sabato 8 aprile 2017

Dal "dottore" alla setta (3)

Segue dalla seconda parte

La moglie del farmacista. A quanto risulta dalla documentazione nota, riguardo Francesco Calamandrei, classe 1941, titolare in San Casciano di una storica farmacia fondata dal nonno, non erano state lettere anonime o malevole voci di popolo ad allertare le forze dell’ordine, anzi, la persona in paese era benvoluta da tutti e tutti avrebbero giurato sulla sua estraneità ai delitti del Mostro. Fu invece qualcuno molto vicino a lui a coinvolgerlo nella vicenda, come attesta questo verbale, inviato dai carabinieri di Borgo Ognissanti di Firenze alla Procura:
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In data 28.6.1988, persona conosciuta da questo Nucleo, che ha chiesto di rimanere anonima, ha riferito di nutrire sospetti nei confronti di Calamandrei Francesco […] ritenendolo il possibile autore dei delitti in oggetto ed al riguardo esternava fatti ed episodi che suffragherebbero i suoi sospetti, tra i quali, oltre ad una serie di comportamenti ambigui, avrebbe notato che il Calamandrei, dopo l’ultimo omicidio avvenuto in S.Casciano V.P., aveva dei graffi al volto ed in altre parti del corpo. […] Detta persona riferiva altresì che il Calamandrei era o è in possesso di una pistola non denunciata, della quale se ne sarebbe disfatto gettandola in mare.
Stante ad una successiva informazione fornita dalla stessa persona il Calamandrei avrebbe dovuto possedere due pistole, all’apparenza molto simili, che avrebbe dovuto detenere nella casa al mare.
Questo Nucleo svolgeva i dovuti accertamenti e veniva a conoscenza che il sospettato non ha armi denunciate […] pertanto riteneva opportuno procedere a perquisizione domiciliare […] che dava esito negativo. […]
Sul conto del sospettato non sono emersi  elementi che suffragano i sospetti forniti, pertanto questo Nucleo non ritiene che possa essere considerato il possibile autore della serie dei duplici omicidi attribuiti al c.d. “mostro” di Firenze.
Il Calamandrei da qualche tempo vive separato dalla moglie Ciulli Mariella […]. È noto a questo Ufficio che la coppia suddetta attualmente sta vivendo il momento più difficile a causa del perfezionamento della loro separazione.

Certe volte è possibile individuare un evento all’origine delle disgrazie di qualcuno, e nel caso dello sfortunato farmacista lo è: aveva scelto la moglie sbagliata, una donna che portava dentro di sé il seme della follia. Come ben si comprende dalla lettura del verbale, la persona che nutriva sospetti verso di lui e che aveva chiesto di rimanere anonima era, infatti, proprio la moglie.
Francesco Calamandrei e Mariella Ciulli si erano sposati nel 1969, e presto avevano messo al mondo due bambini, Francesca e Marco. Purtroppo nel loro matrimonio erano anche emersi gravi problemi, acuiti dalla fragilità di due condizioni psicologiche entrambe difficili. L’uomo era affetto da sindrome bipolare, quindi soggetto a forti oscillazioni dell’umore tra stati di esaltazione e stati di depressione, ma a covare i disturbi di gran lunga più importanti era la donna, un soggetto fragile e problematico fin dall’adolescenza. Di condizione benestante, certamente i genitori non le avevano fatto mancare nulla, ma non erano riusciti a comprenderla, provocando le sue reazioni esagerate, tra le quali ricordava un periodo di anoressia e la finzione di forti dolori addominali che l’avevano condotta verso un’inutile appendicectomia. La ricerca inconscia di una nuova famiglia l’aveva poi indotta a sposarsi troppo presto, a 21 anni, e troppo in fretta, dopo appena pochi mesi di frequentazione con il futuro marito.
Nel 1985, in piena crisi coniugale, Mariella Ciulli si era presentata presso il Centro di Salute Mentale Infanzia-Adolescenza di Firenze per parlare dei disturbi comportamentali del figlio Marco, dopo la sollecitazione della sua scuola. Il ragazzo fu poi preso in carico da apposito specialista, ma intanto erano emersi anche importanti problemi della madre – depressione, ansia, attacchi di panico – fronteggiati alla bisogna con qualche compressa di Tavor. Per questo la medesima struttura aveva organizzato per la donna un ciclo di colloqui psicoterapici che sarebbero andati avanti per qualche anno, senza però miglioramenti, anzi, con un progressivo aggravamento del disagio psichico.
Scorrendo il diario clinico tenuto dalla sua psicologa, Adima Ringressi, si ha modo di comprendere come Mariella Ciulli fosse avviata verso un percorso purtroppo irreversibile di allontanamento dalla realtà, nel quale, a un certo punto, alla figura negativa del marito si saldarono le emozioni altrettanto negative per la vicenda del Mostro di Firenze. Si tenga presente che quelli erano gli anni del dopo Scopeti, quando ancora si temevano nuove feroci imprese del misterioso assassino, e tutti in città e in provincia ne erano angosciati. Al mese di maggio 1987, dopo un anno e mezzo di sedute, emersero i primi segnali di pensiero paranoide.

Il ripensare alla sua vita matrimoniale le fa focalizzare il pensiero sulle parti più cupe. Il suo dover sempre lottare per poter avere un po’ di amore, l’essere sempre stata sola nell’affrontare le difficoltà, l’avere la coscienza di non aver mai avuto accanto un uomo come lei sognava, tutto questo le fa apparire coloro che la circondano come nemici.
Consiglio alla sig.ra Ciulli di farsi aiutare farmacologicamente in questo momento così delicato e di rivolgersi pertanto ad uno psichiatra.

A novembre dello stesso anno entrò nei colloqui l’argomento “mostro”.

In questo periodo si è venuta a creare una situazione estremamente critica. C’era stato un riavvicinamento da parte del marito ma nel contempo c’è stata una nuova grossa frustrazione per la signora Ciulli che riferisce di un interesse del marito per una sua amica. Questo ha fatto scatenare la sua rabbia che si è risolta in una violenta scenata cui ha fatto seguito una denuncia da parte di questa amica e del marito, che ha chiesto la separazione per colpa.
Nel parlare del marito la signora fa dei riferimenti ad una serie di pensieri che le affollano la mente. Dice che è come se, nel ripensare al passato, in lei affiorassero delle immagini che la turbavano, tanto che le era venuto il sospetto che il marito potesse entrarci qualcosa nelle vicende del mostro di Firenze.
Lei è molto angosciata ed io molto preoccupata.
Le dico che, probabilmente, tutto ciò che sta vivendo e che, ripensando alla sua vita, le è tornato alla mente, potrebbe aver procurato in lei un’immagine così negativa del marito da viverlo come un “mostro”. [...]
Le rinnovo il consiglio di rivolgersi ad un medico specialista e non solo al medico curante.

