domenica 26 marzo 2017

Dal "dottore" alla setta (1)

Qualcuno avrebbe dato soldi a Pietro Pacciani in cambio delle parti mutilate, anzi, di più, per ottenere quelle parti avrebbe anche commissionato i delitti. Questo era il presupposto della cosiddetta “pista esoterica”, il filone d’indagine, aperto già pochi mesi dopo l’ingresso di Giancarlo Lotti nella vicenda, che si proponeva di individuare gli eventuali mandanti. A tutt’oggi non si sa bene se tutti i suoi numerosi rami germinati nel tempo si siano chiusi, da recenti notizie giornalistiche parrebbe di no, in ogni caso possiamo individuarne la fine reale nel pronunciamento sugli ultimi scampoli dell’inchiesta Narducci, 16 luglio 2014. Si tratta quindi di ben 18 anni di sforzi che non solo non hanno portato alla scoperta di alcun mandante, ma neppure hanno chiarito se mai mandanti vi furono. In compenso decine di persone sono state inquisite e alcune di loro hanno subito danni devastanti. In più, quanti milioni di euro appartenenti alla collettività sono stati spesi inutilmente? Qualcuno si sarà preso la briga di calcolarli?
Chi scrive ha studiato a lungo la documentazione disponibile riguardo gli eventi accaduti in questo lunghissimo periodo, facendo spesso enorme fatica a orizzontarsi. Nonostante la disponibilità di due fondamentali sentenze in quel momento non ancora pronunciate (De Luca su Calamandrei, Micheli su Narducci), rimane valido quanto aveva scritto con mano felice Mario Spezi nel 2006 (Dolci colline di sangue):

Il problema maggiore a raccontare quest’ultima parte della storia è che ogni capitolo sembra diverso da quello precedente e non si capisce se devono essere tenuti tutti in vita o se l’ultimo sostituisce quanto detto prima. Tutti insieme mettono a dura prova la capacità di sintesi di chiunque, perché la scena è molto affollata, i personaggi assai diversi e spesso senza apparenti rapporti tra loro. Le storie di ognuno sono complicatissime e non solo sono slegate l’una dall’altra, ma a volte sembrano contraddirsi.

Insomma, un vero e proprio minestrone, diventato alla fine, a forza di aggiungere ingredienti, una brodaglia indigesta dal sapore indefinibile, della quale si proverà in questa sede a isolarne almeno le parti fondamentali. Partiremo esaminando la consistenza, o meglio, l’inconsistenza, dei due elementi che ne costituiscono i presupposti: il “dottore” di Giancarlo Lotti e il patrimonio di Pietro Pacciani.

Nasce il “dottore”. Il punto d’origine della pista esoterica potrebbe essere individuato nell’accenno di Giancarlo Lotti a un “dottore” che avrebbe acquistato da Pacciani le parti di donna escisse. Il condizionale però è d’obbligo, lo vedremo più avanti. Per il momento mettiamoci accanto a Lotti mentre scriveva, nella prima metà del 1996, la nota e sgrammaticatissima “lettera spontanea”. Dopo aver raccontato di Giogoli, di come era stato costretto a partecipare e addirittura a sparare, così concludeva:

Andato a letto. Ma no mi riuciva dormire. Dove li date queste cose della donna. Il seno vagina o fica Mario volio sapere chi le date dottore che si serviva Pietro Pacciani. Vi pagava in soldi. Ma quello no mi voleva dire per che ne faceva di vagina e se perche fate cose mostrose. Ma io no. Le altri fatte. Non avete rimorsi. A me mi fato schifo e co bestie come voi Mario e Pacciani per me vi farrei sparire per sempre dalla circlazino.

Da quanto emerso fino a oggi, si tratta della prima volta in cui Lotti affrontava il tema. Dopo la consegna del documento l’individuo fu interrogato, e nell’occasione gli si chiese anche del “dottore”. Racconta Giuttari (Il Mostro):

«E il dottore che si serviva di Pietro Pacciani cosa vuol dire, signor Lotti?»
Dice di aver saputo che le parti asportate dal corpo delle ragazze uccise venivano consegnate da Pacciani a un dottore che gliele pagava.
«Chi è questo dottore?»
Afferma di non saperlo, ma che una volta era stato nella piazza di San Casciano. Era buio e si era fermata una macchina, racconta. L'autista aveva fatto un cenno con la mano e Vanni gli si era avvicinato mentre lui era rimasto distante a osservare. I due avevano discusso un po'. Poi, quando Vanni era tornato, su sua richiesta gli aveva spiegato che era il dottore a cui Pietro consegnava quelle cose e che stava andando proprio a casa di Pietro. Vanni non aveva voluto aggiungere altro.
Siamo allibiti, quasi increduli.
È la prima volta che Lotti parla di un suo pieno e diretto coinvolgimento nell'esecuzione di un delitto, e questo, più o meno coscientemente, ci aspettavamo che prima o poi accadesse. Ma è anche la prima volta che accenna a un "committente", un "dottore" che avrebbe pagato Pacciani per ottenere i macabri feticci.
L'ipotesi che i delitti del "mostro", oltre che compiuti da più persone anziché da un serial killer solitario, fossero addirittura commissionati fa accapponare la pelle e girare la testa.
Non ci sono abbastanza elementi investigativi per poterla seriamente affrontare, ma la dolorosa confessione, frutto forse anche della pressione di don Fabrizio su un animo indebolito e stanco di nascondersi, travolto dal suo stesso stillicidio di parziali ammissioni, mi mette inevitabilmente la fatidica pulce nell'orecchio.
A scanso di equivoci chiedo alla Procura l'autorizzazione a eseguire accertamenti di natura patrimoniale e finanziaria nei confronti di Pacciani, Vanni e Lotti.

A integrazione del resoconto di Giuttari va precisato che Vanni avrebbe connotato il dottore come un medico curante di Pacciani, facendone anche il nome, che però Lotti disse di non ricordare.

