mettere in piedi soltanto tentativi confusi, tra illusioni e delusioni, fino al disastro dell’inutile e crudele perquisizione di una villa dove aveva creduto di poter trovare la sede di una presunta setta. Questa, infatti, si sarebbe imposta come prevalente ipotesi di lavoro nelle sue ricerche: non un solitario dottor Jekyll impegnato a collezionare parti di donna, quindi, ma una setta satanica che le avrebbe usate in misteriose cerimonie segrete. Intanto, prima di ributtarsi a capofitto nelle indagini, raccolse la sua ultima soddisfazione dall’inchiesta precedente. Da Storia delle merende infami:

Il 28 settembre 2000 Mario Vanni è tornato in carcere. Con la sentenza della Corte di Cassazione che ha respinto il ricorso, passando in giudicato la condanna all'ergastolo, le porte di Sollicciano si sono riaperte per lui. È cominciata un'altra Via Crucis, che dura tuttora.
Quello che accadde il 28 settembre del 2000 non mi piacque, avvertii come una esibizione ingenerosa il fatto che il postino fosse catturato con il contributo delle auto della polizia, con tanto di sirene spiegate, senza alcuna discrezione. Anzi, per condurlo in carcere si scomodò addirittura lo stesso capo della Squadra Mobile dottor Michele Giuttari. (In genere provvedimenti simili appartengono ai carabinieri, che li eseguono nelle prime ore del mattino, evitando al catturando la vergogna delle manette in vista dei vicini di casa e dei compaesani).
Al seguito della polizia c'era il fotografo d'un quotidiano. Il giorno successivo, "La Nazione" pubblicò la foto di Vanni e quella dell'esecutore della cattura. Quest'ultimo con un'aria molto soddisfatta, e col consueto sigaro toscano fra le dita della destra.

Omicidi collaterali. Poco o nulla era accaduto sul fronte delle indagini durante i due anni di beghe tra Giuttari e Ministero, e poco o nulla accadde anche nei primi mesi successivi al definitivo reintegro. Evidentemente il superpoliziotto cercava qualche spunto da cui partire. Non sono disponibili a chi scrive documenti che attestino il suo brogliaccio di lavoro dell’epoca, ci sono però delle fonti alternative dalle quali si può tentare di farsene un’idea: il libro Il Mostro e alcuni articoli di giornale. Scriveva il sempre ben informato Gianluca Monastra su “La Repubblica” dell’8 settembre 2000:

Dall'ufficio del pm Paolo Canessa sono partite le deleghe dirette al capo della squadra mobile Michele Giuttari. Passo formale che riapre a tutti gli effetti l'inchiesta sui sedici delitti della calibro 22. L'ipotesi dell'accusa dice: c'era un livello superiore a dirigere la banda di esecutori degli omicidi del mostro, personaggi finora senza nome, ma sui quali sono già puntati occhi e attenzioni della squadra mobile. Mandanti che negli anni successivi alla scia di sangue del mostro (otto duplici omicidi dal 1968 all'85) avrebbero agito per coprire, nascondere. Chiudere la bocca a testimoni scomodi.
Secondo questa ipotesi, un contributo decisivo potrebbe dunque giungere dalla soluzioni di altri delitti commessi fra il 1993 e il 1994 e cioè pochi mesi dopo l'arresto di Pietro Pacciani e durante il suo processo di primo grado. Si tratta degli omicidi di Francesco Vinci e Angelo Vargiu, trovati morti bruciati il 7 agosto 1993 nelle campagne di Chianni, in provincia di Pisa, nel bagagliaio di una Volvo. Di Milva Malatesta e del figlio Mirko, ritrovati anche loro bruciati dentro la Panda della donna, pochi giorni dopo, il 29 agosto 1993, a Barberino Val d'Elsa. E infine di Milvia Mattei, uccisa in casa a San Mauro a Signa.
Strani intrecci legano le vittime di questi omicidi. Francesco Vinci (nell'82 accusato e poi scagionato dall'accusa di essere il mostro) conosceva Pietro Pacciani e Milva Malatesta. Questi ultimi erano in contatto visto che la madre di Milva (Antonietta Sperduto) era amante di Pacciani. Guarda caso, poi, Milvia Mattei aveva avuto relazioni con Fabio Vinci, figlio di Francesco Vinci, e Giuseppe Sgangarella, amico di Francesco Vinci e Pietro Pacciani.