In  data giugno 1988, il documento riporta queste frasi:

Compaiono sempre più massicciamente pensieri legati alle vicende del mostro. È molto interessata a tutto quello che viene scritto e si sente molto coinvolta in tutto ciò. Mi sembra che questo pensiero stia diventando un’ossessione.
Le cose che dice di ricordare sono francamente confuse, almeno per me. Non riesco bene a distinguere se sono cose lette o conosciute in altro modo – oppure una alterazione della percezione della realtà.

Alla fine di quello stesso mese, il 28, Mariella Ciulli andava dai carabinieri a raccontare i propri sospetti sul marito. Il perché sarebbe stata lei stessa a spiegarlo alla propria psicologa, come risulta dal diario clinico del gennaio 1989: “Mi ha riferito di aver avuto bisogno di andare a parlare alla SAM perché i pensieri che le assillavano la mente potessero essere valutati e sperando che le potessero togliere quell’idea fissa”. Un’idea fissa che purtroppo non se ne andò affatto, anzi, continuò a radicalizzarsi nella mente malata della donna, che tra l’altro rifiutava di assumere i farmaci indispensabili a una persona nel suo stato. Come risulta da una dichiarazione scritta rilasciata in seguito dalla responsabile della struttura, le venne diagnosticato il gravissimo disturbo di “psicosi schizoaffettiva di tipo depressivo”.
Nel 1991 il caso di Mariella Ciulli fu preso in carico dal Centro di Igiene Mentale, una struttura dedicata agli adulti e senz’altro più idonea a fronteggiare la sua difficile situazione. Ma il peggioramento era ormai inarrestabile, nonostante l’impegno dei medici e della figlia Francesca, che dopo i primi contrasti si era resa conto della gravità della sua malattia e si era assunta l’onere di seguirla in modo costante, mentre il figlio Marco purtroppo era entrato già da tempo nel tunnel della tossicodipendenza.

Escalation di denunce. Dopo la prima segnalazione ai carabinieri nel 1988, Mariella Ciulli riferì dei propri sospetti in molte altre occasioni, oltre che alle forze dell’ordine anche ad amici e conoscenti, a semplici estranei, e persino a qualche personaggio coinvolto in prima persona nella vicenda del Mostro. Nel valutare gli eventi che stanno per essere qui riassunti, si tenga presente che la donna era lucidissima durante i propri racconti, tantoché i suoi interlocutori rimanevano sconcertati per il contrasto tra il loro contenuto inverosimile e la sicurezza di chi li riferiva. Affinchè il lettore se ne faccia un’idea corretta, giova precisare che al suo primo TSO – Trattamento Sanitario Obbligatorio, procedura riservata a chi risulta del tutto fuori di testa – i medici che ne disposero il ricovero descrissero la donna come “disponibile, cortese, collaborativa, lucida”. Ecco una breve cronistoria dei fatti principali.
Non è molto noto, ma nel luglio 1994 Rosario Bevacqua, difensore di Pacciani, tentò inutilmente di introdurre in dibattimento una testimone, Morella Sani, con la speranza che le sue dichiarazioni potessero scagionare il suo assistito. La Sani, assieme al marito Paolo Caramelli, aveva gestito un bar situato nelle vicinanze del luogo del delitto del 1968, nel quale Mariella Ciulla era entrata più volte raccontandole dei propri sospetti sul marito. Nel 1994 la Sani fece pervenire a Bevacqua un memoriale, di cui ecco alcuni brani:

Nel corso del 1988 ho avuto modo di fare conoscenza con una signora, di cui successivamente ho raccolto le confidenze che mi ha fatto partecipe di un segreto che la angosciava; la stessa all’epoca era lucida, benché angosciata e disperata per il terribile segreto […]
La signora ricordava, a proposito del delitto del 1968, di essere stata sul luogo dello stesso e di aver corso durante la notte con un bambino in braccio; diverse volte portò mio marito sul luogo, per cercare di ricostruire tutta la vicenda, perché di quella sera rammentava soltanto di aver partecipato ad una seduta presso un (od una veggente), e sicuramente di essere stata sotto l’effetto di qualche medicinale o “intruglio” […]
La Ciulli rammentava anche che una sera il marito fu chiamato telefonicamente da una persona con la quale fissò un appuntamento in via del Moro a Firenze; un paio di giorni dopo apprese dai giornali che proprio quella sera in quella via una prostituta fu uccisa a coltellate. […]
La signora Ciulli disse di aver realizzato la terribile ed agghiacciante verità dopo il delitto del 1985; il marito rientrò in nottata graffiato al volto, e lei successivamente rinvenne presso la residenza familiare una maschera di carnevale (dei figli) in gomma od in lattice lacerata in alcuni punti, nonché una borsa di plastica macchiata di sangue, con dei guanti da chirurgo; successivamente la signora rinvenne nel freezer un fagotto (che il marito aveva sempre sostenuto contenere cibo per cani), che rivelò contenere una mammella femminile (qualcosa di spugnoso) e l’organo genitale femminile (sembrava, “con quei peli, un collo di pollo”).

Sembra evidente come Mariella Ciulli si fosse fatta suggestionare dai molti, troppi articoli che stava leggendo sulla vicenda – “È molto interessata a tutto quello che viene scritto e si sente molto coinvolta in tutto ciò”, si legge non a caso nel suo diario clinico – dove comparivano alcuni degli elementi che poi erano entrati a far parte dei suoi falsi ricordi. Come i guanti da chirurgo trovati a Scopeti e le prostitute uccise a Firenze, fino al freezer dove l’immaginario collettivo riteneva che il maniaco conservasse le parti di donna. C’è anche da dire che molti particolari sarebbero cambiati nelle successive dichiarazioni, come quello del bambino in braccio, a dimostrazione, se ancora ce ne fosse bisogno, della totale fantasiosità dei suoi racconti.
Nei mesi di marzo e aprile 1991 Mariella Ciulli contattò molte volte la SAM, alla quale consegnò un memoriale di dieci pagine. In una nota diretta a Vigna, compilata nel 1994 dalla stessa SAM, venivano riassunti quegli eventi:

In data 1.3.1991 si presentò alla SAM per verbalizzare dichiarazioni che coinvolgevano il marito nel delitto del 1968 a Castelletti di Signa. La Ciulli consegnava anche un suo memoriale firmato composto da dieci pagine che le fu fatto leggere e che è stato documentato anche su nastro.
Si segnala che la donna, pochi giorni prima della sua presentazione in Questura, in data 14.03.1991 si era recata a casa di Rontini Renzo per  dirgli che il Mostro era il suo ex marito.
In data 11.04.1991 la Ciulli si ripresentava alla SAM per integrare le sue precedenti dichiarazioni ed esternava rammarico per quella che considerava inerzia da parte della P.G. e della A.G. in ordine alle accuse da lei mosse nei confronti del marito.

Dopo i reiterati tentativi presso la SAM, Mariella Ciulli riuscì a portare le sue accuse anche in Procura, dove fu ascoltata direttamente da Vigna.

