giovedì 30 marzo 2017

Dal "dottore" alla setta (2)

Segue dalla prima parte

La madre di tutte le sette. Come abbiamo visto, dunque, Giuttari aveva iniziato a mettere gli occhi addosso al patrimonio di Pacciani almeno dalla fine di giugno del 1996. Possiamo quindi supporre che già da allora il futuro scrittore di romanzi di successo avesse elaborato la teoria, del tutto inedita e rivoluzionaria, del commercio dei feticci. Ma si era trattato di farina del suo sacco? Quasi sicuramente no. Si legge in una lettera indirizzata, tra gli altri, a Vigna e Canessa e datata 25 marzo 1996, quindi più di tre mesi prima del sequestro dei soldi di Pacciani:

Illustrissimi signori, intendo informarvi di un particolare aspetto che è emerso nell’ambito della mia personale indagine sul “mostro di Firenze”. […] ritengo sia credibile il fatto che coloro (Vanni, Pacciani, Lotti,…) che avrebbero partecipato alle esecuzioni, in quanto organizzati, erano esenti da qualsivoglia movente psicologico o paranormale, ma, usati nelle loro perversioni e consuetudini nell’ambiente dei guardoni e della prostituzione, eseguivano un mandato. […]
È evidente che per quanto riguarda gli “esecutori”, i delitti non venivano concretati gratuitamente, ma in una collegiale complicità potevano essere garantiti solo da un passaggio di denaro e altri beni.
Come pure, se la “mente” commissionava i delitti per necessità occulte e finalizzate a riti sacrificali, tale pratica deve necessariamente essere pagata, così come dimostra l’intera letteratura nel merito. Nell’ambito della mia indagine in tal proposito mi sono chiesta e spero vi chiediate anche Voi: come si giustifica l’assetto patrimoniale di Pietro Pacciani? Con quali soldi acquista due case, intestate alle figlie, e contemporaneamente mette a frutto decine di milioni di risparmio in titoli di vario genere? O vogliamo veramente credere che abbia maturato certe somme mettendo da parte qualche centinaio di mila lire al mese? Non gli sarebbe bastata una intera vita.

Firmataria era la “giornalista investigativa”, come lei amava definirsi (è morta nel 2010), Gabriella Pasquali Carlizzi, che nel 2009 avrebbe pubblicato la lettera nel libro Il Mostro a Firenze. Da una seconda lettera si viene a sapere che, un paio di mesi dopo e di persona, la donna aveva esposto le proprie teorie anche a Giuttari:

Roma, 20 maggio 1996. Illustrissimi Signori, lo scorso venerdì 17 ho incontrato a Firenze il Capo della Squadra Mobile, dottor Giuttari, con il quale avevo preso un appuntamento onde illustrare circostanze “nuove” relativamente all’attuale inchiesta sul “mostro di Firenze”.
Seppure, con grande soddisfazione, ho avuto conferma dell’orientamento della Procura verso una vera e propria organizzazione, (e di tale orientamento ritengo, verbali alla mano, di essere stata promotrice, vedere verbale d’interrogatorio del 18/12/1995) ho peraltro percepito ancora una certa difficoltà nella lettura completa del fenomeno, che non può certo fermarsi alla bassa manovalanza delle esecuzioni, ma ha l’obbligo di risalire ai mandanti e ai mandatari, nonché alle eventuali complicità che di volta in volta hanno procurato coperture e depistaggi. […]
Se proviamo ad immaginare una piramide che comprende la chiave di lettura del fenomeno “mostro di Firenze”, possiamo distinguere vari strati: alla base, manovalanza locale e scelta nel mondo ricattabile dei guardoni e pervertiti, gente sicuramente conosciuta anche dalle forze dell’ordine locali, e forse, speriamo che non sia così, coperta anche da qualcuno di questi; al livello immediatamente superiore frequentatori locali di operatori dell’occulto e capaci di contrattare con la suddetta manovalanza il prezzo in danaro di tali “lavoretti”; ancora più su va ricercato il mago in loco, il quale appena raggiunta la certezza di potere attuare il rito con la disponibilità dei feticci, organizza, eventualmente con collaboratori di livello superiore nelle pratiche dell’occulto, il rito vero e proprio, quello cioè mediante il quale può adempiere secondo le esigenze espresse da chi si è rivolto alla magia costretto da situazioni di sofferenza personale.