Secondo Giuttari – come avrebbe scritto qualche anno dopo ne Il Mostro Francesco Vinci, coinvolto nell’omicidio del 1968, avrebbe passato la pistola a Pacciani e compagni, conosciuti perché frequentatori come lui della stamberga di Salvatore Indovino. Avrebbe poi cercato di ricattare i mandanti, finendo per farsi uccidere assieme alle altre quattro persone in qualche modo a lui collegate. Ipotesi audacissima, priva però di qualsiasi riscontro, se non quello di una assai sospetta dichiarazione di Giancarlo Lotti, un altro probabile aiutino che aveva preceduto di qualche mese quello del “dottore”.
Per comprendere meglio l’accaduto è necessario partire dal 1991, quando Giuseppe Sgangarella, ergastolano stupratore e uccisore di una bambina, aveva tentato di ottenere qualche beneficio inventandosi di aver ricevuto da Pacciani indicazioni sul nascondiglio della famigerata pistola. Il bluff non poteva durare e non durò, ma con la nuova inchiesta l’individuo riprese pigolo e si rifece vivo. Da Compagni di sangue:

Da me interrogato il 10 giugno 1996 presso il carcere di Firenze, aveva dichiarato che, durante la propria detenzione, aveva conosciuto sia Pacciani che Francesco Vinci. Da quest'ultimo aveva appreso alcuni fatti che concernevano il Pacciani. Lo Sgangarella all'epoca faceva lo scrivano e aveva modo di parlare con diversi detenuti, era divenuto amico del Vinci, con cui aveva instaurato un rapporto di fiducia. Vinci gli aveva confidato di aver conosciuto, nella zona di San Casciano, circa dieci anni prima del racconto, il Pacciani e altre persone, tra cui un postino, amico del Pacciani, e alcune prostitute. Gli aveva raccontato che erano soliti riunirsi, con Pacciani e con altri amici, in una casa colonica, disabitata, nelle campagne di San Casciano, per fare i tarocchi e predire il futuro. Lui, all'epoca, non aveva ancora conosciuto Pacciani. Vinci, che era accusato per i delitti del "Mostro", gli aveva riferito che stava pagando per gli amici, dai quali era stato abbandonato. Diceva che se avesse deciso di parlare sarebbe finita male.

Si trattava di clamorose menzogne, non c’è dubbio. Quando Sgangarella aveva riferito alle forze dell’ordine le fantomatiche confidenze di Pacciani sul nascondiglio della pistola, già da prima – “lui, all'epoca, non aveva ancora conosciuto Pacciani”, scrive lo stesso Giuttari – il Vinci avrebbe dovuto avergli riferito le sue. E allora, perché non aveva raccontato anche di quelle? Ma l’ingolosito investigatore prese molto sul serio le parole del malvivente, e due giorni dopo, assieme a Canessa, andò da Lotti a cercarne conferma. Il verbale relativo dà un’idea dell’incredibile imbeccamento che ci dovette essere stato (A.D.R. = a domanda risponde).