Pertanto la Ciulli veniva sentita a verbale dalla S.V. il 16 aprile 1991 alle ore 16.45. Emergeva con tutta evidenza la inattendibilità della teste, nonché la incrollabile volontà di nuocere al Calamandrei in quanto la stessa sosteneva di essersi nuovamente recata con lui sul luogo del delitto il pomeriggio seguente all’omicidio del 1968 e di aver preso una coperta da dentro l’auto degli uccisi mentre il Calamandrei aveva preso un beauty-case. La S.V. contestava alla Ciulli che ciò non poteva essere vero perché dagli atti processuali risultava che l’auto era stata rimossa e posta sotto sequestro presso la Compagnia di Signa alle ore 9.30 del giorno 22.8.1968, poche ore dopo il delitto, avvenuto nella notte precedente. Dal momento in cui furono rinvenuti i cadaveri del Lo Bianco e della Locci l’auto fu piantonata dai CC fino alla rimozione. La Ciulli prese atto della contestazione, si dichiarò sollevata nella coscienza e disse che l’auto da lei vista quel pomeriggio era sicuramente un’altra vettura.

Mariella Ciulli non si perse d’animo neppure di fronte all’evidenza dei fatti che lo stesso Procuratore Capo le aveva illustrato, e continuò con il suo via vai alla SAM.

Non contenta della deposizione di cui sopra, il giorno seguente, 17.4.1991, la Ciulli denunciava che il marito poteva aver occultato una pistola in un soppalco di casa sua per cui, su delega del PM, SAM e ROS si recavano nella sua abitazione fiorentina dove procedevano ad una accurata ispezione con esito negativo.
In ultimo la Ciulli contattò la SAM in data 26 aprile 1991 coinvolgendo nelle sue farneticanti dichiarazioni anche il giornalista Mario Spezi che, a suo dire, avrebbe custodito per alcuni mesi una pistola affidatagli dalla Ciulli (che l’aveva sottratta al marito). Secondo la donna questi se ne era impossessato prelevandola dalla macchina del Lo Bianco.
Infine è doveroso rappresentare che la Ciulli, così come si presentò a casa di Rontini Renzo, verosimilmente deve essere stata a trovare l’attuale imputato Pacciani Pietro alcuni mesi prima che questi venisse arrestato..

Come si vede, la Ciulli era andata a raccontare dei propri sospetti a Renzo Rontini e probabilmente anche a Pacciani. In particolare il suo rapporto con Rontini fu particolarmente morboso e, a giudizio della figlia, le causò ulteriori peggioramenti, fino al primo ricovero in ospedale a luglio 1992 seguito a ottobre dal primo TSO.
Riguardo il memoriale di dieci pagine consegnato alla SAM, si può farsene un’idea da questo breve estratto riguardante il delitto del 1968 – l’ossessione di gran lunga maggiore della donna – contenuto nella sentenza De Luca.

A fine estate ’68, dopo essersi recata col Calamandrei (allora per lei soltanto un amico) a casa di una signora che “toglieva il malocchio”, si era appartata con lui in campagna in località “Castelletti”, quando avvertì alcuni spari; dopo pochi istanti videro un bambino, il quale piangeva dicendo che la mamma era morta, indicando un’altra auto parcheggiata nei pressi; il Calamandrei andava a vedere e tornava dicendo che nell’auto non c’era nessuno, poi accompagnava il bambino con una bicicletta che si trovava nei pressi, attraversando un ponticino; mentre attendeva il ritorno del Calamandrei, vedeva passare “un uomo in bicicletta… indossava una mantella scura ed un cappello ed era di corporatura piccola, si soffermò un attimo a guardarmi ma proseguì verso l’auto più grande dove si fermò ad osservarla per poi proseguire…”; osservando meglio vide nella vettura due persone “una con la testa più eretta, l’altra con la testa reclinata verso la prima…”; poiché lei si sentiva male, tornarono a casa dell’amica, dove la Ciulli fu fatta stendere su un letto.
Il giorno seguente il Calamandrei, agitato, le chiese telefonicamente di accompagnarlo in un luogo dove era stato a pescare in precedenza, e dove aveva perso il mulinello; la portò nello stesso luogo della sera precedente; mentre lui rovistava nell’erba, passarono tre uomini in divisa, forse Carabinieri, e il Calamandrei, nel vederli, inaspettatamente l’abbracciò “per impedirmi di rispondere alle loro domande”; quindi il Calamandrei si diresse verso l’auto della sera precedente, prese qualcosa e, subito dopo, la portò via.

Per completare lo scenario, vale la pena infine esaminare l’episodio che forse più di tutti riesce a illustrare quanto fosse stata folle la povera donna e al contempo quanto fosse stata convincente nei suoi inverosimili racconti. Alle 2 del pomeriggio del 22 dicembre 1991, condotta dalla cognata, Mariella Ciulli suonò alla porta di Don Belladelli, parroco della Sambuca (frazione di Tavernelle) per confidargli le sue paure intorno al delitto di una coppia programmato da un gruppo di persone per quella notte stessa. Del gruppo, tra gli altri, avrebbero fatto parte il marito, il figlio e addirittura Piero Luigi Vigna (che la donna conosceva bene essendo stata amica della moglie).
Ecco qualche brano delle dichiarazioni di Don Belladelli, riportate dalla sentenza De Luca:

Conobbi la Ciulli nell'anno ‘84 o giù di lì; ricordo anche un episodio particolare: era una notte d'estate, mi sembra del 1991, in cui Mariella si presentò scalza a casa mia, era agosto, suonò, andò subito in giardino e mi disse che sentiva delle voci che le dicevano che doveva scappare, perché c’erano delle bombe.
[…] il racconto della Ciulli era molto preciso e perentorio, nel racconto non c’era nessuna componente che denotasse in sé un qualche squilibrio. In altri termini, la donna parlava come un’agitata, ma con la testa a posto. In particolare, non cadde mai in una qualche contraddizione, da farmi sospettare che la cosa fosse inventata, magari per darsi importanza, o comunque che lei fosse fuori dii testa. Il fatto che la donna parlasse di un evento di quella stessa notte e il realismo con cui parlava, mi indussero a cercare un contatto immediato con le Forze dell’Ordine, cosicché contattai telefonicamente il maresciallo Tagliaferri, che la conosceva bene.

Soltanto dopo aver parlato con gli agenti lo sconcertato parroco si rese conto di aver avuto a che fare con una donna malata, ma quasi non ci voleva credere.

Uno dei Carabinieri, sentendo che questa donna si agitava molto, mi chiese nel dettaglio che tipo di movimenti costei faceva: a seguito delle indicazioni che io detti mi fu detto che in effetti si trattava di persona che loro conoscevano, perché aveva già fatto a loro questo tipo di rivelazioni. Devo dire con sincerità che fu solo in quel momento e a seguito di questa affermazione, che mi venne il sospetto che la donna potesse essere una persona con dei problemi mentali e che quindi parlava per esibizionismo o millanteria. […]
Essendo i fatti tanto gravi era meglio secondo i CC svolgere gli opportuni accertamenti in merito, io, per parte mia, tornai in parrocchia talmente colpito dalla cosa che mi raccolsi in preghiera, andando addirittura in chiesa, che riaprii per questo specifico scopo. Seguii con apprensione le cronache giornalistiche del giorno dopo, rimanendo rinfrancato dall'assenza di qualsiasi riferimento al racconto fatto dalla Ciulli. Ricordo che addirittura aprii il televisore alle sei della mattina, per seguire i primi annunci di cronaca.