Da quanto si deduce dalle due lettere, in quei mesi tra gli investigatori e i magistrati non sarebbe ancora nata la teoria dei mandanti e degli esecutori, una teoria che la Carlizzi invece descrive ampiamente, con tanto di commercio dei macabri feticci e considerazioni sui troppi soldi di Pacciani. Era stata lei, quindi, a mettere “la fatidica pulce nell'orecchio” a Giuttari e a fargli leggere in chiave “esoterica” la telefonata del 28 giugno tra Pacciani e suor Elisabetta? È certamente lecito sospettarlo, e comunque l’esistenza di questi stimoli getta ombre ancora più fosche sulla comparsa del “dottore” di Lotti qualche mese dopo.
Gabriella Pasquali Carlizzi sarebbe stata ascoltata molte altre volte dagli inquirenti, ai quali avrebbe illustrato le sue sconcertanti teorie intorno a sette sataniche e servizi segreti deviati, allargatesi sempre di più via via che passavano gli anni. Tanto per avere un’idea di dove sarebbe arrivata, si legga questo frammento tratto da Gli affari riservati del mostro di Firenze, libro uscito nel 2002:

Qui siamo di fronte ad una organizzazione che ha ramificazioni internazionali, che ha seminato l’Europa e gli Stati Uniti di delitti ancora insoluti operando indisturbata sotto gli occhi di tutti.
Esiste un codice segreto di cui questa organizzazione si avvale per dialogare, inviare messaggi, designare le vittime, segnalare pericoli, depistare attraverso i mass media.
[…] attraverso questo codice, elaborato su basi puramente scientifiche, negli ultimi anni ho potuto anticipare agli inquirenti una serie di delitti che poi si sono puntualmente verificati e che a tutt’oggi sono senza un colpevole.
I crimini che portano la firma di questa organizzazione hanno tutti un carattere simbolico, un carattere storico, un carattere geografico, un carattere nominale e un carattere numerico.
Quando sospetto che un determinato delitto sia stato compiuto dall’organizzazione applico la chiave del codice a ciascuno di questi cinque parametri. Se il risultato è lo stesso per almeno tre di questi allora vi è una probabilità dell’ottanta per cento che a colpire siano stati i membri di questa cupola.
L’appartenenza a questa organizzazione è imprenscindibile dall’appartenenza alla Massoneria. Si tratta di una circostanza storicamente provata. Così come è stata individuata l’identità di quella che possiamo definire, più che una setta, una schola esoterica.