A.D.R. Lei mi chiede a questo punto di dire se conosco particolari motivi per cui fu commesso l'omicidio del 1983. Io quel che sapevo l’ho già detto. Lei mi chiede se ho mai sentito dire da Pacciani o da Vanni se l'omicidio del 1983 ai danni dei due uomini tedeschi era stato fatto perchè all'epoca c'era qualcuno in carcere. Io di questo non ho sentito parlare.
Si dà atto che l'Ufficio informa il LOTTI che le indagini hanno fornito elementi in proposito.
A.D.R. Io questa cosa non la so. Lei mi chiede ancora se con riferimento alla lettera inviata da Pacciani, che era in carcere, a Vanni di cui ho già parlato abbia capito o meno che Pacciani chiedeva a Vanni di fare qualcosa per scagionarlo quando era accusato di essere il mostro di Firenze. Io non so niente in proposito.
Si dà atto che il P.M. informa il Lotti che anche su tale circostanza le indagini hanno fornito elementi in tal senso.
A.D.R. Anche di questa cosa non so niente.

Lotti, di primo acchito, dichiara di non saper nulla dell’argomento, ma i suoi interlocutori gli dicono che invece dovrebbe, poiché le indagini hanno fornito elementi in proposito. Il che lo mette in agitazione. Così continua il verbale:

Si dà atto a questo punto che il Lotti si manifesta agitato e dice, come del resto ha fatto più volte sino ad ora, di soffrire di un dolore alla schiena che lo preoccupa da diversi giorni e che gli ha impedito di rispondere all'interrogatorio del 28 Maggio u.s..
Si dà atto a questo punto che l'interrogatorio viene sospeso dalle ore 18.45 alle ore 19.00 ed in tale lasso di tempo il difensore ha chiesto ed ottenuto di parlare con il proprio assistito.

Dopo la quanto mai opportuna pausa vengono riaffrontati alcuni argomenti, dei quali qui interessa quello dell’omicidio di Giogoli.

A.D.R. Voglio ancora a questo punto precisare qualcosa che non ho spiegato prima con riferimento all'omicidio ai danni dei due uomini tedeschi. Effettivamente il Vanni prima dell'omicidio mi disse che dovevano fare sortire uno dal carcere e che bisognava andare a fare l'omicidio. Mi costrinsero quindi ad andare con loro nei modi che ho già descritto.
A.D.R. Io non so dire, perchè non me lo hanno detto, chi aveva costretto Pacciani e Vanni a fare quell' omicidio.
A.D.R. Non conosco il motivo per il quale il Pacciani dovette fare quanto gli era stato chiesto. Il Vanni mi diceva che Pacciani doveva fare un omicidio sennò tutti e tre noi eravamo coinvolti ma non spiegò altro.
A.D.R. Non so dire come Pacciani avesse ricevuto il messaggio e da chi. In sostanza Vanni diceva: "O FACCIAMO SORTIRE QUELLO DI CARCERE O CI ANDIAMO DI MEZZO NOI". Non mi hanno spiegato altro. Io per la verità capivo poco perchè dovevo andare sempre con loro ma oramai sapevo che ero anche io coinvolto e quindi andai con loro quando uccisero i due tedeschi seguendoli in macchina come ho detto.
A.D.R. Vanni non mi ha spiegato ed io non l’ho chiesto, come e perchè il Pacciani fosse legato a quello in carcere.
Lei mi chiede a questo punto di spiegare cosa mi disse il Vanni di questa persona dal momento che all'epoca dopo l'omicidio dei due uomni tedeschi fù scarcerato un sardo e che all'epoca parlarono di ciò i mezzi di informazione. Io di questa cosa so solo quello che mi disse il Vanni e che quello che era in carcere che conosceva Pacciani poi fù scarcerato. Di nomi, di circostanze e di fatti precisi non so altro.
Mi vengono a questo punto mostrate quattro foto, di cui due di profilo, raffiguranti VINCI Francesco, che vengono allegate al verbale, e mi viene detto che raffigurano la persona che all'epoca fù scarcerata. Io devo dire che questa foto mi ricorda qualcuno che ho visto ma non sono proprio sicuro. Lei mi chiede di spiegare meglio ed io Le dico che ho la sensazione di avere visto una persona che assomiglia a quella della foto dell'uomo con la barba. Non so dire di più anche se Lei mi invita a riflettere. È  una persona che credo assomigli a qualcuno visto in giro a S.Casciano non so dire dove ne con chi.