A titolo di curiosità, è il caso infine di far notare come Mariella Ciulli avesse probabilmente ispirato alcune pagine un po’ camuffate di Un uomo abbastanza normale, il noto libro di Ruggero Perugini. Sembra pacifico, ad esempio, che ci fosse lei dietro la signora che accusava il fratello avvocato (p.198-199), mentre ancora più esplicita appare una frase a p. 122: “Per non parlare delle Marielle, delle Marie, delle Margherite e di tutte le donne, fra i quindici e i settantacinque anni, il cui nome cominciava per M, che persero e ci fecero perdere il sonno con le loro continue telefonate”.

Il farmacista. Come già il lettore può immaginarsi, nel 1998 la situazione mentale di Mariella Ciulli aveva raggiunto punte di gravità estrema. La povera donna viveva ancora da sola a Firenze, seguita dalla figlia, ma era soggetta a sempre più frequenti TSO (dal 2000, dopo l’incendio del proprio appartamento, fu ricoverata in modo permanente, e dal 2002 interdetta). Anche l’ex marito non stava bene, sempre preda di gravi angosce e tormenti a causa della sua sindrome bipolare e conseguente abuso di farmaci che certo a lui non mancavano. Il figlio non riusciva a liberarsi dalla tossicodipendenza, che dieci anni dopo lo avrebbe portato alla morte per overdose. Questo era il tragico quadro familiare in cui a un certo punto, senza alcun riguardo e senza alcuna cautela, irruppero le ottuse indagini della nascente pista esoterica.
In una lettera inviata da Giuttari a Canessa il 10 giugno 1998 si legge:

In riferimento al procedimento penale in oggetto si trasmette il verbale di assunzione di informazioni rese da Rontini Renzo in data 06 maggio u.s.
In merito si precisa che nel predetto verbale il Rontini riferisce che la moglie del Dott. Calamandrei, farmacista di San Casciano, lo contattò telefonicamente più volte nel 1990 per riferirgli circostanze che avrebbero visto lo stesso medico coinvolto nei delitti del c.d. Mostro di Firenze.
L’anno seguente fu lo stesso Dott. Calamandrei a recarsi a casa di Rontini per esternargli la sua totale estraneità ai fatti per i quali la moglie lo accusava. Lo invitò insistentemente anche ad andarlo a trovare, cosa che Rontini fece più volte senza mai trovarlo.
A seguito di questa serie di contraddizioni, supportate anche dal fatto che il medico in questione fu uno dei primi al quale Mario Vanni scrisse durante la sua detenzione ed al fine di chiarire l’episodio esposto da Rontini, si chiede alla S.V. di voler delegare questo ufficio ad assumere informazioni dal Dott. Calamandrei […] valutando l’opportunità di autorizzare altresì l’esecuzione di perquisizione domiciliare volta a rinvenire cose utili e/o pertinenti alle indagini in corso.

Che Rontini e Ciulli avessero avuto dei contatti era ben noto alle forze dell’ordine, Rontini stesso lo aveva denunciato; che cosa c’era quindi di nuovo su Calamandrei tale addirittura da giustificare la richiesta di una perquisizione domiciliare? Il documento accenna a una “serie di contraddizioni” che sarebbero emerse dalla recente audizione di Rontini, che però sembrerebbero limitarsi al contrasto tra l’insistenza di Calamandrei affinché Rontini lo andasse a trovare e il fatto che questi vi fosse poi andato senza trovarlo. Si legge nel verbale:
 
Giunto alla farmacia parlai con la commessa lì presente, la quale mi disse che il Calamandrei non era al momento presente in farmacia, ma sarebbe arrivato di lì a poco. Aspettai ancora altro tempo, ma ritornato per più volte la commessa mi disse che il Calamandrei non si era visto ed allora me ne andai.
Dopo qualche tempo ritornai alla sua farmacia di S.Casciano ed anche questa volta incontrai la commessa che mi riferì che il Calamandrei non era al momento in negozio, ma era lì nei pressi, per cui a breve sarebbe sicuramente arrivato. Aspettai per qualche ora ma, anche in questo caso il dottore non si fece vivo, per cui me ne andai senza averlo visto.
Aggiungo, ma non ne sono certo, di essermi recato alla farmacia del Calamandrei anche una terza volta, ma neanche in quest’ultima occasione ebbi modo di incontrarlo.
A.d.r. Non ho altro da dire.

Secondo Giuttari il non farsi trovare di Calamandrei sarebbe stato dunque sospetto. Ma di che cosa poteva aver avuto paura il farmacista se in precedenza era andato lui stesso da Rontini per respingere le accuse della moglie? Alle quali peraltro il fin troppo coinvolto – nelle indagini – genitore di una vittima non aveva mai creduto, se è vero come è vero che non risulta una sua particolare pressione affinché venissero approfondite. Evidentemente in quelle due o tre occasioni Calamandrei, che magari si trovava nella fase depressiva della sua sindrome, non se l’era sentita di affrontare un colloquio che di sicuro non si preannunciava troppo piacevole. Del resto il suo invito doveva essere stato più un pro-forma che altro, come spesso succede.
C’è però un ulteriore elemento messo sul piatto da Giuttari: una lettera che Vanni aveva scritto a Calamandrei dal carcere, una delle tante lamentazioni inviate dal pover’uomo a mezza San Casciano nei primi mesi della sua detenzione. Leggiamola, compresi gli errori di ortografia.

Carissimo Farmacia Calandrei gli scrivo questa lettera per farli sapere che stò male in 9 mesi non mi è riuscito di telefonare alla moglie Luisa che schifo cari farmacisti che vergogna è questa non ne posso più di stare in galera non ho fatto nulla è una vergogna questa e chiedo la Nazione e non la portano da 10 giorni che sistema è questo… Mi ha detto il mio avvocato di Firenze che fino al processo non mi mandano a casa il signor giudice Vigna e Canessa insomma siamo a un bel punto ha detto l’avvocato Pepi Gianpiero che stia tranquillo e beato ci vuole pazienza insomma.
Quando tornerò a casa faremo un bel (carteggio ???) se lo permette il Maresciallo perché io sono innocente non ho fatto nulla di male e vi faccio tanti saluti a Francesca e signorina farmacista
Arrivederci a presto tanti saluti Vanni Mario