Una balla colossale. Questa vicenda del “dottore” altro non era altro che una menzogna bella e buona, come moltissimi elementi confermano. Innanzitutto non si comprende per quale motivo il presunto pentito avrebbe atteso mesi e mesi prima di raccontare il fatto. In questo caso non è possibile invocare la motivazione di un tentativo di nascondere le proprie responsabilità, come fecero i giudici di primo grado in varie altre occasioni, poiché si trattava di un argomento per lui del tutto neutro. Anzi, il parlarne non avrebbe fatto altro che migliorare il suo status di collaboratore di giustizia. E invece la prima spiegazione fornita sull’utilizzo dei “feticci”, nell’interrogatorio dell’11 marzo 1996, era stata questa:

Mario mi disse che le parti della donna che lui aveva asportato li aveva portati a casa Pietro per nasconderli nel garage mettendoli in un involto. Mario mi disse che Pacciani voleva farli mangiare alle figliole ma non so se effettivamente lo abbia fatto.

Ma come, non si trattava forse dello stesso Mario che Lotti aveva anche visto incontrare il “dottore” in piazza, Vanni, insomma? Quando ascoltò la “dolorosa confessione”, Giuttari gliene chiese conto? Forse Lotti a marzo non se lo era ricordato, oppure, più probabilmente, non lo aveva ancora inventato. In ogni caso in aula sia il PM sia, e soprattutto, gli avvocati di parte civile – comprensibilmente interessati a un argomento che prometteva una lunga prosecuzione del loro mandato – avevano cercato di ottenere maggiori informazioni; senza successo, però, anzi, si era perso anche il poco dell’istruttoria (che si fosse trattato di un medico curante di Pacciani). Il “dottore” Lotti l’aveva visto da lontano e seduto dentro un’auto, quindi non poteva descriverlo nemmeno un po’ (“un l'ho vista per bene, la persona come l'era”, “Gl'era a sedere. Se gl'era calvo o no, un lo so”), non sapeva che tipo di dottore fosse, addirittura neppure se era un medico (“A me m'hanno detto un dottore. Come fo’ a capirlo se gl'era un dottore di medicina, o di coso”), né da dove provenisse (“a me un m’hanno mica detto se gl'era di Firenze, o se gl'era di Prato, o di coso”). Mentre l’avvocato Curandai si dannava per ottenere qualcosa, a un certo punto era intervenuto il presidente, anche lui disperato. Vale la pena leggere il frammento (vedi):

Curandai: Coraggio, coraggio, coraggio. Bisogna tirarla fuori, questa verità. Questo è il momento opportuno. Mi scusi, io insisto perché rappresento una delle parti...
Presidente: L'avvocato vuol sapere se sa qualcosa di questo dottore, di questo medico.
Lotti: Mah, a me m'aveva detto un dottore, però le altre cose non le so io.
Curandai: Ma io ho l'impressione che le sappia le cose, lei, invece. Le dica, le dica, è il momento opportuno.
Presidente: Ora, senza volermi inserire nelle domande che poi arriverà il mio turno, ma possibile che una persona come il Vanni, come il Pacciani, vengano a parlare a lei di tante cose e lei non ha, neanche per curiosità, dice, non fa nessuna domanda? Si limita così. Perché lei ha confessione di tutti. Abbia pazienza, eh.
Lotti: Ma se un me l'hanno detto...
Presidente: Lei le cose le sa molte di più, caro Lotti. Eh, se non le vuol dire è un altro discorso e non gliele possiamo strappare con le mani, con le tenaglie. Però qualcosa in più dovrebbe dire. Per suo interesse, interesse di tutti, per la Giustizia.
Curandai: Se sa qualcosa di più, ce lo dica, serenamente.
Presidente: Com'è la domanda, allora. Se non vuol rispondere, che si può fare? Andiamo.
Curandai: No, ma sta riflettendo. Forse...
Lotti: No, non sto riflettendo. Se dico una cosa e io non so altro, i' che devo dire cose che un so?

Era giustificata la convinzione di presidente e avvocato che Lotti stesse nascondendo qualcosa? Si può esser sicuri di sì, visto il suo comportamento, ma certamente non ulteriori informazioni sul “dottore”, che se avesse posseduto non si capisce per quale motivo avrebbe dovuto tenere per sé, poiché il tirarle fuori gli sarebbe stato soltanto di beneficio. Vale la pena ricordare che la battaglia del suo avvocato per fargli ottenere la pena minima contava principalmente sui supposti meriti di collaboratore di giustizia. Si può poi senz’altro concordare con la perplessità del presidente sul fatto che l'individuo non avesse mai chiesto nulla al Vanni riguardo il fantomatico personaggio, se non altro per semplice e legittima curiosità. Queste considerazioni amplificano il sospetto che dietro il racconto del “dottore” si nascondesse soltanto una menzogna. Ma c’è di più.
Lotti era un appassionato di automobili, che cambiava spesso e dentro le quali trascorreva gran parte del proprio tempo libero. In varie occasioni aveva dimostrato di masticare assai bene la materia, in termini di modelli e cilindrate. Se non aveva potuto veder bene il “dottore”, la sua auto però l’aveva vista, quindi ci si sarebbe aspettati che almeno quella l’avesse identificata, o almeno descritta. E invece no. Ecco il punto dell’interrogatorio nel quale il PM aveva cercato di farsi dire qualcosa al riguardo:

PM: Che macchina era lo ricorda, l'ha vista, è in grado di spiegarcelo? Se lei l'ha vista che era a 10 metri...
Lotti: Le macchine le conosco però... mi pare un'Alfa.
PM: Un'Alfa era? Cioè un'Alfa Romeo? Mi sa che un'Alfa Romeo è una marca, quindi bisognerebbe...
Presidente: Il tipo, il tipo.
PM: Lei ricorda... Era un'Alfa Romeo grossa, piccola, chiara, scura?
Lotti: Tanto piccola no.
PM: "Tanto piccola no", scusi, era grossa, o media? Ci sa indica... Se lei le conosce, dovrà pure indicarci...
Lotti: Sì, le conosco, però mica tutte...
PM: Un'Alfa, scusi, c'ha in mente qualche tipo di Alfa che poteva essere quella?
Lotti: Non mi ricordo se era a quattro porte, o tre porte.
PM: Cioè, tre porte... o un coupé, o una berlina non ce lo sa dire?
Lotti: No. Di preciso no.
PM: Le sembrò grossa?
Lotti: Grossa, sì.
PM: Grossa. Chiara, o scura?
Lotti: Mi pare sullo scuro.
PM: Lo scuro per lei, scusi, cos'è? Nera, blu, marrone?
Lotti: Scura... Può essere anche nera o un altro colore.
PM: Nera, blu, marrone. Colori di questo genere?
Lotti: Su un colore così.
PM: Lei ha presente l'Alfetta dell'Alfa Romeo? Una macchina così?
Lotti: Dell'Alfa ce n'è diverse.
PM: Ho capito. Io ho provato a dirgliene una che mi è venuta in mente. L'ha vista lei, io non c'ero.
Lotti: Mi pareva a quattro porte.

È del tutto pacifico che Giancarlo Lotti non avesse visto alcuna auto, non è possibile dubitarne dopo aver letto la trascrizione dell’avvilente confronto. Si tenga presente peraltro che fin dall’interrogatorio in istruttoria Lotti l’aveva collocata a una distanza di tre o quattro metri (“ero a qualche metro di distanza, saranno stati tre o quattro metri”), e non dei dieci indicati dal PM.
Le perplessità riguardo il “dottore” aumentano ancora quando si riflette sulle modalità con le quali il fantomatico personaggio avrebbe incontrato Vanni. Perché si era fermato in piazza? Disse Lotti in risposta a Colao: “per chiedere a uno di noi per andare da Pietro a Mercatale, e andette il Vanni”. Sembra insomma che il “dottore” avesse chiesto indicazioni per trovare la casa di Pacciani, come poi aveva confermato Lotti a domanda di Mazzeo: “voleva indicazioni sull'abitazione del Pacciani. Dico bene?”, “”. Ma la scena appariva del tutto inverosimile e grottesca. Da quanto Lotti aveva dichiarato durante le indagini preliminari il misterioso dottore sarebbe stato un acquirente abituale delle parti escisse, anzi, secondo le successive ipotesi investigative avrebbe addirittura commissionato i delitti per ottenerle. Ebbene, dopo l’ultima scellerata impresa dei suoi prezzolati complici tale individuo ancora avrebbe ignorato dove abitava Pacciani, che della scalcagnata banda sarebbe stato il capo indiscusso. Si tratta di un’eventualità davvero improbabile, ma prendiamola pure per vera e proseguiamo. Lotti non aveva spiegato il motivo per il quale il “dottore” stava cercando Pacciani (forse per ritirare i feticci, forse per pagarli avendoli già dissepolti dalla buca in cui sarebbero stati nascosti, oppure per programmare nuove imprese), in ogni modo era la prima volta che si recava a casa sua, visto che non sapeva dov'era. È credibile che fosse arrivato a San Casciano senza saper bene dove andare, avesse incontrato (per caso?) Mario Vanni, e avesse rischiato di farsi vedere assieme a lui in una piazza centrale del paese soltanto per chiedere informazioni sul percorso? Non esistevano ancora i navigatori, questo è vero, ma una semplice cartina avrebbe risolto facilmente il problema.
Come ben si comprende, il racconto di Giancarlo Lotti risulta inverosimile, da qualunque parte lo si guardi, e quindi la figura del “dottore” va ritenuta una pura invenzione. Del resto nessuno degli ipotetici “mandanti” individuati dalle successive indagini sarebbe risultato compatibile con le poche caratteristiche desumibili dalle sue parole, lo vedremo.

La vera partenza della pista esoterica. Quando Giuttari afferma di aver chiesto l’autorizzazione a eseguire controlli sul patrimonio di Pacciani in conseguenza della clamorosa rivelazione di Lotti (che gli avrebbe messo “la fatidica pulce nell'orecchio”) formalmente dirà anche il vero, ma nella sostanza no, poiché quei controlli erano iniziati già da tempo. Egli stesso ci racconta, sempre ne Il Mostro, che il 28 giugno – quindi quattro mesi e mezzo prima della “lettera spontanea” e dell'accenno al “dottore” – era stata registrata una per lui “interessante” conversazione telefonica tra suor Elisabetta e Pietro Pacciani, nella quale si parlava di buoni postali affidati dall’uomo alla religiosa.

Quando Pacciani accenna a Lotti e a Vanni, lo invita alla prudenza dicendo: «Se loro hanno il telefono sotto controllo, prendono i provvedimenti».
Concetto ribadito poco più avanti: «Bisogna stare attenti a dire tutte queste cose per telefono, Pietro, perché senz'altro ha il telefono sotto controllo».[…]
E la telefonata si fa ancor più interessante verso la fine, quando suor Elisabetta gli dice che dovranno incontrarsi presto per andare all'ufficio postale a rinnovare i «fondi» di Pacciani che lei ha in deposito.
«Poi presto ci vediamo per andare alla posta... riprendo tutto... mettiamo a posto le cose, se lei vuole lasciarli a me questi fogli li riprendo io.»
Pacciani le risponde che si metteranno d'accordo per andare la prossima settimana.
Non è il primo riferimento ai fondi. Già in altre telefonate, registrate nei giorni immediatamente precedenti, la suora ha chiesto a Pacciani quando sarebbero andati alla posta ricevendo in risposta vaghe assicurazioni che avrebbero sistemato tutto in seguito.
La ripetizione mi insospettisce, perché se si tratta di piccoli risparmi, come abbiamo immaginato in un primo momento, tanta insistenza non sarebbe forse giustificata.