L’organizzazione segreta avrebbe avuto il nome di “Ordine della Rosa Rossa e della Croce d’Oro Indipendente e Rettificato”, e sarebbe stata responsabile delle più terribili nefandezze in tutto il mondo, tra le quali, oltre i delitti del Mostro di Firenze, l’attentato a Papa Wojtyla, l’uccisione di Aldo Moro, la distruzione delle Torri Gemelle, la tragedia di Ustica e via di questo passo.
Prima di accostarsi a quella del Mostro e farne il proprio interesse principale, la signora Carlizzi era già entrata in altre inchieste importanti con clamorose affermazioni, sempre frutto, a suo dire, di confidenze riservate ma sempre prive di veri riscontri. Le cronache giornalistiche ne riportano, ad esempio, il coinvolgimento nella vicenda dei documenti delle Brigate Rosse su Aldo Moro, ritrovati fortunosamente, e che, secondo lei, erano già in mano a uno dei brigatisti in carcere (la Carlizzi lo frequentava in veste di assistente sociale). Un altro caso eclatante era stato quello della cosiddetta “clinica dei VIP”, un luogo di cura per ricchi dove sarebbero avvenuti ricatti a luce rossa e morti misteriose, almeno così lei sosteneva. Le sue accuse avevano portato addirittura alla riesumazione della salma del famoso attore Walter Chiari, in cerca di sostanze che avrebbero potuto averlo ucciso, senza però alcun risultato.
La donna si era anche resa protagonista di molti equivoci episodi a base religiosa, che le avevano procurato diffide dall’autorità vaticana. Affermava, ad esempio, di essere in contatto con un prete defunto, padre Gabriele Berardi, un canale che le avrebbe consentito di prevedere fatti clamorosi, tra i quali la nascita di un nuovo Gesù Cristo nella notte santa del 1992! Per diffondere i messaggi ricevuti dall’aldilà aveva fondato, assieme al marito, un’associazione religiosa che predicava la povertà, chiedendo agli adepti di spogliarsi dei loro beni. Fino a quando non era stata denunciata da alcuni di loro per l’appropriazione di ben sette miliardi di lire, accusata di truffa e circonvenzione d’incapace, arrestata e infine condannata assieme al marito.
Alla vicenda del Mostro si era accostata nel 1995, dopo aver raccolto e diffuso le confidenze di una ragazza che aveva trascorso, a suo dire, una notte di sesso con il noto scrittore Alberto Bevilacqua, durante la quale questi le avrebbe confidato di essere lui il feroce uccisore di coppiette. La Carlizzi era stata accusata di calunnia per aver amplificato e montato l’inverosimile accusa, rischiando l’arresto e rimediando infine una condanna a due anni di carcere. Vale la pena notare che nel libro da lei pubblicato a ridosso di quei fatti, Lettera ad Alberto Bevilacqua sul Mostro di Firenze (febbraio 1996), non si faceva cenno alcuno alla setta della Rosa Rossa, la cui esistenza evidentemente sarebbe stata scoperta (o inventata) in un momento successivo. Però si parlava già di magia, della quale il noto scrittore si sarebbe avvalso per risolvere i propri problemi di salute.
Dopo quell’ingresso così così, Gabriella Carlizzi avrebbe messo pian piano da parte le accuse a Bevilacqua e continuato a sgomitare inviando lettere a destra e a manca, soprattutto a magistrati e poliziotti di Firenze (Vigna, Tony, Fleury, Canessa, Giuttari) e in seguito di Perugia (Mignini), ma anche a personaggi politici, dove paventava l’intervento di forze occulte nella vicenda del Mostro. Il 21 ottobre 1998 sarebbe riuscita persino a farsi ascoltare dalla commissione parlamentare di vigilanza sui servizi segreti, presieduta da Franco Frattini, alla quale avrebbe riferito notizie in suo possesso su dossier riservati andati in giro per tavoli definiti “impropri” (il riferimento era ai ridicoli studi di Francesco Bruno, dei quali si è già parlato qui, e sui quali ancora torneremo).
Come si vede, i nostri investigatori avrebbero fatto bene a tenersi alla larga dalla sedicente “giornalista investigativa”, rintuzzando senza esitazioni le sue continue richieste di contatto, ma non andò così, poiché la donna fu ascoltata moltissime volte, tra Firenze e Perugia. Avremo occasione più avanti di esaminare qualcuno dei suoi “stimoli”; intanto si rifletta su questo frammento di un verbale datato 4 settembre 2002, in piena era Narducci (il documento completo è scaricabile qui).

Ieri 03.09 ho telefonato al dott. Mignini e gli ho parlato di due suore che sarebbero state interessate nel caso del mostro di Firenze, una è suora Elisabetta che tutelò Pacciani fino alla morte ed ebbe un interessamento un po’ troppo particolare. […] L’altra suora che ho conosciuto diversi anni fa, tale Suor Miriam, che effettivamente faceva parte del servizio segreto del Vaticano, questo avveniva nel 1993. Questa suora mi chiese se attraverso i messaggi di Padre Gabrieli avevo notizie della salute del Papa. Padre Gabrieli mi disse che era stato fatto un maleficio al Papa, una messa nera direttamente nel Vaticano, e gli avevano posto un “feticcio” nella rete ortopedica. Rivista la suora gli comunicai quanto avevo saputo; di seguito tornò questa suora per dirmi che il feticcio era stato trovato dove avevo indicato.