Giudichi il lettore quanto queste parole possano far venire il sospetto che tra Francesco Calamandrei e Mario Vanni ci fosse stato un rapporto di mandante-esecutore dei delitti del Mostro di Firenze! Si tratta invece della più evidente dimostrazione che questo rapporto non esisteva, altrimenti giammai Vanni avrebbe potuto scrivere una lettera di tale tenore. Semplicemente, quando ancora faceva il postino, ogni tanto la farmacia Calamandrei gli chiedeva il favore di consegnare dei farmaci a persone che non erano in grado di muoversi, quindi si era creato un rapporto non tanto con il titolare quanto con la stessa farmacia e i suoi dipendenti, ai quali, infatti, il pover'uomo si rivolgeva: “Carissimo Farmacia Calandrei”, “cari farmacisti”, “vi faccio tanti saluti”.
In realtà quel che intrigava di più i nostri investigatori erano le vecchie accuse di Mariella Ciulli, per avvalorare le quali si sarebbe cercato di far partire la sua malattia in un punto successivo al loro inizio (il tema sarebbe stato oggetto di aspri scontri in sede processuale). Al momento quel che serviva era un pretesto per riaprire il vecchio faldone, e Giuttari non trovò di meglio che tirare in ballo Rontini e la lettera di Vanni. Ma bastò, poiché le autorizzazioni necessarie furono prontamente concesse.
Il 7 luglio si procedette sia a interrogare Calamandrei sia a perquisire la sua casa di San Casciano, con un bottino però molto, molto misero. Tra gli oggetti sequestrati – quadri, agende, libri, giornali – il più intrigante fu ritenuto “Diva satanica”, una rivista così descritta nella nota GIDES del 2 marzo 2005:

Al suo interno (risultavano mancanti, siccome strappate, le pagg. 9 e 10, il cui contenuto quindi si ignorava) c’erano racconti di satanismo sessuale del tipo “Streghe, passione e crudeltà – I trionfi della Luna nera” (pag.20), “I circoli satanici del libertinaggio” (pag.46), “Il sangue e la Rosa” (pag.56), nonché foto e fumetti di tortura, anche estrema, nei confronti della donna. In pratica, quei contenuti denotavano uno specifico interesse di un particolare tipo di lettore amante dei significati esoterici e di scene di violenta perversione sessuale che sembrava compatibile con la personalità perversa dei presunti mandanti degli omicidi.

Ma l’opera che aveva così allarmato Giuttari altro non era che un libro di “studio, ricerca e documentazione sull'erotismo satanico”, come esso stesso si definisce, edito da Glittering Images e facente parte di una celebre collana specifica (altri eloquenti titoli: “Diva desiderio”, “Diva fetish”, “Diva puttana”, “Diva bizzarre”).


All’interno non racconti, ma saggi di storia dell’erotismo in triplice lingua (italiano, inglese, francese), con magnifiche immagini di genere tratte da fumetti, soprattutto, ma anche da film, fotoromanzi, quadri e illustrazioni d’autore. Con un salto in libreria Giuttari se ne sarebbe potuto facilmente procurare una copia integra – la seconda edizione riveduta e corretta risaliva a due anni prima – risolvendo così il mistero delle pagine mancanti. Per la cronaca, la pagina 9 riporta la fine della traduzione inglese di un saggio sulle figure sataniche femminili nella storia (Eva, la prima tentatrice, Lilith, demone femminile di origine mesopotamica, Salomè, celebre personaggio del Vangelo di Marco), la 10 l’inizio di un saggio sulle antiche feste orgiastiche, intitolato “Le Baccanti delle selve – Orge per Priapo e Dioniso”. Certamente un’opera per un pubblico adulto, cui, a suo dire, Calamandrei sarebbe stato interessato in qualità di pittore, per ricopiarne alcune immagini – e il foglio strappato, sul quale ce n’erano quattro, gli darebbe ragione – ma che in ogni caso ritenere compatibile con le perversioni dei presunti mandanti pare davvero un’eresia. Anzi, va tenuto presente che Calamandrei, da persona istruita e benestante qual era, teneva in casa una biblioteca di qualche migliaio di volumi, quindi il fatto che Diva satanica fosse stato ritenuto l’unico compromettente per i contenuti esoterici dimostra soltanto il suo totale disinteresse per il tema.
A mettere ancor più in cattiva luce il povero cristo fu il rinvenimento di “varia documentazione cartacea (agende, appunti, riflessioni…), che sembrava attestare una forma di depressione acuta e di crisi di paura di cui il Calamandrei probabilmente doveva essere affetto”. Che l’uomo avesse sofferto di gravi problemi dell’umore non era però un segreto, del resto migliaia e migliaia di altri italiani gli facevano buona compagnia. In più con una ex moglie schizofrenica che lo accusava di essere un assassino e un figlio caduto nel tunnel della droga, la depressione di Francesco Calamandrei si poteva anche comprendere, ma per i nostri impietosi investigatori anch’essa sarebbe stata un motivo di compatibilità con i mandanti degli omicidi del Mostro!
Infine l’interrogatorio, nel quale Calamandrei ammise d’essere stato amico d’infanzia di Giulio Zucconi e di avergli concesso l’utilizzo, una volta a settimana, di un ambulatorio medico annesso alla propria farmacia. Coincidenze che i nostri investigatori ritennero molto significative, poichè, ai loro occhi, il rapporto tra i due rafforzava la sospettosità di entrambi. Per quanto risulta a chi scrive, cominciava a delinearsi qui la confusa ipotesi dei “mandanti gaudenti” di San Casciano, asse portante del futuro processo contro Francesco Calamandrei. Possiamo anticipare che dentro la partita Giuttari aveva intenzione d’infilarci anche i proprietari di una villa situata nei dintorni del paese, nella quale aveva soggiornato uno strano pittore. In ogni caso era ancora presto, poiché i suoi superiori badarono bene d’intervenire.

Il partito avverso. Da un punto di vista operativo la Squadra Mobile guidata da Giuttari dipendeva dalla Procura di Firenze, alla quale infatti doveva chiedere i permessi per effettuare interrogatori e perquisizioni. Ma, in quanto parte della Polizia di Stato, amministrativamente la dipendenza era dal Ministero dell’Interno, organo di governo con sede a Roma, dove Giuttari il 20 agosto fu convocato e dove, senza troppi complimenti, il funzionario addetto gli notificò un cambiamento della sede di servizio e dell’incarico. Sulla carta si trattava di un avanzamento di carriera – promozione a vicequestore vicario – nei fatti lo si voleva estromettere dall’inchiesta sui mandanti. Giuttari però non aveva alcuna intenzione di farsi da parte. Da Il Mostro:

Tornato a Firenze senza perdere tempo metto al corrente Paolo Canessa, che più stupito di me scrive subito ad Antonino Guttadauro che nel frattempo ha sostituito Piero Luigi Vigna al vertice della Procura di Firenze. È una lettera fermissima che conclude dicendo senza mezzi termini che "nell'ipotesi del trasferimento ci sarebbe una responsabilità sul punto dello stesso ufficio della Procura della Repubblica essendo il funzionario impegnato nelle indagini e, in particolare, in quel filone che mira a far luce sul mandante dei duplici omicidi che, secondo le risultanze dibattimentali, sarebbe stato un medico conoscente di Pacciani".