Niente di nuovo, a dire il vero, poiché già ai tempi di Perugini, durante la maxiperquisizione dell’aprile-maggio 1992, erano stati ritrovati buoni e libretti postali in rilevante quantità – per un totale di circa 120 milioni di lire – ma non si era provveduto ad alcun sequestro. Dopo il rientro di Pacciani in carcere, quei buoni erano finiti in custodia presso i carabinieri di San Casciano, dai quali suor Elisabetta si era recata a ritirarli su regolare delega del proprietario. Rinnovare dei buoni postali scaduti, operazione necessaria per mantenere il rendimento del danaro investito, è un’operazione del tutto normale, e la religiosa quella intendeva fare, ma Giuttari ci volle vedere del torbido.

Chiediamo al PM un decreto di perquisizione locale e personale a carico della suora perché, spieghiamo, "si ha il fondato motivo di ritenere che presso l'abitazione possano rinvenirsi cose o tracce pertinenti ai delitti per i quali si procede e in particolare per il reato di associazione per delinquere finalizzato alla commissione di omicidio ai danni di giovani coppie".

In sostanza suor Elisabetta veniva sospettata di complicità, se non per aver partecipato ai delitti, almeno per averne gestito i proventi! Alle 7 di mattina del 3 luglio gli uomini di Giuttari frugarono in lungo e in largo il centro di accoglienza “Il Samaritano”, dove operava la religiosa e dove anche Pacciani era stato ospite per un breve periodo dopo la sua assoluzione. Suor Elisabetta, ancora in gamba ma pur sempre una donna di 62 anni, fu poi portata in Questura e torchiata per ben 13 ore. Da “Il Corriere della Sera” del 5 luglio 1996:

"Sono allibita”, si è sfogata, “finalmente ho avuto l’opportunità di toccare con mano l’incapacità totale degli investigatori a seguire un filo logico nelle loro domande". Non ha voluto aggiungere altro e il resto dello sfogo lo ha raccolto l’avvocato Nino Marazzita, il legale che assiste Pacciani. "Immagino che tutto quel tempo trascorso in Questura”, ha detto Marazzita, “servisse agli inquirenti per intimorirla. Forse si aspettavano che alla fine crollasse e dicesse «il mostro di Firenze sono io»”. L’avvocato ha aggiunto che qualche giorno fa la suora era stata derubata per strada della borsetta nella quale c’era la sua agenda. "Ovviamente questo non vuol dire che ci siano legami con la perquisizione", ha concluso.[…]
Cercavano, gli inquirenti, il "tesoro" che il contadino di Mercatale ha affidato alla religiosa. Si tratta di 150 milioni in buoni postali e libretti di risparmio intestati a Pacciani e alla moglie che sarebbero stati versati tra l’80 e l’85, il periodo in cui il mostro compì sei duplici omicidi. Con gli accertamenti su quel capitale gli uomini della squadra mobile fiorentina cercano di verificare se esiste nel giallo del mostro un misterioso personaggio che avrebbe pagato per far commettere i delitti e per assistervi. Da una prima analisi sui documenti sequestrati, risulterebbe che le somme di denaro sarebbero state versate in contanti e frazionate presso uffici postali di Mercatale, della Rufina e di Firenze.

Oltre ad appunti, agende, memoriali e lettere, fu sequestrato il discreto gruzzolo, intestato a Pacciani e famiglia, di 157,890,039 lire, corrispondenti a 81,543 euro nominali e 116 mila circa rivalutati a oggi (2017). Discuteremo tra breve della possibilità che quel danaro fosse stato frutto di oneste o nascoste attività, adesso interessa dimostrare che gli inquirenti avevano cominciato a metterlo in relazione a un eventuale compenso per la vendita dei feticci almeno quattro mesi prima della “lettera spontanea” di Lotti, e come si vede da quel che si legge nell’articolo, è proprio così. D’altra parte lo ammette lo stesso Giuttari quando inserisce nel libro citato i propri sospetti in coda al resoconto della perquisizione.
A questo punto ci sono tutti gli elementi per interpretare in modo “malizioso” l’accenno al “dottore” di Giancarlo Lotti, del quale avevano appena scritto Fornari e Lagazzi nella nota perizia che lo riguardava: “ha capito molto bene cosa si attendono da lui i magistrati”. Non è difficile immaginare che il presunto pentito fosse venuto a conoscenza della questione del tesoretto di Pacciani e dei sospetti degli inquirenti sull’eventuale commercio dei feticci, fossero stati loro a dirglielo durante un interrogatorio, come già era accaduto in precedenza per altri argomenti, o ne avesse letto lui stesso sui giornali. Per continuare a meritarsi lo status privilegiato di collaboratore di giustizia ecco dunque che regalò ai suoi interlocutori la figura del “dottore”, che poi, a parere di chi scrive, costituì anche il vero motivo della scrittura della lettera. Ma non è questa la sede per esaminare in modo critico il documento, a parere di chi scrive tutt’altro che il parto della mente di un oligofrenico, come dozzinalmente viene spesso interpretato.
Dopo le rivelazioni di Giancarlo Lotti sul “dottore”, immediatamente Canessa aprì un fascicolo nuovo a carico di ignoti per la ricerca dei presunti mandanti degli omicidi, il 3212/96/44: era l’avvio ufficiale della pista esoterica.