Come si vede, già quei quindici minuti di pausa e il colloquio di Lotti con il proprio avvocato avevano fatto cambiare alquanto la musica, poiché i “non so niente” erano tutti diventati dei “so qualcosina”. Ma il bello doveva ancora venire (“ha capito molto bene cosa si attendono da lui i magistrati”, avrebbero scritto Fornari e Lagazzi). Dal verbale dell’interrogatorio di un mese dopo, 15 luglio:

Si dà atto preliminarmente che il PM è stato avvertito telefonicamente dal Dirigente la Squadra Mobile che il Lotti nel pomeriggio alle ore 18 dopo un colloquio con il proprio difensore di fiducia ha manifestato la volontà di riferire al PM altri particolari importanti a sua conoscenza relativi ai fatti per i quali è indagato.
Si dà atto che in primo luogo il Lotti ha subito dichiarato di essersi ricordato in questi giorni di altri fatti a suo giudizio importanti e relativi ai fatti di indagine e che ha subito riferito di essersi ricordato il nome e cognome della persona che era in carcere quando fu commesso l'omicidio del 1983 che fu eseguito da Pacciani e Vanni nei modi già descritti proprio per scagionare questa persona che nel 1983 era in carcere perchè accusata di essere il Mostro di Firenze; tale nome è quello di VINCI FRANCESCO e gli fu fatto dal Vanni.
In proposito ha poi precisato che questa persona il cui nome gli fu poi fatto dal Vanni lui l'ha vista due volte a San Casciano: una volta era da solo e una seconda volta era in compagnia del Vanni.
Ha poi precisato che la prima volta vide quest'uomo in San Casciano nella piazza dell'orologio e vide che proveniva dalla parte della trattoria dirigendosi in giù verso il Comune. Quando vide questa persona il Lotti era seduto di faccia al bar centrale di piazza dell'orologio e non ebbe modo di vedere da dove esattamente questi provenisse nè dove andasse al di fuori delle direzioni indicate. Non ebbe modo di vedere se aveva nei pressi un mezzo di locomozione avendolo visto a piedi.
Ha precisato che questa persona aveva la barba perchè la vide di fronte ed è quella raffigurata nelle due foto in alto di profilo e di fronte che già gli erano state mostrate e che erano state allegate nel verbale di interrogatorio del 12 giugno 1996 che vengono allegate in copia al presente verbale redatto in forma riassuntiva.
Si dà atto che il Lotti non è stato in grado di precisare l'epoca in cui vide questa persona ricordando solo che si trattava di ora diurna. Ha poi aggiunto che la stessa persona la vide dopo circa una settimana sempre di giorno nei pressi del bar centrale in compagnia di Mario Vanni. Ha precisato che in quell'occasione non si avvicinò ai due che camminavano uno accanto all'altro e che si allontanarono senza che il Lotti avesse l'opportunità di parlare con loro.
Si dà ancora atto che il Lotti ha dichiarato che dopo il giorno in cui vide il Vanni insieme a questa persona con la barba in piazza a San Casciano quando successivamente incontrò il Vanni gli chiese chi fosse quella persona con la barba ed in quella occasione il Vanni gli riferì che era colui che avevano fatto uscire dal carcere commettendo l'omicidio del 1983.
Il Lotti è stato invitato a ricordare il periodo in cui vide nelle due occasioni dette la persona poi indicata dal Vanni per Vinci Francesco ma il Lotti ha dichiarato di ricordarsi che ciò avvenne tanto tempo fa dopo l'omicidio del 1983 non sapendo precisare quando dato il lungo tempo trascorso. È stato chiesto al Lotti di precisare se dal Vanni aveva saputo chi fosse veramente e cosa facesse il Vinci Francesco e il Lotti in sintesi ha riferito che il Vanni non voleva dire niente in proposito nonostante che esso Lotti lo scalzasse e che il Vanni alla fine disse solo il nome e cognome Vinci Francesco spiegando che era un sardo e niente altro.