Dottor Jekyll e Mister Hyde. Prima di addentrarsi a gamba tesa nel mondo delle sette magico-esoteriche e dei servizi segreti deviati, probabilmente l’investigatore e futuro scrittore di successo Michele Giuttari elaborò uno scenario molto più semplice: un medico, maniaco per interposta persona, protetto dalla propria potente famiglia. È quanto si deduce dalla lettura della parte finale di Compagni di sangue (maggio 1998), libro scritto a quattro mani assieme al noto giallista e intrattenitore televisivo Carlo Lucarelli, dove, giocando tra realtà e immaginazione e lasciandosi prendere fin troppo la mano, i due autori tracciarono un possibile sviluppo delle indagini sui mandanti (a testimoniare la fluidità – e la confusione – delle ipotesi sul tavolo, esaminarono anche una pista del tutto differente, quella di un pittore svizzero fuggito all’estero, ne tratteremo più avanti). Dopo aver elencato una serie di strani eventi, a loro giudizio indicativi della presenza nella vicenda di un personaggio che operava dietro le quinte, ben più raffinato di Pacciani e complici, gli autori si concentrarono sulla misteriosa signora bionda che qualche anno prima aveva trascorso una notte in casa di Angiolina Manni, moglie di Pacciani, vicenda che vale la pena riassumere.
Lunedì 22 dicembre 1995, attorno alle 12.30, fu notata a Mercatale una signora bionda – probabilmente non naturale – di circa settant’anni, avvolta in una lunga pelliccia. Riempite due borse di generi alimentari in un supermercato locale e chieste indicazioni a una persona incontrata per strada, la signora andò poi a bussare alla porta di Angiolina. Solitamente la burbera donna non permetteva ad alcuno di entrare nella propria casa, ma la sconosciuta le disse di essere stata mandata da una figlia per portarle la spesa, e con questo espediente riuscì a farsi aprire. Attorno alle 5 del pomeriggio la signora andò in farmacia a chiedere un tranquillante, che però non le fu consegnato necessitando di ricetta. Per nulla scoraggiata, si recò allora in un vicino ambulatorio medico dove ottenne la ricetta e con quella in mano potè finalmente acquistare il medicinale richiesto. Più tardi fu vista passeggiare per strada assieme all’Angiolina, in casa della quale trascorse la notte per poi prendere l’autobus alla mattina e sparire nel nulla.
Verso le 11 l’Angiolina uscì e si mise a gironzolare per le strade del paese con andatura un po’ barcollante, fino a quando non cadde battendo la faccia sul selciato e procurandosi qualche leggera ferita. Nel mentre veniva soccorsa fu sentita lamentarsi di essere stata derubata di 300 mila lire dalla signora che aveva dormito da lei. Per precauzione fu ricoverata in ospedale per qualche giorno, dove le fu riscontrato un leggero stato confusionale ma nessun segno di violenza, se non le ferite provocate dalla caduta.
Molto probabilmente la signora bionda aveva dato ad Angiolina il tranquillante acquistato in farmacia, potendo così avere a disposizione tutta la notte per muoversi con comodo in casa sua. A quale scopo? Certamente il suo obiettivo primario non potevano essere state le 300 mila lire, semprechè davvero le avesse prese lei. Sentiamo che cosa ne pensavano Lucarelli e Giuttari.