Il trasferimento fu bloccato, ma appena qualche mese dopo, il 3 marzo 1999, dal Ministero tornarono all’attacco, reiterando la proposta di promozione e trasferimento, ancora una volta rimandata al mittente.
Il successivo 5 agosto Giuttari fu messo di fronte a una decisione già presa, che quindi non poteva rifiutare, in questo caso chiaramente punitiva, poiché lo avrebbe relegato dietro una scrivania all’Ufficio Stranieri. Ma la sua resistenza era tutt’altro che doma: mentre i legali incaricati impugnavano il provvedimento di fronte al TAR del Lazio, lui non si presentò e si mise in aspettativa per motivi di salute, utilizzando il gran tempo libero per porre le basi della propria fortunata carriera di giallista di successo (con un primo risultato assai modesto, Assassini a Firenze, distribuito in allegato a Panorama nel dicembre 2001).
Il braccio di ferro con i vertici della Polizia continuò ancora per un anno. Il TAR dette ragione a Giuttari, e respinse il successivo appello intentato dal Ministero, cosicché il 28 febbraio 2000 il coriaceo investigatore che voleva rimanere a tutti i costi commissario poté riprendere il proprio posto. Non era finita, però, poiché neppure un mese dopo, il 25 marzo, il Ministero ne dispose un nuovo trasferimento, ancora all’Ufficio Stranieri, e questa volta il conseguente ricorso al TAR non sortì effetti. A questo punto il lettore già annoiato si rassicuri, poichè siamo giunti all’ultimo atto della storia, almeno per il momento: sostenuto dai sindacati di Polizia, Giuttari fece appello al Consiglio di Stato e la spuntò, ottenendo, il 27 luglio 2000, il reintegro definitivo nel proprio incarico a capo della Squadra Mobile. E soprattutto la possibilità di riprendere, dopo ben due anni di pausa, la ricerca dei mandanti.
Perché i superiori di Giuttari volevano impedirgli di cercare gli eventuali mandanti? Chi erano i membri di quello che lui definisce “partito avverso”? Si legge ne Il Mostro:

Un'opinione pubblica peraltro nient'affatto persuasa, e a ragione, che gli anni di terrore inflitti da un "mostro" apparentemente inafferrabile possano ridursi all'attività di tre rozzi e limitati personaggi emersi da un sottomondo di grettezza e squallore. Con quali mezzi avrebbero potuto eludere così a lungo gli sforzi degli inquirenti? A meno di non pensare a una totale incompetenza di questi ultimi, solo la possibilità di agire all'ombra di complicità, omertà e connivenze di ben altra natura può giustificare il troppo lungo periodo di azione indisturbata del "mostro di Firenze".

Personaggi potenti che avrebbero agito nell’ombra, quindi, impegnati a coprire complicità inconfessabili e clamorose che Giuttari avrebbe voluto scoprire per offrirle a tutti. In realtà questa lettura appare soltanto un’ipotesi romanzesca e interessata, alla quale anni e anni di indagini non hanno fornito alcun supporto. Del resto Giuttari ha dimostrato più volte di essere un ottimo venditore di sé stesso, e anche in questa occasione non si smentisce.

Un’inchiesta da cestinare. Torniamo a quel 20 agosto 1998, quando era giunta la prima disposizione di trasferimento dal Ministero dell’Interno. Giuttari ha certamente ragione nell’interpretare l’episodio come un tentativo di blocco delle sue indagini, le quali però non stavano promettendo nulla di buono. Come abbiamo visto, l’aiutino di Lotti e del suo “dottore” gli aveva consentito di far aprire un fascicolo contro ignoti già da quasi due anni, un lasso di tempo certo non breve durante il quale nulla aveva trovato. L’operazione Calamandrei di un mese prima appare più che altro come un disperato tentativo alla va o la spacca, basato soltanto su elementi triti e ritriti che peraltro erano del tutto slegati dall’aiutino di Lotti. Infatti, a ragionarci sopra anche soltanto un minimo, lo sconosciuto “dottore” non poteva certo essere Calamandrei, storico farmacista del paese a Lotti ben noto. Ma neppure un amico, altrimenti non si capisce il perché avrebbe avuto bisogno di chiedere informazioni per raggiungere la casa di Pacciani, poiché certamente Calamandrei sapeva dov’era.
Non si ha notizia, peraltro, che Giuttari fosse stato in possesso di ulteriori spunti di un qualche valore. Abbiamo già esaminato la figura di Giulio Zucconi e della vedova, indagata da mesi per l’episodio di Angiolina Pacciani senza alcuna prova. C’era poi la pista di una villa di San Casciano, che Giuttari avrebbe ripresa dopo il ritorno alla Squadra Mobile ma con risultati fallimentari, lo vedremo in un prossimo articolo. Non c’è quindi da stupirsi se di fronte a questo desolante panorama i vertici del Ministero avrebbero voluto fermare l’esuberanza del loro sottoposto, il quale, non dimentichiamolo, per le sue indagini attingeva a un bilancio mai particolarmente florido.
C’era poi la questione mediatica. L’uscita in libreria di Compagni di sangue, appena terminato il processo di primo grado e in attesa dell’appello, era parsa “inopportuna per tempi e contenuti”, come aveva dichiarato Francesco Fleury in nome e per conto della Procura. In Procura però si faceva fatica a mettere a freno il protagonismo del vulcanico investigatore, che dai successi dell’inchiesta sui Compagni di merende aveva ricevuto una grande forza contrattuale, che forse soltanto la presenza di Vigna avrebbe potuto controbilanciare in modo conveniente. Invece Vigna se n’era andato (settembre 1997), e il suo successore, l’anziano e stanco Antonino Guttadauro ormai a fine carriera, non possedeva neppure una stilla del suo carisma. Giuttari si era trovato così piuttosto libero d’inseguire da una parte i misteriosi mandanti, e dall’altra di capitalizzare una notorietà che gli sarebbe tornata utile per la sua futura attività di scrittore di successo.
Anche al Ministero dell’Interno la pubblicazione di Compagni di sangue non era piaciuta affatto. La strada era già stata aperta da Ruggero Perugini quattro anni prima, ma in questo caso si era andati ben oltre. Perugini, almeno, aveva lasciato la sua inchiesta, Giuttari invece era ancora all’inizio della propria, anzi, come abbiamo visto, ne aveva inserito parti nel libro, le quali, pur prive di nomi e cognomi, individuavano persone ben precise ma con responsabilità tutte da verificare. Neppure dovettero piacere troppo i giudizi negativi espressi nei confronti di chi si era cimentato prima di lui nelle indagini, mentre la presenza come coautore di un notissimo giallista sottolineava ancor più la sfacciataggine dell’operazione. Tanto per chiarire il proprio pensiero in merito, il Ministero dell’Interno gli aveva vietato la partecipazione al salotto televisivo per eccellenza, il “Maurizio Costanzo Show”, al quale Giuttari era stato invitato il 19 maggio 1998 in concomitanza con l’uscita del libro. Anzi, per tutta quella settimana pare che il novello scrittore fosse risultato irreperibile, ufficialmente in ferie. A pubblicizzare il libro in televisione andò Lucarelli, il quale, sistemato nell’ala colpevolista assieme a Rontini e Curandai, fronteggiava gli innocentisti Filastò e Bruno, per una spettacolarizzazione che non poteva essere più indegna in un paese giuridicamente civile.
Infine qualche considerazione di buonsenso sui motivi che avrebbe potuto avere qualcuno per chiuderla lì. Il 22 febbraio 1998 era morto Pietro Pacciani e quindi era svanita l’incognita di un nuovo processo a suo carico, mentre il 24 marzo Vanni e Lotti erano stati riconosciuti colpevoli in primo grado. A quel punto c’era soltanto da stringere i denti per superare anche l’ultimo ostacolo, quello dell’appello, che nell’inchiesta Pacciani aveva riservato una gran brutta sorpresa. Le nuove indagini sui mandanti, insomma, non interessavano a nessuno, se non a Giuttari, e, forse, a Canessa.
C’è da scommettere che, se Vigna fosse rimasto al proprio posto, le indagini si sarebbero fermate, e la comunità non avrebbe visto decine di milioni dei propri euro buttati al vento. Anni dopo, a bocce ormai quasi ferme, l’ex Procuratore Capo avrebbe scritto (In difesa della giustizia, 2011):