Ecco quindi la versione finale, questa volta ricca di gustosi particolari, uscita dopo un mese durante il quale Lotti aveva avuto tutto il tempo di riflettere sulle sue convenienze di presunto pentito. A questo punto, quale valore si può attribuire all’unica prova di un legame tra Francesco Vinci e i Compagni di merende, e quindi di una possibile lettura in chiave esoterica del suo omicidio e di quello delle altre quattro persone?

Il presunto omicidio di Pacciani. Mentre Giuttari rifletteva sulla pochezza degli elementi a sua disposizione, i mesi passavano senza eventi di rilievo. Fino alla fine di marzo 2001, quando lo scalpitante investigatore decise di passare all’azione, riesumando, in mancanza di meglio, i dubbi già espressi tre anni prima sulla morte di Pacciani.
Pietro Pacciani era uscito dal carcere, da innocente, nel febbraio 1996, senza trovare nessuno ad aspettarlo. Le figlie se ne erano andate da tempo, mentre la moglie era stata quasi sequestrata – non si sa bene da quale autorità e in base a quale diritto – e condotta in una struttura a lui sconosciuta. Viveva quindi da solo, nell’abbandono più completo, recluso in una casa piena di sporcizia. Non passò molto tempo prima che le sue già precarie condizioni di salute lo portassero alla morte. Aveva 73 anni.
Avvertiti da un vicino, la mattina del 22 febbraio 1998 i carabinieri di San Casciano rinvennero il cadavere di Pacciani disteso sul pavimento di casa sua. Il decesso risaliva alla notte stessa, come stabilì il medico legale intervenuto poco dopo, per il quale era anche ipotizzabile una presunta causa di morte: collasso cardiocircolatorio. “Cause naturali? Mah, aspettiamo gli esami...” commentò Canessa a caldo, e Giuttari dopo l’autopsia che aveva confermato l’infarto: “Andiamoci cauti, qualcosa non torna, come le macchie trovate sulle spalle di Pacciani”.  Fu ordinata una perizia tossicologica, del cui esito non si ha notizia, quindi si deve ritenere che non fu trovato nulla riguardo una possibile assunzione di sostanze nocive. In ogni caso per il momento la Procura non formulò alcuna ipotesi di reato e non aprì alcun fascicolo. Che però fu aperto tre anni dopo. Da “La Repubblica” del 29 marzo 2001:

Pietro Pacciani potrebbe essere stato ucciso. La Procura di Firenze ha aperto oggi un fascicolo contro ignoti per la morte dell'agricoltore accusato degli omicidi del "mostro" di Firenze e morto nel 1998 in attesa del secondo processo d'appello. Testimonianza chiave sarebbe quella di Carmelo Lavorino, uno degli investigatori del pool difensivo di Pacciani, convinto, oggi come due anni fa, che l'uomo fosse stato "portato verso la morte giorno dopo giorno, goccia dopo goccia".
Lavorino è stato ascoltato oggi dal capo della squadra mobile di Firenze, Michele Giuttari, come persona informata sui fatti. E ha aggiunto nella sua testimonianza che potrebbe essere stata una sostanza, forse un farmaco, assunta nel tempo da Pacciani a provocarne la morte. Ad avallarne l'ipotesi il fatto che il cadavere, trovato nella casa di Mercatale il 22 febbraio 1998, sul pavimento, in posizione prona, avesse le macchie ipostatiche (quelle che si formano sulla parte del cadavere rivolto verso terra) sulla schiena e non solo sull'addome.