Se questi atti non fossero veri e, invece, fossero episodi di un romanzo giallo, la "donna misteriosa" sarebbe, allora, la moglie del medico, o l'amica, l'amante, una che sa e condivide, una che lo protegge. La moglie di un medico molto ricco, con gravi problemi sessuali. Un medico specializzato, magari in ginecologia come a suo tempo vociferava l'opinione pubblica.
Qui le deduzioni investigative si fermano e cedono il passo alla fantasia. Ma se fosse davvero un romanzo giallo, quello dei "Mostri di Firenze" sarebbe un romanzo con due protagonisti. Una sorta di “Dottor Jekyll e Mister Hyde” non fusi nella stessa persona, ma divisi in due persone distinte.
Da una parte, il Dottor Jekyll, un persona colta, facoltosa, potente. Il raffinato esponente di una famiglia d'élite che di giorno compie una vita normale. È un medico, il nostro Jekyll, che dedica gran parte della sua vita al suo lavoro. Il suo reparto in ospedale, le visite in clinica, gli esami al laboratorio. Un lavoro che lo porta a contatto con la fonte stessa della vita: la nascita. Il nostro dottor Jekyll è uno stimato ginecologo che di giorno, nel vero senso della parola, dà la vita.
Ma di notte, la notte del cuore, della metà oscura dell’anima, il nostro dottore è diverso. Pur essendo un uomo colto, di grande successo professionale, un uomo ricco, stimato e potente, il nostro dottore è infelice. È malinconico. È triste. È malato. Non riesce a raggiungere, né ha mai raggiunto, la soddisfazione sessuale. Si è sposato ma il matrimonio non funziona. Forse non riesce a confessare neppure a se stesso le proprie tendenze, quello che nasconde nel cuore e che lo spinge a fantasticare in modo inconfessabile. E irrealizzabile, perché il nostro dottore non ha il coraggio di far emergere quell’altro, il mister Hyde che sta nascosto in lui.
Poi, però, lo incontra.
Mister Hyde è un rozzo contadino che vive quasi esclusivamente nella brutalità fisica della materia. È l'esatto contrario di lui: incolto, diretto, violento. Distruttivo. Uno che a a che fare in maniera istintiva e piena col lato oscuro delle cose. Con la morte.

Secondo l’ipotesi formulata dal libro la misteriosa signora bionda sarebbe stata quindi la moglie di uno stimato ginecologo, afflitto da gravi problemi sessuali, che un giorno aveva incontrato il proprio mister Hyde in una figura reale, Pietro Pacciani. Evidentemente la donna sarebbe andata a casa del contadino per far sparire eventuali prove rimaste – nonostante le certosine perquisizioni dell’era Perugini – dell’imbarazzante rapporto, così descritto da Lucarelli e Giuttari:

Gli stessi interessi sessuali, le stesse perversioni, lo stesso sadismo e la stessa attrazione per il sangue e per la morte. Due lupi che si incontrano. Il dottor Jekyll che incontra il suo mister Hyde.
Quello che nasce è un legame strettissimo. Mister Hyde subisce il fascino dell'uomo colto e raffinato, il dottor Jekyll quello dell'essere primordiale che vorrebbe diventare. Hyde, avido e avaro, legatissimo ai soldi, vede nel dottore l'uomo che può soddisfare i suoi bisogni materiali. Jekyll, debole e distante, vede in lui la stessa cosa. Soddisfare il bisogno di una brutalità che esca allo scoperto proprio nel momento in cui sta per avere origine la vita. Colpire e straziare le coppie nel momento dell'amore, mutilare la donna proprio in quei simboli di vita, di felicità e di piacere che a lui, al dottor Jekyll, sono negati.
Si crea un rapporto mandante-esecutore che si rovescia continuamente, che gira, come un vortice. Un rapporto piramidale, che si struttura in vari livelli e che coinvolge anche altre figure. Una struttura rara, insolita, ma tutto sommato non inedita, anche se non ancora studiata per gli omicidi in serie. È la stessa, per esempio, che domina gran parte del mondo della pedofilia: ricchi pervertiti che pagano sporchi mezzani che pagano brutali pervertiti per abusare di un bambino.
Ma gli altri, gli aiutanti che vedono il dottore, che ne sentono parlare, non lo conoscono. Non lo frequentano. Dottor Jekyll e Mister Hyde sono soltanto loro, il ginecologo e il contadino.
Questa è la storia, una storia vera, basata su fatti realmente accaduti, con un finale fantasioso. Anche se spesso la realtà supera la fantasia e i finali fantastici si rivelano più limitati e meno inquietanti di quelli reali. E forse un giorno si scoprirà che il medico e il contadino, il dottor Jekyll e il mister Hyde di questa strana storia di realtà e fantasia corrispondono davvero alla verità delle cose.
Anche se non sarà facile. All'epoca dell'ultimo processo il nostro dottor Jekyll potrebbe essere già morto e non c'è nulla come una pietra tombale per seppellire definitivamente ogni epilogo.