I soldi di Pacciani. Sono noti i ragionamenti di Giuttari sul patrimonio di Pacciani, ben cristallizzati nei suoi libri più che negli atti dei processi. E se il racconto di Lotti sul “dottore” non ha nulla di credibile, quei ragionamenti sono del tutto sbagliati. Per dimostrarlo iniziamo dalla supposta correlazione tra date dei delitti e investimenti del contadino, sulla quale Giuttari insiste molto. La prima delle operazioni sospette è l’acquisto di una casa effettuato il 30 settembre 1979 per 26 milioni di lire in contanti, una somma notevole per i tempi, secondo l'ex investigatore non giustificata dal patrimonio lecito dell’individuo. Forse è così, ma la prima escissione sarebbe avvenuta quasi due anni dopo, quindi non esiste alcun legame diretto tra i due eventi. Insomma, non era certo stato il “dottore” visto da Lotti, o un suo tristo collega, a tirar fuori quei soldi in cambio di un feticcio che non aveva ricevuto.
Negli anni successivi Pacciani, in vari momenti, aveva comperato buoni postali, come ci racconta ancora Giuttari ne Il Mostro mettendo in evidenza le date:

Oltre all'entità delle somme, mi colpiscono subito le date: i primi sono del 18 giugno 1981, gli ultimi del 26 maggio 1987. Tra le due date, gli altri acquisti sono avvenuti ogni anno. Un particolare interessante è che nel 1984, a differenza degli altri anni, aveva acquistato un solo buono, un altro che alcuni risultano acquistati poco prima o poco dopo uno dei delitti del "mostro". Ci sono operazioni eseguite il 18 giugno 1981 (un delitto era avvenuto il 6 giugno), il 12 marzo, il 26 aprile, il 10 agosto e il 2 ottobre 1982 (il 19 giugno c'era stato un altro delitto), il 9 luglio e il 10 settembre 1983 (la notte del 9 settembre erano stati uccisi i due giovani tedeschi).

Tra tante date ci sarebbe da meravigliarsi se almeno una non fosse caduta poco dopo un delitto, come nel caso di Scandicci. Ma dopo quello di Calenzano non c’era stato alcun particolare investimento, mentre Giuttari sembra non ricordare che nel 1982 e 1983 non si erano avute escissioni, quindi non si comprende che cosa sarebbe stato pagato a Pacciani in quel periodo. Lascia poi del tutto sconcertati l’ipotesi, riportata anche in sentenza, che l’individuo avesse acquistato i buoni postali “disseminandoli tra i vari uffici del circondario (Mercatale, Montefiridolfi, San Casciano, Cerbaia e Scandicci), chiaramente per tener nascosta tanta provenienza di denaro, non sicuramente di fonte lecita”. Valutazioni del genere sono giustificate soltanto da un’infinita cultura del sospetto: se Pacciani i buoni li aveva tenuti tutti assieme in casa, dove erano stati trovati nel 1992 da Perugini, per poi darli in custodia ai Carabinieri appena entrato in carcere e infine a suor Elisabetta, per nascondere la prova di proventi illeciti quale differenza avrebbe potuto fare averli sottoscritti in un ufficio piuttosto che in un altro? Una spiegazione plausibile per un comportamento sospetto soltanto in apparenza potrebbe essere la volontà, comune a molte persone, di non rivelare a estranei (gli impiegati degli uffici postali) l’entità del proprio patrimonio, anche per paura di perdere la qualifica d’indigente di fronte alle istituzioni, dalle quali il furbo contadino riceveva sussidi e aiuti finanziari.
Ultimo dato da valutare è l’acquisto della casa di via Sonnino, il 30 giugno 1984, per un prezzo dichiarato di 35 milioni di lire. Ma l’escissione di Vicchio sarebbe avvenuta un mese dopo, quindi anche in questo caso non esiste alcuna correlazione diretta tra i due eventi. A meno di non pensare a qualche anticipo, ma allora ogni ipotesi diventa possibile, basta che porti verso la ricostruzione che si vuole dare per buona. Come quella di possibili ricatti di Pacciani ai propri mandanti, proposta in effetti da Giuttari nel libro, che però avrebbe avuto un senso soltanto dopo l’ultimo delitto, e quindi non spiegherebbe in ogni caso gli investimenti degli anni senza escissioni.
Piuttosto, ammesso e non concesso che i soldi risparmiati da Pacciani fossero troppi per le sue entrate note, con quale certezza si può escludere che non avesse goduto di introiti ulteriori, ad esempio da lavori in nero? La miglior dimostrazione di questa semplice ipotesi è l’acquisto della prima casa nel 1979, ritenuto da Giuttari non giustificabile con la situazione patrimoniale ricostruita, ma risalente a due anni prima della prima escissione. In qualche modo Pacciani quei soldi doveva pur esserseli procurati, e come quelli, perché no, poteva essersi procurato anche i successivi.