Carmelo Lavorino, vulcanico ed eclettico personaggio, investigatore, criminologo, maestro di karatè e magari altro, ne aveva già sparate tante, la più clamorosa delle quali era stata la scoperta del vero Mostro, individuato nel povero Natalino Mele, che quindi avrebbe ucciso la prima volta quando aveva 12 anni (sic!); ci scrisse persino un libro. A quanto pare, che Pacciani fosse stato ucciso lo aveva messo nero su bianco fin da subito, purtroppo però la documentazione relativa non è nella disponibilità di chi scrive. Considerando il suo ruolo di consulente della difesa nel processo d’appello e le sue sempre feroci critiche alle indagini, si potrebbe anche pensare che il suo punto di vista sui responsabili del presunto omicidio fosse esattamente opposto a quello di Giuttari. Al quale però andava bene comunque, poiché l’interrogatorio di Lavorino gli fu di pretesto a far aprire un fascicolo contro ignoti nel cui ambito fu commissionata una perizia tecnica. Furono pertanto sottoposti ad attento esame tossicologico alcuni reperti prelevati all’epoca dal cadavere, alla ricerca di veleni e farmaci, con un risultato che, secondo i giornali di cinque mesi dopo, pareva inequivocabile: Pacciani era stato ucciso. Ecco che cosa ne scrisse “La Repubblica” del 31 ottobre 2001:

Pacciani ucciso da un farmaco. Non un semplice infarto, ma un omicidio "pulito", silenzioso e camuffato. Ora non è soltanto un'idea per rileggere in modo diverso la morte di Pietro Pacciani, ma un'ipotesi puntellata da una perizia tecnica richiesta dalla procura e ieri mattina consegnata nelle mani del sostituto procuratore Paolo Canessa, pm dell'inchiesta sui delitti del mostro. Per mesi, i tossicologi forensi Francesco Mari e Elisabetta Bertol hanno analizzato liquidi organici e passato al setaccio la grande quantità di medicine trovate a casa Pacciani. Risultato: ottanta pagine di relazione. Ieri il pm ha ritirato la perizia e imposto il silenzio totale sui risultati. «Vogliamo leggerla con grande attenzione» dicono in procura. Ma dal buio del top secret, qualcosa trapela e quel qualcosa racconta una storia sospetta che spalanca la porta all'ipotesi dell'omicidio. Un mese dopo le anticipazioni di Repubblica sulla perizia, arriva dunque la conferma. Sotto accusa c'è un farmaco, una medicina prescritta a Pacciani nell'ultimo anno di vita che sarebbe stata controindicata per un soggetto come lui, cardiopatico, obeso, piegato dal diabete. Un farmaco che se assunto per troppo tempo ed in quantità eccessiva sarebbe divenuto fatale per un uomo di 73 anni con tre infarti alle spalle. E invece tracce di quella sostanza sarebbero state trovate nei liquidi organici di Pacciani, dando nuovo vigore all'ipotesi di una morte indotta, con passo lento ma inesorabile, pillola dopo pillola.

In realtà il farmaco killer era un semplice antiasmatico, l’Eolus, che Pacciani teneva in casa in forma di bomboletta spray, alla quale probabilmente si era attaccato la notte in cui morì poiché faceva fatica a respirare. Fu rintracciata la dottoressa che un anno prima aveva prescritto il medicinale: “Glielo ordinai occasionalmente, perché in quei giorni soffriva di bronchite”, spiegò in modo assai convincente. Quindi, ammesso e non concesso che fosse stato l’uso eccessivo del farmaco a provocare o facilitare la morte di Pacciani, certamente non c’era dietro alcun delitto premeditato.
In una recente intervista ha dichiarato l’anatomopatologo Giovanni Marello (vedi qui al minuto 25):

Un altro elemento di folklore è la morte del Pacciani. La morte del Pacciani è stata un po' etichettata da qualcuno come un tentativo di soppressione da parte di terzi, sono stati ipotizzati avvelenamenti e cose del genere. In realtà io ho eseguito l'autopsia del Pacciani e il Pacciani è morto di cause naturali. È morto di cause naturali in quanto aveva un cuore bovino, un'ipertrofia cardiaca massiccia con tutta una situazione correlata di scompenso cardiaco che non è correlabile con una morte per avvelenamento. Questo farmaco che lui assumeva è un farmaco che praticamente non è stato ritrovato nel sangue. Per cui non essendo stato ritrovato nel sangue ma soltanto all'interno del contenuto gastrico non ha nessun tipo di significato dal punto di vista anche di una patogenesi nei confronti della morte.