La prosa è certamente di Lucarelli, poiché Giuttari ancora non aveva imparato a scrivere così bene – si legga il suo primo modestissimo romanzo di tre anni dopo, Assassini a Firenze, per rendersene conto – ma non c’è motivo di dubitare che l’avesse condivisa, mancando ogni avvertenza contraria. Il che appare gravissimo per un investigatore impegnato sul campo, e dimostra come la troppa fantasia, sollecitata e alimentata dalle malignità della gente, possa comportare conseguenze nefaste su un’indagine giudiziaria, poiché il dottor Jekyll del libro era una persona reale, già deceduta da quasi dieci anni, i cui familiari subirono notevoli disagi causa meri sospetti originati da dicerie e lettere anonime. Accenni alla sua esistenza se ne erano già avuti qualche mese prima dell’uscita del libro, appena morto Pacciani, quando i giornali avevano pubblicato delle eloquenti dichiarazioni in merito da parte di Aldo Colao, pronunciate durante l’arringa al processo contro Vanni e Lotti. Da “La Repubblica” del 25 febbraio 1998:

Ma dimenticare Pacciani non sarà facile per nessuno. La sua figura continua a dominare il processo ai suoi scoloriti "compagni di merende", mentre si è scatenata la caccia al medico presunto "committente" dei delitti. "So chi è", ha detto ieri in aula uno degli avvocati di parte civile, Aldo Colao. Era un ginecologo, sostiene. È morto da anni. Ma una sua familiare - afferma - è la responsabile di una misteriosa aggressione subita il 22 gennaio 1996 dalla moglie di Pacciani, Angiolina.

Con tono maggiormente dubitativo, scriveva “Il Corriere della Sera” nel medesimo giorno:

Ieri uno degli avvocati di parte civile, Aldo Colao, ha detto che il misterioso medico-mandante tirato in ballo dal supertestimone Giancarlo Lotti, potrebbe essere un ginecologo, morto da anni, che aveva in cura anche Angiolina, la moglie di Pacciani. Ma il capo della Mobile di Firenze, Michele Giuttari, ha precisato che Colao non ha fornito elementi di riscontro: "L'indagine non può essere condotta sulla base di voci di paese".