La vera entità del patrimonio. Ma non è ancora finita, poiché si può facilmente dimostrare che la sbandierata enorme entità del patrimonio di Pacciani è frutto di errate e interessate supervalutazioni (calcoli analoghi ai successivi sono già stati pubblicati qui). Si legge in “Compagni di sangue: “Questa disponibilità finanziaria e patrimoniale equivale, secondo i calcoli presentati nel processo da un legale di parte civile, ad una cifra attuale di circa 900 milioni di lire”. In realtà si trattava di 157 milioni e rotti in buoni e libretti postali e due case, diventati 900 milioni in seguito a un’errata attualizzazione al marzo 1998, momento del calcolo dell’avvocato (Patrizio Pellegrini). Stimare il valore delle due case nel 1998 è fuori dalla portata di chi scrive, ma si possono attualizzare a quell’anno i loro prezzi d’acquisto, dei quali è nota la parte dichiarata, e ai quali si può aggiungere una cifra in nero di circa un terzo, come prassi all’epoca. Ai valori ottenuti si applica poi la rivalutazione monetaria utilizzando una delle tante pagine Internet.
  1. Casa di Piazza del Popolo, acquistata il 30 settembre 1979, prezzo dichiarato 26 milioni, prezzo reale presunto 35, prezzo attualizzato al 31 marzo 1998: 141 milioni di lire;
  2. casa di via Sonnino, acquistata il 30 giugno 1984, prezzo dichiarato 35 milioni, prezzo reale presunto 47, prezzo attualizzato al 31 marzo 1998: 92 milioni di lire;
  3. patrimonio mobiliare, 158 milioni al 3 luglio 1996 (momento del sequestro), rivalutati al 31 marzo 1998: 162 milioni di lire.
Abbiamo quindi un patrimonio totale al 31 marzo 1998 di 141+92+162=395 milioni di lire. Si aggiunga pure altro valore alle due case in seguito alle ristrutturazioni eseguite in proprio da Pacciani, giammai però ci si potrà neppure avvicinare alla mirabolante cifra di 900 milioni, la quale quindi costituisce una clamorosa esagerazione.
Per dare una valutazione pratica dell’entità del risparmio totale di Pacciani, proviamo adesso a calcolare quale cifra mensile in euro odierni l’individuo avrebbe dovuto mettere da parte dal momento in cui era uscito di prigione nel 1964 e aveva iniziato a lavorare. È necessario prima effettuare una rivalutazione del patrimonio a oggi e convertire il tutto in euro. Si ottengono 545 milioni di lire corrispondenti a poco meno di 282 mila euro. La cifra andrebbe decurtata del guadagno effettivo degli investimenti, costituito dal differenziale tra tasso di rivalutazione applicato e interessi realmente percepiti sulle cifre investite, notoriamente altissimi sui buoni postali del periodo. Per semplificare supponiamo un valore di puro risparmio di circa 260 mila euro. Avrebbe potuto Pacciani metter via un importo del genere in 34 anni, da quando era uscito di galera nel 1964? Certamente sì, bastava risparmiare 637 euro di oggi per ognuno dei 408 mesi del periodo, una cifra non certo astronomica per un soggetto taccagno all’inverosimile come lui notoriamente era. E anche prudente e furbo a far ben fruttare il proprio danaro, che fin dal 1964 aveva investito nei convenienti e sicuri buoni postali.
A parte gli ultimi anni di carcere, dove in ogni caso metteva via tutti i pur modesti guadagni, Pacciani aveva sempre lavorato. Calcolare le sue entrate è difficile, è però certo che le basse remunerazioni rendicontate da Giuttari non rispecchiano il dato reale, poiché quel che i contadini vendono in modo diretto non viene certo dichiarato. In più, a partire dal 1973, Pacciani aveva percepito una pensione mensile del valore di 900 euro attuali, e dal 1979 anche la moglie. Nel 1981 una causa di lavoro gli aveva fruttato 10 milioni di lire. Altre entrate note sono gli stipendi delle figlie, di circa 600 euro attuali, per tre anni una, per un anno l’altra, e l’affitto della casa di via Sonnino, ma si può scommettere che ce n’erano state altre per un soggetto che faceva mille lavori.
Alla fin fine non pare davvero che Pacciani avesse avuto bisogno di vendere i macabri feticci per mettere assieme il proprio discreto patrimonio. E senza questo tassello fondamentale l’intero scenario di mandanti ed esecutori perde di consistenza, se mai ce ne fosse stato bisogno, tanto assurdo è già di per sé stesso.

21 commenti:

  1. Riguardo i pagamenti del medico le ipotesi sono 2 , Pacciani é l'assassino del 74 e si confida con il medico che gli ordina le escissioni , il medico era l'assassino del 74 e ordina a Pacciani le escissioni ... Mi piacerebbe sapere dai sostenitori della setta e dei mandanti come si fa a sostenere tesi assurde come queste ...

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    1. E' bene ricordare che l'ipotesi di un gruppo -composto da soggetti appartenenti a classi sociali anche molto diverse- si è evoluta negli anni, a buon diritto, essendo l'unica pista ancora "vitale" e supportata da sentenze, per quanto parziali. Ad esempio, nessuno sostiene più che Pacciani ed i cdm avessero il denaro come primo movente. Inoltre, grazie ai criminologi Mastronardi e De Luca, sappiamo che gli omicidi rituali di gruppo sono una realtà operante in diversi contesti; in Messico superano per numero i s.k. solitari e quelli in coppia. Anche la Romania e diversi paesi africani conoscono bene il fenomeno, che molto probabilmente si è manifestato, antropologicamente, ancora prima della figura "individualista" del s.k. solitario. Il sostrato in cui si manifesta il fenomeno dell'omicidio rituale di gruppo è quello della cultura contadina che in Toscana conserva riti e credenze pre-cristiane a malapena intaccate dal sincretismo.

      p.s. anche il termine "mandante" ha perso, di conseguenza, significato.

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    2. Si, però ci dovresti spiegare, una volta tolto di mezzo il dottore che pagava, cosa rimane a supportare l'ipotesi di omicidi di gruppo. Tra l'altro niente nella ricostruzione delle dinamiche omicidarie fa pensare a più di un assassino, e tantomeno a riti officiati in loco. A meno che non credi ai fermaporta che diventano catalizzatori di forze occulte.
      Alla fin fine credo che Giuttari abbia trovato la propria strada nella letteratura, dove la sua fervida fantasia almeno non fa danno.

