martedì 24 novembre 2015

Una misteriosa frattura (1)

Sulla morte di Francesco Narducci è stato detto e scritto di tutto, ma in definitiva la questione rimane ancor oggi irrisolta: fu ucciso e i suoi familiari imbastirono la commedia del doppio cadavere per nascondere la verità, oppure si suicidò, e i suoi familiari semplicemente cercarono di evitare l'autopsia per credere e far credere a una disgrazia? Intanto l'ipotesi della disgrazia mettiamola da parte: nessuno ci ha mai creduto, nè allora nè dopo la riapertura delle indagini, poichè le modalità con le quali Narducci era andato incontro al suo tragico destino non consentono di annoverarla tra le eventualità ragionevoli. Restano quindi possibili i due soli scenari dell'omicidio e del suicidio, posti l'uno di fronte all'altro dal giudice Paolo Micheli nella sentenza uscita il 20 aprile 2010.
Secondo la prospettazione accusatoria del pubblico ministero Giuliano Mignini, Francesco Narducci era stato ucciso, secondo Paolo Micheli si era suicidato (chi scrive si trova decisamente d'accordo con questa seconda ipotesi). Il maggior argomento del quale disponeva Mignini per accreditare l’ipotesi dell’omicidio era senz’altro la frattura del corno superiore tiroideo sinistro scoperta nei resti di Narducci riesumati a 17 anni di distanza dalla morte. Secondo lui e i suoi consulenti la presenza di quella frattura non poteva che testimoniare un’azione di strozzamento.




Si trattava però di una frattura isolata, con tutte le strutture ossee e cartilaginee circostanti integre, il che rendeva poco probabile un’azione condotta con la forza necessaria a soffocare la vittima. I testi di medicina legale riportano dati statistici sulle morti da strozzamento in cui le rotture isolate di un corno tiroideo sono l’eccezione, come in “Asfissie meccaniche violente”, di Giancarlo Umani Ronchi e Giorgio Bolino, dove tra l'altro si legge: “Il riscontro di un’unica frattura di un corno superiore tiroideo […] in assenza di altri segni lesivi a carico delle strutture del collo, assume scarso valore diagnostico”. Va anche precisato che non fu possibile stabilire se la lesione era precedente o successiva alla morte, come ben specificato dalle seguenti considerazioni dello stesso consulente del PM, professor Giovanni Pierucci, che aveva eseguito l'autopsia: 

Di fronte ad una lesione del genere si pone classicamente il quesito della ‘vitalità’, vale a dire del periodo in cui essa fu prodotta: se dopo morte, ovvero prima della morte, e di quanto tempo prima (..). Di fronte all’assoluta irriconoscibilità della vitalità, noi abbiamo tentato di saggiare qualche proprietà fisico-chimica dell’emoglobina (..) con risultati peraltro nulli: coerentemente con l’entità dei fenomeni trasformativi. Questi sono risultati di tipo complesso, ed anche antitetico, tipo mummificazione e ‘saponificazione’ (..). Assai interessante, sul piano ‘bio-tanatologico’, un rigogliosissimo sviluppo fungino (..): anche le parti molli peri- e iuxta-tiroidee sono risultate sede di un rigogliosissimo sviluppo fungino, un vero e proprio feltro (..), idoneo ad ‘assorbire’ ogni traccia di reazione vitale. Per tale motivo, la prova sicura di una produzione vitale ovvero post-mortale della frattura in discussione non può essere fornita.
 
In ogni caso quella frattura c’era, di sicuro non poteva essersi prodotta da sola, quindi va giustificata.
Le possibili spiegazioni offerte dalla sentenza Micheli, che riprende e amplia quelle proposte dalla difesa della famiglia Narducci, sono molteplici. Innanzitutto non si esclude che fossero state le manovre di estrazione del complesso dove era contenuta (laringe, trachea, osso ioide) a fratturare la fragile struttura. L’operazione però era stata condotta da Pierucci con estrema diligenza, senza che i consulenti delle parti avverse – si trattava di un incidente probatorio – avessero avuto qualcosa da ridire. Queste furono le dichiarazioni di Barbara Cucchi, tecnico di laboratorio (31 marzo 2004).

L’operazione è stata condotta dal prof. Pierucci in maniera professionale ed ineccepibile e nessuno dei presenti al momento ha avuto da ridire sull’operato svolto. Una volta posta in evidenza la parte interessata, il prof. Pierucci ha estratto la cartilagine tiroide, stando ben attento a non toccare i corni della stessa. Preciso ancora che il prof. Pierucci ha scarnificato completamente la cartilagine tiroide, estraendola con molta cautela e facilità, senza toccare minimamente i corni della stessa. Una volta estratta la parte veniva mostrata ai presenti i quali non hanno fatto alcuna osservazione. L’operazione è durata circa tre ore, data l’estrema cautela impiegata dal prof. Pierucci. Quando lo stesso ha mostrato la cartilagine prima descritta ben scarnificata, ha evidenziato la linea di frattura esistente nel corno superiore sinistro e nessuno ha obbiettato nulla, né sulla parte, né sull’operato del professore.

La sentenza propone due altre possibili spiegazioni. La prima riguarda i momenti appena precedenti la morte, quando Narducci, nel cadere o lasciarsi cadere in acqua, poteva aver urtato una sporgenza della barca.