Giulio Zucconi. Quando era stato chiamato da Vigna per cercare i complici di Pacciani, Giuttari aveva potuto contare su un magnifico punto di partenza, Mario Vanni, lo spaventatissimo ex postino che si era scavato la fossa da solo durante la sua celebre deposizione al processo Pacciani. Per la nuova ipotesi investigativa dei mandanti, invece, non c’era nulla, né elementi per identificare il “dottore” di Lotti, né tracce dei pagamenti ricevuti da Pacciani. C’era però il vastissimo materiale investigativo riguardante i personaggi che nella quindicina di anni precedenti erano incappati in qualche modo nei controlli delle forze dell’ordine, ad esempio per denunce di cittadini sospettosi o anche soltanto per  lettere anonime. Gli armadi di Questura e Procura dovevano essere pieni dei loro faldoni, bastava aprire quelli dei più ricchi, e, assecondando l’immaginario collettivo, meglio se dottori e ancora meglio se ginecologi. A quella fonte Giuttari avrebbe attinto a piene mani, arrivando fino a Perugia.
Ma non anticipiamo i tempi. Nessun dubbio che il ginecologo indicato da Colao e il dottor Jekyll del libro coincidessero, e fossero da identificarsi in Giulio Zucconi, morto nel 1989 a 54 anni, già primario di ginecologia all’ospedale Careggi di Firenze e libero professionista a San Casciano, dove si recava a visitare una volta la settimana in un ambulatorio messogli a disposizione da un farmacista del quale vedremo tra breve. Come altri dottori e ginecologi, ai tempi dei delitti era stato oggetto di chiacchiere malevole che lo identificavano con il Mostro, e che a detta di chi lo conosceva lo avevano molto amareggiato. Chiacchiere che erano aumentate dopo l’ingresso di Pacciani sulla scena, poiché Zucconi, con la famiglia d’origine, aveva abitato a Mercatale proprio in una casa adiacente alla sua. Il fatto che in realtà lo stimato professionista se ne fosse andato già sei anni prima dell’arrivo del contadino non aveva impedito la nascita di illazioni su improbabili rapporti di amicizia e frequentazione tra i due.
Quando Giuttari andò a rimettere il naso nella faccenda, trovò vari testimoni pronti a riportargli tutte le chiacchiere di cui poteva aver bisogno. Tra le altre quella di una grossa ecchimosi vista sul volto di Zucconi dopo il delitto degli Scopeti, da lui inutilmente giustificata con una caduta da cavallo. Poi le armi. Nessuna Beretta calibro 22, beninteso, però risultava che il ginecologo avesse posseduto tre fucili da caccia, una carabina e un revolver. E infine le lettere anonime, a quanto sembra almeno tre, scritte tra il gennaio 1996 e il dicembre 1997, che lo avevano segnalato come persona implicata nei delitti del Mostro. In una, composta con ritagli di giornale, stava scritto: “cercate la pistola del Mostro dentro la bara del dott. Zucconi”. In un’altra il ginecologo veniva indicato come persona alla quale, insieme ad amici tra cui Mario Vanni, “piaceva fare visita alle ragazze. Le spogliava e metteva nella cicalina un tralcio di vite”.
A rendere ancora più interessante lo scenario contribuìva la presenza del fratello ambasciatore Gaetano, un potente quindi, in grado di proteggere il congiunto attraverso le proprie amicizie altolocate, e della vedova Maria Ines Pietrasanta, anche lei medico e di età compatibile con la signora che era entrata in casa dell’Angiolina. Come abbiamo visto, giustamente, il commissario Giuttari aveva detto ai giornalisti incuriositi dalle parole di Colao che le indagini non venivano condotte sulla base di voci di paese, ma già da una ventina di giorni, il 5 febbraio 1998, la signora Pietrasanta era stata messa sotto inchiesta proprio per quell’episodio.
Che cosa avevano in mano gli inquirenti per giustificare i loro sospetti sull’anziana donna? Niente di concreto, almeno da quanto si evince dalle poche sparse notizie riportate dai giornali. A Mercatale in molti avevano visto la misteriosa donna bionda, la quale, a dire il vero, non aveva fatto nulla per passare inosservata, e qualcuno si era dichiarato possibilista sull’identificazione con la Pietrasanta, a casa della quale erano state sequestrate una parrucca bionda e una pelliccia. Tanto era bastato per iscriverla nel registro degli indagati.
Oltre alla vedova, a fare le spese delle avventate teorie degli inquirenti su Giulio Zucconi fu anche il fratello Gaetano, tirato in ballo in molti articoli di giornale come persona sospettata, sempre senza il nome, ma ben riconoscibile in qualità di “ex ambasciatore” o “diplomatico”. Orgoglioso per una vita da onesto servitore dello stato e mortificato per l’incubo nel quale era caduta la sua famiglia, il povero ambasciatore in pensione così si doleva in un bell’articolo di Giuseppe d’Avanzo dal titolo “Il falso mostro di Firenze”, uscito su “La Repubblica” del 22 giugno 2002, quando da tempo ormai il dottor Jekyll non bastava più e si era entrati in piena era satanica (vedi):