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    3. Ciò che ad oggi sappiamo degli omicidi seriali, grazie alla raccolta statistica ormai significativa, non ci obbliga a partire dall'ipotesi che il killer seriale debba sempre essere uno e solitario. L'idea che determinati atti estremi e aberranti possano essere condivisi da due o più persone trova resistenze nel buon...senso comune. I dati "nudi e crudi" invece suggeriscono cautela nel giudizio. Abbiamo infatti una vasta gamma di configurazioni "plurali" possibili e documentate che non possono essere escluse a priori senza riscontri fattuali. Se è vero che ogni dinamica dei delitti del mdf può essere risolta con l'intervento di un solo uomo questo non implica l'esclusione di altri soggetti intervenuti a vario titolo (ad esempio: occupazione di postazioni da guardone, recupero delle armi e dei trofei, colonna d'auto per evitare posti di blocco oltre ad un eventuale livello superiore non operativo che non lascerebbe tracce fisiche). Tutti elementi che giustificherebbero l'inafferrabilità del "mostro" durante la serie dei duplici omicidi; c'era una tattica ed una strategia. Voglio dire che l'ipotesi plurale è supportata, oltre che dalle uniche sentenze definitive del caso mdf, dall' impossibilità oggettiva di escluderla con gli elementi in nostro possesso. I rilievi furono fatti sempre male e le scarse conoscenze del fenomeno s.k. spinsero le ricerche e le ricostruzioni in un'unica direzione creduta, appunto, obbligata. Ti faccio notare, ad esempio, quanto sia peculiare un unico soggetto con tanta dimestichezza nel passare dall'arma da fuoco a quella da punta per finire in quella da taglio. Due soggetti, uno con la pistola ed uno col coltello che interviene dopo gli spari sono, a mio parere, da tenere in considerazione. De Fazio notò come non vi fosse uso di coltello per verificare la morte nè a Baccaiano nè a Gigoli; solo prima dell'escissione (e del piquerismo nel '74) sussistono le coltellate altrimenti lo sparatore si astiene. A Baccaiano l'accoltellatore non ebbe modo di agire, a Gigoli probabilmente non c'era ragione che intervenisse o poteva pure essere assente.
      Non credo alle piramidi tronche. Credo che la pistola fosse il vero feticcio, l'accumulatore di "mana", di energia vitale nel senso del "pensiero magico" o "analogico" studiato da Mauss, Levi Strauss ed altri antropologi. La pistola infatti è una costante, sempre presente sulla scena così come è una costante la relazione sentimentale che intercorre tra le vittime. L'aspetto rituale vero e proprio era probabilmente scarno, senza candele o paramenti per intenderci, il "successo" del lavoro occulto/magico era garantito dal sacrificare una coppia di amanti con l'utilizzo di quella particolare pistola, affinché si "caricasse" e potesse servire a donare al possessore (nella sua concezione distorta e patologica) particolari poteri, probabilmente potenza sessuale. Perversioni dell'effetto placebo, ragionevole pensare che il feticcio "funzionasse" o "funzioni" ancora. Chiaro che lo scopo, il movente, non si potesse limitare a "caricare di mana" una pistola. Ritengo infatti che i delitti del mdf abbiano soddisfatto svariate bieche esigenze su diversi piani: parafiliaco, esoterico, esistenziale. Mi fermo qui, spero di avere dato un'idea generale su questa ipotesi.

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    4. Francamente non so come controbattere, forse qualche lettore volenteroso e in disaccordo potrebbe dire la sua.

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    5. Personalmente non ho nessuna obiezione di principio rispetto a mostri al plurale. Però non ho neppure alcun elemento a favore di questa ipotesi. In altre parole, e molto semplicemente, se le scene reggono bene con un assassino, perché dovrei ipotizzarne due? A causa delle testimonianze Longo - Nesi - Zanetti? Per carità...

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    6. 1974 il mostro spara e accoltella la Pettini , che bisogno aveva di assumere un accoltellatore per i delitti seriali successivi ? 1974 I mostri erano 2 , come si giustifica un periodo di raffreddamento di ben 7 anni per poi ricominciare di nuovo ad uccidere insieme ? Esistono casi simili nella storia di sk di coppia e di gruppo?

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    7. E' per l'azione del 1985 che il sk solitario non regge.

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    8. Cit @Omar Quatar 31 marzo 2017 14:10
      "In altre parole, e molto semplicemente, se le scene reggono bene con un assassino, perché dovrei ipotizzarne due?"
      Personalmente ne ipotizzo due nella fase omicidiaria (più vari ed eventuali a supporto logistico) perché ritengo Lotti coinvolto così come Pacciani e Vanni. Penso anche che la dinamica di alcuni duplici omicidi "funziona" meglio con due soggetti a calcare la scena piuttosto che con uno. Scopeti '85 per via del taglio alla tenda (verticale, opposto all'uscita, irregolare e per tutta la lunghezza) e per lo strano percorso di fuga scelto da JMK. Rabatta '74 per la disposizione dei vestiti e degli oggetti fuori dall'auto che immagino operata dallo sparatore mentre l'accoltellatore si intratteneva orribilmente sul corpo femminile. Anche la borsa della ragazza ritrovata a 300 metri potrebbe fare supporre una situazione in cui lo sparatore la sottrae e l'accoltellatore lo convince o gli intima di abbandonarla.

      @Mik 84
      Grande osservazione. Mi ci sono arrovellato parecchio a suo tempo, perché immaginare un cooling-off condiviso così lungo è assurdo.
      La mia idea è che a Rabatta lo sparatore fosse diverso dai delitti successivi mentre l'accoltellatore (probabilmente il capo operativo) fosse lo stesso e che di conseguenza il cooling-off fosse il suo. Possibile che il tempo così lungo si possa giustificare nella ricerca di un nuovo partner e di fiancheggiatori.
      L'idea che l'accoltellatore fosse lo stesso mi nasce da:
      a) c'è un taglio ad ore dieci nella zona in cui, nei delitti successivi, iniziò l'escissione (De Fazio).
      b) tracciò, senza affondare la lama, la zona delle future escissioni.
      L'idea che lo sparatore fosse diverso da:
      a) spara al busto dell'uomo e alla gamba della donna. Nei delitti successivi l'obiettivo era la testa.
      b) si dimostra "inefficace" come mai successivamente; la ragazza esce praticamente incolume alla fine del caricatore.
      c) è una mia ipotesi; dimostra eccessivo interesse per gli oggetti delle vittime.
      Ciò che non trova riscontri statistici è un s.k. "lust" che colpisce una volta l'anno. Per questo ritengo, come Antonio, che non sia "erotico" il movente patologico.