Altra considerazione, che merita rilievo centrale, riguarda l’esclusione da parte del P.M. di qualunque ipotesi alternativa ad un’azione di strozzamento per spiegare la lesione appena ricordata: passi per l’impossibilità che a provocare la frattura sia stata proprio la manovra di dissezione compiuta dal prof. Pierucci, data l’indiscutibile professionalità da lui dimostrata anche nella circostanza; passi parimenti per l’impossibilità che sia derivata dagli spostamenti del cadavere all’atto della riesumazione o nelle fasi successive (visto che si trattava di una frattura consolidata e praticamente “ingessata” da tempo); ma non si vede perché l’evenienza di un urto del collo del Narducci su una superficie rigida od un ostacolo, prodottosi quando egli era ancora in vita, dovrebbe essere relegata a identico rango.
Di superfici idonee a determinare quel tipo di conseguenze, negli ultimi frangenti dell’esistenza terrena del gastroenterologo perugino, ce n’erano: si pensi al profilo dello scafo del natante dove egli si trovava, od a quello del parabrezza.
Se cadde o si lasciò cadere in acqua, intontito da una pesante dose di meperidina, perché non ammettere che poté urtare sul bordo o sul parabrezza della barca? E perché non considerare gli spigoli o una delle piccole bitte presenti sul bordo dello scafo, ovvero le smussature lungo l’andamento curvilineo del parabrezza, come un corpo solido capace di provocare una lesione di quel genere in un punto così determinato del collo? È chiaro che un urto contro una superficie “estesa”, come sottolinea il P.M., non avrebbe avuto la possibilità di produrre quella lesione: ma un’eventuale collisione contro un corpo solido di forma allungata sì, certamente interessando un’area ben localizzata e concentrata del collo e senza la necessità che per produrre una frattura fosse indispensabile esercitare una forza progressiva.

Lo scenario non convince, poiché ha probabilità bassissime. Forse una sporgenza di piccole dimensioni (come uno spigolo)  avrebbe potuto comprimere il corno tiroideo sinistro fino a romperlo, se urtata con molta forza, ma la coincidenza che l’urto fosse avvenuto proprio in quel particolare punto del collo, neppure troppo esposto, lascia assai perplessi.
La seconda spiegazione chiama in causa le modalità di recupero e successivi spostamenti del cadavere, con la sentenza che riporta queste considerazioni della difesa Narducci:

Chiunque abbia consuetudine coi cadaveri (..) sa quanto essi siano difficili da maneggiare (..). Un modo idoneo ed efficace per spostarli (anche soltanto metterli in cassa) è che di due persone una afferri il morto per le caviglie, l’altra per il collo (sotto la mandibola: qui c’è un’ottima presa; ed è una presa che agisce su di una regione anatomica e con modalità analoghe alle manovre di strozzamento o strangolamento effettuate sul vivente).
Non dimentichiamo, tra l’altro, che il nostro morto del lago non fu semplicemente spostato; fu caricato a bordo del natante dei Carabinieri, operazione che comporta trazioni ed afferramenti di notevole violenza.

Anche questo scenario convince poco. Due persone spostano un corpo inanimato afferrandolo per le caviglie e per le ascelle, non per il collo.
Senz’altro più appropriate paiono queste considerazioni di Micheli:

Non va dimenticato, inoltre, che il cadavere rinvenuto il 13 ottobre 1985 aveva la più volte menzionata cravatta, rimasta impressa nella memoria di vari testimoni e concordemente descritta come assai serrata: come si può escludere che la frattura del cornetto sinistro della tiroide sia derivata da quella, vuoi perché rimasta a cingere il collo mentre cominciava a gonfiarsi, vuoi magari perché afferrata anche per pochi attimi da chi stava esercitando una notevole forza di trazione per rendere possibile l’imbracatura del corpo, per sistemarlo sul telo parimenti descritto dal Baiocco o per riuscire direttamente nell’intento di sollevare il corpo stesso dalla superficie del lago e sistemarlo sulla barca dei soccorritori?

In effetti la cravatta doveva trovarsi più o meno in corrispondenza dei corni tiroidei, ed era a diretto contatto con la pelle (appuntato di polizia Paolo Gonnellini, 22 ottobre 2003 : “Stretta al collo l'uomo aveva una cravatta scura che si trovava al di fuori dei colli della camicia”), quindi il suo utilizzo per tirar su il cadavere dal lago, più che il gonfiarsi stesso del collo, avrebbe forse potuto produrre la frattura. Possibile, ma molto improbabile. Nel tirar su una persona esanime afferrandola per la cravatta la pressione maggiore viene esercitata sulla parte posteriore del collo, mentre una pressione minore, dovuta allo stiramento del cappio, viene esercitata sui lati. Ma i corni tiroidei si trovano in posizione latero-anteriore, non laterale, quindi non vengono interessati.
Ci sono poi le modalità di recupero descritte dal pescatore Ugo Baiocco in sede d’incidente probatorio (17 marzo 2006) a togliere ogni residuo dubbio: “i Carabinieri avevano un telo, poi con dei bastoni le guardie da una parte e i Carabinieri dall’altra gli hanno passato sotto al corpo questo telo... dicendo in gergo dialettale imbracato, come si può dire, e poi lo hanno tirato su col telo, non lo hanno preso mica a mano”. Una volta a bordo, il corpo fu adagiato su una barella, quindi negli spostamenti successivi di sicuro non fu preso per la cravatta.
In ogni modo causa di quella frattura così localizzata doveva essere stata una pressione altrettanto localizzata prodotta da una piccola superficie, e non dal cappio di una cravatta.
Nondimeno la cravatta c'entra...

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