Esistono i mandanti di quei delitti, tanto tenacemente ricercati dalla procura e dall’investigatore Michele Giuttari?
Da ex procuratore non posso che affermare che, nonostante le indagini, non si è mai giunti all’individuazione dei mandanti. E, francamente, non credo che esistano.
Mi sembrerebbe strano infatti che chi ha commesso tante volte questi terribili omicidi possa averlo fatto obbedendo ad un input esterno, per esaudire la richiesta di altri. L’ipotesi, già inverosimile per un solo omicidio, lo è ancora di più per una scia di morte tanto lunga e dilatata nel tempo. E poi, questi soldi, dove sarebbero finiti? Si è parlato del patrimonio di Pacciani come se si trattasse di un tesoro. Ricordiamo però che si tratta di un contadino che ha lavorato per quarant’anni, sicuramente parsimonioso, uno che dava da mangiare alle figlie il cibo per cani.
E a Vanni e Lotti non sarebbe andato niente di quel compenso? Lotti addirittura viveva in un alloggio della parrocchia che condivideva con alcuni immigrati. Il vantaggio patrimoniale per una serie ripetuta di omicidi avrebbe dovuto essere cospicuo e invece non se n’è trovata traccia.
E credo che mai si troverà.

C’è a questo punto una domanda alla quale sarebbe utile rispondere per poter meglio valutare gli accadimenti successivi: la tenacia di Giuttari nel voler portare avanti a tutti i costi le indagini sui mandanti, rifiutando anche un avanzamento di carriera, era davvero frutto di un alto senso del dovere, come lui afferma con decisione? Sono in molti a ritenere le sue ambizioni di scrittore non del tutto estranee alla volontà di percorrere una strada che gli offriva un ottimo palcoscenico dal quale farsi conoscere; un sospetto inevitabile, visti anche i successivi sviluppi della sua attività di giallista di successo, che indubbiamente deve molto al ruolo, sempre ben pubblicizzato, di investigatore sui delitti del Mostro.

I mandanti e le sentenze. Per trovare giustificazione alla propria incrollabile volontà di proseguire nella ricerca dei mandanti, Giuttari si è sempre fatto scudo delle “indicazioni dei giudici che hanno condannato Vanni e Lotti”. Proviamo ad approfondire la questione.
In effetti nella sentenza di primo grado viene accolta, come ipotesi di lavoro, la possibile esistenza dei mandanti. Ma molto flebilmente.

Le risultanze processuali non hanno invece portato ad alcuna conferma delle dichiarazioni del Lotti in ordine al "dottore", che avrebbe commissionato i delitti e che avrebbe acquistato le parti escisse dal cadavere delle ragazze, pagandole materialmente al Pacciani.
La Corte ha cercato di acquisire elementi anche su tale punto (ex art. 507 CPP, al fine di avere il maggior materiale probatorio possibile relativamente alle dichiarazioni del Lotti sugli omicidi), ma il risultato non è stato positivo, nel senso che non vi è stato alcun "riscontro" preciso sul predetto "dottore”.
Non sembra, tuttavia, che il Lotti possa aver mentito solo su tale circostanza, non avendo avuto alcun ragionevole motivo per farlo.

A dire il vero, secondo gli stessi giudici, questa non sarebbe stata l’unica circostanza nella quale Lotti avrebbe mentito, poiché già non avevano creduto alla sua ricostruzione del delitto di Giogoli. In ogni caso aggiungono poi ulteriori elementi per avvalorare in qualche modo l’ipotesi dei mandanti.

D'altra parte, l'istruttoria dibattimentale ha lasciato intravedere "qualcosa", che porta nella direzione indicata dal Lotti e, quindi, del predetto fantomatico "dottore". E' emerso infatti:
1) che, in occasione dei duplici omicidi di Scopeti e di Vicchio (che furono appunto caratterizzati dall'asportazione del seno sinistro e della zona pubica dal corpo delle ragazze), il Pacciani ed il Vanni, al termine di tutta l'operazione, avrebbero lasciato un "fagotto" al limite di tali piazzole, poggiandolo delicatamente per terra nella zona dei cespugli, il che lascia ragionevolmente presumere che si sia trattato delle parti escisse dal corpo delle ragazze, che venivano lasciate temporaneamente lì, a disposizione di altro soggetto che avrebbe dovuto rimuoverle e portarle via; […]
Ciò porta ancora a ritenere che possa esserci stato, in occasione dei duplici omicidi, anche qualche altro "personaggio" nascosto tra i cespugli, personaggio che non si voleva far vedere da tutti quelli che partecipavano ai delitti e che chiaramente interveniva subito dopo, per prelevare e portar via le parti escisse, non appena gli altri si fossero allontanati dalla piazzola. […]
 2) che le indagini di carattere finanziario, eseguite dalla PG sul conto di Pacciani, hanno portato ad una situazione economica del tutto incompatibile con la sua condizione di contadino, che lavorava i terreni altrui e che guadagnava appena il sufficiente per vivere […]
3) che una situazione un po’ simile si riscontra anche relativamente al Vanni, per quanto costui abbia fatto per anni il "postino" ed abbia preso una "liquidazione" all'atto della sua andata in pensione, essendo risultati a suo carico notevoli investimenti di denaro […]
Le predette situazioni vanno comunque meglio verificate da parte del PM, ai fini di una valutazione più sicura, nell’ambito delle nuove indagini in ordine al predetto "dottore". D’altra parte, la Corte non poteva non segnalare anche tutte le predette circostanze, che possono portare a maggiori risultati ed a fare finalmente completa luce sulla presente vicenda, che si trascina purtroppo da molti anni.