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    9. A Scopeti un unico assassino regge tranquillamente, a tempo debito pubblicherò la mia ricostruzione con tanto di foto, come di consueto.

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    10. Le tue ricostruzioni sono sempre accurate e attendo con fiducia. Abbiamo un unico sk, nella tua tesi GL, che spara, rincorre, cambia arma, pugnala, sgozza, torna alla tenda, escinde, nasconde i due corpi, poi fugge indisturbato, con macabri reperti, da un posto più frequentato di Piazza Navona. Tutto da solo. Ripeto, attendo fiducioso.

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    11. Però converrai con me che in un posto così frequentato un unico individuo avrebbe di sicuro dato meno nell'occhio di due, o di tre, o di quanti sarebbero stati.

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    12. Sarebbe interessante chiederti, quando avrai analizzato, con la cura che ti è propria, tutti i delitti: hai riscontrato elementi, se sì quali, che ti hanno fatto pensare, almeno per un attimo, ad un socio fiancheggiatore per Lotti?

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    13. I delitti li ho già analizzati tutti e di tutti ho ricostruito nel dettaglio le dinamiche. Non ho mai riscontrato la necessità della presenza di uno o più complici, il che però non vuol dire che non ci fosse stato. Escluso Signa, dove a sparare furono in due, sei colpi il primo e due il secondo, a vittime già morte. Ma lì c'erano Stefano Mele e congiunti.

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    14. Toxicity, nel caso di Rabatta un solo sk ha la necessità di sparare per togliere di mezzo la minaccia principale che é il maschio poi si occupa della ragazza accoltellandola a morte per poter usufruire del suo cadavere a proprio piacimento, il movente é l'accanimento verso la ragazza che si sta per accoppiare , quindi un solo sk é appagato da tt questo nella sua completezza... Nel caso di sparatore+accoltellatore , mi domando quale sia il movente dello sparatore ...

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    15. @Mik 84
      Suppongo che la "sfida" -con se stesso- dello sparatore fosse uccidere entrambi con l'uso di un solo caricatore. Probabilmente si sentiva un cacciatore di esseri umani. Uccidere con l'arma feticcio, dividere i due per sempre era probabilmente la fonte del piacere e della soddisfazione.

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  2. In buona sostanza, gli investigatori avrebbero cominciato a ipotizzare l’esistenza di un secondo livello ben prima che il ‘dottore’ di Lotti facesse il suo ingresso sulla scena. Per far partire il nuovo filone d’indagine Giuttari aveva bisogno di un ‘aiutino’, che arrivò provvidenzialmente in forma epistolare. Resta da capire cosa possa averlo spinto ad intraprendere una strada così lunga e difficile come quella della ricerca dei mandanti su basi tanto fragili.
    Hai fatto bene ad evidenziare la prima versione di Lotti sul presunto utilizzo delle parti escisse. Immagino che se non Giuttari, almeno qualche avvocato difensore o di parte civile gliene abbia chiesto conto durante il dibattimento. L’incongruenza tra i due interrogatori è davvero clamorosa, quindi o Lotti nelle sue dichiarazioni andava a ruota libera, o tra marzo e novembre è intervenuto qualcosa che lo ha spinto a presentare una versione dei fatti più intrigante agli occhi degli inquirenti.

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    1. A mio parere mai difesa è stata più ottusa di quella di Vanni. I due avvocati puntarono tutto su Lotti scemo e manovrato, e non si resero conto invece che non era affatto manovrato, ma guidato. In sostanza gli veniva mostrata (quanto consapevolmente o quanto inconsapevolmente non so tutt'ora valutarlo) la direzione di massima dove poteva e dove gli conveniva andare.
      Anche giudicare il perchè Giuttari si sia lanciato su una pista così assurda e fallimentare come la pista esoterica mi riesce difficile. Devo dire comunque che mi sono spostato un po': mentre qualche anno avevo idea che la sapesse anche troppo lunga, adesso mi pare invece più uno non ci aveva capito niente. Ma rimango molto incerto.

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    2. Anch'io mi sono sempre chiesto , com'era possibile che uno dal curriculum come Giuttari potesse credere a delle menzogne come quelle raccontate dal Pucci e dal Lotti , incredibile

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  3. possibile che tanti non riescano ancora a cogliere l'essenza di Lotti? parla di questo dottore che compra i feticci pero' guardacaso non ne conosce nulla nemmeno il nome..e costui sarebbe l'oligofrenico? a me e' sembrato sempre un gran figlio de na .....non una mente ma furbo al punto giusto. del resto PP e MV cosa avrebbero potuto fare se non proclamarsi innocenti? purtroppo dal momento che le escissioni erano avvenute per davvero gli investigatori non poterono far altro che credergli..

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    1. Nella perizia Lagazzi-Fornari si parla in effetti di un uomo il cui patrimonio intellettivo «non appare certo brillante specie a livello di intelligenza teorico-astratta, ma è caratterizzato da buona abilità di comprensione e di gestione dei problemi pratici e concreti. Non si rilevano segni di deterioramento mentale, come attestato dalla vivacità e non esauribilità dell’attenzione, dalla modulazione del pensiero, dalla prontezza e pertinenza delle risposte, dalla capacità di analisi e di critica e dalla stessa reticenza opposta a taluni argomenti». E ancora: «un uomo determinato, sfuggente e francamente sleale quando gli era utile», (…) «eccezionalmente solo, privo di stabili amicizie, connotato da un limitatissimo inserimento lavorativo ed esistenziale», (…) «orientato in senso omosessuale e connotato da forti istanze di carattere perverso, sicuramente tali da essere parte della sua personalità, delle sue scelte e della sua stessa interazione con l’esterno». Molto interessante, a mio modo di vedere.

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