Nonostante l’evidenza, ancor oggi Michele Giuttari continua a insistere sul presunto omicidio, come si rileva dal suo ultimo libro Confesso che ho indagato uscito nel 2015:

Pacciani è riverso sul pavimento della stanza, con i pantaloni abbassati fin sotto i glutei, la maglia sollevata sul petto e, ai piedi, un paio di scarpe sporche di fango.
Il medico informa il sostituto procuratore che, a suo dire, il decesso risale all'una circa della notte precedente. E che la causa della morte sarebbe un probabile arresto cardiocircolatorio. [...]
Intanto i carabinieri informano il sostituto procuratore di essere accorsi subito dopo aver ricevuto una telefonata da un vicino di casa, di aver trovato completamente spalancate sia le due porte d'ingresso sia le finestre e di aver visto sul pavimento della cucina, dove regna un disordine indescrivibile, un blister di pillole medicinali. Le luci erano tutte spente.
Qualcosa non mi torna. Abbiamo saputo dai vicini e accertato durante le intercettazioni telefoniche che all'imbrunire Pacciani era solito sbarrare porte e finestre e chiudersi all'interno senza ricevere nessuno.
Mi domando perchè le luci fossero tutte spente, soprattutto considerando che la morte risalirebbe all'una di notte. Mi sembra strano che Pacciani si sia mosso al buio, e con porta e finestre spalancate.
Continuo a fissare il cadavere soffermandomi sulla maglia arrotolata. È come se qualcuno lo avesse trascinato sul pavimento, una caduta improvvisa per un malore non avrebbe sicuramente quell'effetto su un indumento. Anche il sostituto procuratore s'insospettisce per quel dettaglio e chiede ai carabinieri e al medico se per caso sono stati loro a spostarlo. Nessuno di loro lo ha fatto, quindi il sostituto chiede di girare il corpo. Ci sono macchie ipostatiche dove non avrebbero dovuto esserci, prova inconfutabile che il cadavere è stato spostato dopo la morte.
È ormai quasi certo: non si tratta di morte naturale, avvenuta per caso un sabato notte. Casualmente la giornata della settimana preferita dal Mostro.

Come si vede la fantasia dell’ormai affermato scrittore non ha limiti. Purtroppo però va anche contro la logica. Si deve innanzitutto osservare che i molti particolari che nello scenario gli paiono sospetti in realtà non lo sono affatto. Tra i sintomi di un infarto in corso, che non sempre è fulminante, ci sono pressione al petto, mancanza d’aria e sudorazione, i quali ben spiegano il perché Pacciani avesse aperto porte e finestre e avesse tentato di togliersi la maglia, mentre le luci spente possono giustificarsi con la paura che i vicini lo vedessero.
Infine le macchie ipostatiche. Non è ben chiaro dov’erano, e il perché Giuttari le consideri incompatibili con la posizione in cui era stato rinvenuto il corpo. Nell’immediato Marello aveva detto: “C’è una spiegazione, il sangue era molto fluido. La presenza delle macchie ipostatiche è legata a fenomeni cadaverici. Le lievi manipolazioni subite nell’intervento del medico d’urgenza possono esserne la causa”. In ogni caso una semplice considerazione di buonsenso taglia la testa al toro. Nell’ipotesi più malevola, Pacciani sarebbe stato ucciso pian piano dall’uso di un farmaco in grado di aggravare la sua cardiopatia, e non da un veleno a effetto immediato, come il cianuro, tanto per fare un esempio. E allora, come faceva il misterioso personaggio che ne avrebbe spostato il corpo a prevedere la sua morte proprio in quel sabato sera, “la giornata della settimana preferita dal Mostro”? Gli faceva visita tutte le notti all’insaputa dei vicini?

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