Questo blog si è già occupato delle assurdità delle quali è infarcita la sentenza di condanna di Vanni e Lotti in primo grado, e, come si vede, il passaggio precedente è del tutto in linea. Ci si domanda infatti come sia stato possibile anche soltanto ipotizzare uno scenario dove le parti di donna sarebbero passate dagli esecutori ai committenti – nascosti tra i cespugli! – attraverso fagotti lasciati sul posto, anzi, addirittura sepolti, secondo certe indicazioni di Lotti. Poi i soldi. Di quelli di Pacciani si è già detto, mentre di quelli di Vanni non c’è nulla da dire, poiché si trattava di una cifra del tutto compatibile con i risparmi di chi aveva lavorato una vita intera.
È pur vero tuttavia, quindi formalmente Giuttari ha ragione, che in qualche modo i giudici di primo grado lo avevano invitato a indagare sul “dottore” di Lotti. Vediamo però quello che ne avrebbero scritto quelli di secondo grado un anno dopo.

Né ha trovato riscontro alcuno la ipotesi adombrata dalla impugnata decisione per la quale probabilmente vi era un medico che acquistava le dette parti anatomiche.
La cosa è stata riferita dal Lotti il quale ha detto di aver saputo dal Vanni che le parti escisse venivano vendute ad un non identificato “dottore” il quale pagava il tantundem al Pacciani.
Lotti ha dichiarato di non sapere chi fosse mai questo dottore e se la cosa riferitagli dal Vanni potesse rispondere o meno a verità: conseguentemente pare del tutto inutile ipotizzare, come ha fatto il primo giudice, oscuri personaggi che nottetempo si sarebbero nascosti nei boschi in attesa che il Pacciani e il Vanni consegnassero loro le parti anatomiche appena tagliate. Si tratta di mere illazioni che non meritano alcun commento o esame critico.

Come si vede i giudici di secondo grado badarono bene di togliere di mezzo, peraltro in modo sprezzante, l’assurda ipotesi dei fagotti, mentre ai soldi di Vanni e Pacciani neppure accennarono. Secondo loro i delitti trovavano spiegazione all’interno della stessa combriccola dei Compagni di merende, poiché non c’era alcuna ragione di escludere che

alcuni criminali di provincia, certamente afflitti da personalità psicopatologica, chi in misura maggiore e chi in misura minore, ben protetti dalle omertà dell'ambiente che li circondava, ogni tanto decidessero di uccidere coppie di giovani durante o prima i rapporti amorosi, o successivamente, traendo da ciò, probabilmente ma non certamente, un qualche gradimento sessuale.

Possiamo quindi concludere che alla fine, visto che il verdetto valido è sempre quello più recente, non c’è stato alcun invito dei giudici a effettuare indagini sul “dottore” di Lotti.

7 commenti:

  1. Antonio, grazie ! il dolore che provo non potrà mai guarire, ma ad aiutarmi ad andare avanti dopo una vicenda come questa, sono le persone come te. Non sari stata capace di scrivere un articolo migliore del tuo e non ci sono frasi che aggiungerei o cambierei, grazie davvero, questo è il diritto d'onore che spetta a mio padre, ma che malgrado una sentenza passata ingiudicato ancora la giustizia italiana non garantisce ( vedi sentenza gatta per l'assoluzione della fox per il telefilm) in cui Francesco Calamandrei si dice essere ad oggi "ancora una delle persone più sospettabili ..."

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    1. Non devi ringraziarmi, ho scritto soltanto quella che, in base ai documenti a me noti, mi risulta essere la verità. Come ho fatto in tutti gli articoli precedenti e come farò nei prossimi.

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  2. Ti faccio i complimenti più sinceri per l’articolo, che mi è servito a fare luce su alcuni punti che ancora non mi erano chiari. Non voglio neppure pensare che Giuttari abbia messo in piedi tutta questa faccenda per farsi pubblicità, ben sapendo di coinvolgere persone innocenti. Sarebbe un comportamento di un cinismo insopportabile. Tuttavia, leggendo gli estratti del diario clinico della psicologa, la nota riassuntiva della SAM, la testimonianza di don Belladelli, viene davvero da chiedersi in quale contesto possa essere maturata la decisione di riaprire una pista già morta e sepolta, il cui unico risultato è stato quello di rovinare la vita di un uomo e della sua famiglia. Non augurerei la sorte di Calamandrei nemmeno al mio peggior nemico.

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    1. Ti confesso che mi sono sentito molto coinvolto nello scriverlo, e forse per questo ho reso al meglio. In più ho potuto contare su alcuni documenti che mi hanno chiarito le idee.
      Su questa e su tutta la vicenda del mostro c'è un intera nazione con la coscienza sporca, per aver ingannato sè stessa. E' sporca la coscienza di tanti magistrati, di tanti investigatori, di tanti giornalisti, di tanti signor nessuno che invece di ragionare si sono accodati e magari hanno infierito, come fanno ancor oggi dando addosso con superficialità a figure in vita come Spalletti o a figure non in vita come Calamandrei, senza pensare che o loro o i loro cari possano soffrirne.

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  3. Anche un solo commento come quello di Sir john, che grazie a ciò che tu Antonio scrivi, documentato dagli atti, per me è importantissimo ...
    E' importante che si capisca il male che una vicenda così può arrecare ad una famiglia. Ecco perché continuo con la denuncia contro il film di sky ... nessuno si dovrà mai piu permettere di dire che mio padre è ancora "una delle persone più sospettabili malgrado l'incontrovertibile sentenza" ...

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  4. Ho avuto finalmente il tempo di leggere per intero questo articolo. In effetti non mi ero mai reso conto di come il povero Calamandrei fosse stato coinvolto in una vicenda così terribile, fino ad essere mandato a processo, sulla base del nulla più assoluto.
    Ora il quadro, invero desolante, è più chiaro.
    Grazie per aver condiviso uno studio così approfondito.

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    1. Ma tu pensa che al futuro processo l'accusa avrebbe portato una perizia dove si cercava di dimostrare che la schizofrenia della Ciulli era insorta in un momento successivo alle prime accuse al marito!!! Quindi le prime accuse sarebbero state buone...
      A parte il diario clinico tenuto dalla Ringressi, nel quale si vede proprio il manifestarsi delle fantasiose accuse al progredire della malattia, è anche una questione di buonsenso: per quale scherzo del destino una donna normale che avrebbe svelato una realtà così sconvolgente come quella di aver sposato il Mostro di Firenze poi impazzisce? Quale probabilità potrebbe essere assegnata ai due fatti assieme? L'accusa era consapevole di questa estrema debolezza, ma non trovò di meglio che correlarli, attribuendo la successiva pazzia alla difficoltà della donna di essere creduta!!! Come si vede si tratta soltanto di un disperato tentativo di far tornare dei conti che non tornano.

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