In Italia non esiste la pena di morte, ma la morte civile sì e io mi sento condannato a una morte civile. È una condanna che uccide lentamente, che ti porta via quanto hai di più caro, un buon nome costruito dal lavoro e dalla vita di più generazioni, gli amici che hai amato o ami; è una Gehenna che isola la tua famiglia precipitandola nel disonore; è un fantasma che, alla fine, ti divora come un'ossessione.
Mi è sembrato naturale e doveroso attendermi giustizia da chi è deputato ad amministrarla. Sono stato per tutta la mia vita un funzionario dello Stato e a quella regola di discrezione personale e di rispetto istituzionale ho ritenuto di tener fede anche in questa penosa circostanza, anche quando c'era chi mi consigliava di reagire, di protestare. No, replicavo, è un lavoro che la legge assegna ai giudici. Prima o poi, mi dicevo, queste "voci di questura" assumeranno la forma di accuse, di contestazioni formali e allora mi difenderò davanti alla magistratura. O, se nessuna contestazione si materializzerà, sarà un giudice a punire la diffamazione del mio nome. Purtroppo, mi sono illuso: non vanno così le cose in Italia.

Probabilmente fu di poca consolazione per Zucconi la gelida replica di Canessa, pubblicata il giorno dopo nella cronaca fiorentina dello stesso quotidiano, che a suo riguardo precisava: “non è iscritto nel registro degli indagati per la vicenda dei duplici delitti del mostro di Firenze. Non c'è alcuna indagine nei suoi confronti”. Ancora nel 2005, però, Giuttari avrebbe portato avanti i sospetti sul fratello nelle proprie note investigative (vedi): solitario dottor Jekyll prima, affiliato a una inesistente setta satanica poi, si sperava che il defunto ginecologo potesse almeno aver fatto parte del fantomatico gruppo che a San Casciano avrebbe partecipato a sfrenati incontri collettivi a base di sesso e magia nera.
Intanto l’inchiesta su Maria Ines Pietrasanta rimaneva aperta. Verso la fine di maggio 2005 (a distanza di ben sette anni dall’iscrizione nel registro degli indagati!), piuttosto che niente Paolo Canessa ne chiese il rinvio a giudizio per rapina, sequestro di persona e lesioni, come si vede nulla a che fare in modo diretto con la vicenda del Mostro. L’udienza preliminare si tenne il 5 luglio 2006, con il risultato di un proscioglimento totale. Da “La Repubblica” del giorno dopo:

[…] gli avvocati difensori Umberto e Francesco Paolo Guidotti hanno confutato tutti gli elementi raccolti dall' accusa. Il test del dna su un capello trovato nel letto in cui dormì la signora bionda ha escluso che appartenesse alla loro assistita. Né era sua la calligrafia trovata sul retro di un biglietto ferroviario. Inoltre la loro cliente non parla toscano, come la misteriosa visitatrice che peraltro - hanno sottolineato - non indossava affatto una parrucca. La sua pelliccia ha poco o niente in comune con quella descritta dai testimoni. E perché mai avrebbe dovuto farsi rilasciare una ricetta per il Tavor, dato che è medico? E che cosa avrebbe sperato di trovare nella casa di Pacciani, che era stata setacciata più volte dalla polizia? Argomenti che hanno convinto il giudice.

Parte di quegli stessi argomenti che convinsero il giudice nel 2006 avrebbero dovuto far riflettere gli inquirenti già all’inizio della loro inchiesta, risparmiando alla signora e ai suoi familiari un incubo durato otto lunghi anni, e alla collettività un inutile spreco di risorse.
Ma le macerie lasciate dalla delirante pista esoterica non si fermano certo qua; siamo appena all'inizio.

Segue

1 commento:

  1. In una trasmissione televisiva andata in onda in un’emittente regionale (credo nel 2004), dove evidentemente si sentiva più libera di esprimersi di quanto non fosse negli studi Rai di Porta a Porta, la Pasquali Carlizzi attribuiva alla misteriosa organizzazione internazionale anche il delitto di via Poma, paragonato al richiamo di un vaccino, e quello di Cogne, reso possibile attraverso il controllo mentale della madre del bambino. Personaggio inquietante.

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